sabato 19 settembre 2026

LA CITTA CHE SALE, di Gian Piero Stefanoni, Lettura critica di Flavia Buldrini



Gian Piero Stefanoni

LA CITTÀ CHE SALE

connubi

Giuliano Ladolfi Editore
2026



Questo lavoro raccoglie in un dialogo tra poesia e fede una riflessione che tentando l’affondo nel mistero dell’uomo, nell’ascolto delle sue aspirazioni le riporta e le interroga dal mistero della croce. Intrecciando, come in un piccolo rosario figure e testi di una parola poetica legata in modo diverso al pensiero cristiano, ne muove le istanze rammentando nella direzione della creaturalità quel disegno che l’uomo comprende, raccoglie e trascende; dal perché delle ferite allora al perché della vita iscritta nel motivo della sua speranza, e della bellezza nell’attualizzata memoria di una parola poetica che, seppure provata, non teme la sua ricerca in relazione a una modernità nella voce e nel volto sempre più sfigurata.
Questi gli autori di riferimento: Karol Wojtyla, Francis Jammes, Giovanni Testori, Gerard Manley Hopkins, Charles Péguy, Mario Dell’Arco, Madeleine Delbrêl.




Gian Piero Stefanoni, nato a Roma nel 1967 dove si è laureato in Lettere Moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta poetica In suo corpo vivo (Arlem edizioni), cui sono seguiti diversi titoli, l’ultimo dei quali La costanza del cielo (Il ramo e la foglia, Roma, 2024). Presenti in volumi antologici, suoi testi sono stati pubblicati in antologie e riviste del settore e tradotti in Spagna, Malta, Grecia, Cile, Venezuela, Argentina. Sulla sua poesia con Francesco Di Ciaccia è del 2023 Di novembre (alveo) e la poetica dell’aderenza (Stampa Eliografica Correggio, col supporto nominativo dell’Archivio dei Cappuccini Lombardi, Milano,
2023).
Già collaboratore con «Pietraserena» e «Viaggiando in autostrada» è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale «Caffè» e, per la poesia, della rivista teatrale «Tempi moderni». Dal 2013 sempre per la poesia è recensore di poesia per «LaRecherche.it» (per i cui ebook è uscito nel 2017 il lavoro sulla poesia in dialetto della provincia di Chieti La terra che snida ai perdoni). Dal 2014 giurato del Premio “Il giardino di Babuk - Proust en Italie”.
Per la critica si ricordano il lavoro sulla poesia italiana All’altezza degli occhi, il ricordo dell’intellettuale maltese Oliver Friggieri Lettere da Malta (entrambi del 2023 per Ideobook di Colli al Metauro) e lo studio sulla poesia in dialetto e lingue minoritarie d’Italia Biografia delle voci (PDE, Formia, 2026).
Tra i riconoscimenti ama ricordare i più lontani, il “Via di Ripetta” e “Dario Bellezza” nel 1997, entrambi per l’inedito, e l’ultimo nella sezione poesia religiosa.




Lettura critica di Flavia Buldrini

LA CITTA' CHE SALE, di Gian Piero Stefanoni

Questo testo di critica letteraria è come uno spartito musicale che si dispiega in sette connubi, vibrante di un intenso sentimento religioso, percorso da un’interrogazione profonda e attenta della fede, che come un fiume carsico scava nell’intimità del dialogo poetico. È una coralità di voci a suggerire, ciascuna con il suo timbro, l’ineffabile. Ogni autore esaminato in quest’ottica particolare è come la guida nel viaggio dantesco che introduce ai sommersi mondi interiori. 

Il primo che incontriamo è Wojtyla, che nel poema Profili di Cireneo descrive “un insufflato affollarsi (soldati, donne, bambini)” in cui “tutti si aggirano ai confini di Dio”, “nel montaggio quasi teatrale della scena” (si ricordi la giovanile passione per il teatro del futuro pontefice). È la città che sale che dà il titolo all’opera, evocando La città di Dio di Agostino, laddove la dimensione ultraterrena viene celebrata in un’estatica contemplazione. Ogni figura che si pone nella sequela del Christus patiens che si trascina verso il Golgota ha un modo unico di rapportarsi al Salvatore, “là dove l’altro, l’Altro” «è supremamente se stesso» “perché” «meno indifeso» “nel movimento d’uomo e Dio in verticale.” Così è “nella misericordia delle passioni toccate” dell’emorroissa, di Marta, Maria, Lazzaro, di uomini e donne “tra le piaghe delle proprie siccità e insufficienze” che sperimentano il passaggio “da una storia condannata e tradita ad una nella sua possibilità di pienezza nella ricostituzione di uno sguardo («pietà che penetra, che vede» suggerirebbe Luzi) dischiuso alla sua eterna bellezza.” Il corteo si chiude con Simone di Cirene che è immagine speculare dell’insofferenza dell’uomo costretto a portare la propria croce. Su queste creature dolenti e le loro tormentate vicissitudini cala il sipario del grande silenzio del sabato, di cui è custode Maria SS. Giovanni Paolo II vivrà personalmente il suo calvario, tappa obbligata a schiudere il varco per l’eterno.

