mercoledì 3 agosto 2022

La santità, di Papa Benedetto XVI


LA SANTITA'

di Papa Benedetto XVI





     Cari fratelli e sorelle,

nelle Udienze generali di questi ultimi due anni ci hanno accompagnato le figure di tanti Santi e Sante: abbiamo imparato a conoscerli più da vicino e a capire che tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la loro vita sono stati dei fari per tante generazioni, e lo sono anche per noi. I Santi manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformante del Risorto; hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Seguire il loro esempio, ricorrere alla loro intercessione, entrare in comunione con loro, “ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla Fonte e dal Capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso del Popolo di Dio” (Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium 50). Al termine di questo ciclo di catechesi, vorrei allora offrire qualche pensiero su che cosa sia la santità.

Che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo? Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. San Paolo, invece, parla del grande disegno di Dio e afferma: “In lui – Cristo – (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). E parla di noi tutti. Al centro del disegno divino c’è Cristo, nel quale Dio mostra il suo Volto: il Mistero nascosto nei secoli si è rivelato in pienezza nel Verbo fatto carne. E Paolo poi dice: “E’ piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui tutta la pienezza” (Col 1,19). In Cristo il Dio vivente si è fatto vicino, visibile, ascoltabile, toccabile affinché ognuno possa attingere dalla sua pienezza di grazia e di verità (cfr Gv 1,14-16). Perciò, tutta l’esistenza cristiana conosce un’unica suprema legge, quella che san Paolo esprime in una formula che ricorre in tutti i suoi scritti: in Cristo Gesù. La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. E’ l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). E sant’Agostino esclama: “Viva sarà la mia vita tutta piena di Te” (Confessioni, 10,28). Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, parla con chiarezza della chiamata universale alla santità, affermando che nessuno ne è escluso: “Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e … seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria” (n. 41).

Ma rimane la questione: come possiamo percorrere la strada della santità, rispondere a questa chiamata? Posso farlo con le mie forze? La risposta è chiara: una vita santa non è frutto principalmente del nostro sforzo, delle nostre azioni, perché è Dio, il tre volte Santo (cfr Is 6,3), che ci rende santi, è l’azione dello Spirito Santo che ci anima dal di dentro, è la vita stessa di Cristo Risorto che ci è comunicata e che ci trasforma. Per dirlo ancora una volta con il Concilio Vaticano II: “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio non secondo le loro opere, ma secondo il disegno della sua grazia e giustificati in Gesù Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere nella loro vita e perfezionare la santità che hanno ricevuta” (ibid., 40). La santità ha dunque la sua radice ultima nella grazia battesimale, nell’essere innestati nel Mistero pasquale di Cristo, con cui ci viene comunicato il suo Spirito, la sua vita di Risorto. San Paolo sottolinea in modo molto forte la trasformazione che opera nell’uomo la grazia battesimale e arriva a coniare una terminologia nuova, forgiata con la preposizione “con”: con-morti, con-sepolti, con-risucitati, con-vivificati con Cristo; il nostro destino è legato indissolubilmente al suo. “Per mezzo del battesimo - scrive - siamo stati sepolti insieme con lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti… così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Ma Dio rispetta sempre la nostra libertà e chiede che accettiamo questo dono e viviamo le esigenze che esso comporta, chiede che ci lasciamo trasformare dall’azione dello Spirito Santo, conformando la nostra volontà alla volontà di Dio.

Come può avvenire che il nostro modo di pensare e le nostre azioni diventino il pensare e l’agire con Cristo e di Cristo? Qual è l’anima della santità? Di nuovo il Concilio Vaticano II precisa; ci dice che la santità cristiana non è altro che la carità pienamente vissuta. “«Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16). Ora, Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui. Ma perché la carità, come un buon seme, cresca nell’anima e vi fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, con l'aiuto della grazia, compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all'Eucaristia e alla santa liturgia; applicarsi costantemente alla preghiera, all'abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all'esercizio di ogni virtù. La carità infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr Col 3,14; Rm 13,10), dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Forse anche questo linguaggio del Concilio Vaticano II per noi è ancora un po' troppo solenne, forse dobbiamo dire le cose in modo ancora più semplice. Che cosa è essenziale? Essenziale è non lasciare mai una domenica senza un incontro con il Cristo Risorto nell'Eucaristia; questo non è un peso aggiunto, ma è luce per tutta la settimana. Non cominciare e non finire mai un giorno senza almeno un breve contatto con Dio. E, nella strada della nostra vita, seguire gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato nel Decalogo letto con Cristo, che è semplicemente l'esplicitazione di che cosa sia carità in determinate situazioni. Mi sembra che questa sia la vera semplicità e grandezza della vita di santità: l’incontro col Risorto la domenica; il contatto con Dio all’inizio e alla fine del giorno; seguire, nelle decisioni, gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato, che sono solo forme di carità. Perciò il vero discepolo di Cristo si caratterizza per la carità verso Dio e verso il prossimo” (Lumen gentium, 42). Questa è la vera semplicità, grandezza e profondità della vita cristiana, dell'essere santi.

Ecco perché sant’Agostino, commentando il capitolo quarto della Prima Lettera di san Giovanni, può affermare una cosa coraggiosa: “Dilige et fac quod vis”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”. E continua: “Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; vi sia in te la radice dell'amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene” (7,8: PL 35). Chi è guidato dall’amore, chi vive la carità pienamente è guidato da Dio, perché Dio è amore. Così vale questa parola grande: “Dilige et fac quod vis”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”.

Forse potremmo chiederci: possiamo noi, con i nostri limiti, con la nostra debolezza, tendere così in alto? La Chiesa, durante l’Anno Liturgico, ci invita a fare memoria di una schiera di Santi, di coloro, cioè, che hanno vissuto pienamente la carità, hanno saputo amare e seguire Cristo nella loro vita quotidiana. Essi ci dicono che è possibile per tutti percorrere questa strada. In ogni epoca della storia della Chiesa, ad ogni latitudine della geografia del mondo, i Santi appartengono a tutte le età e ad ogni stato di vita, sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione. E sono tipi molto diversi. In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono “indicatori di strada”, ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità.

Nella comunione dei Santi, canonizzati e non canonizzati, che la Chiesa vive grazie a Cristo in tutti i suoi membri, noi godiamo della loro presenza e della loro compagnia e coltiviamo la ferma speranza di poter imitare il loro cammino e condividere un giorno la stessa vita beata, la vita eterna.

Cari amici, come è grande e bella, e anche semplice, la vocazione cristiana vista in questa luce! Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana. Ancora una volta san Paolo lo esprime con grande intensità, quando scrive: “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo… Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,7.11-13). Vorrei invitare tutti ad aprirsi all’azione dello Spirito Santo, che trasforma la nostra vita, per essere anche noi come tessere del grande mosaico di santità che Dio va creando nella storia, perché il volto di Cristo splenda nella pienezza del suo fulgore. Non abbiamo paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo paura che Dio ci chieda troppo, ma lasciamoci guidare in ogni azione quotidiana dalla sua Parola, anche se ci sentiamo poveri, inadeguati, peccatori: sarà Lui a trasformarci secondo il suo amore. Grazie.




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Fonte: UDIENZA GENERALE, Piazza San Pietro, Mercoledì, 13 aprile 2011
https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20110413.html


lunedì 11 luglio 2022

La bellezza secondo le Sacre Scritture, di Rinaldo Fabris


La bellezza secondo le Sacre Scritture

di Rinaldo Fabris





È un tema inconsueto quello della bellezza nella Bibbia. In passato l'interesse prevalente era per la verità, soprattutto pratica, e pertanto per la morale.
Ogni realtà creata, secondo la bibbia, è ambivalente, ha potenzialità positive e negative. Questo vale per la bellezza, come per la conoscenza, il potere, il possesso dei beni. L'ambivalenza contiene un appello alla responsabilità, alla decisione, alla scelta delle creature umane.
La bellezza nell'ambito biblico è inserita nell'orizzonte della fede in Dio come fonte e modello di ogni splendore e bellezza.
La bellezza viene integrata, redenta, o forse riscattata dalla sua ambivalenza grazie all'impegno etico e alla dimensione spirituale. Lo spazio dato alla bellezza nel Primo Testamento non riguarda tanto le forme pittoriche o architettoniche (ad eccezione del tempio), quanto la creazione, l'essere umano e in particolare alcune figure in cui la bellezza fisica si coniuga con la bellezza morale.

La "bellezza" nel Primo Testamento
Data l'estensione dei testi in esame si tratta di operare una lezione dei tratti fondamentali.

Il lessico della "bellezza" nella bibbia ebraica e greca
Japheh e Tov sono termini ebraici traducibili con splendido, decoroso, ben riuscito, piacevole, in forma. In greco i termini sono kalòs e agathòs: bello e buono, soprattutto nel senso di sano, forte, eccellente, ben composto, adatto. La distinzione tra aspetto etico ed estetico non è così netta.

La "bellezza" nella creazione (Gen 1,1-2,4a)
L'«E Dio che vide che era tutto molto buono/bello», con cui si conclude il racconto della creazione indica non tanto la dimensione di ordine e di armonia del creato, quanto la reazione emotiva, estetica, che fa star bene, di sorpresa, di fronte all'opera compiuta. È l'aspetto gratuito della bellezza, che non serve a niente se non alla contemplazione.
Nel bello sono implicite le dimensioni della gratuità e dello stupore.
Il primo ambito in cui confluisce l'esperienza estetica ebraica è la narrazione, la composizione, il testo. La prima pagina della bibbia, che va recitata, contiene il ritornello (sette volte): Che bello! La parola di Dio crea una cosa splendida che desta stupore e ammirazione.
L'ammirazione estetica del mondo creato, uscito bello/splendido dalle mani di Dio è espressa mirabilmente dal salmo 104, che passa in rassegna le opere di Dio che suscitano l'emozione ammirata del "che bello!".
Sempre a questo proposito abbiamo una riflessione più pacata e interiorizzata nelle riflessioni di Gesù ben Sira', il Siracide (42,15-43,33). L'ultima parte delle sue lezioni celebra la gloria di Dio nel mondo e nella storia, che ha la sua massima concentrazione nel tempio e nella liturgia.
Nel libro della Sapienza (13,1-9) viene criticato il culto delle divinità astrali, il bisogno di rivestire di sacralità il mondo che suscita ammirazione. La radice profonda dell'idolatria sta nell'ambivalenza del mondo creato che affascina ed attira con il rischio di confonderlo con la potenza numinosa che sta oltre la bellezza visibile.
Pensiamo oggi di essere immuni da questa tendenza idolatrica di rivestire la realtà di caratteri divini. Ma che dire del nostro atteggiamento, spesso di adorazione, di fronte alle realtà tecnologiche?

