venerdì 8 maggio 2020

IL SENTIMENTO DELLE COSE, LA CONTEMPLAZIONE DELLA BELLEZZA, del Cardinale Joseph Ratzinger


IL SENTIMENTO DELLE COSE, LA CONTEMPLAZIONE DELLA BELLEZZA
 
del Cardinale Joseph Ratzinger
 

Ogni anno, nella Liturgia delle Ore del Tempo di Quaresima, torna a colpirmi un paradosso che si trova nei Vespri del lunedì della seconda settimana del Salterio. Qui, l’una accanto all’altra, ci sono due antifone, una per il tempo di Quaresima, l’altra per la Settimana Santa. Entrambe introducono il Salmo 44, ma ne anticipano una chiave interpretativa del tutto contrapposta. E’ il Salmo che descrive le nozze del Re, la sua bellezza, le sue virtù, la sua missione, e poi si trasforma in un’esaltazione della sposa. Nel Tempo di Quaresima il salmo ha per cornice la stessa antifona che viene utilizzata per tutto il restante periodo dell’anno. E’ il terzo verso del salmo che recita: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia”.
E’ chiaro che la Chiesa legge questo salmo come rappresentazione poetico-profetica del rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa. Riconosce Cristo come il più bello tra gli uomini; la grazia diffusa sulle sue labbra indica la bellezza interiore della Sua parola, la gloria del Suo annuncio. Così, non è semplicemente la bellezza esteriore dell’apparizione del Redentore ad essere glorificata: in Lui appare piuttosto la bellezza della Verità, la bellezza di Dio stesso che ci attira a sé e allo stesso tempo ci procura la ferita dell’Amore, la santa passione (eros) che ci fa andare incontro, insieme alla e nella Chiesa Sposa, all’Amore che ci chiama.
Ma il mercoledì della Settimana Santa la Chiesa cambia l’antifona e ci invita a leggere il Salmo alla luce di Is. 53,2: “Non ha bellezza né apparenza; l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore”. Come si concilia ciò? Il “più bello tra gli uomini” è misero d’aspetto tanto che non lo si vuol guardare. Pilato lo presenta alla folla dicendo:- “Ecce homo” onde suscitare pietà per l’Uomo sconvolto e percosso al quale non è rimasta alcuna bellezza esteriore.
Agostino, che nella sua giovinezza scrisse un libro sul bello e sul conveniente e che apprezzava la bellezza nelle parole, nella musica, nelle arti figurative, percepì assai fortemente questo paradosso e si rese conto che in questo passo la grande filosofia greca del bello non veniva semplicemente rigettata, ma piuttosto messa drammaticamente in discussione: che cosa sia bello, che cosa la bellezza significhi avrebbe dovuto essere nuovamente discusso e sperimentato.
Riferendosi al paradosso contenuto in questi testi egli parlava di “due trombe” che suonano in contrapposizione e pur tuttavia ricevono i loro suoni dal medesimo soffio, dallo stesso Spirito. Egli sapeva che il paradosso è una contrapposizione, ma non una contraddizione. Entrambe le citazioni provengono dallo stesso Spirito che ispira tutta la Scrittura, il quale però suona in essa con note differenti e, proprio in questo modo, ci pone di fronte alla totalità della vera bellezza, della verità stessa.
Dal testo di Isaia scaturisce innanzitutto la questione, di cui si sono occupati i Padri della Chiesa, se Cristo fosse dunque bello oppure no. Qui si cela la questione più radicale se la bellezza sia vera, oppure se non sia piuttosto la bruttezza a condurci alla profonda verità del reale. Chi crede in Dio, nel Dio che si è manifestato proprio nelle sembianze alterate di Cristo crocifisso come amore “sino alla fine” (Gv 13,1) sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza, ma nel Cristo sofferente egli apprende anche che la bellezza della verità comprende offesa, dolore e, sì, anche l’oscuro mistero della morte, e che essa può essere trovata solo nell’accettazione del dolore, e non nell’ignorarlo.
Una prima consapevolezza del fatto che la bellezza abbia a che fare anche con il dolore è senz’altro presente anche nel mondo greco. Pensiamo, per esempio, al Fedro di Platone. Platone considera l’incontro con la bellezza come quella scossa emotiva salutare che fa uscire l’uomo da se stesso, lo “entusiasma” attirandolo verso altro da sé. L’uomo, così dice Platone, ha perso la per lui concepita perfezione dell’origine. Ora egli è perennemente alla ricerca della forma primigenia risanatrice. Ricordo e nostalgia lo inducono alla ricerca, e la bellezza lo strappa fuori dall’accomodamento del quotidiano. Lo fa soffrire.
Noi potremmo dire, in senso platonico, che lo strale della nostalgia colpisce l’uomo, lo ferisce e proprio in tal modo gli mette le ali, lo innalza verso l’alto. Nel discorso di Aristofane del Simposio si afferma che gli amanti non sanno ciò che veramente vogliono l’uno dall’altro. E’ al contrario evidente che le anime di entrambi sono assetate di qualcos’altro che non sia il piacere amoroso. Questo “altro” però l’anima non riesce a esprimerlo, “ha solamente una vaga percezione di ciò che veramente essa vuole e ne parla a se stessa come un enigma”.
Nel XIV secolo, nel libro sulla vita di Cristo del teologo bizantino Nicolas Kabasilas si ritrova questa esperienza di Platone, nella quale l’oggetto ultimo della nostalgia continua a rimanere senza nome, trasformato dalla nuova esperienza cristiana. Kabasilas afferma: “Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all’uomo sia consono aspirare, questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l’intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo”.
La bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo. Ciò che afferma Platone e, più di 1500 anni dopo, Kabasilas non ha nulla a che fare con l’estetismo superficiale e con l’irrazionalismo, con la fuga dalla chiarezza e dall’importanza della ragione. Bellezza è conoscenza, certamente, una forma superiore di conoscenza poiché colpisce l’uomo con tutta la grandezza della verità.
In ciò Kabasilas è rimasto interamente greco, in quanto egli pone la conoscenza all’inizio. “Origine dell’amore è la conoscenza – egli afferma – la conoscenza genera l’amore”. Occasionalmente –così prosegue – la conoscenza potrebbe essere talmente forte da sortire allo stesso tempo l’effetto di un filtro d’amore”. Egli non lascia questa affermazione in termini generali. Com’è caratteristico del suo pensiero rigoroso, egli distingue due tipi di conoscenza: la conoscenza attraverso l’istruzione che rimane conoscenza, per così dire, “di seconda mano” e non implica alcun contatto diretto con la realtà stessa.
Il secondo tipo, al contrario, è conoscenza attraverso la propria esperienza, attraverso il rapporto con le cose. “Quindi, fintanto che noi non abbiamo fatto esperienza di un essere concreto, non amiamo l’oggetto così come esso dovrebbe essere amato”. La vera conoscenza è essere colpiti dal dardo della bellezza che ferisce l’uomo, essere toccati dalla realtà, “dalla personale presenza di Cristo stesso” come egli dice.
L’essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale. Non dobbiamo certo sottovalutare il significato della riflessione teologica, del pensiero teologico esatto e rigoroso: esso rimane assolutamente necessario. Ma da qui, disdegnare o respingere il colpo provocato dalla corrispondenza del cuore nell’incontro con la bellezza come vera forma della conoscenza, ci impoverisce e inaridisce la fede, così come la teologia. Noi dobbiamo ritrovare questa forma di conoscenza, è un’esigenza pressante del nostro tempo.
A partire da questa concezione Hans Urs von Balthasar ha edificato il suo Opus magnum dell’Estetica teologica, della quale molti dettagli sono stati recepiti nel lavoro teologico, mentre la sua impostazione di fondo, che costituisce veramente l’elemento essenziale del tutto, non è stata affatto accolta. Questo non è beninteso semplicemente solo, o meglio, non è principalmente un problema della teologia, ma anche della pastorale che deve nuovamente favorire l’incontro dell’uomo con la bellezza della fede.
