domenica 11 luglio 2021

"Nulla anteporre all'amore" L'ascesi nella "Regola di san Benedetto", di Cipriano Carini, osb


"Nulla anteporre all'amore"
L'ascesi nella "Regola di san Benedetto"


di Cipriano Carini, osb






Introduzione


Nella vita consacrata, monastica compresa, quando si parla di ascesi si intende l'organizzazione di una vita che, alle difficoltà e sofferenze normali, aggiunge volontariamente dei sacrifici e rifiuti di cose belle e buone, per poter essere più liberi per Dio e i fratelli e costruire forza e carattere per superare le prove, le tentazioni, le passioni insite nella nostra natura.

Nelle direttive della congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica (2 febbraio 1990), preparate per la formazione degli aspiranti alla vita religiosa, l'ascesi è vista come aspetto comune a tutti gli istituti, poiché "il cammino al seguito di Cristo conduce a condividere sempre più coscientemente e concretamente il mistero della sua passione, morte e risurrezione. Il mistero pasquale deve essere come il cuore dei programmi di formazione, in quanto sorgente di vita e di maturità. È su questo fondamento che si forma l'uomo nuovo, il religioso e l'apostolo. Questo ci porta a ricordare l'indispensabile necessità dell'ascesi … Vi è bisogno di testimoni del mistero pasquale di Cristo, la cui prima tappa passa obbligatoriamente attraverso la croce … Ascesi personale quotidiana che porti all'esercizio delle virtù di fede, di speranza, di carità, di prudenza, di giustizia, di fortezza e di temperanza … L'ascesi, d'altronde, che comporta un rifiuto di seguire i nostri impulsi e gli istinti spontanei, è un'esigenza antropologica prima di essere specificamente cristiana" (Potissimum institutioni 36-38; 80).




L'ascesi nella "Regola di san Benedetto"


La parola "ascesi" non compare nella Regola benedettina, ma è chiaro che tutto il testo legislativo è stato scritto per organizzare una vita ascetica.

San Benedetto, a confronto del monachesimo antecedente, non intende presentare una vita molto esigente; ripete diverse volte la sua scelta di "scrivere questa regola per procurare di avere in qualche modo una certa purezza di costumi e un inizio di vita monastica, mentre per chi ha fretta di raggiungere la perfezione della vita monastica, vi sono gli insegnamenti dei santi padri, la cui osservanza conduce alla vetta della perfezione, … di fronte a cui noi pigri, imperfetti e negligenti abbiamo di che arrossire di vergogna … Si tratta di una regola per principianti" (RB 73,2.7-8).

Si tratta certo di una regola, ma molto equilibrata, preparata "in modo che le anime si salvino e quello che i fratelli devono fare, lo facciano senza fondati motivi di mormorazione" (RB 41,5), con strutturazione della giornata, sia delle preghiere che del lavoro e della lectio divina (RB 48,1-2), "disposta con prudenza e giustizia" (RB 3,6).Una regola per la vita cristiana autentica e nulla più.

Si tratta di "istituire una scuola per il servizio del Signore. In essa speriamo di non stabilire nulla di rigido, nulla di gravoso. Ma se anche se vi si introdurrà qualche prescrizione un po' più severa, a motivo di un ragionevole equilibrio, al fine di correggere i vizi e di conservare la carità, tu non abbandonare" (RB, Prol. 45).

San Benedetto parla anche di un'officina che ha a sua disposizione tanti strumenti dell'arte spirituale, da adoperarsi giorno e notte, incessantemente (cf. RB 4), e se verranno "riconsegnati nel giorno del giudizio, riceveremo dal Signore quella ricompensa che egli stesso ha promesso" (RB 4,78-79).

La vita monastica è anche presentata come una milizia; è una vita propria di coloro che militano, combattono "sotto una regola e un abate" (RB 3,2); è una lotta quindi che si combatte dentro di noi e attorno a noi tra "lo zelo buono e lo zelo cattivo" (RB 72).

Le immagini della scuola, dell'officina, della milizia vogliono far comprendere che non si può mai cedere alla pigrizia, alla tiepidezza, alla negligenza; si rimane in attività di conversione per tutta la vita, con tutti i mezzi, con tutte le proprie energie. Impegno che non è tanto esteriore, un'organizzazione della vita, ma piuttosto interiore, di vita spirituale, di santificazione. Impegno da svolgersi quindi non solo all'inizio, nel tempo della formazione del noviziato, ma che ci mantiene "attenti in ogni istante … perché il Signore non ci trovi a un certo momento incamminati al male e divenuti infruttuosi" (RB 7,28-29); occorre "stabilità, conversione dei costumi e obbedienza" (RB 58,17) per tutti i giorni della vita: questa è la vita ascetica del monaco.

Più che di ascesi potremmo parlare di impegno di conversione continua, di lotta contro i vizi, di combattimento spirituale, di fatica nel dominio di sé, di osservanza della regola comune, di adesione al vangelo: impegno di vita cristiana autentica.

Vorrei considerare l'ascesi in san Benedetto legandomi alla vocazione come viene proposta da Gesù Cristo ai suoi apostoli, a tutti coloro che lo vogliono seguire:


1. Desiderio, passione per Dio ("se mi vuoi seguire")

2. per questo occorre lasciare tutto ("rinnega te stesso")

3. e vivere nella continua conversione, sotto una regola ("prendi la tua croce")




1. Desiderio, passione per Dio


Prima di esporre le diverse richieste concrete di vita regolare, le forme e strutture di ascesi proposte da san Benedetto nella sua Regola, vorrei che fosse chiaro che queste non sono presentate come scopo della vita, ma solo come mezzi e strumenti per liberarsi da possibili amori e attaccamenti a se stessi e alla terra e potersi così dedicare completamente e liberamente a Dio. Niente anteporre all'amore di Cristo! (RB 4,21 e 72,11). L'ascesi è quindi una questione di cuore, un aiuto a vivere l'amore. Si tratta di desiderio, di passione, di ricerca di Dio (cf. RB 58,7). Se non vi è questa spinta interiore, sia intellettuale che affettiva, l'organizzazione monastica diventa un mestiere, una professione che si esprime nella regolarità quotidiana, nelle celebrazioni liturgiche, nelle attività caritative, ma rimane senza spinta, senza anima. L'ascesi esteriore parte da una passione per Dio, è un problema di cuore!

La parola "cuore" è una parola chiave della regola benedettina: ricorre 31 volte. Già all'inizio del Prologo il santo legislatore invita il discepolo ad "aprire docile l'orecchio del cuore" (RB, Prol. 1), e la parola "cuore" va intesa in senso biblico, si rivolge cioè a tutto l'uomo, all'intera persona, alla coscienza del monaco; il cuore è la sede e la radice dell'anima (cf. Regola del maestro 8,7-11); poco più avanti, sempre nel Prologo, il santo patriarca inviterà a respingere lontano dallo sguardo del cuore il diavolo con le sue suggestioni (cf. RB, Prol. 28) poiché il servizio sotto la santa obbedienza ai divini comandamenti richiede la prontezza dei corpi e dei cuori (cf. RB, Prol. 40).

Tutta la vita monastica è presentata come "via della salvezza", ed è naturale che agli inizi, la via sia stretta e faticosa, ma poi, avanzando nel cammino di conversione e di fede, si corre con cuore dilatato e con ineffabile dolcezza di amore sulla via dei divini comandamenti" (RB, Prol. 48-49).

Del resto anche il cibo quotidiano della conversione consiste "nell'ascoltare, di tutto cuore, le sante letture" (RB 4,55) e la preghiera non è misurabile dalla quantità, ma dal "mettere in sintonia il nostro cuore con la nostra voce" (RB 19,7), poiché da Dio "non saremo esauditi per le nostre molte parole, ma per la purezza del nostro cuore e la compunzione fino alle lacrime" (RB 20,3). Davanti al Signore, se desideriamo pregare da soli, l'importante è lo stare "con lacrime e intenso fervore del cuore" (RB 52,4).

Certamente san Benedetto ha ripreso dagli "atti della milizia del cuore" ma vi porta tutto un suo sviluppo ed equilibrio, dove la spiritualità del cuore, non si ferma al mondo dei sentimenti, ma esige le opere che nascono spontanee dalla motivazione dell'amore che il monaco ha per Cristo. Scrive la sua Regola attingendo da altri scritti monastici occidentali ed orientali precedenti, non interessato al problema scientifico delle fonti, bensì a suscitare una teologia del cuore, cioè il desiderio della visione di Dio per amore. In monastero vi entra chi cerca, chi desidera Dio (cf. RB 58,7).

L'ascesi monastica che san Benedetto propone non vuole far uscire dal cristianesimo, ma piuttosto farlo vivere, per riprendere la coerenza e la radicalità di vita dei primi discepoli del Signore nostro. Il comandamento dell'amore rimane quindi la base dell'ascesi, sia nei riguardi della relazione con Dio (preghiere), che nel dominio di se stessi (digiuni, penitenze), che nelle relazioni verso gli altri (dono e servizio totale). Il lasciare è per amare.





2. Impegno a lasciare tutto



Seguendo il vangelo, per san Benedetto al primo posto dell'ascesi si deve mettere il rinnegamento di se stessi. Diceva Gesù agli apostoli: "Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24).

Per san Benedetto l'essenza della spiritualità benedettina si esprime nell'obbedienza: come rinnegamento di se stessi.

L'obbedienza è una virtù difficile da comprendere oggi; si è facili parlare di obbedienza ragionata, dialogata; si parla di corresponsabilità, di condivisione, di realizzazione della propria personalità, di pericolo di lesione della dignità personale. L'obbedienza benedettina è reale sottomissione al superiore nel nome della fede, su scelta libera, matura, piena di fede; pone in relazione con Dio per mezzo di chi lo rappresenta. È comunione, come quella del figlio Gesù Cristo verso il suo Padre celeste, con chi lo rappresenta. Disobbedire è uscire dalla comunione con Dio e idolatrare la propria volontà, il proprio egoismo. "Ci viene insegnato di non fare la nostra volontà" (RB 7,19-25; 35-43). "Come Cristo si è spogliato della sua ricchezza divina, il monaco deve spogliarsi della ricchezza della sua personalità, quindi di ogni indipendenza e sentire di sé, indipendenza e autonomia che sono appunto l'affermazione della personalità in senso egocentrico" (A. M. Canopi).

In qualche codice e commento della Regola i monaci sono chiamati semplicemente "gli obbedienti". L'esercizio dell'obbedienza è visto come una fatica laboriosa (cf. RB, Prol. 2) che si contrappone alla pigrizia della disobbedienza, ed è proprio di chi "rinunziando alla propria volontà, per servire Cristo Signore, il vero re, assume le fortissime e gloriose armi dell'obbedienza" (RB, Prol. 3), si tratta quindi di un impegno serio, quasi un servizio militare da compiere "sotto la santa obbedienza ai divini comandamenti" (RB, Prol. 40). Per san Benedetto se si devono fare delle distinzioni nell'amore dell'abate verso i monaci la sua compiacenza non va verso il più intelligente, equilibrato, dotato, ma verso "chi è migliore per l'ardore nelle buone opere e per l'obbedienza" (RB 2,17), così che deve "correggere con fermezza gli indisciplinati e i ribelli, ma esortare a progredire sempre più nel bene i discepoli che già si mostrano obbedienti, miti e pazienti" (RB 2,25).

