domenica 9 marzo 2025

DIMENSIONE TRINITARIA DELLA LITURGIA: azione santificante e glorificante, di Paolo Giglioni


DIMENSIONE TRINITARIA DELLA LITURGIA

azione santificante e glorificante

di Paolo Giglioni




Con questa riflessione sulla dimensione trinitaria della Liturgia intendiamo proseguire il nostro cammino di Introduzione alla Liturgia, ma allo stesso tempo desideriamo collocarci anche nel programma dell’Anno Santo secondo le indicazioni di Giovanni Paolo II: « Gli anni di preparazione al Giubileo sono stati posti sotto il segno della Santissima Trinità: per Cristo - nello Spirito Santo - a Dio Padre. Il mistero della Trinità è origine del cammino di fede e suo termine ultimo, quando finalmente i nostri occhi contempleranno in eterno il volto di Dio. […] L'Anno Santo, dunque, dovrà essere un unico, ininterrotto canto di lode alla Trinità, Sommo Dio». (Incarnationis Mysterium n. 3; cf Tertio millennio adveniente 55).

Di questo «duplice movimento» trinitario della liturgia parla Sacrosanctum concilium quando dice che l’opera grande della nostra redenzione viene a noi dal Padre, per Cristo, nello Spirito, mediante un movimento santificante o discendente; a questo movimento santificante-discendente fa riscontro da parte della Chiesa un movimento glorificante-ascendente, anch’esso trinitario, che nello Spirito, per Cristo, fa ritorno al Padre con ogni onore e gloria (cf SC 5 e 7).[1]

La via per cui Dio viene a noi è necessariamente la stessa via per cui noi dobbiamo fare ritorno a Lui; essa non è lasciata né al nostro capriccio né alla nostra scelta, ma ci è positivamente segnata da Dio stesso. Questa via l’ha percorsa anzitutto Dio Trinità nel venire incontro all’uomo nell’opera della redenzione. Questa stessa via deve percorrere la Chiesa ed ogni persona che a Dio Trinità desidera far ritorno nel cammino di glorificazione.

Per entrare nell’intimità della liturgia occorre pertanto ripercorrere questa «via economica» che ha caratterizzato la rivelazione biblica ed ha intessuto trinitariamente ogni espressione liturgica. Non va infatti dimenticato che il Credo cristiano è una fede in un Dio Unico (monoteismo), anche se in tre Persone uguali e distinte. Non va pertanto confuso con un tri-teismo (come ci accusano i musulmani) quasi che noi adorassimo tre dèi. Il rischio è reale se non si sta saldi nella fede cattolica (lex credendi) espressa nella sua liturgia (lex orandi). Da qui la necessità di imparare lo stile del pregare secondo la metodologia corretta della liturgia nella quale ogni orazione è sempre rivolta a Dio Tri-Unico: al Padre, per Cristo, nello Spirito.

 

1.      La rivelazione biblica.

La forte impronta cristologico-trinitaria del Nuovo Testamento si può così riassumere: ogni bene viene a noi dal Padre, per mezzo del suo Figlio incarnato, Gesù Cristo, nella presenza in noi dello Spirito Santo; e così nella presenza santificante dello Spirito Santo, per mezzo del Figlio incarnato, Gesù Cristo, ogni realtà fa ritorno al Padre.

Nella lettera agli Efesini S. Paolo segue questo schema quando scrive: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetto con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo…predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo secondo il beneplacito della sua volontà… In lui anche voi…avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità…a lode della sua gloria» (Ef 1,3-14). Più oltre, nella stessa lettera, parlando della gratuità della salvezza che il Padre dona sia a Giudei che Greci in Cristo, afferma: «Ma Dio, ricco di misericordia… ci ha fatti rivivere con Cristo…Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. Così dunque voi...avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù…insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito (Ef 2,5-6.18.22; cf anche Rm 8,3-17; 1 Cor 6,19-20).

La spontaneità con cui S. Paolo scrive queste formule dimostra quanto chiara e comune fosse tra i cristiani delle prime comunità la visuale cristologico-trinitaria, visuale che si ritrova anche nelle catechesi degli Atti degli apostoli (cf At 5,30-32; 15,7-11) e ogniqualvolta ci si rivolge al Padre nella preghiera di azione di grazie. L’adorazione, l’ammirazione, la gratitudine al Padre, passa attraverso colui che è il Ponte(fice) sommo delle anime nostre, il Figlio Gesù Cristo, nella presenza attiva in noi dello Spirito Santo: «siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 5,18-20).

Del resto questa era stata anche l’esperienza orante di Gesù, il Figlio, quando benedice il Padre mosso dalla gioia esultante dello Spirito Santo: «In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: Ti rendo lode, o Padre…» (Lc 10,21-22). E alla donna Samaritana aveva insegnato che era ormai giunto il momento in cui i veri adoratori avrebbero adorato il Padre nello Spirito e nella Verità, perché il Padre cerca tali adoratori (Gv 4,23): nello Spirito perché lo Spirito, principio della nuova nascita (Gv 3,5), è anche principio del culto nuovo e spirituale (Rm 8,15.26-27; Ef 6,18; Giuda 20); nella Verità che è Cristo, unica Via che conduce al Padre (Gv 14,6).

La rivelazione biblica neotestamentaria presenta dunque la vita cristiana come icona e partecipazione del rapporto interpersonale del Figlio con il Padre nello Spirito Santo; una vita intessuta in una relazione interpersonale trinitaria: ogni bene di cui siamo ricolmi deriva dalla pura bontà del Padre che costituisce Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato, quale grande ed insostituibile mediatore senza il quale nessuno riceve alcunché dal Padre o può comunque avvicinarsi al Padre, mentre senza lo Spirito, meritatoci da Cristo e mandatoci dal Padre, presente ed abitante in noi, personalmente e con i suoi doni, nessuno sarebbe unito a Cristo o potrebbe comunque raggiungere il suo fine ultimo che è, per mezzo di Cristo, di ritornare al Padre.

Ed è sempre dalla coscienza viva che tutto viene dal Padre, per mezzo del suo Figlio, Gesù Cristo, nella presenza dello Spirito Santo, e che tutto ritorna e deve ritornare al Padre, che il cristiano prende i motivi specifici più forti e profondi che determinano la sua azione morale nelle diverse circostanze della vita e nella lotta per il bene (cf Rm 8,1-18; 1 Cor 6,10-20).

 

2.      La tradizione dei Padri.

La prospettiva biblica cristologico-trinitaria che permea la storia della salvezza segna anche profondamente la coscienza religiosa delle prime comunità cristiane. Descrivendo ai Corinzi la fondazione della Chiesa nel mondo, Clemente Romano così scriveva nell’anno 96: «Gli Apostoli furono mandati a portare la Buona Novella da Dio. Il Cristo viene dunque da Dio e gli Apostoli da Cristo…confermati nella parola di Dio con la fiducia dello Spirito Santo» (1 Cor 42).

Anche S. Ignazio d’Antiochia, con una immagine suggestiva, descrive l’edificazione della vita cristiana come un’operazione congiunta della santa Trinità: «Voi siete le pietre del tempio del Padre, preparate per essere costruite in edificio a Dio Padre, innalzate fino alla sommità per mezzo dell’argano di Gesù Cristo, che è la sua croce, con il cavo dello Spirito Santo; la vostra fede poi è la leva che vi innalza, e la carità è la strada che vi conduce a Dio» (Ef 9,1).

Verso l’anno 155, dinanzi al rogo del suo martirio, S. Policarpo così conclude la sua «eucaristia»: «Per questo e per tutti gli altri benefici ti rendo lode e benedizione e gloria, per mezzo dell’eterno e celeste pontefice Gesù Cristo, Figlio tuo diletto, per il quale e con il quale e per lo Spirito Santo, a Te gloria sia ora e nei secoli futuri. Amen».

Tra il 180 e il 199 S. Ireneo così formulava la legge di ogni ritorno a Dio. «E’ questa l’ordinazione e la disposizione per coloro che si salvano…; essi avanzano per queste tappe: per lo Spirito Santo arrivano al Figlio e per il Figlio salgono al Padre ».

Più tardi, nei secoli IV e V, a seguito della polemica antiariana (negava la divinità di Cristo) e delle lotte contro coloro che negavano la divinità dello Spirito Santo, i Padri fanno ancora ricorso al movimento cristologico-trinitario per riaffermare e difendere la fede neotestamentaria. Come potremmo essere conformi alla natura divina, e quindi deificati, se lo Spirito Santo che ci rende conformi al Verbo non fosse veramente Dio? Nessuna creatura potrebbe mai farci partecipi della natura divina (cf 2 Pt 1,4). Nella Lettera a Serapione, così scrive S. Atanasio: «Lo Spirito Santo è l’unguento e il sigillo col quale il Verbo unge e segna tutto… Così segnati, giustamente diventiamo partecipi della divina natura come dice Pietro, e così la natura diventa partecipe del Verbo nello Spirito e per lo Spirito siamo partecipi di Dio».

 

3.      La tradizione liturgica.

La liturgia è attuazione della Scrittura e della tradizione. La Lex orandi segue quindi il metodo cristologico-trinitario nell’organizzare tutto il proprio impianto eucologico (le varie forme di preghiera liturgica). Il Dio della liturgia non è semplicemente il Dio della sinagoga, né il Dio dei filosofi, ma il Dio specificamente cristiano, il Dio Trinità. In questo senso preciso si può dire che il culto del Dio uno non esiste nella liturgia; essa adotta invece la visuale cristologico-trinitaria che consiste nel mettere al primo piano dell’attenzione e della coscienza la distinzione reale delle Persone (dal/al Padre, per Cristo, nello Spirito) mentre la loro unità di natura è affermata solo in un secondo momento riflesso.

Tutto questo appare ben chiaro nelle varie espressioni della liturgia, a partire dalla liturgia battesimale: la Chiesa battezza «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19), in Dio Tri-Unico. I cristiani sono configurati a Cristo, figli nel Figlio, in comunione con il Padre e con lo Spirito Santo. Da qui si comprende perché «Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana» (Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC] 234; cf CCC 2157).

La stessa Chiesa si autocomprende come «un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Lumen gentium 4b). A partire da questa fede battesimale, non fa meraviglia che tutte le espressioni di fede, come il Credo e il Gloria, e tutte le espressioni di lode e di benedizione, come le orazioni, le dossologie, i prefazi, le preci eucaristiche, siano di regola strutturate secondo un dinamismo trinitario: al Padre, per Cristo, nello Spirito.

a.      Le orazioni.

La regola generale della tradizione antica è che l’orazione liturgica sia diretta al Padre, per mezzo di Gesù Cristo, nella comunione dello Spirito Santo. Era talmente forte questa regola nell’antichità che il concilio di Ippona del 393, a cui assisteva come presbitero Agostino, nonostante il pericolo dell’arianesimo, formulò tale regola in modo universale e assoluto nel modo seguente: «Cum altari assistitur, semper ad Patrem dirigatur oratio» (= Quando si celebra all’altare, l’orazione deve essere rivolta sempre al Padre). Si vede qui la fedeltà al messaggio del Nuovo Testamento (cf Col 3,16s; Ef 5,18s) e come la Chiesa sia sempre intervenuta a salvaguardare l’ortodossia, la Lex credendi, espressa nella Lex orandi.[2]

Ogni orazione, pertanto, si apre sempre con una «benedizione» rivolta al Padre del quale si loda la bontà, la misericordia, l’onnipotenza, ecc. (es.: O Dio Padre buono e misericordioso…); a questa benedizione iniziale fa seguito una breve «anamnesi», o memoriale di un fatto storico-salvifico operato dal Figlio e che dà spunto all’odierna celebrazione (es.: oggi in Cristo tuo Figlio hai risollevato il mondo dalla sua caduta..); la terza parte dell’orazione è costituita da una «epiclesi» la quale intercede dal Padre, per mezzo del Figlio, il dono dello Spirito santificante perché possano attuarsi qui-per-noi-oggi i frutti di quel mistero del quale abbiamo fatto memoriale (es.: perché l’effusione del tuo Spirito ci trasformi ad immagine della tua gloria).

