giovedì 9 giugno 2022

LITURGIA E BELLEZZA dell'arcivescovo PIERO MARINI

 

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE 
DEL SOMMO PONTEFICE 

LITURGIA E BELLEZZA

Esperienze di rinnovamento in alcune celebrazioni pontificie

  

Sommario Â– 1. Il cambiamento portato dal Concilio. 2. Il fondamento della bellezza della liturgia: 2.1. La liturgia atto di Cristo e della Chiesa; 2.2. La nobile semplicità dellÂ’amore; 2.3. Gesto, parola, spazio, tempo e ordine. 3. Le celebrazioni liturgiche presiedute dal Santo Padre: 3.1. LÂ’adeguamento alle disposizioni conciliari; 3.2. Riti propri della liturgia papale; 3.3. Le celebrazioni dellÂ’anno liturgico; 3.4. Lo spazio celebrativo; 3.5. LÂ’attenzione alle esigenze della comunità; 3.6. Icone ed elementi decorativi; 3.7. Le insegne pontificali; 3.8. La preparazione delle celebrazioni; 3.9. Lo studio e la ricerca scientifica. 4. Conclusione. 

   

Ricorre il quarantesimo anniversario della promulgazione della Costituzione Sacrosanctum Concilium del Vaticano II. Un poÂ’ ovunque nella Chiesa cattolica sono stati organizzati incontri, convegni e pubblicazioni per commemorare lÂ’avvenimento. Non si tratta tuttavia di moltiplicare eventi celebrativo-formali, quanto piuttosto di richiamare i principi direttivi della Costituzione e di verificarne la recezione e lÂ’attuazione nelle diverse chiese locali. In questo contesto collochiamo il discorso sulla bellezza nella liturgia. Da un lato dunque è necessario il riferimento al Vaticano II, ma, dallÂ’altro, un discorso sulla bellezza della liturgia non si può fare se non in riferimento alla celebrazione concreta. Per tale motivo prenderò in considerazione le celebrazioni del Sommo Pontefice di cui, da quasi 17 anni ho la responsabilità della direzione.

 

1. Il cambiamento portato dal Concilio

Tutti coloro che come me hanno una certa età hanno potuto vivere il cambiamento portato dal Concilio attraverso la riforma liturgica post conciliare. Sono stati rinnovati i libri liturgici, con una grande ricchezza di testi biblici ed eucologici, mai avuta in precedenza; sono state semplificate le rubriche, i gesti e i movimenti, meglio determinati gli spazi celebrativi, rinnovate le vesti sacre, la suppellettile, la iconografia, la musica e i canti. Da una liturgia romana caratterizzata dallÂ’uniformità (unicità della lingua, fissità delle rubriche), si è passati ad una liturgia più vicina alla sensibilità dellÂ’uomo moderno, aperta allÂ’adattamento e alle culture, espressione di una chiesa comunionale che considera la diversità non come elemento in sé negativo, ma come possibile arricchimento dellÂ’unità.

Il cambiamento ha interessato evidentemente anche la liturgia papale. Il progetto di riforma della liturgia della Cappella papale voluto da Papa Paolo VI risale al febbraio 1965.

Fin da allora si vedeva la necessità di rivedere lÂ’apparato di coloro che stavano accanto al Papa (Cardinali, Vescovi ed altri ecclesiastici che fungevano da ministri secondari) per rendere autentica la verità della ministerialità di ciascuno.

Si faceva, inoltre, appello alla psicologia dellÂ’uomo moderno che non concepisce un miscuglio tra etichetta cortigiana e rito religioso e si proponeva lÂ’abolizione di quella specie di corte che attorniava il Pontefice nelle celebrazioni liturgiche.

Infine, si faceva riferimento allÂ’influsso delle trasmissioni televisive: «La televisione trasmette sempre più frequentemente le celebrazioni papali. Certi usi medievali, portati fuori dellÂ’ambiente romano a gente di altre religioni o non credente, danno luogo a interpretazioni diverse e non sempre positive. Il Papa deve apparire a tutti come successore di Pietro, servo dei servi di Dio e non come un principe del medioevo. La televisione esige un comportamento esemplare da quanti partecipano alla liturgia papale, specialmente dai cerimonieri; i primi piani rivelano spietatamente ogni gesto che si compie».[1]

Fra i principi direttivi della futura riforma della liturgia papale, gli esperti si riferivano alla soppressione di usi di origine “secolare”, allÂ’adattamento alla nuova legislazione liturgica delle celebrazioni papali rimaste legate ai principi e alle realizzazioni del secolo XV. Era necessario inoltre che la liturgia papale fosse di esempio nellÂ’attuare il rinnovamento, secondo lo Spirito e la lettera del Vaticano II. Si chiedeva di sgomberare lÂ’altare papale riportandolo alla sua sobrietà. Si notava, già allora, che mancava un ambone degno per la proclamazione della Parola di Dio. Si chiedeva una semplicità per i paramenti sacri onde evitare che alcuni ecclesiastici apparissero come “comparse teatrali”. Si davano suggerimenti riguardanti il repertorio del canto sacro, lÂ’opportunità di mantenere momenti avvolti nel sacro silenzio, sgombro da altri suoni, fossero quelli delle trombe di argento che soffocavano le parole della consacrazione dette già allora a voce altaÂ… Si parlava della necessità di restituire nelle Messe papali lÂ’uso di dare la Comunione ai fedeli, di introdurre la concelebrazione del Papa con altri Vescovi ecc.

Occorreva mettere in pratica con prudenza ed equilibrio queste indicazioni che pian piano avrebbero fatto delle celebrazioni papali un modello esemplare della bellezza e della ricchezza cattolica della riforma liturgica. Era un invito a riportare le celebrazioni papali allo splendore della bellezza che nel corso dei secoli ne aveva fatto punto di riferimento e di imitazione per tutta la Chiesa dÂ’Occidente.

Per comprendere il cambiamento fin da allora iniziato è sufficiente fare un esempio: lÂ’ingresso del Sommo Pontefice nelle celebrazioni papali. Fino al Concilio, il Papa, per le grandi solennità, entrava nella Basilica di San Pietro al suono delle trombe dÂ’argento, indossando la tiara, i guanti, le scarpe del colore della liturgia, portato a spalle dal gruppo dei sediari, attorniato dai flabelli e da un nugolo variopinto di persone, laici e prelati, ciascuno con il proprio abito ufficiale, in rappresentanza della nobiltà, del patriziato romano, dei vari corpi di guardia e di altri dignitari della corte pontificia. Si trattava di un ingresso solenne che dava del Papa lÂ’idea di un principe di questo mondo circondato dalla propria corte. A partire dal Concilio siamo abituati a vedere il Papa che partecipa alla processione di ingresso nella Basilica Vaticana, vestito come i Vescovi della Chiesa cattolica, senza lÂ’apparato di elementi non strettamente religiosi e senza i segni della signoria temporale, circondato non dalle persone della corte papale ma dai concelebranti e dai ministri che svolgono un ruolo nella celebrazione. Tutto ciò permette ai fedeli presenti – e anche a coloro che seguono la celebrazione attraverso la televisione – di riconoscere più facilmente la sua funzione di pastore della Chiesa, di Successore dellÂ’apostolo Pietro, di servo dei servi di Dio, e anche di poter fissare lÂ’attenzione su altri segni importanti della celebrazione come il Libro dei Vangeli e la Croce processionale.

Che cosa è cambiato nella liturgia dopo il Concilio? È solo questione di diversità di cultura, di gusti, di sensibilità, di colori, di maggiore libertà nello svolgimento dei riti, nellÂ’applicazione delle rubriche? È solo cambiato lÂ’apparato esteriore a seguito del cambiamento del gusto del bello? Oggi riscontriamo varie tendenze nella Chiesa: coloro che vogliono una liturgia più orizzontale, comunitaria e partecipata, e altri che preferiscono una liturgia più verticale e distaccata. Da una parte cÂ’è la liturgia parrocchiale, dallÂ’altra quella espressa dai movimenti, da coloro che hanno tendenze tridentine, che rimpiangono il canto gregoriano.

   

2. Il fondamento della bellezza della liturgia

CÂ’è un confine tra lÂ’emozione estetica e il vero senso spirituale? Che cosa significa avere una bella liturgia, andare incontro al gusto dei consumatori? Ma la liturgia non è un genere di consumo, non è il supermercato della Chiesa! Sappiamo che essa è soprattutto opera di Dio, adorazione, accoglienza, gratuità. Dobbiamo domandarci allora quali sono i criteri fondamentali della bellezza della liturgia al di là dei gusti e delle mode. Sarebbe, infatti, un grande errore applicare semplicemente alla liturgia i gusti profani del bello.

  

2.1. La liturgia atto di Cristo e della Chiesa

Per comprendere la bellezza della liturgia è necessario partire dalla concezione della Chiesa. Essa «è in Cristo come sacramento cioè segno e strumento dellÂ’intima unione con Dio e dellÂ’unità di tutto il genere umano» (LG 1). La Chiesa, dunque, attraverso il suo essere “segno” rende possibile in qualche modo percepire il Cristo sacramento di salvezza. Proprio a partire da questa sacramentalità si articolano i Sacramenti propriamente detti. Il sacramento atto della Chiesa è anche atto di Cristo perché la Chiesa non fa nulla che Cristo non le abbia detto e insegnato di fare: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19). I sacramenti sono le modalità con cui Cristo comunica a noi la sua salvezza: «Quando uno battezza è Cristo stesso che battezza» (SC 7). Dice San Leone Magno: «Ciò che era visibile in Cristo è passato nei sacramenti della Chiesa».[2] La liturgia è atto di Cristo e della Chiesa. Essa non dipende essenzialmente dalla sfera intellettuale, ma si basa sul principio dellÂ’incarnazione e quindi comporta evidentemente una dimensione estetica. I nostri gesti nella liturgia, allora, sono importanti perché sono i gesti di Gesù. Nella celebrazione liturgica e nei gesti concreti che essa richiede, la Chiesa non fa nientÂ’altro che prolungare e attualizzare i gesti del Signore Gesù. I gesti della liturgia hanno, dunque, una loro bellezza ed estetica in sé, in quanto gesti di Cristo, prima ancora della bellezza accessoria e secondaria che noi possiamo aggiungere.

    

2.2. La nobile semplicità dellÂ’amore

I Vangeli ci presentano la gestualità concreta ed umana di Gesù: egli cammina, benedice, tocca, guarisce, impasta il fango, eleva gli occhi al cielo, spezza il pane, prende il calice. Sono i gesti che la liturgia riprende nella celebrazione dei sacramenti. Ma è soprattutto la vigilia della sua passione che Gesù ha insegnato i gesti che noi dobbiamo compiere a nostra volta. Egli è il maestro della nostra educazione liturgica. La sua arte consiste nel mettere lÂ’essenziale in poche cose. Il significato della liturgia diventa trasparente solo nella semplicità e nella sobrietà. «Egli, venuta lÂ’ora dÂ’essere glorificato da te, Padre santo, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine; e mentre cenava con loro, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse [Â…]. Allo stesso modo, prese il calice del vino e rese grazie, lo diede ai suoi discepoli, [Â…]».[3] Che cosa rende bello il gesto del Signore? La decorazione della sala? Il modo con cui la tavola è stata preparata? La ricchezza della tovaglia? Certo tutto questo serve a sottolineare la bellezza, come una cornice mette in evidenza la bellezza del quadro. La vera bellezza è il gesto dellÂ’amore salvifico: «li amò sino alla fineÂ…, prese il pane». Per questo il gesto è bello. La Chiesa, nel ripetere il gesto di Cristo, lo trova bello perché riconosce nel gesto lÂ’amore del suo Signore. Il senso estetico, il senso del bello della liturgia non dipende in primo luogo dallÂ’arte, ma dallÂ’amore del mistero pasquale. Per collaborare con la liturgia, lÂ’arte ha bisogno di essere evangelizzata dallÂ’amore. La bellezza di una celebrazione eucaristica non dipende essenzialmente dalla bellezza architettonica, dalle icone, dalle decorazioni, dai canti, dalle vesti sacre, dalla coreografia e dai colori, ma in primo luogo dalla sua capacità di lasciar trasparire il gesto dÂ’amore compiuto da Gesù. Attraverso i gesti, le parole e le preghiere della liturgia noi dobbiamo riprodurre e far trasparire i gesti, la preghiera e la parola del Signore Gesù. È questo il comandamento ricevuto dal Signore: «Fate questo in memoria di me».

