martedì 11 marzo 2025

L'armonia è l'altro volto del bene, del Card. Gianfranco Ravasi


L'armonia è l'altro volto del bene

del Card. Gianfranco Ravasi




"La bellezza è come una ricca gemma, per la quale la montatura migliore è la più semplice". Questa deliziosa annotazione dei Saggi di Francesco Bacone è una salutare sferzata sia a un'arte che si raggomitola su se stessa seguendo canoni stilistici sempre più indecifrabili, sia a una critica che adotta un esoterismo oracolare tale da impedire, piuttosto che facilitare, l'accesso al senso profondo dell'opera d'arte. Alle soglie dell'incontro tra Benedetto XVI e gli artisti, che si svolgerà il 21 novembre prossimo in quella vera "ricca gemma" che è la Cappella Sistina, non vogliamo ora riproporre il tema centrale di quell'evento, ossia il rinnovato dialogo tra fede e arte, ritessendo un'alleanza che in quest'ultimo secolo si è infranta, nonostante il vigoroso appello che 45 anni fa, nel 1964, Paolo VI aveva rivolto agli artisti di allora nella stessa straordinaria cornice spaziale.

È nostra intenzione, invece, suggerire una modesta e semplificata analisi su quel "grande codice" della nostra arte che è pur sempre la Bibbia, l'atlante iconografico sfogliato per secoli e ora relegato sullo scaffale polveroso dell'oblio negli atelier degli artisti. Non punteremo però su un'analisi dell'influsso esercitato dalle Scritture Sacre sull'esercizio artistico espresso in un immenso catalogo di opere, quanto piuttosto su un argomento molto delicato e anch'esso accantonato ai nostri giorni, quello della bellezza. Le stesse cattedre o i saggi di estetica cercano di star lontani dall'interrogarsi su questo soggetto così fluido e inafferrabile, anche perché ogni definizione o verifica risulterebbe simile a uno stampo freddo che congela l'incandescenza della bellezza. Aveva ragione Ezra Pound quando nel suo Artista serio osservava che "non ci si mette a discutere su un vento d'aprile: semplicemente gli si va incontro e si è rianimati. Lo stesso accade quando ci si imbatte in un pensiero di Platone che vola veloce o in un affascinante profilo di un volto o di una statua".

Consapevoli di questo limite, ci accontenteremo di vedere come la Bibbia riesce a dire a suo modo qualcosa sul bello, ovviamente lasciando tra parentesi il bello che tanti autori sacri hanno manifestato attraverso le loro opere "ispirate" (un nome per tutti, Giobbe). "In confronto col pensiero greco colpisce anzitutto la scarsa importanza che il concetto del bello ha nell'Antico Testamento. Complessivamente questo problema non riscuote l'interesse del pensiero biblico". Così scriveva Walter Grundmann nella voce kalòs, "bello", di uno dei monumenti dell'esegesi tedesca, il Grande Lessico del Nuovo Testamento. A lui faceva eco Joachim Wanke quando, in un altro strumento importante come il Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, osservava che "in entrambi i Testamenti il bello nel senso della concezione platonica ed ellenistica non è preso in considerazione". Anzi, lo stesso autore - evocando indirettamente le parole paoline sulla croce "scandalo" e "stoltezza" per la cultura ambiente nella quale il cristianesimo è sbocciato e fiorito - notava che "la croce è certo la più radicale dissoluzione del concetto classico di perfezione e bellezza".

Ora, è indubbio che il mondo greco-latino - sia pure in forme molto variegate - ha dedicato al tema del bello riflessioni di straordinaria intensità e fascino, anche se in senso stretto la filosofia estetica è una branca del sapere piuttosto recente, essendo stata codificata - almeno a livello terminologico - solo nel Settecento col pensatore tedesco Alexander Baumgarten. È evidente, però, che la grande metafisica greca e la sua gnoseologia avevano già offerto le basi per esaltare il nesso tra essere, vita e bellezza, così da poter affermare col filosofo Plotino che il bello è "la fioritura dell'essere", la sua perfezione. Inoltre la contemplazione pura e libera dell'armonia delle forme costituiva una componente dell'arte e della letteratura di quella civiltà.

Tutto questo - bisogna riconoscerlo - non appassiona gli autori sacri dai quali è assente l'atteggiamento "romantico" di chi si sofferma abbacinato e affascinato davanti alle meraviglie cosmiche o allo splendore delle forme (anche se qualche eccezione, come vedremo, è possibile). Si ha, infatti, una concezione molto più funzionale del bello, al punto tale che si verifica già a livello lessicale un fenomeno molto significativo. Il principale termine estetico ebraico è tôb: esso ricorre 741 volte e ha significati molto fluidi che vanno dal "buono" al "bello", all'"utile" e al "vero", al punto tale che la stessa antica traduzione greca della Bibbia detta "dei Settanta" è ricorsa ad almeno tre aggettivi greci diversi per rendere questo vocabolo (agathòs, "buono", kalòs, "bello" e chrestòs, "utile").

Similmente nel greco neotestamentario il termine kalòs, che ricorre 100 volte, è normalmente sinonimo dell'altra parola greca, agathòs, "buono", tranne in un unico caso, quando Luca (21, 5) ricorda che, davanti al tempio erodiano di Gerusalemme, "alcuni parlavano delle sue belle pietre (lìthoi kaloì)". Il vocabolo è destinato, invece, sempre a delineare le qualità morali di un atto o di una persona o di una realtà, oppure la sua capacità operativa. Così, tanto per fare qualche esempio, si parla di "opere buone", di "buona condotta", di "buona coscienza", usando sempre l'aggettivo kalòs. Cristo, come è noto, si autodefinisce nel Vangelo di Giovanni (10, 11.14) come "pastore kalòs", ma il significato primario - come si ha nelle versioni - è quello di "buon pastore", e così accade in altri usi di quell'aggettivo ("buon diacono, buon soldato, buoni amministratori, buon maestro").

San Paolo usa il verbo kalopoièin per dire "fare il bene" (2 Tessalonicesi, 3, 13) ed è suggestiva l'esclamazione della folla che, di fronte ai miracoli di Gesù, esclama: "Ha fatto kalôs ogni cosa!" (Marco, 7, 37), laddove è evidente che quel "bello" è in realtà un "bene". Potremmo andare avanti a lungo in queste esemplificazioni per scoprire sempre che il "bello" neotestamentario - anche su influsso dell'Antico Testamento e dell'ebraico - altro non è che il "buono", il "bene", la bravura, la legittimità o anche l'utilità come "il buon frutto, seme, perla, pesce, albero", sempre espressi con l'aggettivo kalòs. Detto questo, bisogna, però, fare un ulteriore passo. Non è che gli autori sacri ignorino la bellezza in quanto tale, tant'è vero che esiste un altro termine ebraico, jafeh, che significa "stupendo, incantevole, bello" in senso stretto, come na'weh è "affascinante". Solo che raramente la finalità di questa ammirazione è meramente estetica.

Così, quando il salmista "contempla il Tuo (di Dio) cielo, opera delle Tue dita, la Luna e gli astri che tu hai fissato", apparentemente abbandonandosi alla scoperta della bellezza imponente degli spazi siderali, la domanda che si pone rivela la vera finalità di quella contemplazione che è, invece, di taglio teologico-esistenziale: "Che cos'è mai l'uomo perché te ne ricordi, l'essere umano perché te ne curi?" (Salmo, 8, 4-5). Anche il profeta Geremia - che pure è considerato da alcuni come il poeta biblico più attento alla bellezza della natura e ai suoi ritmi - quando, ad esempio, si sofferma ad ammirare "un ulivo verde e maestoso" o "un tamerisco nella steppa, in luoghi aridi e desertici e in una terra di salsedine" (11, 16; 17, 6), lo fa con un atteggiamento "morale" e non estetico, pronto com'è a cavarne subito una lezione etica per Israele.

Similmente la straordinaria e potente evocazione presente nelle 16 interrogazioni rivolte da Dio a Giobbe nel primo dei due discorsi divini finali di quel libro non ha lo scopo di dipingere un meraviglioso arazzo di scene cosmiche e animali quasi "a colori" - come sembrerebbe al lettore immediato - bensì di rivelare all'uomo l'esistenza di una 'esah, di un "progetto" trascendente insito al creato e di affermarne la legittimità, la coerenza, nonostante l'apparente incomprensibilità per la razionalità umana. Anche un libro che nasce in piena atmosfera greca come quello della Sapienza (siamo verso la fine del I secolo prima dell'era cristiana) non ha dubbi sul fatto che "belle sono le realtà che si contemplano" (13, 7) ma l'autore premette subito questa limpida considerazione: "Dalla grandezza e dalla bellezza delle creature per analogia si contempla il loro artefice" (13, 5). È quella che la filosofia definirà appunto come "l'analogia" per risalire dal creato al Creatore attraverso un percorso di conoscenza "naturale".

Era ciò che appariva simbolicamente in una pagina poetica mirabile, il Salmo 19. Lo sfolgorare del sole, comparato a uno sposo che esce all'alba dalla stanza nuziale o a un eroe atletico che si scatena nella corsa lungo la sua orbita è in realtà epifania di una parola divina cosmica: "I cieli narrano la gloria di Dio, il firmamento annunzia l'opera delle sue mani. Il giorno al giorno affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette la conoscenza" (19, 2-3). La colossale coreografia cosmica che il Salmo 148 suppone non è tanto una sfilata di 22 (o 23) creature, tante quante sono le lettere dell'alfabeto ebraico, da ammirare con stupore; è, invece, un coro di alleluia che si leva al Creatore all'interno di una sorta di cattedrale cosmica. Lo stesso si deve ripetere per altri testi salmici, a prima vista simili a "uno schizzo del mondo, dipinto in pochi tratti", come definiva il Salmo 104 il padre della moderna climatologia e oceanografia, Alexander von Humboldt (1769-1859): in realtà, anche in quel caso il poeta biblico vuole esaltare l'opera del Creatore che "manda il suo spirito" per dar origine alla vita e "rinnovare la Terra".

In questa stessa linea dobbiamo collocare anche quella straordinaria capacità narrativa svelata dalle 35 parabole di Gesù (72, se si allarga l'elenco anche alle immagini o alle metafore sviluppate). Sappiamo, infatti, che Cristo è un oratore affascinante. Egli parte dal mondo dei suoi uditori fatto di terreni aridi, di semi e seminatori, di erbacce e di messi, di vigne e di fichi, di pecore e di pastori, di cagnolini, di uccelli, di gigli, di cardi, di senapa, di pesci, di scorpioni, serpi, avvoltoi, tarli, di venti, di scirocco e tramontane, di lampi balenanti e piogge o arsure. Ci sono nei suoi discorsi bambini che giocano sulle piazze, cene nuziali, costruttori di case e di torri, braccianti e fittavoli, prostitute e amministratori corrotti, portieri e servi in attesa, casalinghe e figli difficili, debitori e creditori, ricchi egoisti e poveri ridotti alla fame, magistrati inerti e vedove indifese ma coraggiose, ci sono monete piccole e grandi, ci sono tesori nascosti e mense con cibi puri e impuri secondo le regole kasher dell'ebraismo e altro ancora.

Tuttavia, noi sappiamo che Cristo non si ferma davanti ai voli degli uccelli o alla fragranza delicata e sontuosa dei gigli del campo per comporre una lirica, bensì per condurre chi li sta contemplando verso altre mete. Non per nulla le parabole iniziano spesso così: "Il Regno dei cieli è simile a". L'estetica è, quindi, funzionale all'annunzio, bellezza e verità s'intrecciano, l'armonia è un altro volto del bene. In questo senso si ammonisce l'annunciatore a dire Dio in modo bello (quanto questo monito è stato disatteso nella storia della predicazione e lo è ancor oggi, ad esempio, nell'arte sacra!). Non per nulla già il salmista esortava i fedeli così: "Cantate a Dio con arte!" (Salmi, 47, 8). E la "gloria" divina è sempre raffigurata nella Bibbia come immersa nello splendore della luce e nella pienezza della perfezione.