La conclusione delle Orazioni può avere una forma breve (Per Cristo nostro Signore) oppure una forma più lunga che si sviluppò in epoca antiariana per sottolineare la divinità di Cristo e dello Spirito (Per il nostro Signore Gesù Cristo che è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli).

 

b.      Le dossologie.

Tipica dossologia (doxa = glorificazione; logos = parola) è quella che conclude la Prece eucaristica: «Per-con-in Cristo, a te Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli».

Termine ultimo della preghiera e della lode è dunque il Padre, prima origine di tutti i benefici. Il Figlio Gesù Cristo è il grande mediatore, il Ponte(fice); si va al Padre per mezzo suo (per), uniti a lui come sue membra (in), non senza di lui (con). Lo Spirito Santo è il santificatore, colui che a partire dalla risurrezione-pentecoste porta a compimento nella Chiesa l’opera della redenzione.[3]

La preghiera in forma di «dossologia» esprime dunque, meglio di ogni altra, la visuale cristologico-trinitaria del mistero cristiano così come ci viene suggerito dallo stesso S. Paolo: «A Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli dei secoli» (Rm 16,27).

La dossologia è un gioco di nascondimento e di svelamento: il Figlio si nasconde nella carne per svelare il Padre e il Padre si nasconde nel silenzio per mostrare il Figlio-Verbo (la Parola); Dio si nasconde nella croce per svelare l’uomo a se stesso, e l’uomo si nasconde nella liturgia-dossologia per svelare Dio all’uomo.

 

 

4. Indicazioni per la prassi liturgico-pastorale.

Quale riscontro di quanto abbiamo brevemente esposto circa il duplice movimento della liturgia e la sua natura cistologico-trinitaria, sta il fatto incontestabile che mai è esistita una festa del Padre, come non c’è una festa del Figlio o una festa dello Spirito Santo.[4] Anche una festa della Trinità fu introdotta tardivamente nella Chiesa di Roma (a partire dal 1334), non senza resistenze (“Ogni domenica e ogni giorno noi celebriamo la Santa Trinità”, disse il Papa Alessandro III, al Vescovo di Terdon che ne chiedeva l’introduzione). Ogni festa è sempre celebrazione congiunta delle tre divine Persone.

Se dunque lo stile della Lex orandi, cioè del pregare liturgico, è sempre trinitario, così deve essere anche il modo di pregare di colui che presiede sia le azioni liturgiche sia i pii esercizi. Vi sono infatti numerosi spazi di «creatività liturgica» all’interno della stessa liturgia (basti pensare alle formule di introduzione e di conclusione della Preghiera dei fedeli) e ben maggiori ve ne sono nella pietà popolare e nei pii esercizi (basti pensare alle preghiere prima e dopo i pasti). Un corretto stile di preghiera, che dalla liturgia trae ispirazione, avrà pertanto sempre un movimento cristologico-trinitario: per Cristo, al Padre, nello Spirito.

Per Cristo: Tutta l’economia della salvezza trova il suo senso nel Verbo incarnato, in quanto ne prepara la venuta o ne mostra il regno presente sulla terra e in via di espansione fino alla seconda venuta che concluderà il piano di Dio. Così il mistero di Cristo illumina tutto il contenuto della liturgia. I diversi elementi - biblici, evangelici, ecclesiali, umani e cosmici - che la liturgia deve assumere, spiegare, celebrare, prendono tutto il loro senso in rapporto al Verbo incarnato.

Al Padre: Lo scopo supremo dell’incarnazione del Verbo e di tutta l’economia della salvezza è quello di portare l’umanità al Padre. La liturgia perciò, aiutando a penetrare sempre più profondamente il disegno di amore del Padre, deve far comprendere che il senso ultimo della vita umana è conoscere e amare Dio e glorificarlo facendo la sua volontà, come Cristo ci ha insegnato con le parole e con l’esempio della sua vita, per giungere al possesso della vita eterna.

Nello Spirito: L’intelligenza del mistero di Cristo e la via al Padre ci vengono date nello Spirito Santo. Nel celebrare il contenuto del messaggio cristiano, la liturgia deve sempre mettere in evidenza l’azione dello Spirito Santo che conduce gli uomini alla comunione con Dio e tra loro e all’impegno vitale.

Se la preghiera liturgia manca di questi tre elementi o trascura una stretta connessione dei medesimi, il messaggio cristiano può davvero perdere il carattere che gli è proprio.

Qualche esempio pratico, a mo’ di conclusione. Dobbiamo pregare all’inizio di un pasto o ci viene richiesto di benedire un oggetto di devozione (un rosario, una immagine); non abbiamo a portata di mano il Benedizionale; senza perderci d’animo si metta in pratica la Lex orandi completando con parole semplici e piene di fede i quattro passaggi tipici di ogni orazione:

a.       benedizione al Padre: Benedetto sii tu, o Padre, origine e fonte di ogni benedizione, che ti compiaci della crescita spirituale dei tuoi figli;

b.      memoriale dell’opera salvifica del Figlio: nel mistero ineffabile del Cristo tuo Figlio, mite e umile di cuore, hai distrutto la morte e ci hai aperto la via dell’eterna salvezza;

c.       epiclesi o invocazione dello Spirito Santo: effondi su di noi la potenza vivificante del tuo Santo Spirito perché faccia di noi l’immagine vivente del tuo amore invisibile.

d.      dossologia: A te gloria e benedizione con lo Spirito Santo nella tua santa Chiesa per mezzo del Figlio tuo e Signore nostro ora e nei secoli dei secoli.

La struttura cristologico-trinitaria della preghiera, il duplice movimento della liturgia, collocano ogni nostra azione in tensione dialogica con la historia salutis, con la rivelazione fatta da Dio con parole ed opere e culminata nel dono di Cristo e dello Spirito. «Con questa rivelazione Dio invisibile (cf Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cf Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cf Bar 3,38)» (DV 2). «Quando preghiamo parliamo a Lui; Lui ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini» (DV 25). Il dialogo della nostra salvezza è fatto dunque di ascolto e di lode; se nell’ascolto Dio parla a noi come ad amici, nella lode noi come figli «per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo abbiamo accesso al Padre e siamo resi partecipi della divina natura (cf Ef 2,18; 2 Pt 1,4)» (DV 2).

 

Paolo Giglioni


 



[1] Anche il decreto sull’ecumenismo, parlando della tradizione liturgica e spirituale degli Orientali che si esprime soprattutto nella celebrazione eucaristica, dice che attraverso tale celebrazione  i fedeli «hanno accesso al Padre per mezzo del Figlio, Verbo incarnato, morto e glorificato, nell’effusione dello Spirito Santo, ed entrano in comunione con la Santissima Trinità» (Unitatis redintegratio 15).

[2] Questa espressione, attribuita a Prospero di Aquitania (390-460), significa: «La legge (= norma) del pregare stabilisce la legge del credere»; la fede regola la preghiera e la preghiera regola la fede; se si prega bene, e soprattutto con contenuti esatti, anche la fede sarà salda e senza eresie.

[3] Mai nella Liturgia allo Spirito Santo è attribuita un’opera di mediazione; per il semplice motivo che Mediatore è solo colui che si è incarnato, il Figlio, divenendo così strumento, con la sua umanità assunta, della nostra redenzione. Diceva S. Atanasio: «nessuna realtà è redenta se non viene assunta»; solo Colui che assume la nostra realtà umana è nostro Redentore, in obbedienza al Padre che vuole che tutti siano salvati (1 Tm 2,4) ed in comunione con lo Spirito santificatore.

[4] La Pentecoste non è la festa dello Spirito Santo, allo stesso modo che il Natale non è la festa del Figlio. Ogni festa è sempre celebrazione dell’iniziativa salvifica del Padre, attuata nel mistero di incarnazione-morte-risurrezione del Figlio, prolungata nel tempo dall’azione santificante dello Spirito.


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Fonte: www.clerus.org/clerus/dati/2001-03/17-2/12MOVTRI.html

venerdì 7 marzo 2025

Carlo Mattiello (1893-1926) fondatore del Tabacchificio Mattiello a Pontecagnano, di Carlo Sarno

 

Carlo Mattiello (1893-1926) 

fondatore del Tabacchificio Mattiello a Pontecagnano,
imprenditore e innovatore della lavorazione dei tabacchi americani
di Carlo Sarno





INTRODUZIONE

La nascita dei tabacchifici a Pontecagnano Faiano nel primo Novecento rappresenta il passaggio fondamentale da un'economia agricola di sussistenza a una di stampo industriale, rendendo la città uno dei fulcri della produzione di tabacco nel Sud Italia.

Origini e Sviluppo (1900-1920)
Sebbene la coltivazione del tabacco nel salernitano fosse già radicata in zone come Cava de' Tirreni e l'Agro Nocerino sin dall'Ottocento, è solo dopo il 1920 che Pontecagnano diventa un centro di eccellenza.
Transizione colturale: All'inizio del secolo, colture tradizionali come pomodoro e canapa iniziarono a cedere il passo al tabacco, spinto da nuove varietà più redditizie.
Introduzione del Burley: Intorno al 1920, l'introduzione della varietà Burley (particolarmente adatta ai terreni irrigui della Piana del Sele) diede l'impulso decisivo per la costruzione dei grandi stabilimenti.

I Protagonisti e gli Stabilimenti
L'industrializzazione fu guidata sia da grandi gruppi monopolistici che da imprenditori locali, portando alla costruzione di imponenti strutture di archeologia industriale tuttora visibili:
SAIM (Società Agricola Industriale Meridionale): Fu il principale attore economico della zona, gestendo importanti stabilimenti come quello di Farinia, edificato in epoca fascista sotto il regime del monopolio.
Tabacchificio Centola: Uno dei simboli della città, oggi recuperato come struttura polifunzionale, testimonia l'importanza architettonica e sociale di questi edifici.
Tabacchificio Carlo Mattiello & C.: stabilimento innovativo che introduceva la lavorazione del tabacco americano.
Tabacchificio Fortunato Farina: Un altro pilastro della produzione locale che contribuì a trasformare il volto urbanistico della Piana del Sele.

Impatto Sociale: Le Tabacchine
La nascita dei tabacchifici non fu solo un evento economico, ma una rivoluzione sociale:
Lavoro femminile: Gli stabilimenti impiegavano centinaia di donne, le cosiddette "tabacchine", responsabili della delicata fase di selezione e cura delle foglie.
Villaggi operai: Intorno ai tabacchifici nacquero veri e propri nuclei abitativi e servizi che segnarono l'urbanizzazione moderna di Pontecagnano.

Oggi molti di questi luoghi, come l'Ex Tabacchificio Centola, sono stati riqualificati per ospitare eventi culturali e musei, mantenendo viva la memoria storica del territorio.