Lo stile liturgico, come quello di Gesù, deve essere semplice ed austero. Nelle celebrazioni dobbiamo diventare, secondo i Padri del Concilio, maestri dellÂ’arte della «nobile semplicità» (SC 34).

   

2.3. Gesto, parola, spazio, tempo e ordine

Nella liturgia il gesto è sempre accompagnato dalla parola. Tutto si svolge, come dice il Concilio, per ritus et preces, riti e preghiere illuminati e vivificati dalla parola (SC 48; 21; 59; 7; 24). La parola e il gesto insieme hanno bisogno, tuttavia, di tempo e di spazio. Il Verbo fatto carne ha avuto bisogno di tempo e di spazio per i suoi gesti di salvezza. La liturgia è lo spazio di cui Cristo ha bisogno per esprimersi e il tempo che gli serve per raccontare se stesso.

Ma nella liturgia lo spazio e il tempo sono soggetti alla regola dellÂ’ordine. La liturgia per sua natura esige ordine. Non esiste, infatti, liturgia senza indicazioni rubricali, senza cioè le indicazioni della Chiesa. Ciò è testimoniato fin dai più antichi testi liturgici. La bellezza della liturgia è anche frutto dellÂ’ordine. La quasi totalità dei libri della riforma liturgica riportano come prima parola del titolo il termine ordo. LÂ’ordine richiesto dalla liturgia riguarda varie realtà: il tempo, lo spazio, le relazioni con gli altri; anzi, la liturgia esige ordine anche dentro noi stessi.  

A quarantÂ’anni dalla Sacrosanctum Concilium siamo invitati ad interrogarci: i riti e i gesti che noi compiamo sono veramente i gesti di Cristo? La liturgia che noi celebriamo è spazio dato a Cristo oppure riservato a noi stessi? Il tempo dedicato alla liturgia è tempo in cui Cristo si racconta o tempo in cui raccontiamo noi stessi, o semplicemente tempo vuoto? La liturgia che celebriamo oltre ad un ordine, ad una sequenza rituale è anche fonte di ordine nei nostri rapporti con gli altri? È fonte di ordine dentro noi stessi?

Queste domande servono non solo a comprendere lÂ’essenza della liturgia ma anche a chiarire il senso della partecipazione attiva su cui tanto ha insistito il Concilio.

     

3. Le Celebrazioni liturgiche presiedute dal Santo Padre 

Dopo le indicazioni generali di cui sopra, sembra opportuno qualche riferimento concreto ad alcune celebrazioni. Per me è più facile farlo alla luce dellÂ’esperienza delle celebrazioni presiedute dal Santo Padre. Non intendo proporre qui esempi da imitare, ma ricordare semplicemente alcuni tentativi fatti nelle celebrazioni pontificie per esprimere la bellezza propria della liturgia voluta dal Vaticano II.

   

3.1. LÂ’adeguamento alle disposizioni conciliari

A partire dal Concilio le celebrazioni pontificie si sono sempre più sviluppate, cambiando radicalmente nello stile, nel contenuto e nel numero. Da pochi riti celebrati allÂ’interno del Vaticano, secondo un cerimoniale e uno stile fisso, si è passati ad un numero sempre più grande di celebrazioni di natura diversa lÂ’una dallÂ’altra: celebrazioni con grandi moltitudini di fedeli e con gruppi particolari; nelle grandi Basiliche e nelle parrocchie romane; nelle varie diocesi e regioni dÂ’Italia e allÂ’estero, nei vari Paesi del mondo diversi per origine e cultura.

Prima del Concilio, era preminente il lavoro di esecuzione rubricale delle cerimonie e, quindi il lavoro dei cerimonieri. Dopo il Concilio, è stato giustamente privilegiato lÂ’aspetto pastorale delle celebrazioni e il lavoro di preparazione delle medesime: incontri con esperti, preparazione di testi e sussidi, dei canti, formazione delle persone, attenzione alla disposizione del luogo, Â… Tutto accuratamente visto nel suo aspetto dottrinale.

   

3.2. Riti propri della liturgia papale

Nello spirito del Concilio sono stati aggiornati i riti specifici della liturgia papale: il Concistoro per i Santi, il Concistoro per la creazione dei nuovi Cardinali, i riti di Beatificazione e di Canonizzazione, il rito di consegna del Pallio, ecc. Qualche miglioramento è ancora auspicabile, ma nellÂ’insieme, tali riti rispondono ora al principio della nobile semplicità. Basta pensare che il rito del Concistoro per la creazione dei nuovi Cardinali prevedeva fino allÂ’inizio degli anni Novanta tre momenti: il Concistoro segreto nellÂ’Aula del Concistoro in cui, a seguito dellÂ’extra omnes del Maestro delle Celebrazioni, il Papa doveva dire ufficialmente il nome dei nuovi Cardinali, già noti un mese prima; successivamente, nella stessa sala si aveva il Concistoro semipubblico; infine nellÂ’Aula Paolo VI, il Concistoro pubblico. Dopo lÂ’aggiornamento le varie sequenze rituali si svolgono in unÂ’unica celebrazione incentrata sulla Parola di Dio.

   

3.3. Le celebrazioni dellÂ’Anno liturgico

Nei testi liturgici ricorre spesso lÂ’espressione per anni circulum, a indicare che lÂ’opera di salvezza del Cristo è celebrata dalla Chiesa nel corso dellÂ’anno. Sia il ciclo annuale che quello diurno sono caratterizzati dal movimento circolare chiamato più propriamente “a spirale”, per indicare il progresso nel passare del tempo. Il tempo della Chiesa, infatti, dà a noi la possibilità della conversione.

Si fa riferimento solo a quattro celebrazioni della liturgia papale che sono state aggiornate. Nella celebrazione del Natale sono stati inseriti due elementi caratteristici: lÂ’annuncio della nascita storica del Salvatore, detto Kalenda (il testo è stato ripreso nel nuovo Martirologio romano); lÂ’omaggio floreale allÂ’immagine di Gesù Bambino, durante lÂ’inno del Gloria, da parte di alcuni bambini provenienti dai vari Continenti.

Il Giovedì Santo, nella Messa del Crisma, gli oli sono accompagnati rispettivamente da alcuni catecumeni, da alcuni malati, da alcuni candidati alla Confermazione e da alcuni diaconi in attesa del Presbiterato. Inoltre, è stata riordinata la sequenza di benedizione per ciascuno dei tre oli: presentazione dellÂ’olio, breve monizione, orazione di benedizione. 

Nella Messa in Cena Domini, durante il mandato, è stato inserito lÂ’invito rivolto a tutti i presenti a compiere un gesto per esprimere la carità fraterna del discepolo del Signore.

Nella celebrazione del giorno di Pasqua è stato ripreso lÂ’antico rito del Resurrexit, denominato oggi Pietro testimone della Risurrezione. AllÂ’inizio della celebrazione, i diaconi aprono gli sportelli dellÂ’Icona di Cristo Salvatore, detta Acheropita, e il diacono annuncia la Risurrezione del Signore prima allÂ’assemblea, cantando Surrexit Dominus de sepulcro, qui pro nobis pependit in ligno, e successivamente al Santo Padre, cantando Surrexit Dominus vere et apparuit Simoni. LÂ’antico rito della testimonianza del Papa di fronte allÂ’Icona del Salvatore, opportunamente valorizzato e adattato secondo lo spirito della riforma liturgica conciliare, fa ormai parte, a partire dallÂ’anno 2000, dei riti propri della liturgia papale.

Nella Veglia di Pentecoste è stata inserita, dopo lÂ’omelia, la Memoria del Sacramento della Confermazione. La memoria ha inizio con la diffusione della luce attinta da sette grandi bracieri e portata a tutti nel ricordo dello Spirito Santo ricevuto nella Confermazione, continua con le invocazioni allo Spirito Santo e si conclude con la professione della fede: il Simbolo degli apostoli. Anche questo rito fa parte ormai della liturgia papale.

Nelle celebrazioni indicate è stato sempre sottolineato il legame tra gesto, icona e parola in relazione al mistero celebrato e avendo presente lÂ’attiva partecipazione dei fedeli.

   

3.4. Lo spazio celebrativo

La liturgia ha bisogno di uno spazio. Anche lÂ’ultima Cena è stata accuratamente preparata: «Il Maestro dice: DovÂ’è la mia stanza perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?» (Mc 14,14) Di tale esigenza esistono testimonianze a partire dallÂ’antichità fino ai nostri giorni: le prime sinagoghe diventate chiese (come quella di Dura Europos), le chiese siriane, le basiliche costantiniane, le basiliche romane, le chiese gotiche, le chiese barocche, ecc. La liturgia, infatti, ha bisogno di un luogo dove si raduna la comunità, la domus ecclesiæ; prevede movimenti processionali e soste; ha bisogno di luoghi per la celebrazione allÂ’interno della stessa domus ecclesiæ: il fonte battesimale, lÂ’ambone, lÂ’altare, la sede del celebrante.[4]

Lo spazio celebrativo nella liturgia papale è costituito dalle basiliche romane, e in particolare, dalla Basilica di San Pietro e dalle Cappelle del Palazzo Apostolico. Negli ultimi decenni, molte celebrazioni si sono svolte anche in Piazza San Pietro. Tali luoghi presentano non poche difficoltà per la collocazione degli elementi fissi previsti dalla liturgia. Basta pensare che, nelle basiliche di San Giovanni in Laterano e di San Paolo manca lÂ’ambone e che, a Santa Maria Maggiore e a San Pietro, oltre allÂ’ambone manca anche la cattedra.

Per la Basilica di San Pietro, lÂ’Ufficio delle Celebrazioni ha studiato un progetto di soluzione fin dagli anni Ottanta. Esso prevedeva la collocazione della cattedra del Papa a sinistra guardando lÂ’altare, di fronte alla statua di San Pietro, e lÂ’ambone davanti ai cancelli della Confessione. Il progetto è stato sperimentato in una celebrazione, ma poi è stato abbandonato. È rimasta solo la soluzione prevista per lÂ’ambone, collocato non davanti ma allÂ’interno dei cancelli della Confessione. Il problema, tuttavia, rimane aperto, sia per esigenze di dinamica della celebrazione che per il significato teologico e pastorale che esprime la cattedra fissa del Papa collocata davanti alla statua dellÂ’Apostolo Pietro.

In Piazza San Pietro è stato più facile individuare i tre luoghi della celebrazione: la cattedra fissa posta sulla parte alta, vicino allÂ’ingresso della Basilica, lÂ’altare al centro del sagrato; lÂ’ambone, realizzato in occasione del Giubileo, vicino allÂ’assemblea. Più recentemente tuttavia per vari motivi viene utilizzata una cattedra mobile posta davanti allÂ’altare.

Una buona soluzione è stata realizzata alcuni anni fa nella cappella Redemptoris Mater: la cattedra è stata collocata vicino alla porta dÂ’ingresso, lÂ’ambone al centro dellÂ’assemblea, i banchi dei fedeli sono stati rivolti verso lÂ’ambone e lÂ’altare è stato posto vicino alla parete di fondo. La cappella è anche un esempio di armonia tra la decorazione iconografica e i luoghi della celebrazione.[5]

   

3.5. LÂ’attenzione alle esigenze della comunità

La liturgia è lÂ’espressione più completa del mistero della Chiesa. Per questo è indispensabile, in ogni celebrazione, fissare lÂ’attenzione anzitutto sullÂ’assemblea e promuoverne, attraverso la formazione, la qualità. LÂ’assemblea, infatti, è lÂ’immagine della Chiesa che dona in qualche modo ospitalità a Cristo e agli uomini che egli ama.

Nelle celebrazioni presiedute dal Santo Padre si ha quasi sempre unÂ’assemblea composta da persone diverse per lingua, per cultura e per provenienza. È necessario, dunque, ogni volta tener conto di tale situazione. Ciò determina la scelta delle lingue, dei canti (canto gregoriano) e di altri elementi.