La "bellezza" dell'essere umano creato da Dio (Ez 28,1-15)
Al centro dell'opera creatrice di Dio compare l'essere umano, fatto a immagine e somiglianza di Dio, riflesso del suo splendore/grandezza tra il mondo dei viventi.
Il salmo 8, nei versetti dal sei al nove, la bellezza e lo splendore di Dio si concentrano e si riflettono sul volto dell'uomo.
Nell'elegia di Tiro, che si trova in Ezechiele, l'essere umano è presentato come un principe che vive in un parco regale, ricco di acque, di piante, di animali e di ogni pietra preziosa. Ma l'iniquità, l'abuso di potere, deturpa la bellezza. L'uomo, riflesso della bellezza di Dio, ha tentato di prenderne il posto. È quanto si dirà più prosaicamente in Genesi 2,8-14. Il massimo di armonia, di pienezza, di ricchezza, di preziosità, può diventare una sfida per l'uomo che non sa più riconoscere la dimensione di dono della realtà, la sua gratuità. Se l'etica non è l'abuso, ma vivere il dono e la gratuità, allora c'è molta affinità con l'estetica.

I campioni della "bellezza"
Le mogli dei patriarchi sono presentate come donne di grande fascino, di bell'aspetto, che fanno innamorare i loro futuri mariti al primo sguardo. Lo stesso vale per le donne di re David.
David è presentato come bello, capace di suonare, e di strappare il capretto dalle fauci del leone. Il figlio Assalonne è presentato come molto bello, e la sua bellezza diventerà anche la sua trappola. La bellezza ha risvolti ambivalenti.
Come sostiene il libro dei Proverbi nel descrivere la donna saggia che sa bene amministrare la propria casa, afferma che oltre la bellezza quel che conta è il timore di Dio.

Le realtà che riflettono la bellezza di Dio.
Nei salmi 19 e 119 si celebrano le bellezze e il fascino della parola di Dio, della legge.
La città di Gerusalemme è presentata come immagine della città ideale, accogliente e sicura (salmo 48 e 122; Isaia 60 e 62).
Il tempio, costruito da Salomone, è oggetto di grande stupore e meraviglia, ed è l'ambito in cui il popolo si ritrova per celebrare le grandi opere di Dio. Gesù ben Sira' tesserà un elogio ammirato della liturgia del tempio (Sir 50,1-21).
Il piccolo popolo di Israele ha rinunciato a fare immagini per poter avere l'unica immagine del Dio invisibile, riflessa nell'immagine dell'uomo, attraverso la valorizzazione della parola come massima concentrazione della bellezza.

La "bellezza" nel Nuovo Testamento

Qui la dimensione estetica ha una dimensione più sobria rispetto al panorama offerto dal Primo Testamento e più centrata sulla spiritualità e sull'etica. Non ci sono né edifici, né santuari, né liturgie. L'aspetto visivo è molto contenuto, nei piccoli libretti scritti in greco per un pubblico popolare.
"Evangelo"
La proclamazione della fede in Cristo Gesù viene chiamata "euaggèlion", cioè bella, buona e gioiosa notizia. Quindi una notizia anche affascinante.
Nel prologo del quarto vangelo si ha la dimensione irradiante del buon annuncio. La parola che era con Dio, che è stata all'origine di tutto, che dà coesione al tutto, è vita che diventa luce che illumina gli uomini.
Questa parola non è qualcosa di teorico, ma è la persona concreta di Gesù Cristo, per mezzo del quale viene a noi la pienezza del dono. È luce e gloria che noi "contemplammo". Lo splendore di Dio ha il volto concreto del figlio. (Gv 1,1-5.14)
Ma come si fa a dire bella, gioiosa la notizia del Cristo condannato alla morte oscena della croce?

Evangelo come "bell'annuncio"
Il regno di Dio viene annunciato come reintegrazione dell'armonia e come splendore della creazione. Gesù dai racconti evangelici viene presentato nella sua azione di reintegrazione di una umanità disgregata, di persone divise, di persone allontanate dalla convivenza perché ritenute pericolose (guarigioni, liberazioni da potenze negative come nel caso dell'indemoniato di Gerasa...). L'azione bella, estetizzante di Gesù appare nel restituire all'essere umano la sua libertà e integrità.
Anche i gesti di accoglienza e di perdono si collocano su questa linea, come restituzione della persona alla sua libertà e integrità ("ti sono perdonati i tuoi peccati").
Le "belle parole" di Gesù, le parabole non sono racconti tesi a insegnare una morale, ma offrono scorci di altri orizzonti, di altre armonie, attraverso il piacere del racconto. Gesù non fa prediche, ma ha il gusto del racconto gratuito che prende lo spunto dal gesto del contadino, dal sale, dal lievito... È un amante del raccontare bello, che traspone nella narrazione la bellezza dell'agire di Dio, che reintegra l'essere umano diviso e disperso.
Del volto di Gesù e del suo splendore si parla solo in occasione della trasfigurazione, della preghiera sul monte, prima dell'epilogo cruento della sua vita.
Gesù riflette l'aspetto luminoso, bello, affascinante di Dio ("il suo volto divenne luminoso"). Questo bello però non è da catturare, da possedere, da controllare, come vorrebbe fare Pietro. L'invito è all'ascolto ("questi è il mio figlio. Ascoltatelo!"), e l'ascolto suppone abbandono e fiducia.

La bellezza che salva il mondo (2Tm 1,9-10)
È la bellezza paradossale, la bellezza della morte oscena.
La morte oscena di Gesù viene presentata come rivelazione della bellezza di Dio, nel contesto dell'amore portato sino all'estremo. Il crocifisso diventa fonte di vita nel momento del massimo degrado e deturpazione dell'essere umano.
Paolo parla dell'annuncio di un messia crocifisso come sapienza e potenza di Dio, mentre i giudei cercano i miracoli, il Dio forte e i greci la sapienza, l'armonia che dà ordine. (1Cor 1,17-25).
È la bellezza rovesciata: la sapienza è nella stoltezza e la potenza nella debolezza della croce, la bellezza nella bruttezza. È quanto ha intuito anche Dostojevskij: l'amore può trasformare l'insipienza e l'impotenza di un crocifisso nella bellezza. È la bellezza che salva il mondo.
Il superamento del negativo attraverso l'obbedienza, come amore fedele a tutti, è indicato nel famoso brano della lettera ai Filippesi (2,6-11). La manifestazione della bellezza intrinseca del mondo e della storia avviene grazie all'immersione di Gesù nel mondo e nella storia per dare un senso al negativo.
Sempre in questa lettera Paolo invita i cristiani di Filippi a scegliere quei valori che sono belli e coi quali si concretizza la rivelazione dell'amore di Dio (Fil 4,8-9).
Nell'elogio dell'amore (1Cor 13,1-13) la bellezza etica, che è l'amore portato alla massima intensità, coincide con la realtà stessa di Dio. Nella descrizione delle quindici qualità dell'amore c'è il ritratto di Gesù Crocifisso. Dio che non ha nome e immagine ha i tratti visibili di Gesù, del Gesù che si è appassionato dei poveri e dei malati e che alla fine, per restare fedele agli amici e a Dio come figlio, affronta la morte di croce.
Il progetto del mondo bello creato da Dio, con il giardino dove ci sono le piante della vita, della piena comunione, lo ritroviamo alla fine, nell'ultimo libro, nel sogno realizzato di una città bella, in cieli e terra nuova. In mezzo c'è il crocifisso, cioè il male riscattato, il negativo trasformato non grazie a gesti miracolistici, ma attraverso la fedeltà dell'amore.



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giovedì 9 giugno 2022

LITURGIA E BELLEZZA dell'arcivescovo PIERO MARINI

 

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE 
DEL SOMMO PONTEFICE 

LITURGIA E BELLEZZA

Esperienze di rinnovamento in alcune celebrazioni pontificie

  

Sommario Â– 1. Il cambiamento portato dal Concilio2. Il fondamento della bellezza della liturgia2.1. La liturgia atto di Cristo e della Chiesa2.2. La nobile semplicità dellÂ’amore2.3. Gesto, parola, spazio, tempo e ordine. 3. Le celebrazioni liturgiche presiedute dal Santo Padre3.1. LÂ’adeguamento alle disposizioni conciliari3.2. Riti propri della liturgia papale3.3. Le celebrazioni dellÂ’anno liturgico3.4. Lo spazio celebrativo3.5. LÂ’attenzione alle esigenze della comunità; 3.6. Icone ed elementi decorativi3.7. Le insegne pontificali3.8. La preparazione delle celebrazioni3.9. Lo studio e la ricerca scientifica4. Conclusione

   

Ricorre il quarantesimo anniversario della promulgazione della Costituzione Sacrosanctum Concilium del Vaticano II. Un poÂ’ ovunque nella Chiesa cattolica sono stati organizzati incontri, convegni e pubblicazioni per commemorare lÂ’avvenimento. Non si tratta tuttavia di moltiplicare eventi celebrativo-formali, quanto piuttosto di richiamare i principi direttivi della Costituzione e di verificarne la recezione e lÂ’attuazione nelle diverse chiese locali. In questo contesto collochiamo il discorso sulla bellezza nella liturgia. Da un lato dunque è necessario il riferimento al Vaticano II, ma, dallÂ’altro, un discorso sulla bellezza della liturgia non si può fare se non in riferimento alla celebrazione concreta. Per tale motivo prenderò in considerazione le celebrazioni del Sommo Pontefice di cui, da quasi 17 anni ho la responsabilità della direzione.

 

1. Il cambiamento portato dal Concilio

Tutti coloro che come me hanno una certa età hanno potuto vivere il cambiamento portato dal Concilio attraverso la riforma liturgica post conciliare. Sono stati rinnovati i libri liturgici, con una grande ricchezza di testi biblici ed eucologici, mai avuta in precedenza; sono state semplificate le rubriche, i gesti e i movimenti, meglio determinati gli spazi celebrativi, rinnovate le vesti sacre, la suppellettile, la iconografia, la musica e i canti. Da una liturgia romana caratterizzata dallÂ’uniformità (unicità della lingua, fissità delle rubriche), si è passati ad una liturgia più vicina alla sensibilità dellÂ’uomo moderno, aperta allÂ’adattamento e alle culture, espressione di una chiesa comunionale che considera la diversità non come elemento in sé negativo, ma come possibile arricchimento dellÂ’unità.

Il cambiamento ha interessato evidentemente anche la liturgia papale. Il progetto di riforma della liturgia della Cappella papale voluto da Papa Paolo VI risale al febbraio 1965.

Fin da allora si vedeva la necessità di rivedere lÂ’apparato di coloro che stavano accanto al Papa (Cardinali, Vescovi ed altri ecclesiastici che fungevano da ministri secondari) per rendere autentica la verità della ministerialità di ciascuno.

Si faceva, inoltre, appello alla psicologia dellÂ’uomo moderno che non concepisce un miscuglio tra etichetta cortigiana e rito religioso e si proponeva lÂ’abolizione di quella specie di corte che attorniava il Pontefice nelle celebrazioni liturgiche.