LA SOCIETA' AGRICOLA INDUSTRIALE SALERNITANA (SAIS)

La Società Agricola Industriale Salernitana (SAIS), fondata il 9 aprile 1918, rappresenta il motore originario dell'industrializzazione agricola nella Piana del Sele e il precursore di quello che sarebbe diventato l'impero del tabacco nel Salernitano.
Ecco i punti chiave della sua evoluzione:

1. Fondazione e Visione Iniziale (1918)
La SAIS nacque a Salerno su iniziativa di circa quaranta soci, tra cui spiccavano figure di rilievo come l'onorevole Mattia Farina e Carlo de Martino.
Obiettivo originario: Inizialmente la società non era focalizzata esclusivamente sul tabacco; si proponeva di modernizzare l'agricoltura locale e sviluppare la produzione casearia.
Prime infrastrutture: Uno dei primi progetti concreti fu la costruzione di un moderno caseificio a Battipaglia nel 1920, riprendendo un'idea della Reale Società Economica di Salerno.

2. La Svolta verso il Tabacco (Anni '20)
Nonostante gli inizi nel settore lattiero-caseario, la SAIS comprese rapidamente le potenzialità della tabacchicoltura, in particolare delle varietà Burley e Maryland, introdotte con successo nella zona dopo il 1920.
Espansione territoriale: La società avviò la costruzione di grandi impianti di lavorazione in punti strategici:
Battipaglia (1920).
Bellizzi (1924).
Santa Lucia di Battipaglia (1929).
Legame con Pontecagnano: Sebbene avesse sede a Salerno e stabilimenti a Battipaglia, la SAIS influenzò profondamente l'intera area picentina, dove operavano altri grandi opifici come quelli di Alfani, Mattiello e Centola.

3. Da SAIS a SAIM: Il Monopolio
A metà degli anni Trenta (1933), la società subì una trasformazione radicale cambiando denominazione in SAIM (Società Agricola Industriale Meridionale).
Carmine De Martino: Sotto la guida di Carmine De Martino, la SAIM ottenne il monopolio di fatto per la produzione di tabacco nell'Italia meridionale.
Il Tabacchificio Farinia: Fu proprio la SAIM a edificare nel 1937 il celebre stabilimento di Farinia a Pontecagnano (località Picciola), oggi considerato un esempio emblematico di architettura industriale di epoca fascista.

Eredità Storica
La SAIS trasformò la Piana del Sele da terra di paludi e agricoltura marginale a polo industriale d'eccellenza, creando migliaia di posti di lavoro, specialmente per la manodopera femminile. Oggi, le strutture nate da quella spinta iniziale, come l'Ex Tabacchificio Centola a Pontecagnano, sono state recuperate come centri polifunzionali e culturali.



IL TABACCHIFICIO SAS CARLO MATTIELLO & C. A PONTECAGNANO

La storia del tabacchificio Carlo Mattiello & C. è strettamente legata al periodo di massimo fermento della tabacchicoltura nella Piana del Sele, posizionandosi come uno dei principali attori privati prima del consolidamento dei grandi monopoli.

La nascita e la Società (1922)
Il tabacchificio nasce ufficialmente il 10 febbraio 1922 con la costituzione della Società in Accomandita Semplice (S.A.S.) Carlo Mattiello & C..
Concessione Speciale: La società ottenne una "concessione speciale" dallo Stato, che le permise di impiantare uno stabilimento per la lavorazione del tabacco direttamente a Pontecagnano.
SRTA: Nel 1923, l'impresa si trasformò in una società anonima denominata Stabilimenti Riuniti Tabacchi Americani (SRTA), diventando in breve tempo il principale concorrente della SAIS (poi SAIM) in provincia di Salerno.

Ruolo nel Distretto di Pontecagnano
Il complesso Mattiello faceva parte del "quadrilatero" industriale che ha definito l'identità di Pontecagnano Faiano nella prima metà del Novecento, insieme agli stabilimenti Alfani, Centola e Picciola.
Specializzazione: Questi impianti erano specializzati nella cura e prima trasformazione di varietà come il Burley e il Maryland, introdotte massicciamente nell'area dopo il 1920 per la loro redditività.
Impatto Urbanistico: Lo stabilimento era situato in una posizione strategica per il trasporto, contribuendo alla crescita dell'abitato intorno alla direttrice ferroviaria e stradale.

Declino e Memoria
Come gran parte dei tabacchifici privati, anche il Mattiello subì le conseguenze delle mutate politiche economiche, della morte prematura nel 1926 del suo fondatore Carlo Mattiello, e del monopolio crescente della SAIM.

Oggi, mentre strutture come l'Ex Tabacchificio Centola sono state recuperate dal Comune per usi socio-culturali, l'area dell'ex Mattiello rimane un tassello fondamentale per ricostruire la mappa dell'archeologia industriale locale.



SRTA - STABILIMENTI RIUNITI TABACCHI AMERICANI

La SRTA (Stabilimenti Riuniti Tabacchi Americani) ha rappresentato, tra le due guerre mondiali, la principale alternativa imprenditoriale privata al predominio della SAIM nella Piana del Sele.

Origini e Trasformazione (1922-1923)
La società nacque come evoluzione della S.A.S. Carlo Mattiello & C., costituita il 10 febbraio 1922. Già l'anno successivo, nel 1923, l'azienda cambiò assetto giuridico trasformandosi in Società Anonima con il nome di SRTA.
Concessione Speciale: Il successo iniziale fu garantito da una concessione statale che permetteva alla società di gestire direttamente l'impianto e la lavorazione, un privilegio raro in un settore fortemente regolamentato.

Espansione e Rete Produttiva
La SRTA non limitò il suo raggio d'azione alla sola Pontecagnano, ma creò un vero e proprio network produttivo distribuito strategicamente nel Salernitano:
Sede di Pontecagnano: Il nucleo centrale e cuore operativo della società.
Stabilimento San Mattia: Situato a Battipaglia, fungeva da importante centro di raccolta.
Stabilimento Isca Rotonda: Localizzato a Eboli, completava la copertura territoriale della Piana.

Specializzazione: Il Tabacco "Americano"
Il nome stesso della società rifletteva il cambiamento dei gusti dei consumatori degli anni '20, che iniziarono a preferire le sigarette di tipo americano rispetto ai sigari tradizionali.
Varietà coltivate: La SRTA si concentrò sulle varietà Burley e Maryland, introdotte intorno al 1920, che richiedevano cure specifiche all'aria e trovavano nelle zone irrigue del Sele il microclima ideale.

Il Confronto con il Monopolio
Per un decennio, la SRTA fu la principale concorrente della SAIS/SAIM. Tuttavia, il consolidamento del potere di quest'ultima e le politiche del regime fascista  limitarono progressivamente gli spazi di manovra dei piccoli e medi concessionari privati.

Oggi la memoria della SRTA sopravvive nell'archeologia industriale di Pontecagnano, integrandosi in un percorso storico che include l'attuale Ex Tabacchificio Centola.



SRTA: LA LAVORAZIONE DEL TABACCO BURLEY E MARYLAND

Le tecniche di lavorazione nei complessi della SRTA erano basate sulla cura ad aria (Air-curing), un processo naturale che differenziava radicalmente il Burley e il Maryland dai tabacchi scuri o orientali.

1. La Cura nelle "Fasce" e nei Capannoni
Il processo iniziava subito dopo la raccolta, che avveniva a foglie singole o a pianta intera:
Infilzatura: Le foglie venivano infilzate con grossi aghi e montate su spaghi o listelli di legno (le "filze").
Essiccazione naturale: Venivano appese in grandi capannoni in legno o muratura, progettati con finestrature a vasistas per regolare l'umidità e la ventilazione.
Trasformazione chimica: In 4-8 settimane, la foglia perdeva clorofilla, passando dal verde al giallo, fino al tipico marrone chiaro/dorato del Burley o al rossiccio del Maryland.

2. Il Lavoro in Fabbrica (Pontecagnano)
Una volta essiccato, il tabacco arrivava negli stabilimenti della SRTA per la lavorazione industriale:
Cernita (Il regno delle Tabacchine): Le operaie selezionavano manualmente le foglie in base a colore, dimensione e integrità, suddividendole in "classi" di qualità.
Scostolatura: Per il Maryland e il Burley di alta qualità, veniva rimossa la venatura centrale (costola) della foglia, troppo dura per le miscele da sigaretta.
Condizionamento: Il tabacco veniva trattato con vapore o getti d'aria umida per restituirgli l'elasticità necessaria al confezionamento, evitando che si sbriciolasse.

3. Allestimento e Spedizione
Formazione delle "Manelle": Le foglie venivano raggruppate in piccoli mazzi legati alla base.
Pressatura: Le manelle venivano sistemate in casse di legno o balle pressate meccanicamente, pronte per essere inviate alle manifatture statali per il taglio e la creazione delle miscele di tipo "American Blend".



SRTA: IL LAVORO DELLE TABACCHINE

Il lavoro delle tabacchine negli stabilimenti SRTA di Pontecagnano era caratterizzato da un forte contrasto: rappresentava la prima vera forma di emancipazione economica femminile, ma avveniva in condizioni di estrema fatica fisica e ambientale.
Ecco i dettagli del loro quotidiano:

1. L’Ambiente di Lavoro
Le operaie lavoravano in enormi stanzoni (come quelli visibili oggi nel complesso Centola) saturi di polvere di tabacco e forti odori acri.
Esposizione alla Nicotina: Il contatto prolungato con le foglie umide causava spesso la "malattia del tabacco verde", con sintomi come nausea e vertigini.
Postura: Passavano l'intera giornata sedute su sgabelli di legno o in piedi, chinate sui tavoli di cernita per selezionare le foglie a ritmo serrato.

2. La Gerarchia e la Disciplina
La SRTA applicava una rigida gerarchia di fabbrica:
Le Maestre: Donne esperte che sorvegliavano il lavoro, garantendo che la selezione per qualità (colore e integrità) fosse impeccabile.
Il Cottimo: Spesso il salario era legato alla quantità di tabacco lavorato (peso delle "manelle"), spingendo le operaie a ritmi frenetici che riducevano al minimo le pause.

3. Vita Sociale e Lotte Sindacali
Nonostante la fatica, il tabacchificio divenne uno spazio di socializzazione:
I Canti: Per alleviare la monotonia e il silenzio imposto, le tabacchine intonavano canti popolari che parlavano di amore e fatica.
Consapevolezza politica: Proprio all'interno della SRTA e degli altri stabilimenti di Pontecagnano nacquero i primi nuclei di resistenza sindacale femminile. Le tabacchine furono tra le prime a scioperare per ottenere aumenti salariali, asili nido (spesso gestiti dall'ONMI negli stabilimenti più grandi) e migliori tutele per la maternità.

4. Il "Salario della Libertà"
Per molte donne della Piana del Sele, il "soldo del tabacco" significava non dipendere più esclusivamente dal capofamiglia, permettendo loro di contribuire in modo decisivo al bilancio domestico e all'istruzione dei figli.



LE STRUTTURE DEI CAPANNONI DEL TABACCHIFICIO

I capannoni per la cura del Burley e del Maryland erano veri e propri dispositivi termodinamici, progettati per trasformare la foglia attraverso il controllo millimetrico di aria e umidità.
Ecco le caratteristiche architettoniche distintive:

1. Il Sistema dei "Vasistas"
La caratteristica visiva più iconica era la presenza di file interminabili di finestre a vasistas lungo tutte le pareti laterali.
Funzionamento: Venivano aperte o chiuse manualmente più volte al giorno per regolare la ventilazione trasversale.
Obiettivo: Evitare il ristagno di umidità (che avrebbe causato marciumi) o un'essiccazione troppo rapida (che avrebbe reso le foglie fragili e verdi).