Il cammino delle celebrazioni pontificie è stato segnato da una sana creatività, data la novità di alcuni momenti ecclesiali per i quali è stato necessario pensare e programmare celebrazioni in qualche modo inedite, comporre testi e musiche a partire dalla tradizione, dai principi dellÂ’adattamento e dalla capacità della liturgia romana di accogliere altre tradizioni antiche e moderne. Si ricorda ad esempio: le giornate mondiali della gioventù; le grandi celebrazioni ecumeniche con i Rappresentanti delle Chiese e anche delle Comunità ecclesiali, in modo speciale con i Patriarchi Orientali, come è accaduto per le visite dei Patriarchi di Constantinopoli Dimitrios I (1987) e Bartolomeo I (1995); le giornate di preghiera per la pace ad Assisi; le celebrazioni specifiche del Grande Giubileo del 2000, come la Commemorazione di Abramo, come la Giornata del Perdono, la Commemorazione dei Testimoni della fede.

Alcune celebrazioni sono state caratterizzate dallÂ’adattamento. In occasione dellÂ’apertura e della chiusura dei Sinodi continentali dellÂ’Africa, dellÂ’Asia e dellÂ’Oceania, le celebrazioni dellÂ’Eucaristia vennero arricchite con alcuni elementi propri di quei popoli. Il Papa stesso ha sottolineato lÂ’importanza dellÂ’inserimento in tali celebrazioni degli elementi culturali: «Sono profondamente riconoscente, inoltre, al gruppo di lavoro che ha così ben curato le liturgie eucaristiche per lÂ’apertura e la chiusura del Sinodo. Il gruppo, che contava tra i suoi membri teologi, liturgisti ed esperti in canti e strumenti africani dÂ’espressione liturgica, ha voluto far sì, secondo il mio desiderio, che esse fossero segnate da un chiaro carattere africano».[6]

Nel rito di apertura della Porta Santa nellÂ’Anno 2000 si è avuta la presenza di alcuni fedeli provenienti dai vari continenti e di espressioni culturali di diversi popoli per rendere evidente lÂ’universalità della salvezza e della missione della Chiesa che celebrava, nellÂ’Urbe e nellÂ’Orbe, il Giubileo. Si voleva inoltre ricordare, in modo visivo, anche i suddetti Sinodi continentali celebrati in preparazione del Giubileo del 2000. Si ricordano i seguenti elementi: un brano di musica orientale suonato su uno strumento proprio della cultura giapponese; la presenza di alcuni fedeli provenienti dallÂ’Asia; dallÂ’Australia e dallÂ’Oceania, che ornavano con fiori la porta e spandevano profumi; la presenza di alcuni fedeli, provenienti dallÂ’Africa, che suonavano il corno per esprimere la gioia dellÂ’inizio del Giubileo; alcuni fedeli provenienti dallÂ’America e dallÂ’Europa che accompagnavano il Libro dei Vangeli con fiori e lumi. Ultimamente, nella celebrazione eucaristica del 5 ottobre 2003, in occasione della Beatificazione di tre grandi missionari, sono stati inseriti i seguenti elementi culturali: alcuni fedeli, provenienti dalle varie parti del mondo, hanno accompagnato il Libro dei Vangeli recando fiori e incenso; in segno di venerazione per il Vangelo, è stato usato un tipico ombrello, secondo la cultura di vari Paesi dellÂ’Asia e di alcune regioni dellÂ’Africa; dopo la lettura del Vangelo alcuni gruppi di fedeli, rappresentanti delle diverse regioni del mondo, hanno compiuto un atto di venerazione del Libro dei Vangeli secondo le modalità della propria cultura; al momento della presentazione dei doni, le offerte per il sacrificio sono state portate al Santo Padre secondo le modalità della cultura africana; al canto dellÂ’Amen della dossologia, a conclusione della Preghiera Eucaristica, ha avuto luogo il rito liturgico detto “Arati” espressione della cultura indiana. 

    

3.6. Icone ed elementi decorativi

           La liturgia richiede la collaborazione dei nostri sensi: la vista, lÂ’udito, lÂ’olfatto, il tatto. Essa ricorre al contributo delle icone, della musica, del canto, della luce, dei fiori, dei colori, della coreografia. La liturgia ha bisogno degli elementi del creato: il vino, lÂ’acqua, il pane, il sale, il fuoco, la cenere, ecc. La liturgia sembra perciò voler raccogliere tutta la creazione e far propria la bellezza sparsa nel mondo. La lode che si innalza nella liturgia, quindi, non è un atto riservato solo allÂ’uomo: tutta la creazione viene invitata ad unirsi a noi nel rendere gloria al Padre, per Cristo, nello Spirito Santo. Non solo, ma la liturgia è invito rivolto anche a noi ad avere una relazione armonica con la creazione.

           Mi riferisco ora ad alcune esperienze concrete vissute nelle celebrazioni liturgiche del Santo Padre. Si è già accennato ai luoghi della celebrazione: il fonte battesimale, lÂ’ambone, la cattedra e lÂ’altare nella loro relazione con lo spazio dellÂ’aula della celebrazione. Tali luoghi, a mio giudizio, non sono solo elementi richiesti dalla celebrazione comunitaria della liturgia, ma manifestazione della Chiesa e icone primarie della identità cristiana. La liturgia, infatti, presuppone sia il sacerdozio comune dei fedeli, che la struttura ministeriale voluta da Cristo nella sua Chiesa. Il fonte battesimale, lÂ’ambone, la cattedra e lÂ’altare esprimono il grembo in cui il cristiano è generato dallo Spirito Santo, lÂ’ambiente in cui egli diventa maturo, il luogo in cui vive la comunione con Cristo e con i fratelli. Questi elementi, a mio parere, sono già di per se stessi una icona. Pertanto, si deve vigilare affinché il contributo artistico non finisca per oscurare il segno originario, come è avvenuto, ad esempio, in alcuni altari rinnovati a seguito della riforma liturgica.

Nella liturgia papale è stato realizzato: un nuovo ambone-leggio, opera di Lello Scorzelli, per lÂ’uso nella Basilica di San Pietro; un nuovo ambone, opera dei tecnici del Vaticano, per la Piazza San Pietro. Sono di nuova realizzazione anche la cattedra, lÂ’ambone e lÂ’altare della Cappella Redemptoris Mater, già ricordata.

           In alcune celebrazioni pontificie si fa uso delle icone propriamente dette. Nel periodo del Natale, ad esempio, vengono esposte, alle due logge interne della Basilica Vaticana arazzi raffiguranti, a seconda del mistero che si celebra: lÂ’Annunciazione, la Natività, la Circoncisione, lÂ’Adorazione dei magi. Nelle celebrazioni a carattere ecumenico, soprattutto quando si celebra con i Patriarchi delle Chiese Orientali, si espongono alle colonne anteriori del baldacchino del Bernini, le icone del Salvatore e della Madre di Dio. Ciò si è verificato con frequenza durante le celebrazioni dellÂ’Anno Mariano 1987-1988. In Piazza San Pietro viene spesso esposto, come in occasione delle recenti celebrazioni del XXV di pontificato di Giovanni Paolo II, lÂ’arazzo raffigurante lÂ’invio degli Apostoli. Alcune icone hanno una importanza e un significato tutto particolare. LÂ’antichissima icona di Cristo Salvatore, detta Acheropita, esposta durante lÂ’Eucaristia del mattino di Pasqua per il rito del Resurrexit e la Salus Populi Romani, venerata in Piazza San Pietro in alcune Veglie di Pentecoste e a Santa Maria Maggiore per alcuni riti orientali.

           Altro elemento importante da ricordare è lÂ’uso del Crocifisso: quello di San Marcello al Corso, abbracciato dal Papa nella celebrazione della Giornata del Perdono; della Cappella Sistina, venerato in Piazza San Pietro in alcune delle solenni celebrazioni dellÂ’Anno Santo; il nuovo, scolpito sul modello di quello che si trova nella Cappella Paolina, usato per la prima volta in Piazza San Pietro in occasione del XXV di pontificato.

           Non va dimenticata la bella e varia ornamentazione floreale, più discreta nella Basilica e più ricca in Piazza San Pietro, soprattutto nel giorno di Pasqua, quando sul sagrato è allestito un vero e proprio “giardino della risurrezione”. Si ricordano inoltre:

-        gli evangeliari, che nella loro preziosità sottolineano lÂ’importanza che la liturgia ha sempre dato al Libro dei Vangeli (presso lÂ’Ufficio ne esistono almeno una ventina di esemplari);

-        la vasca battesimale in bronzo, usata abitualmente per i battesimi nella Veglia pasquale;

-        le tre anfore in argento e di grandi dimensioni, che vengono usate nella Messa del Crisma il Giovedì santo mattina (le anfore vengono portate processionalmente su tre carrelli appositamente predisposti e ornati);

-        le vesti sacre per il Papa, i Concelebranti e i ministri sacri, adeguate allo spirito della riforma liturgica. Alcuni anni fa sono state abbassate le mitre dei Cardinali, e lÂ’Ufficio ha fornito a tutti un unico modello.

   

3.7. Le insegne pontificali

           Un accenno a parte merita la proposta di riformare le insegne pontificali. Con la rinuncia della tiara da parte del Papa Paolo VI, il Vescovo di Roma usa nelle celebrazioni lo stesso copricapo degli altri Vescovi. Ciò esprime meglio il rapporto di comunione e di unità che lega il Successore di Pietro con il Collegio episcopale. La forma del Pallio, invece, non è stata modificata a seguito della riforma liturgica; essa è rimasta come si era fissata nei secoli XIV-XV. LÂ’Ufficio intende promuovere la modifica del Pallio, tenendo presente sia la forma più antica che il simbolismo medioevale, al fine di esprimere meglio il significato ecclesiologico e cristologico dellÂ’insegna che era così importante nellÂ’antichità. LÂ’anello del Vescovo di Roma, infine, dovrebbe tornare ad essere lÂ’anulum piscatoris ed essere consegnato, insieme con il Pallio al nuovo Papa in occasione del solenne inizio del Suo servizio pastorale.

 

3.8. La preparazione delle celebrazioni

           Una “bella” celebrazione dipende in gran parte dal modo con cui è stata preparata. Per questo, tutti i libri liturgici della riforma sono introdotti dal testo delle Premesse teologico-liturgiche al rito.

           Per comprendere i riferimenti appena fatti sulle celebrazioni del Santo Padre è pertanto necessario tenere presenti alcuni altri aspetti che fanno parte della preparazione delle celebrazioni medesime. Chi partecipa ad una celebrazione liturgica del Papa si domanda spesso come è possibile che tutto si svolga con grande ordine e armonia. La risposta si ha nella cura con cui la celebrazione viene preparata.

           

1. La preparazione nel suo insieme. Spesso, in occasioni straordinarie, come lÂ’apertura di un Sinodo, ad esempio quello dellÂ’Africa, una celebrazione ecumenica, le varie celebrazioni dellÂ’Anno santo, un viaggio apostolico, tutto deve partire da un progetto preciso, preparato con lÂ’aiuto di persone qualificate. Segue il sopralluogo nei posti dove avverrà la celebrazione, la scelta dello spazio, degli elementi fissi della celebrazione, dei luoghi destinati ai ministri sacri, la scelta delle persone che svolgono i vari uffici e ministeri, ecc. Si deve, inoltre, pensare alla composizione del libretto ad uso dei fedeli o del messale per il Papa e i concelebranti, quando si tratta di un viaggio apostolico; con una convergenza di elementi: parola, preghiere, monizioni, canti, gesti rituali. Senza lasciare, per quanto possibile, nulla alla improvvisazione. Per ogni celebrazione, lÂ’Ufficio prepara anche un opuscolo di servizio chiamato Præparanda, dove vengono segnalate le cose da preparare, i nomi delle persone coinvolte nella celebrazione, il compito affidato ai vari cerimonieri, la piantina con lÂ’indicazione degli elementi, dei luoghi e dei posti previsti. Le prove della celebrazione, eseguite abitualmente il giorno prima, sono necessarie per precisare ogni cosa e risolvere eventuali problemi.