Gli argomenti cadono così spesso nel vuoto perché nel nostro mondo troppe argomentazioni contrapposte concorrono le une con le altre, tanto che all’uomo viene spontaneo il pensiero che i teologi medievali avevano così formulato: la ragione “ha un naso di cera”, ossia la si può indirizzare, se solo si è abbastanza abili, nelle più svariate direzioni. Tutto è così assennato, così convincente, di chi dobbiamo fidarci? L’incontro con la bellezza può diventare il colpo del dardo che ferisce l’anima ed in questo modo le apre gli occhi, tanto che ora l’anima, a partire dall’esperienza, ha dei criteri di giudizio ed è anche in grado di valutare correttamente gli argomenti.
Resta per me un’ esperienza indimenticabile il concerto di Bach diretto da Leonard Bernstein a Monaco di Baviera dopo la precoce scomparsa di Karl Richter. Ero seduto accanto al vescovo evangelico Hanselmann. Quando l’ultima nota di una delle grandi Thomas-Kantor-Kantaten si spense trionfalmente, volgemmo lo sguardo spontaneamente l’uno all’altro e altrettanto spontaneamente ci dicemmo: “Chi ha ascoltato questo, sa che la fede è vera”.
In quella musica era percepibile una forza talmente straordinaria di realtà presente da rendersi conto, non più attraverso deduzioni, bensì attraverso l’urto del cuore, che ciò non poteva avere origine dal nulla, ma poteva nascere solo grazie alla forza della verità che si attualizza nell’ispirazione del compositore.
E la stessa cosa non è forse evidente quando ci lasciamo commuovere dall’icona della Trinità di Rublëv? Nell’arte delle icone, come pure nelle grandi opere pittoriche occidentali del romanico e del gotico, l’esperienza descritta da Kabasilas, partendo dall’interiorità, si è resa visibile e partecipabile.
Pavel Evdokimov ha indicato in maniera così pregnante quale percorso interiore l’icona presupponga. L’icona non è semplicemente la riproduzione di quanto è percepibile con i sensi, ma piuttosto presuppone, come egli afferma, un “digiuno della vista”.
La percezione interiore deve liberarsi dalla mera impressione dei sensi ed in preghiera ed ascesi acquisire una nuova, più profonda capacità di vedere, compiere il passaggio da ciò che è meramente esteriore verso la profondità della realtà, in modo che l’artista veda ciò che i sensi in quanto tali non vedono e ciò che tuttavia nel sensibile appare: lo splendore della gloria di Dio, la “gloria di Dio sul volto di Cristo” (2, Cor 4,6).
Ammirare le icone, e in generale i grandi quadri dell’arte cristiana, ci conduce per una via interiore, una via del superamento di sé e quindi, in questa purificazione dello sguardo, che è una purificazione del cuore, ci rivela la bellezza, o almeno un raggio di essa. Proprio così essa ci pone in rapporto con la forza della verità. Io ho spesso già affermato essere mia convinzione che la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i Santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato.
Affinché oggi la fede possa crescere dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a incontrare i Santi, a entrare in contatto con il bello.
Ora però dobbiamo rispondere ancora ad un’obiezione. Abbiamo già respinto l’affermazione secondo cui quanto finora sostenuto sarebbe una fuga nell’irrazionale, nel mero estetismo. E’ vero piuttosto l’opposto: proprio così la ragione viene liberata dal suo torpore e resa capace di azione.
Maggior peso ha oggi un’altra obiezione: il messaggio della bellezza viene messo completamente in dubbio attraverso il potere della menzogna, della seduzione, della violenza, del male. Può la bellezza essere autentica, oppure, alla fine, non è che un’illusione? La realtà non è forse in fondo malvagia? La paura che, alla fine, non sia lo strale del bello a condurci alla verità, ma che la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera “realtà” ha angosciato gli uomini in ogni tempo. Nel presente ha trovato espressione nell’ affermazione secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto fare poesia, dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si domanda: dov’era finito Dio quando funzionavano i forni crematori? Ora questa obiezione, per la quale esistevano motivi sufficienti ancora prima di Auschwitz, in tutte le atrocità della storia, indica in ogni caso che un concetto puramente armonioso di bellezza non è sufficiente. Non regge il confronto con la gravità della messa in discussione di Dio, della verità, della bellezza. Apollo, che per il Socrate di Platone era “il Dio” e il garante della imperturbata bellezza come “il veramente divino”, non basta assolutamente più. In questo modo ritorniamo alle “due trombe” della Bibbia dalle quali eravamo partiti, al paradosso per cui di Cristo si possa dire sia “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo”, sia “Non ha apparenza né bellezza…… il suo volto è sfigurato dal dolore”. Nella passione di Cristo l’estetica greca, così degna di ammirazione per il suo presentito contatto con il divino, che pure le resta indicibile, non viene rimossa, bensì superata.
L’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine - la Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine” e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l’ultima istanza del mondo. Non la menzogna è “vera”, bensì proprio la verità. E’ per così dire un nuovo trucco della menzogna presentarsi come “verità” e dirci: al di là di me non c’e in fondo nulla, smettete di cercare la verità o addirittura di amarla; così facendo siete sulla strada sbagliata.
L’icona di Cristo crocifisso ci libera da questo inganno oggi dilagante. Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a lui e crediamo all’Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della bellezza.
La menzogna conosce comunque anche un altro stratagemma: la bellezza mendace, falsa, una bellezza abbagliante che non fa uscire gli uomini da sé per aprirli nell’estasi dell’innalzarsi verso l’alto, bensì li imprigiona totalmente in se stessi. E’ quella bellezza che non risveglia la nostalgia per l’indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé, ma ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di piacere.
E’ quel tipo di esperienza della bellezza di cui la Genesi parla nel racconto del peccato originale: Eva vide che il frutto dell’albero era “bello” da mangiare ed era “piacevole all’occhio”. La bellezza, così come ne fa esperienza, risveglia in lei la voglia del possesso, la fa ripiegare per così dire su se stessa. Chi non riconoscerebbe, ad esempio nella pubblicità, quelle immagini che con estrema abilità sono fatte per tentare irresistibilmente l’uomo ad appropriarsi di ogni cosa, a cercare il soddisfacimento del momento anziché l’ aprirsi ad altro da sé?
Così l’ arte cristiana si trova oggi ( e forse già da sempre) tra due fuochi: deve opporsi al culto del brutto il quale ci dice che ogni altra cosa, ogni bellezza è inganno e solo la rappresentazione di quanto è crudele, basso, volgare, sarebbe la verità e la vera illuminazione della conoscenza. E deve contrastare la bellezza mendace che rende l’uomo più piccolo, anziché renderlo grande e che, proprio per questo, è menzogna. Chi non ha conosciuto la molto citata frase di Dostoevskij: “La bellezza ci salverà?” Ci si dimentica però nella maggior parte dei casi di ricordare che Dostoevskij intende qui la bellezza redentrice di Cristo. Dobbiamo imparare a vederLo. Se noi Lo conosciamo non più solo a parole ma veniamo colpiti dallo strale della sua paradossale bellezza, allora facciamo veramente la Sua conoscenza e sappiamo di Lui non solo per averne sentito parlare da altri. Allora abbiamo incontrato la bellezza della verità, della verità redentrice. Nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo del bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei Santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria Luce.