L'obbedienza non è una teoria: occorrono i fatti. "Uomini di simile tempra interrompono dunque all'istante le loro occupazioni, si staccano dalla loro propria volontà. Subito pronti, le mani libere, lasciano incompiuto ciò che stavano facendo, e con un'obbedienza che mette ali ai piedi, seguono immediatamente la voce di chi comanda" (RB 5,7-8).

L'obbedienza è propria di coloro "che non vivono a loro arbitrio, non si lasciano dominare dalle loro voglie capricciose e istintive, ma piuttosto camminano lasciandosi guidare dall'altrui giudizio e comando" (RB 5,12), dalla parola di Dio, dagli scritti dei santi padri "preziosi aiuti e stimoli alla virtù per monaci ben impegnati e obbedienti" (RB 73,6).

La possiamo considerare, sempre collegandoci con la Regola, sotto vari aspetti:



1. Interiore

"Essa è propria di coloro che ritengono di non avere assolutamente nulla più caro di Cristo" (RB 5,2), e "si verifica in quelli che, spinti dall'amore, sentono l'urgenza di raggiungere la vita eterna" (RB 5,10). Amore di Cristo e desiderio della vita eterna! Impegno che prende "i nostri corpi e i nostri cuori" (RB, Prol. 40). Nel discernimento vocazionale una delle richieste di san Benedetto nei riguardi della possibile vocazione del postulante è di vedere "se si dedica con amore all'opera di Dio, all'obbedienza, e se sa accettare le umiliazioni" (RB 58,7); e nella formula della professione religiosa viene richiesto al novizio che davanti a tutti prometta "stabilità, conversione di vita e obbedienza" (RB 58,17), e anche se ci fossero sacerdoti che chiedono di far parte della comunità, anch'essi devono promettere di obbedire all'abate e alla Regola (cf. RB 62,11); tutti i monaci devono ubbidire, perfino "il priore del monastero se non starà quieto e obbediente in seno alla comunità, sia espulso dal monastero" (RB 65,21). Per san Benedetto "unicamente per questa via dell'obbedienza si va a Dio" (RB 71,2). L'obbedienza è rinnegamento di se stessi, per fede.

Addirittura se un fratello intelligente e dotato, con il suo lavoro produce economicamente per la comunità, non deve essere lasciato libero di esprimersi, ma richiedergli umilmente di rimanere alle dipendenze dell'abate, o anche fatto smettere di svolgere il suo mestiere se si dà all'autoindipendenza, alla superbia, alla disobbedienza alla regola e all'abate. "Se in monastero vi sono artigiani, esercitino il loro mestiere con grande umiltà, purché l'abate lo permetta. Ma se uno di loro si inorgoglisce per l'abilità del suo mestiere, credendo di arrecare qualche vantaggio al monastero, sia allontanato da tale mestiere e non vi sia più riammesso se non quando, divenuto umile, l'abate non glielo ordini di nuovo" (RB 57,1-3).

L'economia non è certo lo scopo del monaco, e nemmeno la realizzazione personale, e nemmeno la riuscita delle attività della comunità! Al monaco rimane solo il desiderio di Dio, della propria santificazione, come motivo di vita. E obbedienza con gioia; "infatti se il discepolo obbedisce malvolentieri e mormora non solo con la bocca ma anche semplicemente con il cuore, pur eseguendo l'ordine, non sarà più accetto a Dio" (RB 5,16-18).



2. Esteriore

Obbedienza senza esitazione, senza ritardo, senza svogliatezza o mormorazione, ma con i fatti. "Avviene perciò che, prendendo impulso dal timor di Dio, l'ordine dato dal maestro e la perfetta esecuzione del discepolo procedono insieme, rapidissimi, con una simultaneità sorprendente" (RB 5,9). "Sarà gradita a Dio e dolce agli uomini soltanto se l'ordine sarà eseguito senza esitazione, senza indolenza e tiepidezza, senza mormorazione o esplicito rifiuto" (RB 5,14).

Nella Vita di san Benedetto viene descritto un esempio di obbedienza perfetta: quella di san Mauro, che cammina sulle acque per salvare il confratello Placido, obbedendo a san Benedetto (cf. Gregorio Magno, Dialoghi II,7).



3. Alla regola

"Tutti dunque, e in tutto, seguano la Regola come loro maestra e nessuno abbia la temerarietà di allontanarsene. Nessuno in monastero segua le inclinazioni del proprio cuore" (RB 3,7), e questo riguarda anche l'abate che "deve fare tutto nel santo timore di Dio e nell'osservanza della Regola, conscio che di ogni decisione dovrà senza dubbio rendere conto a Dio, giustissimo giudice" (RB 7,10), anzi "soprattutto l'abate osservi integralmente questa Regola, in modo che, dopo aver reso buon servizio, possa sentirsi dire dal Signore le parole riguardanti il servo fedele che a tempo opportuno aveva distribuito il grano ai suoi compagni: in verità vi dico, lo mise a capo di tutti i suoi averi" (RB 64,20-22).

Per questo il santo legislatore esige che al novizio si legga e rilegga più volte la Regola: "Se egli promette di perseverare nella sua stabilità, dopo due mesi gli si legga questa Regola e gli si dica: 'Ecco la legge sotto la quale tu vuoi servire, se puoi osservarla entra, altrimenti sei libero di andare via' … Passati sei mesi gli si legga di nuovo la Regola, perché si renda ben consapevole del cammino che intraprende … Se ancora sta saldo nel suo proposito, trascorsi altri quattro mesi gli si rilegga la regola. Infine, se con matura e personale deliberazione egli promette di osservarla fedelmente e di sottomettersi in tutto all'obbedienza, lo si accolga in comunità … Sappia però che da questo momento non gli sarà più lecito uscire dal monastero né scuotere via da sé il giogo di quella Regola che, durante il prolungato periodo di riflessione egli poteva liberamente assumere o rifiutare" (RB 58,9-10.12.13.16). E in comunità "raccomandiamo che questa regola sia letta spesso, perché nessun fratello possa giustificarsi dicendo che non la conosceva" (RB 66,8).

Non si tratta di una regola molto esigente, a confronto del monachesimo antecedente, come già abbiamo accennato. San Benedetto lo attesta: "Abbiamo scritto questa regola perché, osservandola nei nostri monasteri, diamo prova di una certa serietà di costumi, o di avere almeno mosso i primi passi sulla via della conversione … per noi monaci rilassati, tiepidi e negligenti, tutto questo è motivo di rossore e confusione. Quindi, chiunque tu sia che ti affretti verso la patria celeste, metti in pratica, con l'aiuto di Cristo, questa piccola regola scritta per principianti, e così, sotto la protezione di Dio, giungerai certamente alle sublimi altezze" (RB 73,1.8-9).

Nonostante la richiesta di obbedienza completa e continua alla Regola, vi sono però anche le possibilità di eccezioni; così san Benedetto nel suo grande equilibrio ammette variazioni; per esempio dopo aver distribuito i salmi per le diverse ore del giorno, l'abate può variarne l'ordine (RB 18,22): "Se a qualcuno non dovesse piacere questa distribuzione dei salmi, ne disponga un'altra che crede migliore, purché faccia assolutamente in modo che ogni settimana si reciti l'intero salterio di 150 salmi".

Anche il necessario per la vita di ogni monaco non può essere uguale per tutti. "Sta scritto: si distribuiva a ciascuno secondo il bisogno. Con questo non diciamo che si facciano differenze di persone — non sia mai — ma che si tenga conto delle infermità" (RB 34,1-2); anche per gli indumenti precisa: "I monaci non facciano caso al colore e alla qualità di tutti questi indumenti, ma si contentino di quelli che si possono trovare nella regione dove abitano o che si possono acquistare a minor prezzo" (RB 55,6); anche la misura del cibo può variare secondo l'età o il lavoro che si esegue o anche le stagioni più o meno calde (cf. RB 39): "Ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo chi in un altro. Per questo abbiamo un certo scrupolo a stabilire la misura del vitto altrui" (RB 40,2) come pure del vino (cf. RB 40,3). Del resto san Benedetto si prende molta libertà nei riguardi delle regole precedenti, e con molto equilibrio è pronto a variare lui stesso perfino il tempo dell'opus Dei secondo le stagioni dell'anno (cf. RB 10: "Come celebrare la lode notturna nell'estate, con la brevità delle notti), o anche per eventuale ritardo della sveglia mattutina (cf. RB 11).



4. All'abate

"Nessuno sfrontatamente oppure fuori del monastero, abbia la presunzione di contestare con il suo abate" (RB 3,9). "L'abate, perché si sa per fede che fa le veci di Cristo, sia chiamato signore e abate, non perché egli lo pretenda, ma per onore e amore di Cristo" (RB 63,13; 2,2). "Appena un superiore ordina qualche cosa, come se fosse veramente comandato da Dio, (i fratelli) non possono sopportare alcun indugio nel compierla" (RB 5,4). "L'obbedienza che si presta ai superiori è offerta a Dio stesso, poiché egli dice: 'Chi ascolta voi, ascolta me'" (RB 5,15). "Il terzo grado di umiltà è questo: per amore di Dio sottomettersi in totale obbedienza al superiore, imitando il Signore di cui l'Apostolo dice: Si fece obbediente fino alla morte" (RB 7,34).

Sempre "per amore, contando unicamente sull'aiuto di Dio, obbedisca" (RB 7,35 e 68,5), anche se umanamente sembri impossibile eseguire l'ordine, secondo la logica e la misura del sano equilibrio, nel buon senso comune; ma l'abate dovrà rendere conto anche dell'obbedienza dei discepoli (RB 2,6). Anche quando la comunità si raduna per consigliare l'abate, "la decisione dipenda da lui, e in tutto ciò che avrà giudicato più opportuno, tutti obbediscano" (RB 3,5).

E se l'abate non ha buona condotta ? "Obbedire in tutto lo stesso, anche se — ma non sia mai — egli stesso agisse diversamente" (RB 4,61). Del resto i monaci sono coloro che "dimorando stabilmente nel cenobio, desiderano avere un abate cui obbedire" (RB 5,12). "D'altra parte l'abate non turbi il gregge che gli è affidato, né disponga qualcosa arbitrariamente, arrogandosi un potere quasi illimitato, ma pensi sempre che dovrà rendere conto a Dio di tutte le sue decisioni e azioni" (RB 63,2-3).



