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lunedì 15 luglio 2019
TOLKIEN , SCRITTORE CATTOLICO, intervista a Thomas Howard di Alessandro Morisi
TOLKIEN , SCRITTORE
CATTOLICO intervista a Thomas Howard di
Alessandro Morisi
Parla Thomas Howard,
uno dei massimi studiosi del celebre autore
«Per lui bellezza e
bontà conducono alla verità»
John
Ronald Reuel Tolkien, ovvero l'autore de «Il Signore degli anelli», e il suo
mondo fantastico, ma ricco di significati: su questo tema abbiamo intervistato
Thomas Howard, docente emerito di Letteratura inglese al St. John's Seminary di
Brighton in Massachusetts, uno dei massimi studiosi dell'autore inglese. Lei ha
sempre sostenuto non solo che Tolkien è uno scrittore cattolico, ma che la sua
opera è un vero e proprio «percorso cattolico». Su cosa si basa questa tesi? Anzitutto
bisogna sottolineare come la visione del bene e del male dello scrittore
americana sia completamente aderente a quello che da duemila anni va affermando
la Chiesa. Per il mondo cattolico bellezza e bontà conducono alla verità, perché
da essa discendono; così all'origine di tutto vi è la perfezione, che il male
cerca di contaminare e distruggere. Adamo ed Eva erano stati creati perfetti da
Dio; infatti è il male che li distrugge e che li fa diventare meno completi,
così che si ammalano e addirittura muoiono. Nell'opera di Tolkien questo è
evidente in molti passaggi, soprattutto quando si legge che gli elfi, esseri
perfetti, se si consegnano al male diventano orchi, cioè esseri stupidi,
deformi, mostruosi, aggressivi e solo malvagi. L'originale bellezza di questa
razza delicata e piena di luce è di fatto cancellata. Un altro esempio è il
personaggio di Borumir: all'inizio egli appare come audace, coraggioso e vuole
il trionfo della bontà, ma quando il potere maligno dell'anello ha il
sopravvento su di lui, diviene un mostro, si trasforma completamente anche se
per breve tempo; ma poi si pente e paga con la vita il suo riscatto. Anche il
paesaggio (nella foto, una rappresentazione della «Fora spaccata») è distrutto
dalla perversione del male nell'opera tolkeniana, così come spesso accade anche
alla nostra realtà, quando gli uomini che abbandonano il rapporto vero con il
Creatore e con il creato, depauperano l' ambiente per perseguire mero profitto.
Vi è anche un'altra categoria nella quale emerge l'«humus» cattolico di Tolkien:
le figure femminili. La bellezza che si sprigiona dalla regina degli elfi, ad
esempio, è eco della bellezza della Vergine Maria; tutte le sue figure femminili
si rifanno allo stereotipo mariano in tutti i suoi risvolti. Ma
Tolkien era cattolico? Profondamente,
e non solo nelle sue opere. Tutti i giorni andava a Messa, concepiva il
matrimonio come un sacramento. Questo, in una Inghilterra dell'inizio secolo
dove tutto era formalismo, soprattutto nella media e alta borghesia, di cui
faceva parte lo scrittore, era sicuramente una posizione forte e controcorrente
e desta una forte ammirazione. Inoltre testimoniava il suo essere cattolico
anche in un ambiente ostile come quello dell'Università di Oxford, dove
insegnava e dove era continuamente attaccato dal corpo docente, di spirito
fortemente avverso alla sua esplicita fede. La
bellezza della realtà e lo stupore dell'uomo di fronte ad essa che significato
hanno nell'opera di Tolkien? Ciò
che sta alle fondamenta dell'opera tolkeniana è la creazione di un mondo in cui
c'è una bellezza tremenda, ma anche un orrore molto forte. Il fatto che Tolkien
crei un mondo «secondario» diverso dal mondo primario, ci permette di guardare
il mondo secondario con una prospettiva che ci fa capire meglio la nostra
realtà. La psicologia dell'uomo fa si che esso, spesso se non sempre, perde la
capacità di vedere ciò che esiste o accade sotto i suoi occhi tutti i giorni,
comunemente. Le cose più comuni, come gli uccelli, gli alberi ma anche i visi
delle persone che ci circondano e con cui abbiamo maggior contatto, è come se
piano piano non le vedessimo più, non destassero più in noi alcun interesse,
proprio perché sono quotidiane. Creando questo «altro» mondo Tolkien non fa
altro che elevare il lettore sopra il mondo «primario» e gli permette di vedere
ciò che altrimenti non sarebbe più possibile. Il paradosso è proprio questo.
Quindi quella di Tolkien non è una fuga dal reale, come alcuni studiosi
affermano, sbagliando clamorosamente, ma un percorso che aiuta a vedere in
maniera più chiara ciò che accade nella realtà. Ad esempio Tolkien quando crea
un personaggio, come l'elfo, non è interessato tanto alla figura in se stessa,
quanto alla verità che questo soggetto trasmette all'interno del suo percorso
letterario. La bellezza di questi personaggi è dovuta dal fatto che, all'interno
dell'opera tolkeniana, sono esattamente «a casa loro», nel loro ambiente
naturale. Infatti un elfo nella foresta è molto più a suo agio che noi nel mondo
reale. Quelli di Tolkien sono personaggi inventati ma rispecchiano in maniera
più evidente una sintonia con ciò che li circonda rispetto a quello che può
essere per noi. Leggendo le sue opere perciò si innesca in noi la nostalgia di
una compiutezza, della capacità di essere in completa sintonia con la realtà.
Egli ci guida in un mondo che ci affascina e che vogliamo fare nostro, al di là
del fatto che sia reale oppure no.
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