Infine, si faceva riferimento allÂ’influsso delle trasmissioni televisive: «La televisione trasmette sempre più frequentemente le celebrazioni papali. Certi usi medievali, portati fuori dellÂ’ambiente romano a gente di altre religioni o non credente, danno luogo a interpretazioni diverse e non sempre positive. Il Papa deve apparire a tutti come successore di Pietro, servo dei servi di Dio e non come un principe del medioevo. La televisione esige un comportamento esemplare da quanti partecipano alla liturgia papale, specialmente dai cerimonieri; i primi piani rivelano spietatamente ogni gesto che si compie».[1]

Fra i principi direttivi della futura riforma della liturgia papale, gli esperti si riferivano alla soppressione di usi di origine “secolare”, allÂ’adattamento alla nuova legislazione liturgica delle celebrazioni papali rimaste legate ai principi e alle realizzazioni del secolo XV. Era necessario inoltre che la liturgia papale fosse di esempio nellÂ’attuare il rinnovamento, secondo lo Spirito e la lettera del Vaticano II. Si chiedeva di sgomberare lÂ’altare papale riportandolo alla sua sobrietà. Si notava, già allora, che mancava un ambone degno per la proclamazione della Parola di Dio. Si chiedeva una semplicità per i paramenti sacri onde evitare che alcuni ecclesiastici apparissero come “comparse teatrali”. Si davano suggerimenti riguardanti il repertorio del canto sacro, lÂ’opportunità di mantenere momenti avvolti nel sacro silenzio, sgombro da altri suoni, fossero quelli delle trombe di argento che soffocavano le parole della consacrazione dette già allora a voce altaÂ… Si parlava della necessità di restituire nelle Messe papali lÂ’uso di dare la Comunione ai fedeli, di introdurre la concelebrazione del Papa con altri Vescovi ecc.

Occorreva mettere in pratica con prudenza ed equilibrio queste indicazioni che pian piano avrebbero fatto delle celebrazioni papali un modello esemplare della bellezza e della ricchezza cattolica della riforma liturgica. Era un invito a riportare le celebrazioni papali allo splendore della bellezza che nel corso dei secoli ne aveva fatto punto di riferimento e di imitazione per tutta la Chiesa dÂ’Occidente.

Per comprendere il cambiamento fin da allora iniziato è sufficiente fare un esempio: lÂ’ingresso del Sommo Pontefice nelle celebrazioni papali. Fino al Concilio, il Papa, per le grandi solennità, entrava nella Basilica di San Pietro al suono delle trombe dÂ’argento, indossando la tiara, i guanti, le scarpe del colore della liturgia, portato a spalle dal gruppo dei sediari, attorniato dai flabelli e da un nugolo variopinto di persone, laici e prelati, ciascuno con il proprio abito ufficiale, in rappresentanza della nobiltà, del patriziato romano, dei vari corpi di guardia e di altri dignitari della corte pontificia. Si trattava di un ingresso solenne che dava del Papa lÂ’idea di un principe di questo mondo circondato dalla propria corte. A partire dal Concilio siamo abituati a vedere il Papa che partecipa alla processione di ingresso nella Basilica Vaticana, vestito come i Vescovi della Chiesa cattolica, senza lÂ’apparato di elementi non strettamente religiosi e senza i segni della signoria temporale, circondato non dalle persone della corte papale ma dai concelebranti e dai ministri che svolgono un ruolo nella celebrazione. Tutto ciò permette ai fedeli presenti – e anche a coloro che seguono la celebrazione attraverso la televisione – di riconoscere più facilmente la sua funzione di pastore della Chiesa, di Successore dellÂ’apostolo Pietro, di servo dei servi di Dio, e anche di poter fissare lÂ’attenzione su altri segni importanti della celebrazione come il Libro dei Vangeli e la Croce processionale.

Che cosa è cambiato nella liturgia dopo il Concilio? È solo questione di diversità di cultura, di gusti, di sensibilità, di colori, di maggiore libertà nello svolgimento dei riti, nellÂ’applicazione delle rubriche? È solo cambiato lÂ’apparato esteriore a seguito del cambiamento del gusto del bello? Oggi riscontriamo varie tendenze nella Chiesa: coloro che vogliono una liturgia più orizzontale, comunitaria e partecipata, e altri che preferiscono una liturgia più verticale e distaccata. Da una parte cÂ’è la liturgia parrocchiale, dallÂ’altra quella espressa dai movimenti, da coloro che hanno tendenze tridentine, che rimpiangono il canto gregoriano.

   

2. Il fondamento della bellezza della liturgia

CÂ’è un confine tra lÂ’emozione estetica e il vero senso spirituale? Che cosa significa avere una bella liturgia, andare incontro al gusto dei consumatori? Ma la liturgia non è un genere di consumo, non è il supermercato della Chiesa! Sappiamo che essa è soprattutto opera di Dio, adorazione, accoglienza, gratuità. Dobbiamo domandarci allora quali sono i criteri fondamentali della bellezza della liturgia al di là dei gusti e delle mode. Sarebbe, infatti, un grande errore applicare semplicemente alla liturgia i gusti profani del bello.

  

2.1. La liturgia atto di Cristo e della Chiesa

Per comprendere la bellezza della liturgia è necessario partire dalla concezione della Chiesa. Essa «è in Cristo come sacramento cioè segno e strumento dellÂ’intima unione con Dio e dellÂ’unità di tutto il genere umano» (LG 1). La Chiesa, dunque, attraverso il suo essere “segno” rende possibile in qualche modo percepire il Cristo sacramento di salvezza. Proprio a partire da questa sacramentalità si articolano i Sacramenti propriamente detti. Il sacramento atto della Chiesa è anche atto di Cristo perché la Chiesa non fa nulla che Cristo non le abbia detto e insegnato di fare: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19). I sacramenti sono le modalità con cui Cristo comunica a noi la sua salvezza: «Quando uno battezza è Cristo stesso che battezza» (SC 7). Dice San Leone Magno: «Ciò che era visibile in Cristo è passato nei sacramenti della Chiesa».[2] La liturgia è atto di Cristo e della Chiesa. Essa non dipende essenzialmente dalla sfera intellettuale, ma si basa sul principio dellÂ’incarnazione e quindi comporta evidentemente una dimensione estetica. I nostri gesti nella liturgia, allora, sono importanti perché sono i gesti di Gesù. Nella celebrazione liturgica e nei gesti concreti che essa richiede, la Chiesa non fa nientÂ’altro che prolungare e attualizzare i gesti del Signore Gesù. I gesti della liturgia hanno, dunque, una loro bellezza ed estetica in sé, in quanto gesti di Cristo, prima ancora della bellezza accessoria e secondaria che noi possiamo aggiungere.

    

2.2. La nobile semplicità dellÂ’amore

I Vangeli ci presentano la gestualità concreta ed umana di Gesù: egli cammina, benedice, tocca, guarisce, impasta il fango, eleva gli occhi al cielo, spezza il pane, prende il calice. Sono i gesti che la liturgia riprende nella celebrazione dei sacramenti. Ma è soprattutto la vigilia della sua passione che Gesù ha insegnato i gesti che noi dobbiamo compiere a nostra volta. Egli è il maestro della nostra educazione liturgica. La sua arte consiste nel mettere lÂ’essenziale in poche cose. Il significato della liturgia diventa trasparente solo nella semplicità e nella sobrietà. «Egli, venuta lÂ’ora dÂ’essere glorificato da te, Padre santo, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine; e mentre cenava con loro, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse [Â…]. Allo stesso modo, prese il calice del vino e rese grazie, lo diede ai suoi discepoli, [Â…]».[3] Che cosa rende bello il gesto del Signore? La decorazione della sala? Il modo con cui la tavola è stata preparata? La ricchezza della tovaglia? Certo tutto questo serve a sottolineare la bellezza, come una cornice mette in evidenza la bellezza del quadro. La vera bellezza è il gesto dellÂ’amore salvifico: «li amò sino alla fineÂ…, prese il pane». Per questo il gesto è bello. La Chiesa, nel ripetere il gesto di Cristo, lo trova bello perché riconosce nel gesto lÂ’amore del suo Signore. Il senso estetico, il senso del bello della liturgia non dipende in primo luogo dallÂ’arte, ma dallÂ’amore del mistero pasquale. Per collaborare con la liturgia, lÂ’arte ha bisogno di essere evangelizzata dallÂ’amore. La bellezza di una celebrazione eucaristica non dipende essenzialmente dalla bellezza architettonica, dalle icone, dalle decorazioni, dai canti, dalle vesti sacre, dalla coreografia e dai colori, ma in primo luogo dalla sua capacità di lasciar trasparire il gesto dÂ’amore compiuto da Gesù. Attraverso i gesti, le parole e le preghiere della liturgia noi dobbiamo riprodurre e far trasparire i gesti, la preghiera e la parola del Signore Gesù. È questo il comandamento ricevuto dal Signore: «Fate questo in memoria di me».

Lo stile liturgico, come quello di Gesù, deve essere semplice ed austero. Nelle celebrazioni dobbiamo diventare, secondo i Padri del Concilio, maestri dellÂ’arte della «nobile semplicità» (SC 34).

   

2.3. Gesto, parola, spazio, tempo e ordine

Nella liturgia il gesto è sempre accompagnato dalla parola. Tutto si svolge, come dice il Concilio, per ritus et preces, riti e preghiere illuminati e vivificati dalla parola (SC 48; 21; 59; 7; 24). La parola e il gesto insieme hanno bisogno, tuttavia, di tempo e di spazio. Il Verbo fatto carne ha avuto bisogno di tempo e di spazio per i suoi gesti di salvezza. La liturgia è lo spazio di cui Cristo ha bisogno per esprimersi e il tempo che gli serve per raccontare se stesso.

Ma nella liturgia lo spazio e il tempo sono soggetti alla regola dellÂ’ordine. La liturgia per sua natura esige ordine. Non esiste, infatti, liturgia senza indicazioni rubricali, senza cioè le indicazioni della Chiesa. Ciò è testimoniato fin dai più antichi testi liturgici. La bellezza della liturgia è anche frutto dellÂ’ordine. La quasi totalità dei libri della riforma liturgica riportano come prima parola del titolo il termine ordo. LÂ’ordine richiesto dalla liturgia riguarda varie realtà: il tempo, lo spazio, le relazioni con gli altri; anzi, la liturgia esige ordine anche dentro noi stessi.  

A quarantÂ’anni dalla Sacrosanctum Concilium siamo invitati ad interrogarci: i riti e i gesti che noi compiamo sono veramente i gesti di Cristo? La liturgia che noi celebriamo è spazio dato a Cristo oppure riservato a noi stessi? Il tempo dedicato alla liturgia è tempo in cui Cristo si racconta o tempo in cui raccontiamo noi stessi, o semplicemente tempo vuoto? La liturgia che celebriamo oltre ad un ordine, ad una sequenza rituale è anche fonte di ordine nei nostri rapporti con gli altri? È fonte di ordine dentro noi stessi?

Queste domande servono non solo a comprendere lÂ’essenza della liturgia ma anche a chiarire il senso della partecipazione attiva su cui tanto ha insistito il Concilio.

     

3. Le Celebrazioni liturgiche presiedute dal Santo Padre 

Dopo le indicazioni generali di cui sopra, sembra opportuno qualche riferimento concreto ad alcune celebrazioni. Per me è più facile farlo alla luce dellÂ’esperienza delle celebrazioni presiedute dal Santo Padre. Non intendo proporre qui esempi da imitare, ma ricordare semplicemente alcuni tentativi fatti nelle celebrazioni pontificie per esprimere la bellezza propria della liturgia voluta dal Vaticano II.

