domenica 21 novembre 2021

La Presentazione della Vergine Maria al Tempio

 


La Presentazione della Vergine Maria al Tempio

a cura di Yaryna Moroz Sarno 

 

La miniatura del Menologio di Basilio II del X secolo (Vat gr. 1613, fol. 198), 
Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano.
  
 
“Ti onoro come agnella immacolata;
ti annuncio come la piena di grazia,
ti mostro come la Sposa di Dio scelta fra tutte le generazioni.
Io esalto te, che tra poco accoglierai il Tempio del cielo,
ti conduco nel Tempio del Signore come un purissimo tesoro;
inneggio a te come la Nuova Alleanza nella quale Cristo, indicato come Messia”

(San Tarasio, Omelia sulla Presentazione di Maria al Tempio).


   La Presentazione della Vergine al Tempio (in gr. Εἴσοδος τῆς ῾Υπεραγίας Θεοτόκου ἐν τῷ Ναῷ), una delle dodici grandi feste dell'anno liturgico del rito bizantino, è verosimilmente d'origine gerosolimitana. Questo evento non è stato menzionato nei Vangeli canonici, ma è noto dall'apocrifo greco della seconda metà del II secolo Protovangelo di Giacomo (cap. 7: 2-3)  e nel  vangelo apocrifo latino dello Pseudo-Matteo (IX secolo), che riflettono la tradizione orale. 
   La sua ricorrenza corrisponde al giorno della consacrazione solenne della basilica di Santa Maria Nuova (Nea Theotokos) a Gerusalemme, che avvenne il 21 novembre del 543. Si ritiene che la prima chiesa in onore di questa festa sia stata costruita in Palestina nel IV secolo dall'imperatrice Elena. Ci sono le informazioni che la chiesa è stata edificata dal patriarca di Gerusalemme Elia (494-516) e portata a compimento con il sostegno dell'imperatore bizantino Giustiniano I (527-565). La festa si trasformò in memoria locale e si diffuse in tutta la Chiesa Orientale e si stabilì a Costantinopoli nei secoli VII e VIII. I riferimenti alla festa li troviamo negli scritti di San Gregorio di Nissa. La festa è stata ricordata nelle omelie di Andrea di Creta (ca 660 - 740), dei patriarchi di Costantinopoli Germano (715 - 733) e Tarasio (784-806), del metropolita di Nicomedia Giorgio (IX secolo), che compose anche il canone del Mattutino della festa. Al patriarca Germano di Costantinopoli sono attribuiti le due omelie (PG, vol. 98, coll. 292-309, 309-320) che potrebbero indicare la celebrazione della festa in questo tempo. Nel Vangelo del Sinai dell'VIII secolo, donato al monastero del Sinai dall'imperatore Teodosio III (715-717), la festa della Presentazione è stata menzionata tra le dodici grandi feste. Questa festa era inclusa nel calendario greco del IX secolo. Il Canone del Sinai del IX secolo ricorda la festa intitolata: "La Beata Vergine, che fu condotta al tempio di Dio quando aveva tre anni". Gli Uffici per questa festa furono conclusi da Gregorio di Nicomedia (IX secolo), Basilio Pagariot e Sergio.
   Nella Minea (il libro liturgico con le letture composte secondo i mesi dell’anno liturgico) della festa troviamo le lodi alla Vergine di Leone Magistro, teologo bizantino del IX secolo: “Oggi viene condotta nel Tempio l'Immacolata Vergine per divenire la dimora del Dio dell'universo e nutrice di tutta la nostra vita. Oggi il purissimo santuario viene introdotto nel Santo dei Santi come una giovenca di tre anni. Gridiamole con l'angelo: “Ave, o sola benedetta tra le donne”.
   Il patriarca di Costantinopoli Tarasio nella sua omelia esclamava: “Noi popolo di Dio, noi, che festeggiamo la Presentazione della Vergine al Tempio, con animo puro, labbra incontaminate e a più voci, eleviamo in questa sacra celebrazione melodici inni, venerando, come è naturale, questa splendida festa che è la prima di tutte le solennità, gloriosa per gli angeli e degna di essere annunziata dagli uomini” (Tarasio, Omelia sulla Presentazione, PG 98, 1491). Teofilatto di Ochrida (m. dopo 1092) nella sua omelie sulla Presentazione scrisse: “Che noi stessi possiamo così trasformarci in oggetto della festività affinché, come anime verginali e purificate da tutte le iniquità (in questo consiste la vera verginità indicata dalla divina Parola) e verso gli uomini, siamo resi degni di entrare nel più perfetto Santo dei santi, “nel quale Cristo è entrato come precursore per noi” (Eb 6, 20) (PG 126, 144).
   L'iconografia ed innografia della festa si basa sul racconto del Protovangelo di Giacomo (VII, 1 - VIII, 1) e del Vangelo dello Pseudo-Matteo. I Santi genitori Gioacchino ed Anna a lungo aspettando la prole fecero il voto di offrire la loro figlioletta Maria al Signore, e a tre anni la condussero nel Tempio del Signore, accompagnata da sette fanciulle salmeggianti con le lampade. Secondo la spiegazione del metropolita di Tessalonica e famoso teologo esicasta bizantino Gregorio Palama (m. 1359), “Il compimento della promessa fatta da Dio a Gioacchino e Anna, ambedue sterili, che avrebbero generato una bambina nella loro vecchiaia, come se fossero ancora in giovane età”.


Il mosaico del monastero di Dafni, XI secolo

  Il sommo sacerdote Zaccaria introdusse la Vergine nel Santo dei Santi, esclamando: “O fanciulla immacolata, vergine incontaminata, bellissima bambina, ornamento delle donne, splendore delle figlie, santa Vergine. Madre, tu sei la benedetta fra le donne, osannata per la tua innocenza, contrassegnata dalla verginità”. Come si canta nell'inno di Giuseppe l'Innografo (816-886): “Le fanciulle con le lampade accese camminano davanti a te, che sei destinata ad accogliere dentro di te la luce che procede da luce, e in coro ti conducono nel Tempio risplendente di Dio”.
   Il patriarca di Costantinopoli Germano spiegò il simbolismo dei tre anni in quelli della Santa Vergine quando è stata condotta al tempio: “Il numero tre è eccelso assai onorato e causa per chiunque di ogni certezza e poiché uno della Trinità santissima e superiore ad ogni principio si adattava al contenuto nel seno di questa fanciulla vergine e madre, mediante la compiacenza del Padre, di propria volontà e attraverso l'adombramento del santissimo Spirito; era quindi conveniente che anche questa fosse consacrata nel modo più splendente, essendo stata glorificata dalla gloria di questo numero: in grazia del quale ella è condotta al tempio all'età di tre anni”.
 
  
 La miniatura del Salterio di Kyiv del 1397

     
   Il patriarca di Costantinopoli Tarasio chiariva: “Ma che cosa faceva la Vergine trascorrendo la sua vita chiusa nel Santo dei santi? Essa riceveva dall'angelo il cibo degli angeli e osservava integra la sua verginità simile ad una colomba immacolata, rendendo grazie a Colui che aveva edificato il Tempio, il cielo e la terra” (Tarasio, Omelia sulla Presentazione, PG 98, 1491). Pietro di Argo commentava: “Lo straordinario soggiorno nel santuario è simbolo dell'unione invisibile del Verbo col Tempio del corpo che assunse da lei, animata da anima intelligente e razionale: unione che assumendola divinizzò la nostra natura. Il suo incomprensibile soggiorno nel Tempio è simbolo dell'assai più incomprensibile soggiorno, misterioso e inenarrabile, del Signore su questa terra” (Pietro di Argo, Omelia per la Presentazione della Madre di Dio, 15).
   Leone Magistro (IX secolo) scrisse: “Il vegliardo Zaccaria, padre del Precursore Giovanni Battista, si rallegra ed esclama con giubilo: “L'attesa degli afflitti è venuta per essere offerta, come santa nel tempio santo, ad abitazione del Re dell'universo”. Zaccaria era lieto che “è stato giudicato degno di accogliere la Madre di Dio”. Secondo il commento del patriarca di Costantinopoli Tarasio, “Il sacerdote, come profeta di Dio e come colui che officiando nel Santo dei Santi era partecipe di Dio, vedendo la bellezza dello sguardo della Vergine, il decoro del volto, riservatezza nel parlare, la nobiltà dell'anima, l'irreprensibile condotta di vita, l'incedere della persona, la compostezza dei costumi, la dignità dell'aspetto esteriore, ispirato dallo Spirito Santo” (Tarasio, Omelia sulla Presentazione di Maria al Tempio, PG 98, 1491).
   Il patriarca Tarasio (784-806) nell'Omelia sulla Presentazione di Maria al Tempio scrisse: “è tutta santa colei che in modo ineffabile ha concepito Colui che solo è santo. Inoltre, se Dio comandò ad Abramo di offrire una giovenca di tre anni e una carpa di tre anni per la purificazione delle anime, perché la Vergine, predestinata dalla creazione del mondo e scelta fra tutte le generazioni quale immacolata dimora, offerta dall'Onnipotente nel tempio santo, non dovrebbe essere ritenuta degna di onore, pura, incontaminata e perfetta oblazione per la salvezza del genere umano?”  La Vergine Maria stessa rappresenta “il Santo dei Santi, l'immacolato talamo del Verbo, la fiorita verga verginale, l'arca della santificazione, monte santo, il tabernacolo capace di accogliere Dio, l'infuocato carro di Dio, la colomba incontaminata, la grandissima dimora del Verbo, la nube illuminata da Dio, la regina discendente dal seme di Davide” (Tarasio di Costantinopoli, Omelia sulla Presentazione di Maria al Tempio, PG 98, 1481).
 
 
 Il frammento dell'icona ucraina del XIV - XV secolo, 
villaggio di Stanylia, Museo Nazionale a Leopoli
    
    L'iconografia della festa è stata formata nei cicli iconografici della vita della Vergine Maria. I primi esempi con trama della Presentazione della Vergine Maria apparsi nella pittura monumentale dei cicli della vita della Madonna sono conosciuti dal IX secolo. La scena della Presentazione esiste negli affreschi della cattedrale di Santa Sofia di Kyiv (1037). 
    Nell'iconografia orientale della festa vengono presentati la Vergine Maria con i suoi santi genitori accompagnati dal corteo delle vergini (la particolarità dell'iconografia bizantina). Nell’arte del periodo della dinastia dei Comneni (1080-1185) la processione delle vergini segue i genitori, mentre durante il rinascimento dei Paleologhi (1260-1453) le vergini si rappresentavano di solito prima dei Santi Gioacchino ed Anna. 
    Lo schema iconografico è corrisponde alle parole di Giuseppe l'Innografo (816-886) "Le fanciulle con le lampade accese camminano davanti a te, che sei destinata ad accogliere dentro di te la luce che procede da luce, e in coro ti conducono nel Tempio risplendente di Dio". O  come è scritto nell'omelia del patriarca Germano: “La saggia Anna, adeguandosi al passo, e con lei il dolcissimo marito insieme alle fanciulle portatrici di fiaccole accompagnano colei che è nata da loro, raggiungono il Tempio, e quindi si aprono le porte spirituali di Dio l'Emmanuele, e la soglia è santificata dalle orme di Maria”. “Il Tempio è illuminato dalle fiaccole, ma ancora di più esso risplende di luce abbagliante per l'arrivo di una sola fiaccola: il suo splendore è ancora più abbellito dall'ingresso di questa”. Leone Magistro (IX secolo) scrisse: "Oggi vienne condotta nel Tempio l'Immacolata Vergine per divenire la dimora del Dio dell'universo e nutritore di tutta la nostra vita. Oggi il purissimo santuario viene benevolenza e l'annuncio della salvezza degli uomini, nel Tempio di Dio la Vergine si mostra apertamente e a tutti preannunzia il Cristo".  
    La scena centrale che raffigura la piccola Maria sullo sfondo dell’architettura del tempio di Gerusalemme spesso presenta l’angelo che porta cibo alla Vergine Maria, in riferimento al testo del Vangelo Pseudo Matteo.
   