Dobbiamo, però, riconoscere che si assiste anche a un processo in cui la bellezza acquista un suo spazio rilevante, sia pure sempre nella cornice di quella finalità teologica a cui l'autore biblico tende. È significativo il caso della creazione descritta nel capitolo 1 della Genesi. Là, infatti, al termine dei singoli atti creativi di Dio è apposta una "formula di approvazione", ribadita sette volte (1, 4.10.12.18.21.25.31), che suona così: "Dio vide che era tôb". Sappiamo già che questo termine significa sia "buono" sia "bello". È evidente che qui l'aspetto estetico, a nostro avviso, ha un certo primato. La "visione" stessa, la soddisfazione per l'opera compiuta, l'immagine del Creatore-artista inducono a rendere quella frase così: "Dio vide che era bello", oppure: "Dio vide: era bello!". Certo, non si esclude la positività dell'essere creato, ma è indubbio che la qualità estetica - come annotava un esegeta, Claus Westermann - "non è qualcosa di aggiunto alla creazione, ma appartiene al suo stesso statuto e alla sua struttura".

Dopo tutto, anche la Bibbia riconosce che "belle" erano Rebecca, Sara, Betsabea, la regina persiana Vasti, Ester, Giuditta, come lo erano anche il piccolo Mosè, Davide, il suo figlio Adonia, i giovani ebrei di Babilonia. È su questa scia che dobbiamo porre quel gioiello poetico che è il Cantico dei cantici nel quale l'accento sulla dimensione estetica della natura e della persona umana è marcato, sia pure senza mai dimenticare la finalità dell'esaltazione dell'amore, la realtà superiore e trascendente celebrata da quei versi mirabili. Al centro, infatti, si ha un "giardino chiuso", anzi, un "paradiso" (pardes) vegetale (4, 13), che spesso si trasforma in vigne lussureggianti con viti in fiore; si ha un vero e proprio "erbario" dominato dal giglio rosso palestinese (o forse l'anemone), accompagnato dal narciso, mentre folto è il bosco dell'amore con cedri, ginepri, meli, melograni, palme, alberi odorosi, fichi, mandragore, rovi, alberi selvatici, noci e così via. Monti, colline, rupi, valli, deserti, campi, sorgenti, fiumi, acque, laghi, fiamme, scintille si stendono davanti al lettore. Su questa terra, avvolta in una dolce primavera (2, 8-17), vola la colomba, l'uccello-simbolo per eccellenza, emblema di amore, tenerezza, bellezza e fedeltà, corrono gazzelle e cerbiatti, altrettanto rilevanti a livello simbolico, appaiono i greggi, i cavalli, i leoni, i leopardi, le volpi, i corvi, mentre latte e miele rimandano a vacche e api.

Ma è soprattutto il corpo umano, femminile e maschile, dipinto in tavole colme di eros (4, 1-5; 5, 10-16; 6, 4; 7, 10), a costituire il vertice della bellezza creata, come è attestato dall'esclamazione stupita e reiterata: "Quanto sei affascinante (jafah), compagna mia, quanto sei affascinante! (...) Quanto sei affascinante, mio amato, quanto sei incantevole (na'îm)" (1, 15-16). "Tutta affascinante (jafah) sei, compagna mia, difetto non c'è in te!" (4, 7). La stessa natura è descritta nella sua bellezza attraverso una sorta di transfert: il paesaggio, infatti, si trasforma in uno specchio dell'anima e delle sue sensazioni di felicità, di armonia, di pienezza. Tuttavia, come già si affermava, la dimensione somatica non è mai meramente estetica, ma è il punto di partenza e d'arrivo di un reticolo di relazioni interpersonali, di sensazioni interiori, di esperienze psicologiche e spirituali. Sta di fatto, però, che questa meta trascendente è raggiunta attraverso un'intensa e creativa contemplazione estetica ed estatica della corporeità che, nel mondo biblico, non è mai solo fisicità ma unità psico-fisica della persona.

L'esaltazione della bellezza nelle sue epifanie cosmiche ha, però, una sua espressione particolare in una pagina biblica tarda, all'interno di un inno collocato nella sezione finale dell'opera del Siracide, un sapiente del II secolo prima dell'era cristiana. L'inno inizia in 42, 15 e si conclude in 43, 33. La prospettiva, da noi sempre sottolineata, dell'intreccio tra estetica e teologia permane, ma è evidente il fiorire limpido della contemplazione lirica della bellezza del creato. L'aspetto teologico è esplicito in apertura e chiusura del canto allorché Dio si leva sull'universo con l'efficacia della sua parola, lo splendore della sua gloria, la sua trascendenza e onniscienza. Per la Bibbia la natura è sempre "creato", è un "cosmo" ordinato che risponde a un progetto e a un disegno capace di riflettere il suo autore: "Come il Sole che sorge illumina tutto il creato, così della gloria del Signore è piena la sua opera" (42, 16). Per questo, di fronte all'architettura cosmica, l'uomo non può che esclamare: "Egli è tutto!" (43, 27).

Il Siracide, però, rivela in modo più esplicito rispetto alla precedente tradizione un atteggiamento lirico. Egli s'affaccia con stupore sulle meraviglie dell'universo e le fa sfilare davanti ai suoi occhi abbacinati da tanta bellezza. È questo il contenuto della parte centrale, vero cuore poetico dell'inno. Questa sequenza, che è quasi pittorica o filmica, parte dal firmamento limpido e luminoso, nel quale irrompe innanzitutto il Sole a cui è riservato un bozzetto che marca l'incandescenza del suo irraggiarsi (43, 1-5). Subentra naturalmente il quadretto dedicato alla Luna, celebrata soprattutto nella sua funzione "cronologica", essendo la matrice del calendario lunare liturgico e civile (43, 6-8). A essa si associano le stelle, concepite come sentinelle che vegliano nella notte (43, 9-10). Ecco, subito dopo, irrompere maestoso l'arcobaleno, tracciato nel cielo dalla stessa mano divina (43, 11-12). La serie successiva, pur connettendosi alla volta celeste, ha una sua autonomia: entra, infatti, in scena la meteorologia col suo apparato di fulmini, dotati di "raggi giustizieri", delle nubi che "volano come uccelli da preda", dei chicchi di grandine simili a polvere, del tuono che fa sobbalzare la terra, dei venti impetuosi (43, 13-17).

Sempre lungo il filo dei fenomeni meteorologici, una sorta di deliziosa miniatura è dedicata alla neve la cui caduta lieve è comparata al volo degli uccelli e degli stormi di cavallette: "il suo candore abbaglia gli occhi e, al vederla fioccare, il cuore rimane estasiato" (43, 18). A essa è associata la brina, simile a grani di sale che rendono brillanti come cristalli i rami su cui essi si posano (43, 19). Queste immagini invernali trascinano con sé l'evocazione della gelida tramontana che fa ghiacciare le superfici delle acque, rivestendole quasi di una corazza (43, 20). Paradossalmente la scena del gelo ha effetti analoghi a quelli estivi perché anch'esso brucia la vegetazione come accade quando domina l'arsura (43, 21): in tal modo il poeta riesce a trasferire il lettore nell'estate infuocata, ove è attesa la rugiada che feconda la terra riarsa (43, 22). L'ultima sequenza di immagini ci sposta sul mare ove sono "piantate" come oasi o fiori le isole. Del suo mistero fatto di abissi, di tempeste imponenti, di mostri e terrori, ben noti alla cosmologia biblica, restano le testimonianze dei naviganti che possono solo affidarsi alla parola divina che salva (43, 23-26).

L'esclamazione iniziale dell'inno, scandita da un interrogativo retorico, è l'ideale espressione di un'ammirazione lirica che scopre il fulgore della bellezza: "Ogni opera supera la bellezza dell'altra: chi può stancarsi di contemplare il loro splendore?" (42, 25). La dimensione estetica è, quindi, riconosciuta, anche se - lo ripetiamo ancora una volta - essa non è mai del tutto fine a se stessa ma diventa sempre, più o meno esplicitamente, una via pulchritudinis, un percorso bello e glorioso per approdare al Creatore, al suo progetto e alla sua opera. E la stessa bellezza letteraria di molte pagine bibliche ha come meta ultima la proclamazione dell'infinita bellezza e verità della Parola divina.




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lunedì 10 marzo 2025

Liturgia e Carità, di Luciano Manicardi


Liturgia e Carità

di Luciano Manicardi



“… l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane…” (Lc 24,35)


Liturgia e carità: un rapporto essenziale e delicato che trova la sua unità in Cristo

Non è affatto un problema marginale o non essenziale alla vita ecclesiale quello del rapporto tra liturgia e carità. Anzi, su di esso si gioca il volto della chiesa: gli eventuali squilibri di questo rapporto manifestano opzioni ideologiche e deviazioni ecclesiologiche. Entrambe, la liturgia e la carità, sono dimensioni essenziali alla vita cristiana e necessitano di un rapporto equilibrato. Certo, la liturgia si situa nello spazio dei segni e nel movimento della celebrazione, mentre la carità si situa sul piano della res e nel movimento della vita. Vi è il rischio di assolutizzazione dell’una dimensione a scapito dell’altra e della separazione delle due grandezze. Se la liturgia si scinde dal piano della carità vissuta, diviene fine a se stessa, autoreferenziale e si sacralizza, cioè entra nello spazio arcano del sacro dominato dalla paura e dal fascino, non invece, come nel culto cristiano, dalla fiducia e dalla relazione. Una liturgia che ricada nel sacro accentua quella distanza tra uomo e Dio che proprio Cristo ha abolito in se stesso, essendo lui l’uomo che nella sua piena umanità ha pienamente narrato Dio nel suo vivere; in una liturgia scissa dalla vita e dalla carità le forme assumono una importanza esagerata, a servizio della ieraticità del celebrante e della solennità della celebrazione, i paramenti, gli abiti, le “suppellettili sacre” diventano sempre più fastosi, preziosi, costosi, con il pretesto dell’onore da accordare a Dio, e così si insulta il povero, si dimentica che la realtà è il fratello, il povero, e che lì vi è la vera immagine di Dio e che il cuore del culto cristiano non è la ritualità, ma la relazione con Cristo e dunque con il prossimo, con i fratelli e le sorelle. Se il Canone Romano parla del praeclarus calix, il prezioso calice, questo non abilita nessuno a fare calici d’oro, o a tempestarli di pietre preziose, perché Cristo resta povero anche quando viene celebrato nella liturgia. Insomma, anche la liturgia può essere luogo di apostasia, di ipocrisia e di menzogna e allora cade sotto gli strali che i profeti lanciavano al culto scisso dall’esercizio del diritto e della giustizia. Non dimentichiamo l’ossessione liturgica che negli ultimi anni ha dominato il mondo cattolico, non dimentichiamo che lo scisma del movimento lefebriano si gioca in particolare sulla liturgia, e sul tema di una tradizione intesa come ripetizione di forme passate, dimenticando che il criterio di verità della tradizione è nel futuro e non nel passato, è il regno di Dio, l’eschaton. Ai cosiddetti tradizionalisti occorrerebbe poi domandare dove e quando la fanno iniziare la tradizione. Al tempo stesso, se la vita cristiana non può essere ridotta a vita ritualizzata, la prassi quotidiana di carità non deve dimenticare il suo legame organico con la liturgia perché se se ne scinde, anch’essa si assolutizza, e cade nel protagonismo della carità, si scinde dal fondamento dalla carità cristiana che è l’amore di Dio, di cui cioè Dio è soggetto e autore, perde la sua sacramentalità e diviene organizzazione della carità, filantropia, managerialità del bene, assistenza sociale, burocrazia del servizio. E dimentica il fondamento dell’etica cristiana che nella liturgia e massimamente nella liturgia eucaristica emerge con forza. Il rischio dell’assolutizzazione del piano sociale scindendolo dal piano celebrativo è quello di arrivare a dichiarare o a sentire come inutile la liturgia perché il culto è completamente assorbito nella vita. E in quel caso ci si dimentica che la carità di cui parliamo non è immediatamente disponibile, ma è mediata dalla fede ed anch’essa ha figura cristologica, è l’amore come Cristo ha amato, è l’agape di Dio narrata dalla vita di Gesù di Nazaret.
Come superare dunque questi rischi? Con un’affermazione precisa e ineludibile: Cristo è il centro della liturgia cristiana e Cristo è la forma della carità. E il Cristo la cui forma e figura e storia ci è testimoniata dai vangeli. Il Cristo attestato dai vangeli. Il Cristo che con il suo Spirito si situa al centro della liturgia è il rivelatore del Dio che è Agape, che è amore, e Cristo è la Charitas fatta persona. La liturgia si deve ricordare che essa è sempre celebrazione della carità di Dio, pena il suo perdersi nelle nebbie del sacro e nella casistica del ritualismo, il suo finire nel formalismo e nel rubricismo. La testimonianza e la pratica della carità deve, da parte sua, ricordare sempre il fondamento teologico e cristologico della carità stessa, pena il suo inaridirsi e disperdersi nelle secche del protagonismo umano. La chiesa non è un’agenzia filantropica o un ente assistenziale, ma la narrazione della presenza di Dio tra gli uomini. La liturgia celebra la relazione che Dio ha intrattenuto e continua a intrattenere con l’umanità in Cristo, nello Spirito santo, e la carità è relazione con il prossimo e con Dio. La categoria della relazione è centrale nella liturgia come nella carità. Nell’economia cristiana l’essenza del culto non risiede nella ritualità, ma nella relazione con Cristo e pertanto è l’intera vita dell’uomo il luogo di culto: culto che dev’essere reale, personale, esistenziale, storico.