La seconda stazione di questo percorso spirituale contempla la riflessione di Francis Jammes, con Le Crucifix du poète, la scabrosa realtà della sofferenza che tuttavia si lascia attraversare dalla “sacramentale presenza dell’eternità di una raccolta che non intende cessare di fiorire soprattutto laddove, sovente, la vita è solo nuda croce: «Vieni, ti darò la veste di tuo Fratello, / che si sono giocata a dadi».

Il terzo connubio si sofferma sulle vite alla deriva, segnate e frantumate dal male di Giovanni Testori (riecheggiano i versi intensi di Ungaretti: “Vedo ora nella notte triste, imparo, / so che l’inferno s’apre sulla terra / su misura di quanto / l’uomo si sottrae, folle, / alla purezza della tua passione”). Pure, in queste ferite e cicatrici di agnelli da macello, Dio si fa carne e la preghiera diventa grido che sale dall’abisso: “Grido, allora, o inno di un dolore che fatto carne non si perde perché si fa coscienza tra le crepe di notti che non cessano di bussare (come in Dire non volle) nella forma delle infinite ferite, degli infiniti Cristi agli ultimi rigurgiti.”

Il quarto connubio in Gerard Manley Hopkins, sacerdote inglese della seconda metà dell’Ottocento convertito al cattolicesimo, ha il sapore di “quel rivelato dirsi di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio.” La sua poetica è imperniata su tre punti cardine: Dio, la bellezza, il peccato. Lo scandalo della sofferenza è ancora una volta ciò che suscita una drammatica interrogazione, “diventando viatico per la salvezza” (Airaghi). “La risposta allora se ha nella povertà della spoliazione la nudità di una contemplazione, (…) pure di contro nell’abbassamento della disputa, nel dire di una parola che non si eleva ma in realtà a nostro dire abbassa e trattiene non può che essere nella mistica di una lingua che s’intorce, esorta e avviluppa, smentendosi anche, nella vertigine ricchissima dei suoi infiniti strumenti.”

Il quinto connubio si affaccia su Il portico del mistero della seconda virtù di Peguy, laddove la speranza “è una bambina che dorme bene” e che tiene per mano la fede e la carità, “che spinge avanti ogni cosa. / Perché la Fede non vede se non ciò che è. / E lei, lei ama ciò che sarà.” Essa “mantiene fermo lo sguardo lungo la strada accidentata e interminabile di una creazione abbracciata in tutti gli scompensi, i contrasti, la legittimità di una condizione già salva.” 

Voce genuina del dialetto romano è il sesto connubio, Mario Dell’Arco, architetto del secolo scorso, che ha guizzi di verve colorita di un’ironia che esplode a tratti in un’irriverente protesta: “m’hai fatto co la fanga: come speri / che m’entri er celo drentro a li pensieri?” “In Dell’Arco piuttosto ad emergere è una opposta duplice tensione, riconoscimento e negazione, ove lo sconforto non solo trattiene ma risucchia l’uomo al buio, e con l’uomo Cristo nel pantano quasi di una orgogliosa disperazione.”

Infine, l’epilogo è affidato al settimo connubio, Madeleine Delbrêl e la ferialità del presente: “la ferialità come sacramento è così spiegata, nell’indicazione a lasciarsi disormeggiare.” Ella invita ad una salutare sobrietà delle parole: “Oscilliamo senza posa tra un mutismo che affossa la carità e una esplosione di parole che svia la verità.” Per lei la poesia ha la missione di “annunciare Il Creatore, non noi” e di accogliere la vita in pienezza nella carità fraterna. Gli fa eco Bergoglio: “Perché ci vuole coraggio (…) per comunicare la «debordante esperienza di Dio”, non addomesticando le inquietudini nei recinti della complessità ma riaccendendone la memoria, e la fede all’interno delle passioni umane.”

Conclude incisivamente Gian Piero Stefanoni: “Non possiamo nella nostra scrittura non appellarci con Léon Bloy a quel Dio dell’imprevisto che solo può renderci nella pienezza di una luce e di una vita che da lui viene.”










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