L'icona del XVI secolo, villaggio Trushevyci, 
Museo  a Peremyshl
  

Il Maestro Fedusko, l'icona 1570 ca, villaggio Nakonecne,
Museo Nazionale di Leopoli


L'icona ucraina del XVI secolo, Skole, Museo Nazionale di Leopoli 

 

Il frammento dell'icona ucraina della metà del XVI secolo, Stara Skvariava 


L'icona del XVII secolo, villaggio Bilyci, regione Staryj Sambir


L'icona ucraina del XVII secolo con la scena della Presentazione della Vergine Maria al Tempio 
con San Giovanni Evangelista e San Demetrio, Museo Nazionale a Leopoli 

 L'icona dell'iconostasi della chiesa di Santa Parasceva a Leopoli, XVII secolo 

Frammento dell'iconostasi del XVII secolo 


L'icona del XVII secolo, la collezione "Studion"

  
 L'icona dall'iconostasi barocca della chiesa di Sant'Andrea a Kyiv

 L'icona dell'iconostasi della prima metà del XVIII secolo, 
Museo Nazionale dell'Arte Ucraina 


L'icona dell'iconostasi del XVIII secolo 
del villaggio Velyki Sorochynci


La scena della Presentazione della Vergine Maria al Tempio nella chiesa di San Cirillo di Alessandria a Kyiv, gli affreschi del XII secolo rinnovati nel XIX secolo con la pittura a olio 



Le immagini sono tratti da siti: 

venerdì 12 novembre 2021

L'aspetto formativo della carità: sapienza ed esperienza nell'esercizio della carità evangelica, Franco Giulio Brambilla


L'aspetto formativo della carità: sapienza ed esperienza nell'esercizio della carità evangelica

Franco Giulio Brambilla




La riflessione che intendo svolgere si inserisce nel quadro degli in­terventi di questo convegno sulla spiritualità di don Luigi Monza dal titolo: “La carità missione per la società”. Dopo la riflessione biblica sulle figure della missione nel Nuovo Testamento, e dopo la riflessione teologica che ha disegnato il discorso della carità non tanto come un momento applica­tivo, che può lasciarsi alle spalle il riferimento alla fede cristiana, il mio in­tervento si riferisce all’aspetto formativo della carità. Il titolo suggerisce la prospettiva: Sapienza ed esperienza nell’esercizio della carità evan­gelica.

Per questa riflessione mi é parso suggestivo farmi guidare dal ca­novaccio della parabola, che nell’immaginario cristiano é il racconto per eccellenza della missione della carità per ogni uomo la parabola del Buon Samaritano. Ho trovato in essa come una mappa per un percorso for­mativo della carità e per i temi e le attenzioni essenziali che bisogna avere. Svolgerò tre premesse e tre conclusioni attorno a sette punti, che rappre­sentano in qualche modo il tracciato della carità, missione per la società. Li indico con un’espressione della para­bola, che ci aiuta a sognare e presentare con linguaggio narrativo il filo delle nostre riflessioni

TRE PREMESSE (NON PROPRIO SCONTATE) PER UNA PARABOLA

Anzitutto tre premesse, o se volete una sola premessa con tre sottolineature, per disegnare le coordinate del nostro cammino: a chi é rivolta la parabola, come e perché é raccontata. Queste tre sottolineature ci consen­tono di osservare subito ciò che é in gioco nel discorso e nella pratica della carità, qual é il suo orizzonte e il suo respiro.

1. A chi è rivolta

La parabola é suscitata dalla domanda fatta a Gesù da uno scriba: Maestro, “che cosa devo fare per ave­re la vita eterna?” E’ la domanda che sorge dentro ogni uomo, quando si pone dinanzi al senso del proprio esiste­re nel mondo: che cosa devo fare per avere la vita, la vita in pienezza? La carità di cui si parla non é un atteggia­mento periferico, un optional, non é qualcosa che facciamo dopo le normali attività e le scelte che servono a vi­vere, come un di più per chi ha tempo e voglia, ma porta ad esprimere il bisogno fondamentale che sta racchiuso nel cuore dell’uomo: quello di raggiungere la vita eterna, la vita in pienezza, quella che non può essere solo un possesso di pochi, ma che ha l’orizzonte della vita come tale. Per questo la parabola é rivolta ad ogni uomo!

2. Come è narrata

Gesù non risponde alla domanda del maestro della Legge, ma lo rinvia alla sua conoscenza della volontà di Dio, manifestata nel suo comandamento. Lo scriba risponde citando i comandamenti nella formula molto bella del Deuteronomio, dove il comandamento é messo in luce nella sua intensità personalistica: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e ama il tuo pros­simo come te stesso”. Il comandamento di Dio non è un ostacolo alla libertà e alla vita, ma suscita la risposta di fede e la coscienza morale. Raggiungere la vita in pienezza è fare il bene, lasciando che sia Dio a determinare in modo ultimo il senso delle nostre relazioni, personali e sociali. Senza la coscienza che la carità c’entra con il no­stro rapporto con Dio e con gli altri essa è destinata ad essere un surplus per il tempo libero e per gli specialisti della carità, ma non diventa una determinazione del comandamento di Dio e della verità profonda del nostro es­sere. Bisogna dirlo francamente: la carità è una forma del comandamento di Dio e della vita autentica dell’uomo. Riportata a questa sua dimensione fondamentale essa non si aggiunge né alla coscienza morale, né all’impegno di ogni giorno. Essa ne è semplicemente il senso e la meta: “Fa’ questo e vivrai!”.

3. Perché è raccontata

Allora perché è raccontata la parabola, se la carità alla fine non dice altro che il senso del comandamento di Dio e la verità dell’uomo? Luca dice che il maestro della legge per giustificare la sua domanda nè pone un’altra: “Ma chi è il mio prossimo?”. Probabilmente la domanda dello scriba, di questo uomo saggio, ha un doppio signi­ficato: essa avanza una scusa e manifesta una buona intenzione. La scusa riguarda la possibilità di identificare il prossimo: chi è il mio prossimo, come devo aiutarlo, qual è lo stile di una carità illuminata, posso io aiutare questo e non quello? – sono le mille domande con le quali a volte camuffiamo una decisione radicale. La buona intenzio­ne è quella di chi manifesta la sua disponibilità, di chi dice: “Se c’è qualcosa da “fare io ci sono”, della generosità proclamata, ma che fa fatica a diventare atteggiamento stabile e illuminato. Per questo Gesù narra la parabola, per strutturare il nostro desiderio, per rendere stabili e illuminate le nostre intenzioni, per dare competenza alle no­stre iniziative, per aiutarci a non essere dei pressappochisti della carità. La carità riguarda la vita di ogni uomo, la pienezza di vita nostra e altrui: la carità non è un pronto soccorso, ma è segno e stimolo di un percorso, che poi ognuno dovrà fare personalmente. Ma più radicalmente Gesù narra la parabola per dare al comandamento di Dio la sua dimensione storica e pratica. Gesù narra se stesso come parabola, perché nessuno possa dire: io non sa­pevo, io non ho visto. Il comandamento di Dio può apparirci ancora una legge esterna, la storia di Gesù lo preci­sa in una figura personale, perché non ci resti alcuna scappatoia. Per questo la grande tradizione vede nella para­bola del Buon Samaritano la figura di Gesù, che scende da Gerusalemme a Gerico per fasciare le ferite di ogni uomo che viene nel mondo. La Pasqua di Gesù – questo sarà il nostro punto di arrivo – è la figura concreta del comandamento di Dio. Prendiamo dunque il largo con la nostra riflessione, che vuole essere insieme esperienziale e sapienziale.

UN UOMO SCENDEVA...

IL DESTINATARIO: DAL BISOGNO AL BISOGNOSO

La parabola mette subito in chiaro che il destinatario della carità è ogni uomo che viene nel mondo: Un uomo scendeva...: si racconta qui l’eterna vicenda dell’uomo e della donna che camminano in questo mondo: l’uomo, ogni uomo è potenzialmente il destinatario della nostra azione e del nostro intervento. Anche nell’altra famosa parabola sulla carità – quella del giudizio finale di Mt 25 – alla domanda degli eletti (e rispettivamente dei reprobi): “Quando mai ti abbiamo visto affamato, assetato, ammalato, ecc.”, il Re risponde: “Ogni volta che...”.Ogni uomo è portatore di un bisogno, ogni uomo è il destinatario della nostra missione, perché più radi­calmente ogni uomo è un bisognoso. La questione del destinatario della parabola, l’identità del prossimo pone subito una prima questione pratico –formativa che potremmo formulare così: si tratta di rispondere ai bisogni anti­chi e nuovi in modo tale che ognuno si riconosca bisognoso. Ma qui si nasconde anche un’insidia: quella di stru­mentalizzare il bisogno per altri scopi (e di lasciarci strumentalizzare come stazione di servizio per i bisogni).

In una società come la nostra che è una società di bisogni, tutte le agenzie della carità o del volontariato (da quelle più strutturate e complesse a quelle più elastiche e tempestive) rispondono ad una precisa attesa sociale. Che vi siano associazioni, organizzazioni, strutture che rispondono ai bisogni che via via si presentano nella nostra società può essere molto funzionale alle aspettative sociali odierne. Lo Stato si cura del potere e quando va bene fa da arbitro tra gli interessi dei singoli e dei gruppi e demanda alle associazioni di volontariato di rispondere ai bi­sogni di coloro che sono penalizzati dal conflitto sociale, e favorisce persino forme di solidarietà, che però diffi­cilmente incidono sul progetto etico della società civile e politica. Questa valorizzazione di tutte le forme della ca­rità/solidarietà fa corpo anche con la coscienza diffusa dei cittadini, che affiancano a comportamenti a volte assai competitivi e concorrenziali nella vita di ogni giorno l’esigenza di un impegno immediato per venire in soccorso al bisogno che si affaccia sempre di bel nuovo. Per questo oggi il tema del volontariato e della carità ha un forte ap­prezzamento nella coscienza media della gente.