Di cosa parliamo parlando di carità?

Avviene spesso, anche nello spazio cristiano, che il termine carità sia sentito come ciò che deve essere fatto, che la carità sia ridotta a una dimensione meramente pragmatica che, se da un lato convoglia la generosità e la dedizione verso gli altri, dall’altro assicura al credente il suo protagonismo, il suo essere soggetto dell’amore. Spesso la carità, ma anche la vita cristiana tout court, sono ridotte al rango di relazione altruistica, alla dimensione dell’impegno sociale, della filantropia, dunque a una dimensione orizzontale che può tranquillamente trascurare il suo fondamento teologico: “l’importante è fare il bene”. Purtroppo nella tradizione cristiana occidentale la carità è stata moralizzata, ridotta a morale delle opere, è stata oggettivata, cosificata, mentre essa, sulla scia della rivelazione biblica ed evangelica si manifesta, ha scritto il teologo Adolphe Gesché, “come follia divina capace di sollevare le montagne del male e dell’ingiustizia”1. La carità è sì una virtù, ma teologale. Secondo il NT, “Amore” è il nome stesso di Dio: “Dio è agápe” (1Gv 4,16), e “Amore” è ciò che Gesù ha vissuto e narrato come Figlio amato dal Padre (Mt 3,17 e par.; Gv 5,20) e che ama gli uomini (Gv 13,1; Gal 2,20), “Amore” è ciò che lo Spirito ha effuso nei cuori degli uomini (Rm 5,5). L’agape è al cuore della Tri-unità di Dio. Nel cristianesimo la carità assume dunque una configurazione molto precisa, quella manifestata nell’evento pasquale, nella morte-resurrezione di Cristo: quello dunque è il luogo fontale dell’esperienza cristiana dell’amore. “Da questo noi abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi” (1Gv 3,16). L’amore di Cristo che dona la sua vita narra l’amore di Dio: “In questo sta l’amore: non noi abbiamo amato Dio, ma lui ha amato noi inviando il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).
Tutto questo ha evidenti ricadute ecclesiologiche e noi dovremmo parlare non tanto di rapporto “chiesa – carità”, ma “carità – chiesa”, non tanto di “carità nella chiesa”, ma anzitutto di “chiesa nella carità” in quanto la chiesa è preceduta costitutivamente dall’agape di Dio2. Insomma, la carità non la si fa, non la si produce, ma la si riceve e questo è ricordato perennemente alla chiesa dalla centralità nella sua vita dell’eucaristia, memoriale dell’evento pasquale, della morte e della resurrezione di Cristo, dell’amore preveniente di Dio. “Sacramento dell’amore di Dio”, l’eucaristia è il luogo in cui la chiesa viene edificata come chiesa di Dio, è l’eucharistia in qua fabricatur Ecclesia (Tommaso d’Aquino). Avendo al suo cuore il mistero eucaristico, la chiesa diviene così l’ecclesia ex charitate formata, la chiesa plasmata dalla carità di Dio prima di essere essa stessa soggetto di carità. È solo quando è messo in luce il fondamento rivelativo (teologico e cristologico) della carità, che può anche ricevere la sua giusta luce l’etica cristiana, la risposta umana all’amore di Dio.
Porsi alla scuola della liturgia eucaristica è “la via maestra” per recuperare il senso autenticamente cristiano della carità e per rispondere alla sollecitazione contenuta nella Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II Tertio Millennio Adveniente: “Sarà opportuno mettere in risalto la virtù teologale della carità, ricordando la sintetica e pregnante affermazione della prima Lettera di Giovanni: ‘Dio è amore’ (4,8.16). La carità, nel suo duplice volto di amore per Dio e per i fratelli è la sintesi della vita morale del credente. Essa ha in Dio la sua scaturigine e il suo approdo” (TMA 50). Dobbiamo dunque comprendere l’eucaristia come sacramento della carità, sacramentum caritatis: questo è anche il titolo dell’esortazione apostolica post-sinodale di Benedetto XVI sull’eucaristia che riprende la formulazione di Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae III,73,3: “Eucharistia dicitur sacramentum caritatis”. E dobbiamo comprendere che la partecipazione all’unico pane nell’eucaristia dice che non vi può essere comunione con Dio senza condivisione con i fratelli o, se si preferisce, che unica è la tavola dell’eucaristia e la tavola della carità. Non è forse questa la suggestione insita nel Discorso 239 di Agostino, in cui il vescovo di Ippona associa il testo di Lc 24 (Emmaus), ovvero la tavola eucaristica, dove Gesù attua la fractio panis facendosi riconoscere dai discepoli come risorto, alla condivisione del cibo operata da Elia con la vedova di Sarepta di Sidone (1Re 17,7ss.), che ridà vita alla povera donna e a suo figlio? Eucaristia e carità sono lì mirabilmente unite.

L’etica cristiana alla luce dell’eucaristia

L’eucaristia, ha qualcosa da dire circa l’etica cristiana? Circa il come vivere quotidianamente le relazioni interpersonali, sociali, politiche, storiche? La risposta è netta: sì. Secondo il NT l’eucaristia non designa solamente una celebrazione liturgica, ma anche una dimensione esistenziale e caratterizza l’intera vita del credente: Paolo esorta i cristiani di Colossi dicendo loro: “Vivete nell’azione di grazie” (Col 3,15). L’eucaristia, cuore dell’intera liturgia cristiana, è il magistero della prassi cristiana: solo quando è innestata nel mistero pasquale l’etica cristiana sfugge alla sua riduzione al piano giuridico e legale, alla sua trasformazione in sistema di regole (soprattutto morali e, in particolare, di morale sessuale) assolutizzate e senza rapporto con la storia e con il tempo, con la diversità dei contesti umani, delle persone e delle loro storie. Opportunamente raccordato al mistero pasquale, dunque al momento celebrativo dell’esistenza cristiana, ed eminentemente all’eucaristia, “fonte e culmine di tutta la vita cristiana” (LG 11), l’agire cristiano acquisisce un aspetto caratteristico. Questo aspetto, che deriva dal primato dell’iniziativa di Dio, del dono di Dio e del suo amore nei confronti dell’uomo e del suo agire, prende forma nel carattere essenzialmente responsoriale dell’esistenza cristiana. Quest’ottica, che nasce dalla coscienza di fede dell’amore di Dio e che afferma “il primato del ricevere sul fare, del dono sulla prestazione”3, della relazione sull’obbligo, rende costitutivamente grata l’esistenza cristiana. Non a caso la forma essenziale del culto cristiano si chiama “eucaristia”, cioè “rendimento di grazie”. In essa, ha annotato il teologo Joseph Ratzinger, “non si offrono a Dio tributi umani, ma si porta l’uomo a lasciarsi inondare di doni; noi non glorifichiamo Dio offrendogli qualcosa di presumibilmente nostro - quasi che ciò non fosse già per principio suo! -, bensì facendoci regalare qualcosa di suo, e riconoscendolo così come unico Signore ... Permettere a Dio di operare su di noi: ecco la quintessenza del sacrificio cristiano”4. E poiché il dono di Dio celebrato nell’eucaristia è assolutamente incommensurabile e non contraccambiabile, l’unica risposta possibile all’uomo è la gratitudine: “Un’etica eucaristica è un’etica incentrata, in primo luogo su questa attitudine di ringraziamento con la quale il credente è chiamato a porsi non solo di fronte a Dio, ma di fronte all’intera realtà, espressione dei suoi doni”5. Alla luce dell’eucaristia la carità cristiana viene collocata prioritariamente sul piano dell’essere rispetto a quello del fare: così l’eucaristia edifica il credente nella carità. Questo significa che la chiesa deve divenire luogo capace di generare all’amore, di introdurre i credenti all’esperienza dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Qui ogni comunità ecclesiale deve interrogarsi e non accettare di lasciarsi definire dalle tante cose che vuole fare, ma semplicemente divenire ed essere la matrice in cui il cristiano viene accolto e amato, viene fatto crescere per diventare capace di amore. La chiesa come schola charitatis. Alla luce dell’eucaristia l’etica cristiana diviene capace di coinvolgere tutto l’uomo, di convertirne il cuore e di plasmarne la persona sul modello del Cristo stesso: “L’eucaristia è capace di plasmare la vita dell’uomo secondo un modello, un’impronta, una figura che è Cristo stesso nel gesto supremo della pasqua; e la chiesa è appunto la comunità di coloro i quali lasciano che sia l’eucaristia a dare forma, consistenza, dinamismo ai ritmi della loro vita personale, ai rapporti comunitari, ai progetti sociali, alle iniziative di riforma della convivenza umana”6. Altrimenti si cade in una predicazione moraleggiante che non onora la ricchezza e bellezza e verità del vangelo. Papa Francesco su questo è molto esplicito. “Quando la predicazione è fedele al Vangelo, si manifesta con chiarezza la centralità di alcune verità e risulta chiaro che la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito non va oscurato in nessuna circostanza!” (EG 39). Se si opera una scissione con l’essenziale del vangelo “l’edificio morale della chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro maggiore pericolo. Perché allora non sarà propriamente il vangelo che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche” (EG 39). Papa Francesco è preoccupato di mai scindere il messaggio etico cristiano dal suo fondamento rivelativo che solo gli conferisce consistenza. E che noi troviamo al cuore della celebrazione eucaristica.