   

3.1. LÂ’adeguamento alle disposizioni conciliari

A partire dal Concilio le celebrazioni pontificie si sono sempre più sviluppate, cambiando radicalmente nello stile, nel contenuto e nel numero. Da pochi riti celebrati allÂ’interno del Vaticano, secondo un cerimoniale e uno stile fisso, si è passati ad un numero sempre più grande di celebrazioni di natura diversa lÂ’una dallÂ’altra: celebrazioni con grandi moltitudini di fedeli e con gruppi particolari; nelle grandi Basiliche e nelle parrocchie romane; nelle varie diocesi e regioni dÂ’Italia e allÂ’estero, nei vari Paesi del mondo diversi per origine e cultura.

Prima del Concilio, era preminente il lavoro di esecuzione rubricale delle cerimonie e, quindi il lavoro dei cerimonieri. Dopo il Concilio, è stato giustamente privilegiato lÂ’aspetto pastorale delle celebrazioni e il lavoro di preparazione delle medesime: incontri con esperti, preparazione di testi e sussidi, dei canti, formazione delle persone, attenzione alla disposizione del luogo, Â… Tutto accuratamente visto nel suo aspetto dottrinale.

   

3.2. Riti propri della liturgia papale

Nello spirito del Concilio sono stati aggiornati i riti specifici della liturgia papale: il Concistoro per i Santi, il Concistoro per la creazione dei nuovi Cardinali, i riti di Beatificazione e di Canonizzazione, il rito di consegna del Pallio, ecc. Qualche miglioramento è ancora auspicabile, ma nellÂ’insieme, tali riti rispondono ora al principio della nobile semplicità. Basta pensare che il rito del Concistoro per la creazione dei nuovi Cardinali prevedeva fino allÂ’inizio degli anni Novanta tre momenti: il Concistoro segreto nellÂ’Aula del Concistoro in cui, a seguito dellÂ’extra omnes del Maestro delle Celebrazioni, il Papa doveva dire ufficialmente il nome dei nuovi Cardinali, già noti un mese prima; successivamente, nella stessa sala si aveva il Concistoro semipubblico; infine nellÂ’Aula Paolo VI, il Concistoro pubblico. Dopo lÂ’aggiornamento le varie sequenze rituali si svolgono in unÂ’unica celebrazione incentrata sulla Parola di Dio.

   

3.3. Le celebrazioni dellÂ’Anno liturgico

Nei testi liturgici ricorre spesso lÂ’espressione per anni circulum, a indicare che lÂ’opera di salvezza del Cristo è celebrata dalla Chiesa nel corso dellÂ’anno. Sia il ciclo annuale che quello diurno sono caratterizzati dal movimento circolare chiamato più propriamente “a spirale”, per indicare il progresso nel passare del tempo. Il tempo della Chiesa, infatti, dà a noi la possibilità della conversione.

Si fa riferimento solo a quattro celebrazioni della liturgia papale che sono state aggiornate. Nella celebrazione del Natale sono stati inseriti due elementi caratteristici: lÂ’annuncio della nascita storica del Salvatore, detto Kalenda (il testo è stato ripreso nel nuovo Martirologio romano); lÂ’omaggio floreale allÂ’immagine di Gesù Bambino, durante lÂ’inno del Gloria, da parte di alcuni bambini provenienti dai vari Continenti.

Il Giovedì Santo, nella Messa del Crisma, gli oli sono accompagnati rispettivamente da alcuni catecumeni, da alcuni malati, da alcuni candidati alla Confermazione e da alcuni diaconi in attesa del Presbiterato. Inoltre, è stata riordinata la sequenza di benedizione per ciascuno dei tre oli: presentazione dellÂ’olio, breve monizione, orazione di benedizione. 

Nella Messa in Cena Domini, durante il mandato, è stato inserito lÂ’invito rivolto a tutti i presenti a compiere un gesto per esprimere la carità fraterna del discepolo del Signore.

Nella celebrazione del giorno di Pasqua è stato ripreso lÂ’antico rito del Resurrexit, denominato oggi Pietro testimone della Risurrezione. AllÂ’inizio della celebrazione, i diaconi aprono gli sportelli dellÂ’Icona di Cristo Salvatore, detta Acheropita, e il diacono annuncia la Risurrezione del Signore prima allÂ’assemblea, cantando Surrexit Dominus de sepulcro, qui pro nobis pependit in ligno, e successivamente al Santo Padre, cantando Surrexit Dominus vere et apparuit Simoni. LÂ’antico rito della testimonianza del Papa di fronte allÂ’Icona del Salvatore, opportunamente valorizzato e adattato secondo lo spirito della riforma liturgica conciliare, fa ormai parte, a partire dallÂ’anno 2000, dei riti propri della liturgia papale.

Nella Veglia di Pentecoste è stata inserita, dopo lÂ’omelia, la Memoria del Sacramento della Confermazione. La memoria ha inizio con la diffusione della luce attinta da sette grandi bracieri e portata a tutti nel ricordo dello Spirito Santo ricevuto nella Confermazione, continua con le invocazioni allo Spirito Santo e si conclude con la professione della fede: il Simbolo degli apostoli. Anche questo rito fa parte ormai della liturgia papale.

Nelle celebrazioni indicate è stato sempre sottolineato il legame tra gesto, icona e parola in relazione al mistero celebrato e avendo presente lÂ’attiva partecipazione dei fedeli.

   

3.4. Lo spazio celebrativo

La liturgia ha bisogno di uno spazio. Anche lÂ’ultima Cena è stata accuratamente preparata: «Il Maestro dice: DovÂ’è la mia stanza perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?» (Mc 14,14) Di tale esigenza esistono testimonianze a partire dallÂ’antichità fino ai nostri giorni: le prime sinagoghe diventate chiese (come quella di Dura Europos), le chiese siriane, le basiliche costantiniane, le basiliche romane, le chiese gotiche, le chiese barocche, ecc. La liturgia, infatti, ha bisogno di un luogo dove si raduna la comunità, la domus ecclesiæ; prevede movimenti processionali e soste; ha bisogno di luoghi per la celebrazione allÂ’interno della stessa domus ecclesiæ: il fonte battesimale, lÂ’ambone, lÂ’altare, la sede del celebrante.[4]

Lo spazio celebrativo nella liturgia papale è costituito dalle basiliche romane, e in particolare, dalla Basilica di San Pietro e dalle Cappelle del Palazzo Apostolico. Negli ultimi decenni, molte celebrazioni si sono svolte anche in Piazza San Pietro. Tali luoghi presentano non poche difficoltà per la collocazione degli elementi fissi previsti dalla liturgia. Basta pensare che, nelle basiliche di San Giovanni in Laterano e di San Paolo manca lÂ’ambone e che, a Santa Maria Maggiore e a San Pietro, oltre allÂ’ambone manca anche la cattedra.

Per la Basilica di San Pietro, lÂ’Ufficio delle Celebrazioni ha studiato un progetto di soluzione fin dagli anni Ottanta. Esso prevedeva la collocazione della cattedra del Papa a sinistra guardando lÂ’altare, di fronte alla statua di San Pietro, e lÂ’ambone davanti ai cancelli della Confessione. Il progetto è stato sperimentato in una celebrazione, ma poi è stato abbandonato. È rimasta solo la soluzione prevista per lÂ’ambone, collocato non davanti ma allÂ’interno dei cancelli della Confessione. Il problema, tuttavia, rimane aperto, sia per esigenze di dinamica della celebrazione che per il significato teologico e pastorale che esprime la cattedra fissa del Papa collocata davanti alla statua dellÂ’Apostolo Pietro.

In Piazza San Pietro è stato più facile individuare i tre luoghi della celebrazione: la cattedra fissa posta sulla parte alta, vicino allÂ’ingresso della Basilica, lÂ’altare al centro del sagrato; lÂ’ambone, realizzato in occasione del Giubileo, vicino allÂ’assemblea. Più recentemente tuttavia per vari motivi viene utilizzata una cattedra mobile posta davanti allÂ’altare.

Una buona soluzione è stata realizzata alcuni anni fa nella cappella Redemptoris Mater: la cattedra è stata collocata vicino alla porta dÂ’ingresso, lÂ’ambone al centro dellÂ’assemblea, i banchi dei fedeli sono stati rivolti verso lÂ’ambone e lÂ’altare è stato posto vicino alla parete di fondo. La cappella è anche un esempio di armonia tra la decorazione iconografica e i luoghi della celebrazione.[5]

   

3.5. LÂ’attenzione alle esigenze della comunità

La liturgia è lÂ’espressione più completa del mistero della Chiesa. Per questo è indispensabile, in ogni celebrazione, fissare lÂ’attenzione anzitutto sullÂ’assemblea e promuoverne, attraverso la formazione, la qualità. LÂ’assemblea, infatti, è lÂ’immagine della Chiesa che dona in qualche modo ospitalità a Cristo e agli uomini che egli ama.

Nelle celebrazioni presiedute dal Santo Padre si ha quasi sempre unÂ’assemblea composta da persone diverse per lingua, per cultura e per provenienza. È necessario, dunque, ogni volta tener conto di tale situazione. Ciò determina la scelta delle lingue, dei canti (canto gregoriano) e di altri elementi.

Il cammino delle celebrazioni pontificie è stato segnato da una sana creatività, data la novità di alcuni momenti ecclesiali per i quali è stato necessario pensare e programmare celebrazioni in qualche modo inedite, comporre testi e musiche a partire dalla tradizione, dai principi dellÂ’adattamento e dalla capacità della liturgia romana di accogliere altre tradizioni antiche e moderne. Si ricorda ad esempio: le giornate mondiali della gioventù; le grandi celebrazioni ecumeniche con i Rappresentanti delle Chiese e anche delle Comunità ecclesiali, in modo speciale con i Patriarchi Orientali, come è accaduto per le visite dei Patriarchi di Constantinopoli Dimitrios I (1987) e Bartolomeo I (1995); le giornate di preghiera per la pace ad Assisi; le celebrazioni specifiche del Grande Giubileo del 2000, come la Commemorazione di Abramo, come la Giornata del Perdono, la Commemorazione dei Testimoni della fede.