Occorre però stare attenti almeno su due fronti: il primo fronte è quello propriamente sociale, perché la ge­nerosità dei cittadini nel campo del volontariato non conviva con la mancanza di coscienza etica nell’ambito dei rapporti civili: una forte presenza di generosità deve prima o poi incidere sui meccanismi sociali per una società più giusta. Il secondo fronte riguarda propriamente i cristiani: essi devono rispondere in modo competente ai bi­sogni, ma non devono né strumentalizzare i bisogni, nè lasciarsi strumentalizzare perché siano semplicemente for­nitori di servizi a buon prezzo e di buon cuore. Occorre che su questo punto i cristiani mostrino una vigilanza par­ticolare. Il servizio della carità – qualunque esso sia, dal più semplice e immediato al più strutturato e complesso – deve in prima battuta essere un servizio disinteressato e senza discriminazioni: per noi il bisognoso è ogni uomo e ogni donna, il servizio non è prima di tutto per i ‘nostri’, e per farli diventare dei ‘nostri’. Chi ci accosta deve sen­tire tutta la libertà di chi soccorre senza chiedere tessere, fedi, appartenenze: la risposta al bisogno non dev’essere strumento di affermazione e di potere, non dev’essere luogo per legare le persone o per farle diventa­re cristiane. In secondo luogo occorre che i cristiani vigilino perché essi sanno che il loro compito non si esaurisce rispondendo al bisogno, ma incontrando il bisognoso, o meglio facendolo scoprire come bisognoso. Una cura del bisogno inteso in modo solo materiale, senza mettere in luce che esso è un segno di una domanda più radicale, del bisogno di un bene più grande, di cui il credente è a sua volta solo testimone e non proprietario, non apre né il singolo né la società alla ricerca di quel bene che solo riempie il cuore dell’uomo. Gesù guarisce molti malati e quasi sempre, una volta guariti, li spedisce a casa, perché nessuno sospetti che li ha guariti per farli diventare dei suoi; ma quando li guarisce, sembra suggerire alla loro coscienza che la loro guarigione è il segno di una salvezza più piena, che essi troveranno nel rispondere liberamente e consapevolmente a quel bene più grande che è la vita in pienezza e non è solo la salute riacquistata (e nel condividerlo con gli altri).

Per questo il destinatario della carità del cristiano è ogni uomo, senza differenza alcuna; ma il cristiano non deve trattarlo solo come un essere bisognoso, bensì mentre lo aiuta deve suggerirgli la sua identità più vera: quella di essere liberato per il bene. Non lo aiuta per strumentalizzarlo, ma lo aiuta in modo che sia reso libero per rispondere personalmente a quel bene che chiama entrambi. Rispondendo al suo bisogno lo aiuta ad essere sempre più persona! Cioè ad essere uno che decide del suo destino e impara a condividere i beni dell’esistenza con gli altri, che è disponibile a viverli in una relazione fraterna.

...DA GERUSALEMME A GERICO.

L’ORIZZONTE: LE COMPETENZE DELLA CARITA’

La seconda annotazione della parabola mette in luce l’ampio orizzonte nel quale si svolge la vicenda dell’uomo. Da Gerusalemme a Gerico... sta a dire lo spazio geografico che va dalla città di Dio fin giù nell’abisso della lontananza da Dio (Gerico è trecento e oltre metri sotto il livello del mare). Questa geografia teo­logica ci dice che l’orizzonte della missione della carità devi essere il più ampio possibile. Esso copre tutta la vi­cenda umana dal primo fino all’ultimo uomo, da quello più vicino a Dio a quello più distante da lui. Ciò comporta di saper leggere con intelligenza e di interpretare con competenza le situazioni in cui si inserisce la carità dei cri­stiani. L’orizzonte che va da Gerusalemme a Gerico è quello che disegna tutte le condizioni dell’uomo e tutte le situazione del suo bisogno.

Allora si tratta di capire che è mutato il modo con cui i cristiani leggono il loro tempo. Se prima si poteva pensare di poter dedurre direttamente e in modo univoco dai principi teologici ed etici della visione cristiana sull’uomo le soluzioni storico- concrete per l’impegno nel mondo, oggi sovente si assiste all’atteggiamento contra­rio. Le soluzioni praticabili sono ricavate da una specie di compromesso pratico, che se a parole si rifà a valori consensuali, poi risulta incapace di ricavarne comportamenti comuni. Così le scelte concrete sono lasciate all’esperimento e alla mancanza di progettualità. Forse è necessario comprendere che per la missione della carità nella società è necessario battere una strada nuova. Occorre rifarsi alla categoria del discernimento, che tenta di rispondere alla seguente domanda: come il cristiano giudica e si impegna nella storia? Come anche lui si mette in cammino da Gerusalemme a Gerico? Il discernimento è un metodo di lettura della storia, che esigerebbe una più ampia riflessione e che ha il suo banco di prova soprattutto nel rapporto tra coscienza cristiana e società civile.

Limitandoci alla missione della carità nella società civile, possiamo indicare soprattutto due piste di rifles­sione e di intervento:

- la prima – a cui accenno solo ora e che riprenderò poi – è che le varie forme della coscienza cristiana debbono plasmarsi secondo la “forma” della carità. Questa modalità non è un compito periferico o facoltativo della comunità, delle associazioni e dei gruppi. Il confinamento della carità o nella coscienza individuale o come la competenza di alcuni gruppi specializzati affiancati ad altri ambiti ecclesiali (liturgia/catechesi/missioni, ecc.) finisce per marginalizzare gli stessi “specialisti della carità” perché non trovano un humus nella comunità cristiana. Si trat­ta di ricentrare la comunità cristiana sull’eucaristia, vertice della carità, e ripensare in quest’ottica tutte le strutture e le forme dell’attività pastorale;

- la seconda riguarda il compito che la coscienza cristiana deve svolgere come coscienza critica e costrut­tiva della società, ribadendo l’attenzione all’uomo come criterio dell’eticità sociale. Ma questo richiamo non può avvenire come un appello generico a valori ideali. Perciò é necessario un discernimento storico-pratico della real­tà sociale, per una nuova qualità della partecipazione dei cristiani. Su questa pista è necessario tener presente:

a) il mutamento culturale e civile in continua evoluzione per superare le fratture tra testimonianza cristiana e coscienza civile;

b) la complessità sociale che tende a smantellare la coscienza cristiana per sospingerla in una soggettiva­zione e/o intimizzazione. Si arriverà alla denuncia di leggi e sistemi che violano la libertà della persona, una denun­cia che va fino alla ricerca delle cause; si proporranno modelli positivi ed esperienze profetiche ispirate cristiana­mente.

Senza questo momento anche culturalmente consapevole la carità resterà sempre un po’ improvvisata, re­sterà un intervento tampone, che non incide radicalmente né sull’immagine di Chiesa, né sui processi sociali.

INCAPPO’ NEI BRIGANTI E GLI PORTARONO VIA TUTTO L’ENIGMA: L’INSOSTENIBILE PESO DEL MALE

La parabola ci presenta poi quest’uomo, destinatario della missione di carità, piegato dal peso della soffe­renza e del male. Il mistero del dolore si presenta dinanzi a noi e richiede di essere assunto ed elaborato. Le do­mande circa il perché della sofferenza attraversano la storia del pensiero e dell’agire dell’uomo e dall’atteggiamento con cui noi ci disponiamo dinanzi al dolore dipende anche la qualità della nostra missione nel mondo. L’insostenibile peso del male può suscitare due atteggiamenti contrari e opposti, che alla fine denunciano un unico modo di rapportarsi di fronte alla sofferenza: si tratta della rassegnazione passiva e della resistenza attiva.

Il primo atteggiamento propone una conciliazione troppo facile tra uomo e sofferenza e predica troppo frettolosamente l’esortazione ad un soffrire paziente e rassegnato. Anche la parola della predicazione cristiana pronuncia con troppa precipitazione, senza cautela, la parola della croce su ogni sofferenza umana. Ne viene quella “mistica della croce” che ha fatto del cristianesimo la religione dei disprezzati, degli ultimi, dei poveri, degli emarginati, con l’effetto però di sublimare la loro situazione più che di mutare la loro condizione. Il cristianesimo sarebbe così la religione che consacra la sofferenza, che infiora il dolore, che è all’origine di una vita remissiva, rassegnata, passiva. O forse anche sarebbe una fede che insegna una ricerca attiva della sofferenza, della peniten­za, dell’umiliazione, dell’abnegazione, in vista di un premio eterno. Viene introdotta una concezione del patire come un valore per se stesso, come un valore comunque a prescindere anche dai motivi del patire. Ora questa esortazione manca l’obiettivo di chiarire alla libertà un significato possibile per il soffrire umano, sia pure attraver­so la fede; essa non è capace di istruire la libertà umana, di suscitare una volontà determinata dinanzi al soffrire, di sostenere un atteggiamento che non potrà che essere insieme di “resistenza e resa”.

Di qui il secondo atteggiamento: la reazione, la proposizione di una vita forte, vigorosa, l’esaltazione delle infinite possibilità della libertà; di qui la tendenza ad eliminare le situazioni di disagio, di sofferenza, di insoddisfa­zione. Infatti, l’uomo moderno è contrassegnato dalla fuga da ogni “mortificazione”, dal rifiuto della croce come consacrazione del dolore, dalla rimozione delle cause del male. Da ciò deriva una specie di mistica contraria, quella dell’evoluzione, del progresso indefinito, della valorizzazione delle risorse dell’uomo, di una speranza che trascende sempre più se stessa. L’uomo moderno vede nel soffrire un indice del bisogno dell’uomo, ma lo inter­preta come un compito che impegna ad una reazione attiva. Ma le sofferenze interpretabili come un compito sono soltanto alcune e neppure le più serie, sono cioè quelle che frustrano un desiderio del quale l’uomo può in qualche modo decidere la meta. Ma la sofferenza più grave e più diffusa è quella indeterminata, è quella che frustra il de­siderio stesso di essere felice, che disorienta il desiderio come tale. Dinanzi a queste situazioni il comandamento dell’amore è concepito come impegno etico contro la sofferenza. Ma in questi casi si tratta di una risposta data più agli uomini attivi che ai sofferenti: la sofferenza viene respinta nel tentativo di superarla, ma non riesce a di­schiudere una interpretazione umana del soffrire e lo stesso comandamento cristiano della carità viene riletto in questa ottica.

