giovedì 24 settembre 2020

Il pensiero mariologico di Alessandro Manzoni nell’inno «Il nome di Maria», di Francesco Di Ciaccia


Francesco Di Ciaccia

Il pensiero mariologico di Alessandro Manzoni
nell’inno «Il nome di Maria»




Il nome di Maria, scritto fra il 9 novembre 1812 e il 19 aprile 1813, è uno degli Inni Sacri redatti dal Manzoni poco dopo il ritorno alla pratica religiosa. Questi canti della fede ritrovata raggiungono il loro apice estetico e teologico ne La Pentecoste (1822), mentre rivelano in altri casi uno stato affettivo ancora immaturo nell’evidente contraddizione fra il momento volitivo, o del bisogno psicologico, e quello intuitivo, o dell’immediatezza creativa. Ancora legato a quel che «voleva» dire, il Manzoni non ha in essi dato sempre prova di quella sintesi di concretezza – in questo caso dottrinale – e assolutezza di ispirazione, in cui consiste l’«universale» della poesia. Ciò sarà da noi, qui, appena notato; al contrario, vogliamo mettere in rilievo quanto, malgrado i limiti estetici e a dispetto dell’interesse critico più diffuso, emerga il messaggio teologico ne II nome di Maria, che pur già anticipa l’unità manzoniana di fede e umanità, di sentimento e dato teologico, di idealità e realtà che ha reso celebri altre sue opere.

L’inno evidenzia subito, nel primo verso, un impaccio dell’autore, che sembra non saper bene che cosa scrivere, nel senso che ciò che egli sa, intellettualmente, dover scrivere non trova corrispondenza emotiva: «[…] a non so qual pendice; Maria, d’un fabbro nazaren la sposa», «salia», non si sa dove. Appare dunque chiaro che questo particolare geografico non interessa all’autore, che pur si ritiene come in dovere di indicarlo. La vaghezza del riferimento è infatti inutile, dato che non ha giustificazioni poetiche, in quanto, in realtà, non c’è motivo di immaginarsi nessuna misteriosità. Ed è inutile perché, di fatto, il mistero, in questo, non c’è. La prima parola, invece, con cui si apre l’inno, è altamente teologica, e poeticamente racchiude tutta la mariologia evangelica: «Tacita».

«Tacita un giorno». L’aggettivo, in posizione enfatica, è solenne: è come una definizione totale.

Maria è silente come quando, secondo l’intuizione spirituale della patristica, fu visitata dall’angelo, nel silenzio delle cose e delle passioni, ma anche nel silenzio delle parole: a nessuno è dato capire il mistero con il rumore delle labbra. È quello stesso silenzio che «custodiva in cuore» il mistero del Figlio, perso a Gerusalemme, o che accompagnava la morte del Crocifisso, sul Golgota: tutti modi per esprimere l’operosità della salvezza. E perciò questa «sposa» non dubita di mettersi in cammino verso la «magion felice» (v. 3), con un ovvio riferimento manzoniano al significato evangelico, d’«una pregnante annosa» (v.4): un cammino, questo, che è conseguenza e forma di quel silenzio.

Nella seconda strofa non si individuano ancora originalità, ma è degna di segnalazione, tuttavia, la citazione testuale del Magnificat, notevole per la sua incisività e brevità: «[…] tutte le genti / Mi chiameran beata»: sintesi, degna dell’essenzialità espositiva del vangelo, di questo nuovo mistero che si apre al mondo. Poi l’autore penetra nella dinamica della storia, contrapponendo le due «civitates», per dirla con sant’Agostino: quella della «superbia» e quella, contraria, dell’umiltà. L’«età superba» avrebbe «udito» con «scherno» i «lontani / Presagi»: è lo stesso concetto de Il Natale, in cui l’annunzio «Non de’ potenti volgesi / Alle vegliate porte, ma ai pastor devoti, / Al duro mondo ignoti» (vv. 73-76).