La fractio panis: via per ritrovare l’unità e vivere la carità

Il testo di Lc 24,13-35 a cui fa riferimento il titolo della mia relazione, presenta un movimento di divisione e di separazione, di perdita di unità, di allontanamento, di abbandono. Abbandono della comunità, ma distanza e conflitto anche tra i due discepoli che discutono, si scagliano contro parole, con la foga e l’irruenza di chi ritiene di aver ragione e combatte chi la pensa diversamente. Un’unica cecità li accomuna: i loro occhi sono incapaci di riconoscere Gesù. Ora, il momento decisivo del cambiamento dei due, del loro ritrovamento della vista, del loro uscire dall’accecamento, del loro passare dalla divisione alla comunione ritrovata, è il momento della fractio panis. “Pronunciò la benedizione, spezzò il pane e lo diede loro, allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero” (Lc 24,31). Sì: “lo riconobbero nello spezzare il pane” (Lc 24,35). Il passaggio dalla divisione alla comunione avviene, paradossalmente, grazie a un atto di divisione, a un gesto di frattura, grazie allo spezzamento del pane. Questo gesto è al cuore di ogni umana comunione in un pasto, dove è simbolo di convivialità e condivisione del cibo; ma che è al cuore anche dell’eucaristia, ne è il nome stesso: è il pane spezzato che crea l’unità. Come dice la Didaché (9,4), il pane spezzato, letteralmente, il klásma, il frammento, lo spezzato, il pane sì ma ridotto in pezzi per essere distribuito e donato, opera il raduno dei dispersi, della chiesa tutta nel regno annunciato dall’eucaristia. Dice la Didaché: “Come questo (pane) spezzato, questo pezzo di pane, sparso sulle montagne, è stato radunato per essere uno, così la tua chiesa sia radunata dalle estremità della terra nel tuo regno”. Dire “lo spezzato” rinvia alla relazione, al pane in quando condiviso, non si parla di pane in quanto tale, come realtà auto-sussistente. La condivisione dell’unico pane è così la realtà centrale dell’eucaristia. Ora, cosa significava quel gesto di divisione attuato da Gesù e divenuto come la cifra del suo vivere, del suo amare e del suo incontrare? Indicava la via per creare unità, per vivere la carità, per incontrare in autenticità le persone, per vivere relazioni sensate e autentiche. Indicava la via della con-divisione, della relazione, dell’uscita da sé per fare spazio all’altro, del non tenere per sé ma del mettere a disposizione dell’altro. Lo spezzare il pane è segno che agisce sulla memoria dei due discepoli e li riporta alla vita che Gesù ha condiviso con loro, alle relazioni che hanno vissuto con lui, al tempo che egli ha donato a tanti, alle cure che ha elargito a tanti malati, alla predicazione attuata in giro per la contrade della Galilea, al gesto di deposizione delle vesti per chinarsi a lavare i piedi ai discepoli, insomma al suo spendersi e donarsi, al suo corpo spezzato, donato e, ben prima che su una croce, in tanti incontri quotidiani, in tante occasioni di convivialità, di pasti presi assieme a discepoli, ma anche a peccatori, ad amici, e anche a farisei. Quel dividere se stesso per tanti era in realtà possibile grazie a un’unità profonda in se stesso, tanto che il suo darsi era capace di creare unità, guarigione, comunione, vita. Qual è la comunione che il gesto di Gesù suscita nei due discepoli? Anzitutto è unità in se stessi e con la loro storia: il fuoco che arde nel loro petto li conduce a rileggere la loro storia alla luce dello Spirito che abita le parole di Gesù, a rendere pulita la loro memoria, a ritrovare il senso del vissuto con Gesù e anche con gli altri. E ritrovano capacità di parola sensata e dialogica tra di loro uscendo da quella violenza quotidiana delle parole che affligge le nostre relazioni. E ritrovano comunione con la comunità ritornando a Gerusalemme. Il corpo di Cristo comunitario viene ricostruito. Il gesto della frazione del pane è gesto profetico che attesta che Dio ha affidato all’uomo le risorse della terra affinché ci sia condivisione e solidarietà e giustizia perseguendo l’ideale del “nessuno era bisognoso tra di loro” (At 4,34) e “tutto era comune fra loro” (At 4,32) e ancora “condividevano i beni con tutti” (At 2,45). Come ha scritto con efficacia un fratello della mia comunità in un saggio su Liturgia e amore per i poveri: “‘Un culto puro e senza macchia davanti a Dio è soccorrere gli orfani e le vedove nelle sofferenze’ (Gc 1,27); come il culto antico anche la natura profetica ed etica della liturgia cristiana è costantemente esposta al pericolo di essere sopraffatta dalla sua dimensione sacerdotale. Ma il fine della liturgia non è la sacramentalizzazione del credente, bensì la sua santificazione, in quanto i sacramenti della chiesa raggiungono il loro pieno effetto quando conducono i cristiani a vivere come Cristo ha vissuto, a ‘camminare come lui ha camminato’” (1Gv 2,6)7.

Eucaristia e forme della carità8

La colletta

In tempi di grave crisi economica, in cui molte persone perdono il lavoro, molte famiglie sono ridotte a gravi ristrettezze economiche, occorre chiedersi se le nostre eucaristie sono celebrazioni adeguate del mistero di Cristo e dunque epifania del mistero della chiesa o se offuscano il volto di Cristo e depauperano l’immagine della Chiesa. Occorre chiedersi se le nostre eucaristie sanno discernere il corpo di Cristo (1Cor 11,29) che è la reale comunità dei credenti con i suoi poveri, i malati, i senza lavoro, gli emarginati, oppure se l’atto celebrativo incontra le parole di giudizio di Paolo che dice ai cristiani di Corinto: “il vostro non è più un mangiare la cena del Signore” (1Cor 11,20). La pratica antichissima della colletta, koinonía, ci interroga sulla capacità delle nostre eucaristie di essere espressione di condivisione e carità concreta. Fin dall’antichità l’eucaristia domenicale è legata a gesti di condivisione nei confronti dei poveri. In 1Cor 16,1-3 Paolo comanda di fare una colletta in favore dei poveri il primo giorno della settimana. Così, al cuore dell’eucaristia si manifesta un vero è proprio magistero per l’agire etico del cristiano: magistero che parla di donazione (il corpo dato), di condivisione (l’unico pane per tutti), e di solidarietà e carità (la colletta per i bisognosi). Circa la pratica della colletta voluta da Paolo per la chiesa di Gerusalemme, Benedetto XVI ha affermato: “Forse non siamo più in grado di comprendere appieno il significato che Paolo e le sue comunità attribuirono alla colletta per i poveri di Gerusalemme. … La colletta esprimeva il debito delle sue comunità per la Chiesa madre della Palestina, da cui avevano ricevuto il dono inenarrabile del Vangelo. Tanto grande è il valore che Paolo attribuisce a questo gesto di condivisione che raramente egli la chiama semplicemente “colletta”: per lui essa è piuttosto ‘servizio’, ‘benedizione’, ‘amore’, ‘grazia’, anzi ‘liturgia’ (2Cor 9,12: diakonía tês leitourghías). Sorprende, in modo particolare, quest’ultimo termine, che conferisce alla raccolta in denaro un valore anche cultuale: da una parte essa è gesto liturgico o ‘servizio’, offerto da ogni comunità a Dio, dall’altra è azione di amore compiuta a favore del popolo. Amore per i poveri e liturgia divina vanno insieme, l’amore per i poveri è liturgia. I due orizzonti sono presenti in ogni liturgia celebrata e vissuta nella Chiesa, che per sua natura si oppone alla separazione tra il culto e la vita, tra la fede e le opere, tra la preghiera e la carità per i fratelli”9.
La narrazione dell’eucaristia domenicale trasmessaci da Giustino attesta che essa era occasione privilegiata di carità: si raccoglievano offerte per i poveri e per venire in soccorso di chiunque si trovava in situazioni di indigenza e di bisogno: “I facoltosi e quelli che lo desiderano, danno liberamente ciascuno quello che vuole e ciò che si raccoglie viene depositato presso colui che presiede. Questi soccorre gli orfani, le vedove e chi è indigente per malattia o per qualche altra causa, e i carcerati e gli stranieri che si trovano presso di noi: insomma si prende cura di chiunque sia nel bisogno” (I Apologia LXVII,6). L’epifania della chiesa nell’eucaristia domenicale è anche epifania della carità, soprattutto verso le membra più deboli e sofferenti di tale corpo. Secondo Giovanni Crisostomo la carità non è che il prolungamento del mistero eucaristico; per lui la responsabilità del povero e del bisognoso si inscrive nel mistero eucaristico, nel pane e nel vino condivisi: “Se ti accosti all'eucaristia, non fare nulla di indegno riguardo ad essa e non disprezzare il povero. Cristo non ha escluso nessuno, quando ha detto: ‘prendete e mangiate’. Ha dato il suo corpo ugualmente a tutti, e tu non gli dai nemmeno un volgare tozzo di pane” (In 1Cor hom., 27,4). Vi è un’intrinsecità fra la presenza di Cristo nel mistero eucaristico e la sua presenza nel povero: “Colui che ha detto: ‘Questo è il mio corpo’ ha anche detto: ‘Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare. Ciò che vi siete rifiutati di fare ad uno solo di questi piccoli voi l'avete rifiutato a me’” (Giovanni Crisostomo, In Matth. hom., 50,3,4). E ancora: “L’altare è composto dalle stessa membra di Cristo ed il corpo del Signore è per voi la pietra del sacrificio. Sappiate dunque attorniarlo di rispetto; è nella carne del Signore che immolate la vittima che gli offrite. Questo altare è più temibile dell’altare visibile che oggi si presenta ai vostri occhi. Ma non tremate: l’altro, quello visibile, ha di ammirevole la vittima che vi si offre in sacrificio, mentre l’altare dell’elemosina ha di ammirevole una cosa in più: è composto dalla vittima stessa che offre il sacrificio. Un’altra meraviglia ancora: l’altare visibile è una pietra, e questa pietra è santificata perché sostiene il corpo di Cristo; l’altare dell’elemosina, invece, perché è il corpo stesso di Cristo” (In 1Cor. hom., 43,1). Sempre il Crisostomo esorta a “onorare il giorno del Signore ... soccorrendo con generosa abbondanza i fratelli più poveri ..., mettendo da parte qualcosa nel giorno del Signore per l’assistenza ai poveri” (De eleemosyna homilia III), e il canone del Sinodo nestoriano di Jésuyahb I chiede che “si santifichi la domenica con doni ai poveri, con la pacificazione delle contese, con giudizi giusti, con la pace, la misericordia gli uni verso gli altri”10. Inoltre si richiede in modo pressante che si facciano visite ai malati e ai prigionieri, si accolgano i senza casa, i pellegrini e i viandanti ... Insomma, più che mai la carità deve manifestarsi concretamente e diventare prassi di condivisione di giustizia nella liberante certezza che se i cristiani “hanno in comune ciò che non muore, tanto più le cose che periscono” (Didaché IV,8). La comunità cristiana oggi deve recepire in modo intelligente e creativo questi dati e inventare forme di carità, di prossimità, di giustizia (la giustizia, infatti, è il volto sociale e politico della carità) adeguati di tempi difficili che stiamo vivendo. Soprattutto la comunità cristiana deve diventare sempre più sensibile al povero, sviluppare e diffondere la sensibilità verso i poveri e la coscienza che il povero è sacramento della presenza di Cristo.
La Didascalia Apostolorum rivela che è tale l’onore in cui devono essere tenuti i poveri e i pellegrini che tutti nell’assemblea, vescovo compreso, devono essere pronti a cedere loro il posto sedendosi, se occorre, per terra. E se raccomanda che si raccolgano aiuti per i poveri, con rigoroso senso della giustizia la stessa Didascalia esclude che le offerte possano essere accettate se provenienti da ricchi e potenti che sfruttano i poveri: “È meglio per voi morire di fame, che accettare qualcosa che viene dall’ingiustizia” (IV,8,2). I doni che, frutto del duro lavoro e della fatica dei credenti, vengono raccolti, devono servire per opere di liberazione: riscatto di schiavi, di esiliati, di condannati ai lavori forzati nelle miniere o alla lotta con le belve nei circhi: “I diaconi si rechino da costoro e li visitino ciascuno personalmente e ripartiscano fra di loro ciò di cui hanno bisogno” (IV,9,2). Insomma, appare evidente dall’insieme della tradizione cristiana, che la concreta carità è l’inveramento del culto, l’autentificazione della liturgia eucaristica. Del resto per Ignazio di Antiochia altro nome dell’eucaristia è “carità”, “agape”. Scrive Ignazio: “Senza il vescovo non è lecito né battezzare né fare l’agape” (Agli Smirnesi VIII,2). Nell’antichità il vescovo doveva sia presiedere l’eucaristia che sovrintendere il servizio della carità, l’aiuto ai poveri: per questo egli era chiamato pater pauperum, padre dei poveri, ma a volte, se qualcuno disattendeva il servizio e il sostegno ai poveri, diveniva necator pauperum, assassino dei poveri.