Alla radice delle due prospettive sta un errore comune: la fuga tendenziale dell’uomo moderno dinanzi al si­gnificato del soffrire. La sofferenza è vista come una cosa brutta, opaca, insignificante, di fronte alla quale ci si può solo o arrendere o ribellare. Essa è censurata come una ‘seccatura’, un intralcio, un evento fastidioso, una ‘cosa fisica’ di fronte alla quale vi è solo l’alternativa tra soccombere o combattere, ma senza l’intervento della li­bertà e dello spirito. All’origine sta una interpretazione fisicista della sofferenza, che non suscita in alcun modo il problema del significato. Di qui il compito teorico di chiarificazione del dolore, del male nelle sue varie forme, personali e sociali, nel senso di fornirgli un significato, una prospettiva per il volere. La risoluzione del dolore, del male, e delle sue cause a problema tecnico è una sorta di sollievo e di immunizzazione per tutti, per l’operatore, per gli amici, per i parenti, per i sacerdoti, ecc. Sul piano pratico il compito sarà quello di realizzare i modi di so­cializzazione del sofferente, di presenza umana a lui, per correggerne la marginalizzazione, l’isolamento, l’incapacità a rendersi cosciente. Non bisogna cosificare la sua malattia o il suo bisogno, perché altrimenti non sa­rà cosificata solo la malattia ma lo stesso malato, l’anziano, il portatore di handicap, perché ci si occupa di lui in prospettiva solamente clinica, specialistica, tecnica. In termini chiari si esige di introdurre una prospettiva etica: l’attesa dell’altro non richiede solo questa o quella cosa, ma chiede una presenza, una prossimità, una mano da stringere che costituisca una risorsa nei confronti della sofferenza fisica. La presenza dell’altro consente di ritrova­re un’immagine di sé, al sicuro rispetto al nemico invadente che è il male. La mancanza di questa solidarietà fa precipitare sulle spalle di chi è protagonista del soffrire tutto il peso del dolore; egli si sente l’unico protagonista del suo destino, senza che l’altro gli possa essere accanto in qualche modo. Altrimenti anche la nostra parola ri­spettivamente di rassegnazione o di resistenza resterà senza mediazione. Si tratta di istruire il desiderio, la libertà di chi soffre, di aprire a lui e agli altri una speranza, una profondità simbolica al suo soffrire, che costituisca un aiuto alla sua libertà a crescere ad affinarsi, ad aprirsi. E’ necessario dunque che il compito dell’operatore sanita­rio, del volontario, di chi sta intorno al malato o al bisognoso accompagni questa profondità del desiderio, aiuti a differenziarlo e a farlo crescere, senza riduzioni cliniche della malattia all’aspetto tecnico.

L’immagine dell’uomo che scende da Gerusalemme a Gerico, che giace pieno di ferite, a cui viene portato via tutto è l’emblema di questa privatizzazione, di questo isolamento del dolore. Egli rimane solo con l’insostenibile peso del male.

PASSO’ UN SACERDOTE (E UN LEVITA) E ANDO’ OLTRE. L’ALIBI: LE FALSE ALTERNATIVE DELLA MISSIONE

La parabola ci fa soffermare ancora su alcuni falsi alibi dinanzi alla missione della carità. Sono gli alibi più alti, più accattivanti, rivestiti persino di una giustificazione religiosa, che in qualche modo includono anche quelli di più basso cabotaggio. Si tratta di un sacerdote e di un levita, che probabilmente contrappongono il loro servizio religioso e il culto all’esercizio concreto della carità evangelica. Essi non si avvedono che lo stesso culto a Dio è riferito alla vita nell’alleanza, cioè alla comunione con Dio e con gli uomini, di cui sia il culto, sia la pratica della carità sono un segno, una manifestazione, un momento che costruisce in modo diverso quell’unica comunione. Il culto è segno della comunione con Dio e con gli altri, nel senso che riconosce e celebra il primato dell’agire di Dio rispetto ad ogni realizzazione; la pratica della carità è il luogo dell’espressione storica di questo primato, per­ché l’appello che sgorga dall’altro, dal fratello nel bisogno, è segno ed esercizio del nostro riconoscere e ricevere ogni bene da Dio.

La parabola, dunque, contesta tutte le nostre assolutizzazioni e false alternative, tra Dio e il prossimo, tra il verticale e l’orizzontale, tra la contemplazione e l’azione, tra la preghiera e l’impegno pratico, tra l’interiorità e l’aiuto concreto, tra un gruppo di spiritualità e riflessione e un gruppo solo attivo e senza preclusioni ideologiche, tra una chiesa della parola e una chiesa della carità, tra una missione spirituale e una presenza temporale, tra una missione che annuncia l’evangelo e privilegia l’aspetto educativo e un impegno sociale di promozione umana che si concentra sull’agire attivo e socialmente rilevante. Certo vi possono essere sensibilità e vocazioni più concen­trate talora sull’uno e talaltra sull’altro aspetto. Ma in ogni vocazione cristiana, come in ogni missione dei gruppi, delle associazioni, della Chiesa stessa è necessario mantenere questa armonia tra la parola e il gesto, tra l’indicazione profetica e la realizzazione storica, tra il momento in cui si riconosce la priorità e l’assolutezza di Dio nel culto e nella contemplazione orante e il momento in cui questa assolutezza si fa carne e storia nel riconosci­mento dell’altro.

Noi possiamo essere come il sacerdote e il levita che, a motivo della loro formazione e della loro visione, contrappongono le cose: un tempo il culto e la preghiera potevano essere contrapposti alla pratica della giustizia e della carità; oggi può essere l’impegno pratico del volontariato o del servizio sociale che viene contrapposto al bi­sogno di formazione e di crescita nella fede. Nessuna di queste due forme è assoluta, nè la preghiera nè il servi­zio, ma assoluto è l’uomo nella comunione a Dio, l’uomo che vive e l’uno e l’altro nello Spirito di Gesù, che li vive dentro il progetto e l’iniziativa divina o, detto in termini accessibili a tutti, dentro la ricerca autentica di una vita buona che risponde al segreto dell’esistenza.

Anche noi come il sacerdote e il levita possiamo vedere e passare oltre: quando l’identità della fede e la necessità della vita cristiana diventano solo un sicuro ripiegamento nel proprio orticello delle cose usate, di una religiosità che si è trasformata in strumento di affermazione o, ancor peggio, di discriminazione; o, rispettivamente, quando il bisogno di giustizia e di servizio sociale diventano in realtà una forma di gratificazione immediata che non ha stabilità, continuità, che non coinvolge gli altri, che non ha la pazienza del progetto, che si stravolge in un efficientissimo soffocante e in un pragmatismo defatigante.

Anche noi come il sacerdote e il levita possiamo proseguire sulla nostra strada, scansando la sfida della ca­rità: che è quella di istruirci sul mistero di Dio e sul nostro rapporto con gli altri, che non solo è quella di fare la carità, ma di essere uomini e donne nella carità di Dio, di essere una libertà di comunione, che si ferma e si piega con attenzione sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico, perché ha percepito, costruito, rinnovato la sua e­sistenza come una vocazione.

UN SAMARITANO LO VIDE E NE EBBE COMPASSIONE. L’ORIGINE: CON GLI OCCHI E IL CUORE DI DIO

Siamo al centro della parabola: un Samaritano, uno che nella considerazione di allora non apparteneva neppure pienamente al popolo di Dio, riconosce l’uomo nel bisogno, si piega su di lui. La parabola contiene cer­tamente una sottolineatura volutamente unilaterale, che però non va maggiorata, come è stato fatto sovente nella retorica del passato recente. Il Samaritano non lo riconosce perché è un samaritano, cioè perché è un marginale o forse uno scismatico, perché - noi diremmo - è un escluso che riconosce l’abbandonato e il sofferente. La para­bola dice che lo riconosce con gli occhi e il cuore di Dio. Tre verbi classici dell’agire divino vengono qui evocati: gli si accostò, lo vide, ne ebbe compassione, sono i gesti del Dio biblico, che però ricevono il loro volto concreto in Gesù - Buon Samaritano che scende da Gerusalemme, dalla città di Dio, ed è inviato a Gerico, nella città degli uomini. Molto spesso nei Vangeli i gesti del Dio dell’Alleanza si fondono e si rendono trasparenti nei gesti di Ge­sù.

Occorre a un certo punto dire che è necessario riconoscere con gli occhi e il cuore di Dio, anzi con le sue viscere di misericordia, il bisogno e il bisognoso per servirlo come un fratello. Occorre a un certo punto ricono­scere l’origine del nostro esistere e del nostro operare, del nostro comprendere e del nostro agire. Senza il rico­noscimento dell’origine della nostra carità e missione nella carità di Dio, tutto il nostro servizio sarebbe ben pove­ra cosa. Senza questa sorgente religiosa e teologica il nostro impegno etico rimarrebbe come sospeso, indetermi­nato, aperto; certo resterebbe autentico, sincero, ma esso ha bisogno di essere anche vero. Esso esige di essere fondato sulla carità di Dio, cioè su quel vedere e su quell’agire che è quello stesso di Dio che si piega sulla crea­tura ferita, per essere il Redentore della creatura guarita. Esige di essere fondato sulla carità di Dio che si accosta ad ogni uomo, che viene in questo mondo, perché egli è l’autore della creatura libera. Inviandogli Gesù traccia sul volto del Buon Samaritano i contorni del Figlio suo, nel quale brilla la luce che illumina ogni uomo. Così Gesù - Buon Samaritano mentre fascia le ferite di ognuno di noi, ci fa ritrovare nel suo volto, commosso fino ad un’impossibile misericordia, il volto del Dio vivo e vero e la figura dell’uomo credente.

La compassione di Dio è che l’uomo viva (Gloria Dei est homo vivens), ma la vita dell’uomo e per l’uomo non è solo che sia guarito, ma che abbia ritrovato un pane e un senso per vivere (vita autem hominis est visio Dei). Ma per ritrovare un senso buono e promettente per vivere occorre che l’uomo sia strappato al suo bisogno, e che l’abbia letto come un luogo dove si manifesta un senso per vivere, da comprendere e da scegliere. Solo l'uomo fatto e ricreato libero, può essere il termine della carità di Dio, solo l’uomo riscattato e posto nella li­bertà dell’amore può essere la meta del nostro impegno e del nostro servizio. Questa – cari amici – è la differen­za della carità cristiana: la solidarietà si ferma ad esaudire il bisogno; la carità cristiana (a prescindere che si chiami implicitamente o esplicitamente così) sì inoltra a fare del bisognoso un uomo che risponde consapevolmente e li­beramente a quel mistero di cui non siamo padroni, ma solo testimoni. La carità cristiana dal di dentro genera il credente, cioè l’uomo libero che ha un bisogno più grande: quello di decidersi perché la vita sia un bene condivi­sibile con gli altri, sia un bene di cui sono responsabile di fronte all’altro, sia un bene che non posso raggiungere da solo. La carità cristiana fa dunque il fratello, che mi carico sulle spalle, di cui non porto solo il bisogno, ma an­che il destino, di cui non fascio solo le ferite, ma che ricolmo di quel pane che solo può sfamare l’esistenza: quello della comunione con Dio.

Per questo il buon samaritano vede l’altro con gli occhi e il cuore di Dio, anzi – si deve dire una volta per tutte – il Buon Samaritano è Gesù che manifesta, rivela ed è in persona gli occhi e il cuore di Dio, il Figlio suo che imprime nel volto del povero sulla strada di Gerico i tratti del figlio di Dio. La carità cristiana – può piacere o non piacere – fa il figlio di Dio e non può che farlo liberamente!

GLI FASCIÒ LE FERITE, VERSANDOVI OLIO E VINO. I GESTI: LE FORME PRATICHE DELLA CARITÀ

Il buon Samaritano si fa vicino (prossimo) all’uomo piagato, si curva su di lui, gli fascia le ferite, versandovi olio e vino, lo carica sul suo asino, lo porta alla locanda, e fa tutto il possibile. Si tratta dei gesti e dei mezzi del buon Samaritano, che alludono in modo trasparente alle forme della carità. In particolare l’olio e il vino sono se­gni che hanno un poter curativo, che leniscono il dolore, che purificano e predispongono al riposo ristoratore. Es­se sono il segno delle forme pratiche della carità. Le forme della carità non sono la carità, ma la rivelano pur sen­za esaurirla. Esse sono necessarie, eppure disperatamente insufficienti a realizzare il movimento della carità di Dio. Senza questa coscienza della necessità come pure della insufficienza delle forme della carità, non è possibile in alcun modo intendere il senso del nostro intervento.