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Fonte:
MESSAGGIO DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER PER IL MEETING 2002.
https://www.theologhia.com/2015/01/joseph-ratzinger-parla-di-bellezza.html



giovedì 30 aprile 2020

L'iconostasi della chiesa di San Giorgio a Drogobych, a cura di Yaryna Moroz Sarno


L'iconostasi della chiesa di San Giorgio a Drogobych

a cura di Yaryna Moroz Sarno 







     La chiesa di San Giorgio a Drogobych è un'opera emblematica dell'architettura galiziana in legno della fine del XV - inizi del XVI secolo, tra i monumenti meglio conservati dell'antica architettura sacra ucraina, c
ostruito nel XV secolo, dopo è stato ricostruito più volte. Le forme architettoniche finali sono state fatte dal muratore ucraino Hryhoriy Tesla di Drohobych. La chiesa di Drohobych nel 2013 è stata aggiunta alla lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO.



    L'interno della chiesa è stato decorato con gli affreschi del XVII secolo, eseguiti sotto la guida di Stefan Pittore (Popovich Meditsky). Le composizioni della Passione di Cristo sono arricchiti con un ornamento principalmente di carattere vegetale. L'iconostasi e le icone sono completamente conservate, eseguiti dallo stesso pittore Stefan Medytsky ("Akathisto della Beata Vergine", "Atti dell'apostolo Paolo", "Il martirio di San Giorgio") nella gamma marrone-ocra e verde oliva. Il rilievo della scultura della vite sulle colonne dell'iconostasi è simile alla scultura in pietra.










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Fonte:  https://ucrainistica.blogspot.com/2020/04/liconostasi-della-chiesa-di-san-giorgio.html



domenica 26 aprile 2020

Preghiera degli Artisti



PREGHIERA DEGLI ARTISTI


O Signore della bellezza, Onnipotente Creatore di ogni cosa,

Tu che hai plasmato le creature imprimendo in loro l’impronta mirabile della tua gloria, Tu che hai illuminato l’intimo di ogni uomo con la luce del tuo volto, volgi su noi lo sguardo e abbi pietà di noi, della nostra debolezza, della nostra povertà, volgi i tuoi occhi sul nostro lavoro, sulle nostre fatiche di ogni giorno,guardaci, siamo gli artisti, i tuoi artisti. Siamo pittori, scultori, musicisti, attori, poeti, danzatori, siamo i tuoi piccoli che amano vivere sulle ali della poesia per poterti stare più vicino, e per aiutare i fratelli a guardare più in alto nel tuo cielo e più in profondità, nel loro cuore. Perdonaci se siamo fragili e incostanti, ma siano uomini, donaci la tua forza, quella che scopriamo nella tua Parola, quella che sentiamo nella tua grazia, quella che riceviamo dalla tua Eucaristia, da quel pane spezzato che è comunione, fraternità e gioia. Ti preghiamo per noi, per tutti gli artisti, per il mondo distratto, fa’ che possiamo aiutare tutti gli uomini a scoprire qualcosa di Te, attraverso la nostra arte. La nostra vita sia un canto di lode alla tua bellezza e le nostre opere i raggi luminosi che illuminano le strade degli uomini. Donaci il tuo perdono e la tua benevolenza, donaci il tuo Spirito di sapienza e di bellezza, ispiraci con il tuo amore e la tua grazia, e donaci ali stupende affinché con l’arte ci innalziamo fino a te. Te lo chiediamo per Gesù Cristo, Signore e fratello nostro.
Amen


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https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/preghiere/preghiera-degli-artisti-41190


lunedì 20 aprile 2020

SEI TESI PER L'ARTE CRISTIANA, di Crispino Valenziano


SEI TESI PER L'ARTE CRISTIANA

di Crispino Valenziano



Indice

  • Introduzione
  • I cristiani hanno fatto arte sin dalle loro origini
  • 1. L'arte liturgica
    • 2.1. Tesi prima
    • 2.2. Tesi seconda
    • 2.3. Tesi terza
  • 3. Verso l'arte cristiana
    • 3.1. Tesi quarta
    • 3.2. Tesi quinta
  • 4. Pregnanza conseguenziale dell'arte cristiana e dell'arte
    • 4.1. Tesi sesta
  • Note al testo

 

Introduzione

La nostra tradizione teologica recente non si è interessata più di tanto al fenomeno della creazione artistica. Eppure nell'esperienza umana essa rappresenta il momento della contemplazione e della fuoriuscita dell'uomo verso l'infinito attraverso la stessa finitezza della sua opera. Inoltre la enorme mole della testimonianza iconografica resa dalla tradizione cristiana alla fede come potrebbe non attrarre l'interesse della riflessione teologica? Infine la liturgia stessa è un'opera d'arte come costruzione incessante di simboli materializzati negli atteggiamenti delle persone, nei loro gesti, nelle parole, negli spazi in cui la comunità si raduna, negli oggetti di cui si serve, nell'atmosfera in cui essa si svolge. Dentro questo grande complesso simbolico poi, da sempre, hanno trovato posto le arti della pittura, della scultura, dell'architettura, della poesia, della danza e della musica. «Vivens homo» si propone di orientare l'attenzione dei teologi verso questo vasto ed affascinante campo di indagine. Ne rendono testimonianza alcuni articoli già pubblicati e l'ultimo numero interamente dedicato allo studio del complesso pittorico che adorna l'intradosso della cupola del Brunelleschi a Firenze. È quindi con interesse che la nostra rivista accoglie questa sorta di manifesto sull'arte cristiana, che Crispino Valenziano sta diffondendo e sul quale sarebbe utile che si aprisse un dibattito che coinvolgesse gli studiosi di estetica, di teologia e di storia dell'arte.
Severino Dianich