Alcune celebrazioni sono state caratterizzate dallÂ’adattamento. In occasione dellÂ’apertura e della chiusura dei Sinodi continentali dellÂ’Africa, dellÂ’Asia e dellÂ’Oceania, le celebrazioni dellÂ’Eucaristia vennero arricchite con alcuni elementi propri di quei popoli. Il Papa stesso ha sottolineato lÂ’importanza dellÂ’inserimento in tali celebrazioni degli elementi culturali: «Sono profondamente riconoscente, inoltre, al gruppo di lavoro che ha così ben curato le liturgie eucaristiche per lÂ’apertura e la chiusura del Sinodo. Il gruppo, che contava tra i suoi membri teologi, liturgisti ed esperti in canti e strumenti africani dÂ’espressione liturgica, ha voluto far sì, secondo il mio desiderio, che esse fossero segnate da un chiaro carattere africano».[6]

Nel rito di apertura della Porta Santa nellÂ’Anno 2000 si è avuta la presenza di alcuni fedeli provenienti dai vari continenti e di espressioni culturali di diversi popoli per rendere evidente lÂ’universalità della salvezza e della missione della Chiesa che celebrava, nellÂ’Urbe e nellÂ’Orbe, il Giubileo. Si voleva inoltre ricordare, in modo visivo, anche i suddetti Sinodi continentali celebrati in preparazione del Giubileo del 2000. Si ricordano i seguenti elementi: un brano di musica orientale suonato su uno strumento proprio della cultura giapponese; la presenza di alcuni fedeli provenienti dallÂ’Asia; dallÂ’Australia e dallÂ’Oceania, che ornavano con fiori la porta e spandevano profumi; la presenza di alcuni fedeli, provenienti dallÂ’Africa, che suonavano il corno per esprimere la gioia dellÂ’inizio del Giubileo; alcuni fedeli provenienti dallÂ’America e dallÂ’Europa che accompagnavano il Libro dei Vangeli con fiori e lumi. Ultimamente, nella celebrazione eucaristica del 5 ottobre 2003, in occasione della Beatificazione di tre grandi missionari, sono stati inseriti i seguenti elementi culturali: alcuni fedeli, provenienti dalle varie parti del mondo, hanno accompagnato il Libro dei Vangeli recando fiori e incenso; in segno di venerazione per il Vangelo, è stato usato un tipico ombrello, secondo la cultura di vari Paesi dellÂ’Asia e di alcune regioni dellÂ’Africa; dopo la lettura del Vangelo alcuni gruppi di fedeli, rappresentanti delle diverse regioni del mondo, hanno compiuto un atto di venerazione del Libro dei Vangeli secondo le modalità della propria cultura; al momento della presentazione dei doni, le offerte per il sacrificio sono state portate al Santo Padre secondo le modalità della cultura africana; al canto dellÂ’Amen della dossologia, a conclusione della Preghiera Eucaristica, ha avuto luogo il rito liturgico detto “Arati” espressione della cultura indiana. 

    

3.6. Icone ed elementi decorativi

           La liturgia richiede la collaborazione dei nostri sensi: la vista, lÂ’udito, lÂ’olfatto, il tatto. Essa ricorre al contributo delle icone, della musica, del canto, della luce, dei fiori, dei colori, della coreografia. La liturgia ha bisogno degli elementi del creato: il vino, lÂ’acqua, il pane, il sale, il fuoco, la cenere, ecc. La liturgia sembra perciò voler raccogliere tutta la creazione e far propria la bellezza sparsa nel mondo. La lode che si innalza nella liturgia, quindi, non è un atto riservato solo allÂ’uomo: tutta la creazione viene invitata ad unirsi a noi nel rendere gloria al Padre, per Cristo, nello Spirito Santo. Non solo, ma la liturgia è invito rivolto anche a noi ad avere una relazione armonica con la creazione.

           Mi riferisco ora ad alcune esperienze concrete vissute nelle celebrazioni liturgiche del Santo Padre. Si è già accennato ai luoghi della celebrazione: il fonte battesimale, lÂ’ambone, la cattedra e lÂ’altare nella loro relazione con lo spazio dellÂ’aula della celebrazione. Tali luoghi, a mio giudizio, non sono solo elementi richiesti dalla celebrazione comunitaria della liturgia, ma manifestazione della Chiesa e icone primarie della identità cristiana. La liturgia, infatti, presuppone sia il sacerdozio comune dei fedeli, che la struttura ministeriale voluta da Cristo nella sua Chiesa. Il fonte battesimale, lÂ’ambone, la cattedra e lÂ’altare esprimono il grembo in cui il cristiano è generato dallo Spirito Santo, lÂ’ambiente in cui egli diventa maturo, il luogo in cui vive la comunione con Cristo e con i fratelli. Questi elementi, a mio parere, sono già di per se stessi una icona. Pertanto, si deve vigilare affinché il contributo artistico non finisca per oscurare il segno originario, come è avvenuto, ad esempio, in alcuni altari rinnovati a seguito della riforma liturgica.

Nella liturgia papale è stato realizzato: un nuovo ambone-leggio, opera di Lello Scorzelli, per lÂ’uso nella Basilica di San Pietro; un nuovo ambone, opera dei tecnici del Vaticano, per la Piazza San Pietro. Sono di nuova realizzazione anche la cattedra, lÂ’ambone e lÂ’altare della Cappella Redemptoris Mater, già ricordata.

           In alcune celebrazioni pontificie si fa uso delle icone propriamente dette. Nel periodo del Natale, ad esempio, vengono esposte, alle due logge interne della Basilica Vaticana arazzi raffiguranti, a seconda del mistero che si celebra: lÂ’Annunciazione, la Natività, la Circoncisione, lÂ’Adorazione dei magi. Nelle celebrazioni a carattere ecumenico, soprattutto quando si celebra con i Patriarchi delle Chiese Orientali, si espongono alle colonne anteriori del baldacchino del Bernini, le icone del Salvatore e della Madre di Dio. Ciò si è verificato con frequenza durante le celebrazioni dellÂ’Anno Mariano 1987-1988. In Piazza San Pietro viene spesso esposto, come in occasione delle recenti celebrazioni del XXV di pontificato di Giovanni Paolo II, lÂ’arazzo raffigurante lÂ’invio degli Apostoli. Alcune icone hanno una importanza e un significato tutto particolare. LÂ’antichissima icona di Cristo Salvatore, detta Acheropita, esposta durante lÂ’Eucaristia del mattino di Pasqua per il rito del Resurrexit e la Salus Populi Romani, venerata in Piazza San Pietro in alcune Veglie di Pentecoste e a Santa Maria Maggiore per alcuni riti orientali.

           Altro elemento importante da ricordare è lÂ’uso del Crocifisso: quello di San Marcello al Corso, abbracciato dal Papa nella celebrazione della Giornata del Perdono; della Cappella Sistina, venerato in Piazza San Pietro in alcune delle solenni celebrazioni dellÂ’Anno Santo; il nuovo, scolpito sul modello di quello che si trova nella Cappella Paolina, usato per la prima volta in Piazza San Pietro in occasione del XXV di pontificato.

           Non va dimenticata la bella e varia ornamentazione floreale, più discreta nella Basilica e più ricca in Piazza San Pietro, soprattutto nel giorno di Pasqua, quando sul sagrato è allestito un vero e proprio “giardino della risurrezione”. Si ricordano inoltre:

-        gli evangeliari, che nella loro preziosità sottolineano lÂ’importanza che la liturgia ha sempre dato al Libro dei Vangeli (presso lÂ’Ufficio ne esistono almeno una ventina di esemplari);

-        la vasca battesimale in bronzo, usata abitualmente per i battesimi nella Veglia pasquale;

-        le tre anfore in argento e di grandi dimensioni, che vengono usate nella Messa del Crisma il Giovedì santo mattina (le anfore vengono portate processionalmente su tre carrelli appositamente predisposti e ornati);

-        le vesti sacre per il Papa, i Concelebranti e i ministri sacri, adeguate allo spirito della riforma liturgica. Alcuni anni fa sono state abbassate le mitre dei Cardinali, e lÂ’Ufficio ha fornito a tutti un unico modello.

   

3.7. Le insegne pontificali

           Un accenno a parte merita la proposta di riformare le insegne pontificali. Con la rinuncia della tiara da parte del Papa Paolo VI, il Vescovo di Roma usa nelle celebrazioni lo stesso copricapo degli altri Vescovi. Ciò esprime meglio il rapporto di comunione e di unità che lega il Successore di Pietro con il Collegio episcopale. La forma del Pallio, invece, non è stata modificata a seguito della riforma liturgica; essa è rimasta come si era fissata nei secoli XIV-XV. LÂ’Ufficio intende promuovere la modifica del Pallio, tenendo presente sia la forma più antica che il simbolismo medioevale, al fine di esprimere meglio il significato ecclesiologico e cristologico dellÂ’insegna che era così importante nellÂ’antichità. LÂ’anello del Vescovo di Roma, infine, dovrebbe tornare ad essere lÂ’anulum piscatoris ed essere consegnato, insieme con il Pallio al nuovo Papa in occasione del solenne inizio del Suo servizio pastorale.

 

3.8. La preparazione delle celebrazioni

           Una “bella” celebrazione dipende in gran parte dal modo con cui è stata preparata. Per questo, tutti i libri liturgici della riforma sono introdotti dal testo delle Premesse teologico-liturgiche al rito.

           Per comprendere i riferimenti appena fatti sulle celebrazioni del Santo Padre è pertanto necessario tenere presenti alcuni altri aspetti che fanno parte della preparazione delle celebrazioni medesime. Chi partecipa ad una celebrazione liturgica del Papa si domanda spesso come è possibile che tutto si svolga con grande ordine e armonia. La risposta si ha nella cura con cui la celebrazione viene preparata.

           

1. La preparazione nel suo insiemeSpesso, in occasioni straordinarie, come lÂ’apertura di un Sinodo, ad esempio quello dellÂ’Africa, una celebrazione ecumenica, le varie celebrazioni dellÂ’Anno santo, un viaggio apostolico, tutto deve partire da un progetto preciso, preparato con lÂ’aiuto di persone qualificate. Segue il sopralluogo nei posti dove avverrà la celebrazione, la scelta dello spazio, degli elementi fissi della celebrazione, dei luoghi destinati ai ministri sacri, la scelta delle persone che svolgono i vari uffici e ministeri, ecc. Si deve, inoltre, pensare alla composizione del libretto ad uso dei fedeli o del messale per il Papa e i concelebranti, quando si tratta di un viaggio apostolico; con una convergenza di elementi: parola, preghiere, monizioni, canti, gesti rituali. Senza lasciare, per quanto possibile, nulla alla improvvisazione. Per ogni celebrazione, lÂ’Ufficio prepara anche un opuscolo di servizio chiamato Præparanda, dove vengono segnalate le cose da preparare, i nomi delle persone coinvolte nella celebrazione, il compito affidato ai vari cerimonieri, la piantina con lÂ’indicazione degli elementi, dei luoghi e dei posti previsti. Le prove della celebrazione, eseguite abitualmente il giorno prima, sono necessarie per precisare ogni cosa e risolvere eventuali problemi.

           Spesso, come ad esempio nelle Canonizzazioni e Beatificazioni, lÂ’Ufficio organizza la “Preparazione” immediata alla celebrazione con canti, testi e monizioni appropriate. In questo settore molto si è fatto, ma forse molto rimane ancora da fare. In alcune occasioni e circostanze particolari unÂ’adeguata animazione dellÂ’assemblea tramite una persona incaricata ad hoc può favorire la piena partecipazione dei fedeli.          