5. Ai fratelli

"L'obbedienza è un bene così grande che i fratelli devono sentire il bisogno non solo di offrirla all'abate, ma anche di scambiarsela tra di loro" (RB 71,1). Obbedienza che diventa attenzione specialmente verso alcune persone della comunità: i malati ("Prima di tutto e soprattutto ci si deve prendere cura dei fratelli malati, servendoli veramente come Cristo in persona": RB 36,1), i poveri (cf. RB 4,14) e i pellegrini ("Soprattutto verso i poveri e i pellegrini ci si prodighi in premurosa accoglienza, perché proprio in essi maggiormente si riceve Cristo": RB 53,15); gli ospiti ("Tutti gli ospiti che giungono al monastero siano accolti come Cristo, poiché un giorno egli ci dirà: 'Ero forestiero e mi avete ospitato'": RB 53,1); i fanciulli e gli anziani ("Ponendo attenzione alla loro debolezza, … usando verso di loro un'affettuosa condiscendenza": RB 37,2-3). E l'attenzione non si chiude al piccolo mondo del monastero, ma si apre a tutti: "Onorare tutti gli uomini" (RB 4,8), "a tutti si renda il dovuto onore, particolarmente ai fratelli nella fede e ai pellegrini"( RB 53,2). Per san Benedetto i fratelli "devono fare a gara nell'obbedirsi a vicenda" (RB 72,6), specialmente "i più giovani con somma carità e prontezza" (RB 71,4).

L'obbedienza si fonde con l'umiltà; obbedisce chi è umile; l'umiltà si esprime nell'obbedienza; non vi può essere obbedienza se non c'è umiltà. Del resto "il primo grado dell'umiltà è l'obbedienza immediata" (RB 5,1). Tutta la Regola la presenta come stile di vita del monaco; non per niente madre Anna Maria Canopi ha intitolato Mansuetudine il suo commento alla Regola. Si può dire che il riferimento all'umiltà, direttamente o indirettamente, l'abbiamo in tutti i capitoli della Regola.

Viene presentata come una scala che ci fa salire verso il cielo (cf. RB 7,6) per mezzo di dodici gradini:



1. timore di Dio;

2. rifiuto di aderire alla propria volontà e ai propri desideri;

3. sottomissione al superiore per amore di Dio;

4. obbedienza nelle difficoltà;

5. umile confessione dei cattivi pensieri e delle colpe commesse al proprio abate;

6. contentarsi di ogni cosa spregevole e infima;

7. ammettere di essere l'ultimo di tutti;

8. fare solo quello che raccomanda la regola comune e l'esempio degli anziani;

9. trattenere la lingua dal parlare;

10. non essere facile e pronto al ridere;

11. parlare pacatamente, senza ridere, umilmente, con gravità;

12. manifestare l'umiltà con l'atteggiamento del cuore e del corpo.



Un capitolo intero, il settimo (70 versetti) viene dedicato a questa virtù, iniziando con il grido di Gesù: "'Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato' (Lc 14,11); saliti tutti questi gradini il monaco giunge presto a quell'amore di Dio che, quando è perfetto, scaccia il timore. Grazie a questo amore, tutto ciò che il monaco prima osservava non senza trepidazione, comincerà a praticarlo senza alcuna fatica, quasi con naturalezza, ... non più per paura dell'inferno ma per amore di Cristo" (RB 7,67-70).

Parlare di umiltà oggi è difficile; la mentalità comune la deride, la considera una debolezza, come incapacità di affrontare la vita; la tendenza è al prestigio, al potere, alla violenza, alla riuscita propria a scapito degli altri. Mentre san Benedetto la ritiene una forza, il mondo la considera una debolezza.

Per san Benedetto dall'obbedienza e dall'umiltà nasce la possibilità del vivere insieme come cenobiti, in comunione di cuore. Nel capitolo secondo della sua regola, descrivendo le diverse specie di monaci allora noti (eremiti, sarabaiti, girovaghi, cenobiti), scrive la sua regola facendo la scelta della specie fortissima dei cenobiti (fortissimum genus coenobitorum), di quelli che "vivono in monastero militando sotto una regola e un abate" (RB 3,2), e per lui sono cenobiti non tanto quelli che mantengono ordine (la regola) nel vivere insieme, quanto piuttosto coloro che si impegnano a diventare un cuor solo e un'anima sola, come i primi cristiani (cf. At 2,42). Non siamo salvati dalla buona osservanza, ma dal cuore nuovo che vive l'amore.

Egli sa che la comunione perfetta è solo nella Trinità, sa che ogni giorno vi saranno nella comunità degli screzi, ma la raccomandazione alla comunione è continua: non dare la pace falsa (cf. RB 4,25), tornare in pace con chi si è in discordia (cf. RB 4,73); pace con tutti i fratelli e con tutti coloro che bussano alla porta del monastero (cf. RB 53,3.5).

L'obbedienza alla Regola, all'abate, ai fratelli mantiene in ordine il vivere insieme, esige l'umiltà e costruisce comunione dei cuori.



3. Prendi la tua croce: la disciplina regolare



Con questo titolo desidero proporre alcune richieste disciplinari che sono proprie del monachesimo; sono dei modi di vivere, degli strumenti da usare per stare in unione d'amore con Dio, rinnegando se stessi. Ne elenco solo alcuni, senza esporne a fondo il contenuto, la tradizione, i metodi usati nei vari monasteri e la loro storia. Occorrerebbe una trattazione a parte per ciascuno. E certamente sarebbe possibile allungare l'elenco, secondo le diverse sensibilità.



a. Silenzio

Il santo patriarca gli dedica un capitolo intero (c. 6), richiamandolo in modo particolare per il tempo dopo compieta, il così detto "grande silenzio" (c. 42); lo presenta pure nel capitolo 4, tra gli strumenti delle buone opere: "Non dire parole inutili che portano al ridere; non amare il ridere frequente e smodato" (RB 4,53-54); non consiste solo nel custodire la "lingua da parole cattive" (RB 4,51), nel trattenersi "dal troppo parlare" (RB 4,52), dal "dire parole inutili" (RB 4,53), sconvenienti, superflue, ma richiede anche il saper tacere di cose buone (RB 6,1).

Bisogna avere "amore del silenzio" (RB 6,2), "coltivare il silenzio" (RB 42,1), sapendo che "morte e vita sono in potere della lingua" (RB 6,5), e "il saggio si riconosce dalle poche parole" (RB 7,61). Tra le possibili richieste quaresimali, vi è anche quella di sottrarre un po' di loquacità alla vita normale (RB 49,7), come aggiunta al silenzio quotidiano.

Motivo? Permette sia di ascoltare la parola di Dio sia di poter avere comprensione dei fratelli: è lo stile di vita del monachesimo.



b. Vino, cibo, sonno

Non si tratta di lasciare tutto, bensì di non superare le misure: "Non essere dedito al vino, non gran mangiatore, non dormiglione" (RB 4,35-37).

Più che di quantità, richiede di stare agli orari: "Nessuno si permetta di prendere cibo o bevanda prima o dopo l'ora stabilita" (RB 43,18); attenzione particolare si deve avere durante il periodo della quaresima: "in questi giorni aggiungiamo qualcosa all'abituale dovere del nostro servizio: preghiere particolari, astinenza da cibi e bevande, in modo che ognuno offra spontaneamente a Dio, nella gioia dello Spirito santo, qualcosa in più della misura stabilita, sottragga cioè al suo corpo un po' di cibo, di bevanda, di sonno, di loquacità, di volgarità e nel gaudio di spirituale desiderio attenda la santa Pasqua" (RB 49,5-7). E tutto sia fatto nella gioia, nel gaudio spirituale, non per costrizione, nella tristezza. Un'ascesi moderata, ma continua, e sempre con il permesso e la benedizione del superiore.



c. Lavoro

Il famoso detto "ora et labora" non si trova letteralmente nella Regola, ma nello stesso tempo la richiesta della serietà del lavoro manuale quotidiano è espressa con molta serietà: "L'ozio è il nemico dell'anima; perciò i fratelli in ore ben determinate devono essere occupati nel lavoro manuale"(RB 48,1), e "se qualcuno fosse così negligente e pigro che non voglia o non possa meditare o leggere, gli si dia un lavoro da fare, perché non resti in ozio" (RB 48,23), sempre però con grande equilibrio ed attenzione alle singole persone: "Ai fratelli malati o di delicata costituzione si assegni un lavoro o un mestiere tale che non li lasci in ozio, ma neppure li opprima con un eccesso di fatica o l'induca a sfuggirlo; la loro debolezza deve essere tenuta presente dall'abate" (RB 48,24-25).



Per san Benedetto il lavoro era specialmente quello manuale; al giorno d'oggi in molti monasteri è intellettuale e pastorale. Si richiede però sempre molta serietà di impegno, di preparazione professionale, di servizio alla comunità, all'uomo.



d. Clausura

Per san Benedetto si intende la delimitazione degli ambienti entro i quali si svolge interamente la vita dei fratelli; è vista come salvaguardia della vita contemplativa, dell'unione con Dio, della preghiera; l'andare fuori "non è utile alle anime dei monaci" (RB 66,7); e se è necessario andare in viaggio, non è bene far conoscere quello che si è visto, poiché potrebbe fare del male ai fratelli (RB 67,4). Nello stesso tempo alcuni capitoli della Regola riguardano le uscite dal monastero: o per lavorare o per viaggiare (c. 50), e questo sia lontano che vicino al monastero (c. 51); era necessario quindi anche ai tempi del santo fondatore mandare fratelli in viaggio (c. 67); prima della partenza e al loro ritorno la comunità pregava insieme; questo rito comunitario indica quale eccezione doveva essere l'uscire dal monastero, e quanto ci si tenesse al vivere entro le mura, tra le quali ci dovevano essere tutti i mezzi della sussistenza: "l'acqua, il mulino, l'orto, i laboratori dei diversi mestieri" (RB 66,6).

Anche con gli ospiti le relazioni vengono tenute solo dai responsabili, degli altri "nessuno senza il permesso si trattenga o parli con loro, ma se (il monaco) li incontra o li vede, li saluti umilmente, e richiesta le benedizione, passi oltre, dicendo che non ha il permesso di parlare con gli ospiti" (RB 53,23-24).

Si tratta non solo del tagliare i rapporti con l'esterno, ma anche di evitare incontri inutili all'interno del monastero: "Un fratello non si intrattenga con un altro fratello nelle ore non permesse" (RB 48,21).

Oggi in Occidente la clausura maschile, a causa anche del sacerdozio di molti monaci, è piuttosto sfilacciata, mentre la clausura femminile è maggiormente curata. Al contrario in Oriente, dove la clausura è specialmente maschile (pensiamo al Monte Athos ed ai monasteri copti dell'Etiopia), mentre il monachesimo femminile è quasi inesistente.