L’accoglienza e l’ospitalità

Il brano di Emmaus diviene a un certo punto la narrazione di un’accoglienza reciproca: i due discepoli insistono perché lo straniero si fermi con loro e lo accolgono nella casa del villaggio dove erano diretti; una volta entrato, Gesù, ospite, diviene colui che dà ospitalità ai discepoli comportandosi come il padrone di casa che prende il pane, pronuncia la benedizione, lo spezza e lo dà loro. Agostino, commentando questo testo lucano scrive: “Il Signore del cielo volle essere ospite in terra … Si degnò di essere tuo ospite perché tu, accogliendolo, ne ricevessi la benedizione”11.
Al cuore dell’eucaristia, come della carità vi è l’esperienza dell’accoglienza. L’eucaristia è esperienza dell’accoglienza che Dio ha attuato nei nostri confronti in Cristo Gesù, e accoglienza significa rifiuto di giudicare e condannare, è esperienza del suo amore che ha accompagnato il nostro peccato, del suo perdono che ha preceduto e che fonda il nostro pentimento. Questo significa che le concrete celebrazioni eucaristiche devono diventare luoghi di reale esperienza di accoglienza: “nessuno deve sentirsi irrecuperabile, giudicato, emarginato, disprezzato, guardato con superba commiserazione”12. Dalla liturgia eucaristica il credente deve uscire sapendosi e sentendosi perdonato, raggiunto dalla misericordia di Dio in Gesù Cristo. La comunità eucaristica è luogo di superamento delle barriere elevate dai pregiudizi razziali, sessuali, sociali, per riscoprire l’unica vocazione e l’unità in Cristo dei membri dell’assemblea: “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più maschio né femmina, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). L’eucaristia è occasione di riconoscimento reciproco: i diversi confessano di avere un unico Padre, di essere fratelli, di essere incamminati verso la stessa patria celeste. Insomma, dall’eucaristia deriva l’imperativo dell’accoglienza: “Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi” (Rm 15,7). L’eucaristia come accoglienza rinvia all’esistenza, alle relazioni famigliari, alla vita sociale e ai rapporti nella polis. In particolare, in quest’epoca di grandi migrazioni di popoli che mettono a contatto uomini e donne provenienti da mondi finora mai veramente a confronto, i cristiani sono chiamati ad accogliere la diversità fuggendo la tentazione di demonizzarla, ad assumere la complessità evitando i rischi della banalizzazione, ad imparare a preparare il terreno per un incontro e una comunione con persone radicalmente “altre” da sé sottraendosi alla tentazione del rigetto, del rifiuto, della chiusura. Come non accogliere lo straniero e continuare a pregare il “Padre nostro”? Come rifiutare accoglienza, dignità e fraternità all’immigrato, al profugo, allo straniero e continuare a celebrare l’eucaristia? Come non dare accoglienza al senza dimora e poi celebrare l’eucaristia in cui noi veniamo accolti da Cristo?

Il perdono e la riconciliazione

Questa dimensione dell’agape come accoglienza comporta un altro aspetto: quello del perdono reciproco, della riconciliazione tra i membri della stessa assemblea eucaristica. Il vangelo è netto su questa dimensione: “Se presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all'altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24). La Didaché (XIV,2-3) chiede che chi è in lite con qualcuno non prenda parte all’assemblea eucaristica: solo quando ci sarà stata la riconciliazione, potrà riprendere la partecipazione all'assemblea. Meglio non partecipare all’eucaristia domenicale piuttosto che parteciparvi nutrendo rancore o inimicizia verso un fratello o una sorella Questo significherebbe cadere nell’ipocrisia. Già Ireneo di Lione chiedeva con forza che l’eucaristia e la vita non fossero disgiunte, ma armonizzate: “Il nostro modo di pensare sia in accordo con l’eucaristia e l’eucaristia plasmi il nostro modo di pensare” (Adversus Haereses IV,18,5). L’unità significata dal convenire in unum per partecipare all’azione eucaristica, deve trovare conferma nell’unità dei cuori, nella disponibilità a perdonare e a ricevere il perdono, nella riconciliazione reciproca. Certo, dev’essere chiaro che il convenire in unum non è semplicemente un riunirsi insieme, ma nell’unità di Cristo, in Cristo che è la fonte dell’unità e della riconciliazione. La Didascalia Apostolorum raccomanda: “O vescovi, affinché le vostre preghiere e i vostri sacrifici siano graditi, quando vi trovate in chiesa per pregare, il diacono deve dire ad alta voce: ‘C’è qualcuno che ha qualcosa contro il suo prossimo?’, in modo che, se ci sono persone che sono in lite tra loro o tra cui vi è una controversia giudiziaria, tu li possa convincere a stabilire la pace fra loro” (II,54,1). Concorrenzialità, gelosie, rivalità, invidie, contese, sono nemici mortali della koinonía ecclesiale e costituiscono non un problema di “ordine”, ma un peccato contro Dio e un attentato contro il suo popolo: “Chi è in lite contro il suo prossimo, diminuisce il popolo di Dio e pecca contro Dio” (II,56,2). La riconciliazione è il primo ed elementare passo perché l’assemblea dei credenti possa, nella celebrazione eucaristica, accogliere e manifestare l’agape di Dio. Come scambiarsi il bacio di pace, il “bacio santo” (Rm 16,16; 1Cor 16,20; 2Cor 13,12; 1Ts 5,26; 1Pt 5,14) e conservare nel cuore rancore verso il fratello? Questo equivale a “mentire a Cristo nell’ora tremenda della divina eucaristia”13. Insomma, una partecipazione autentica all’eucaristia comporta che si sappia vivere con autenticità la carità nelle relazioni quotidiane.

La convivialità

Dalla testimonianza di Paolo noi sappiamo che l’eucaristia, a Corinto, era accompagnata da un pasto comune, un pasto fraterno, che si chiamava “agape”, un pasto che radunava ricchi e poveri, abbienti, che mettevano a disposizione le case, e meno abbienti. Ognuno portava ciò che poteva, chi poco, chi molto; tuttavia Paolo critica aspramente questa pratica perché il suo carattere egualitario, interclassista, fraterno, viene offuscato dal non rispetto dell’altro, soprattutto del più povero: non ci si aspetta, soprattutto chi deve lavorare e può arrivare solo tardi; le divisioni tra ricchi e poveri si ripercuotono su questo pasto che a questo punto diviene manifestazione di ingiustizia e la cena del Signore, l’eucaristia che vi era accompagnata diveniva uno scandalo in cui c’era chi era ubriaco e chi era affamato. Paolo critica il principio del “proprio”: “Ciascuno quando è a tavola prende il proprio pasto e così uno ha fame e l’altro è ubriaco” (1Cor 11,21). Chi si porta piatti abbondanti e raffinati se li tiene per sé e chi ha poco si deve accontentare del proprio poco. La logica del “mio” e del “tuo” non è una logica evangelica. Essa contraddice la carità e l’eucaristia. Giovanni Crisostomo scrive commentando la I lettera ai Corinti: “La Chiesa non esiste perché noi, venendoci, conserviamo le nostre divisioni, ma perché ogni disuguaglianza sparisca: ecco il senso del nostro riunirci insieme” (In 1Cor 27,3). Così avviene che la partecipazione al pasto comune diventi umiliazione per i più poveri: “Volete umiliare chi non ha niente?” (1Cor 11,22). Non dimentichiamo la pratica di comunione che Gesù ha vissuto con la condivisione della tavola, con la commensalità, con la convivialità. E soprattutto non dimentichiamo le parole di fuoco del Crisostomo sul rischio che l’altare liturgico sia pieno di doni e il povero muoia di fame. Se era prassi comune che venissero portati doni, offerte in chiesa, da queste venivano poi prelevate le offerte da dare ai poveri, così che offerta a Dio e offerta ai poveri erano un unico atto liturgico. Scrive in un testo giustamente famoso Giovanni Cristostomo:
“Vuoi onorare il corpo di Cristo? Ebbene, non tollerare che egli sia nudo; dopo averlo onorato qui in Chiesa con stoffe di seta, non permettere che fuori egli muoia per il freddo e la nudità … Quale vantaggio può avere Cristo se il suo altare è coperto di oro, mentre egli stesso muore di fame nel povero? Comincia a saziare lui che ha fame e in seguito, se ti resta ancora del denaro, orna anche il suo altare. Gli offrirai un calice d’oro e non gli dai un bicchiere d’acqua fresca: che beneficio ne avrà? Ti procuri per l’altare veli intessuti d’oro e a lui non offri il vestito necessario: che guadagno ne ricava? … Dico questo non per vietarti di onorare Cristo con tali doni, ma per esortarti a offrire aiuto ai poveri insieme a quei doni, o meglio a far precedere ai doni simbolici l’aiuto concreto … Mentre adorni la chiesa, non disprezzare il fratello che è nel bisogno: egli infatti è un tempio assai più prezioso dell’altro” (Sul vangelo di Matteo 50,3-4).