2. Lo Scheletro: Le "Castellature"
All'interno, lo spazio non era libero ma occupato da una densa intelaiatura fissa in legno o metallo, chiamata castellatura.
Piani di carico: Le strutture si sviluppavano in altezza (fino a 10-12 metri) con diversi ordini di travi orizzontali.
I "Listelli": Le filze di tabacco venivano appese a questi telai, creando una foresta verticale di foglie che permetteva all'aria di circolare uniformemente tra i filari.

3. Materiali e Volumi
Pareti "leggere": Spesso realizzate con mattoni forati o graticci per favorire la traspirazione. In alcuni casi, i basamenti erano in muratura portante e la parte superiore in legno.
Tetti a falde: Coperti con tegole o lamiera, presentavano spesso lucernari o torrini di sfiato sul colmo per permettere all'aria calda e umida di uscire verso l'alto (effetto camino).
Dimensioni: Erano edifici molto lunghi e stretti, orientati solitamente secondo i venti dominanti della Piana del Sele per massimizzare il flusso d'aria naturale.

4. Evoluzione: Dai Capannoni ai "Lombardi"
Con il tempo, accanto ai grandi stabilimenti in muratura della SRTA, apparvero nei campi i cosiddetti "Lombardi": strutture più snelle e temporanee, con coperture in plastica o paglia, che ricalcavano però lo stesso principio di ventilazione dei grandi opifici industriali.
Oggi, i resti di queste cattedrali del lavoro, come quelli della zona di Picciola o del complesso Centola, restano i giganti muti del paesaggio agrario di Pontecagnano.



TABACCHIFICI E ASILO NIDO

La nascita degli asili nido nei tabacchifici di Pontecagnano e della Piana del Sele non fu solo una misura assistenziale, ma una necessità produttiva legata alla massiccia presenza di manodopera femminile (fino all'80-90% del totale).
Ecco come nacquero e come funzionavano:

1. La spinta legislativa e l'ONMI
Sebbene alcuni imprenditori illuminati avessero creato spazi rudimentali già negli anni '20, la vera svolta avvenne con l'istituzione dell'ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) nel 1925.
Obbligo legale: Le leggi del periodo fascista imposero alle fabbriche con oltre 50 operaie di allestire una "camera d'allattamento".
Collaborazione: Nei grandi centri come il Tabacchificio Centola o la SAIM, l'azienda forniva i locali e l'arredo, mentre l'ONMI metteva a disposizione personale specializzato (vigilatrici d'infanzia e infermiere).

2. Architettura e Funzione: L'asilo del "Centola"
L'esempio più celebre è quello dell'Ex Tabacchificio Centola, dove l'asilo nido era parte integrante del progetto architettonico.
Posizione strategica: Gli asili erano situati in ali separate ma comunicanti con i saloni di lavorazione, per permettere alle madri di raggiungere i figli durante le pause autorizzate per l'allattamento (solitamente ogni 3 ore).
Dotazioni: Erano dotati di culle, refettori e spesso di piccoli giardini per l'areazione, isolati dalla polvere di tabacco che saturava il resto dello stabilimento.

3. L'impatto sulla vita delle Tabacchine
Prima della creazione di questi spazi, le donne erano costrette a lasciare i neonati a parenti anziani o a portarli con sé nei campi, esponendoli a rischi sanitari.
Socializzazione precoce: Per molti figli di operai, l'asilo del tabacchificio rappresentò il primo contatto con l'igiene medica e un'alimentazione controllata.
Controllo sociale: Se da un lato l'asilo facilitava il lavoro, dall'altro permetteva all'azienda e al regime di esercitare un controllo sulla famiglia operaia fin dalla nascita.

4. La memoria
Oggi, negli interventi di recupero di archeologia industriale a Pontecagnano, quegli spazi un tempo adibiti ad asilo sono spesso i primi a essere destinati a centri sociali o ludoteche, mantenendo la loro vocazione originaria di servizio alla comunità.



CARLO MATTIELLO: PIONIERE DELLA NUOVA PRODUZIONE DI TABACCO

La storia di Carlo Mattiello (1893-1926) è quella di un pioniere che ha intuito, prima di altri, la trasformazione del mercato mondiale del tabacco, traghettando la produzione salernitana dai vecchi sigari "scuri" alle moderne sigarette "chiare".
Ecco la ricostruzione dettagliata dei passaggi societari e del ruolo del fondatore:

1. Il Protagonista: Carlo Mattiello
Carlo Mattiello non era solo un proprietario terriero, ma un imprenditore con una visione industriale moderna. Fu tra i primi a comprendere che la Piana del Sele aveva un microclima identico a quello delle zone di origine dei tabacchi Burley (Kentucky/Tennessee) e Maryland.
L'intuizione: Mentre molti restavano legati alle concessioni tradizionali, Mattiello puntò tutto sulla "cura ad aria" e sulle varietà americane, molto più richieste dalle manifatture per il nuovo gusto dei fumatori del dopoguerra (1918).

2. La S.A.S. Carlo Mattiello & C. (1922)
Il 10 febbraio 1922 segna l'inizio formale. Mattiello fondò una Società in Accomandita Semplice che portava il suo nome.
La Concessione Speciale: Fu l'atto fondamentale. Lo Stato concesse a Mattiello il permesso di impiantare uno stabilimento "sperimentale" a Pontecagnano. Questo diede alla società un vantaggio competitivo enorme: potevano gestire l'intera filiera, dal seme alla foglia lavorata (il "leaf tobacco" pronto per la manifattura).

3. La Società Anonima Stabilimenti Americani 
Nel giro di pochi mesi, la crescita fu talmente rapida che la struttura di una S.A.S. (legata alla persona di Mattiello) non bastava più per raccogliere i capitali necessari.
Nacque la Società Anonima Stabilimenti Americani, che serviva a finanziare la costruzione dei grandi capannoni a vasistas (di cui abbiamo parlato) e l'acquisto dei macchinari per la pressatura meccanica.
Carlo Mattiello rimase la figura centrale, ma la società divenne un organismo finanziario più complesso, capace di interloquire con le banche e il Ministero delle Finanze.

4. La SRTA: Stabilimenti Riuniti Tabacchi Americani (1923)
Il passaggio definitivo avvenne nel 1923 con la creazione della SRTA. Questa sigla non era solo un cambio di nome, ma una strategia di concentrazione industriale:
L'unificazione: Sotto il marchio SRTA vennero riuniti non solo gli impianti di Pontecagnano, ma anche quelli acquisiti o costruiti a Battipaglia (San Mattia) e Eboli (Isca Rotonda).
Obiettivo: Creare una massa critica tale da poter competere con la SAIS (di Farina e De Martino). La SRTA divenne il polo privato di riferimento per il tabacco "light" nel Mezzogiorno.
Ruolo di Mattiello nella SRTA: Egli agì come Direttore Tecnico e stratega, curando i rapporti con i coltivatori locali. Convinceva i contadini ad abbandonare le colture tradizionali garantendo loro l'acquisto dell'intero raccolto, a patto che seguissero le sue rigide direttive sulla cura nei capannoni.

Il Declino e l'Assorbimento
Il successo della SRTA di Mattiello entrò in rotta di collisione con l'ascesa politica di Carmine De Martino e della sua SAIM. Nel 1926 muore prematuramente Carlo Mattiello lasciando la guida innovativa di SRTA. Negli anni '30, le politiche del regime fascista spinsero verso una concentrazione monopolistica totale. La SRTA, pur essendo un colosso, si trovò progressivamente isolata nelle assegnazioni delle quote di coltivazione.

Oggi, l'area dove sorgeva il tabacchificio Mattiello a Pontecagnano è un simbolo di quella sfida industriale che cercò di creare un'alternativa privata al monopolio, fondendo competenza agraria e finanza moderna.



CARLO MATTIELLO E I PROPRIETARI TERRIERI LOCALI

Il rapporto tra Carlo Mattiello e i proprietari terrieri della Piana del Sele fu l'ingranaggio che permise la rapida transizione della zona da un'economia di latifondo a un distretto agro-industriale d'avanguardia. Mattiello non agiva come un semplice acquirente, ma come un vero partner tecnico e finanziario.
Ecco i pilastri su cui poggiava questa relazione:

1. Il Sistema del "Contratto di Coltivazione"
Mattiello fu tra i primi a introdurre contratti che legavano strettamente il proprietario terriero allo stabilimento.
Garanzia di acquisto: In un'epoca di mercati instabili, la SRTA garantiva ai proprietari il ritiro dell'intera produzione. Questo eliminava il rischio invenduto, spingendo anche i latifondisti più conservatori a investire.
Anticipazioni finanziarie: Mattiello spesso finanziava i proprietari all'inizio della stagione per l'acquisto di sementi selezionate e concimi chimici, che la stessa SRTA importava o selezionava.

2. L'Assistenza Tecnica come Vincolo
Il rapporto non era solo commerciale, ma quasi pedagogico. Mattiello sapeva che la qualità del Burley e del Maryland dipendeva dalla cura in campo e nei capannoni agricoli.
I Tecnici della SRTA: Mattiello inviava i propri esperti nelle tenute dei proprietari terrieri per istruire i coloni e i contadini sulle tecniche di trapianto e, soprattutto, sulla costruzione dei capannoni a vasistas.
Standardizzazione: Questo permetteva a Mattiello di ottenere un prodotto omogeneo dai diversi fornitori, fondamentale per poter rivendere il tabacco alle manifatture con il marchio di qualità della SRTA.

3. La Creazione di una "Elite del Tabacco"
Attorno alla figura di Mattiello si consolidò una classe di proprietari terrieri (spesso appartenenti alla nobiltà o alla borghesia agraria locale) che vedevano nel tabacco la via per la modernizzazione.
Investimenti infrastrutturali: Grazie ai proventi garantiti dalla SRTA, i proprietari iniziarono a bonificare i terreni e a costruire quelle strutture in muratura e legno che ancora oggi punteggiano la Piana.
Rapporti di fiducia: Mattiello godeva di grande prestigio personale; la sua parola valeva spesso quanto un contratto scritto, il che gli permise di creare una rete di fornitori fedelissimi che resistettero a lungo alle lusinghe della concorrente SAIS/SAIM.

4. Il conflitto tra Proprietà e Lavoro
Sebbene il rapporto tra Mattiello e i proprietari fosse idilliaco, esso poggiava sul duro lavoro dei coloni e delle braccianti. Mattiello era il mediatore: chiedeva ai proprietari massima qualità, i quali a loro volta stringevano i ritmi di lavoro sui contadini. Questo equilibrio si incrinò solo con le prime grandi ondate di scioperi, quando le rivendicazioni delle tabacchine iniziarono a colpire sia il "padrone" del tabacchificio che il proprietario della terra.