I cristiani hanno fatto arte sin dalle loro origini

Con arte essi si sono costantemente rappresentata la verità che professano e la bontà delle cose che vivono. Dall'origine a tutt'oggi in qualsiasi luogo e presso qualsiasi cultura si sono ripresentato in bellezza il messaggio che attingono dalle Scritture con rivelazione di raffinata estetica, in bellezza hanno approfondito e riflesso l'esperienza dei misteri e degli eventi salvifici con cui si è sviluppata la loro storia, in bellezza hanno celebrato Dio nei loro due millenni.
Essi hanno costantemente parlato con ogni espressione d'arte. In tutta la terra dove si sono diffusi hanno elaborato architettura d'ogni forma, scultura e pittura con ogni materia, musica e canto d'ogni ispirazione, opere e prodotti d'ogni stile e tecnica, offerti alle percezioni della sensibilità, ascolto visione e ogni altra percezione sensibile dell'uomo.
Costantemente hanno usato la comunicazione in bellezza. Essi hanno compreso che nella bellezza l'uomo comunica più e meglio, nella bellezza ripone e ritrova integralmente la propria umanità; hanno compreso che il loro Signore si celebra e si predica in bellezza più e meglio di qualsiasi altra comunicazione, e che si mentisce di lui dove di lui e della sua opera non si proclama la bellezza - così come quando non se ne proclama la bontà o la verità, né più né meno. Per la cristianità la via della bellezza è non tanto scelta di comodo quanto aderenza di necessità. Perciò il linguaggio con arte e nella bellezza è costante culturale che i cristiani privilegiano.
Le tesi seguenti procedono a spirale, l'una su l'altra l'una intorno a l'altra, per derivazioni storico-sistematiche dal fenomeno. La fenomenologia di una tale costante culturale provoca a recepire e a rilanciare l'accumulo di pensiero sull'arte che gli stessi cristiani hanno realizzato in due millenni, non meno prezioso dei capolavori con i quali ve l'hanno realizzata. Pertanto esse si propongono quasi un «manifesto» che se è di «tesi» per quanto s'appoggia a chi ad esso qui le espone (documentandole con i nostri scritti su estetica cristiana e arte per la liturgia[1]) è però statutario per quanto riferisce di preziosa tradizione debitamente accreditata (e sufficientemente indicata negli scritti citati).
Derivazioni che saggiano l'arte liturgica risalendo verso l'arte cristiana e concludono alla pregnanza conseguenziale dell'arte cristiana e dell'arte liturgica; tesi che dedichiamo all'Esamerone di Dio, creativo dal caos al Cosmos.

1. L'arte liturgica

2.1. Tesi prima

La trascendenza dell'arte liturgica è sacralità altra dalla trascendenza dell'arte in sé e per sé.
«Arte sacra» è ripetizione acritica di un luogo comune da dismettere senza rimpianti perché doppiamente equivoca nella sua accezione usuale - di equivocità che fuorvia sino a rischiare assaggi venefici di nuova gnosi -. Equivoca perché assume il sacro come una specie e non come un genere dalle molteplici specie ad esempio, «sacro» nella categorizzazione dei cristiani orientali o della Costituzione del Vaticano II sulla Liturgia non è la sacralità della vita o della morte, di un giuramento o di un avvenimento; è, invece, il «sacro/santo», quella specie di sacro che coinvolge direttamente ed esplicitamente l'aura di un interpersonale teandrico, cioè del «santo» in senso proprio. L'usuale «arte sacra» è, dunque, ripetizione equivoca onticamente. Ed equivoca perché non avverte i transfert di senso accaduti nel nostro secolo da quando «il sacro» è stato trasferito nelle attrazioni di analitica delle religioni: sacro nella dizione degli occidentali tra le due grandi guerre e oltre sino a noi, non è la sacralità di Dio che interviene personalmente nella storia cioè del Dio di Abramo d'Isacco di Giacobbe, del Dio di Gesù Cristo; è, ad esempio, il numinoso dalle turbanti caratteristiche, questa sorta di denominatore che accomuna tutti gli atteggiamenti religiosi sopra un preteso minimo comune multiplo. L'usuale «arte sacra» è, dunque, ripetizione equivoca semanticamente.
L'arte in tanto che è arte ha una sua sacralità. Cioè, si situa in una sua trascendenza che la mette a parte dalla strumentalità amorfa facendone un fine a suo modo in sé. È qualità dell'arte non contestata da nessuno. Né il fatto che la sua formatività la rende bene culturale ne intacca cotesta sacralità, poiché l'arte è affermazione perentoria delle trascendenze che «mettono a parte» in un modo o nell'altro e su di cui, anche su di esse, singoli e società impiantano normalmente le loro culture. Ma l'arte liturgica non si identifica qualificandosi per la trascendenza artistica, che pure le compete, bensì per la sua trascendenza di liturgia; la quale è trascendenza di santità. Cioè, l'arte liturgica si mette a parte dalla strumentalità amorfa in forza del suo coinvolgimento diretto ed esplicito nell'aura dell'interpersonale teandrico che è l'economia attuata dalla Santa Trinità nella pienezza dei tempi; è così che essa è formata fine in sé, centro-quasi-personale, appunto, opera d'arte. Né il fatto che la sua peculiare formatività la rende bene culturale ecclesiale ne intacca cotesta situazione identificante, poiché l'arte liturgica è affermazione perentoria del fatto che i cristiani e la Chiesa impiantano di norma la loro cultura-intercultura su trascendenza che «mette a parte» in modo strettamente caratteristico.
Tesi cristologica. Referente è il Verbo Dio che ha circoscritto la sua divinità nell'ambito della sensibilità umana; referente dello statuto d'interpersonalità teandrica nello spazio-tempo mondano e referente dello statuto di trascendenza iconica dell'opera d'arte liturgica. Sono occorsi otto secoli dalle origini affinché i cristiani e la Chiesa, faticosamente, se ne coscientizzassero con puntualità; eppure, per vicende a volte tragiche a volte banali, è coscientizzazione su di cui è tutt'ora il caso d'insistere nel recepirla e nel rilanciarla.

2.2. Tesi seconda

Canone unico dell'arte liturgica è la corrispondenza agiografica nella memoria ecclesiale.
Il concilio ecumenico VII, Niceno II (787), segna la soglia critica dell'approfondimento e della riflessione, delle vicende e delle coscientizzazioni nell'accumulo bimillenario di pensiero e d'opere. Ed è proprio il Niceno II che ha stabilito il canone insospettatamente unico dell'arte liturgica. Le varie rivendicazioni d'autonomia dell'arte e degli artisti, o le malcapitate vessazioni di committenti e consulenti non a sufficienza provveduti farebbero supporre a torto un diluvio di norme e strettoie; la norma è unica e unico ne è il contesto.
A Nicea la norma è stata formulata mediante il versetto 9 del salmo 47: «Come (sicut) avevamo udito, così (sic) abbiamo visto, nella (in) città del nostro Dio»; con la distintiva equazione tra Parola di Dio - «udito» dell'uomo/Icone di Dio - «vista» dell'uomo (ciò si fonda sulla cristologia e ne promana); equazione, tra parlare di Dio - ascoltare dell'uomo/epifania di Dio - contemplazione dell'uomo, artefacta non in un qualche pur geniale artificio immaginativo ma nella «città» che è la Chiesa (e ciò si fonda sulla ecclesiologia e ne promana).
La formulazione unica, poi, è stata contestualizzata, di nuovo, biblicamente: trasportando l'artista liturgico nella situazione dello scrittore ispirato, l'«agiografo»; un artefice che intenda operare per la liturgia non può che artisticamente dipingere scolpire architettare musicare inventare, parlare mostrare celebrare, il messaggio e la salvezza del nostro Dio nella sua città, egli deve attenersi al canone unico non per essere artista e operare da artista ma per essere agiografo e operare liturgicamente, poiché la frequentazione liturgica è ascolto-visione dell'inaudito-invisibile che Dio stesso dice e mostra al popolo suo. E l'artista liturgico opera per fare udire l'invisibile e vedere l'inaudito che Dio stesso dice e mostra al popolo suo.
Così, arte liturgica per eccellenza è Biblia pauperum: non Scrittura tracciata per chi non sa leggere (come superficialmente si suole ripetere) una sorta di catechismo didatticamente illustrato, ma la Scrittura ritracciata celebrativamente (la catechesi è ridondanza seconda dalla sua magnificenza artistica) la Scrittura trascritta nella sua tipologia di Antico Testamento che si chiarifica nel Nuovo, e di Nuova Alleanza che traspare nell'antica, cioè trascrizione biblica davanti a cui tutti si è illetterati e per cui il ministero degli agiografi fu dato e continua ad esser dato al popolo di Dio. L'artista liturgico profetizza omileticamente. Egli specula nella memoria ecclesiale che ascolta il passato e guarda al futuro della storia continua di salvezza.
Tesi ecclesiologica. Referente è la memoria del suo Sposo che la Chiesa coltiva nella santità, nella trascendenza immanente di lui a lei. Fu acquisizione, secondo il modulo acquisitivo anti ereticale del primo millennio cristiano, germinata nell'anti iconoclasmo; ed è germe sempre rifiorente e rifruttificante per mentalità rinnovata e opere inedite.