Il servizio

L’eucaristia compagina e ordina intorno all’amore preveniente di Dio rivelato in Cristo e comunicato grazie allo Spirito santo il rapporto del cristiano con il tempo e lo spazio, con il corpo e con l’altro, con la realtà sociale e politica e con il cosmo intero. Da lì discende una “prassi eucaristica” che si configura come lotta contro la tentazione del consumo e del possesso in favore dell’instaurazione di una logica di comunione, di gratuità e di giustizia. Il magistero eucaristico è essenzialmente anti-idolatrico e rivela che l’amore cristiano è un “lavoro”, un opus, una fatica, un’ascesi che porta l’uomo a operare delle rinunce, a dire dei “no” in vista di un “sì” più grande e nobile. Memoriale della pasqua di Cristo, l’eucaristia rende operanti nella vita del credente le energie della resurrezione che lo guidano a passare dalla morte del peccato alla vita in Cristo, dal regime del consumo a quello della comunione. L’eucaristia plasma il discernimento degli idoli che abitano il cuore dell’uomo e che traversano l’esistenza sociale e l’atmosfera culturale del tempo in cui si vive. Essa impegna il cristiano in una lotta che possiamo definire prendendo a prestito le parole di Ilario di Poitiers: “La nostra lotta è contro un persecutore insidioso, un nemico che lusinga, non ferisce la schiena, ma carezza il ventre; non confisca i beni per darci la vita, ma arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà imprigionandoci, ma verso la schiavitù onorandoci nel suo palazzo; non colpisce i fianchi, ma prende possesso del cuore; non taglia la testa con la spada, ma uccide l’anima con l’oro e il denaro” (Liber Contra Constantium 5). Questo significa che il rapporto eucaristia - servizio agisce anzitutto nel senso che essa plasma dei servi del Signore, ben più e ben prima che delle persone che “fanno dei servizi”. Del resto le tradizioni neotestamentarie sulla Cena del Signore rappresentano l’istituzione eucaristica come profondamente influenzata dalla figura veterotestamentaria del “Servo del Signore” (l’‘ebed ‘Adonaj di cui ci parlano i cosiddetti Canti del Servo presenti nel Deutero-Isaia). Nel suo vangelo Luca inserisce nel contesto dell’istituzione eucaristica le parole di Gesù sul servizio da parte di chi ha autorità (Lc 22,24-27); le parole sul calice presenti in Marco e in Matteo (“Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti”: Mc 14,24; Mt 26,28) riprendono le espressioni che definiscono la missione del Servo del Signore (egli giustificherà molti, cioè “le moltitudini”, “tutti”: Is 53,11-12; dev’essere infatti chiaro, come ha definitivamente espresso il Concilio Vaticano II che il per molti significa per tutti: Ad gentes 3: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti, cioè per tutti (pro multis, id est pro omnibus)”; nel cap. 13 del suo vangelo, Giovanni sostituisce il racconto dell’istituzione eucaristica con l’episodio della lavanda dei piedi, del servizio del Kyrios ai suoi discepoli, che rappresenta l’“eucaristia fatta vita”. Gesù comincia a lavare i piedi ai suoi discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio manifestandosi come il servo, lo schiavo, che ama i suoi fino alla fine (Gv 13,1) con un gesto concreto di abbassamento di fronte all’altro. “Con il gesto della lavanda Gesù lascia l’esempio, non tanto come segno che richiede un’imitazione del suo comportamento, ma soprattutto come segno generante una relazione di amore e di servizio tra i discepoli, relazione manifestata da Gesù stesso: ‘Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri; vi ho dato infatti l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi’ (Gv 13,14-15). È innegabile qui il parallelo con l’anamnesi sinottico-paolina: ‘Fate questo in memoria di me’. Ciò che è dato come segno, va fatto, ripetuto sempre in memoria del Signore perché è lui che ha concesso di poter fare altrettanto: la res del sacramentum è l’agape, è la carità, è l’amore fraterno che da Dio, fonte dell’amore, attraverso l’eucaristia, servizio e sacrificio del Figlio, è dato ai discepoli come norma e forma della chiesa”14. L’eucaristia cerca di dar forma alla chiesa, corpo di Cristo nella storia, strutturandola sull’esempio della pro-esistenza di Cristo: l’unità del corpo ecclesiale dovrà pertanto configurarsi come unità di uomini e donne accomunati dall’unica volontà di farsi servi gli uni degli altri sull’esempio dato loro dal Signore. Questo servizio è la forma concreta della carità. Non a caso proprio il testo di Gv 13 contiene il cosiddetto mandatum novum, il comandamento dell’amore reciproco fra i credenti fondato e reso possibile dall’amore di Cristo per i suoi e la promessa che da tale amore verrà riconosciuta dagli uomini la qualità di discepoli di Cristo dei credenti in lui (Gv 13,34-35). La prima e imprescindibile forma di evangelizzazione è dunque l’amore concreto che deve traversare la comunità cristiana al suo interno: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35). Così il “segno” eucaristico, al cui cuore sta il Cristo come rivelatore dell’amore del Padre, diviene fondamento della vita cristiana come “segno” dell'amore di Cristo. Di questo segno fa parte una dimensione che è opportuno ricordare perché è al cuore dell’evento pasquale: l’amore per il nemico. Gesù che si china ai piedi di Giuda, colui che si è fatto suo nemico, e che anche nei suoi confronti si mostra servo, è l’icona di un amore che si spinge ad amare il nemico mentre questi è nemico. Amare il nemico significa amare chi amabile non è. Amare il nemico significa che non si possono mettere limiti, confini, non si possono operare discriminazioni e distinzioni fra chi è degno di carità e chi no. L’eucaristia, in cui il corpo di Cristo è dato pro multis, id est pro omnibus, vieta tali meschinità. L’evento celebrato nell’eucaristia può anche essere espresso con le parole di Paolo che dicono: “Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi ... Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi ... Mentre eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio” (cf. Rm 5,6-10). Questa sconcertante contemporaneità dell’amore di Dio e del peccato e dell’inimicizia dell’uomo visibilizzata dalla croce di Cristo, è il fondamento e la possibilità stessa di adempiere la chiamata di Gesù ad amare i nemici: “Amate i vostri nemici” (Mt 5,44). Da questo deriva per il cristiano l’appello a non creare logiche di inimicizia, a non creare nemici, ma a restare amico con il nemico. Questo significa rifiutare le logiche oggi dominanti che tentano di individuare “il nemico” fuori di noi, p. es. nei musulmani o negli “altri” che vengono nel nostro paese per motivi politici o sociali o sospinti dalla fame, dalla guerra e dalla povertà. E significa rifiutare di innestare logiche di contrapposizione e di ostilità contrarie allo spirito e alla lettera del vangelo. Il servizio cristiano è un “dare la vita” che si manifesta molto concretamente nel creare possibilità di vita per chi ne è sprovvisto, nell’operare per la giustizia in favore di chi ne è privato, ma che giunge al suo punto più eloquente nel perdere la vita per l’altro, per il nemico. Il martirio è l’eucaristia divenuta vita fino alla morte, fino al dono della vita!

Dimensione cosmica dell’eucaristia: il creato come prossimo

L’eucaristia è azione di grazie che sale al Padre da parte della Chiesa (che, secondo una definizione di derivazione origeniana, è il “kósmos del kósmos”) che parla a nome della creazione intera. “Il pane e il calice della sintesi” (Ireneo di Lione) rendono presente nell’eucaristia l’intera storia di salvezza, dalla creazione fino alla redenzione escatologica, e dunque rendono anche presente il mondo intero, il mondo che Dio ha riconciliato a sé nel Cristo: lo rendono presente appunto nel pane e nel vino come nelle persone e nei corpi dei fedeli radunati in assemblea. Uno dei temi più frequenti nelle Preghiere eucaristiche è la gioia di fronte alla creazione, e il Catechismo della Chiesa Cattolica sottolinea con forza questa dimensione creazionale e cosmica dell’eucaristia. “L’eucaristia, sacramento della nostra salvezza realizzata da Cristo sulla croce, è anche un sacrificio di lode in rendimento di grazie per l’opera della creazione. Nel sacrificio eucaristico, tutta la creazione amata da Dio è presentata al Padre attraverso la morte e la resurrezione di Cristo. Per mezzo di Cristo, la Chiesa può offrire il sacrificio di lode in rendimento di grazie per tutto ciò che Dio ha fatto di buono, di bello e di giusto nella creazione e nell’umanità” (Catechismo 1333). La traduzione italiana della Preghiera eucaristica III parla del dinamismo trinitario che investe l’intera creazione: “il Padre fa vivere e santifica tutto l’universo per mezzo di suo Figlio, Gesù Cristo, nella potenza dello Spirito santo, suscitando così la lode di ogni creatura”. La portata del testo è cosmica e indica che la redenzione e la santificazione operate da Cristo non valgono solo per gli uomini, ma abbracciano anche tutto l’universo. La PE IV afferma che “noi e, attraverso la nostra voce, ogni creatura che è sotto il cielo, confessiamo nella gioia il tuo nome cantando: Santo …” La creazione prega, loda e supplica il Signore, la creazione soffre e anela redenzione, come ricorda Paolo in un testo particolarmente ispirato: “Tutta la creazione – cioè, potremmo specificare, animali, vegetali, mondo minerale, il cosmo intero – attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio … Essa nutre la speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione … Essa geme e soffre fino a oggi le doglie del parto” (cf. Rm 8,19-22). Questo testo invita a inserire la creazione nel grande movimento pasquale che tende a portare il mondo e la storia verso i cieli e la terra nuovi, verso quel regno in cui la salvezza sarà veramente tale perché per sempre e per tutti: sì, la speranza nutrita dall’eucaristia è il mondo trasfigurato, il mondo bello e buono come uscito dalle mani di Dio.
Come il pane e il vino eucaristici sono il simbolo della natura e della cultura, dunque di tutto l’umano assunto in Cristo, così il mondo che riceviamo dall’eucaristia è il mondo creato in Cristo e in vista di Cristo, è il mondo che Dio continua a sostenere in una creatio continua che attesta il suo amore di Padre “che opera sempre” (cf. Gv 5,17), è il mondo che sarà ricapitolato, intestato in Cristo (Ef 1,10). Questo legame essenziale fra eucaristia e creazione è ben espresso da Ireneo di Lione: “Poiché siamo sue membra e siamo nutriti dalla creazione - è lui infatti che ci dà la creazione facendo sorgere il sole e mandando la pioggia come vuole -, ha dichiarato che il calice proveniente dalla creazione è il suo proprio sangue che alimenta il nostro sangue, e che il pane proveniente dalla creazione è il suo proprio corpo, mediante il quale fa crescere i nostri corpi” (Adv. haer. V,2,2). Il corpo di Cristo crea comunione tra corpo cosmico e corpo umano e destina l’uno e l’altro alla comunione del Regno: “Il pane e il calice su cui è stata pronunciata la preghiera di benedizione e che sono stati distribuiti comunicano il frutto della sua Morte, che è la Morte del Servo che riconcilia nella koinonía dello Spirito santo l’uomo con il padre e con i suoi fratelli, ad anche l’intera creazione che è così restaurata (cf. Rm 8,13-25)” (J.-M. R. Tillard). Nell’antica anafora delle Costituzioni Apostoliche (IV secolo) si dice: “Tu, o Dio, hai popolato il mondo e lo hai ornato con erbe profumate e medicinali, con molti e differenti animali, robusti o più deboli, domestici e selvatici, con i sibili dei rettili, con i canti degli uccelli dai vari colori”. E nella PE della chiesa zairese (approvata nel 1988) si recita: “Per mezzo di tuo Figlio Gesù Cristo tu, o Dio, hai creato il cielo e la terra; per mezzo di lui tu fai esistere i fiumi del mondo, i torrenti, i ruscelli, i laghi, e tutti i pesci che vivono in essi. Per mezzo di lui fai vivere le stelle, gli uccelli del cielo, le foreste, le savane, le pianure, le montagne e tutti gli animali che in esse vivono”.
Al cuore dunque della preghiera eucaristica, che è il culmine dell’intera celebrazione, si situa il ricordo di animali e piante, di laghi e fiumi, di savane e pianure, anch’essi parte del mondo amato da Dio e anch’essi segni dell’amore di Dio e destinatari dell’amore dell’uomo. Il creato è il primo prossimo dell’uomo e la cura del creato è forma di responsabilità e giustizia essenziali per il futuro dell’umanità e la salvaguardia della pace. Plesíos, vicino, prossimo, è colui che è spazialmente vicino e, nell’accezione evangelica, è colui a cui mi faccio spazialmente e corporalmente vicino. Ma oggi più che mai dobbiamo cogliere la dimensione di prossimo anche in colui che verrà, nella generazione futura. Amare il prossimo è amare anche chi verrà dopo la nostra morte. È amare il futuro, è farsi responsabili del futuro degli altri, è aver cura del futuro del mondo e impegnarsi a trasmettere loro un mondo abitabile. È amare e custodire l’ambiente e la natura, le creature animali tutte, i vegetali, che sono non destinati solo a noi oggi, ma anche alle generazioni future. Un testo giudaico intertestamentario recita: “Figli miei, vi ordino di osservare i comandamenti del Signore, di esercitare la misericordia verso il prossimo e la compassione verso tutti, non solo verso gli uomini, ma anche verso gli esseri senza ragione” (Testamento di Zabulon 5,1). Questa dimensione cosmica e creazionale insita nell’eucaristia potrebbe aiutare i cristiani di oggi a recuperare la dimensione cosmica della fede cristiana e a instaurare un rapporto con il mondo ispirato a comunione e rispetto invece che a consumo e sfruttamento. Li potrebbe aiutare a trovare uno sguardo nuovo, cosmico e universale, evangelicamente ecologico, pieno di com-passione e di responsabilità per tutte le creature animate e inanimate. E uno sguardo capace di gratitudine, come esprime una bella espressione di una Colletta del Messale che chiede che “la nostra vita diventi un continuo rendimento di grazie, espressione perfetta della lode che sale a te, o Dio, da tutto il creato”.