LE FAMIGLIE STORICHE DI PONTECAGNANO

La collaborazione tra Carlo Mattiello e i proprietari terrieri locali fu il pilastro che permise alla SRTA di imporsi come polo d'eccellenza. Mattiello riuscì a coinvolgere sia l'antica aristocrazia agraria che la nuova borghesia terriera, convincendole a riconvertire i propri latifondi alla tabacchicoltura "americana".
Ecco le principali famiglie storiche di Pontecagnano e della zona limitrofa che furono protagoniste di questa stagione industriale:

Le Grandi Famiglie e i Tabacchifici
Famiglia Alfani: Una delle stirpi più influenti. Gestivano l'omonimo Tabacchificio Alfani (con figure come Mario Antonio Alfani), situato nel cuore di Pontecagnano. Gli Alfani furono tra i primi a comprendere la necessità di una lavorazione industriale su larga scala, collaborando con la rete di Mattiello per la standardizzazione delle varietà Burley.
Famiglia Budetta: Legata storicamente al territorio, il nome della famiglia è indissolubilmente unito allo sviluppo urbanistico della zona industriale. La via dove sorge il celebre Tabacchificio Centola è oggi intitolata a Giacomo Budetti, a testimonianza del ruolo centrale della famiglia nella gestione dei suoli e delle infrastrutture agricole.
Famiglia Morese: Storici proprietari terrieri della Piana del Sele, i Morese (con tenute come Taverna Penta e Auteta) rappresentano l'esempio di nobiltà agraria che seppe diversificare tra allevamento bufalino e tabacchicoltura. Sebbene oggi siano celebri per l'eccellenza casearia, nel primo Novecento le loro terre furono fondamentali per la sperimentazione delle nuove varietà introdotte da Mattiello.
Famiglia Farina: Sebbene spesso associati alla concorrente SAIS/SAIM (con Mattia e poi Carmine De Martino), i vari rami della famiglia Farina detenevano ampie porzioni di territorio a Pontecagnano (come la località Farinia) che definirono il perimetro d'azione in cui Mattiello dovette muoversi per stringere i suoi accordi di fornitura.

Altre Figure di Rilievo
Oltre ai grandi nomi, Mattiello collaborò con una rete di circa 44 soci fondatori e medi proprietari terrieri che costituivano la "borghesia del tabacco". Tra questi figuravano esponenti delle famiglie Negri e Mattiello stessi, che agivano come garanti tecnici e finanziari presso i contadini della zona.

Questi rapporti non erano solo economici, ma definirono l'assetto urbanistico di Pontecagnano: le ville padronali di queste famiglie vennero spesso costruite a ridosso o in asse con gli stabilimenti di cura, creando quel paesaggio di "cattedrali nel verde" tipico della Piana del Sele.



LA LOGISTICA DEL TRASPORTO DEL TABACCO ALLO STABILIMENTO MATTIELLO

La logistica del trasporto tra le tenute della Piana del Sele e lo stabilimento centrale Mattiello (poi SRTA) era una macchina complessa che doveva conciliare la fragilità del prodotto con l'estensione del territorio. Il tabacco, una volta curato, temeva l'umidità eccessiva e lo sbriciolamento, richiedendo un sistema di movimentazione rapido e protetto.
Ecco come veniva gestita operativamente:

1. Il Trasporto a Corto Raggio: I Carri Agricoli
Dalle tenute limitrofe a Pontecagnano (come quelle delle famiglie Alfani o Budetta), il tabacco arrivava allo stabilimento tramite i tradizionali carri a trazione animale.
L'imballaggio primario: Le foglie, già raggruppate in "manelle", venivano caricate in grandi ceste di vimini o avvolte in teli di juta per evitare che il vento o la polvere della strada le danneggiassero.
Il rito della consegna: Durante il periodo della raccolta (tarda estate-autunno), le strade verso il centro di Pontecagnano erano percorse da file di carri che creavano un vero e proprio "ingorgo del tabacco" davanti ai cancelli del Mattiello per la pesatura.

2. I Centri di Raccolta Intermedi (Hub)
Poiché la SRTA gestiva terreni fino a Eboli e Battipaglia, Carlo Mattiello ideò un sistema di stabilimenti succursali (come San Mattia e Isca Rotonda) che fungevano da centri di stoccaggio temporaneo.
Qui il tabacco subiva una prima verifica di qualità.
Solo dopo questa pre-selezione, i lotti migliori venivano trasferiti allo stabilimento centrale di Pontecagnano per la lavorazione finale e la pressatura meccanica.

3. L'Innovazione dei Camion (Anni '20 e '30)
Con la trasformazione in Società Anonima e poi in SRTA, l'azienda fu tra le prime nella zona a investire in una propria flotta di autocarri gommati.
Velocità: L'uso dei camion permise di accorciare i tempi di trasporto dalle zone più distanti della Piana, riducendo l'esposizione del tabacco agli agenti atmosferici.
Capacità: I camion potevano trasportare le "balle" di tabacco già parzialmente pressate dai centri di raccolta periferici allo stabilimento centrale con molta più efficienza rispetto ai carri.

4. Il Ruolo della Ferrovia
Lo stabilimento Mattiello sorse strategicamente vicino alla linea ferroviaria Salerno-Reggio Calabria.
In entrata: La ferrovia serviva raramente per il trasporto dalle tenute (che preferivano la gomma), ma era fondamentale per l'arrivo di materiali pesanti come macchinari, carbone per le caldaie e legname per le casse.
In uscita: Una volta lavorato e imballato in pesanti casse di legno, il tabacco della SRTA partiva via treno direttamente dallo scalo ferroviario di Pontecagnano verso le Manifatture Tabacchi di Stato in tutta Italia o verso il porto di Napoli per l'esportazione.

5. La "Pesatura" e il Controllo
Ogni carico che arrivava allo stabilimento passava per la pesa a ponte. Questo era il momento cruciale del rapporto tra Mattiello e i proprietari terrieri: il peso e il grado di umidità rilevati determinavano il guadagno della tenuta, dando luogo spesso a lunghe trattative tra i fattori delle aziende agricole e i tecnici della SRTA.



IL TABACCHIFICIO MATTIELLO E I MACCHINARI DI PRESSATURA

Nello stabilimento Mattiello (poi SRTA), la fase di pressatura era il cuore tecnologico dell'opificio: serviva a trasformare le foglie voluminose e fragili in blocchi compatti e stabili, pronti per la conservazione pluriennale e il trasporto verso le Manifatture.
Ecco i dettagli tecnici dei macchinari e del processo:

1. Le Presse Idrauliche a Colonna
A differenza dei piccoli produttori che usavano presse manuali a vite, Mattiello investì in potenti presse idrauliche verticali.
Struttura: Erano composte da massicce colonne in ghisa che sostenevano un pistone centrale azionato da un sistema di pompe.
Funzionamento: Le foglie (già selezionate e umidificate per non spezzarsi) venivano inserite in casse di legno aperte sopra e sotto, poste su un carrello sotto il piatto della pressa.
Pressione controllata: La forza veniva applicata gradualmente per far uscire l'aria residua e compattare il tabacco senza schiacciare le venature delle foglie, preservandone gli oli essenziali.

2. Le Pompe a Vapore e l'Energia
Per azionare queste presse, lo stabilimento era dotato di una centrale termica interna.
Caldaie: Producevano il vapore necessario sia per i macchinari che per le "camere di condizionamento" (dove il tabacco veniva ammorbidito prima della pressatura).
Trasmissione: Spesso la forza motrice era distribuita tramite un sistema di pulegge e cinghie di cuoio che correvano lungo il soffitto del salone principale, collegando i motori alle singole presse.

3. La Formazione delle "Balle" e delle Casse
Il macchinario lavorava in sinergia con contenitori specifici:
Le Casse d'Esportazione: Erano robusti contenitori in legno di pioppo o abete. Il tabacco veniva pressato direttamente dentro la cassa definitiva. Una volta raggiunta la densità voluta, il coperchio veniva inchiodato mentre il blocco era ancora sotto pressione.
Il Peso Standard: Una cassa di tabacco della SRTA pesava solitamente tra i 100 e i 200 kg, una misura ottimizzata per la movimentazione sui vagoni ferroviari della stazione di Pontecagnano.

4. Bilance di Precisione e Controllo Umidità
Accanto alle presse, Mattiello fece installare bilance industriali a bilico di grande precisione.
Ogni balla veniva pesata e catalogata con una "cedola" che ne indicava la qualità (scelta), l'annata e il grado di umidità.
L'igrometro: Era lo strumento principe; pressare tabacco troppo umido avrebbe causato muffe interne distruggendo il valore del carico.

5. Manutenzione e Sicurezza
Questi macchinari richiedevano una manutenzione costante affidata a meccanici specializzati (spesso chiamati dal Nord Italia o dalla Germania nei primi tempi). Il rumore delle presse e il sibilo del vapore erano il sottofondo costante della giornata lavorativa a Pontecagnano, segnando il passaggio definitivo dall'artigianato agricolo alla grande industria.

Oggi, alcune di queste antiche presse sono conservate come reperti di archeologia industriale, testimoniando la potenza economica che la SRTA raggiunse negli anni '20.



IL TABACCHIFICIO MATTIELLO E GLI OPERAI SPECIALIZZATI: LA FIGURA DI MATTEO BALZANO

Mentre le tabacchine costituivano la massa operosa della cernita, il personale maschile rappresentava l'ossatura tecnica e logistica dello stabilimento Mattiello/SRTA. Era un'élite operaia composta da figure specializzate che garantivano il battito meccanico della fabbrica.

1. I Fochisti e la Centrale Termica
Il cuore pulsante era la sala caldaie. I fochisti erano gli operai addetti ad alimentare le fornaci per generare il vapore.
Responsabilità: Dovevano mantenere la pressione costante per le presse idrauliche e per i sistemi di umidificazione dei tabacchi. Un calo di pressione fermava l'intera produzione.
Condizioni: Lavoravano in ambienti caldissimi e saturi di fumo di carbone, soggetti a turni massacranti per garantire che le macchine fossero pronte all'alba.

2. I Meccanici e i manutentori
I meccanici della SRTA erano i "custodi" delle presse e delle trasmissioni a cinghia.
Competenze: Spesso formati nelle scuole tecniche di Salerno o provenienti da esperienze nel settore tessile/meccanico, dovevano intervenire immediatamente in caso di rottura delle guarnizioni delle presse idrauliche (frequenti sotto sforzo).
Oliatori: Una sottocategoria di operai che percorreva lo stabilimento per lubrificare pulegge e ingranaggi sospesi, un lavoro pericoloso svolto spesso su scale instabili mentre le macchine erano in funzione.

3. Il Capo Tecnico MATTEO BALZANO
La figura di Matteo Balzano è centrale nella memoria storica di Pontecagnano, rappresentando il legame tra la direzione tecnica e la gestione operativa dei flussi di lavoro.
Capo Tecnico: Balzano agiva spesso come l'occhio destro di Carlo Mattiello (e successivamente nella gerarchia della SRTA). La sua figura era fondamentale nella mediazione tra le esigenze della proprietà e la realtà della produzione.
Esperto di Qualità: Oltre alla gestione del personale, Balzano era un profondo conoscitore delle foglie. Era lui a supervisionare la "pesata" e a decidere se un lotto di tabacco era idoneo alla pressatura o se necessitava di ulteriore condizionamento.
Legame col Territorio: Come molti quadri intermedi dell'epoca, Balzano fungeva da ponte con i proprietari terrieri e i coloni, garantendo che le direttive tecniche di Mattiello venissero applicate correttamente in tutte le tenute fornitrici della Piana.

4. La Gerarchia Sociale
In fabbrica esisteva una netta distinzione: gli uomini (meccanici, fochisti, magazzinieri) percepivano salari più alti delle tabacchine e occupavano ruoli di comando o di manutenzione specializzata. Erano loro a gestire il "prodotto finito", ovvero le pesanti casse da 200 kg che venivano movimentate verso lo scalo ferroviario.

Oggi, i nomi di questi tecnici e capisquadra emergono dai registri matricola conservati negli archivi di archeologia industriale, testimoniando la nascita di una vera classe operaia specializzata a Pontecagnano.