Ora la carità, affermata e vissuta, che supera in linea di principio ogni giustizia sociale, non ci allontana dal complesso dei meccanismi e progetti umani, ma ci è affidata come responsabilità, da realizzare in forme storiche. Per questo possiamo riprendere la formula suggestiva di Loreto di “ripartire dagli ultimi” (non certo con l’intenzione di arrivare tra i primi!). A questo proposito è necessario fare alcune precisazioni per non cadere nella retorica della solita formula nuova, che apparirebbe più suggestiva che creativa. E le precisazioni vanno fatte in questa linea:

- anzitutto oggi il problema non dev’essere quello di una sollecitazione all’impegno in generale o un richiamo enfa­tico alla disponibilità;

- è necessario sviluppare la competenza, cioè la capacità di chiarire le ragioni e le condizioni storiche da cui nascono le nuove e vecchie povertà, perché non emerga una concezione velleitaria della carità;

- partire dagli ultimi e rimanere con loro significa dunque non ritenere improduttive le forme di solidarietà che eccedono le forme sociali, istituite dalla convivenza umana.

Ma questa attenzione particolare alle forme di solidarietà potrebbe benissimo creare nelle comunità, nei movimenti e nelle associazioni un terreno comune di attenzione alle zone - limite della giustizia e della solidarietà sociale come l’impegno preferenziale dei cristiani, superando ogni impostazione dilettantesca della formazione alla carità. È evidente che si dovrebbero descrivere più analiticamente queste forme di intervento e che certamente la fantasia delle comunità cristiane e dei credenti continuamente rinnova. È solo possibile richiamare lo stile evange­lico della dedizione che non è quello dell’affermazione sociale di sé (o del gruppo), bensì testimonianza disinteres­sata della dedizione di Dio

Il Card. Martini nella sua lettera Farsi Prossimo (Parte IV nn.16 - 20) delinea cinque ambiti che grosso­modo possono essere polarizzati su due versanti: le forme della carità della Chiesa; le forme di intervento nella società:

- la testimonianza dell’amore fraterno nella comunità cristiana

- la testimonianza della prossimità verso gli ultimi - l’animazione sociale

- il discernimento spirituale – pastorale

- l’impegno politico

A mo’ d’esempio dico qualcosa, in breve, sul secondo e su terzo ambito.

* Il secondo percorso è quello che riparte dagli ultimi, che si impegna a non dimenticare di aiutare il vicino, aspettando che il suo disagio sia superato solo riformando la società. Così in attesa

della giustizia non può mancare l’intervento diretto della carità, senza che ciò diventi in alcun modo un alibi per la giustizia sociale. Possiamo fare alcuni esempi:

- una severa e coraggiosa riforma dell’uso/destinazione dei beni della comunità e della persona: l’Arcivescovo parla dell’elemosina, come gesto di aderenza alla realtà, come gesto profetico ed educativo (la rinuncia al super­fluo, per capire ciò che è necessario);

- il tema del volontariato che può oscillare dalle forme più spicciole e immediate del dono del proprio tem­po e delle proprie capacità (per un compito determinato) alle forme più complesse

dove è richiesta anche professionalità e specializzazione. E’ necessario evitare due pericoli: quello dell’assaggio e improvvisazione e quello della concorrenza che riproduce le strutture parallelamente

ad altre. I cristiani invece dovrebbero essere sempre attestati sugli avamposti della carità, disposti a lasciarli quando altri entrassero con forme più strutturate (quindi si tratta di creare forme agili di intervento, attenzione ai nuovi bisogni, ecc.);

- inoltre bisogna riprendere forme più complesse della carità, che non tamponano il male solo a valle, ma che cercano di rimuoverlo alla radice. Penso al grande campo dell’educazione dei minori in generale (il grande compito educativo della Chiesa nella scuola) e di quelli in stato di difficoltà. A volte questo ambito appare oggi dimenticato perché il volontariato si é indirizzato a forme più vistose e immediate.

* Il terzo percorso é quello dell’animazione sociale, cioè quell’insieme di interventi che mirano a creare una nuova sensibilità sociale con un’attenzione più vera ai bisogni delle persone, con un insieme di programmi econo­mici, di iniziative assistenziali, di attività culturali che favoriscano l’inserimento sociale delle persone più bisognose. Vengono offerti alcuni esempi quali l’attenzione ai meccanismi della vita economica, all’handicap, alla terza età. A questo proposito, il criterio più interessante mi sembra quello che non contrappone l’inserimento nelle strutture pubbliche alla prefigurazione di esperienze significative, soprattutto quando si tratta di rispondere a un nuovo bi­sogno, a una nuova urgenza. D’altra parte storicamente si deve dire che cristiani particolarmente lungimiranti hanno anticipato e interpretato i nuovi bisogni, ma hanno anche realizzato in progetti concreti le loro intuizioni, o­perando un concreto discernimento del loro tempo.

In conclusione possiamo dire che i percorsi qui indicati sono solo un anticipo della carità di Cristo (che ri­mane differente da ogni nostra realizzazione), ma che noi oggi possiamo rendere presenti solo come in un “fram­mento”. Sono come il vino e l’olio che sono sufficienti a lenire il dolore più forte, per permettere a chi é incappato nei ladroni di giungere ad un riparo più sicuro e attrezzato.

DUE MONETE D’ARGENTO:

“ABBI CURA DI LUI... IL RESTO TE LO RIFONDERÒ”

IL SOVRAPPIU’: LA DIFFERENZA DELLA CARITA’ DI GESU’

La parabola si conclude con una scena sorprendente: il Buon Samaritano lascia al padrone dell’albergo due monete d’argento, dicendo “Abbi cura di lui, e anche se spenderai di più, ti pagherò al mio ritorno!”. Viene qui indicata l’eccedenza e il sovrappiù della carità di Gesù, che pensa anche al dopo, che ci lascia il dono prezioso di due monete d’argento e ci promette di rifonderci quanto spenderemo di più. Questo apre uno spazio e so­prattutto il tempo per la nostra libertà, in attesa del suo ritorno. La differenza della carità di Gesù non é alternativa e concorrente con la nostra carità, anzi questa si deve situare consapevolmente entro questo tempo: il tempo della sua assenza e del suo ritorno. In tal modo il tempo di Gesù rende possibile il nostro tempo in cui ritrascrivere la figura del buon samaritano. La storia della missione dei credenti e della Chiesa- purtroppo quella non scritta nei nostri libri di storia – é la storia luminosa e splendida di coloro che si sono lasciati condurre dalla carità evangelica e che hanno saputo vivere entro il movimento della carità pasquale di Gesù e delle figure di dedizione dei creden­ti. Ne derivano alcune sottolineature.

E’ necessario anzitutto che il credente vegli sulla qualità specifica della carità cristiana: non tanto quella che egli produce, ma quella che egli riconosce nel suo Signore e dunque contempla con lo sguardo fisso su di lui: é necessario accoglierla nella preghiera e nella meditazione della parola. Solo così ci é dato di confrontarci con la figura ineffabile della carità di Cristo e con la sua indeducibile differenza. La dedizione del Signore si qualifica se­condo un “suo” modo singolare: con lo sguardo rivolto ad essa è possibile cogliere la ricchezza della “sua” pro­vocazione o della “sua” tolleranza, della “sua” decisione, come della “sua” discrezione, ecc. fino al gesto supremo della consegna di sè. L’amore di Cristo non si impone come figura della dedizione, ma é lasciato in balia del rifiu­to degli uomini. Per porre l’attenzione sulla differenza della carità cristiana é necessaria la preghiera personale e pubblica ed é singolare che queste possano cadere sotto il giudizio di “intimismo”, “soggettivismo” o “alienazio­ne”; al contrario il credente é chiamato nel gesto sacramentale (in particolare l’eucarestia) a istituire la “pubblica evidenza” del punto di riferimento della carità cristiana.

Occorre dunque una cura gelosa della differenza della carità cristiana, soprattutto come “bussola” per evi­tare di usare la carità come mezzo di affermazione sociale o riconoscimento civile e contro ogni messianismo che tende a trasferire nel contesto culturale civile la verità di Dio senza affermarne la differenza.

Questa differenza delle carità cristiana produce, a mio modo di vedere, anche delle forme particolari di de­dizione che in genere si fondano sul bisogno di prossimità di cui anche la società più tutelata e più giusta avrà sempre bisogno. Non é possibile pensare ad una società giusta nella quale venga meno il bisogno della carità in­tendendo per carità tutte le forme della prossimità con cui si media la relazione fraterna. Ma ugualmente queste forme di carità non dovranno concepirsi come alternative o concorrenziali con le più faticose forme mediate dell’intervento nell’ambito socio-civile e politico. In ogni caso però, sia le forme della carità, sia quelle dell’impegno socio-civile hanno da essere intese come parziali, anche se necessarie attuazioni della carità cristiana custodita nella parola e nel sacramento della fede, in particolare nell’Eucarestia.

Mi sia permesso a conclusione richiamare un brano del mio volumetto: Cristo, Pasqua del cristiano, Mi­lano, ed. Paoline 1991, 118-119.

“I poveri li avremo sempre con noi, di piccoli saremo sempre circondati, gli ultimi saranno sempre ai margi­ni di questa società, ma se non verremo evangelizzati dal gesto di Gesù, questi potranno gridare alla nostra porta ma noi non avremo orecchi per intendere. Per questo bisogna tenere in gran conto la figura esemplare del servizio di Gesù, che “da ricco che era si è fatto povero per noi, per arricchire noi con la sua povertà” (2 Cor 8,9). Per questo non bisogna temere – come la donna del vangelo – di sprecare l’olio preziosissimo per riconoscere il ge­sto di Gesù (“Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva vendere benissimo quest’olio a più di tre­cento denari e darli ai poveri”. Ed erano infuriati contro di lei: cf Mc 14,4-5).Senza questo spreco, senza questo gesto disinteressato che custodisce la differenza della carità di Gesù, che contempla la misura incalcolabile della sua dedizione, i poveri potrebbero diventare il piedestallo della nostra... carità. Per questo “dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” (v. 9).

La comunità credente deve continuamente lasciarsi evangelizzare dalla Pasqua di Gesù, deve custodire, considerare, quasi assaporare l’amore che vi si rivela, deve coltivare fedelmente il suo senso, spendendo le sue migliori energie per mettere al centro Gesù e la sua inaudita dedizione. Per questo il discepolo non può essere più del maestro, per questo la comunità della sequela rimane per sempre concentrata sulla memoria di Gesù, per questo l’eucaristia – il gesto dove si custodisce gelosamente e insuperabilmente l’amore di Gesù – è il gesto cen­trale della comunità, la sua fonte, la sua misura e la sua meta. La Chiesa-comunità non può andare al di là dell’Eucarestia di Gesù: ad essa deve ritornare, da essa deve partire, con essa non può barattare nulla, perché si disperderebbe l’insuperabile differenza di “Colui che mi/ci ha amato e ha dato se stesso per me/noi” (Gal 2,20).