           Spesso, come ad esempio nelle Canonizzazioni e Beatificazioni, lÂ’Ufficio organizza la “Preparazione” immediata alla celebrazione con canti, testi e monizioni appropriate. In questo settore molto si è fatto, ma forse molto rimane ancora da fare. In alcune occasioni e circostanze particolari unÂ’adeguata animazione dellÂ’assemblea tramite una persona incaricata ad hoc può favorire la piena partecipazione dei fedeli.          

2. Il libretto della celebrazione. Un sussidio di grande valore è il libretto che viene preparato dallÂ’Ufficio per ogni celebrazione. Il libretto descrive il complesso dei riti e contiene: la Parola di Dio, le preghiere, i canti, le monizioni. Il suo valore è accresciuto dalla varietà delle immagini che portano davanti agli occhi quello che la Parola porge allÂ’orecchio. Sono riportate anche le lingue e le musiche delle diverse culture nei testi originali. In occasione di alcune celebrazioni particolari, il libretto riporta anche una Presentazione, con la spiegazione delle sequenze rituale in cui si articola la celebrazione e, quando è il caso, il testo della biografia dei Beati o dei Santi. Alcuni libretti della Via Crucis sono diventati edizione di grande pregio artistico.

 3.9. Lo studio e la ricerca scientifica

           È necessario, infine, fare un accenno ad un aspetto importante dellÂ’attività dellÂ’Ufficio in questi ultimi anni: la promozione dello studio e della ricerca scientifica. LÂ’Ufficio ha un prezioso archivio, che raccoglie la memoria delle celebrazioni pontificie dal secolo XIII ai nostri giorni. LÂ’archivio è ricco soprattutto a partire dal secolo XV, quando i grandi Magistri Cæremoniarum Apostolicarum, come Giovanni Burckard e Paride De Grassis, scrissero i loro famosi diari sulle celebrazioni del Papa.

           A partire dal 1987 sono stati organizzati nella Città del Vaticano vari Seminari di studio: Le celebrazioni eucaristiche presiedute dal Santo Padre (28-30 dicembre 1987); Le Beatificazioni e Canonizzazioni, il Concistoro, la consegna del Pallio e le altre celebrazioni proprie della liturgia papale (25-27 settembre 1991); Le celebrazioni del Giubileo, orientamenti e proposte (1-3 febbraio 1996); Testi e musica nelle celebrazioni presiedute dal Santo Padre (5-7 ottobre 1998); La televisione e le celebrazioni presiedute dal Santo Padre (11-13 febbraio 1999).

           Con la collaborazione dei consultori dellÂ’Ufficio, sono state realizzate anche alcune pubblicazioni sulla liturgia papale, il volume: Liturgie dellÂ’Oriente cristiano a Roma nellÂ’Anno mariano, 1987-88 (Libreria Editrice Vaticana 1990); Ordo exsequiarum Romani Pontificis e lÂ’Ordo Rituum Conclavis (Libreria Editrice Vaticana 2000); lÂ’Ordo per lÂ’inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma, in fase di redazione definitiva; il volume Magnum Iubilæum sulle celebrazioni caratteristiche del Giubileo del 2000, e il volume sulla Sede vacante, attualmente in bozze di stampa.

   

4. Conclusione 

           Siamo partiti dalla sacramentalità della Chiesa, per sottolineare lÂ’importanza del gesto nella liturgia e in particolare del gesto di Dio: Cristo stesso che diventa, proprio nella liturgia, gesto della Chiesa. Tale gesto ha in sé una sua bellezza, fatta di semplicità e di amore, che deve sempre essere rispettata. La Chiesa, nella sua liturgia, si serve anche della bellezza di altri segni, come le icone e gli elementi del creato. La bellezza della liturgia, dunque, è anzitutto la bellezza della semplicità e dellÂ’amore del gesto di Cristo, ma è anche la bellezza dei nostri gesti e la bellezza propria dei segni e degli elementi del creato che la liturgia mette in ordine e in armonia nel tempo e nello spazio. La bellezza della liturgia è lÂ’ordine che essa riesce a creare in noi, nei nostri rapporti con i fratelli, è lÂ’ordine che essa riesce a creare nel nostro rapporto personale con Dio. La bellezza della liturgia è qualcosa che ci supera. Non è quella che si impone subito allÂ’attenzione, che si fa vedere attraverso i gesti, i segni e gli elementi materiali, ma soprattutto quella che essi lasciano trasparire. Essa, infatti, è più una bellezza che traspare che una bellezza che si vede. Se vogliamo avere una bella liturgia dobbiamo lasciarci guidare da essa, dal suo spirito e dalle sue norme.

La bellezza della liturgia esige sempre qualche rinuncia da parte nostra: rinuncia alla banalità, alla fantasia, al capriccio. Alla liturgia, inoltre, bisogna dare il tempo e lo spazio di cui ha bisogno. Non bisogna avere fretta. Più che alla nostra iniziativa bisogna lasciare a Dio la libertà di parlarci e di raggiungerci attraverso la Parola, la preghiera, i gesti, la musica, il canto, la luce, lÂ’incenso, i profumi. La liturgia, come una composizione musicale, ha bisogno di spazio, di tempo e di silenzio, del distacco da noi stessi, perché le parole, i gesti e i segni possano parlarci di Dio.

           Nel quarantesimo anniversario della Costituzione Sacrosanctum Concilium, se vogliamo una liturgia più “bella”, è necessario riflettere su alcuni problemi legati allÂ’attuazione della riforma liturgica.

a) La partecipazione attiva. Nella prima fase di attuazione della riforma la partecipazione ha assunto un aspetto prevalentemente esteriore e didattico, degenerando poi, spesso, in una sorta di partecipazionismo ad ogni costo e in tutte le forme. La liturgia non è la somma delle emozioni di un gruppo, né tanto meno il ricettacolo di sentimenti personali. È soprattutto tempo e spazio per interiorizzare le parole che in essa si ascoltano e i suoni che si odono, per appropriarsi dei gesti che si compiono, per assimilare i testi che si recitano e si cantano, per lasciarsi penetrare dalle immagini che si osservano e dai profumi che si odorano.

b) La presidenza liturgica. La qualità dei segni esige soprattutto la qualità nella presidenza della celebrazione. Colui che presiede di fronte allÂ’assemblea non è solo guardato, ma anche approvato e giudicato nello svolgimento del suo ruolo che si svolge in Persona Christi, o, se vogliamo, come “Icona di Cristo” nello Spirito Santo. Tuttavia, tale presidenza non può essere esercitata senza tener conto della qualità dellÂ’assemblea e senza essere capace di rispondere alle attese del popolo di Dio. Colui che presiede, infatti, in qualche modo, presiede anche in Persona Ecclesiæ.

Rifuggendo ogni forma di protagonismo, il presbitero, plasmato dallÂ’autentico spirito della liturgia, presiederà la sinassi «come colui che serve» (Lc 22,27), ad immagine di Colui di cui egli è povero segno. Per questo, la qualità della presidenza liturgica, nella sua forma più alta e feconda, andrà ben al di là di una semplice arte del presiedere, di un mero savoir faire, per divenire principio di comunione, nellÂ’intima consapevolezza che lÂ’insieme dei doni dello Spirito Santo si trova unicamente nellÂ’insieme della Chiesa.

c) La bellezza e la dignità del culto. AllÂ’inizio del terzo millennio è necessario dare lÂ’immagine di una Chiesa che celebra, prega e vive il Mistero di Cristo nella bellezza e nella dignità della celebrazione. Bellezza che non è solo formalismo estetico, ma fondata sulla “nobile semplicità”, capace di manifestare il rapporto tra lÂ’umano e il divino della liturgia. Si tratta della dinamica dellÂ’incarnazione: ciò che lÂ’Unigenito, pieno di grazia e di verità, ha fatto visibilmente, è passato nei sacramenti della Chiesa. La bellezza deve lasciare trasparire la presenza di Cristo al centro della liturgia: il quale potrà essere più evidente quanto più nelle celebrazioni si potrà percepire contemplazione, adorazione, gratuità e rendimento di grazie.

«Maestà e bellezza sono davanti a lui, potenza e splendore nel suo santuario» (Sal 96,6). Il salmista non solo canta la bellezza di cui la dimora del Signore risplende, ma confessa anche: «Le sue opere sono splendore di bellezza» (Sal 111,3). Quale altra realtà della Chiesa è chiamata a coniugare ed esprimere la bellezza come lo spazio liturgico e lÂ’azione liturgica? Non solo il luogo ma anche lÂ’azione, ovvero il gesto, la postura, il movimento, gli abiti devono manifestare armonia e bellezza. Il gesto liturgico è chiamato ad esprimere bellezza in quanto è gesto di Cristo stesso.

La liturgia continuerà così, anche grazie alla sua bellezza, ad essere fonte e culmine, scuola e norma di vita cristiana.

    

+ PIERO MARINI
Arcivescovo Titolare di Martirano
Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie
 



[1] A. Bugnini , La riforma liturgica ( 1948-1975), Edizioni Liturgiche, Roma 1997, pp. 779-780.
[2] Sermo 74, due: PL 54,358.
[3] Messale Romano, Preghiera Eucaristica IV.
[4] Il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 1181-1186) presenta bene ciascuno di questi spazi celebrativi e sottolinea anche la necessità di promuovere la bellezza dellÂ’arte sacra (nn. 2502-2503).
[5] Cf. il prezioso volume La Cappella Redemptoris Mater del Papa Giovanni Paolo II, Libreria Editrice Vaticana, 1999.
[6] Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica postsinodale Ecclesia in Africa (14-9-1995), n. 25: 14,3040.

domenica 15 maggio 2022

Popolo dei martiri della Rus'-Ucraina


Il popolo dei martiri della Rus'-Ucraina
ancora una volta ferma il male con i propri corpi perché non si diffonda nel mondo intero





Discorso del Sinodo dei Vescovi
della Chiesa Greco-Cattolica in Ucraina


“…Ci vantiamo anche di oppressione,
sapendo che l'oppressione produce pazienza,
la pazienza è esperienza e l'esperienza è speranza.
La speranza non metterà in imbarazzo…”
Rm 5, 3–5