Oggi quando trattiamo della clausura non possiamo fermarci a considerare le mura che racchiudono il monastero; certamente meritano una attenzione speciale tutti i mezzi di comunicazione sociale, dai quotidiani alle riviste, alla radio, alla televisione, ai telefoni, all'internet … ed occorre maggiore maturità delle persone per saper distinguere il necessario per vivere "incarnati" nel mondo, dal superfluo, dal secondario, dall'inutile per la vita del monaco.

La vita normale del monaco per san Benedetto si svolge tra i "recinti del monastero" (RB 4,78); per questo l'ufficio di portinaio (cf. RB 66) ha una grande importanza. Ma oggi i mezzi di comunicazione richiedono una clausura diversa dai tempi del patriarca d'Occidente; l'importante è avere persone che "cercano davvero Dio" e sono personalmente convinte della necessità di costituire un ambiente dove tutto serve a mantenere la relazione con Dio, togliendo le distrazioni che il mondo offre. Oggi più che di ambiente si tratta di scelte di tempi e di mezzi, poiché si può benissimo rimanere entro le mura del monastero e avere il mondo in camera. A ogni comunità una propria scelta, confidando nella maturità delle persone, nella verità della vocazione.



e. Povertà

È legata alla normalità della vita povera ed è vista come distacco assoluto dal denaro e dalle cose: abiti normali, pesanti o leggeri secondo le stagioni (cf. RB 55), calze, scarpe, filo, ago, stilo … a ciascuno il necessario, il superfluo da rigettare. Il capitolo 33 è molto chiaro: "Se i monaci possono avere qualcosa di proprio: soprattutto questo vizio deve essere estirpato fin dalle radici dal monastero; nessuno osi dare o ricevere qualcosa senza il permesso dell'abate, né possedere qualcosa di proprio, assolutamente nulla: né libro, né tavolette, né stilo, ma proprio nulla, come coloro che non possono disporre liberamente nemmeno del proprio corpo e della propria volontà … Tutto sia comune a tutti … e nessuno dica o pretenda qualche cosa come sua" (RB 33,1-8); addirittura l'abate deve "ispezionare l'arredamento dei letti perché non vi si nasconda qualcosa di proprietà privata" (RB 55,16), e per questo tutti devono ricevere "tutto ciò che è necessario" (RB 55,18). Anche le possibili vocazioni provenienti dalla ricchezza non possono avere delle particolarità: "Quanto ai loro beni, … [i parenti] promettano sotto giuramento che mai né loro né per interposta persona, né in alcun altro modo gli daranno un giorno qualcosa o gli offriranno la possibilità di averne" (RB 59,3.6).

I monaci, dove vivono, devono sapersi adattare alla povertà locale (RB 48,7), senza volersi distinguere dagli altri fedeli laici.

La povertà è ancora dipendenza volontaria nell'uso delle cose: "Tutto ciò di cui hanno bisogno devono aspettarselo dal padre del monastero" (RB 33,5); è una povertà d'obbedienza, di dipendenza; è lasciare la volontà propria (cf. RB 5,7) per essere solo di Dio. Il cuore del monaco non deve avere preoccupazioni economiche; nella comunità viene scelto un monaco che si occupa e preoccupa di questo al posto di tutti: il cellerario, l'economo. Questo per permettere agli altri la contemplazione di Dio.

La povertà si esprime anche nel "ristorare i poveri" (RB 4,14), nel prendersi cura degli infermi e dei poveri (cf. RB 31,9; 53,15). I monaci vivono del lavoro delle loro mani (allora sono veri monaci: cf. RB 48,8), e si preoccupano nello stesso tempo di aiutare i poveri, praticando la carità verso i bisognosi e considerando il lavoro come una nobile ed elevata forma di vita ascetica.



f. Vita comune

Significa prima di tutto una "buona osservanza" (RB, Prol. 29) della Regola, senza voler fare lo speciale. "Sia mantenuta in tutto e da tutti la disciplina" (RB 63,9). In monastero tutto deve essere organizzato con ordine e misura.

Richiede di stare all'orario comune che è una facilitazione al vivere, ma anche un sacrificio, specialmente ai nostri giorni; il vivere del mondo è giunto alla necessità di stabilire degli "stacchi" nel vivere ordinario, alla necessità delle ferie, in continuo pericolo di stress. Anche la vita comune ordinaria può generare pigrizia, mancanza di fantasia, adattamento alla routine, mentre la vita monastica esige di rimanere nell'entusiasmo, e la regolarità può nuocere.

Nella vita comune ci si deve accontentare di quello che passa il convento: abiti, cibi, uffici, attività, impegni, turni di servizio … senza richiedere e senza rifiutare; sicuri che l'abate penserà sia alle infermità che alle doti delle persone; si è in monastero perché innamorati di Cristo; tutto il resto è relativo; siamo dipendenti dalla vocazione che liberamente abbiamo accettato di seguire.

L'ordine del monastero, la pulizia sia della propria cella che dei vari ambienti va tenuta con attenzione; gli strumenti vanno usati e mantenuti come se fossero vasi dell'altare. In questo tutti devono sentirsi responsabili.

Ma vita comune significa prima di tutto comunione dei cuori. Questo richiede un certo rispetto reciproco, una fraternità molto attenta, dove "i giovani onorano i più anziani e gli anziani amano i più giovani e nello stesso chiamarsi per nome, nessuno si permette di chiamare l'altro col semplice suo nome" (RB 63,10). E poiché è normale nel vivere umano che nascano le "spine delle discordie" ecco che il superiore "dice alla fine delle lodi e dei vespri la preghiera del Signore, … cosicché i fratelli impegnati dalla risposta alla preghiera medesima nella quale dicono 'Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo…' si purificano da tali mancanze" (RB 13,12-13).

La vita comune per san Benedetto richiede di mantenere anche l'ordine gerarchico, che consiste nel mantenere "il proprio posto come viene determinato dal tempo d'ingresso o dal merito della persona" (RB 63); a differenza degli istituti posteriori che possono cambiare il posto a refettorio, in coro, a ricreazione.

Ordine nel tenere gli utensili del lavoro, ordine nella pulizia della casa, ordine nella cura della liturgia.

Questo fa la vita comune, nelle piccole cose quotidiane, con la responsabilità di tutti.



g. Codice penitenziale (capitoli 24-30 e 43-46)

Il primo pericolo da evitare e combattere è quello della disobbedienza alla Regola o all'abate. I difetti vanno corretti, sempre. Non è possibile lasciar correre un comportamento irregolare. Bisogna aiutare ognuno a camminare spiritualmente. Varie volte e per motivi diversi san Benedetto richiede che il monaco che sbaglia sia sottoposto alla disciplina regolare.

"Se un fratello si mostra ribelle, disobbediente, superbo o mormoratore, se si mostra sprezzante verso qualche disposizione della santa regola e gli ordini dei suoi anziani, sia ammonito in privato una prima e una seconda volta, come dice nostro Signore. Se non si corregge, lo si rimproveri pubblicamente davanti a tutti. Se nemmeno così decide di emendarsi, venga sottoposto alla pena della scomunica, purché egli sia in grado di comprenderne il significato e la gravità. Ma se è uno proprio incapace di capire, gli si applichi un castigo corporale" (RB 23).

Anche ai tempi di san Benedetto vi era chi non manteneva la Regola. Per questi monaci vi è un codice penitenziale che si esprime in varie punizioni, di cui la principale è la scomunica, il distogliere il monaco dalla vita in comune, dalle refezioni e dalla preghiera liturgica.

Lo sforzo del santo, specialmente per mezzo della scomunica, è quello di riportare il fratello all'ordine nella comunità; i provvedimenti disciplinari hanno lo scopo di riportare la carità, la fraternità, la pace nella comunità; il santo è convinto che ogni mancanza è una ferita della comunità. Il metodo della correzione si fonda sul vangelo (cf. Mt 18,15 ss.).

La punizione consiste, se il monaco lo capisce, nella privazione del bene della vita comune, sia togliendogli la partecipazione alla liturgia, sia alla mensa comune.

San Benedetto dedica otto capitoli (dal 23 al 30) a queste punizioni, con attenzione sia per le colpe leggere che per le colpe gravi; inoltre sta molto attento ai fratelli che fanno partito con gli scomunicati (c. 26), e si preoccupa anche della sollecitudine che deve avere l'abate per queste persone (c. 27), come pure dei monaci che usciti dal monastero chiedono di ritornare (c. 29), e dei minorenni (c. 30).

Può capitare che anche le varie ammonizioni e punizioni non ottengano il risultato sperato, allora: "Se un fratello più volte punito per una qualsiasi colpa e perfino scomunicato non si sarà emendato, gli sia inflitta una correzione più aspra, cioè si proceda contro di lui con la pena delle battiture. Se neanche così si correggerà o addirittura — non sia mai — montato in superbia, vorrà persino difendere il suo operato, allora l'abate faccia come un esperto medico: se ha applicato i calmanti…, gli unguenti delle esortazioni, i medicamenti delle divine Scritture, e da ultimo l'ustione della scomunica o delle lividure della verga, egli constaterà che il suo prodigarsi non è valso a nulla, adoperi per lui — ciò che conta di più — anche la preghiera sua e dei fratelli, affinché il Signore che tutto può, operi la guarigione del fratello infermo. Ma se neppure in questo modo guarirà, allora l'abate usi oramai il ferro per amputare, come dice l'Apostolo: 'Togliete il malvagio di mezzo a voi' e ancora: 'Se l'infedele se ne va, vada pure' perché una pecora infetta non contagi tutto il gregge'" (RB 28).

Alcuni capitoli poi (cc. 43-46) sono dedicati esclusivamente alle negligenze che ci possono essere nella vita comune: arrivare in ritardo (c. 43), sbagliare nell'oratorio (c. 45), o "compiendo un qualsiasi lavoro, in dispensa, nei vari servizi, al forno, nell'orto, nell'esercizio di qualche mestiere o in qualunque luogo [il monaco] commetterà una mancanza, o romperà un oggetto o lo perderà o in qualunque altro modo mancherà, e non si presenta subito all'abate e alla comunità per fare spontanea riparazione e a confessare la propria colpa, quando poi la cosa si venisse a sapere per mezzo di altri, egli sia sottoposto a una più severa punizione. Ma se si tratta di un peccato nascosto nel segreto della coscienza, lo manifesti solo all'abate o ai padri spirituali, che sappiano curare le proprie e le altrui ferite, non svelarle e renderle pubbliche" (RB 46).