Allora la differenza della carità di Gesù, lungi dall’essere un freno, è la sorgente della nostra missione. Essa non pretende di battezzare tutte le forme, piccole o grandi, con cui molti esprimono la loro dedizione, sia nel ge­sto volontario, sia nella dedizione con cui svolgono il lavoro quotidiano. La carità cristiana vede in questi gesti frammenti preziosi che alludono all’insuperabile ricchezza del gesto pasquale.

TRE CONCLUSIONI (NON PROPRIO ATTUALI) DALLA PARABOLA

La parabola si chiude con alcune battute scambiate tra Gesù e il maestro della legge, che ci consentono di derivare tre conclusioni inattuali.

1. L’intelligenza della carità

Gesù alla fine si rivolge allo scriba domandando: “Chi dei tre è stato prossimo dell’uomo incappato nei bri­ganti?”. La domanda iniziale su “Chi è il mio prossimo?” si è ora capovolta. La questione vera non è chi è il mio prossimo, ma chi dei tre si è fatto prossimo. La prossimità non è una situazione, una persona, un fatto da identifi­care, ma è una relazione da istituire. Trovare il prossimo significa “farsi prossimo”, significa leggere e scegliere i tempi, i momenti, le persone della carità. Gesù ci fa notare che la carità non è solo un fare, ma è un capire e un scegliere, esige una intelligenza della carità. Bisogna dirlo con franchezza: Dio ci scampi dalle persone troppo ge­nerose! La carità è una questione della testa e del cuore, esige di capire e decidere, richiede di comprendere le cause e di non fermarsi a tamponare gli effetti. Occorre una carità che comprende, che non si butta a corpo mor­to, che non dà tutto oggi, perché anche il domani ha bisogno di te.

2. I tempi della carità

Gesù conferma la risposta dello scriba con l’imperativo finale: “Và, fà anche tu lo stesso”. La carità è missio­ne, è invio, è diretta presa in carico, è ritrascrizione nel vissuto della storia della intuizione di Gesù. Essa esige tempo, vuole una disponibilità totale, richiede di uscire dalla logica dell’esperimento, del bricolage, del fai da te, dove ognuno sceglie un pezzetto del proprio impegno per comporre un mosaico secondo il suo gusto. La carità spinge a lavorare ad un progetto comune, ad entrare in una storia, in una stabilità di vita. Essa non può essere part-time, per questo invoca continuità. Vorrei qui richiamare la necessità di una stabilità del proprio impegno di volontariato, l’urgenza di evitare un atteggiamento consumatore anche nel servizio, da “mordi e fuggi”, senza che si diventi un po’ esperti anche nella nostra dedizione. Altrimenti non si può allontanare il sospetto che anche l’impegno più forte sia fatto per se stessi, per gratificarsi. Non che la gratificazione sia una brutta cosa, ma essa esige di crescere, di fondersi con il progetto di altri, di costruire una storia comune. I tempi della carità conoscono anche la noia, il fallimento, il conflitto, la perdita di tempo, e persino l’insuccesso. I tempi della carità hanno la stessa qualità dei tempi della vita, anzi dei tempi di una vocazione e di una vocazione comune. Se uno non ha mai almeno sognato il proprio impegno dentro una vocazione difficilmente può essere garantito circa l’autenticità della sua carità.

3. Le figure della carità

Per questo la carità si dà in figure, suscita storie commoventi ed entusiasmanti. Il nostro cammino non può concludersi che con la esplicita citazione di don Luigi Monza: La carità dei primi cristiani. Sì, egli ha intuito che la carità in tutte le sue molteplici forme ha bisogno di figure, di modelli, di rapporti stabili, al limite di comunità fra­terne. La carità dei primi cristiani che comprendono e cambiano il loro mondo è il paradigma della carità che può e deve cambiare anche il mondo moderno, distratto e rampante, che parla a gran voce di diritti umani e poi lascia molti ai margini del banchetto della vita. Si tratta di una carità intelligente e generosa, occorre una carità fatta di volti, di persone, di storie, di tempi ed energie investite, di fantasia e pazienza, di modelli forti ed affascinanti, in una parola invoca ancora santi: don Luigi Monza, un parroco che segue il tenue ago della bussola dei suoi tempi incerti e grami, e fa alcune scelte che restano profetiche e anticipatrici. Ma egli ci dice che noi dobbiamo essere attestati sugli avamposti della carità e ci sprona: non cullatevi sui risultati raggiunti; ascoltate la voce dei tempi, cercate di capire e di scegliere ancora e sempre la carità dei primi cristiani, MISSIONE DELLA CHIESA PER IL MONDO.


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Fonte: L’ASPETTO FORMATIVO DELLA CARITÀ: SAPIENZA ED ESPERIENZA NELL’ESERCIZIO DELLA CARITÀ EVANGELICA (consolata.org) 


venerdì 5 novembre 2021

Cristo nell'arte, di Alessandro Scafi



CRISTO NELL'ARTE

di Alessandro Scafi

                             


In moltissime opere d'arte Gesù Cristo, colui per il quale, secondo San Paolo, tutto è stato creato e nel quale ogni cosa sussiste, ci appare come un bambino. Il paradosso di un Dio incarnato, e quindi anche di un Dio neonato o ragazzino, è rappresentato in tutte quelle tele, affreschi, mosaici, o sculture, che durante tanti secoli di arte cristiana hanno tentato di descrivere l'infanzia del Figlio di Dio. Se infatti nei Vangeli si dice poco dei primi anni di vita del Redentore, gli artisti hanno sempre cercato di rimediare con la loro immaginazione a questa povertà di dettagli, e il patrimonio di immagini dove Gesù viene ritratto da bambino è vastissimo. Tanti episodi dell'infanzia di Cristo sono stati tradotti in linguaggio visivo: la Natività, l'Adorazione dei pastori, l'Adorazione dei Magi, la Presentazione al Tempio e la Circoncisione di Gesù, la Fuga in Egitto, Gesù e i Dottori. Senza parlare delle rappresentazioni con la Sacra Famiglia e la Madonna col Bambino.

Secondo gli scrittori sacri, un gruppo di pecorai e tre sapienti orientali videro Cristo neonato. Generazioni di artisti hanno tentato di concederci con i loro colori lo stesso privilegio, e farci rivedere la scena. Per esempio, la Natività di Piero della Francesca, nella National Gallery di Londra, è l'ultima opera del maestro, per descrivere la prima giornata del Figlio di Dio sulla terra. Il Bambino è in primo piano, nudo su di un drappo di velluto turchino. La Vergine di Nazareth, ora Madre di Dio, ha un gesto di adorazione verso il Figlio. Ci appare come una delicatissima adolescente in preghiera. Dietro a lei, Giuseppe, seduto e pensieroso, e poi due semplici e umili pastori, coscienti però dell'avvento del Cristo, perchè uno di loro sembra indicare la luce divina della cometa. Un coro di Angeli celebra col canto il miracolo dell'Incarnazione, mentre accanto al bue immobile, c'è l'asinello che raglia. Il mistero della Natività è immaginato da Piero in una vecchia capanna, ridotta ad un rudere grigio, fatto di piccole pietre e coronato di erbacce. Il paesaggio sullo sfondo ricorda l'alta valle del Tevere. Figure ed immagini sono distribuite liberamente nello spazio, e quasi bloccate in una eterna immobilità, in questa interpretazione della sacra notte di Betlemme, quando il Divino ha voluto svuotarsi della sua potenza e perfezione infinita, e venirci incontro nella storia, neonato.

Nella Gemäldegalerie di Dresda un altro quadro, dipinto intorno al 1530 dal Correggio, descrive con straordinari effetti di luce l'Adorazione dei pastori. Il buio della notte è rotto dalla luce intensa che emana proprio dal bambino. Sono le prime ore del Figlio di Dio sulla terra. Quella notte il totalmente Altro, l'essere misterioso trascendente e lontano, si è manifestato in forma umana. Ai pastori l'avvenimento fu annunciato da un Angelo. Ai Magi invece lo dissero le stelle. E sono proprio loro - forse sacerdoti caldei, o astrologi della corte persiana o principi arabi, ma nei quadri sicuramente re - a riconoscere il grande mistero: quel bambino era un re che nasceva, Uomo e Dio allo stesso tempo. Un re a cui offrire oro; un Dio, da onorare con incenso, un Uomo, pronto ad affrontare la morte, e quindi da seppellire con la mirra.

I Magi avevano lasciato terre e palazzi solo per l'istante che poi è stato tanto dipinto per secoli: avevano seguito una sottile striscia di luce, riflessa sulla sabbia di deserti lontani, per capire che quel bambino era il re atteso e promesso nei secoli. Anche nel tondo dipinto nel primo Quattrocento da Domenico Veneziano, si stanno avvicinando al piccolo con i loro doni, in silenzio. Il più vecchio è prostrato a terra e sta baciando i suoi piedini, mentre la stella cometa sparisce nell'aurora. Felici della loro scoperta, questi tre signori orientali ancora oggi cavalcano nei colori, nella cappella di Palazzo Medici, a Firenze, tra i turbanti, i cammelli e i leopardi, immaginati da Benozzo Gòzzoli.

Negli Staatliche Museen di Berlino, invece, una tempera su tela di Andrea Mantegna descrive il momento in cui Maria di Nazareth presenta il divino neonato al Tempio di Gerusalemme. La legge di Mosè infatti prescriveva che ogni primogenito fosse consacrato al Signore, e il Vangelo di Luca narra come l'usanza fosse rispettata da Maria e Giuseppe. Mantegna ha dipinto il bambino in fasce e in lacrime. Un vecchio sacerdote lo sta riconsegnando alle dolci premure della Madre. Il pennello dell'artista padovano ha ricostruito anche un altro momento importante nell'infanzia del Figlio di Dio. Agli Uffizi di Firenze si trova una tavola dove Mantegna ha immaginato la circoncisione del Bambino. L'operazione, che per gli Ebrei è segno dell'Alleanza con Dio, sta per essere eseguita da un sacerdote con un coltello. Come in tanti altri quadri con lo stesso soggetto, c'è un assistente con un vassoio in mano. Il piccolo Gesù è in braccio a Maria. Al rito assistono Giuseppe, e altre figure, incorniciate da una solenne ambientazione architettonica. Di fronte al mistero del Dio Onnipotente, Causa prima dell'essere, che viene partorito da una donna e raccolto in fasce, anche Origene, pensatore cristiano dei primi secoli, non nascondeva il suo stupore.

Fra tutti i miracoli e le opere straordinarie compiute dal Figlio di Dio, ve n'è una che trascende l'intelletto umano e che la fragilità dell'intelligenza mortale non riesce a concepire né a comprendere: il modo come, cioè, l'infinita potenza della maestà divina, vale a dire il Verbo del Padre, e la sapienza stessa di Dio, nella quale sono state create tutte le cose visibili ed invisibili, si debba credere racchiusa nei limiti di quell'uomo che apparve in Giudea. La sapienza di Dio, pertanto, entrò nel ventre di una donna, nacque come un fanciullino ed emise i suoi vagiti, al pari degli altri bimbi quando piangono.