Non è questione di esser poveri o ricchi, materialmente parlando: è questione di «potenza» presuntuosa, che cresce nelle case dove si progettano le sorti degli uomini senza tener conto di questo «annuncio», come è ribadito nel «superbo Romano» e nel «delirio potente» (vv. 62 e 63) dell’Inno La passione. Lo spartiacque, che pone da un lato «gl’intenti umani», dall’«antiveder bugiardo» e dall’altro gli «ignoti» al mondo dei potenti, è costituito dalla disposizione ad accogliere o meno il messaggio di debolezza, salvifica e potente, del Cristo. Ne Il Natale, i pastori non frappongono ostacoli, perché sono senza preconcetti: tutto potrebbe, per loro, accadere, anche che un «re» nasca in una povera camera; ma soprattutto, perché non hanno mire di ambiziosa strapotenza.

Da qui, il privilegio degli umili, disposti ad amare; da qui, l’indisponibilità degli strateghi della storia, di cui si può dire manzonianamente che il «consiglio» è «tardo» (vv. 10-11). Agostino, dicevamo, distingue l’umanità fra coloro il cui «consiglio» è conforme a Dio e coloro il cui consiglio è «bugiardo»; per ritornare al Manzoni, possiamo dire che i primi sono i «testimoni che alla tua parola / Ubbidiente l’avvenir rispose» (vv. 13-14), sono «i serbati all’amor». Ancora, sulla scia di Agostino, qui è definita la «città di Dio»: non dei poveri in quanto tali, ma dei poveri dell’ubbidienza e nell’amore.

L’amore, grande tema de I Promessi Sposi – in cui Dio non affligge che per un avvenir migliore – e, nonostante il sottofondo pessimistico, dell’Adelchi e del Cinque Maggio, è ampiamente sviluppato nel corale Inno de La Pentecoste, in cui le «umili / Erbe» del «povero» si innalzano nell’«ineffabil riso» dell’«ineffabil segno».

Di questa visione pentecostale, in cui speranza e morte si compenetrano giustificandosi (v. 144) nella discesa dell’Amore (v. 97), il «Noi serbati all’amor» de Il nome di Maria costituisce una anticipazione sintetica ed esaustiva.

L’immediato prosieguo tende a spiegare questo concetto, in modo poeticamente scialbo («nati alla scola / delle celesti cose») ma teoricamente importante, per la correlazione tra l’amore e la fonte del medesimo: tale amore è solo quello che deriva dall’insegnamento di Dio. Entro questa «scola»,

«[…] a noi solenne / è il tuo nome [...]».

«Maria» (v. 20), di cui si parla all’inizio dell’inno come colei cui fu detto «Salve», non ha senso se estrapolata da «L’alta promessa che da Te s’udia, posta in cor» (vv. 18-19) alla Madonna, che è la stessa dell’Inno de La Pentecoste: «Stanca del vil ossequio / La terra a Lui ritorni: / E voi che aprite i giorni / [...]» (vv. 53-55): un ritorno, quello cui accenna il poeta, che è anche un «sollevar i miseri» (cfr. vv. 69-70), un’emancipazione terrena e celeste, una «franchigia» (vv. 73) totale, una novità di genti (v. 74), un’unità degli «sparsi per tutti i liti» (cfr. vv. 87-88).

«A noi, Madre di Dio quel nome sona» (v. 41) è, benché d’imitazione, di decisa definizione dottrinale. C’è qui il Concilio di Efeso, così come, nei successivi versi, c’è tutta la mariologia di Bernardo («[…] che s’agguagli ad esso / Qual fu mai nome di mortal persona, / O che gli venga appresso?»).

Poi il Manzoni, con un andamento descrittivo più popolare che teoretico, nota l’universalità dell’invocazione a Maria, insegnata dai padri ai figli, risonante in tutte le «lande» e in tutti i «mari», riproposta in tutti i «bei nomi», ricordata dalle campane a mezzogiorno e a vespro e alla quale ricorre il fanciulletto nelle sue paure notturne, come il navigante quando «ingrossa ruggendo la fortuna» (vv. 33 ss.).