2. Il libretto della celebrazione. Un sussidio di grande valore è il libretto che viene preparato dallÂ’Ufficio per ogni celebrazione. Il libretto descrive il complesso dei riti e contiene: la Parola di Dio, le preghiere, i canti, le monizioni. Il suo valore è accresciuto dalla varietà delle immagini che portano davanti agli occhi quello che la Parola porge allÂ’orecchio. Sono riportate anche le lingue e le musiche delle diverse culture nei testi originali. In occasione di alcune celebrazioni particolari, il libretto riporta anche una Presentazione, con la spiegazione delle sequenze rituale in cui si articola la celebrazione e, quando è il caso, il testo della biografia dei Beati o dei Santi. Alcuni libretti della Via Crucis sono diventati edizione di grande pregio artistico.

 3.9. Lo studio e la ricerca scientifica

           È necessario, infine, fare un accenno ad un aspetto importante dellÂ’attività dellÂ’Ufficio in questi ultimi anni: la promozione dello studio e della ricerca scientifica. LÂ’Ufficio ha un prezioso archivio, che raccoglie la memoria delle celebrazioni pontificie dal secolo XIII ai nostri giorni. LÂ’archivio è ricco soprattutto a partire dal secolo XV, quando i grandi Magistri Cæremoniarum Apostolicarum, come Giovanni Burckard e Paride De Grassis, scrissero i loro famosi diari sulle celebrazioni del Papa.

           A partire dal 1987 sono stati organizzati nella Città del Vaticano vari Seminari di studio: Le celebrazioni eucaristiche presiedute dal Santo Padre (28-30 dicembre 1987); Le Beatificazioni e Canonizzazioni, il Concistoro, la consegna del Pallio e le altre celebrazioni proprie della liturgia papale (25-27 settembre 1991); Le celebrazioni del Giubileo, orientamenti e proposte (1-3 febbraio 1996); Testi e musica nelle celebrazioni presiedute dal Santo Padre (5-7 ottobre 1998); La televisione e le celebrazioni presiedute dal Santo Padre (11-13 febbraio 1999).

           Con la collaborazione dei consultori dellÂ’Ufficio, sono state realizzate anche alcune pubblicazioni sulla liturgia papale, il volume: Liturgie dellÂ’Oriente cristiano a Roma nellÂ’Anno mariano, 1987-88 (Libreria Editrice Vaticana 1990); Ordo exsequiarum Romani Pontificis e lÂ’Ordo Rituum Conclavis (Libreria Editrice Vaticana 2000); lÂ’Ordo per lÂ’inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma, in fase di redazione definitiva; il volume Magnum Iubilæum sulle celebrazioni caratteristiche del Giubileo del 2000, e il volume sulla Sede vacante, attualmente in bozze di stampa.

   

4. Conclusione 

           Siamo partiti dalla sacramentalità della Chiesa, per sottolineare lÂ’importanza del gesto nella liturgia e in particolare del gesto di Dio: Cristo stesso che diventa, proprio nella liturgia, gesto della Chiesa. Tale gesto ha in sé una sua bellezza, fatta di semplicità e di amore, che deve sempre essere rispettata. La Chiesa, nella sua liturgia, si serve anche della bellezza di altri segni, come le icone e gli elementi del creato. La bellezza della liturgia, dunque, è anzitutto la bellezza della semplicità e dellÂ’amore del gesto di Cristo, ma è anche la bellezza dei nostri gesti e la bellezza propria dei segni e degli elementi del creato che la liturgia mette in ordine e in armonia nel tempo e nello spazio. La bellezza della liturgia è lÂ’ordine che essa riesce a creare in noi, nei nostri rapporti con i fratelli, è lÂ’ordine che essa riesce a creare nel nostro rapporto personale con Dio. La bellezza della liturgia è qualcosa che ci supera. Non è quella che si impone subito allÂ’attenzione, che si fa vedere attraverso i gesti, i segni e gli elementi materiali, ma soprattutto quella che essi lasciano trasparire. Essa, infatti, è più una bellezza che traspare che una bellezza che si vede. Se vogliamo avere una bella liturgia dobbiamo lasciarci guidare da essa, dal suo spirito e dalle sue norme.

La bellezza della liturgia esige sempre qualche rinuncia da parte nostra: rinuncia alla banalità, alla fantasia, al capriccio. Alla liturgia, inoltre, bisogna dare il tempo e lo spazio di cui ha bisogno. Non bisogna avere fretta. Più che alla nostra iniziativa bisogna lasciare a Dio la libertà di parlarci e di raggiungerci attraverso la Parola, la preghiera, i gesti, la musica, il canto, la luce, lÂ’incenso, i profumi. La liturgia, come una composizione musicale, ha bisogno di spazio, di tempo e di silenzio, del distacco da noi stessi, perché le parole, i gesti e i segni possano parlarci di Dio.

           Nel quarantesimo anniversario della Costituzione Sacrosanctum Concilium, se vogliamo una liturgia più “bella”, è necessario riflettere su alcuni problemi legati allÂ’attuazione della riforma liturgica.

a) La partecipazione attiva. Nella prima fase di attuazione della riforma la partecipazione ha assunto un aspetto prevalentemente esteriore e didattico, degenerando poi, spesso, in una sorta di partecipazionismo ad ogni costo e in tutte le forme. La liturgia non è la somma delle emozioni di un gruppo, né tanto meno il ricettacolo di sentimenti personali. È soprattutto tempo e spazio per interiorizzare le parole che in essa si ascoltano e i suoni che si odono, per appropriarsi dei gesti che si compiono, per assimilare i testi che si recitano e si cantano, per lasciarsi penetrare dalle immagini che si osservano e dai profumi che si odorano.

b) La presidenza liturgica. La qualità dei segni esige soprattutto la qualità nella presidenza della celebrazione. Colui che presiede di fronte allÂ’assemblea non è solo guardato, ma anche approvato e giudicato nello svolgimento del suo ruolo che si svolge in Persona Christi, o, se vogliamo, come “Icona di Cristo” nello Spirito Santo. Tuttavia, tale presidenza non può essere esercitata senza tener conto della qualità dellÂ’assemblea e senza essere capace di rispondere alle attese del popolo di Dio. Colui che presiede, infatti, in qualche modo, presiede anche in Persona Ecclesiæ.

Rifuggendo ogni forma di protagonismo, il presbitero, plasmato dallÂ’autentico spirito della liturgia, presiederà la sinassi «come colui che serve» (Lc 22,27), ad immagine di Colui di cui egli è povero segno. Per questo, la qualità della presidenza liturgica, nella sua forma più alta e feconda, andrà ben al di là di una semplice arte del presiedere, di un mero savoir faire, per divenire principio di comunione, nellÂ’intima consapevolezza che lÂ’insieme dei doni dello Spirito Santo si trova unicamente nellÂ’insieme della Chiesa.

c) La bellezza e la dignità del cultoAllÂ’inizio del terzo millennio è necessario dare lÂ’immagine di una Chiesa che celebra, prega e vive il Mistero di Cristo nella bellezza e nella dignità della celebrazione. Bellezza che non è solo formalismo estetico, ma fondata sulla “nobile semplicità”, capace di manifestare il rapporto tra lÂ’umano e il divino della liturgia. Si tratta della dinamica dellÂ’incarnazione: ciò che lÂ’Unigenito, pieno di grazia e di verità, ha fatto visibilmente, è passato nei sacramenti della Chiesa. La bellezza deve lasciare trasparire la presenza di Cristo al centro della liturgia: il quale potrà essere più evidente quanto più nelle celebrazioni si potrà percepire contemplazione, adorazione, gratuità e rendimento di grazie.

«Maestà e bellezza sono davanti a lui, potenza e splendore nel suo santuario» (Sal 96,6). Il salmista non solo canta la bellezza di cui la dimora del Signore risplende, ma confessa anche: «Le sue opere sono splendore di bellezza» (Sal 111,3). Quale altra realtà della Chiesa è chiamata a coniugare ed esprimere la bellezza come lo spazio liturgico e lÂ’azione liturgica? Non solo il luogo ma anche lÂ’azione, ovvero il gesto, la postura, il movimento, gli abiti devono manifestare armonia e bellezza. Il gesto liturgico è chiamato ad esprimere bellezza in quanto è gesto di Cristo stesso.

La liturgia continuerà così, anche grazie alla sua bellezza, ad essere fonte e culmine, scuola e norma di vita cristiana.

    

+ PIERO MARINI
Arcivescovo Titolare di Martirano
Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie
 



[1] A. Bugnini , La riforma liturgica ( 1948-1975), Edizioni Liturgiche, Roma 1997, pp. 779-780.
[2] Sermo 74, due: PL 54,358.
[3] Messale Romano, Preghiera Eucaristica IV.
[4] Il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 1181-1186) presenta bene ciascuno di questi spazi celebrativi e sottolinea anche la necessità di promuovere la bellezza dellÂ’arte sacra (nn. 2502-2503).
[5] Cf. il prezioso volume La Cappella Redemptoris Mater del Papa Giovanni Paolo II, Libreria Editrice Vaticana, 1999.
[6] Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica postsinodale Ecclesia in Africa (14-9-1995), n. 25: 14,3040.

domenica 15 maggio 2022

Popolo dei martiri della Rus'-Ucraina


Il popolo dei martiri della Rus'-Ucraina
ancora una volta ferma il male con i propri corpi perché non si diffonda nel mondo intero





Discorso del Sinodo dei Vescovi
della Chiesa Greco-Cattolica in Ucraina


“…Ci vantiamo anche di oppressione,
sapendo che l'oppressione produce pazienza,
la pazienza è esperienza e l'esperienza è speranza.
La speranza non metterà in imbarazzo…”
Rm 5, 3–5