È necessario quindi correggere, sia le piccole che le grandi mancanze, e anche se la misura può variare secondo le persone, non si può e non si deve permettere che le mancanze siano passate inosservate e diventino una abitudine, un modo di vivere del singolo o della comunità; occorre intervenire, correggere e anche punire.



h. "Opus Dei": rottura della giornata produttiva (capitoli 8-20)

Il monaco crede nella preghiera quale valore primario della propria vita, e ci si dedica per il proprio bene e per il bene di tutta l'umanità. "Deve soprattutto capire come, nonostante le esigenze dell'abbandono del mondo …, la sua consacrazione religiosa lo rende presente agli uomini e al mondo in modo più profondo nel cuore di Cristo (Lumen gentium 46). È monaco colui che è separato da tutti e unito a tutti (cf. Venite seorsum, Introduzione e nota 27). Unito a tutti perché unito a Cristo. Unito a tutti perché egli porta in cuore l'adorazione, il ringraziamento, la lode, le angosce e le sofferenze dei suoi contemporanei. Unito a tutti perché Dio lo chiama in un luogo dove rivela all'uomo i suoi segreti. Non soltanto presenti al mondo, ma anche al cuore della chiesa (cf. Potissimum institutioni 80).

Per questo san Benedetto non organizza la giornata per il reddito, per il lavoro, per l'autorealizzazione, per svolgere determinate attività, ma per stare con Dio; e poiché la debolezza e fragilità umana tende a condurci all'attenzione per noi stessi, per le cose che ci circondano, per le attività che svolgiamo dentro o fuori monastero, richiede che la giornata sia rotta tante volte (liturgia delle ore) per ricondurre il monaco al primato di Dio, al ricordo che sta cercando Dio.

Gli altri istituti, sia nella scelta vocazionale che nell'ordinamento della giornata, possono e devono fare discernimento delle persone secondo le capacità e le possibilità di esecuzione di determinati servizi nella chiesa e per l'umanità (educazione, cura degli ammalati, servizio dei poveri, eccetera).

L'ordine benedettino ha fatto e può fare di tutto, ma non è specializzato in niente, sia come comunità che come persone componenti la comunità. Situazione difficile da accettare se non si crede nel valore della preghiera, se non si ha passione per la ricerca di Dio come il tutto del proprio cuore, della propria vita, se non si ha vocazione monastica. Naturalmente in tutti rimane sempre la tendenza umana alla propria realizzazione, la tendenza a svolgere un servizio per l'uomo, ma questo viene messo alla dipendenza di una regola e di un abate. Il progetto non se lo fa il monaco, lo trova già fatto, e deve consegnarlo intatto a chi lo seguirà; il progetto è Dio; per questo alla frase "nulla anteporre all'amore di Cristo" (RB 4,21) corrisponde l'altra: "Niente anteporre all'opera di Dio" (RB 43,3), che per i novizi è basilare: "Si ponga ogni attenzione nell'osservare se il novizio … è pronto all'Ufficio divino" (RB 58,7).

E per la liturgia, per la preghiera occorre mettere tutta la cura di cui si è capaci, poiché "noi crediamo che Dio è presente ovunque e che in ogni luogo gli occhi del Signore scrutano i buoni e i malvagi, tuttavia dobbiamo credere questo, senza alcun dubbio, soprattutto quando partecipiamo all'Ufficio divino" (RB 19,1-2).



Conclusione


Per san Benedetto l'ascesi è motivata: cercare Dio; questo esige di saper lasciare tutto, e lo si esprime nell'obbedienza, organizzando una vita che aiuta a non distrarsi.

L'essenziale (passione per Dio, rinnegamento di se stessi) rimane invariabile, il secondario (struttura della vita monastica) può variare; la disciplina, le osservanze sono strumenti, aiuti per "non anteporre niente all'amore di Cristo"!

Cipriano Carini, osb



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Fonte: Regola (dimitalia.com)

martedì 6 luglio 2021

Preghiera di Santa Gertrude per le anime del Purgatorio

 

PREGHIERA DI SANTA GERTRUDE PER  LE ANIME DEL PURGATORIO


Santa Geltrude la Grande, Eisleben (Germania), ca. 1256 - Monastero di Helfta (Germania), 1302.
Gertrude, detta la grande, entrò nel monastero cistercense di Helfta. Donna di profonda cultura anche profana, alimentò la sua vita spirituale nella liturgia specialmente eucaristica, nella Scrittura e nei Padri. Ebbe un'elevata esperienza mistica, caratterizzata dal vivo senso della libertà dei figli di Dio e da una tenera devozione all'umanità di Cristo. Precorse il culto al Cuore di Gesù. (Mess. Rom.)


Preghiera di Santa Gertrude 
per la liberazione di mille anime dal Purgatorio

Nostro Signore disse a Santa Geltrude la Grande che la seguente preghiera libererebbe mille anime dal Purgatorio ogni volta che venga detta con amore.
La preghiera è stata poi estesa anche ai peccatori viventi.


Eterno Padre, 
io offro il Preziosissimo Sangue del Tuo Divin Figlio, Gesù, 
in unione con le Messe dette in tutto il mondo, oggi, 
per tutte le Anime sante del Purgatorio 
per i peccatori di ogni luogo, 
per i peccatori della Chiesa universale, 
quelli della mia casa e dentro la mia famiglia.
Amen.


lunedì 5 luglio 2021

Semplici pensieri sul Purgatorio e preghiere per le anime del Purgatorio


Semplici pensieri sul Purgatorio 
e preghiere per le anime del Purgatorio




Esistenza del purgatorio:
I fedeli pentiti dei loro peccati che muoiono nella carità di Dio, prima di aver fatto frutti degni di penitenza e soddisfatto la Giustizia di Dio per le loro colpe, vengono purificati con pene espiatorie nel Purgatorio. (Concilio di Firenze)
Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo. (CCC 1030)

Quanto si soffre in Purgatorio?
Ogni minima pena del Purgatorio è più grave della massima pena del mondo. Tanto differisce la pena del fuoco del Purgatorio dal nostro fuoco, quanto il nostro fuoco differisce da quello dipinto. (S. Tommaso)

Meglio il Purgatorio di qua che di là:
Il Signore dispone che tante anime facciano il loro Purgatorio in terra e fra noi, sia per istruzione dei vivi, sia a suffragio dei defunti. (S. Tommaso)

Quanti vanno in Paradiso subito dopo la morte?
Dopo la morte sono rare le anime che vanno direttamente in Paradiso; la moltitudine delle altre che muoiono in grazia di Dio debbono essere purificate dalle pene acerbissime del Purgatorio. (S. Roberto Bellarmino)

In Purgatorio c'é anche gioia?
Non credo che dopo la felicità dei Santi che godono nella gloria, vi sia una gioia simile a quella delle anime purganti. È certo che queste anime conciliano due cose in apparenza irriducibili: godono di una gioia somma e nello stesso tempo soffrono innumerevoli tormenti senza che le due cose così opposte si escludano e distruggano a vicenda. (S. Caterina da Genova)

Le anime del Purgatorio ci aiutano?
La mia vocazione religiosa e sacerdotale è una grazia immensa che attribuisco alla mia quotidiana preghiera per le anime del Purgatorio, che ancor bambino imparai da mia madre. (Beato Angelo D'Acri)
Quando voglio ottenere qualche grazia da Dio ricorro alle anime del Purgatorio e sento di essere esaudita per la loro intercessione. (S. Caterina da Bologna)
Per la strada, nei ritagli di tempo, prego sempre per le anime del Purgatorio. Queste sante anime con la loro intercessione mi hanno salvato da tanti pericoli dell'anima e del corpo. (S. Leonardo da Porto Maurizio)
Non ho mai chiesto grazie alle anime purganti senza essere esaudita, anzi, quelle che non ho potuto ottenere dagli spiriti celesti l'ho ottenuto per intercessione delle anime del Purgatorio. (S. Caterina da Genova)
Ogni giorno ascolto la S. Messa per le anime sante del Purgatorio: a questa pia consuetudine debbo tante grazie che continuamente ricevo per me e per i miei amici. (S. Contardo Ferrini)




I nostri suffragi

I mezzi principali con cui possiamo soccorrere e liberare le anime del Purgatorio sono:
1) - La preghiera e la elemosina.
2) - La S. Messa e la S. Comunione.
3) - Le indulgenze e le opere buone.
4) - L'atto eroico di carità.

Per quattro motivi dobbiamo meditare sul Purgatorio e pregare per le anime purganti.
1) - Le pene del Purgatorio sono più acerbe di tutte le pene di questa vita.
2) - Le pene del Purgatorio sono lunghissime.
3) - Le anime purganti non possono aiutarsi da sé, ma solo noi possiamo suffragarle.
4) - Le anime in Purgatorio sono moltissime, vi rimangono lunghissimamente, soffrono pene innumerevoli. (S. Roberto Bellarmino)

La devozione delle anime purganti è la migliore scuola di vita cristiana: ci spinge alle opere di misericordia, ci insegna la preghiera, ci fa ascoltare la S. Messa, abitua alla meditazione e alla penitenza, sprona a compiere buone opere ed a fare l'elemosina, fa evitare il peccato mortale e temere il peccato veniale, causa unica della permanenza delle anime del Purgatorio. (S. Leonardo da Porto Maurizio)

La preghiera per i defunti è più accetta a Dio di quella per i vivi perché i defunti ne hanno bisogno e non possono aiutarsi da sé, come possono invece fare i vivi. (S. Tommaso)

La Santa Messa per i defunti
Per i vostri defunti, per dimostrare ad essi il vostro amore, non offrite solo viole, ma soprattutto preghiere; non curate soltanto la pompa funebre, ma suffragateli con elemosine, indulgenze, ed opere di carità; non preoccupatevi solo per la costruzione di tombe sontuose, ma specialmente per la celebrazione del santo Sacrificio della Messa. Le manifestazioni esterne sono un sollievo per Voi, le opere spirituali sono un suffragio per essi, da essi tanto atteso e desiderato. (S. Giovanni Crisostomo)
È certo che nulla è più efficace per il suffragio e la liberazione delle anime dal fuoco del Purgatorio dell'offerta a Dio per esse del Sacrificio della Messa. (S. Roberto Bellarmino)
Durante la celebrazione della S. Messa quante anime vengono liberate dal Purgatorio! Quelle per cui si celebra non soffrono, accelerano la loro espiazione o volano subito in Cielo, perché la S. Messa, è la chiave che apre due porte: quella del Purgatorio per uscirne, quella del Paradiso per entrarvi per sempre. (S. Gerolamo)

Prega sempre la SS. Vergine per le anime del Purgatorio.
La Madonna attende la tua preghiera per portarla al trono di Dio e liberare subito le anime per cui tu preghi. (S. Leonardo da Porto Maurizio)

Ammonimento ai vivi
Con troppa facilità voi peccate e tornate ancora a peccare. Se provaste per un solo istante quante, quanto gravi, quanto lunghe pene dovrete soffrire in Purgatorio commettendo anche solo il peccato veniale, lo evitereste più della morte. Pregate per noi che espiamo le nostre colpe passate, evitate il peccato, ogni peccato, causa unica di queste inudite sofferenze. Predicate a tutti quanto siano gravi queste pene ove dovranno essere espiati i peccati che in vita gli uomini tanto facilmente commettono. (Cronache dei Minori)

***

Gesù Cristo apparve a S. Geltrude in punto di morte e le disse: «Coraggio e fiducia. Tra breve sarai in cielo. Ecco la moltitudine di anime da te liberate dal Purgatorio: ti vengono incontro con canti di esultanza per accompagnarti al premio eterno in Paradiso». (Vita di S. Geltrude)

Atto eroico di Carità
È noto dal Catechismo che per ogni opera cristiana compiuta in grazia di Dio si acquistano tre meriti:
1) - Un aumento di gloria per il Cielo.
2) - Un aumento di grazia per il presente.
3) - Una riduzione delle pene dovute alle colpe passate che debbono essere espiate in terra o nel Purgatorio. I primi due meriti non si può rinunciare, sono inalienabili; al terzo, invece, si può rinunciare e può essere applicato alle sante anime del Purgatorio: questo atto personale costituisce l'atto eroico di Carità che consiste nel «fare alla Maestà divina, a vantaggio delle anime del Purgatorio, l'offerta di tutte le proprie opere soddisfattorie durante la vita e di tutti i suffragi che ci possono venire applicati dopo la nostra morte». Questo atto eroico può essere fatto col cuore ed è valido, non occorre una formula esterna. È bene farlo dopo la S. Comunione. Quante anime possiamo liberare dalle terribili pene del Purgatorio con questo santissimo atto di carità!