CARLO MATTIELLO, LA "SRTA" E L'ESPORTAZIONE DEL TABACCO

L'esportazione verso l'estero rappresentò per Carlo Mattiello e la SRTA la vera sfida commerciale, poiché significava confrontarsi con i rigorosi standard qualitativi dei mercati internazionali, in particolare quello tedesco e nord-europeo, grandi consumatori di miscele "light".
Ecco come veniva strutturato il canale dell'export:

1. La Certificazione della Qualità (Lo Standard "Mattiello")
Per esportare, non bastava produrre tabacco; serviva omogeneità. Mattiello impose una classificazione ferrea:
Selezione per l'Estero: Solo le foglie di "prima scelta" (prive di macchie, di colore dorato uniforme e integri) venivano destinate all'esportazione.
Il Marchio SRTA: Le casse venivano marchiate a fuoco con il logo della società, che divenne sinonimo di Burley italiano di alta qualità, capace di competere con quello originario del Kentucky.

2. Il Confezionamento per i Lunghi Viaggi
Il trasporto transoceanico o ferroviario internazionale richiedeva precauzioni speciali:
Le Casse "Tropicalizzate": Per l'export si usavano casse di legno più spesse, foderate internamente con carta catramata o fogli di zinco per impedire all'umidità salmastra (durante i tragitti marittimi) di penetrare e far fermentare il tabacco.
Pressatura ad Alta Densità: I macchinari descritti in precedenza venivano spinti al massimo per ridurre il volume della cassa, abbattendo così i costi di nolo (trasporto) che erano calcolati sullo spazio occupato.

3. La Logistica: Dal Treno al Porto di Napoli
La SRTA sfruttava la sua posizione strategica a Pontecagnano per una logistica intermodale:
La Ferrovia: I vagoni piombati partivano dallo scalo ferroviario locale carichi di casse dirette ai porti del Nord Europa (Amburgo, Brema) o verso le manifatture dell'Europa Centrale.
Il Porto di Napoli: Per le spedizioni via mare, i camion o i treni della SRTA raggiungevano il porto di Napoli. Qui Mattiello aveva referenti e agenti doganali che curavano l'imbarco sui piroscafi diretti alle grandi compagnie estere.

4. Gli Accordi Commerciali Internazionali
Mattiello non attendeva i compratori in fabbrica, ma agiva da moderno manager:
Rapporti con i Broker: La SRTA si avvaleva di intermediari internazionali che piazzavano il tabacco salernitano presso le grandi multinazionali del fumo.
Campioni di Prova: Prima delle spedizioni massicce, venivano inviate all'estero piccole "mazzette" di tabacco (i campioni) per permettere ai chimici delle manifatture straniere di testare la combustibilità e il tasso di nicotina.

5. Il Conflitto con il Monopolio di Stato
Questa attività di export era complessa perché avveniva sotto la vigilanza del Monopolio di Stato italiano. Mattiello dovette destreggiarsi tra le autorizzazioni ministeriali e la voglia di espandersi privatamente. Proprio la sua capacità di generare valuta pregiata tramite le esportazioni protesse inizialmente la SRTA dalle pressioni dei concorrenti locali.



CARLO MATTIELLO, GLI ARMATORI "ROMANO" E L'ESPORTAZIONE TABACCHI

Il ruolo degli armatori Romano di Salerno (in particolare la figura di Andrea Romano) fu cruciale per l'espansione internazionale del tabacchificio di Carlo Mattiello e della successiva SRTA, agendo come il braccio logistico marittimo necessario per raggiungere i mercati esteri.

1. Il Ponte Strategico verso il Nord Europa
Mentre Mattiello curava la qualità agricola e industriale a Pontecagnano, la famiglia Romano garantiva lo sbocco verso i grandi porti del Nord, come Amburgo, Brema e Anversa.
Specializzazione: Gli armatori Romano disponevano di navigli adatti al trasporto di merci delicate e voluminose come le casse di tabacco, che necessitavano di stive asciutte e ben ventilate per evitare fermentazioni dannose durante la navigazione.
Rapporto di fiducia: Quello tra Mattiello e Romano non era un semplice contratto di nolo, ma una partnership tra due grandi famiglie dell'imprenditoria salernitana che condividevano l'obiettivo di rendere il porto di Salerno uno scalo di rilevanza internazionale.

2. Ottimizzazione della Filiera
Il coinvolgimento diretto di un armatore locale permetteva a Mattiello di abbattere i costi di intermediazione:
Logistica integrata: Il tabacco passava direttamente dai vagoni ferroviari o dai camion della SRTA alle stive delle navi Romano nel porto di Salerno o di Napoli, riducendo i tempi di stoccaggio in banchina.
Gestione delle "Rinfuse": Grazie alla flessibilità degli armatori Romano, la SRTA poteva pianificare spedizioni cadenzate in base ai cicli di lavorazione stagionale del Burley e del Maryland.

3. L'Esportazione come Scudo Economico
La collaborazione con i Romano fu fondamentale per l'indipendenza della SRTA. Riuscendo a esportare grandi quantitativi di tabacco lavorato all'estero, Mattiello generava valuta estera e manteneva una posizione di forza nei confronti del Monopolio di Stato italiano, che inizialmente faticava a controllare i canali commerciali privati verso le manifatture straniere.



CARLO MATTIELO E MARIA ROMANO

La storia dell'unione tra Carlo Mattiello e Maria Romano non fu solo un legame affettivo, ma un vero e proprio assetto di potere economico che fuse le due anime della Salerno industriale del primo Novecento: l'oro verde del tabacco e la potenza marittima degli armatori.

1. Maria Romano: Il legame con il mare
Maria era esponente della celebre famiglia di armatori salernitani Romano.
L'unione strategica: Il matrimonio portò non solo capitali, ma soprattutto relazioni internazionali e una logistica preferenziale. Grazie a questo legame, il tabacco di Carlo Mattiello aveva una "corsia preferenziale" sui mercati esteri, utilizzando la flotta del suocero per le spedizioni.
Ruolo sociale: Come molte donne dell'alta borghesia salernitana dell'epoca, Maria Romano svolgeva un ruolo di rappresentanza fondamentale, gestendo i rapporti con le altre famiglie storiche (Alfani, Budetta, Morese) che costituivano la rete di fornitori della SRTA.

2. La Famiglia Mattiello: Tra Napoli e Salerno
La famiglia di Carlo aveva radici che spaziavano tra l'hinterland napoletano e la provincia di Salerno, portando con sé una cultura imprenditoriale pragmatica.
Carlo Mattiello (Napoli 1883 - Pontecagnano 1926)
Maria Romano Mattiello (New Orleans 1884 - Cava de' Tirreni 1925)
I Figli: 
Concetta Mattiello (1918-2018): sposata con Giovanni Rizzo (direttore generale del ministero dei lavori pubblici e trasporti), figli: Rosa Maria, Carla, Fabio.
Ernesto Mattiello (1920-1927).
Cristina Mattiello (1922-2012): sposata con Giuseppe Varsalona (funzionario del ministero delle finanze).
Maria Mattiello (1925-2020): sposata con Antonio Sarno (architetto e professore di storia dell'arte), figli: Carmine, Carlo, Maria Assunta, Amalia. 


3. La Memoria
Con la morte precoce di Carlo Mattiello nel 1926, iniziò il declino della SRTA e l'avvento del monopolio statale centralizzato
Il nome di Carlo Mattiello resta scolpito nell'urbanistica di Pontecagnano: molti degli storici capannoni che vediamo oggi sono il frutto della visione che seppe guardare oltre i confini della Piana del Sele. 
Per decenni gli operai e le operaie che lavorarono nel Tabacchificio Mattiello ricordavano con stima e rispetto la figura del giovane e valido imprenditore Carlo Mattiello.
Nel quartiere dove sorse lo storico Tabacchificio Mattiello il comune di Pontecagnano ha intestato una strada al suo intraprendente fondatore Carlo Mattiello.



CARLO MATTIELLO: INNOVATORE E IMPRENDITORE LUNGIMIRANTE

La figura di Carlo Mattiello rappresenta l'anello di congiunzione tra l'innovazione agricola della Piana del Sele e la potenza mercantile del porto di Salerno, trasformando Pontecagnano in un polo internazionale del tabacco.

1. Storia e Svolta Industriale
Pioniere del tabacco "chiaro": Mattiello fu il primo a intuire che il microclima salernitano fosse ideale per le varietà americane (Burley e Maryland), rompendo con la tradizione dei tabacchi scuri.
L'evoluzione societaria: Fondò nel 1922 la S.A.S. Carlo Mattiello & C., trasformata nel 1923 negli SRTA (Stabilimenti Riuniti Tabacchi Americani). Questo colosso privato controllava stabilimenti a Pontecagnano, Battipaglia (San Mattia) ed Eboli (Isca Rotonda).
Il Quadrilatero di Pontecagnano: Insieme alle famiglie Alfani, Centola e Budetta, Mattiello definì l'urbanistica industriale della città, costruendo imponenti opifici a "vasistas" per la cura del tabacco.

2. Concetti e Innovazioni
Filiera Integrata: Mattiello non era solo un industriale, ma un partner dei proprietari terrieri (come i Morese), ai quali forniva assistenza tecnica e sementi in cambio dell'esclusiva sul raccolto.
Tecnologia e Qualità: Introdusse l'uso di presse idrauliche a vapore e camere di condizionamento, elevando gli standard qualitativi per competere sui mercati esteri.
Impatto Sociale: Le sue fabbriche furono il luogo d'elezione delle tabacchine, figure centrali per la cernita manuale, che proprio nei suoi stabilimenti iniziarono le prime lotte per i diritti (asili nido e salari).

3. Relazioni: L'Asse Mattiello-Romano
Il legame con la famiglia di armatori Romano fu il vero moltiplicatore di potenza della SRTA:
Il Matrimonio Strategico: Carlo sposò Maria Romano, figlia dell'armatore Romano. Questa unione fuse il capitale agrario con quello marittimo.
Logistica Privata: Grazie ad Andrea Romano, cognato di Carlo, il tabacco di Pontecagnano godeva di una flotta dedicata. Le navi Romano trasportavano le casse marchiate SRTA direttamente verso i porti di Amburgo e Anversa.
Indipendenza dal Monopolio: Questa sinergia permise a Mattiello e poi a SRTA di operare sui mercati internazionali con valuta pregiata, mantenendo un'autonomia che durò fino all'ascesa del monopolio SAIM negli anni '30.

Conclusione
Carlo Mattiello morì nel 1926 all'età di 33 anni lasciando un'impronta fondamentale per l'innovazione industriale nella produzione di tabacchi e per una trasformazione sociale e lavorativa nel salernitano, concorrendo allo sviluppo economico di Pontecagnano con il passaggio dall'agricoltura di sussistenza locale al commercio globale internazionale.









Don ANTONELLO IAPICCA presbitero italiano missionario in Giappone


Don  ANTONELLO  IAPICCA
presbitero italiano missionario in Giappone


Don Antonello Iapicca con padre Miguel Suarez.


Mi chiamo Antonello Iapicca, sono un presbitero italiano missionario in Giappone, a Takamatsu, da molti anni. Ora mi trovo in una zona di 200.000 abitanti dove non vi è presenza cattolica, annunciando il Vangelo insieme a due famiglie missionarie, una italiana e una spagnola.

La mia esperienza

Sono nato a Roma 51 anni fa. A 15 anni sono entrato nel Cammino Neocatecumenale, dove Dio si è mostrato un Padre pieno di misericordia per me; con la forza della Parola, della liturgia e della comunità, a poco a poco ha curato le mie ferite e, illuminando la mia vita come un prodigio del suo amore, mi ha riconciliato con tanti eventi che mi avevano rubato la speranza. L’esperienza della vittoria sulla morte di Gesù Cristo compiuta nella mia vita mi ha svelato la chiamata di Dio.