Riprende poi una delle osservazioni più peculiari della sua (anche futura) poesia: in Maria, come Madre di Dio, è la realizzazione esistenziale della realtà sociale di umiltà e «piccolezza». Certo, anche nel «fanciulletto» di cui sopra, che nei brutti sogni trova in lei una consolazione incoraggiante, o nel marinaio alle prese con la tempesta, c’è un’implicita indicazione esistenziale. Ma lì, soffocati dalla retorica, quegli esempi parevano un po’ come concetti ad effetto. Dal v. 59, invece, anche lo stile si fa «prosaico», perde la cadenza marcata: la «femminella» che è «spregiata» non appare solo una bella frase; appare una realtà. Qui c’è la donna senza gloria, qui senti la femmina senza onore, la signora senza servitù, la popolana in angustie, la nobildonna affranta; chiunque abbia una «spregiata lacrima» (v. 50) e la «depone» nel «tuo sen regale» (v. 49), a lei «gli affanni espone» (v. 51).

Poesia consolatoria, certamente: tutta quella del Manzoni lo è, e non solo quella del Manzoni. Il problema è se è una consolazione con certezza; inoltre, se è una consolazione con conseguenza e, nel caso, se solo individuale o se anche sociale e pubblica. «A Te che i preghi ascolti» (v. 53): è con certezza; «[…] e le querele»: la rivendicazione nasce da un pianto, da una realtà, non da un odio né da un’astrazione. Per questo, è consolazione che merita rispetto, e che deve ottenere effetto. In questo profilo, che è teologico e sociale, non c’è differenza tra «imi» e «grandi» (vv. 54-55): la conseguenza non è ideologica, né selettiva, ma reale e universale. Discernere (v. 56) tra un gruppo e l’altro, tra un partito e l’altro, è «crudele» (v. 55): l’unica distinzione è quella per cui c’è chi patisce e compatisce, chi né patisce né compatisce. Fuori di questa distinzione, non c’è che la politica «crudele» del «mondo» (v. 54), che opera differenze a seconda della potenza o meno di chi patisce, dell’ignominia di chi, non compatendo, ha la forza o meno di impunemente in-compatire. Il malvagio è ascoltato dal mondo, il mondo ascolta solo il malvagio. Il miracolo, cioè un fatto semplicissimo ma terribile, è questo:

«tu […] beata, un dì provasti il pianto».

Non è solo contrapposizione retorica di concetti («beata», «pianto»), ma è anche indicazione teologica di mistero, ed è riflessione politica.

Dal punto di vista teologico, qui il Manzoni echeggia con evidenza l’epistola di San Paolo agli Ebrei, in cui è rappresentato il Cristo – Figlio di Dio, nei «giorni della sua carnalità». Dal punto di vista politico, l’autore sembra sottendere il meccanismo dell’efficacia in campo sociale: il «beato» è colui che conosce il «dolore». Perché, infatti, non basta essere miseri per sovvenire al misero: un misero può essere reattivo e servirsi della miseria per le proprie tensioni di rivalsa. Capisce davvero il misero, e lo solleva psicologicamente e politicamente, chi lo è in qualche modo volutamente, pur essendo non-misero, e lo è, al contempo, vivendo una dimensione su un altro piano, cioè interiore, di supremità, di beatitudine eterna.

Questo pianto mariano del Manzoni costituisce la prova dell’autenticità della compassione cristiana; e quello di Maria non tramonta mai. Ciò è detto nei vv. 59-60, a dire il vero, molto trascinati e poveri dal punto di vista poetico; ma subito dopo l’autore ripropone un’altra riflessione teologica: «Teco la terra si rallegra ancora» (v. 63). Il dolore si è tramutato in gioia, come per un «fresco evento». Il problema, nel Manzoni, non sembra quello se il mondo gioisce di fatto per questo miracolo rivoluzionario: ma, nel caso, perché non gioisce. E la risposta sembra essere questa: che esso può e deve gioire:

«Tanto piacque al Signor di porre in cima

Questa fanciulla ebrea.

Qui c’è di nuovo la meraviglia del Magnificat, e c’è anche la ri-velazione manzoniana del povero che è innalzato da Dio (anche un’ispirazione da Isaia) dove è simboleggiata l’umanità che, attraverso «[…] Costei, che in onor tanto avemo» (v. 71), è elevata alla regale dignità di uomini.




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FONTE. Francesco Di Ciaccia, Il pensiero mariologico di Alessandro Manzoni nell’inno: «Il nome di Maria», «Messaggio della Santa Casa», 6 e 9 (1981) pp.169-171 e 269-270.



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