Con un dolore indescrivibile nel nostro cuore viviamo oggi le sofferenze del popolo ucraino che sono causate dall'aggressione armata su vasta scala, non provocata e ingiustificabile, della Federazione Russa contro l'Ucraina. Noi, Vescovi del Sinodo dei Vescovi della Chiesa Greco-Cattolica in Ucraina, nel nostro ministero apostolico rimaniamo fedeli alle parole della Verità evangelica e alla nostra vocazione ad essere testimoni di speranza in tempi delle tribolazione e delle prove.
Per compiere un determinato compito sulla terra, il Signore dona all'uomo vari doni, talenti e opportunità, ma fornisce anche una missione separata ai popoli eletti. Proprio come Dio una volta scelse gli israeliti per illuminare tutte le nazioni, così Egli costantemente, e anche oggi, affida una chiamata speciale alle nazioni diverse.
Ci siamo spesso chiesti: perché, o Signore, ci hai dato il dono della libertà, ci hai restituito l'indipendenza 30 anni fa, hai risollevato la nostra Chiesa dal sottosuolo? E oggi vediamo, sperimentiamo e iniziamo a comprendere la grande missione del popolo ucraino: discendenti della Rus' di Kyiv, gli eredi del battesimo di Kyiv, governanti coraggiosi e difensori della Patria, seguaci dei nostri martiri Borys e Glib, le donne sagge nella preghiera, educatrici - seguaci della principessa Olga. E questa vocazione nella provvidenza di Dio è che in tempi di grande tumulto e di minaccia di distruzione non solo dell'Ucraina ma anche di molte altre nazioni, la rinnovata Rus' di Kyiv si è ribellata e ha fermato la malvagia volontà dell'aggressore, anche se a molto caro prezzo. Il prezzo che continuiamo a pagare oggi sull'altare per la liberazione del nostro e di altri popoli per fermare l'insaziabile drago è molto alto: la vita terrena dei nostri migliori figli e figlie, lo sforzo sovrumano e la sofferenza dei nostri soldati, dei volontari, i rifugiati e tutto il popolo ucraino.
La vocazione della nostra Chiesa è di rimanere sempre con il nostro popolo per compiere la missione che il Signore ha preparato per noi, diventando una nazione degli eroi - martiri che danno la vita, proteggendo non solo i nostri parenti, ma tutte le nazioni europee e la loro libertà. La missione della nostra Chiesa è di diventare come la Beata Vergine Maria, che, ritta sotto la croce di suo Figlio, ha fissato nei suoi occhi le Sue ferite con indicibile dolore nell'anima e insieme la speranza. E la sua speranza non è stata vana: il terzo giorno Gesù è risorto.
Prima di tutto esprimiamo la nostra sincera gratitudine ai Difensori dell'Ucraina. La vostra prodezza è già diventata l'esempio per il mondo intero. La vostra lealtà sacrificale al nostro popolo e la dedizione alla difesa del nostro stato di fronte alle sfide di una guerra brutale e disumana testimoniano la profondità del vostro amore. Il difensore è un guerriero con l'amore nel cuore: per il suo popolo d'origine, per la sua terra, per i suoi genitori e i figli, per tutti coloro che oggi hanno bisogno di protezione dalla forza infernale della crudeltà e della brutalità dell'aggressore russo. La tutela giuridica della vita è sia un diritto umano che un dovere. Il sangue innocente dei nostri fratelli e sorelle a Bucha, Mariupol, Irpin, Kharkiv, Chernighiv e centinaia di altre comunità ucraine ci richiede di avere la forza e il coraggio di diventare difensori non solo della vita ma anche dell'umanità stessa.
Il nostro Salvatore insegnava: «Nessuno può amare più di quando dà la vita per i suoi amici» (Gv 15, 13). La sincerità del vostro amore oggi dà al nostro popolo una speranza per la rinascita dell'Ucraina, per la protezione della sua libertà e dignità. Solo con la forza dell'amore potremo ottenere la vittoria finale del bene sul male, della verità sulla menzogna, della dignità umana sulla meschinità umana. La nostra vittoria richiede anche la nostra comune fede che quando cerchiamo coraggiosamente e onestamente la Verità, difendiamo il bene, lottiamo per la giustizia, Dio è con noi! Ci affidiamo instancabilmente alle sue cure nelle nostre ferventi preghiere e suppliche!
Oggi le parole speciali di gratitudine, di sostegno fraterno e di riconoscimento per il servizio fedele rivolgiamo ai nostri cappellani militari. Fin dai primi giorni dell'aggressione russa e per tutti gli anni successivi, i cappellani militari della Chiesa greco-cattolica ucraina non hanno esitato a rispondere sinceramente all'invito di Dio ad essere "vicini" a uomini e donne in divisa militare, condividendo le difficoltà del servizio e le sfide della vita quotidiana. Durante gli anni dell'aggressione armata russa, i nostri cappellani sono stati testimoni instancabili di speranza, stando fedelmente fianco a fianco con i soldati ucraini nelle trincee di battaglia, negli ospedali militari, nei centri di riabilitazione, fornendo il necessario sostegno alle loro famiglie, conservando la memoria dei difensori caduti e prendendo cura delle loro famiglie.
L'invasione su vasta scala dell'esercito russo nel territorio dell'Ucraina ha coinciso con l'attuazione delle disposizioni della legge ucraina "Sul servizio di cappellania militare" adottata dalla Verkhovna Rada (Parlamento). La legge crea l'opportunità per un'organizzazione efficace professionale del ministero pastorale nell'esercito ucraino. Allo stesso tempo, esige che i nostri pastori siano di altissimo livello di preparazione in caso di arruolamento. Tenendo conto delle sfide e dei bisogni di oggi, facciamo appello al clero della nostra Chiesa, con libertà di spirito e generosità di cuore, affinché non neghi al soldato ucraino la presenza tangibile di Dio, che è evidente nella preghiera e nel servizio sacrificale dei militari cappellani. Possano le parole del nostro grande pastore, il metropolita Andrei, rivolte ai soldati ucraini in tempi di prove e di aspre lotte, divenire oggi le tue parole ai nostri difensori: "Voi che siete esposti alla morte ogni giorno in battaglia, ricordatevi di preservare il cuore libero dal peccato, siate sempre pronti a stare davanti al Trono di Dio e fare resoconto di tutta la vita. Coraggiosamente compiete i vostri doveri! La vittoria è certa e la causa santa!”
In particolare, facciamo appello ai nostri seminaristi, incoraggiandoli a pregare e a riconoscere spiritualmente la loro vocazione a servire i profondi bisogni interiori del soldato ucraino, secondo una ricca e lunga tradizione della nostra Chiesa. Questo ministero richiede un coraggio speciale, di cui è capace solo l'amore cristiano maturo, come dono del nostro Padre celeste, che ci permette di comprendere "quale speranza ci chiama" (Ef 1, 18).
Le famiglie dei militari e le famiglie dei difensori caduti attendono oggi una speciale testimonianza della speranza dal cappellano militare. Il dolore della separazione, l'incertezza del giorno a venire, la sensazione della solitudine e dell'impotenza di fronte a una perdita irreparabile possono richiedere molto tempo per la guarigione completa. La missione del cappellano militare resta quella di mostrare la responsabilità personale: "essere vicino" a coloro che sono stati più colpiti dalla guerra. Il sostegno dei feriti e la preghera per i prigionieri può aiutare oggi molte famiglie ucraine a sfuggire al potere distruttivo della sofferenza e attraverso il proprio dolore, unendosi a Cristo crocifisso e sopportando amorevolmente i pesi gli uni degli altri, trovando la via della risurrezione (Gal 6, 2).
Come pastori della Chiesa di Cristo, ci sentiamo in dovere di rivolgerci ai militari, ai soldati e agli ufficiali russi che hanno osato impugnare le armi contro il popolo ucraino, uccidendo gli innocenti, lasciando orfani bambini, privando molte persone delle loro case e della speranza del futuro. Il sangue degli innocenti bambini ucraini testimonierà contro di voi al Giudizio Universale. Fino a quando non sarà troppo tardi, trovate il coraggio di deporre le armi e non eseguire gli ordini criminali. Non permettete che la propaganda omicida oscuri la vostra mente e inciti alla crudeltà ingiustificata: «Conoscete la verità e la verità vi renderà liberi» (Gv 8, 32). Pentitevi e chiedete perdono a Dio per i vostri crimini contro l'umanità, perché Egli vi conceda il perdono dei peccati e la speranza della vita eterna.
Di fronte ai terribili prove per l'intero popolo ucraino, invitiamo i nostri pastori militari a servire sinceramente coloro dai quali ora dipende il destino del nostro futuro comune. Cari padri, cappellani militari, la vostra presenza orante nelle file dell'esercito ucraino deve diventare fonte di consolazione spirituale e garanzia di instancabile sostegno fraterno. La vostra vocazione è mostrare speranza nel crepuscolo della sofferenza umana, essere fedeli seguaci di Dio, che si è fatto uomo, sollevare l'uomo a partecipare alla vita di Dio. Custodiamo ciascuno di voi nella nostra preghiera fraterna, e «ricordiamo incessantemente l'opera della vostra fede, la fatica del vostro amore e la pazienza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo» (1 Ts 1, 3).

La benedizione del Signore sia su di voi!

Per conto del
Sinodo dei Vescovi della Chiesa Greco-Cattolica in Ucraina
† SVYATOSLAV

Per conto della
Diocesi greco-cattolica di Mukacevo
† Neil Lushchak



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Fonte: https://ucrainistica.blogspot.com
La traduzione da: Народ мучеників Руси-України своїм тілом знову зупиняє зло щоб воно не поширилося на весь світ Звернення Архиєрейського Синоду УГКЦ в Україні (ugcc.ua)


venerdì 22 aprile 2022

Abitare poeticamente la terra, di Marco Campedelli


Abitare poeticamente la terra
di Marco Campedelli


Questo potrebbe essere un modo di raccontare il giardino. L'espressione del poeta Hölderlin è così commentata dal filosofo Heidegger: abitare ha qualcosa a che vedere con costruire. Più precisamente, con misurare, prendere le misure. La misura dell'abitare si chiama poesia perché è questo il modo autentico di abitare la terra. Non un modo calcolante ma uno stare nella misura tra l'alto e il basso, tra la terra e il cielo. Proprio nel frammezzo. Dove vive l'incanto ma anche il rischio. Perché il giardino è un luogo da coltivare e da proteggere. È uno spazio dove convivono l'estetica e l'etica. L'estetica perché il giardino è bellezza e crea bellezza. Ma il giardino come spazio desiderato e condiviso diventa spazio etico perché è anche ospitalità, intimità, relazione, giustizia.

La Bibbia si incontra con orizzonti di grandi culture come quelli delle civiltà egizia e della Mesopotamia. Proprio queste due culture sono terre di giardini. Nell'Egitto i giardini recintati da alte mura. Dentro un incanto di fiori e di alberi ma anche uno spazio coltivato ad orto: per produrre vino, frutta e verdura. Il giardino come il tripudio dei sensi...
La terra d'Egitto, d'altra parte, è una creatura del Nilo. È sinonimo di fertilità e di bellezza.
Vi sono poi i giardini babilonesi: i cosiddetti giardini pensili dell'antica città di Babilonia.
Nella Bibbia le cose sono diverse. Il termine “giardino”, sottolineano gli esperti, compare poche volte.
La terra del popolo ebraico è piccola, più o meno come la regione Calabria. Per 2/3 è deserta e solo un quarto è fertile.
Qual è lo specifico del giardino per la Bibbia? Il popolo di Israele è uscito da una terra giardino come l'Egitto deve affrontare un cammino di quarant'anni nel deserto verso la terra promessa. Lascia un giardino "perfetto" per un giardino "imperfetto".
E questa è una sfida: quale giardino scegliere? Quello della terra dei padroni o quello modesto e fragile ricevuto però in dono nel segno della libertà? Scegliere i giardini d'Egitto significa scegliere anche i suoi dei. Scegliere di camminare verso la terra promessa è scegliere di camminare verso il Dio della promessa, portare la sua parola come pendaglio tra gli occhi, legarla ai propri polsi, inciderla nel proprio cuore.
Il giardino nella Bibbia è lo spazio di una libertà ricevuta e una possibilità di abitare lo spazio del desiderio e della responsabilità.
La parola giardino risuona nella poesia del Cantico dei cantici. Il Cantico dei cantici è la terra della relazione, l'incanto dell'amore. Lo spazio dell'intimità. Il giardino è luogo di iniziazione alla relazione autentica. Questa parola, iniziazione, ci richiama al senso del rito, ma anche all'itinerario educativo. E' bello scoprire che, infine, il giardino è una persona. Il giardino è la donna. La relazione amorosa. L'intimità che non si ottiene con la violenza ma che si realizza nella libertà. Il cancello del giardino nel testo del Cantico si apre solo dall'interno. Non si può forzare, violentare, profanare l'amore.
Il giardino è un luogo dove abitare poeticamente, cioè in modo autentico, la terra. Giardino tra terra perduta e terra ritrovata.
Quasi nel centro del Cantico il diletto, l'amato descrive il corpo dell'amata: “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, sorgente chiusa, fonte sigillata”. Il giardino non è solo uno spazio, ma una persona. Non solo un luogo, ma una relazione. In questa relazione il giardino è raccontato con un’esplosione di sensi: “I tuoi germogli sono un paradiso di melograno, con i frutti più squisiti, alberi di Cipro e Nardo, Nardo e zafferano, cannella e cinnamomo, con ogni specie di alberi d'incenso, mirra e alle, con tutti gli aromi migliori”.
Il giardino, però, è anche lo spazio che racconta l'esperienza centrale e fondante della Bibbia: l'esodo. Un cammino che va dall'esilio al ritorno nella terra. Il giardino della terra promessa in cui “scorre latte e miele, la più bella di tutte le terre”.