Il presbiterato era il frutto di un’opera che mi sorpassava e mi sorprendeva. Venti anni fa fui inviato in Giappone, seminarista del Seminario Redemptoris Mater di Takamatsu. Come seminarista ho potuto ricevere una formazione che non si esauriva nello studio ma, accanto ad una disciplina di preghiera e di intimità con il Signore attraverso la liturgia e la Parola, si sviluppava sul campo reale dell’evangelizzazione grazie al Cammino Neocatecumenale.

Attraverso la comunità di cui facevo parte sono entrato a poco poco in Giappone, iniziando a sperimentare le gioie e le difficoltà della missione, condividendo con i fratelli le nostre vite. Sono stato ordinato 14 anni fa nella Cattedrale di Takamatsu, nella quale ho trascorso come vice-parroco i primi tempi del ministero; sono stati anni bellissimi nei quali il Signore mi ha donato di vivere a stretto contatto con il Vescovo Mons. Fukahori, e il Parroco Padre Shimoda, la cui esperienza, semplicità e santità hanno segnato questi primi passi nel presbiterato.

In Parrocchia il Signore mi ha donato di annunciare il vangelo a tanti cristiani facendo esperienza delle varie realtà presenti, gruppi di studio della Bibbia, preparazione ai matrimoni, catechismo, visite ai malati e ai fedeli che si erano allontanati dalla Chiesa. Lo sguardo profetico e lo zelo per il Vangelo di Mons. Fukahori lo hanno spinto, nove anni orsono, ad aprire all’evangelizzazione una vasta zona in espansione alla periferia sud di Takamatsu, dove non vi era una presenza concreta della Chiesa Cattolica.

Qui mi ha inviato insieme a due famiglie in missione del Cammino Neocatecumenale, una spagnola ed una italiana, per iniziare una missione rivolta direttamente ai pagani. Ho affittato una casa arredandola secondo un’estetica che parlasse al cuore delle persone. Ed ho cominciato a vivere, semplicemente.

Ogni giorno è stato un’opera esclusiva della Grazia e della Misericordia di Dio che mi hanno sostenuto, rigenerato e incoraggiato laddove sperimentavo la mia estrema debolezza, la paura e, spesso, il rifiuto della solitudine e del fallimento. Il Signore mi ha concesso di sperimentare una nuova forma di esercitare il ministero presbiterale, forse la sua essenza più profonda; nulla delle tradizionali attività di una parrocchia, mentre molti sono stati i giorni di solitudine e apparente inattività.

Molte le persone conosciute che ho accolto in casa, anche se il peso della società e la fragilità hanno spesso impedito che le relazioni si traducessero in un interesse palese e costante. Accanto alle famiglie in missione ho ricevuto i doni più grandi della mia vita, sperimentando l’autenticità delle parole del Signore sulla missione della Chiesa quale sale, luce e lievito nella società.

Ho vissuto questi anni a contatto quotidiano con la fede adulta e viva di questi fratelli che hanno irradiato, umilmente e nascostamente, la luce della Pasqua nelle tenebre di solitudine, paura e disperazione di questa società. La loro presenza, in una precarietà assoluta, abbandonati alla Provvidenza e all’amore di Dio, giorno dopo giorno, sta salando la zona in cui viviamo e attirando un certo numero di persone.

Ho sperimentato così sul campo, come la “Missio ad Gentes” necessiti di un lungo tempo e di una comunità cristiana che dia i segni di una fede adulta, capaci di interrogare e chiamare chi ancora non conosce Gesù Cristo. Abbiamo fatto diverse volte catechesi e abbiamo avuto la gioia di predicare il Vangelo a tanti che non avevano mai ascoltato la Buona Notizia. Un piccolo numero di questi è entrato in comunità ed ora cammina con la comunità che regolarmente si riunisce nella mia casa.

Molti che non sono entrati in comunità, e che forse mai vi entreranno, rimangono comunque legati alle famiglie in missione, cui si rivolgono nella sofferenza e nei momenti difficili. L’opera delle famiglie in missione è insostituibile; esse giungono dove un presbitero da solo non potrebbe mai arrivare. Attraverso di loro sono entrato anch’io nelle scuole, negli ospedali, nelle case dei giapponesi, entrando in contatto con la loro vita reale. In questi anni il Signore è andato formando con noi un corpo che, attraverso scontri e riconciliazioni, sperimentasse la comunione che viene dal Cielo.

Così, vivendo semplicemente ogni giorno, sperimentiamo con stupore come lo stesso Gesù Cristo si faccia presente laddove lui desidera condurci. Così si può dire che ogni istante della nostra vita è parte della missione e tutto quel che viviamo è un’opera dell’amore di Dio per noi e per i giapponesi che incontriamo e in mezzo ai quali abitiamo. E’ per me una gioia immensa servire le famiglie in missione con cui evangelizzo; alimentare attraverso la Parola ed i Sacramenti la loro fede, mi ha svelato la bellezza e la ricchezza del presbiterato.

Ed è una consolazione che non ha prezzo sostenere i loro figli che, come in una trincea sul fronte dell’evangelizzazione, soffrono ogni giorno la propria vita nella scuola e nel lavoro, spesso rifiutati o presi in giro perché cristiani o stranieri, e vedere come la fede si traduca nelle loro vite in segni evidenti della presenza del Signore. Sono questi ragazzi le punte di lancia dell’evangelizzazione, ed è un onore per me partecipare con loro a questa missione.

Un fatto ha sigillato questi anni illuminandoli come l’esperienza del chicco gettato in terra che, se non muore, non può produrre frutto. Cinque anni fa, dopo una lunga malattia, si è spento Felix Cordero, il padre della famiglia in missione spagnola. La fede con la quale, insieme alla moglie e ai figli, ha vissuto la malattia ed il passaggio al Padre ha segnato indelebilmente la missione di questa zona, come una profezia di ciò che davvero è l’evangelizzazione.

Come il Centurione sotto la Croce, molte persone hanno visto in lui e nella sua famiglia il volto del Figlio di Dio. Questa famiglia è una prova che Cristo è davvero risorto dalla morte: oggi quattro suoi figli sono sposati, una di loro è in missione con la sua famiglia in Giappone, un’altra è suora di clausura in un Carmelo, un altro figlio è in procinto di entrare in seminario e un altro è itinerante annunciando il Vangelo.

La morte di Felix ha aperto una voragine di difficoltà, ma è stata davvero come il sepolcro del signore: tutta la famiglia vi è uscita risuscitata in una vita nuova! In questa luce ogni evento, ogni sofferenza, difficoltà, tentazione, danno senso alla missione, che è soprattutto offrire gratuitamente la propria vita come il signore l’ha offerta per noi. Questo ho visto in Felix, in Maite sua moglie, nei suoi figli e così anche, in circostanze diverse, nella famiglia italiana.

Questo evento è stato per me, come uomo, come cristiano, come presbitero, una Parola chiara ed inequivocabile del Signore che mi ha indicato l’unica via autentica della missione: seguire le orme del Signore crocifisso.




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giovedì 6 marzo 2025

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2025 Camminiamo insieme nella speranza

 

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO
PER LA QUARESIMA 2025

 

Camminiamo insieme nella speranza


Cari fratelli e sorelle!

Con il segno penitenziale delle ceneri sul capo, iniziamo il pellegrinaggio annuale della santa Quaresima, nella fede e nella speranza. La Chiesa, madre e maestra, ci invita a preparare i nostri cuori e ad aprirci alla grazia di Dio per poter celebrare con grande gioia il trionfo pasquale di Cristo, il Signore, sul peccato e sulla morte, come esclamava San Paolo: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» ( 1Cor 15,54-55). Infatti Gesù Cristo, morto e risorto, è il centro della nostra fede ed è il garante della nostra speranza nella grande promessa del Padre, già realizzata in Lui, il suo Figlio amato: la vita eterna (cfr Gv 10,28; 17,3) [1].

In questa Quaresima, arricchita dalla grazia dell’Anno Giubilare, desidero offrirvi alcune riflessioni su cosa significa camminare insieme nella speranza, e scoprire gli appelli alla conversione che la misericordia di Dio rivolge a tutti noi, come persone e come comunità.

Prima di tutto, camminare. Il motto del Giubileo “Pellegrini di speranza” fa pensare al lungo viaggio del popolo d’Israele verso la terra promessa, narrato nel libro dell’Esodo: il difficile cammino dalla schiavitù alla libertà, voluto e guidato dal Signore, che ama il suo popolo e sempre gli è fedele. E non possiamo ricordare l’esodo biblico senza pensare a tanti fratelli e sorelle che oggi fuggono da situazioni di miseria e di violenza e vanno in cerca di una vita migliore per sé e i propri cari. Qui sorge un primo richiamo alla conversione, perché siamo tutti pellegrini nella vita, ma ognuno può chiedersi: come mi lascio interpellare da questa condizione? Sono veramente in cammino o piuttosto paralizzato, statico, con la paura e la mancanza di speranza, oppure adagiato nella mia zona di comodità? Cerco percorsi di liberazione dalle situazioni di peccato e di mancanza di dignità? Sarebbe un buon esercizio quaresimale confrontarsi con la realtà concreta di qualche migrante o pellegrino e lasciare che ci coinvolga, in modo da scoprire che cosa Dio ci chiede per essere viaggiatori migliori verso la casa del Padre. Questo è un buon “esame” per il viandante.

In secondo luogo, facciamo questo viaggio insieme. Camminare insieme, essere sinodali, questa è la vocazione della Chiesa [2]. I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire da noi stessi per andare verso Dio e verso i fratelli, e mai a chiuderci in noi stessi [3]. Camminare insieme significa essere tessitori di unità, a partire dalla comune dignità di figli di Dio (cfr Gal 3,26-28); significa procedere fianco a fianco, senza calpestare o sopraffare l’altro, senza covare invidia o ipocrisia, senza lasciare che qualcuno rimanga indietro o si senta escluso. Andiamo nella stessa direzione, verso la stessa meta, ascoltandoci gli uni gli altri con amore e pazienza.

In questa Quaresima, Dio ci chiede di verificare se nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nei luoghi in cui lavoriamo, nelle comunità parrocchiali o religiose, siamo capaci di camminare con gli altri, di ascoltare, di vincere la tentazione di arroccarci nella nostra autoreferenzialità e di badare soltanto ai nostri bisogni. Chiediamoci davanti al Signore se siamo in grado di lavorare insieme come vescovi, presbiteri, consacrati e laici, al servizio del Regno di Dio; se abbiamo un atteggiamento di accoglienza, con gesti concreti, verso coloro che si avvicinano a noi e a quanti sono lontani; se facciamo sentire le persone parte della comunità o se le teniamo ai margini [4]. Questo è un secondo appello: la conversione alla sinodalità.

In terzo luogo, compiamo questo cammino insieme nella speranza di una promessa. La speranza che non delude (cfr Rm 5,5), messaggio centrale del Giubileo [5], sia per noi l’orizzonte del cammino quaresimale verso la vittoria pasquale. Come ci ha insegnato nell’Enciclica Spe salvi il Papa Benedetto XVI, «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” ( Rm 8,38-39)» [6]. Gesù, nostro amore e nostra speranza, è risorto [7] e vive e regna glorioso. La morte è stata trasformata in vittoria e qui sta la fede e la grande speranza dei cristiani: nella risurrezione di Cristo!