2.3. Tesi terza

L'arte liturgica è demiurgia sacramentale ed escatologia rivelativa.
L'arte è demiurgia ed è escatologia in sé e per sé; non foss'altro, perché l'arte-fatto in un modo o l'altro riforma sempre e dovunque lo spazio-tempo e i suoi abitatori. Però l'arte liturgica è demiurgia ed escatologia che riformano in modo sacramentale e in modo rivelativo, cioè mediante la simbolizzazione attualizzatrice del rapporto di santità, del rapporto tra la trascendenza del nostro Dio-Trinità e la sua immanenza teandrica in unione sponsale e sino alla ricapitolazione finale nel Cristo totale.
È l'admirabile commercium che ci è stato manifestato, di specchio faccia a specchio: Dio creatore iconizza l'uomo ad immagine e somiglianza di sé Vivente, Dio salvatore iconizza sé ad immagine e somiglianza dell'uomo mortale, Dio santificatore iconizza l'uomo ad immagine e somiglianza del Primogenito Dio Uomo incarnato e risorto per opera dello Spirito Santo Dio Vivificante.
L'arte liturgica è la paradossale enarrazione estetica di questa ineffabilità e di questa apocalisse. Il paradosso di fare l'ineffabile, di dire l'indicibile, non si pone come impresa luciferina se, da agiografo sapiente del mistero e della sua gloria epifanica, l'artista liturgico lavora simbolicamente anche in senso tecnico semiologico. Il simbolo si addice all'artista liturgico; sia perché linguisticamente sintonico con la efficace simbolizzazione sacramentale e rivelativa propria dell'universo liturgico, sia perché anticamente adeguato alla trascrizione del mistero e della sua gloria epifanica come più e meglio al finito non è dato riguardo all'infinito.
Per l'artista liturgico il simbolo non è quindi un optional. Diciamo il «simbolo», cioè la relazione realmente connettiva del significante colore narrativo alla significata luce inenarrabile; non una qualche relazione allegorica che attinge una qualche significanza mediante semplici agganci intellettuali, senza stabilire connessioni linguistiche di antica globalità antropologica e teologica. Le allegorie, di qualsiasi consistenza, quelle sono optional; optional, anzi, che a volte (troppe volte!) non si addice all'artista liturgico, omileta-profeta della luce, e suscita reazioni logiche o inconsulte.
Tesi liturgica. Referente è luce - teologia cristiana della bellezza simbolizzazione sacramentale e rivelativa, matrice e conclusione; l'universo di grammatica e sintassi della vita cristiana nel suo culmine e fonte. Garantirsene la semantica del senso estetico è permanente condizione che determina l'autenticità e la riuscita dell'arte liturgica.

3. Verso l'arte cristiana

3.1. Tesi quarta

La santità dell'arte liturgica è l'emblematica dell'arte cristiana.
L'arte liturgica non è arte ancillarmente cultuale (la sua funzionalità al culto è la prima ridondanza della sua magnificenza propria); è poietica cultuale strutturalmente, elaborata per la liturgia, cioè avendo la liturgia a motivazione causativa formale e materiale, efficiente e finale. È in sé e per sé arte «celebrativa», cioè «frequentativa» nella vita cristiana; arte, quindi, tanto liturgicamente cultuale quanto culturalmente cristiana.
Ma non ogni opera d'arte cristiana è opera d'arte liturgica. L'opera d'arte liturgica è questa specie canonica, la specie direttamente ed esplicitamente elaborata sull'unico suo canone - il sicut/sic/in della corrispondenza stabilita nella divina economia per l'adeguazione dell'interpersonalità teandrica - è specie di quel genere che è l'arte cristiana: dell'arte che si pone con motivazione causativa di cristianità oggettualmente in ogni livello d'oggettualità; e tuttavia non con motivazione causativa di cristianità anche soggettualmente in ogni livello dell'interpersonale. Genere d'arte altro è poi l'arte religiosa, che si pone con motivazioni pure oggettualmente ridotte, o addirittura nulle, di cristianità; genere altro di cui ci occupiamo limitatamente agli eventuali residui cristiani comunque sedimentati o a volte purtroppo anche smentiti in opere, appunto, genericisticamente religiose.
Così, la qualificazione di santità, la qualificazione del «mettere a parte» in forza del suo coinvolgimento diretto ed esplicito nell'aura dell'interpersonale teandrica che è l'economia della Santa Trinità nella pienezza dei tempi, nel Verbo fatto carne e per l'opera dello Spirito, la simbolizzazione sponsale di trascendenza e immanenza dell'arte liturgica, costituisce l'emblematica eminente dell'arte cristiana.
L'una non sta all'altra in gradualità ascensiva, ma l'arte liturgica sta all'arte cristiana in informatività discensiva: ogni opera d'arte cristiana respira della sovraeminente arte liturgica come ogni spiritualità cristiana vive nel flusso radicale della sovraeminente spiritualità liturgica. Lì è allora il medesimo Spirito di santità Santo e Santificatore che influisce sintatticamente o asintatticamente, quando vuole e dove vuole, sulle grammatiche e sulle semantiche d'ogni artista che entri nel circolo della proclamazione e della realizzazione cristiana.
Tesi pneumatologica. Referente è la poietica «spirituale» della stessa vita cristiana, che non si esaurisce nell'azione liturgica anche se ha nella liturgia il suo culmine e fonte. Si tratta di maturazioni innescate da tutte e quattro le Costituzioni del concilio Vaticano II sulla Liturgia sulla Parola di Dio sulla Chiesa e sulla Chiesa nel Mondo; provocate dalla loro interazione che, tra l'altro, denuncia le insufficienze del capitolo VII (e VI) della Sacrosanctum concilium su «L'arte sacra» (e «La musica sacra») Costituzione che precedette la Lumen gentium, la Dei Verbum, la Gaudium et spes, e ne rimase datata.