NOTE

1 A. Gesché, Il male, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1996, 101.
2 Cf. S. Dianich, «“De caritate ecclesia”. Introduzione ad un tema inconsueto», in Associazione Teologica Italiana, De Caritate Ecclesia. Il principio "amore" e la chiesa, Messaggero, Padova 1987, 27-107.
3 G. Piana, «Partecipare all’eucaristia e “dire Dio” nella vita», in L'eucaristia celebrata: professare il Dio vivente, Atti della XIX Settimana di Studio dell'Associazione dei Professori di Liturgia, Gazzada (VA), 26-31 agosto 1990, Ed. Liturgiche, Roma 1991, 109.
4 J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 1969, 229-230.
5 G. Piana, op. cit., 115.
6 Card. C. M. Martini, «L’eucaristia centro e forma della vita della chiesa», in Idem, Un popolo, una terra, una chiesa. Lettere e discorsi (1982-1983), Ed. Dehoniane, Bologna 1983, 116.
7 G. Boselli, «Liturgia e amore per i poveri», in Rivista del Clero Italiano 9 (2009), p. 569.
8 Cf. E. Bianchi, Giorno del Signore, giorno dell’uomo. Per un rinnovamento della domenica, Piemme, Casale Monferrato 1994, 161-164.
9 Benedetto XVI, Udienza generale del mercoledì, 1 ottobre 2008.
10 H. Dumaine, «Dimanche», in DACL IV, Letourgie et Ané, Paris 1920, 979.
11 Agostino, Discorso 239,2,2.
12 S. Sirboni, «Dall’eucaristia alla vita», in Testimoni nel mondo 72 (1986), 41.
13 Anastasio Sinaita, Una liturgia non ipocrita. Discorso sulla santa eucaristia e sulla necessità di non giudicare e di non serbare rancore, Qiqajon, Bose 1996, 20.
14 E. Bianchi, «L’eucaristia “norma e giudizio” della chiesa», in Servitium 25 (1983), 19.

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(Convegno diocesano delle Caritas parrocchiali 2014 - Bergamo, sabato 10 maggio 2014)

domenica 9 marzo 2025

DIMENSIONE TRINITARIA DELLA LITURGIA: azione santificante e glorificante, di Paolo Giglioni


DIMENSIONE TRINITARIA DELLA LITURGIA

azione santificante e glorificante

di Paolo Giglioni




Con questa riflessione sulla dimensione trinitaria della Liturgia intendiamo proseguire il nostro cammino di Introduzione alla Liturgia, ma allo stesso tempo desideriamo collocarci anche nel programma dell’Anno Santo secondo le indicazioni di Giovanni Paolo II: « Gli anni di preparazione al Giubileo sono stati posti sotto il segno della Santissima Trinità: per Cristo - nello Spirito Santo - a Dio Padre. Il mistero della Trinità è origine del cammino di fede e suo termine ultimo, quando finalmente i nostri occhi contempleranno in eterno il volto di Dio. […] L'Anno Santo, dunque, dovrà essere un unico, ininterrotto canto di lode alla Trinità, Sommo Dio». (Incarnationis Mysterium n. 3; cf Tertio millennio adveniente 55).

Di questo «duplice movimento» trinitario della liturgia parla Sacrosanctum concilium quando dice che l’opera grande della nostra redenzione viene a noi dal Padre, per Cristo, nello Spirito, mediante un movimento santificante o discendente; a questo movimento santificante-discendente fa riscontro da parte della Chiesa un movimento glorificante-ascendente, anch’esso trinitario, che nello Spirito, per Cristo, fa ritorno al Padre con ogni onore e gloria (cf SC 5 e 7).[1]

La via per cui Dio viene a noi è necessariamente la stessa via per cui noi dobbiamo fare ritorno a Lui; essa non è lasciata né al nostro capriccio né alla nostra scelta, ma ci è positivamente segnata da Dio stesso. Questa via l’ha percorsa anzitutto Dio Trinità nel venire incontro all’uomo nell’opera della redenzione. Questa stessa via deve percorrere la Chiesa ed ogni persona che a Dio Trinità desidera far ritorno nel cammino di glorificazione.

Per entrare nell’intimità della liturgia occorre pertanto ripercorrere questa «via economica» che ha caratterizzato la rivelazione biblica ed ha intessuto trinitariamente ogni espressione liturgica. Non va infatti dimenticato che il Credo cristiano è una fede in un Dio Unico (monoteismo), anche se in tre Persone uguali e distinte. Non va pertanto confuso con un tri-teismo (come ci accusano i musulmani) quasi che noi adorassimo tre dèi. Il rischio è reale se non si sta saldi nella fede cattolica (lex credendi) espressa nella sua liturgia (lex orandi). Da qui la necessità di imparare lo stile del pregare secondo la metodologia corretta della liturgia nella quale ogni orazione è sempre rivolta a Dio Tri-Unico: al Padre, per Cristo, nello Spirito.

 

1.      La rivelazione biblica.

La forte impronta cristologico-trinitaria del Nuovo Testamento si può così riassumere: ogni bene viene a noi dal Padre, per mezzo del suo Figlio incarnato, Gesù Cristo, nella presenza in noi dello Spirito Santo; e così nella presenza santificante dello Spirito Santo, per mezzo del Figlio incarnato, Gesù Cristo, ogni realtà fa ritorno al Padre.

Nella lettera agli Efesini S. Paolo segue questo schema quando scrive: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetto con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo…predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo secondo il beneplacito della sua volontà… In lui anche voi…avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità…a lode della sua gloria» (Ef 1,3-14). Più oltre, nella stessa lettera, parlando della gratuità della salvezza che il Padre dona sia a Giudei che Greci in Cristo, afferma: «Ma Dio, ricco di misericordia… ci ha fatti rivivere con Cristo…Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. Così dunque voi...avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù…insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito (Ef 2,5-6.18.22; cf anche Rm 8,3-17; 1 Cor 6,19-20).

La spontaneità con cui S. Paolo scrive queste formule dimostra quanto chiara e comune fosse tra i cristiani delle prime comunità la visuale cristologico-trinitaria, visuale che si ritrova anche nelle catechesi degli Atti degli apostoli (cf At 5,30-32; 15,7-11) e ogniqualvolta ci si rivolge al Padre nella preghiera di azione di grazie. L’adorazione, l’ammirazione, la gratitudine al Padre, passa attraverso colui che è il Ponte(fice) sommo delle anime nostre, il Figlio Gesù Cristo, nella presenza attiva in noi dello Spirito Santo: «siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 5,18-20).

Del resto questa era stata anche l’esperienza orante di Gesù, il Figlio, quando benedice il Padre mosso dalla gioia esultante dello Spirito Santo: «In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: Ti rendo lode, o Padre…» (Lc 10,21-22). E alla donna Samaritana aveva insegnato che era ormai giunto il momento in cui i veri adoratori avrebbero adorato il Padre nello Spirito e nella Verità, perché il Padre cerca tali adoratori (Gv 4,23): nello Spirito perché lo Spirito, principio della nuova nascita (Gv 3,5), è anche principio del culto nuovo e spirituale (Rm 8,15.26-27; Ef 6,18; Giuda 20); nella Verità che è Cristo, unica Via che conduce al Padre (Gv 14,6).

La rivelazione biblica neotestamentaria presenta dunque la vita cristiana come icona e partecipazione del rapporto interpersonale del Figlio con il Padre nello Spirito Santo; una vita intessuta in una relazione interpersonale trinitaria: ogni bene di cui siamo ricolmi deriva dalla pura bontà del Padre che costituisce Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato, quale grande ed insostituibile mediatore senza il quale nessuno riceve alcunché dal Padre o può comunque avvicinarsi al Padre, mentre senza lo Spirito, meritatoci da Cristo e mandatoci dal Padre, presente ed abitante in noi, personalmente e con i suoi doni, nessuno sarebbe unito a Cristo o potrebbe comunque raggiungere il suo fine ultimo che è, per mezzo di Cristo, di ritornare al Padre.

Ed è sempre dalla coscienza viva che tutto viene dal Padre, per mezzo del suo Figlio, Gesù Cristo, nella presenza dello Spirito Santo, e che tutto ritorna e deve ritornare al Padre, che il cristiano prende i motivi specifici più forti e profondi che determinano la sua azione morale nelle diverse circostanze della vita e nella lotta per il bene (cf Rm 8,1-18; 1 Cor 6,10-20).

 

2.      La tradizione dei Padri.

La prospettiva biblica cristologico-trinitaria che permea la storia della salvezza segna anche profondamente la coscienza religiosa delle prime comunità cristiane. Descrivendo ai Corinzi la fondazione della Chiesa nel mondo, Clemente Romano così scriveva nell’anno 96: «Gli Apostoli furono mandati a portare la Buona Novella da Dio. Il Cristo viene dunque da Dio e gli Apostoli da Cristo…confermati nella parola di Dio con la fiducia dello Spirito Santo» (1 Cor 42).

Anche S. Ignazio d’Antiochia, con una immagine suggestiva, descrive l’edificazione della vita cristiana come un’operazione congiunta della santa Trinità: «Voi siete le pietre del tempio del Padre, preparate per essere costruite in edificio a Dio Padre, innalzate fino alla sommità per mezzo dell’argano di Gesù Cristo, che è la sua croce, con il cavo dello Spirito Santo; la vostra fede poi è la leva che vi innalza, e la carità è la strada che vi conduce a Dio» (Ef 9,1).

Verso l’anno 155, dinanzi al rogo del suo martirio, S. Policarpo così conclude la sua «eucaristia»: «Per questo e per tutti gli altri benefici ti rendo lode e benedizione e gloria, per mezzo dell’eterno e celeste pontefice Gesù Cristo, Figlio tuo diletto, per il quale e con il quale e per lo Spirito Santo, a Te gloria sia ora e nei secoli futuri. Amen».

Tra il 180 e il 199 S. Ireneo così formulava la legge di ogni ritorno a Dio. «E’ questa l’ordinazione e la disposizione per coloro che si salvano…; essi avanzano per queste tappe: per lo Spirito Santo arrivano al Figlio e per il Figlio salgono al Padre ».