Con un dolore indescrivibile nel nostro cuore viviamo oggi le sofferenze del popolo ucraino che sono causate dall'aggressione armata su vasta scala, non provocata e ingiustificabile, della Federazione Russa contro l'Ucraina. Noi, Vescovi del Sinodo dei Vescovi della Chiesa Greco-Cattolica in Ucraina, nel nostro ministero apostolico rimaniamo fedeli alle parole della Verità evangelica e alla nostra vocazione ad essere testimoni di speranza in tempi delle tribolazione e delle prove.
Per compiere un determinato compito sulla terra, il Signore dona all'uomo vari doni, talenti e opportunità, ma fornisce anche una missione separata ai popoli eletti. Proprio come Dio una volta scelse gli israeliti per illuminare tutte le nazioni, così Egli costantemente, e anche oggi, affida una chiamata speciale alle nazioni diverse.
Ci siamo spesso chiesti: perché, o Signore, ci hai dato il dono della libertà, ci hai restituito l'indipendenza 30 anni fa, hai risollevato la nostra Chiesa dal sottosuolo? E oggi vediamo, sperimentiamo e iniziamo a comprendere la grande missione del popolo ucraino: discendenti della Rus' di Kyiv, gli eredi del battesimo di Kyiv, governanti coraggiosi e difensori della Patria, seguaci dei nostri martiri Borys e Glib, le donne sagge nella preghiera, educatrici - seguaci della principessa Olga. E questa vocazione nella provvidenza di Dio è che in tempi di grande tumulto e di minaccia di distruzione non solo dell'Ucraina ma anche di molte altre nazioni, la rinnovata Rus' di Kyiv si è ribellata e ha fermato la malvagia volontà dell'aggressore, anche se a molto caro prezzo. Il prezzo che continuiamo a pagare oggi sull'altare per la liberazione del nostro e di altri popoli per fermare l'insaziabile drago è molto alto: la vita terrena dei nostri migliori figli e figlie, lo sforzo sovrumano e la sofferenza dei nostri soldati, dei volontari, i rifugiati e tutto il popolo ucraino.
La vocazione della nostra Chiesa è di rimanere sempre con il nostro popolo per compiere la missione che il Signore ha preparato per noi, diventando una nazione degli eroi - martiri che danno la vita, proteggendo non solo i nostri parenti, ma tutte le nazioni europee e la loro libertà. La missione della nostra Chiesa è di diventare come la Beata Vergine Maria, che, ritta sotto la croce di suo Figlio, ha fissato nei suoi occhi le Sue ferite con indicibile dolore nell'anima e insieme la speranza. E la sua speranza non è stata vana: il terzo giorno Gesù è risorto.
Prima di tutto esprimiamo la nostra sincera gratitudine ai Difensori dell'Ucraina. La vostra prodezza è già diventata l'esempio per il mondo intero. La vostra lealtà sacrificale al nostro popolo e la dedizione alla difesa del nostro stato di fronte alle sfide di una guerra brutale e disumana testimoniano la profondità del vostro amore. Il difensore è un guerriero con l'amore nel cuore: per il suo popolo d'origine, per la sua terra, per i suoi genitori e i figli, per tutti coloro che oggi hanno bisogno di protezione dalla forza infernale della crudeltà e della brutalità dell'aggressore russo. La tutela giuridica della vita è sia un diritto umano che un dovere. Il sangue innocente dei nostri fratelli e sorelle a Bucha, Mariupol, Irpin, Kharkiv, Chernighiv e centinaia di altre comunità ucraine ci richiede di avere la forza e il coraggio di diventare difensori non solo della vita ma anche dell'umanità stessa.
Il nostro Salvatore insegnava: «Nessuno può amare più di quando dà la vita per i suoi amici» (Gv 15, 13). La sincerità del vostro amore oggi dà al nostro popolo una speranza per la rinascita dell'Ucraina, per la protezione della sua libertà e dignità. Solo con la forza dell'amore potremo ottenere la vittoria finale del bene sul male, della verità sulla menzogna, della dignità umana sulla meschinità umana. La nostra vittoria richiede anche la nostra comune fede che quando cerchiamo coraggiosamente e onestamente la Verità, difendiamo il bene, lottiamo per la giustizia, Dio è con noi! Ci affidiamo instancabilmente alle sue cure nelle nostre ferventi preghiere e suppliche!
Oggi le parole speciali di gratitudine, di sostegno fraterno e di riconoscimento per il servizio fedele rivolgiamo ai nostri cappellani militari. Fin dai primi giorni dell'aggressione russa e per tutti gli anni successivi, i cappellani militari della Chiesa greco-cattolica ucraina non hanno esitato a rispondere sinceramente all'invito di Dio ad essere "vicini" a uomini e donne in divisa militare, condividendo le difficoltà del servizio e le sfide della vita quotidiana. Durante gli anni dell'aggressione armata russa, i nostri cappellani sono stati testimoni instancabili di speranza, stando fedelmente fianco a fianco con i soldati ucraini nelle trincee di battaglia, negli ospedali militari, nei centri di riabilitazione, fornendo il necessario sostegno alle loro famiglie, conservando la memoria dei difensori caduti e prendendo cura delle loro famiglie.
L'invasione su vasta scala dell'esercito russo nel territorio dell'Ucraina ha coinciso con l'attuazione delle disposizioni della legge ucraina "Sul servizio di cappellania militare" adottata dalla Verkhovna Rada (Parlamento). La legge crea l'opportunità per un'organizzazione efficace professionale del ministero pastorale nell'esercito ucraino. Allo stesso tempo, esige che i nostri pastori siano di altissimo livello di preparazione in caso di arruolamento. Tenendo conto delle sfide e dei bisogni di oggi, facciamo appello al clero della nostra Chiesa, con libertà di spirito e generosità di cuore, affinché non neghi al soldato ucraino la presenza tangibile di Dio, che è evidente nella preghiera e nel servizio sacrificale dei militari cappellani. Possano le parole del nostro grande pastore, il metropolita Andrei, rivolte ai soldati ucraini in tempi di prove e di aspre lotte, divenire oggi le tue parole ai nostri difensori: "Voi che siete esposti alla morte ogni giorno in battaglia, ricordatevi di preservare il cuore libero dal peccato, siate sempre pronti a stare davanti al Trono di Dio e fare resoconto di tutta la vita. Coraggiosamente compiete i vostri doveri! La vittoria è certa e la causa santa!”
In particolare, facciamo appello ai nostri seminaristi, incoraggiandoli a pregare e a riconoscere spiritualmente la loro vocazione a servire i profondi bisogni interiori del soldato ucraino, secondo una ricca e lunga tradizione della nostra Chiesa. Questo ministero richiede un coraggio speciale, di cui è capace solo l'amore cristiano maturo, come dono del nostro Padre celeste, che ci permette di comprendere "quale speranza ci chiama" (Ef 1, 18).
Le famiglie dei militari e le famiglie dei difensori caduti attendono oggi una speciale testimonianza della speranza dal cappellano militare. Il dolore della separazione, l'incertezza del giorno a venire, la sensazione della solitudine e dell'impotenza di fronte a una perdita irreparabile possono richiedere molto tempo per la guarigione completa. La missione del cappellano militare resta quella di mostrare la responsabilità personale: "essere vicino" a coloro che sono stati più colpiti dalla guerra. Il sostegno dei feriti e la preghera per i prigionieri può aiutare oggi molte famiglie ucraine a sfuggire al potere distruttivo della sofferenza e attraverso il proprio dolore, unendosi a Cristo crocifisso e sopportando amorevolmente i pesi gli uni degli altri, trovando la via della risurrezione (Gal 6, 2).
Come pastori della Chiesa di Cristo, ci sentiamo in dovere di rivolgerci ai militari, ai soldati e agli ufficiali russi che hanno osato impugnare le armi contro il popolo ucraino, uccidendo gli innocenti, lasciando orfani bambini, privando molte persone delle loro case e della speranza del futuro. Il sangue degli innocenti bambini ucraini testimonierà contro di voi al Giudizio Universale. Fino a quando non sarà troppo tardi, trovate il coraggio di deporre le armi e non eseguire gli ordini criminali. Non permettete che la propaganda omicida oscuri la vostra mente e inciti alla crudeltà ingiustificata: «Conoscete la verità e la verità vi renderà liberi» (Gv 8, 32). Pentitevi e chiedete perdono a Dio per i vostri crimini contro l'umanità, perché Egli vi conceda il perdono dei peccati e la speranza della vita eterna.
Di fronte ai terribili prove per l'intero popolo ucraino, invitiamo i nostri pastori militari a servire sinceramente coloro dai quali ora dipende il destino del nostro futuro comune. Cari padri, cappellani militari, la vostra presenza orante nelle file dell'esercito ucraino deve diventare fonte di consolazione spirituale e garanzia di instancabile sostegno fraterno. La vostra vocazione è mostrare speranza nel crepuscolo della sofferenza umana, essere fedeli seguaci di Dio, che si è fatto uomo, sollevare l'uomo a partecipare alla vita di Dio. Custodiamo ciascuno di voi nella nostra preghiera fraterna, e «ricordiamo incessantemente l'opera della vostra fede, la fatica del vostro amore e la pazienza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo» (1 Ts 1, 3).

La benedizione del Signore sia su di voi!

Per conto del
Sinodo dei Vescovi della Chiesa Greco-Cattolica in Ucraina
† SVYATOSLAV

Per conto della
Diocesi greco-cattolica di Mukacevo
† Neil Lushchak



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Fonte: https://ucrainistica.blogspot.com
La traduzione da: Народ мучеників Руси-України своїм тілом знову зупиняє зло щоб воно не поширилося на весь світ Звернення Архиєрейського Синоду УГКЦ в Україні (ugcc.ua)


venerdì 22 aprile 2022

Abitare poeticamente la terra, di Marco Campedelli


Abitare poeticamente la terra
di Marco Campedelli


Questo potrebbe essere un modo di raccontare il giardino. L'espressione del poeta Hölderlin è così commentata dal filosofo Heidegger: abitare ha qualcosa a che vedere con costruire. Più precisamente, con misurare, prendere le misure. La misura dell'abitare si chiama poesia perché è questo il modo autentico di abitare la terra. Non un modo calcolante ma uno stare nella misura tra l'alto e il basso, tra la terra e il cielo. Proprio nel frammezzo. Dove vive l'incanto ma anche il rischio. Perché il giardino è un luogo da coltivare e da proteggere. È uno spazio dove convivono l'estetica e l'etica. L'estetica perché il giardino è bellezza e crea bellezza. Ma il giardino come spazio desiderato e condiviso diventa spazio etico perché è anche ospitalità, intimità, relazione, giustizia.

La Bibbia si incontra con orizzonti di grandi culture come quelli delle civiltà egizia e della Mesopotamia. Proprio queste due culture sono terre di giardini. Nell'Egitto i giardini recintati da alte mura. Dentro un incanto di fiori e di alberi ma anche uno spazio coltivato ad orto: per produrre vino, frutta e verdura. Il giardino come il tripudio dei sensi...
La terra d'Egitto, d'altra parte, è una creatura del Nilo. È sinonimo di fertilità e di bellezza.
Vi sono poi i giardini babilonesi: i cosiddetti giardini pensili dell'antica città di Babilonia.
Nella Bibbia le cose sono diverse. Il termine “giardino”, sottolineano gli esperti, compare poche volte.
La terra del popolo ebraico è piccola, più o meno come la regione Calabria. Per 2/3 è deserta e solo un quarto è fertile.
Qual è lo specifico del giardino per la Bibbia? Il popolo di Israele è uscito da una terra giardino come l'Egitto deve affrontare un cammino di quarant'anni nel deserto verso la terra promessa. Lascia un giardino "perfetto" per un giardino "imperfetto".
E questa è una sfida: quale giardino scegliere? Quello della terra dei padroni o quello modesto e fragile ricevuto però in dono nel segno della libertà? Scegliere i giardini d'Egitto significa scegliere anche i suoi dei. Scegliere di camminare verso la terra promessa è scegliere di camminare verso il Dio della promessa, portare la sua parola come pendaglio tra gli occhi, legarla ai propri polsi, inciderla nel proprio cuore.
Il giardino nella Bibbia è lo spazio di una libertà ricevuta e una possibilità di abitare lo spazio del desiderio e della responsabilità.
La parola giardino risuona nella poesia del Cantico dei cantici. Il Cantico dei cantici è la terra della relazione, l'incanto dell'amore. Lo spazio dell'intimità. Il giardino è luogo di iniziazione alla relazione autentica. Questa parola, iniziazione, ci richiama al senso del rito, ma anche all'itinerario educativo. E' bello scoprire che, infine, il giardino è una persona. Il giardino è la donna. La relazione amorosa. L'intimità che non si ottiene con la violenza ma che si realizza nella libertà. Il cancello del giardino nel testo del Cantico si apre solo dall'interno. Non si può forzare, violentare, profanare l'amore.
Il giardino è un luogo dove abitare poeticamente, cioè in modo autentico, la terra. Giardino tra terra perduta e terra ritrovata.
Quasi nel centro del Cantico il diletto, l'amato descrive il corpo dell'amata: “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, sorgente chiusa, fonte sigillata”. Il giardino non è solo uno spazio, ma una persona. Non solo un luogo, ma una relazione. In questa relazione il giardino è raccontato con un’esplosione di sensi: “I tuoi germogli sono un paradiso di melograno, con i frutti più squisiti, alberi di Cipro e Nardo, Nardo e zafferano, cannella e cinnamomo, con ogni specie di alberi d'incenso, mirra e alle, con tutti gli aromi migliori”.
Il giardino, però, è anche lo spazio che racconta l'esperienza centrale e fondante della Bibbia: l'esodo. Un cammino che va dall'esilio al ritorno nella terra. Il giardino della terra promessa in cui “scorre latte e miele, la più bella di tutte le terre”.