MODO BREVE E FACILE PER SUFFRAGARE LE ANIME DEL PURGATORIO

La Serva di Dio Madre Maria Costanza Zauli ha sempre suffragato con grande pietà le Anime sante del Purgatorio.
Puoi pregare per una certa categoria di Anime sante del Purgatorio scegliendo dall'elenco a tuo piacimento e recitando per esse un eterno riposo, così ti ricorderai più facilmente di pregare per i Defunti, adempiendo a un dovere di carità e traendone tu stesso grandi benefici.

REQUIEM AETERNAM DONA EIS, DOMINE; ET LUX PERPETUA LUCEAT EIS. REQUIESCANT IN PACE. AMEN
ETERNO RIPOSO DONA LORO, O SIGNORE, E SPLENDA IN ESSE LA LUCE PERPETUA, RIPOSINO IN PACE. AMEN

1. Per le anime dei tuoi genitori e dei tuoi parenti
2. Per le anime che ti vollero bene, e tu le hai dimenticate
3. Per le anime che, abbandonate, aspettano soccorso dai parenti
4. Per quelle anime che in vita ti fecero del bene
5. Per le anime che attendono il tuo soccorso
6. Per le anime di questa casa, che penano in Purgatorio
7. Per le anime che sono piu' abbandonate
8. Per le anime che soffrono di piu'
9. Per l'anima di un tuo defunto piu' caro
10. Per quelle piu' lontane a finire il loro Purgatorio
11. Per le anime che furono piu' devote verso le anime del Purgatorio
12. Per le anime che fecero l'atto eroico di carita' per i Defunti
13. Per le anime che nominarono il nome di Dio invano
14. Per le anime che profanarono il nome di Dio e dei Santi
15. Per le anime che giurarono senza necessita'
16. Per le anime che ebbero poco zelo per l'onore di Dio
17. Per le anime che amarono poco Dio
18. Per le anime che peccarono con la speranza del perdono
19. Per le anime che disperarono della misericordia di Dio
20. Per le anime che ebbero poca fiducia nella Provvidenza
21. Per le anime che ebbero poca fede e vissero indifferenti
22. Per le anime che diedero ascolto alle superstizioni
23. Per le anime che non osservarono le promesse fatte a Dio
24. Per le anime che trascurarono il precetto della Messa festiva
25. Per le anime che ascoltarono la S. Messa con poca devozione
26. Per le anime che lavorarono nei giorni festivi
27. Per le anime che pregarono poco
28. Per le anime che pregarono volontariamente distratte
29. Per le anime che trascurarono la pratica dei Sacramenti
30. Per le anime che si confessarono senza preparazione e senza dolore
31. Per le anime che si comunicarono senza devozione
32. Per le anime che derisero cose e persone sacre e devote
33. Per le anime che differirono la conversione della loro vita
34. Per le anime che trascurarono le istruzioni e le funzioni religiose
35. Per le anime che si vergognarono di mostrarsi devote
36. Per le anime che ebbero poco rispetto per il Vicario di Gesu' Cristo
37. Per le anime che disobbedirono alla parola dei Sacerdoti
38. Per le anime che non osservarono le vigilie ed i digiuni comandati dalla Chiesa
39. Per le anime che nell'operare non ebbero retto fine
40. Per i Religiosi o le Religiose che trascurarono i propri doveri
41. Per le anime che non portarono rispetto ai genitori
42. Per le anime che non educarono bene i loro figli
43. Per le anime che recarono scandalo
44. Per le anime che furono facili a giudicare male il prossimo
45. Per le anime che desiderarono il male agli altri
46. Per le anime che non compatirono gli altrui difetti
47. Per le anime che alimentarono avversioni o antipatie
48. Per le anime che alimentarono sentimenti di vendetta
49. Per le anime che ricordarono troppo il male ricevuto
50. Per le anime che mancarono di sincerita'
51. Per le anime che recarono danno materiale al prossimo
52. Per le anime che rivelarono con leggerezza i difetti altrui
53. Per le anime che derisero gli altri per i loro difetti
54. Per le anime che disgustarono il prossimo con parole mordaci
55. Per le anime che portarono la discordia nelle famiglie
56. Per le anime che ti fecero del male
57. Per le anime che tardarono a perdonare gli offensori
58. Per le anime che ebbero poco rispetto e poca carita' per i poveri
59. Per le anime che pregarono poco per i loro defunti
60. Per le anime che trascurarono le opere di misericordia corporali
61. Per le anime che trascurarono le opere di misericordia spirituali
62. Per le anime che in qualche modo mancarono ai doveri di giustizia
63. Per le anime che furono vanitose e superbe
64. Per le anime che ambirono lodi, onori ecc.
65. Per le anime che furono avare
66. Per le anime che furono accidiose e pigre
67. Per le anime che invidiarono il bene altrui
68. Per le anime che furono impazienti
69. Per le anime che furono disobbedienti
70. Per le anime che furono intemperanti nel bere e nel mangiare
71. Per le anime che dissero parole oziose e vane
72. Per le anime che perdettero il tempo in cose inutili
73. Per le anime che andarono a divertimenti pericolosi e proibiti
74. Per le anime che furono poco mortificate nella vista
75. Per le anime che parteciparono a discorsi poco convenienti
76. Per le anime che alimentarono sentimenti di tristezza
77. Per quelle anime alle quali tu causasti dispiacere
78. Per le anime che offendesti con qualche scandalo
79. Per le anime che fecero poco conto della purezza spirituale
80. Per le anime che aumentarono pensieri ed affetti disordinati
81. Per le anime che dissero parole poco decenti
82. Per le anime che fecero discorsi disonesti
83. Per le anime che cantarono canzoni disoneste
84. Per le anime che fecero scherzi poco convenienti
85. Per le anime che lessero libri proibiti
86. Per le anime di coloro che muoiono in questo momento
87. Per le anime che furono piu' devote e piu' care a Maria SS.
88. Per le anime che curarono, fecero stampare e tennero appeso in casa loro questo quadro in suffragio dei Defunti
89. Per quelle anime non comprese in questo elenco
90. Per tutte le anime Sante del Purgatorio




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lunedì 28 giugno 2021

Preghiere per le anime più abbandonate del Purgatorio


PREGHIERE PER LE ANIME PIU' ABBANDONATE DEL PURGATORIO



La preghiera per le Anime del Purgatorio è un atto di amore e misericordia che possiamo offrire a coloro che sono ancora in attesa di entrare nel regno dei cieli. Spesso, però, ci dimentichiamo di pregare per le anime più abbandonate del purgatorio, quelle che non hanno nessuno che preghi per loro. 
Queste anime soffrono in modo particolare, senza il conforto delle preghiere dei vivi. Ma non dobbiamo dimenticarci di loro. 
Possiamo offrire la nostra preghiera e il nostro amore per queste anime, chiedendo l'intercessione di Maria SS., la madre di tutti i credenti. Maria è la madre della misericordia e può intercedere per le anime del purgatorio, specialmente per quelle più abbandonate.


Preghiera per le anime più abbandonate del Purgatorio:

O Maria, madre di misericordia, ti prego di intercedere per le Anime più abbandonate del Purgatorio. Queste Anime soffrono in modo particolare, senza il conforto delle preghiere dei vivi. Ti chiedo di portare il loro dolore al tuo divin Figlio, affinché possa concedere la grazia della liberazione e farle entrare nel regno dei cieli. Ti prego, Maria, di non abbandonare queste Anime e di mostrare la tua misericordia verso di loro. Amen.

(Recitare tre Salve Regina e tre Eterno Riposo)






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Invocazione alla Madonna del Perpetuo Soccorso

O Maria, abbi pietà delle Anime che attendono nella sofferenza la purificazione dalle loro colpe e non hanno alcuno sulla terra che pensi e preghi per loro. 
O buona Mamma di Gesù e Mamma nostra, ispira a molti cristiani caritatevoli il pensiero di pregare per loro, e cerca nel tuo Cuore materno i modi per sollevarli.
O Madre del Perpetuo Soccorso, abbi pietà delle Anime più abbandonate del Purgatorio. Misericordioso Gesù, dona loro il riposo eterno. Amen.
(Recitare tre Eterno Riposo, tre Ave Maria, tre Salve Regina)



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Alla Madre del Perpetuo Soccorso

O Maria, pietà di quelle povere Anime che, chiuse nelle prigioni tenebrose del luogo di espiazione, non hanno alcuno sulla terra che pensi a loro. 
Degnatevi, o buona Madre, abbassare su quelle abbandonate uno sguardo di pietà; ispirate a molti cristiani caritatevoli il pensiero di pregare per esse, e cercate nel Vostro Cuore di Madre i modi di venire pietosamente in loro aiuto. 
O Madre del Perpetuo Soccorso, abbiate pietà delle Anime più abbandonate del Purgatorio. Misericordioso Gesù, date loro il riposo eterno. 
(Tre Salve Regina)



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Preghiera a Gesù Salvatore

Gesù Salvatore, per la mortale agonia che patisti nell’Orto del Getsemani, per i dolori acerbissimi che soffristi durante la Flagellazione e la Coronazione di Spine, lungo la salita al Monte Calvario, durante la Tua Crocifissione e Morte, abbi pietà delle anime del Purgatorio e, in particolare, delle anime più dimenticate! 
Liberale dai loro tormenti, chiamale a Te e accoglile fra le Tue braccia in Paradiso!
Padre Nostro… Ave Maria… Requiem aeternam… Amen.



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Preghiera per le Anime abbandonate del Purgatorio.