Era impossibile, secondo Origene, comprendere un mistero che trascende la nostra intelligenza. Nel IV secolo anche Zenone, vescovo di Verona contemplava l'enigma di un Dio bambino:

Adattandosi in pieno agli uomini, Dio si chiude nel vestito della carne: assume dal tempo una vita umana, colui che dà ai tempi l'eternità. O meraviglia! (...) O immensa novità! Ridottosi fanciullo per amore della sua immagine, Dio vagisce; tollera di essere avvolto in fasce colui che è venuto a sciogliere i debiti di tutto il mondo. Vien deposto nella mangiatoia di una stalla, proclamando così di essere pastore e cibo di tutti i popoli. Si assoggetta alla gamma delle età colui che per la sua eternità non ammette età in sé.

Tanti scrittori sacri in realtà hanno meditato sul fatto straordinario che il Verbo, uscito dal Padre, come Dio perfetto e non suscettibile di alcuno sviluppo e crescita, si sia fatto simile a noi, e quindi bambino, disposto a crescere nel corpo e nell'intelligenza, dai primi passi dell'infanzia, a poco a poco fino alla maturità. Gli artisti contemplavano questo enigma anche più dei teologi. Il Bambino per esempio appare in tantissimi quadri che ricordano la Fuga della Sacra Famiglia in Egitto, dove si vede il piccolo in braccio a Maria, sulla groppa di un asino. Nel Riposo durante la fuga in Egitto, un tema caro all'arte barocca, la Vergine e il Bambino appaiono seduti sotto una palma, con accanto Giuseppe, il fagotto poggiato per terra, e l'asino sullo sfondo, mentre qualche angelo volteggia sulle loro teste oppure offre del cibo. A volte l'albero piega i suoi rami per offrire datteri al Bambino, oppure Maria lava i panni in riva a un fiume, mentre Giuseppe si occupa del piccolo.

Gli artisti cercavano di immaginarsi l'infanzia e l'adolescenza di questo Dio incarnato, che nelle tele con il Ritorno dall'Egitto appare già grandicello. Nei quadri con la Sacra Famiglia, ambientati a Nazaret, Maria cuce, o legge, con il bambino in braccio, mentre il marito da buon carpentiere, fatica al tavolo da lavoro. Oppure la famiglia siede a tavola. I capolavori di Leonardo o Raffaello ci ricordano che un soggetto molto comune era quello della Vergine con Gesù Bambino e San Giovannino. Si narrava infatti che tornando dall'Egitto la Sacra Famiglia soggiornò a casa della cugina di Maria, Elisabetta, il cui bambino, futuro San Giovanni, già mostrava rispetto verso il Cristo.

Ovviamente il classico quadro dove è possibile contemplare il mistero di un Dio che è stato piccolo è quello del tipo "Madonna col Bambino", un'immagine che ancora oggi domina le pareti dei musei europei. C'è una cosa che ricorre nelle raffigurazioni di Gesù Bambino: riferimenti e presagi al suo destino di Redentore. Così in qualche Natività si può notare - tra i doni offerti dai pastori - una pecora con le zampe legate, simbolo dell'Agnello sacrificale. La fronda di palma, albero spesso rappresentato nella Fuga in Egitto, è l'emblema del martirio cristiano. Se Gesù Bambino è dipinto mentre è a tavola con Maria e Giuseppe, pane e calice alludono al sacrificio dell'eucarestia, oppure ci sono indicazioni che la trave che è sul tavolo da lavoro di Giuseppe sarà usata per la Croce. Il tema della circoncisione è di per sé un presagio, visto che allora fu versato per la prima volta il sangue del Redentore. Senza parlare della Presentazione al Tempio, quando toccò al vecchio Simeone di profetizzare il futuro sacrificio.

Anche gli oggetti che il Bambino tiene in mano nei quadri che lo ritraggono con la madre hanno un significato simbolico che rimandano alla sua missione. Se ha in mano una mela, tradizionalmente considerato il frutto della conoscenza, essa allude al suo ruolo di Redentore. L'uva rappresenterebbe il vino eucaristico. Per esempio nella Madonna col Bambino di Masaccio, alla National Gallery di Londra, Gesù Bambino sgrana un grappolo d'uva con una mano, mentre, con l'altra, porta alcuni acini alla bocca. Uva bianca e uva nera insieme alluderebbero al sangue e all'acqua fuoriusciti dal costato del Figlio dell'Uomo crocefisso. Chicchi di grano ci ricordano il pane eucaristico, la ciliegia, il frutto del paradiso, mentre il melograno allude alla Resurrezione. Un agnello evoca il sacrificio di Cristo, come in un'opera di Leonardo. Nella Madonna del Cardellino di Raffaello, agli Uffizi, si vede il piccolo Gesù giocare con un cardellino: secondo la leggenda, un cardellino volò sulla testa di Cristo che saliva sul Calvario, e tolse una spina dalla sua fronte. Fu così che l'uccellino si macchiò di rosso, proprio schizzandosi con una goccia di sangue del Salvatore.

C'è poi un interessante episodio evangelico che molti artisti hanno voluto descrivere. Gesù aveva dodici anni, e con i genitori si recò a Gerusalemme per celebrare la Pasqua. Dopo la festa, Maria e Giuseppe si misero in cammino verso Nazareth, pensando che il ragazzo stesse da qualche parte con la comitiva. Verso sera lo cercarono tra parenti e conoscenti, e, non avendolo trovato, ritornarono a Gerusalemme, dove evidentemente Gesù era rimasto all'insaputa dei suoi. Dopo averlo cercato per tre giorni, lo ritrovarono che ascoltava e interrogava i dottori nel Tempio, stupendo tutti per la sua intelligenza e le sue risposte. Vedendolo, la madre ne restò meravigliata: «"Figlio, perchè ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io, addolorati, andavamo in cerca di te". Egli rispose loro: "Perchè mi cercavate? Non sapevate che io mi devo occupare di quanto riguarda mio Padre?"» (Luca, 2,41-51).

Molti artisti hanno descritto questo episodio della vita del Messia. Generalmente la scena si svolge all'interno del Tempio di Salomone. Il dodicenne Gesù si trova al centro di un gruppo di vecchi dalla barba grigia che lo ascoltano estasiati. In qualche quadro il Bambino conta sulle dita i suoi argomenti. Maria e Giuseppe entrano da un lato, oppure Maria tiene una mano sulle spalle di Cristo, nell'attitudine di portarlo via, rimproverandolo. Tra gli altri, il Beato Angelico ha dipinto Gesù ragazzino tra i Dottori, in uno dei riquadri per l'Armadio degli argenti, ora nel museo fiorentino di San Marco. E' un tema importante, perché si tratta della prima circostanza documentata di Gesù come insegnante. Ma è anche il racconto della spensieratezza di un bambino dodicenne che fa stare in pena i suoi genitori. Umano e divino sono qui l'enigma dove si confondono l'autorità del Figlio di Dio e lo sviluppo di un adolescente.

L'arte e il Verbo fatto carne

La rappresentazione di Gesù Bambino, il paradosso di rappresentare Dio come un ragazzino, è segno di come tutta l'arte di rappresentare Gesù germogli sull'antinomia fondamentale del Verbo che si fa carne, di un Dio che è Assolutamente Altro e Presente, che esiste prima del tempo, e che nasce nel tempo, che i cieli non possono contenere, ma poi viene contenuto nel grembo di Maria. Il Signore, il cui volto non si poteva vedere senza morire, e il cui nome gli Ebrei non volevano nemmeno pronunciare, si è fatto di carne nel seno di una donna, e si è mostrato agli uomini. Come sottolineava Teodoro Studita, «l'Inconcepibile viene concepito nel grembo di una Vergine; l'Incommensurabile si fa alto tre cubiti; l'Inqualificabile acquista una qualità; l'Indefinibile si alza, si siede e si corica; e l'Incorporeo entra in un corpo... è dunque Lui stesso descrivibile e indescrittibile insieme».

La Chiesa dei primi secoli giunse alla contemplazione del Mistero dell'Incarnazione soffrendo eresie e organizzando concili, attraverso un lungo travaglio teologico. Le eresie cristologiche dei primi secoli costituiscono in realtà una tentazione perenne per tutti i cristiani: sottolineare l'umanità di Cristo per mettere in ombra la sua divinità oppure sottolinearne la divinità per trascurare la sua umanità. Anche gli artisti, che erano chiamati ad esaltare il divino nell'uomo e l'uomo in Dio, oscillavano nella loro immaginazione tra un Cristo divinizzato, trascendente e pantocratore, ed un uomo storico, Gesù di Nazaret, il profeta crocifisso della Galilea. Così scriveva Germano, patriarca di Costantinopoli:

In memoria perenne della vita nella carne del nostro Signore Gesù Cristo... noi abbiamo ricevuto la tradizione di rappresentarLo nella sua forma umana, cioè nella sua Teofania visibile, ben sapendo che in questo modo esaltiamo l'umiliazione del Verbo di Dio.

Giovanni Damasceno, domandandosi perché nell'Antico Testamento vi fosse la proibizione di dipingere immagini sacre, rispondeva che allora non si conosceva l'Incarnazione: una volta però che l'incorporeo si è fatto uomo, cioè Cristo si è incarnato, Dio può essere dipinto. Dipingere il volto e il corpo di Cristo era allora rappresentare l'oggetto della fede. Ma il paradosso rimaneva, perché il divino conserva sempre la sua trascendenza e il suo mistero. Così si esprimeva il VII Concilio di Nicea, del 787:

Sebbene la Chiesa cattolica rappresenti con la pittura Cristo nella sua forma umana, essa non separa la sua carne dalla divinità che vi si è unita: al contrario, crede che la sua carne è deificata e la confessa una con la divinità.

Questa carne deificata del Verbo investe di energia sacra tutta la materia, saldando divino ed umano, effimero ed eterno. L'arte cristiana celebra proprio la bellezza del cosmo riflessa nella santità di quel corpo che trabocca di energia divina. Un grande interesse assume in questo contesto l'arte delle icone, il cui splendore si è sviluppato in intimo legame con l'arte bizantina, dal IV al XV secolo. Per chi dipinge o per chi contempla un'icona, si rivela il mistero dell'Incarnazione e della trasfigurazione della materia. Il Figlio di Dio è rappresentato nelle icone in un'umanità concreta ma universale, capace di raccogliere in sé tutti gli uomini, proprio perché indissolubilmente legata alla divinità che trascende tutto. Per questo il suo volto non è fissato in un atteggiamento naturalistico, ma è ampliato all'infinito, per rivelare la più intima struttura dell'essere.

Il ritratto di Gesù

Ma com'era fatto veramente Gesù? Il Verbo non si è incarnato nell'epoca tecnologica delle telecamere e dei registratori. Non ha lasciato dietro di sé fotografie o nastri registrati. La Provvidenza ha voluto che il ricordo della sua persona passasse solo attraverso la mediazione degli apostoli e sempre grazie ad un contatto diretto e vivente. Ogni generazione è stata chiamata allora a rinnovare lo stupore di un nuovo incontro. E' questo è avvenuto anche attraverso l'arte. La sfida a cui erano chiamati gli artisti cristiani era effettivamente sublime: disegnare, dipingere, scolpire il volto umano di Dio. Efrem Siro, dottore della Chiesa del IV secolo, sottolineava con entusiasmo l'evento salvifico della visione di Dio in Gesù. Ascoltiamo cosa scrisse nell'Inno per la nascita di Cristo:

Mosè desiderò contemplare la gloria di Dio, ma non gli fu possibile vederla come aveva desiderato. (...) Allora nessun uomo sperava di vedere Dio e restare in vita; oggi tutti coloro che l'hanno visto sono sorti dalla seconda morte alla vita.