3.2. Tesi quinta

La naturalità nell'arte cristiana è qualità altra dalla naturalità nell'arte in sé e per sé.
Le non-ricezioni nell'età carolingia e oltre della dottrina conciliare del Niceno II hanno gravato sul pensiero e sulle opere d'arte del mondo cristiano il perire della connivenza sinergica d'Oriente e Occidente. L'Oriente ne ha rischiato l'atrofia della riuscita e l'Occidente il fallimento dell'autenticità - malgrado i capolavori eccelsi e innumerevoli sia orientali sia occidentali -.
L'Oriente però ha raffinato una simbolizzazione teologica, una teologia della luce, che è modello estetico cristiano inarrivato, né rileva soltanto dalla sua cultura e dalla sua peculiare spiritualità ma è modello poietico per la cristianità in assoluto; mentre l'Occidente ha costatato che ogni stile, ogni tecnica e ogni ispirazione d'arte può, dunque deve, proclamare e celebrare in Gesù Cristo per lo Spirito Santo le meraviglie di Dio.
La connivenza sinergica eclissata nel secondo millennio ritorna certamente ad attivarsi nel terzo millennio dell'era cristiana. L'apporto della cultura occidentale nelle sue diverse componenti è domani la sperimentazione antropologica della naturalità. L'Occidente ha sperimentato, di seguito all'umanesimo rinascimentale, sia l'orizzontalismo della naturalità desacralizzatore più o meno parmenideo o kantiano, sia il protezionismo della naturalità sacralizzatore più o meno platonico o cusaniano, sia la progrediente dinamica della naturalità visore più o meno medievale o contemporaneo. Quale che sia la naturalità nell'arte in sé e per sé, essa vi rimane statica relativamente al nostro assunto; ma nell'arte cristiana autentica e riuscita essa può, deve, essere rappresentazione espressione comunicazione di uno status che nello spazio-tempo è mobile della mobilità influitagli dalla Sopranatura graziosa e provvidente: trasfigurazione progressiva della creazione dinamica dall'«in principio» all'eschaton.
Dio iconizza l'uomo ma da parte sua l'uomo iconizza Dio in se stesso e nella propria opera, dalla verità con bontà in bellezza. L'arte cristiana conosce e partecipa il gemito e la sofferenza delle doglie del parto che scuote la natura spettacolare intorno a noi e la nostra propria natura in noi, così come ne conosce e partecipa l'entrata nella libertà della gloria dei figli di Dio. In altri termini, la demiurgia sacramentale e l'escatologia rivelativa dell'arte liturgica toccano oggettualmente tutte le forme dell'arte cristiana; e come in informatività discensiva esse delineano l'orizzonte onnicomprensivo d'ogni forma d'arte cristiana, perché la natura spettacolare e umana stanno oramai nell'ascissa e nella coordinata del tempo e dello spazio tra la Pasqua e la Parusia, così in connivenza ascensiva l'impazienza della naturalità può, deve, iconizzarsi sin nell'arte liturgica in connaturalità con noi che possediamo già le primizie dello Spirito eppure non ancora la redenzione del nostro corpo.
Per l'arte cristiana il dramma-speranza esistenziale antropologico e cosmologico è oggi l'apporto della cultura cristiana occidentale tutta alla connivenza sinergica con la cultura cristiana orientale. La teologia dell'icone e dell'iconismo essa stessa si trasfigura verso una teologia di eucaristia totale che ripropone l'icone - celebrazione di «agiografia» - come celebrazione di una «eucaristia».
Tesi ecumenica. Referente è il criterio antropologico e teologico correttivo/integrativo per cui, dopo due millenni di cristianità, a nessuna professione cristiana mancano i titoli per donare e ricevere alle altre e dalle altre professioni cristiane le prospettive che, provvidenzialmente sinanche nel limite delle diaboliche scissioni tra di loro, il Dono grazioso e munificentissimo ha suscitato e incrementato; per l'edificazione simbolica del corpo ecclesiale in intero. Perché non decidersi ad accogliere liberamente gli uni gli altri tutto ciò che in nulla si oppone alle nostre fedeltà? È nell'ambito dell'eucaristia totale che l'ecumene cristiana si ritroverà; l'arte ecclesiale ne profetizzi l'iconismo come eucharistein.