Ma gli uomini, spesso contaminati dal virus padronale, si sono fatti signori di una terra, di un giardino di cui erano solo custodi, anzi a ben vedere "custoditi" da quella terra. Peraltro, dopo il tempo del lutto e del lamento, arriverà quello della gioia e della riconoscenza. Dio costruirà fontane d'acqua per tutti gli assetati di giustizia. La vedova, l'orfano e lo straniero finalmente potranno inebriarsi della bellezza della terra e la parola esclusione non sarà più scritta come vergogna sulla loro fronte.
È una nuova creazione. Un giardino donato. Ma non è una terra solo bella bensì anche una terra buona. Non ha solo una connotazione estetica ma anche una connotazione etica. Una terra dove bellezza fa rima con giustizia. Una terra che produce bellezza per tutti. Che non genera violenza ma fa germogliare la pace. Ecco l’ecologia integrale della Bibbia. Quell'ecologia richiamata da Francesco, il vescovo di Roma, nella Laudato si’. In questa prospettiva di una terra che germoglia e fruttifica per tutti c'è un coraggioso documento dal titolo “La terra è di Dio”: una lettera scritta dall'allora abate di San Paolo Fuori le mura e padre conciliare dom Giovanni Franzoni, poi protagonista delle grandi battaglie civili nel nostro Paese. Era il 1973. Uscì in preparazione del Giubileo del 1975 indetto da Paolo VI. Per Franzoni dire la terra di Dio significava dire che la terra è di tutti.
Che i poveri non possono essere espropriati del loro giardino.
Risuonano quelle parole profetiche vedendo come è ridotta “la terra di Dio”; oggi questo racconto biblico trova corpo nelle storie di donne e uomini in cerca di un giardino perduto, violato, un giardino distrutto dalla guerra, inquinato dai rifiuti tossici. Un giardino rubato ai piccoli e divorato dalle multinazionali e dalle mafie. Ci sono perfino popoli che non hanno più nemmeno un giardino per seppellire i morti.
Ma, tornando alla Bibbia, soffermiamoci sul giardino dell'Eden del libro della Genesi. I capitoli 2-3 tra quelli più recenti del Primo Testamento, in cui è proiettata all'indietro nel tempo delle origini la storia di esilio e di ritorno verso la terra promessa che il popolo ha vissuto. Per questo è lo spazio della vita e della libertà, della relazione e dell'alterità, della creatività e dell'incontro. Del dono e della responsabilità. Per questo ha un senso pregnante nella tradizione sacerdotale del testo ci si riferisce al culto ma anche al servizio etico: il compito affidato agli umani è di servire la terra, costruire una società giusta, salvaguardare i diritti umani, salvaguardare il creato, promuovere la giustizia, coltivare la pace (Per la parte riguardante il Primo Testamento mi sono riferito alla riflessione della biblista Grazia Papola.)

Anche nel vangelo c'è un giardino ferito e germogliato. Gesù risorto si presenta come giardiniere, come colui che dice la cura di Dio.
Nella Via crucis del 1999 il poeta Mario Luzi mette queste parole in bocca al Cristo:
“Padre mi sono affezionato alla terra come non avrei creduto
È bella e terribile la terra
Mi sono affezionato alle sue strade, mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, le vigne e perfino i deserti...".
Un Cristo affezionato alla terra, una terra per cui sente profonda nostalgia, e che non vorrebbe più lasciare. Un Cristo, per dirlo con le parole di Bonhoeffer, “fedele alla terra".
Cristo appare come nuovo Adamo. Questo anche nella narrazione della passione morte e risurrezione.
Il simbolo del giardino torna insistente. È infatti un bosco-giardino l'oliveto del Getsemani, è un giardino quello che Gius d'Arimatea offre per seppellire il corpo di Gesù. Proprio in questo giardino Gesù appare alla Maddalena sotto l'aspetto del giardiniere “hortolanus” è signore del giardino.
La scena dell'incontro tra Gesù e la Maddalena evoca il Cantico dei cantici. Maria di Magdala riconosce il maestro dalla voce. Come l'amata del cantico riconosce il suo diletto che viene balzando sui monti, saltando sulle colline come un cerbiatto. Dopo il caos disgregatore della morte il giardino della risurrezione è l'immagine del cosmo finalmente ritrovato. Riconciliato.
Commuove che sui barconi di Lampedusa, tra i beni di prima necessità e i ricordi più struggenti, siano stati trovati molte Bibbie e molti Corani. Molti di questi migranti non ce l'hanno fatta e i loro libri hanno il valore di una consegna, di un testamento. Con qualche fiore tra le pagine, parole sottolineate, qualche nome scritto al margine della pagina. Storie sacre che continuano in nuovi esodi, nuovi diluvi, nei sogni spesso infranti di giardini attesi e desiderati.
Il giardino diventa lo spazio del desiderio. C'è, dentro questo desiderio, il gusto amaro dell'esilio.
L'esiliato sradicato dalla propria terra pensa la terra-giardino come uno spazio in cui il lutto viene rielaborato, dove dare ordine al proprio universo infranto. L'incanto del giardino non è più innocente, preservato dalla ferita. È un incanto abitato dalla consapevolezza che anche l'albero ferito germoglia, che la primavera viene dopo un rigido inverno e un letargo in cui anche la speranza sembrava tentata a non risvegliarsi.
La poetica del giardino è lo spazio per immaginare luoghi possibili, per progettarli. Nel giardino la differenza è una virtù, non una vergogna. Ma il giardino è uno spazio non solo mitico, immaginario.
È uno spazio reale, storico. Per cui la poetica del giardino non può sussistere senza la politica del giardino che è il passaggio dal mito alla storia. E dentro questo spazio della storia il mito rivela la sua forza generatrice.
Il giardino dell'Eden sta cronologicamente dietro l'esilio ma simbolicamente davanti. Cioè diventa la meta verso cui tendere. È l'utopia sempre da realizzare. In questo senso, prendendo a prestito una riflessione di Agamben, se l'Eden parla delle cose ultime noi facciamo l'esperienza delle cose penultime. Per cui è il cambiamento del penultimo che porta al ripensamento dell'ultimo. La storia è il teatro del penultimo.
In questo senso il giardino perfetto dialoga con il giardino possibile.

Mi piacerebbe ripensare la metafora del giardino come metafora dell'esperienza educativa.
La scuola deve custodire e coltivare. Deve essere uno spazio recintato, cioè salvaguardato, protetto ma non ostile. Non deve essere lo spazio della difesa ma della cura. Il giardino-scuola è dialogo costante tra natura e cultura, con la nostra natura di esseri umani e la possibilità di diventarlo. In questo mi sembra significativo evocare le parole del nostro concittadino veronese, il teologo Romano Guardini sul compito che abbiamo di diventare pienamente umani.
La scuola dovrebbe essere il luogo dell'incanto. Il luogo cioè dove coltivare un'utopia. Però la scuola è una esperienza davvero educativa se accetta di essere “violata” dalla trasgressione di coloro che educa.
L'albero della conoscenza che sta nel mezzo del giardino-scuola non può essere preservato. Deve prevedere la trasgressione. Deve prevedere la cacciata dall'Eden. Deve accompagnare nell'esilio.
Perché la scuola è un originario exit. Un'uscita.
Lo studente deve ritrovare il suo giardino dove la terra dell'incontro sia anche la terra della responsabilità. La poesia della Bibbia. I salmi che il popolo compone nascono quando le cetre sono attaccate agli alberi. La riappropriazione della terra non è la proprietà del latifondo avuta per antichi privilegi o in un sistema autoritario e violento, è la terra appesa a una promessa. Un giardino ri-trovato prevede questo viaggio di perdita di innocenza. I più bei canti i ragazzi li scrivono quando, dopo aver perduto la terra dell'incanto, la ritrovano attraverso la loro ricerca, e perfino attraverso il loro errore.
La dove errore sta anche per errare, viaggiare, cercare, ricominciare.
Il fare poetico che la scuola genera porta frutto, germoglia solo in un fare politico di chi da fruitore del giardino diventa finalmente costruttore o co-costruttore del giardino.
La Bibbia, come sappiamo, sappiamo è matrice di cultura: poesia, letteratura, arte, musica, architettura si sono abbeverate alla fonte ispiratrice della Bibbia. Bastano queste parole di Marc Chagall ne “Il messaggio biblico: "Fin da piccolo sono stato attratto dalla Bibbia. Mi è sembrata e mi sembra ancora, che sia stata la più grande fonte di poesia di tutti i tempi. Fin da allora ne ho cercato il riflesso nella vita e nell'arte.”
C'è un testo che mi è particolarmente caso e che vorrei evocare.
È il testo del gigante egoista di Oscar Wilde. La storia mette al centro della scena il giardino. Un giardino che per natura si offre come incanto e nutrimento. Ma nel momento in cui viene snaturato conosce una morte senza metamorfosi un rigidissimo e permanente inverno. I bambini riabitano il giardino attraverso una trasgressione. Un pertugio ricavato nel muro. Ancora una volta la trasgressione fa ripartire la storia. In fondo è un dialogo che mantiene in vita il giardino e i bambini.
I bambini nutrono il giardino e il giardino nutre i bambini.
È un altro modo di raccontare il dialogo tra natura e cultura.

Una scuola che chiude il suo sapere in un recinto diventa una scuola egoista. E siccome la scuola ha un sapere grande può avere anche un potere grande. Ma la scuola che non permette ai bambini di stare sui suoi alberi diventa un gigante egoista. Gli studenti devono poter salire sugli alberi della scuola e la scuola deve loro permetterglielo perché solo così la scuola fiorisce… come in un giardino. Concludo con una poesia che mette in scena alberi e bambini, ricerca e stupore, una poesia di Dylan Thomas:

"Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.
Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l’agile ascesa,
cacciare la testa al disopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.
Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l’uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.
Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo e la conclusione.
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi".


(FONTE: “La terra produca germogli, erbe e alberi da frutto” (Gen 1, 11a)
La Bibbia e il mondo vegetale - 4 dicembre 2018
c/o Liceo classico linguistico “Scipione Maffei” - Verona)

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domenica 17 aprile 2022

Il simbolismo biblico della luce e la sua valenza vocazionale, di Giuseppe De Virgilio


Il simbolismo biblico della luce e la sua valenza vocazionale

di Giuseppe De Virgilio


Il tema della "luce" rappresenta una categoria centrale della rivelazione biblica. La scelta di collocare in questa prospettiva la realtà della vocazione e la sua dinamica esistenziale consente di poter leggere l'intera esperienza dell'uomo "chiamato da Dio" nel ricco quadro del simbolismo della luce assunto in prima persona da Gesù. Indicheremo quattro aspetti relativi al rapporto tra vocazione e luce, due per l'Antico Testamento e due per il Nuovo Testamento [1]: 1. La "luce" come manifestazione dell'appello di Dio; 2. La "luce" come dono di Dio; 3. Cristo compie la sua missione "luce del mondo"; 4. I credenti, figli della "luce" e discepoli di Cristo [2].