L'immagine di Cristo è stata tra quelle che hanno dominato di più la storia dell'arte degli ultimi duemila anni. I cristiani di tantissime generazioni si sono fatti un'idea dell'aspetto fisico di Gesù di Nazareth proprio a partire dalle tante opere artistiche che lo hanno raffigurato. Ma chi volesse ricostruire fedelmente i tratti del suo volto, il colore dei suoi capelli, la statura del suo corpo, per immaginarsi come realmente appariva il Figlio di Dio, si accorge che in realtà non si conoscono ritratti o descrizioni di Cristo che risalgano all'epoca in cui ha vissuto. Nei primi secoli si raccontava di ritratti del Salvatore dipinti mentre lui era in vita. Giovanni Damasceno e Andrea da Creta riferivano di ritratti presenti a Gerusalemme e a Roma, che la leggenda attribuiva a San Luca. Seguendo questa tradizione, molti pittori posteriori, per esempio Roger van der Weyden, hanno immaginato, e dipinto, Luca nel suo studio che ritrae Gesù o la Madonna. Ma ovviamente nessun ritratto di Cristo firmato da Luca ci è mai pervenuto. Dobbiamo forse frenare la nostra curiosità e rinunciare alla possibilità di vedere il Dio-Uomo faccia a faccia, scoprire come era fatto?

Dietro alla curiosità di chi cerca di capire se Dio abbia scelto di essere biondo o bruno, alto o basso, bello o brutto, si può nascondere un certo imbarazzo di fronte al suo essere uomo. Gesù è nello stesso tempo Dio e uomo, figlio dell'Altissimo e di Maria, ma se esploriamo le implicazioni di ciò che affermiamo nel Credo, può insinuarsi un certo disagio: il paradosso dell'Incarnazione riaffiora per mettere alla prova fede e ragione. Gesù era veramente Dio? Aveva dei nei, un naso lungo, corto, aquilino, all'insù? Era grasso o era magro?

Nei Vangeli, considerati una fonte storicamente attendibile della vita di Gesù, non troviamo descrizioni del suo aspetto fisico. Probabilmente gli scrittori sacri volevano soprattutto affermare le verità spirituali su di lui, raccontare le meraviglie dei suoi insegnamenti, invece di compiacere il gusto pagano per le immagini e soffermarsi su particolari di poca importanza, come per esempio il colore dei suoi occhi o la prestanza della sua muscolatura. C'è anche da dire che Gesù e i suoi discepoli - il figlio di un umile carpentiere e dei semplici pescatori - venivano da un ambiente sociale poco abituato a commissionare ritratti o busti commemorativi. Nella cultura ebraica, poi, fare ritratti di profeti o perfino di Dio, era considerato una forma di idolatria. Ma una volta che il Cristianesimo si diffuse tra i Gentili, molto più abituati a rappresentarsi visivamente eroi e divinità, si acuì il bisogno di avere simboli visivi ed immagini del Salvatore. Anche se non erano disponibili informazioni dirette o documenti figurativi sull'aspetto di Cristo, restava il fatto che si trattava di una figura umana, quindi rappresentabile.

I primi artisti cristiani rappresentarono Gesù con simboli o riciclando immagini allegoriche tratte dal patrimonio dell'arte classica. Un'iconografia di Cristo, sviluppatasi tra la Terra Santa, Costantinopoli, Ravenna e Roma, lentamente costituì le basi della futura arte dell'Europa occidentale. Questa tradizione era destinata a consolidarsi e modificarsi di secolo in secolo sotto lo stimolo di tendenze artistiche locali ed epocali, in un'Europa dove continuavano a sorgere basiliche e cattedrali e a splendere miniature. La storia delle rappresentazioni di Cristo si svolge così parallela alla storia dell'arte tout court. Il volto di Gesù cambiava fisionomia od espressione, dai tempi dello stile bizantino, a quelli dell'arte romanica e gotica, mentre con il Rinascimento l'emergere della personalità individuale degli artisti iniziò ad arricchire e complicare la semplicità della dottrina e la sicurezza della tradizione. Comunque, attraverso un lento processo pluri-secolare di elaborazione, si definì un modo di ritrarre il Redentore, e una determinata iconografia degli avvenimenti principali della sua vita. Per esempio, soltanto a partire dal VI secolo Gesù è stato raffigurato con la barba, il segno distintivo dei grandi maestri e leader spirituali.

Nonostante l'infinita varietà di interpretazioni, e la possibilità che variassero mille dettagli, il volto di Gesù fu presto definito: è un volto dai tratti chiari e regolari, generalmente incorniciato da lunghi capelli, che gli scendono sul collo, e dalla barba. I capelli sono generalmente color rame, o castani. Da questi pochi elementi comuni, d'altro canto, veniva partorito ogni volta un Cristo diverso. I bizantini lo rappresentavano nell'oro di una solenne maestà, mentre fissava gli uomini con occhi grandi e severi. Agli autori delle icone non interessava un ritratto realista del Verbo di Dio incarnato, ma semplicemente la contemplazione del Mistero dell'Incarnazione nel suo aspetto essenziale. Il Cristo degli artisti del Rinascimento italiano, che studiavano anatomia e guardavano alle opere degli antichi, ha invece una fisionomia ben precisa, un corpo elegante e plasticamente definito.

Una diversa idea di Bellezza si aveva però in Francia, in Germania, in Spagna, nelle Fiandre, nel resto d'Europa. Il Cristo di Memling o Hugo van der Goes è diverso da quello di Brunelleschi, Botticelli, o Perugino. Gesù è atletico in Rubens, intensamente drammatico in Tintoretto, aggraziato in Zurbaran, agile in Murillo. Rembrandt invece trasformava l'umanità di Gesù in presenza pittorica semplicemente con la magia del suo chiaroscuro. Ogni secolo, ogni generazione, ogni artista ha avuto qualcosa da aggiungere all'aspetto di Gesù. È comunque significativo che tra i ritratti di Gesù, la tradizione bizantina annoveri il cosiddetto Salvatore non dipinto da mano umana, cioè l'immagine impressa da Cristo stesso su un lino, quella che dovrebbe essere la rappresentazione più fedele del suo volto. Come la Sacra Sindone custodita a Torino, essa era soggetta a particolare venerazione, proprio per via dell'idea di un'immagine terrena del Salvatore non disegnata dall'uomo. Del resto la Bibbia descrive un Dio che non si lascia definire o manipolare: è il Dio di Abramo e di Gesù Cristo, una presenza distinta e concreta con cui instaurare un rapporto di dipendenza, e non un idolo da gestire.

Nella Alte Pinakothek di Monaco si trova un ritratto di Cristo molto particolare: è un'opera del 1500 del grande pittore e grafico tedesco Albrecht Dürer. In realtà non è un ritratto di Cristo, ma un autoritratto dell'artista. Dürer sovrapponeva il suo volto a quello del Figlio di Dio: ha i capelli lunghi, la barba ben curata, lo sguardo intenso. L'aspetto ieratico e il gesto solenne, evidenti nella figura rappresentata, sono da sempre attributi di Gesù. Chi abbiamo di fronte allora? Cristo o Dürer? San Paolo esortava il cristiano a rivestirsi dell'immagine del Figlio dell'Uomo, e per il grande incisore di Norimberga imitare Cristo significava imitare il processo creativo di Dio. Ma forse neanche l'esprimersi in un autoritratto è veramente ovvio. L'artista che inseguiva la sua icona nascosta interiore, si identificava con l'immagine del Redentore, un qualcuno che lui sicuramente non era, ma forse un qualcosa che gli era stranamente intimo.

Tornare bambini

Come penetrare dunque il grande mistero dell'Incarnazione? Probabilmente Gesù sorriderebbe, dicendo che non è necessario essere super-intelligenti o pluri-laureati. Come raccontano gli evangelisti, il figlio del falegname di Nazareth indicava i bambini come modello di chi veramente riesce a entrare nei segreti del regno di Dio. I bambini certo sono incompleti e vulnerabili, ma hanno voglia di imparare e di crescere, e sono pronti ad esplorare. Infatti solo un innocente stupore può renderci disponibili ad accettare l'incomprensibile, a vedere la coincidenza degli opposti. E così, anche nell'arte, dopo Gesù Bambino troviamo Gesù e i bambini. Infatti Gesù, vero Uomo e vero Dio, una volta adulto dimostrava grande attenzione verso i bambini, li benediceva e giocava con loro.

Gli conducevano dei bambini perchè li toccasse, ma i discepoli sgridavano quelli che glieli presentavano. Gesù, veduto questo, s'indignò e disse loro: "Lasciate venire a me i bambini e non impediteli, perchè il regno di Dio è di quelli che sono simili a loro. In verità vi dico: chi non riceverà il regno di Dio come un fanciullo, non c'entrerà". Poi li abbracciò e li benedisse imponendo loro le mani. (Marco, 10.13-16)

L'episodio è stato molto rappresentato, soprattutto nell'arte nordeuropea. Il Salvatore è raffigurato mentre poggia la sua mano sul capo di un piccolo bambino, in piedi o inginocchiato accanto a lui. Altri bambini sono raggruppati intorno. Le madri, tenendo i loro pargoli in braccio, guardano la scena. Possono esserci anche i padri. Due o tre apostoli, generalmente Pietro, a volte anche Giacomo e Giovanni, guardano invece con disapprovazione. Ma proprio a loro - e a noi - Gesù, lo stesso che appare Bambino in tante opere d'arte, voleva insegnare qualcosa, come ripeteva papa Leone Magno nei suoi sermoni:

Tutta la saggezza della vita cristiana, carissimi, non consiste nelle molte chiacchiere, non nelle dispute sottili e neppure nella brama di lode e gloria, ma nell'umiltà vera, voluta, che il Signore Gesù Cristo scelse, dal grembo della madre fino al supplizio della croce, preferendola ad ogni prestigio, e che a noi insegnò. Quando infatti i suoi discepoli discutevano fra di loro, come ci dice l'evangelista, chi fosse maggiore nel regno dei cieli, egli chiamò un fanciullo, e lo pose in mezzo ad essi e disse: In verità vi dico, se non vi convertirete e non diverrete come fanciulli non entrerete nel regno dei cieli. Colui dunque che si renderà piccolo come questo fanciullo, sarà il più grande nel regno dei cieli (Mt. 18.1; Mc 9.3ss; Lc. 9.44ss). Cristo ama la fanciullezza, che all'inizio accettò nell'anima e nel corpo. Cristo ama la fanciullezza, maestra d'umiltà, norma d'innocenza, modello di mansuetudine. Cristo ama la fanciullezza, verso la quale orienta il comportamento degli adulti e che fa abbracciare agli uomini nella loro tarda età.

Il Regno dei Cieli, cioè il grande mistero, che comprende il paradosso dell'Incarnazione, è una cosa seria, invano intravista da molti. Ma appartiene solo a chi assomiglia ai bambini.



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Il tuo sacerdote, raccolta di poesie di Gian Piero Stefanoni

 

Il tuo sacerdote

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