4. Pregnanza conseguenziale dell'arte cristiana e dell'arte

4.1. Tesi sesta

L'identità dell'arte cristiana e dell'arte liturgica qualifica le azioni e le contemplazioni circa le opere, globalmente e assolutamente.
La qualificazione che da nome proprio all'arte ecclesiale ha valenza per la codificazione delle opere e valenza per le loro decodificazioni. La produzione delle nuove opere non è cosa da aspettarsi mancando d'intervenire opportunamente. Senza considerare le difficoltà insite nella situazione attuale di diverse arti in sé e per sé, architettura, arti figurative o musicali, e altre, bisogna ricordare che la crisi dell'arte propriamente ecclesiale, trattenuta entro certi limiti lungo vari secoli dopo i molti secoli potentemente creativi, adesso esplode perché si è esaurito il labile immaginario di riserva che prima produsse imitazioni e poi finì addirittura in contraffazioni.
Non avviando né introducendo gli artisti nello splendore cristiano e nella sua sapienza non si risusciterà la grande arte ecclesiale. E, non pertanto, il sostegno parallelo di una valida consulenza rimarrà insostituibile. Ai committenti, ai consulenti, agli operatori c'è da additare il gusto della bellezza degli eventi cristiani. Promozione da rivolgere pure all'interezza della comunità che, se non tutti operatori né tutti consulenti né tutti committenti, sono tutti fruitori di opere dalle proprietà culturali irrepetibili e non intercambiabili. Né si commetta l'errore di trincerarsi dietro l'imputazione d'incompatibilità dell'arte moderna con l'arte cristiana o con l'arte liturgica: sono comparazioni insensate. L'arte «demoniaca» moderna è più simpatia con un daimon che associazione al diabolos, e la «simbolicità» dell'arte moderna, pur anonima, è ricerca affannosa d'uno spirituale che l'arte liturgica e l'arte cristiana sono in grado di denominare pacificamente.
La fruizione e la conservazione, il restauro e l'adattamento, urgono anch'essi problemi caratteristici. Infatti le opere dell'arte ecclesiale sono fruibili soltanto in parte da chi prescinde dalla loro fruizione liturgica ed evangelizzatrice mutilandoli della cultura che le produce e che a loro volta esse producono - è parzialità ovvero nullità? Le interpretazioni senza rigore e completezza, estemporanee e per luoghi comuni, offerte da guide, da critici, da storici, da apologetisti da irenisti, estranee alla cristianità specificamente costitutiva di esse opere, sono deleteri allontanamenti dagli approcci reali, tradimenti e svalutazioni tanto quanto lo sono le fruizioni selvagge e gli usi distorti di qualsiasi opera d'arte.
Occorrono trasmissioni mediante pubblicazioni davvero specializzate, scientifiche o divulgative analogamente; programmi davvero mirati, visivi o multimediali ugualmente. Leggere e far leggere l'opera d'arte ecclesiale è arte ecclesiale essa stessa, da apprendere pazientemente comprendendo le referenze tutte del messaggio cristiano. Occorre un quadro referenziale del "turismo religioso" (come lo chiamano) che non privi di niente nessuno ma perciò stesso non smentisca la identità dell'arte ecclesiale agli occhi di nessuno. Musei "diffusi" (come li dicono) che non recludano le opere in spazi specializzati se non come ultima ratio ma apprestino tutti gli accorgimenti museali alle opere dove stanno nativamente e, nel caso estremo del museo-raccolta, a qualsiasi costo custodiscano al meglio l'identità liturgica ed evangelizzatrice d'ognuno dei beni.
Musei dell'opera (antica invenzione ecclesiastica) che mantengano le opere d'arte mobili in simbiosi con l'opera d'arte monumentale e siano costatabilmente tutt'uno con essa (analogamente al tesoro d'una chiesa che ne custodisce gli argenti e i parati senza pertanto separarne il vissuto in reciprocità). Carte del restauro specifiche, cioè valutative delle istanze che una qualsiasi opera d'arte pretende ma non ne subisca le eventuali ideologie e le equilibri con le istanze che questa precisa opera d'arte pretende qui ora nel suo vissuto specifico; la formula stereotipa dalle pretese risoluzioni magiche, «restauro conservativo», lontana da ogni declinazione aspettuale, deve e può coniugarsi scientificamente con le esigenze di un «restauro critico». Carte dell'adattamento (altra cosa dalle carte del restauro) che impediscano di stravolgere le opere esistenti ma impediscano anche d'interromperne il ciclo vitale, e si preoccupino di fornire criteri di base solidi e accertati.
Un radicale mutamento nella civilizzazione e nella ominizzazione che, per coincidenza di molteplici circostanze attualmente si trovano in fase dinamica molto accelerata, è il passaggio dal concetto di «patrimonio storico-artistico» al concetto di «complesso dei beni culturali». Si passa dall'avere all'essere; dall'idea di un possedimento ereditario all'idea di una «totalità intrecciata», cum/plexum, quasi circumsessione di tutti i prodotti-produttori di cultura. È mutamento avvenuto sotto l'urto di parecchi stimoli tra loro collegati: la coscientizzazione dell'appartenenza universale dei prodotti umani d'interesse; il superamento dell'idea più o meno idealistica della storia; l'allargamento di visuale dall'arte all'intero giro dei prodotti d'ingegno; l'avvertenza del prodotto dell'uomo in quanto coinvolgimento globale di lui e della sua società; la percezione dei prodotti culturali in quanto culturazione in esercizio; l'elencazione aperta dei tipi di prodotti culturali...: un giro tanto ampio quanto è largo il giro disegnato in forza dell'accezione antropologica di cultura che ne ha sostituito l'accezione soltanto intellettiva (dalla coltivazione del rationalis nell'uomo alla coltivazione dell'uomo faber e sapiens e ludens e religiosus, qualificato da qualsiasi aggettivazione desunta dalle costanti antropologiche).
Tale mutamento tocca problemi acuti circa la generalità e la specificità dei beni culturali che ne sono tutti oggetto, dai prodotti usuali ai prodotti geniali; e circa l'uomo-soggetto delle loro strutture e delle loro funzioni. Le conseguenze di una rivoluzione culturale quale è pertanto quella in corso non sono facilmente prevedibili. Ma anche perciò bisogna non sorvolare la previsione che esse avranno forza dirompente. Né a caso oggi assumiamo i beni culturali quali «luogo teologico». In cotesto mutamento i beni culturali ecclesiali risultano meglio valutabili e maggiormente valorizzabili. Infatti, essendo prodotti di cultura che tocca trasversalmente tutte (almeno potenzialmente) le culture e spesso le individua, essi coinvolgono tutte le realizzazioni di umanità e di civiltà. E la felice concordanza della dinamica ecclesiale con le dinamiche culturative generali è evidenziata dalle avvertenze antropologiche che la pastorale della Chiesa percepisce come dalle sensibilità che la celebrazione liturgica ingloba. Cosa previa è che non ci si limiti a usare i beni culturali strumentalizzandoli, ma ci si addentri a penetrarli nella loro dinamica culturativa intrinseca; e che la liturgia persegua i beni culturali del suo ambito (che sono la parte emblematica dei beni culturali ecclesiali) sia quelli che ha ricevuto dal passato sia quelli che continua a produrre con la consapevolezza piena della loro identità precisa. Coscienti che non tutti i beni culturali sono opere d'arte ma tutte le opere d'arte sono beni culturali e sono il massimo e l'ottimo dei beni culturali.
Va emergendo un po' da per tutto nel mondo, indotta anche dalla politica nazionale e internazionale circa i beni culturali, una gestione dei medesimi sempre più sicura della propria capacità nelle diverse fasi dalla produzione alla fruizione delle opere. Ciò suggerisce alle amministrazioni dei beni culturali della Chiesa, da un lato, di ipotizzare gestioni manageriali, secondo le esigenze situazionali il più possibile autosufficienti nell'ambito delle comunità (singole o raggruppate secondo le opportunità), gestioni solidali verso le Chiese meno autonome, gestioni non deresponsabilizzanti né i privati né gli enti di qualunque livello dalla partecipazione al ruolo e al significato della cultura, dell'arte e della bellezza. Suggerisce, d'altro canto, di non assimilare la gestione, specialmente delle opere d'arte ecclesiale, a una qualsiasi impresa con fini di lucro, poiché esse sono prodotto come della bellezza percepita dai fedeli così della loro generosità all'interno della Chiesa che essi popolano e verso il mondo che essi abitano. La Chiesa è stata e rimane la grande mecenate nel mondo, e lo è stata e rimane specialmente perché ha colto il senso dell'impareggiabile ministero della bellezza.
Tesi pastorale. Referente è il senso di responsabilità circa tutti e singoli i valori teologici e antropologici (noi abbiamo soltanto esemplificato!). Impegno è l'identificarcisi, il goderli, cotesti valori; che è diritto riconosciuto e dovere riconoscibile d'ogni uomo in questo mondo. L'irrinunciabile è lo sviluppo da infondere alla teologia cristiana della bellezza.
18 novembre - 7 dicembre 1995
XXX anniversario delle Costituzioni conciliari Dei Verbum e Gaudium et spes
Crispino Valenziano

Note al testo

[1] Michelangelo. Il Duca e la chiesa nelle Terme Diocleziane. Il Ms. vat. lat. 8735. Introduzione di M. Nédoncelle, Palermo 1976.
Immagine, cultura, liturgia, «Concilium» 16 (1980) 2, 144-156.
Ambone e candelabro. Iconografia e iconologia, in Aa. Vv., Gli spazi della celebrazione rituale, Milano 1984, 163-220.
Il chiostro giardino biblico-liturgico, «Ecclesia Orans» 1 (1984) 175-192.
Oggi davanti ai segni liturgici, «Notitiae» 21 (1985) 273-285.
Via Pulchritudinis. Teologia sponsale del Beato Angelico, Roma 1988.
Iconologia dei mosaici «bizantini» di Sicilia. Un caso di «adattamento» iconografico dello spazio liturgico, in Aa. Vv., Liturgia e adattamento. Dimensioni culturali e teologico-pastorali, Roma 1990, 85-95.
Esamerone. Presentazione di L. Russo, Palermo 1990.
Mimesis-Anamnesis spazio temporale per il triduo pasquale, in Aa. Vv., La celebrazione del triduo pasquale, Roma 1990, 1354.
Paschalis Verbi Forma Pulchritudinis. Evangeliario delle Chiese d’Italia: Le icone. Prefazione di A. Nocent, Palermo 1990.
L’altare del duomo di Cefalù, Palermo 1991.
«Vedere la Parola». Liturgia e ineffabile, «Ecclesia Orans» 9 (1992) 2, 121-140.
Celebrazione rituale e spazio sacro, in Aa. Vv., Uno spazio sacro del dopo Concilio, Paterno 1992, 16-20.
L’evangeliario delle Chiese d’Italia, «Notitiae» 28 (1992) 357-364.
Di caos e di cosmos. Lettera ad Amica teosofa, in M. Canzoneri, Argento, Catania 1993, 59-87.
Riflessi antropologici della iconografia e della iconologia teologica, «Ecclesia Orans» 10 (1993) 1, 79-103.
Icone e celebrazione dei misteri, in Aa. Vv., La dimora di Dio tra gli uomini. Tempio e assemblea, Roma 1993, 94-118.
L’anello della Sposa. La celebrazione eucaristica, Prefazione di E. Bianchi, Magnano 1993.
L’ambone del duomo di Pisa. Lettura teologico-liturgica, Milano 1993.
Eco antropologica della musica liturgica, «Ecclesia Orans» 11 (1994) 1, 9-23.
Cerei gratiam predicemus qui illuminatur Spiritu Sancto, in G. Barracane (ed.), Gli Exultet di Bari, Bari 1994, 7-48.
Della trascendenza e dell’incanto, in D. Eccher (ed.), L’incanto e la trascendenza, Milano 1994, 42-45.
Di’ esoptrou en ainigmati. Dalla iconografia del Dio di Abramo e d’Isacco alla iconologia del Dio di Gesù Cristo, «Rivista Liturgica» 82 (1995) 143-172.
Architetti di chiese. Prefazione di F. Marchisano, Postfazione di P. Culotta, Palermo 1995.