La "luce" come manifestazione dell'appello dí Dio

La prima esperienza che l'uomo fa è quella del passaggio cosmico della notte e del giorno, atto costitutivo della creazione (Gen 1,3). La creazione si spalanca davanti ai nostri occhi richiamando il passaggio dalla notte al giorno come un avvicendarsi e quasi un rincorrersi tra vita e morte, luce e tenebra. Così nella riflessione salmica è presentata l'esperienza della vita e della storia cosmica: "Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia" (Sal 19,3; 148,3: sole e luna). La luce esiste come creatura di Dio ed obbedisce al suo coniando (Bar 3,33). Nell'Oriente antico la luce era considerata un elemento di Dio stesso. Similmente nell'Antico Testamento la manifestazione di Dio nel cosmo e nella storia è accompagnata da teofanie nelle quali prevale l'elemento luminoso, simbolo della presenza misteriosa e della potenza salvifica di Jahwe. Tuttavia la stessa narrazione della creazione mostra come Dio si pone al di sopra del dualismo tra luce e tenebre (Is 45,79: io formo la luce e le tenebre...). Si può quindi affermare che la luce è il riflesso della gloria di Dio, è come la veste di cui egli si copre (Sal 104,2), [3] "... il suo splendore è come la luce, bagliori di folgore escono dalle sue mani: raggi escono dalle sue mani" (Ab 3,4). Lo splendore della gloria divina si rivela come "manifestazione di un progetto". Luce e vocazione sono quindi intimamente uniti dal simbolismo teofanico.
Dio sì rivela ad Abramo, nel contesto della celebrazione dell'alleanza, come "forno ardente e fiaccola fumante", che passa tra gli animali divisi e li consuma, realizzando così il patto con il patriarca (Gen 15,17-21). Nella vita di Mosè le teofanie diventano un vero e proprio incontro "vocazionale" a più tappe: all'esordio della sua missione l'angelo di Dio si presenta a Mosè nell'esperienza del roveto ardente (Es 3,1-6), durante il cammino del deserto la presenza di Jahwe sì manifesta attraverso la colonna dì nube e di fuoco (Es 13,21;14,24; Nm 14,14) [4], al Sinai l'incontro con Dio si svolge nel contesto misterioso di una nube luminosa che spinge Mosè a domandare la "visione della gloria" (Es 33,18). Lo splendore della gloria divina brillerà sul volto del Legislatore a tal punto che Mosè dovrà velarsi per comunicare con il popolo (Es 34,29-30) [5]. Anche nell'esperienza dei profeti la rivelazione divina si compie nel simbolismo della luce e del fuoco (cf la simbologia dei racconti di vocazione in Is 6: la gloria luminosa di Jahwe nel tempio; Ez 2-3: la visione del carro di fuoco). All' interno dell'esperienza profetica spicca la presentazione della figura del messia descritta mediante un simbolismo luminoso e la sua venuta è vista come "giorno di grande luce" per il popolo che camminava nelle tenebre (Is 8,22-9,1). In modo più esplicito nel libro della Sapienza si afferma come la sapienza (hoqmâh) è Dio stesso nella sua gloria, che riflette la luce eterna, superiore ogni altra luce cosmica: "Essa in realtà è più bella del sole e supera ogni costellazione di astri; paragonata alla luce, risulta superiore; a questa, infatti, succede la notte, ma contro la sapienza la malvagità non può prevalere" (Sap 7,29-30). Dio nel suo manifestarsi illumina e coinvolge il cosmo e i singoli personaggi nell'avventura della chiamata. La luce va intesa quindi come aspetto essenziale del simbolismo vocazionale: luce e vocazione appartengono al mistero di Dio che si rivela e si compie nella storia [6].

La "luce" come dono di Dio

Un secondo aspetto presente nell'Antico Testamento riguarda il "dono" della luce per l'umanità. A partire dall'atto creativo e dalla descrizione della settimana cosmica che culmina con il giorno sabbatico (Gn 1,1-2,4) la luce non è solo espressione comunicativa dell'opera della creazione di cui segna la temporalità, ma costituisce uno dei doni vitali degli uomini. Infatti essa caratterizza la vita naturale (Sal 38,11; 56,14) e spirituale del mondo (Sal 37,6; 97,11; 112,4) voluto dall'Onnipotente e l'uomo accogliendo questo dono diviene partecipe della luce divina (Sal 36, 10: "È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce"). Tale dono implica la possibilità per ciascun uomo di riflettere e godere della luce della divinità divenuta familiare, significata soprattutto dalla metafora del volto [7]. Benché Dio non sia un uomo (Nm 23, 19) e nessuna creatura possa dare un'idea della sua gloria (Is 40,18; 46,5), nella sua volontà di comunicarsi si immagina che Egli possa esprimere un suo volto, nelle diverse circostanze benevolo (Sal 4,7; 80,4.8.20) o talvolta adirato (Is 54,8; Sal 30,8; 104,29). Nella rilettura antropologica il volto è lo specchio del cuore e di conseguenza la luce del volto di Jahwe riflette la stessa natura misteriosa e trascendente di Dio. In questo senso la metafora del "desiderio del volto di Dio" rivela la perenne tensione che giace nel cuore umano di relazionarsi con il mistero del Trascendente: "Di te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto: il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo" (Sal 27,4-5) [8]. Tuttavia vedere il volto luminoso di Dio è un'esperienza mortalmente temibile per l'uomo (Gdc 13,22) a motivo del suo peccato (Is 6,5; Sal 51, 13s.); così quando Mosè chiede sul monte di poter contemplarne la gloria (kabôd), gli viene concesso di vedere la luce gloriosa di Jahwe solo di spalle (Es 33, 18-23). Tale simbologia è applicata all'esperienza vocazionale della sequela: desiderare di vedere il volto di Jahwe significa imparare a seguirlo dovunque egli ci vorrà condurre [9].
Un'ulteriore applicazione della luce intesa come dono di Jahwe è costituito dalla Legge (torâh) considerata "lampada" [10] per i credenti: con il dono della sua legge l'Altissimo rischiara i passi dell'uomo (Prv 6,23; Sal 119,105), lo guida sicuro in mezzo alle tenebre (Gb 29,3), illumina i suoi occhi e lo salva dai pericoli (Sal 13.4: 27,1)[11]. La Legge di Dio, garanzia di alleanza e di libertà, illuminerà tutti i popoli che camminano nelle tenebre (Is 2,5: 6t),3), secondo l'oracolo profetico: "Ascoltatemi attenti, o popoli; nazioni, porgetemi l'orecchio. Poiché da me uscirà la legge. il aio diritto sarà luce dei popoli" (Is 51.4). Il dinamismo simbolico della luce è applicato in modo particolare alla dimensione escatologica e al giudizio finale, che annuncia l'arrivo dell'alba sulla nuova Gerusalemme (Is 60.1 ss.), quando nel giorno meraviglioso splenderà il sole di giustizia (Is 30,26; Mal 3,20) e Dio stesso illuminerà i credenti (Is 60,19s.; Bar 5,9).
Senza dubbio la figura veterotestamentaria più significativa per la sua prospettiva vocazionale collegata al simbolismo della luce è quella del "servo sofferente di Jahwe", il quale riceve il mandato di annunciare il dono della salvezza, della giustizia e della pace messianica a tutti i popoli (Is 42,6; 49,6). La vocazione come "luce della vita" trova una delle più profonde applicazioni nella vicenda dell'anonimo personaggio biblico che dona se stesso per la salvezza del suo popolo, diventando "luce delle nazioni". I quattro carmi del servo sofferente indicano la parabola esistenziale e teologica della vocazione: nel primo carme si presenta il momento della chiamata e del l'elezione-unzione del servo da parte di Dio (Is 42,1-4): nel secondo viene descritta la missione universale del chiamato (Is 49,1-6); nel terzo carine il servo sarà sottoposto al giudizio e alla prova degli uomini, di fronte ai quali dovrà testimoniare la sua fedeltà a Dio (Is 50,4-9); nel quarto carme viene delineato l'esito della sua missione che consiste nel dono totale della vita in riscatto per il suo popolo (Is 52,13-53,12), ma "dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della stia conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità" (Is 53,11). Il simbolismo della luce è qui strettamente congiunto con l'esistenza messianica del servo e con il compimento fedele del progetto di Dio [12]. L'immagine escatologica della luce è infine collegata al giudizio finale secondo il quale gli empi entreranno nelle tenebre eterne, mentre i giusti godranno della piena luce (Sap 3,7, 18,1-4; Dn 12,3). In questa prospettiva il dono escatologico della luce diventa premio eterno per coloro che sono fedeli alla volontà di Dio e partecipano alla realizzazione della salvezza.

Cristo compie la sua missione come "luce del mondo"

Le premesse teologiche e i simbolismi indicati nel percorso dell'Antico Testamento permettono di comprendere il valore simbolico della luce che Gesù applica a se stesso in modo particolare nel quarto vangelo [13]: "lo sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12) [14]. L'affermazione è composta di due frasi: la prima "lo sono la luce del mondo" costituisce l'autopresentazione del Signore che richiama la formula del nome di Dio (Es 3,14) e il suo contesto teofanico, evocando la ricchezza simbolica della relazione tra Dio-luce e il mondo (phôs-kosmos) [15]. La seconda parte della rivelazione: "chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" indica. nella doppia forma negativa e positiva, la condizione del credente che si pone alla sequela del Cristo: l'accoglienza della "luce della vita". In questo secondo passaggio si coglie un'ulteriore relazione che definisce lo stato esistenziale della vocazione del cristiano: seguire Gesù significa entrare in relazione con il mistero di luce e di vita. L'evangelista ha già anticipato questi temi nel prologo, dove presenta l'incarnazione del Figlio e la sua venuta nel "mondo" come dono di vita e di luce che splende nelle "tenebre" (Gv 1,4-5) [16].
La combinazione luce-vita applicata alla missione di Cristo e ai discepoli si ritrova ancora nel decorso narrativo giovanneo con un'espressione quasi simile, rivolta ai giudei increduli di Gerusalemme: "Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre" (Gv 12,46). In questo importante testo il rapporto tra Gesù-luce con il mondo viene a coincidere con quello tra la sua missione e l'umanità, dove il discepolo che
decide si seguirlo rappresenta la figura di ogni credente. Nello stesso contesto, in alcuni versetti prima si ritrova l'accenno alla luce con i medesimi termini (camminare /credere /tenebre): "Gesù allora disse loro: ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce" (Gv 12,35-36). Ugualmente le espressioni sulla luce ritornano in Gv 9,5: "Finché sono nel inondo, sono la luce del mondo"; nel dialogo con Nicodemo, per presentare la missione salvi fica del Figlio: giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio" (Gv 3,19-20); nella decisione di recarsi in Giudea nonostante la minaccia di morte che incombeva su Gesù: "Gesù rispose: "Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce" (Gv 11,9-10) [17]. Dall'analisi dei testi giovannei evocati risulta chiaro il messaggio inteso nell'affermazione del Cristo, collocato nell'apertura del dibattito con i farisei a Gerusalemme. Egli si rivela con le stesse prerogative di Dio come Figlio unigenito e pone come unica condizione agli uomini che desiderano partecipare alla sua vita, la necessità di "diventare discepoli", figli della luce. È evidente come la categoria della luce, assunta in tutta la sua ricchezza veterotestamentaria dall'evangelista Giovanni, viene impiegata dal Signore per esprimere il valore fondamentale della vocazione dei credenti [18]. Un ulteriore sviluppo dell'applicazione della categoria della luce è dato dalla manifestazione dello Spirito Santo per indicare l'intervento di Dio nella storia della salvezza [19].
Anche nei vangeli sinottici le immagini associate con la luce vengono riprese dal Signore per significare il valore della sua missione di rivelare i misteri di Dio all'umanità. Così nei racconti delle guarigioni di ciechi (Me 8,22-26: cieco di Betsaida; Mc 10,46-52: cieco di Gerico (e paralleli); Gv 9,1-41: cieco di Gerusalemme) [20] si coglie la ricchezza del simbolismo messianico nella relazione liberazione-schiavitù con il binomio luce-tenebre, applicato alla missione stessa del Cristo [21]: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore" (Le 4,18-19, cf. Is 61,1-2; Lc 7,22, cf. Is 35,5-6) [22]. Inoltre la metafora della lampada che porta la luce a tutta la casa in Le 11,33 è applicata a Gesù, rivelatore del Padre, mentre in Mc 4,21 (Le 8,16) è usata per spiegare le ragioni del metodo parabolico della predicazione del Cristo: dare luce a quanti nella fede si pongono in ascolto della Parola di salvezza. In modo tutto particolare il simbolismo della luce nell'episodio della trasfigurazione trova un'eccezionale applicazione cristologica, che collega attraverso gli aspetti della scena e l'apparizione dei personaggi il mondo simbolico dell'AT con l'evento pasquale della risurrezione, dove la luce e la vita sono elementi costitutivi dell'evento cristiano e del suo messaggio universale di salvezza [23]. Così nella scena pasquale il compimento della missione di Cristo viene descritto in tutta la sua luminosità (Mt 28,3), che riflette la gloria del Dio e la vittoria della vita sulla morte tenebrosa. In questa prospettiva la riflessione ecclesiale designerà il senso dell'evento pasquale: nel volto del Cristo risorto si riflette la gloria del Padre (2 Cor 4,6; Eb 1,3), la cui luce radiosa è apparsa a Paolo sulla strada di Damasco per chiamarlo alla sequela (At 9,2; 22,6; 26,13). In definitiva Gesù risorto apre all'umanità la "dimora di Dio in una luce inaccessibile" (1 Tm 6,16) e conferma con la sua missione nel inondo la rilevazione del mistero di Dio: "Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato" (1 Gv 1,5-7).