Ma gli uomini, spesso contaminati dal virus padronale, si sono fatti signori di una terra, di un giardino di cui erano solo custodi, anzi a ben vedere "custoditi" da quella terra. Peraltro, dopo il tempo del lutto e del lamento, arriverà quello della gioia e della riconoscenza. Dio costruirà fontane d'acqua per tutti gli assetati di giustizia. La vedova, l'orfano e lo straniero finalmente potranno inebriarsi della bellezza della terra e la parola esclusione non sarà più scritta come vergogna sulla loro fronte.
È una nuova creazione. Un giardino donato. Ma non è una terra solo bella bensì anche una terra buona. Non ha solo una connotazione estetica ma anche una connotazione etica. Una terra dove bellezza fa rima con giustizia. Una terra che produce bellezza per tutti. Che non genera violenza ma fa germogliare la pace. Ecco l’ecologia integrale della Bibbia. Quell'ecologia richiamata da Francesco, il vescovo di Roma, nella Laudato si’. In questa prospettiva di una terra che germoglia e fruttifica per tutti c'è un coraggioso documento dal titolo “La terra è di Dio”: una lettera scritta dall'allora abate di San Paolo Fuori le mura e padre conciliare dom Giovanni Franzoni, poi protagonista delle grandi battaglie civili nel nostro Paese. Era il 1973. Uscì in preparazione del Giubileo del 1975 indetto da Paolo VI. Per Franzoni dire la terra di Dio significava dire che la terra è di tutti.
Che i poveri non possono essere espropriati del loro giardino.
Risuonano quelle parole profetiche vedendo come è ridotta “la terra di Dio”; oggi questo racconto biblico trova corpo nelle storie di donne e uomini in cerca di un giardino perduto, violato, un giardino distrutto dalla guerra, inquinato dai rifiuti tossici. Un giardino rubato ai piccoli e divorato dalle multinazionali e dalle mafie. Ci sono perfino popoli che non hanno più nemmeno un giardino per seppellire i morti.
Ma, tornando alla Bibbia, soffermiamoci sul giardino dell'Eden del libro della Genesi. I capitoli 2-3 tra quelli più recenti del Primo Testamento, in cui è proiettata all'indietro nel tempo delle origini la storia di esilio e di ritorno verso la terra promessa che il popolo ha vissuto. Per questo è lo spazio della vita e della libertà, della relazione e dell'alterità, della creatività e dell'incontro. Del dono e della responsabilità. Per questo ha un senso pregnante nella tradizione sacerdotale del testo ci si riferisce al culto ma anche al servizio etico: il compito affidato agli umani è di servire la terra, costruire una società giusta, salvaguardare i diritti umani, salvaguardare il creato, promuovere la giustizia, coltivare la pace (Per la parte riguardante il Primo Testamento mi sono riferito alla riflessione della biblista Grazia Papola.)

Anche nel vangelo c'è un giardino ferito e germogliato. Gesù risorto si presenta come giardiniere, come colui che dice la cura di Dio.
Nella Via crucis del 1999 il poeta Mario Luzi mette queste parole in bocca al Cristo:
“Padre mi sono affezionato alla terra come non avrei creduto
È bella e terribile la terra
Mi sono affezionato alle sue strade, mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, le vigne e perfino i deserti...".
Un Cristo affezionato alla terra, una terra per cui sente profonda nostalgia, e che non vorrebbe più lasciare. Un Cristo, per dirlo con le parole di Bonhoeffer, “fedele alla terra".
Cristo appare come nuovo Adamo. Questo anche nella narrazione della passione morte e risurrezione.
Il simbolo del giardino torna insistente. È infatti un bosco-giardino l'oliveto del Getsemani, è un giardino quello che Gius d'Arimatea offre per seppellire il corpo di Gesù. Proprio in questo giardino Gesù appare alla Maddalena sotto l'aspetto del giardiniere “hortolanus” è signore del giardino.
La scena dell'incontro tra Gesù e la Maddalena evoca il Cantico dei cantici. Maria di Magdala riconosce il maestro dalla voce. Come l'amata del cantico riconosce il suo diletto che viene balzando sui monti, saltando sulle colline come un cerbiatto. Dopo il caos disgregatore della morte il giardino della risurrezione è l'immagine del cosmo finalmente ritrovato. Riconciliato.
Commuove che sui barconi di Lampedusa, tra i beni di prima necessità e i ricordi più struggenti, siano stati trovati molte Bibbie e molti Corani. Molti di questi migranti non ce l'hanno fatta e i loro libri hanno il valore di una consegna, di un testamento. Con qualche fiore tra le pagine, parole sottolineate, qualche nome scritto al margine della pagina. Storie sacre che continuano in nuovi esodi, nuovi diluvi, nei sogni spesso infranti di giardini attesi e desiderati.
Il giardino diventa lo spazio del desiderio. C'è, dentro questo desiderio, il gusto amaro dell'esilio.
L'esiliato sradicato dalla propria terra pensa la terra-giardino come uno spazio in cui il lutto viene rielaborato, dove dare ordine al proprio universo infranto. L'incanto del giardino non è più innocente, preservato dalla ferita. È un incanto abitato dalla consapevolezza che anche l'albero ferito germoglia, che la primavera viene dopo un rigido inverno e un letargo in cui anche la speranza sembrava tentata a non risvegliarsi.
La poetica del giardino è lo spazio per immaginare luoghi possibili, per progettarli. Nel giardino la differenza è una virtù, non una vergogna. Ma il giardino è uno spazio non solo mitico, immaginario.
È uno spazio reale, storico. Per cui la poetica del giardino non può sussistere senza la politica del giardino che è il passaggio dal mito alla storia. E dentro questo spazio della storia il mito rivela la sua forza generatrice.
Il giardino dell'Eden sta cronologicamente dietro l'esilio ma simbolicamente davanti. Cioè diventa la meta verso cui tendere. È l'utopia sempre da realizzare. In questo senso, prendendo a prestito una riflessione di Agamben, se l'Eden parla delle cose ultime noi facciamo l'esperienza delle cose penultime. Per cui è il cambiamento del penultimo che porta al ripensamento dell'ultimo. La storia è il teatro del penultimo.
In questo senso il giardino perfetto dialoga con il giardino possibile.

Mi piacerebbe ripensare la metafora del giardino come metafora dell'esperienza educativa.
La scuola deve custodire e coltivare. Deve essere uno spazio recintato, cioè salvaguardato, protetto ma non ostile. Non deve essere lo spazio della difesa ma della cura. Il giardino-scuola è dialogo costante tra natura e cultura, con la nostra natura di esseri umani e la possibilità di diventarlo. In questo mi sembra significativo evocare le parole del nostro concittadino veronese, il teologo Romano Guardini sul compito che abbiamo di diventare pienamente umani.
La scuola dovrebbe essere il luogo dell'incanto. Il luogo cioè dove coltivare un'utopia. Però la scuola è una esperienza davvero educativa se accetta di essere “violata” dalla trasgressione di coloro che educa.
L'albero della conoscenza che sta nel mezzo del giardino-scuola non può essere preservato. Deve prevedere la trasgressione. Deve prevedere la cacciata dall'Eden. Deve accompagnare nell'esilio.
Perché la scuola è un originario exit. Un'uscita.
Lo studente deve ritrovare il suo giardino dove la terra dell'incontro sia anche la terra della responsabilità. La poesia della Bibbia. I salmi che il popolo compone nascono quando le cetre sono attaccate agli alberi. La riappropriazione della terra non è la proprietà del latifondo avuta per antichi privilegi o in un sistema autoritario e violento, è la terra appesa a una promessa. Un giardino ri-trovato prevede questo viaggio di perdita di innocenza. I più bei canti i ragazzi li scrivono quando, dopo aver perduto la terra dell'incanto, la ritrovano attraverso la loro ricerca, e perfino attraverso il loro errore.
La dove errore sta anche per errare, viaggiare, cercare, ricominciare.
Il fare poetico che la scuola genera porta frutto, germoglia solo in un fare politico di chi da fruitore del giardino diventa finalmente costruttore o co-costruttore del giardino.
La Bibbia, come sappiamo, sappiamo è matrice di cultura: poesia, letteratura, arte, musica, architettura si sono abbeverate alla fonte ispiratrice della Bibbia. Bastano queste parole di Marc Chagall ne “Il messaggio biblico: "Fin da piccolo sono stato attratto dalla Bibbia. Mi è sembrata e mi sembra ancora, che sia stata la più grande fonte di poesia di tutti i tempi. Fin da allora ne ho cercato il riflesso nella vita e nell'arte.”
C'è un testo che mi è particolarmente caso e che vorrei evocare.
È il testo del gigante egoista di Oscar Wilde. La storia mette al centro della scena il giardino. Un giardino che per natura si offre come incanto e nutrimento. Ma nel momento in cui viene snaturato conosce una morte senza metamorfosi un rigidissimo e permanente inverno. I bambini riabitano il giardino attraverso una trasgressione. Un pertugio ricavato nel muro. Ancora una volta la trasgressione fa ripartire la storia. In fondo è un dialogo che mantiene in vita il giardino e i bambini.
I bambini nutrono il giardino e il giardino nutre i bambini.
È un altro modo di raccontare il dialogo tra natura e cultura.

Una scuola che chiude il suo sapere in un recinto diventa una scuola egoista. E siccome la scuola ha un sapere grande può avere anche un potere grande. Ma la scuola che non permette ai bambini di stare sui suoi alberi diventa un gigante egoista. Gli studenti devono poter salire sugli alberi della scuola e la scuola deve loro permetterglielo perché solo così la scuola fiorisce… come in un giardino. Concludo con una poesia che mette in scena alberi e bambini, ricerca e stupore, una poesia di Dylan Thomas:

"Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.
Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l’agile ascesa,
cacciare la testa al disopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.
Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l’uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.
Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo e la conclusione.
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi".


(FONTE: “La terra produca germogli, erbe e alberi da frutto” (Gen 1, 11a)
La Bibbia e il mondo vegetale - 4 dicembre 2018
c/o Liceo classico linguistico “Scipione Maffei” - Verona)

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