Più tardi, nei secoli IV e V, a seguito della polemica antiariana (negava la divinità di Cristo) e delle lotte contro coloro che negavano la divinità dello Spirito Santo, i Padri fanno ancora ricorso al movimento cristologico-trinitario per riaffermare e difendere la fede neotestamentaria. Come potremmo essere conformi alla natura divina, e quindi deificati, se lo Spirito Santo che ci rende conformi al Verbo non fosse veramente Dio? Nessuna creatura potrebbe mai farci partecipi della natura divina (cf 2 Pt 1,4). Nella Lettera a Serapione, così scrive S. Atanasio: «Lo Spirito Santo è l’unguento e il sigillo col quale il Verbo unge e segna tutto… Così segnati, giustamente diventiamo partecipi della divina natura come dice Pietro, e così la natura diventa partecipe del Verbo nello Spirito e per lo Spirito siamo partecipi di Dio».

 

3.      La tradizione liturgica.

La liturgia è attuazione della Scrittura e della tradizione. La Lex orandi segue quindi il metodo cristologico-trinitario nell’organizzare tutto il proprio impianto eucologico (le varie forme di preghiera liturgica). Il Dio della liturgia non è semplicemente il Dio della sinagoga, né il Dio dei filosofi, ma il Dio specificamente cristiano, il Dio Trinità. In questo senso preciso si può dire che il culto del Dio uno non esiste nella liturgia; essa adotta invece la visuale cristologico-trinitaria che consiste nel mettere al primo piano dell’attenzione e della coscienza la distinzione reale delle Persone (dal/al Padre, per Cristo, nello Spirito) mentre la loro unità di natura è affermata solo in un secondo momento riflesso.

Tutto questo appare ben chiaro nelle varie espressioni della liturgia, a partire dalla liturgia battesimale: la Chiesa battezza «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19), in Dio Tri-Unico. I cristiani sono configurati a Cristo, figli nel Figlio, in comunione con il Padre e con lo Spirito Santo. Da qui si comprende perché «Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana» (Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC] 234; cf CCC 2157).

La stessa Chiesa si autocomprende come «un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Lumen gentium 4b). A partire da questa fede battesimale, non fa meraviglia che tutte le espressioni di fede, come il Credo e il Gloria, e tutte le espressioni di lode e di benedizione, come le orazioni, le dossologie, i prefazi, le preci eucaristiche, siano di regola strutturate secondo un dinamismo trinitario: al Padre, per Cristo, nello Spirito.

a.      Le orazioni.

La regola generale della tradizione antica è che l’orazione liturgica sia diretta al Padre, per mezzo di Gesù Cristo, nella comunione dello Spirito Santo. Era talmente forte questa regola nell’antichità che il concilio di Ippona del 393, a cui assisteva come presbitero Agostino, nonostante il pericolo dell’arianesimo, formulò tale regola in modo universale e assoluto nel modo seguente: «Cum altari assistitur, semper ad Patrem dirigatur oratio» (= Quando si celebra all’altare, l’orazione deve essere rivolta sempre al Padre). Si vede qui la fedeltà al messaggio del Nuovo Testamento (cf Col 3,16s; Ef 5,18s) e come la Chiesa sia sempre intervenuta a salvaguardare l’ortodossia, la Lex credendi, espressa nella Lex orandi.[2]

Ogni orazione, pertanto, si apre sempre con una «benedizione» rivolta al Padre del quale si loda la bontà, la misericordia, l’onnipotenza, ecc. (es.: O Dio Padre buono e misericordioso…); a questa benedizione iniziale fa seguito una breve «anamnesi», o memoriale di un fatto storico-salvifico operato dal Figlio e che dà spunto all’odierna celebrazione (es.: oggi in Cristo tuo Figlio hai risollevato il mondo dalla sua caduta..); la terza parte dell’orazione è costituita da una «epiclesi» la quale intercede dal Padre, per mezzo del Figlio, il dono dello Spirito santificante perché possano attuarsi qui-per-noi-oggi i frutti di quel mistero del quale abbiamo fatto memoriale (es.: perché l’effusione del tuo Spirito ci trasformi ad immagine della tua gloria).

La conclusione delle Orazioni può avere una forma breve (Per Cristo nostro Signore) oppure una forma più lunga che si sviluppò in epoca antiariana per sottolineare la divinità di Cristo e dello Spirito (Per il nostro Signore Gesù Cristo che è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli).

 

b.      Le dossologie.

Tipica dossologia (doxa = glorificazione; logos = parola) è quella che conclude la Prece eucaristica: «Per-con-in Cristo, a te Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli».

Termine ultimo della preghiera e della lode è dunque il Padre, prima origine di tutti i benefici. Il Figlio Gesù Cristo è il grande mediatore, il Ponte(fice); si va al Padre per mezzo suo (per), uniti a lui come sue membra (in), non senza di lui (con). Lo Spirito Santo è il santificatore, colui che a partire dalla risurrezione-pentecoste porta a compimento nella Chiesa l’opera della redenzione.[3]

La preghiera in forma di «dossologia» esprime dunque, meglio di ogni altra, la visuale cristologico-trinitaria del mistero cristiano così come ci viene suggerito dallo stesso S. Paolo: «A Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli dei secoli» (Rm 16,27).

La dossologia è un gioco di nascondimento e di svelamento: il Figlio si nasconde nella carne per svelare il Padre e il Padre si nasconde nel silenzio per mostrare il Figlio-Verbo (la Parola); Dio si nasconde nella croce per svelare l’uomo a se stesso, e l’uomo si nasconde nella liturgia-dossologia per svelare Dio all’uomo.

 

 

4. Indicazioni per la prassi liturgico-pastorale.

Quale riscontro di quanto abbiamo brevemente esposto circa il duplice movimento della liturgia e la sua natura cistologico-trinitaria, sta il fatto incontestabile che mai è esistita una festa del Padre, come non c’è una festa del Figlio o una festa dello Spirito Santo.[4] Anche una festa della Trinità fu introdotta tardivamente nella Chiesa di Roma (a partire dal 1334), non senza resistenze (“Ogni domenica e ogni giorno noi celebriamo la Santa Trinità”, disse il Papa Alessandro III, al Vescovo di Terdon che ne chiedeva l’introduzione). Ogni festa è sempre celebrazione congiunta delle tre divine Persone.

Se dunque lo stile della Lex orandi, cioè del pregare liturgico, è sempre trinitario, così deve essere anche il modo di pregare di colui che presiede sia le azioni liturgiche sia i pii esercizi. Vi sono infatti numerosi spazi di «creatività liturgica» all’interno della stessa liturgia (basti pensare alle formule di introduzione e di conclusione della Preghiera dei fedeli) e ben maggiori ve ne sono nella pietà popolare e nei pii esercizi (basti pensare alle preghiere prima e dopo i pasti). Un corretto stile di preghiera, che dalla liturgia trae ispirazione, avrà pertanto sempre un movimento cristologico-trinitario: per Cristo, al Padre, nello Spirito.

Per Cristo: Tutta l’economia della salvezza trova il suo senso nel Verbo incarnato, in quanto ne prepara la venuta o ne mostra il regno presente sulla terra e in via di espansione fino alla seconda venuta che concluderà il piano di Dio. Così il mistero di Cristo illumina tutto il contenuto della liturgia. I diversi elementi - biblici, evangelici, ecclesiali, umani e cosmici - che la liturgia deve assumere, spiegare, celebrare, prendono tutto il loro senso in rapporto al Verbo incarnato.

Al Padre: Lo scopo supremo dell’incarnazione del Verbo e di tutta l’economia della salvezza è quello di portare l’umanità al Padre. La liturgia perciò, aiutando a penetrare sempre più profondamente il disegno di amore del Padre, deve far comprendere che il senso ultimo della vita umana è conoscere e amare Dio e glorificarlo facendo la sua volontà, come Cristo ci ha insegnato con le parole e con l’esempio della sua vita, per giungere al possesso della vita eterna.

Nello Spirito: L’intelligenza del mistero di Cristo e la via al Padre ci vengono date nello Spirito Santo. Nel celebrare il contenuto del messaggio cristiano, la liturgia deve sempre mettere in evidenza l’azione dello Spirito Santo che conduce gli uomini alla comunione con Dio e tra loro e all’impegno vitale.

Se la preghiera liturgia manca di questi tre elementi o trascura una stretta connessione dei medesimi, il messaggio cristiano può davvero perdere il carattere che gli è proprio.

Qualche esempio pratico, a mo’ di conclusione. Dobbiamo pregare all’inizio di un pasto o ci viene richiesto di benedire un oggetto di devozione (un rosario, una immagine); non abbiamo a portata di mano il Benedizionale; senza perderci d’animo si metta in pratica la Lex orandi completando con parole semplici e piene di fede i quattro passaggi tipici di ogni orazione:

a.       benedizione al Padre: Benedetto sii tu, o Padre, origine e fonte di ogni benedizione, che ti compiaci della crescita spirituale dei tuoi figli;

b.      memoriale dell’opera salvifica del Figlio: nel mistero ineffabile del Cristo tuo Figlio, mite e umile di cuore, hai distrutto la morte e ci hai aperto la via dell’eterna salvezza;

c.       epiclesi o invocazione dello Spirito Santo: effondi su di noi la potenza vivificante del tuo Santo Spirito perché faccia di noi l’immagine vivente del tuo amore invisibile.

d.      dossologia: A te gloria e benedizione con lo Spirito Santo nella tua santa Chiesa per mezzo del Figlio tuo e Signore nostro ora e nei secoli dei secoli.

La struttura cristologico-trinitaria della preghiera, il duplice movimento della liturgia, collocano ogni nostra azione in tensione dialogica con la historia salutis, con la rivelazione fatta da Dio con parole ed opere e culminata nel dono di Cristo e dello Spirito. «Con questa rivelazione Dio invisibile (cf Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cf Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cf Bar 3,38)» (DV 2). «Quando preghiamo parliamo a Lui; Lui ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini» (DV 25). Il dialogo della nostra salvezza è fatto dunque di ascolto e di lode; se nell’ascolto Dio parla a noi come ad amici, nella lode noi come figli «per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo abbiamo accesso al Padre e siamo resi partecipi della divina natura (cf Ef 2,18; 2 Pt 1,4)» (DV 2).

 

Paolo Giglioni


 



[1] Anche il decreto sull’ecumenismo, parlando della tradizione liturgica e spirituale degli Orientali che si esprime soprattutto nella celebrazione eucaristica, dice che attraverso tale celebrazione  i fedeli «hanno accesso al Padre per mezzo del Figlio, Verbo incarnato, morto e glorificato, nell’effusione dello Spirito Santo, ed entrano in comunione con la Santissima Trinità» (Unitatis redintegratio 15).

[2] Questa espressione, attribuita a Prospero di Aquitania (390-460), significa: «La legge (= norma) del pregare stabilisce la legge del credere»; la fede regola la preghiera e la preghiera regola la fede; se si prega bene, e soprattutto con contenuti esatti, anche la fede sarà salda e senza eresie.

[3] Mai nella Liturgia allo Spirito Santo è attribuita un’opera di mediazione; per il semplice motivo che Mediatore è solo colui che si è incarnato, il Figlio, divenendo così strumento, con la sua umanità assunta, della nostra redenzione. Diceva S. Atanasio: «nessuna realtà è redenta se non viene assunta»; solo Colui che assume la nostra realtà umana è nostro Redentore, in obbedienza al Padre che vuole che tutti siano salvati (1 Tm 2,4) ed in comunione con lo Spirito santificatore.

[4] La Pentecoste non è la festa dello Spirito Santo, allo stesso modo che il Natale non è la festa del Figlio. Ogni festa è sempre celebrazione dell’iniziativa salvifica del Padre, attuata nel mistero di incarnazione-morte-risurrezione del Figlio, prolungata nel tempo dall’azione santificante dello Spirito.


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Fonte: www.clerus.org/clerus/dati/2001-03/17-2/12MOVTRI.html

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