Dolcissimo Signore Gesù, ti prego di esaudire, per i meriti della tua santissima vita, questa preghiera che ti rivolgo per i defunti di tutti i tempi e particolarmente per coloro per i quali nessuno prega mai.
Ti prego di supplire in tutto quello che queste anime hanno trascurato nell'esercizio delle tue lodi, del tuo amore, della tua riconoscenza, della preghiera, della virtù, di tutte le altre buone opere che esse avrebbero potuto compiere e che non hanno fatto o che hanno compiuto con troppe imperfezioni.
 Amen
(santa Gertrude)



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Invocazione alla Madonna per le Anime del Purgatorio e le più abbandonate

O Maria, Madre nostra e Vergine pietosissima, Tu che sei la gioia della Chiesa trionfante e l'aiuto della Chiesa militante, diventa anche il conforto della Chiesa purgante. 
Stendi dunque la tua destra pietosa verso tante anime che soffrono nel fuoco del Purgatorio e liberale, facendo sì che presto siano ammesse alla visione beatifica dei Cielo.

Ricordati, o Santa Vergine, di soccorrere specialmente le anime dei miei parenti e quelle che sono più abbandonate e bisognose di suffragi. 
O pietosissima Signora, versa su tutte loro la grazia purificante che esse hanno ottenuto per i meriti dei Sangue prezioso di Gesù Cristo affinché possano essere refrigerate nella gioia eterna.
E voi, anime benedette, che tanto potete presso Dio con le vostre preghiere, intercedete per noi e liberateci da tutti i pericoli dell'anima e dei corpo e proteggete le nostre famiglie, affinché a noi tutti sia concesso di essere ammessi all'eterna beatitudine. Così sia.



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Preghiera per le Anime abbandonate del Purgatorio

O Signore, 
che vi compiacete di concedere facilmente e volentieri il perdono e che amate la salvezza del peccatore, volgete uno sguardo di misericordia alle Anime più abbandonate del Purgatorio. 
Per i meriti di Gesù Cristo, che per noi s’immola in questo Santo Sacrificio, per la ineffabile materna bontà di Maria, per l’intercessione di S. Giuseppe, degli Angeli, dei Santi tutti del Cielo, fate che presto si allietino nella eterna gloria del Paradiso. Eterno riposo ...



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Preghiera a Nostra Signora del Suffragio

Vergine Santissima del Suffragio, Tu che sei la Consolatrice degli afflitti e la Madre universale dei credenti, volgi uno sguardo pietoso alle Anime del Purgatorio che sono anch'esse figlie tue e bisognose di pietà, soprattutto alle Anime più abbandonate.
Intercedi, Vergine santissima, presso il trono della Divina Misericordia tutta la potenza della tua mediazione ed offri in espiazione dei loro peccati la vita, la Passione e la morte del tuo Figlio divino, insieme ai meriti tuoi e a quelli di tutti i Santi del Cielo e dei giusti della terra. Amen.




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Coroncina alle cinque piaghe per le anime abbandonate

Meditando sulle cinque piaghe di nostro Signore Gesù Cristo Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen

O Dio, vieni a salvarmi Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre

Mio Redentore, adoro profondamente la piaga della tua Mano destra e ti ringrazio per il dolore che in essa volesti soffrire per la nostra salvezza. In questa piaga racchiudo le anime del purgatorio abbandonate da tutti e particolarmente da coloro che utilizzano per loro fini egoistici il denaro da esse lasciato e che avrebbe dovuto essere impiegato in opere di carità o comunque in suffragi per loro sollievo. Dio Eterno, redentore e Padri delle nostre anime, ti prego di consolare con la tua infinita clemenza quelle povere anime afflitte.

Padre nostro
Ave Maria
L’eterno riposo

Mio caro Gesù, adoro profondamente la piaga della tua mano sinistra e ti ringrazio per il dolore che in essa sopportasti per la nostra salvezza. In questa piaga racchiudo le anime dei genitori abbandonati nel purgatorio dai loro figli ingrati. Abbi compassione, eterna Sapienza increata, del dolore che soffrono queste anime infelici nel vedersi abbandonate proprio da coloro che hanno amato e cresciuto.

Padre nostro
Ave Maria
L’eterno riposo

Mio Salvatore, adoro profondamente la piaga del tuo costato che fu prodotta dalla lancia di un soldato dopo la tua morte. In essa racchiudo le anime dei poveri del inondo, a qualsiasi nazionalità appartengano. Al tuo cuore squarciato affido le anime di coloro che sono vissuti nella fame e tra gli stenti e forse neppure ora hanno qualcuno che si occupi di loro e le aiuti.

Padre nostro
Ave Maria
L’eterno riposo

Eterno Figlio fatto uomo per la mia liberazione, adoro profondamente la piaga del tuo piede destro e ti ringrazio del dolore in essa sopportato per donarmi il paradiso. In questa piaga racchiudo le anime dei bambini vittime dell’aborto o comunque della violenza accoglili tra le tue braccia amorevoli e perdona anche i loro genitori e quelli che hanno perpetuato i delitti mostruosi contro gli innocenti perché come i tuoi carnefici Gesù, non sapevano valutare l’enormità del peccato che stavano commettendo. Ricorda, Padre misericordioso, che sono anch’essi tuoi figli amati.

Padre nostro
Ave Maria
L’eterno riposo

Eterno Figlio, fatto uomo per donarci la vita, adoro profondamente la piaga del tuo piede sinistro e ti un grazio del tormento in essa sofferto per renderci felici In questa piaga racchiudo le anime di coloro che hanno operato per la rovina delle famiglie, e quelle dei giovani che hanno impostato la loro vita nelle frivole/ve senza preoccuparsi dei valori sacri che la tua legge ci propone. Gesù mio, se avessero conosciuto te avrebbero potuto comprendere le meraviglie dell’amore vero e la dolcezza della tua vicinanza, ma forse nessuno ha parlato loro della felicità e della pace che solo il tuo amore sa dare. Abbi misericordia, Gesù, Dio-Amore, supplisci alle loro mancanze con il tuo amore purissimo e lavale con il tuo Sangue prezioso, affinché siano presto purificate e possano giungere a saziarsi della gioia senza fine.

Padre nostro
Ave Maria
L’eterno riposo
De profundis


Preghiamo:
Signore Gesù, per avvalorare maggiormente le nostre deboli suppliche, ti preghiamo umilmente di offrire tu stesso all’Eterno Padre il terribile dolore prodotto dalle piaghe dei piedi, delle mani e del costato, insieme col Sangue preziosissimo, con l’agonia e con la tua morte. Preghiamo anche te, addolorata Vergine Maria, di presentare al Padre insieme alla dolorosa passione del tuo luglio tanto amato, i sospiri, le lacrime e tutte le sofferenze che hai sofferto per le sue pene, affinché, per i meriti del vostro dolore e del vostro amore, le anime che si trovano tra le fiamme del purgatorio siano liberate e possano giungere in cielo per cantare in eterno la divina misericordia. Amen.



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NOVENA ED INVOCAZIONI PER LE ANIME DEL PURGATORIO.

Novena per le Anime del Purgatorio.
(dal 24 Ottobre all’ 1 Novembre).

San Giovanni, nell'Apocalisse, domanda all'Angelo che gli fa da guida: "Chi sono queste creature biancovestite? Da dove arrivano?" (Ap. 7,13). E l'Angelo rispose: "Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione,, (Ap. 7,14)
Che significa: "Vengono dalla terra e sono saliti quassù in cielo, ma hanno dovuto passare prima attraverso la grande tribolazione delle sofferenze della vita". "E hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il Sangue dell'Agnello". Vale a dire hanno lavato la loro veste dell'anima da ogni macchia di peccato e l'hanno resa bianchissima mediante il Sangue di Gesù: mediante la Confessione (dolce esperienza di perdono e di gioia, e la Comunione stupenda esperienza di Cielo).

1. O Gesù Redentore, per il sacrificio che hai fatto di Te stesso sulla croce e che rinnovi quotidianamente sui nostri altari, per tutte le Sante Messe che si sono celebrate e che si celebreranno in tutto il mondo, esaudisci la nostra preghiera in questa novena, donando alle anime dei nostri morti l'eterno riposo, facendo risplendere su di loro un raggio della tua divina bellezza! - L'eterno riposo...

2. O Gesù Redentore, per i grandi meriti degli Apostoli, dei martiri, dei confessori, delle vergini e di tutti i Santi del Paradiso, sciogli dalle loro pene le anime dei nostri defunti che gemono nel Purgatorio, come sciogliesti la Maddalena ed il ladro pentito. Perdona i loro falli e schiudi ad esse le porte della tua celeste Reggia che tanto desiderano. - L'eterno riposo...

3. O Gesù Redentore, per i grandi meriti di San Giuseppe e per quelli di Maria, Madre dei sofferenti e degli afflitti, fa' scendere la tua infinita misericordia sulle povere anime abbandonate del Purgatorio. Sono anch'esse prezzo del tuo Sangue e opera delle tue mani. Dona loro un completo perdono e conducile nelle amenità della tua gloria che da tanto sospirano. - L'eterno riposo...

4. O Gesù Redentore, per i molteplici dolori della tua agonia, passione e morte, abbi pietà di tutti i nostri poveri morti che piangono e gemono nel Purgatorio. Applica loro il frutto di tante tue pene e conducili al possesso di quella gloria che in Cielo hai loro preparata. - L'eterno riposo...
Invocazione alla Madonna.


O Maria, Madre nostra e Vergine pietosissima, Tu che sei la gioia della Chiesa trionfante e l'aiuto della Chiesa militante, diventa anche il conforto della Chiesa purgante. Stendi dunque la tua destra pietosa verso tante anime che soffrono nel fuoco del Purgatorio e liberale, facendo sì che presto siano ammesse alla visione beatifica del Cielo.
Ricordati, o Santa Vergine, di soccorrere specialmente le anime dei miei parenti e quelle che sono più abbandonate e bisognose di suffragi. O pietosissima Signora, versa su tutte loro la grazia purificante che esse hanno ottenuto per i meriti del Sangue prezioso di Gesù Cristo affinché possano essere refrigerate nella gioia eterna.
E voi, anime benedette, che tanto potete presso Dio con le vostre preghiere, intercedete per noi e liberateci da tutti i pericoli dell'anima e del corpo e proteggete le nostre famiglie, affinché a noi tutti sia concesso di essere ammessi all'eterna beatitudine. Così sia.


Invocazioni per le Anime del Purgatorio.