I credenti, figli della "luce" e discepoli di Cristo

Un quarto passaggio è rappresentato dalle conseguenze che il messaggio cristiano provoca nella vita e nelle scelte dei credenti. Appare chiaro che nel simbolismo della luce si colloca la proposta rivolta all'uomo e alla sua coscienza: l'appello a mettere in gioco la propria vita sulla decisione di fronte all'alternativa tra la luce e le tenebre. La luce qualifica il "regno di Dio" rivelato e compiuto in Cristo come regno di giustizia e di bene, mentre le tenebre simboleggiano il male e l'empietà derivanti dal potere satanico (cf. 2 Cor 11,14), così come l'Apostolo si esprime rivolgendosi ai corinzi: "Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l'iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele?" (2Cor 6,14-15). L'espressione paolina pone la scelta cristiana di fronte ad un'antitesi: giustizia/iniquità, luce/ tenebre, Cristo/Beliar, fedele/infedele, indicando quale identità dovrà caratterizzare la prassi del credente in Cristo. È Gesù stesso nel vangelo a definire i credenti come "figli della luce" (Le 16,18) che si distinguono per la loro fedeltà dai "figli delle tenebre" e dalla loro scaltrezza [24]. La comunità cristiana è chiamata a realizzare la "santità" di Dio stesso, il quale ha voluto "strappare" gli uomini dal dominio delle tenebre per renderli partecipi della sua luce meravigliosa (1 Pt 2,9). Paolo esprime mirabilmente il progetto del Padre sui credenti: "ringraziando con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio amato, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati" (Col 1,12-13). In definitiva la vocazione dei credenti "alla luce" è un atto gratuito di Dio che si riceve fin dal momento del battesimo, in cui gli uomini illuminati da Cristo risorto (Eh 6,4) sperimentano di non essere più nelle tenebre, ma sentono di essere chiamati a vivere come "figli della luce" (Ef 5,8; cf. 1 Ts 5,5). I discepoli di Cristo sono uomini dalla esistenza interiore luminosa, capaci di rigettare le opere delle tenebre e di rivestire le armi della luce (Rm 13,12), consapevoli della preziosità della comunione con Dio in Cristo Gesù, mediante il vincolo della carità. L'appello di Paolo agli efesini rimane un modello di vita per i discepoli del Signore: "Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate ciò che è gradito al Signore, e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente, poiché di quanto viene fatto da costoro in segreto è vergognoso perfino parlare. Tutte queste cose che vengono apertamente condannate sono rivelate dalla luce, perché tutto quello che si manifesta è luce" (Ef 5,8-13). Il discernimento tra i figli della luce e quelli delle tenebre non può che passare attraverso il criterio della comunione con Dio e con i fratelli (1 Gv 2,8I 1), da cui si riconosce se si è nelle tenebre o nella luce. I credenti divenuti discepoli del Risorto riflettono la luce divina di cui sono resi depositari e in quanto tali sono chiamato a vivere la stessa missione del Cristo come "luce del mondo" (Mt 5,14).
Per ultimo l'esito della vocazione cristiana segnata dalla virtù della speranza, si compirà nello splendore del regno dei giusti (Mt 13,43), dove nella Gerusalemme celeste, splendente della gloria divina (Ap 21,23). Gli eletti contempleranno il volto di Dio, totalmente illuminati dalla sua intramontabile luce, secondo la profezia dell'Apocalisse: "vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli" (Ap 22,4-5) [25].

Conclusione

L'analisi condotta ha offerto una lettura progressiva del messaggio vocazionale contenuto nel simbolismo della luce. Si ricava una doppia considerazione che si può applicare alla rivelazione biblica della luce: da una parte essa si caratterizza per la sua circolarità, che inizia con l'atto della creazione ed ha il suo epilogo nel compimento escatologico; dall'altra essa trova la sua massima concentrazione nell'applicazione cristologica, con l'autorivelazione di Gesù "luce del mondo". In entrambe le applicazioni il simbolismo della luce appare fortemente connesso con la riflessione vocazionale.
Ciascun credente è chiamato, fin dalla sua nascita, a "venire alla luce" come un progetto da realizzare; nel corso della sua esistenza l'uomo si schiude ad un discernimento che si concretizza in un "vedere la luce"; il fine ultimo della sua esistenza sarà quello di "vivere nella luce". In definitiva a partire dall'atto creativo di Dio, attraverso i personaggi dell'AT, scopriamo in Cristo la rivelazione piena e definitiva della luce, che siamo chiamati ad accogliere nella nostra vita secondo il progetto del padre in vista della speranza che si compirà nella Gerusalemme del cielo.



NOTE

1) Seguiamo l'itinerario proposto da FEUILLET A. - GRELOT P., Luce e tenebre, in LEON-DUFOUR X (ed.), Dizionario di Teologia Biblica, Torino 1976, 617-624. Per l'approfondimento della categoria della "luce" e del suo impiego letterario, cf CONZELMANN H., "phôs", in GLNT, XV, 361492; Saeb, "or", in JENNI E. - WESTERMANN C. (edd.), Dizionario teologico dell'Antico Testamento, I, Torino 1978, 74-79; GIRONI P. , Luce-tenebre, in ROSSANO P.-RAVASI G. - GIRLANDA A. (edd.), Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Cinisello Balsamo (MI) 1988, 857-863.
2) Cf l'uso del simbolismo della luce associato alla definizione di Dio nel Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano 1993, 214; 234; 242; 257; 299; 1704; 2684.
3) Per la simbologia evocata dal testo salmico, cf RAVASI G., Il libro dei salmi, III, Bologna 1986,79-129.
4) Cf Gdc 20,38; Ne 9,12.19; CI 3,6; Sap 18,3; Ap 10,1.
5) Cf la rilettura paolina del "volto luminoso di Mosè" in 2 Cor 3,7s.
6) Riportiamo una parte della Benedizione talMudica rivolta a Jahwe, "colui che crea la luce": "Benedetto Tu, Signore Dio nostro, Re del mondo, che formi la luce e crei le tenebre; fai la pace e crei ogni cosa. Tu illumini la terra e coloro che vi abitano. Tu rinnovi ogni giorno, sempre, l'opera della creazione..." (CAVALLETTI S. (ed.), Talmud. ll trattato delle benedizioni (Religioni e miti I l), Torino 1992, 438).
7) Cf GILS F. - GUILLET J., Faccia, in LEON-DUFOUR X., Dizionario di Teologia Biblica,367 -369; LORKER M., Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, Cinisello Balsamo (MI) 1994,325-326.
8) Cf anche Am 5,4; Sal 42,3; 105,4.
9) Così commenta il testo di Es 33 Gregorio Nisseno: "Seguire uno significa vederlo di dietro. Così Mosè che ardeva dal desiderio di vedere la faccia di Dio, impara come si vede Dio: seguire Dio dovunque egli conduca, questo stesso è vedere Dio" (cf GILS F. - GUILLET J., Faccia, 369).
10) Al tema della luce si associa il simbolo biblico della lampada, che indica da una parte la presenza e l'assistenza di Jahwe nei riguardi del suo popolo (2 Sam 2,29)e in altri testi la vita umana come atto di fedeltà e dono di Dio (1 Re 11,36; 15,4; 2 Re 8,19: lampada, simbolo della discendenza), cf. BRUNON J.B., Lampada, in LEON-DUFOUR X. (ed.), Dizionario di Teologia Biblica, 579-580.
11) L'importanza della relazione tra Luce e Torah è richiamata nella letteratura giudaica, in Filone Alessandrino e nella comunità di Qumran, cf. CONZELMANN H., "phôs", in GLNT, XV, 398- 41 5.
12) Per una rilettura della tematica del "giusto sofferente" attraverso alcuni personaggi biblici, cf. PSV 34 (1996), 3-255.
13) Cf LURKER M., Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, 114-115; STEMBERGER G., La simbolica del bene e del male, Roma 1982; DODD C. H., L'interpretazione del quarto vangelo, Brescia 1974, 425-451.
14) Circa l'impiego dell'espressione "Io sono" (egô einii) nel quarto vangelo occorre evidenziare un doppio uso della formula: in modo assoluto Gv 8,2428.58; 13,19) e accompagnata da un predicato in forma nominale. Nell'uso nominale dell'espressione si individuano sette designazioni che definiscono simbolicamente l'identità del Cristo giovanneo: 1 Io sono il pane della vita (Gv 6,35.41.48.51); 2. Io sono la luce del mondo Gv 8.12; 9,5); 3. Io sono la porta delle pecore (Gv 10,7.9); 4. Io sono il buon Pastore (Gv 10,11.14): 5, Io sono la risurrezione e la vita (Gv 11,25); 6. Io sono la via, la verità e la vita (Gv 16.4); 7. Io sono la risurrezione e la vita (Gv 15,1.5), cf. BROWN R.E., Giovanni, 1482-1489.
15) Cf BROWN R.E., Giovanni, Assisi 1986, 4-40-449, ZEVINI G., Vangelo secondo Giovanni, I, Roma '989, 265-270; FABRIS R., Giovanni, Roma 1992, 507-510.
16) Cf DE LA POTTERIE I. Studi di cristologia giovannea, Genova 21986, 31-57.
17) In corrispondenza del tema della luce occorre accennare al ruolo simbolico della "notte" (cf Gv 3.2: 9,4; 11,10, 13,30: 19.39), che trova nella letteratura biblica un'ampia attestazione di significati, cf. FEUILLET R. — LEON-DUFOUR X.. Notte, in LEON-DUFOUR X. (ed.), Dizionario di Teologia Biblica, 769-773,
18) Cf PANIMOLLE S.A., Lettura pastorale del vangelo, Bologna 1980, 350-370.
19) "La nube e la luce. Questi due simboli sono inseparabili nelle manifestazioni dello Spirito Santo. Fin dalle teofanie dell'Antico Testamento, la Nube, ora oscura, ora luminosa, rivela il Dio vivente e salvatore, velando la trascendenza della sua Gloria: con Mosè sul monte Sinai, [cf Es 24,15-18) presso la Tenda del Convegno [cf Es 33.9-10] e durante il cammino nel deserto; [cf Es 40,36-38; 69-71, 1 Cor 10,1-2] con Salomone al momento della dedicazione del Tempio [cf 1 Re 8,10-12]. Ora, queste figure sono portate a compimento da Cristo nello Spirito Santo. È questi che scende sulla Vergine Maria e su di lei stende la "sua ombra". affinché ella concepisca e dia alla luce Gesù [cf Lc 1,35]. Sulla montagna della Trasfigurazione è lui che viene nella nube che avvolge Gesù, Mosè e Elia, Pietro, Giacomo e Giovanni, e "dalla nube" esce una voce che dice: "Questi è il mio Figlio. l'eletto; ascoltatelo" (Lc 9,34-35). Infine, è la stessa Nube che sottrae Gesù allo sguardo dei discepoli il giorno dell'Ascensione (Cf At 1,93) e che lo rivelerà Figlio dell'uomo nella sua gloriai) giorno della sua venuta" (Catechismo della Chiesa Cattolica, 697).
20) Raccomandiamo la rilettura "vocazionale" di Mc 10,46-52 proposta da DUPONT, Il cieco di Gerico riacquista la vista e segue Gesù. in PSV 2 (1980). 105-123.
21) L'argomento della potenza messianica applicata alle guarigioni dei ciechi è usato in Gv 10.21; 11.37.
22) Cf gli altri passi dell'AT collegati al tema della cecità, Sal 146,8; Is 29,18; 32,3; 35.5; 42.7; Bar 6,36.
22) Nella trasfigurazione sono presenti i segni tipici delle teofanie dell'AT (monte, nube. luce, voce dal cielo, vesti, tenda, ecc.) unitamente all'associazione delle due figure prestigiose di Mosè ed Elia. Rinviamo l'analisi dei particolari a FABRIS R., Matteo, Roma 1982, 366-370; GRASSO S., Il vangelo di Matteo, Roma 1995, 420-425.
23) Cf Catechismo della Chiesa Cattolica. 736; 1216; 1695.
24) Cf GANGEMI A., La Gerusalemme celeste nell'Apocalisse di S. Giovanni, in PSV 28 (1993), 231-266.

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