Ecco la terza chiamata alla conversione: quella della speranza, della fiducia in Dio e nella sua grande promessa, la vita eterna. Dobbiamo chiederci: ho in me la convinzione che Dio perdona i miei peccati? Oppure mi comporto come se potessi salvarmi da solo? Aspiro alla salvezza e invoco l’aiuto di Dio per accoglierla? Vivo concretamente la speranza che mi aiuta a leggere gli eventi della storia e mi spinge all’impegno per la giustizia, alla fraternità, alla cura della casa comune, facendo in modo che nessuno sia lasciato indietro?   

Sorelle e fratelli, grazie all’amore di Dio in Gesù Cristo, siamo custoditi nella speranza che non delude (cfr Rm 5,5). La speranza è “l’ancora dell’anima”, sicura e salda [8]. In essa la Chiesa prega affinché «tutti gli uomini siano salvati» ( 1Tm 2,4) e attende di essere nella gloria del cielo unita a Cristo, suo sposo. Così si esprimeva Santa Teresa di Gesù: «Spera, anima mia, spera. Tu non conosci il giorno né l’ora. Veglia premurosamente, tutto passa in un soffio, sebbene la tua impazienza possa rendere incerto ciò che è certo, e lungo un tempo molto breve» ( Esclamazioni dell’anima a Dio, 15, 3) [9].

La Vergine Maria, Madre della Speranza, interceda per noi e ci accompagni nel cammino quaresimale.

Roma, San Giovanni in Laterano, 6 febbraio 2025, memoria dei Santi Paolo Miki e compagni, martiri.

FRANCESCO


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[1] Cfr Lett. enc. Dilexit nos (24 ottobre 2024), 220.

[2] Cfr Omelia nella Messa per la canonizzazione dei Beati Giovanni Battista Scalabrini e Artemide Zatti, 9 ottobre 2022.

[3] Cfr ibid.

[4] Cfr ibid.

[5] Cfr Bolla Spes non confundit, 1.

[6] Lett. enc. Spe salvi (30 novembre 2007), 26.

[7] Cfr Sequenza della Domenica di Pasqua.

[8] Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1820.

[9] Ivi, 1821.


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Fonte: www.vatican.va/content/francesco/it/messages/lent/documents/20250206-messaggio-quaresima2025.html

martedì 4 marzo 2025

Verità, Liturgia e Carità sono inscindibili nella vita della Chiesa, di don Enrico Finotti


Verità, Liturgia e Carità sono inscindibili nella vita della Chiesa

di don Enrico Finotti

 


La vita della Chiesa è fondata sul mandato missionario, che il Signore Gesù ha dato ai suoi discepoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20).

Questo ‘mandato’ contiene in perfetta sintesi e in ordine logico le tre attività fondamentali che costituiscono l’azione ministeriale della Chiesa per l’edificazione di se stessa e la sua missione nel mondo: l’annunzio del vangelo di Verità (munus docendi); la celebrazione liturgico-sacramentale dei Misteri (munus santificandi) e l’educazione morale alla Vita evangelica (munus gubernandi). Ogni cristiano, in realtà, ha ricevuto, fin dal battesimo, il triplice munus - profetico, sacerdotale e regale -, che lo abilita ad assolvere il ‘mandato’ di Cristo. “Egli stesso ti consacra con il crisma di salvezza, perché inserito in Cristo, sacerdote, re e profeta, sia sempre membro del suo corpo per la vita eterna” (Rito romano del battesimo). La Chiesa è allora chiamata all’annunzio della Verità, alla celebrazione della Liturgia, all’esercizio della Carità.

Verità, Liturgia e Carità sono così i pilastri portanti della vita della Chiesa di tutti i tempi e in tutti i luoghi. Queste tre colonne sono così importanti per la Chiesa in quanto, come si è visto, reggono la stessa vita divina ad intra: Dio, infatti, è somma Verità, Culto perfetto e beatificante, Carità infinita e vivificante. Esse poi, nella pienezza del tempo, risplendono sul volto di Cristo, immagine del Padre. Esse sono pure impresse dal Creatore nella natura angelica e umana. Sono quindi la struttura ultima dell’Essere assoluto e degli esseri creati a sua immagine. La Chiesa quindi, assolvendo a questi tre compiti, nella sua vita ad intra e nella sua missione ad extra, non fa che assecondare in se stessa e manifestare al mondo quella che è la sua identità profonda, impressa dal Creatore ed elevata dal Redentore.

La coscienza di questa impostazione teologica viene eloquentemente consacrata ed espressa nella Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II, a cui fa eco l’impostazione del Codice di Diritto Canonico e quella del Catechismo della Chiesa Cattolica. Ciò che ancora importa rilevare è la connessine indissolubile dei tre elementi, in maniera tale che nessuno può reggere senza gli altri o comunque la corruzione di uno porta alla inevitabile debilitazione degli altri. Valgono qui le parola del Signore “L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10, 9). L’indagine condotta in questo studio, lungo le tappe della storia della salvezza, lo dimostra in modo convincete alla luce dell’esperienza millenaria delle vicende dell’umanità secondo la testimonianza del testo biblico.

In particolare si può osservare che la crisi della Verità genera ineluttabilmente quella della Liturgia e della Carità. Infatti quando il nostro sguardo contempla la Verità in tutto il suo splendore o comunque in immagini vere, subito nel nostro cuore nasce la gioia, la gratitudine, l’approvazione, la lode, l’acclamazione e infine l’adorazione a Dio che si rivela a noi nella verità di ogni cosa che ci circonda e che i nostri sensi corporei colgono la nostra mente elabora. Questo moto interiore di riconoscimento grato e adorante della Verità è in fin dei conti un atto liturgico, che insorge in ogni persona retta e buona, che si incontra con ciò che é vero, bello e buono, comunque e dovunque si manifestino. La Verità, dunque, suscita la Liturgia. Al contempo ne nasce un ulteriore moto, quello dell’amore, che immediatamente spinge il cuore umano ad accogliere, ad abbracciare, a gioire, a desiderare e a donare quella verità che sta davanti e che suscita tanta contemplazione e gratitudine.

Ecco allora che Verità, Liturgia e Carità sono moti simultanei e concatenati di un profondo e spontaneo impulso vitale dell’uomo, che è fatto geneticamente ed è proiettato irresistibilmente per accogliere la Verità, contemplandola liturgicamente e abbracciandola caritatevolmente. Quando tuttavia alla nostra mente e ai nostri sensi si presenta la caricatura della verità e ci si trova davanti alla falsità, ossia quando davanti al nostro sguardo la Verità, la Bontà e la Bellezza sono offesi e degenerati, subito insorge un moto interiore di disgusto, lo sguardo si ritrae, il volto si fa’ triste, la lode si spegne, la gratitudine si arresta, l’adorazione si paralizza. In altri termini, crolla la Liturgia. Essa infatti non contempla più il suo oggetto o lo vede avvilito in riduzioni indegne e in caricature abbiette. La Liturgia, infatti, ha il fiuto della Verità, e s’allontana dalla sua falsificazione. Al contempo il cuore che cerca e ama ciò che è vero, buono e bello, s’arresta dall’oggetto del suo desiderio vedendolo debilitato, abbruttito, mostrificato e l’amore si cambia in odio, ossia in avversione, in allontanamento e in fuga da ciò che invece avrebbe dovuto attrarre. E’ la crisi della Carità, che crolla davanti al crollo della Verità, che sola ha diritto di raccogliere e soddisfare la facoltà amante dell’uomo. Ecco che crollata la Verità crollano inevitabilmente la Liturgia e la Carità, perché incapaci geneticamente di aderire ad oggetti che non possono reggere nel confronto della Verità. E’ ciò che succede nell’idolatria come forma corrotta di adesione agli idoli, falsificazione dell’unico e sommo Dio.

Allora la Liturgia trova la sua più vera identità e la più solida stabilità nella saldezza del dogma della fede. La crisi del dogma, l’incrinatura della dottrina, la nebulosità dell’annunzio evangelico provocano il crollo della Liturgia, in quanto minano il contenuto interiore del Mistero che la Liturgia celebra. La radice sintattica del termine ortodossia, che si usa normalmente per affermare la retta fede, significa letteralmente ortodoxia (Doxa = gloria), ossia il retto modo di glorificare, di adorare e quindi il modo giusto di celebrare. La regola della fede coincide allora con la regola della liturgia [J. RATZINGER, Introduzione allo spirito della liturgia, pp. 155-156].

Ma la crisi della Liturgia oggi si inscrive nel contesto della ben più profonda crisi della Verità, non solo nell’ambito teologico della riflessione e in quello omiletico e catechistico della pastorale, ma ancor più nella crisi filosofica della metafisica. Infatti, oggi è la ragione come facoltà in grado di poter cogliere le verità spirituali, al di là dell’esperienza scientifica, che è compromessa. Non si crede più, anzi si nega, o comunque si dubita, che la ragione umana sia capace di individuare con sicurezza, anche se in modo analogico, le verità soprannaturali, al di sopra di quelle quantificabili dalle scienze empiriche, ossia si dichiara l’impossibilità della metafisica.

La crisi della fede allora è anzitutto oggi la crisi della ragione, senza la quale la fede stessa sarebbe privata di un costitutivo essenziale quale è la retta razionalità e si ridurrebbe ad un fragile e soggettivo fideismo. Nella crisi generale, propria della cultura europea, della filosofia fondamentale, non fa meraviglia che ne segua una generale crisi dei principi stessi su cui si fonda la Liturgia, venendo meno la possibilità di approccio al suo contenuto, il mistero rivelato, nell’oggettività di fatti storici e di precisi contenuti logici.

Al contempo anche la crisi della Liturgia, che intendesse esprimersi in forme inadeguate, difformi dalla divina bellezza e in una creatività soggettiva, intacca il dogma della fede, o comunque lo oscura, lo riduce e lo traduce in espressioni insufficienti, mancanti e mediocri. La crisi del linguaggio liturgico è una conseguenza della più vasta crisi del linguaggio in generale. Infatti, in analogia alla crisi del concetto, non si ritiene possibile l’impiego di termini e simboli universali e permanenti, ma solo di espressioni contingenti, continuamente mutevoli e create volta a volta dal soggetto, senza alcuna base oggettiva. E’ questa una delle cause di una certa creatività sempre in movimento e di una continua ricerca mai conclusa. Da ciò si capisce come Verità e Liturgia interagiscano a vicenda e senza possibilità di indipendenza e l’una e l’altra subiscano i contraccolpi positivi o negativi del loro stato di salute.

Infine la pastorale, in tutte le sue manifestazioni più varie, che sono l’espressione molteplice della Carità che irrompe benefica in ogni aspetto della vita sociale e individuale, determinerà la sua qualità, sia dalla Verità del dogma, che è oggetto dell’annunzio, quale Parola di Dio, sia dalla Liturgia, che è l’incontro salvifico e la contemplazione orante col Mistero che qui ed ora ci salva. Infatti la Liturgia, che porta in se stessa anche il momento più eccelso ed efficace dell’annunzio della Verità, è il culmine verso cui tende l’azione pastorale della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù (SC 10). È allora evidente come Verità, Liturgia e Carità esprimano quel trinomio così inscindibile e interagente da essere quasi l’immagine dell’unione mirabile e della comunione indivisibile della Trinità divina, in seno alla quale Verità, Liturgia e Carità hanno la loro fonte e il loro modello.




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(Testo tratto da “La centralità della liturgia nella storia della salvezza”, Edizioni Fede & Cultura, pp. 84-88).
Zenit. org, 31/05/2011
Fonte: www.diocesiportosantarufina.it/home/news_print.php?neid=1211



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