Eterno Iddio, Padre, Figlio e Spirito Santo, abbi pietà delle Anime purganti Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, redentore amatissimo, abbi pietà delle Anime purganti Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per la tua potenza, assolvi quelle Anime Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per la tua clemenza, salva le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per la tua bontà, libera le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per la tua innocenza, purifica le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per la tua umiltà, innalza a Te le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio , per la tua ubbidienza, solleva le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per la tua carità, infiamma le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per la tua umanità, non abbandonare le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per le tue lacrime, consola le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per le tue piaghe, sana le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per il tuo Sangue prezioso, lava le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per il mistero della tua incarnazione, abbi compassione delle Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per il mistero della tua vita laboriosa, dona il riposo alle Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per il mistero della tua passione e morte perdona alle Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per il mistero del tuo Cuore divino, aiuta le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per la verginità di Maria Santissima, libera le Anime dei Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per la divina Maternità di Maria, libera le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per gli stenti e la povertà di Maria, libera le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per l'amore che Ti portò Maria Santissima, libera le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per le preghiere di tutti i Santi, libera le Anime del Purgatorio Te ne supplichiamo, ascoltaci
Gesù mio, per tutte le opere buone che sono state fatte e si faranno nel mondo, libera le Anime del Purgatorio



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PREGHIERA PER LIBERARE ANIME DAL PURGATORIO





TI ADORO O CROCE SANTA

Ti adoro, o Croce Santa,
che fosti ornata del Cor­po Sacratissimo del mio Signore,
coperta e tinta del suo Preziosissimo Sangue.
Ti adoro, mio Dio,
posto in croce per me.
Ti adoro, o Croce Santa,
per amore di Colui che è il mio Signore. Amen
.

(Recitata 33 volte il Venerdì Santo, libera 33 Anime del Purgatorio.
Recitata 50 volte ogni venerdì, ne libera 5. 
Venne confermata dai Papi Adriano VI, Gregorio XIII e Paolo VI).
 


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Preghiera di Santa Gertrude per liberare 1000 anime del Purgatorio

Eterno Padre, io offro il Preziosissimo Sangue del Tuo Divin Figlio, Gesù, in unione con le Messe dette in tutto il mondo, oggi, per tutte le Anime sante del Purgatorio per i peccatori di ogni luogo, per i peccatori della Chiesa universale, quelli della mia casa e dentro la mia famiglia.
Amen

(Nostro Signore disse a Santa Geltrude la Grande che la seguente preghiera libererebbe mille anime dal Purgatorio ogni volta che venga detta con amore.
La preghiera è stata poi estesa anche ai peccatori viventi.)

















lunedì 7 giugno 2021

“Beati i miti, perché erediteranno la terra” ( Mt 5,5), Lectio divina di S.E. Mons. Angelo Spina

 

“Beati i miti, perché erediteranno la terra” ( Mt 5,5)

Lectio divina di S.E. Mons. Angelo Spina 




“Beati i miti, perché erediteranno la terra” ( Mt 5,5)
“Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. [28] Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. [29] Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. [30] Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.(Matteo 11,27-29).

Nel discorso della montagna Gesù dice: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Ma chi sono i miti a cui Gesù si riferisce? La parola greca “praesis” viene tradotta in italiano con due termini: i miti e i mansueti; in lingua francese: i dolci; alcuni traducono “coloro che non fanno alcuna” violenza”, “senza potere.
Ognuna di queste traduzioni mette in luce una componente vera, ma parziale della beatitudine. Bisogna tenerle insieme e non isolarne nessuna, per avere una idea della ricchezza originaria del termine evangelico.
Gesù proclama: “Beati i miti”, e, in un altro passo dello stesso vangelo di Matteo, esclama: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”(Mt 11,29).
Da queste due espressioni deduciamo che le beatitudini non sono solo un bel programma etico che il Maestro traccia a tavolino, per coloro che lo seguono, ma sono il ritratto di Gesù. E’ lui il povero, il mite. Il puro di cuore, il perseguitato per la giustizia.
Questo ci offre l’occasione di mettere in luce le due diverse interpretazioni di fondo delle beatitudini evangeliche che sono state date nel corso della storia: l’interpretazione morale e l’interpretazione cristologica. Secondo l’interpretazione morale, con le beatitudini, Gesù traccia per i suoi discepoli un ideale di perfezione che trascende la legge, Le esigenze che esse pongono possono parere a volte impraticabili, per questo non sono date come “precetti”, come “comandamenti”, ma appunto come “beatitudini”. Non indicano ciò che dobbiamo fare, ma ciò che non riusciamo a fare da soli. Sarebbero come uno specchio che mette in evidenza il peccato dell’uomo. Per cui il discepolo di Gesù di fronte alle beatitudini si rende conto che non può praticarle con le sole sue forze senza la fiducia nella grazia di Cristo.
La chiave di lettura cristologica delle beatitudini ci dà fondamentalmente l’autoritratto di Gesù, ci dice chi è Gesù.
L’interpretazione cristologica e quella morale non vanno contrapposte l’una all’altra, ma vanno tenute unite, cioè considerare il Cristo come dono da ricevere mediante la fede, e, nello stesso tempo, come modello da imitare mediante le opere.
E’ la persona e la vita di Cristo che fanno delle beatitudini e dell’intero discorso della montagna qualcosa di più che una splendida utopia etica.
Se le beatitudini sono l’autoritratto di Gesù, ci chiediamo. Come Gesù ha vissuto la beatitudine della mitezza?
L’evangelista Matteo applica a Gesù le prole dette dal Servo di Dio in Isaia: “Non discuterà, né griderà, non spezzerà la canna incrinata e non spegnerà il lucignolo fumigante” (cf Mt 12,20). Il suo ingresso in Gerusalemme cavalcando un’asina è visto come esempio di re “mite” che rifugge da ogni idea di violenza e di guerra. La prova massima della mitezza di Cristo si ha nella sua passione. Nessun moto di ira, nessuna minaccia: “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta” (1Pt 2,23). Questo tratto delle persona di Cristo era così vivo nella memoria dei discepoli che S. Paolo scriveva ai Corinti: “Vi esorto per la mitezza e la benignità di Cristo” ( 2Cor 10,1). Ma Gesù ha fatto ben più che darci un esempio di mitezza e di pazienza eroica; ha fatto della mitezza e della non violenza il segno della vera grandezza. Questa non consisterà più nell’elevarsi solitari sugli altri, sulla massa, ma nell’abbassarsi per servire ed elevare gli altri. Sulla croce, dice s. Agostino, egli rivela che la vera vittoria non consiste nel fare vittime, ma nel farsi vittima. Leggiamo nel vangelo di Luca che un giorno, due discepoli di Gesù, Giacomo e Giovanni, non erano stati ricevuti in un certo villaggio di samaritani e dissero a Gesù: “Signore, vuoi che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”, ma Gesù si voltò e li rimproverò.
Ora cerchiamo di vedere come fare della beatitudine dei miti una luce per la nostra vita cristiana. C’è un applicazione pastorale della beatitudine dei miti che inizia già con la Prima Lettera di Pietro. Essa riguarda il dialogo con il mondo esterno: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con mitezza e rispetto”. (1Pt 3,15-16).
Già nell’antichità c’erano due tipi di apologetica: Tertulliano (Adversus Judeos, contro i giudei) e Giustino (Dialogo con Trifone), uno mirava a vincere, l’altro a convincere. L’enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI è l’esempio luminoso di una via rispettosa e costruttiva dei valori cristiani che dà ragione della speranza cristiana “con mitezza e rispetto). Il martire S. Ignazio di Antiochia suggeriva ai cristiani del suo tempo, nei confronti del mondo esterno, questo atteggiamento sempre attuale: “Davanti alla loro ira, siate miti; di fronte alla loro boria, siate umili”. Il santo per eccellenza della mitezza e della dolcezza, san Francesco di Sales, soleva dire: “Siate più dolci che potete e ricordatevi che si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto”.
Dobbiamo imparare da Gesù, anche se qualcuno potrebbe obiettare: ma Gesù non si è mostrato sempre mite! Dice , per esempio, di non opporsi al malvagio, e “ a chi ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt 5,39). Quando però una delle guardie percosse lui sulla guancia, durante il processo davanti al Sinedrio, non è scritto che porse l’altra guancia, che con calma rispose: “Se ho parlato male, dimostrami dove è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23). Questo significa che nel discorso della montagna, non tutto va preso meccanicamente alla lettera. Nel caso del porgere l’altra guancia, per esempio, l’importante non è il gesto di porgere l’altra guancia (che a volte può apparire perfino provocatorio), ma di non rispondere alla violenza con altra violenza, di vincere l’ira con la calma. IN questo senso, la sua risposta alla guardia è l’esempio di una mitezza divina.
Un altro dubbio va chiarito. Nello stesso discorso della montagna Gesù dice: “Chi dice al fratello stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt5,22). Ora più volte nel vangelo Gesù si rivolge agli scribi e ai farisei chiamandoli “ipocriti, stolti e ciechi” (cf Mt 23,17); rimprovera i discepoli chiama doli “sciocchi, stolti e tardi di cuore” (Lc 24,25). Anche qui la spiegazione è semplice. Bisogna distinguere tra l’ingiuria e la correzione. Gesù condanna le parole dette con rabbia e con l’intenzione di offendere il fratello, non quelle che mirano a fare prendere coscienza del proprio errore e a correggere. Un padre che dice al figlio: sei un indisciplinato, un disobbediente, non intende offenderlo, ma correggerlo. Quello che decide è se chi parla lo fa per amore o per odio.
Siamo giunti così al terreno proprio della beatitudine dei miti, il cuore. Gesù dice: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. La vera mitezza si decide lì. E’ dal cuore, dice, che provengono omicidi, cattiverie, calunnie (Mc 7,21-22), come dai ribollimenti interni del vulcano fuoriescono lava, cenere e lapilli infuocati. Le più grandi esplosioni di violenza, guerre e liti cominciano segretamente dalle “passioni che si agitano dentro il cuore dell’uomo” (cf Gc 4,1-2). Come esiste un adulterio del cuore, così esiste anche un omicidio del cuore: “Chiunque odia il proprio fratello è omicida” (1Gv 3,15). Non c’è solo violenza delle mani, c’è anche quella dei pensieri. Dentro di noi, se ci facciamo caso, si svolgono quasi in continuazione “processi a porte chiuse”.
Le beatitudini sono l’autoritratto di Gesù. Egli le ha vissute tutte in sommo grado; ma – e qui sta la buona notizia- non le ha vissute solo per sé, ma anche per tutti noi. Nei confronti delle beatitudini, non siamo chiamati solo all’imitazione, ma anche all’appropriazione. Nella fede possiamo attingere alla mitezza di Cristo, come dalla sua purezza di cuore e ogni altra virtù. Possiamo pregare per avere la mitezza, come s. Agostino pregava per avere la castità: “O Dio, tu mi comandi di essere mite; dammi ciò che mi comandi e comandami ciò che vuoi”.
“Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza” (Col 3,12), scriveva l’apostolo Paolo ai colossesi. La mansuetudine e la mitezza sono come un vestito che Cristo ci ha meritato e di cui, nella fede, possiamo ricoprirci. “Gesù mite e umile di cuore, rendi il nostro cuore simile al tuo”.


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Fonte: Lectio divina del vescovo in cattedrale: “Beati i miti, perché erediteranno la terra” - Diocesi di Sulmona-Valva (diocesisulmona-valva.it)


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