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Fonte: www.gliscritti.it/blog/entry/1801
Scritto da Redazione de Gliscritti: 24 /01 /2013
Riprendiamo dalla rivista Vivens homo 7/2, 1996, 369-380, un articolo di Crispino Valenziano. Il passaggio dal testo stampato alla sua versione informatica è stato curato da Maria D’Amico.
Il Centro culturale Gli scritti (24/1/2013)

giovedì 16 aprile 2020

LA FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA


LA FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA
II Domenica di Pasqua della Divina Misericordia

 


La Festa della Divina Misericordia occupa il posto più importante tra tutte le forme di devozione alla Divina Misericordia che sono state rivelate a Santa Faustina. Per la prima volta Gesù le ha parlato dell’istituzione di questa festa a Plock nel 1931, quando le trasmise la sua volontà riguardo all’immagine:
« Io desidero che vi sia una festa della Misericordia: voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia »
(Diario, p. 75).
La scelta della prima domenica dopo Pasqua come festa della misericordia ha un suo profondo significato teologico, che indica un forte legame tra il mistero pasquale della Redenzione e il mistero della Divina Misericordia. Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla Novena alla Divina Misericordia, che precede la festa e inizia il Venerdì Santo e durante la quale si recita la Coroncina. La festa non è soltanto un giorno di particolare adorazione di Dio nel mistero della misericordia, ma è un tempo di grazia per tutti gli uomini.
« Desidero – ha detto Gesù – che la festa della Misericordia sia di riparo e rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori »
(Diario, p. 440).
« Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione. Concedo loro l’ultima tavola di salvezza, cioè la festa della Mia Misericordia. Se non adoreranno la Mia Misericordia, periranno per sempre »
(Diario, p. 561)
L’importanza di questa festa si misura con le straordinarie promesse che Gesù ha legato ad essa.
« In quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita – ha detto Cristo – questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene »
(Diario, p. 235)
« In quel giorno sono aperte le viscere della Mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia. (…) Nessun’anima abbia paura di accostarsi a me, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto »
(Diario, p. 441)
Per ottenere questi grandi doni bisogna adempiere alle condizioni del Culto alla Divina Misericordia (fiducia nella bontà di Dio e carità attiva verso il prossimo), essere in stato di grazia (dopo la confessione) e ricevere degnamente la santa Comunione.
« Nessun’anima troverà giustificazione finché non si rivolgerà con fiducia alla Mia Misericordia e perciò la prima domenica dopo Pasqua deve essere la festa della Misericordia ed i sacerdoti in quel giorno debbono parlare alle anime della Mia grande ed insondabile Misericordia »
(Diario, p.378).


La Domenica della Divina Misericordia è stata istituita dal Servo di Dio il Papa Giovanni Paolo II il 30 Aprile del 2000 durante le Solenne Celebrazione Eucaristica in occasione della Canonizzazione della Beata Suor Maria Faustina Kowalska. Successivamente la Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti ha emanato il Decreto di istituzione il 5 Maggio 2000 che qui riportiamo.


CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI DECRETO
Pietà e tenerezza è il Signore (Sal 111, 4), il quale per il grande amore con il quale ci ha amati (Ef 2,4), ci ha donato con indicibile bontà il suo unico Figlio, nostro Redentore, affinché attraverso la sua morte e risurrezione aprisse al genere umano le porte della vita eterna, e affinché, accogliendo la sua misericordia dentro il suo tempio, i figli dell’adozione esaltassero la sua gloria fino ai confini della terra. Ai nostri giorni i fedeli di molte regioni della terra, nel culto divino e soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale, nel quale l’amore di Dio verso tutti gli uomini risplende in massima misura, desiderano esaltare quella misericordia.
Accogliendo tali desideri, il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha benignamente disposto che nel Messale Romano d’ora innanzi al titolo della II Domenica di Pasqua sia aggiunta la dizione «o della Divina Misericordia», prescrivendo anche che, per quanto concerne la celebrazione liturgica della stessa Domenica, siano da adoperare sempre i testi che per quel giorno si trovano nello stesso Messale e nella Liturgia delle Ore di Rito Romano. La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti rende ora note queste norme del Sommo Pontefice affinché esse vengano condotte a compimento. Nonostante qualsiasi norma in contrario.
Dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il 5 Maggio 2000.
Jorge A. Card. Medina Estévez Prefetto e Francesco Pio Tamburrino Arcivescovo Segretario


INDULGENZA PLENARIA

Si annettono Indulgenze ad atti di culto compiuti in onore della Divina Misericordia «La tua misericordia, o Dio, non conosce limiti e infinito è il tesoro della tua bontà...» (Orazione dopo l’Inno «Te Deum») e «O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono...» (Orazione della Domenica XXVI del Tempo Ordinario), umilmente e fedelmente canta la Santa Madre Chiesa. Infatti l’immensa condiscendenza di Dio, sia verso il genere umano nel suo insieme sia verso ogni singolo uomo, splende in modo speciale quando dallo stesso Dio onnipotente sono rimessi peccati e difetti morali e i colpevoli sono paternamente riammessi alla sua amicizia, che meritatamente avevano perduta. I fedeli con intimo affetto dell’animo sono da ciò attratti a commemorare i misteri del perdono divino ed a celebrarli piamente, e comprendono chiaramente la somma convenienza, anzi la doverosità che il Popolo di Dio lodi con particolari formule di preghiera la Divina Misericordia e, al tempo stesso, adempiute con animo grato le opere richieste e soddisfatte le dovute condizioni, ottenga vantaggi spirituali derivanti dal Tesoro della Chiesa. «Il mistero pasquale è il vertice di questa rivelazione ed attuazione della misericordia, che è capace di giustificare l’uomo, di ristabilire la giustizia nel senso di quell’ordine salvifico che Dio dal principio aveva voluto nell’uomo e mediante l’uomo, nel mondo» (Lett. enc. Dives in Misericordia, 7).
Invero la Misericordia Divina sa perdonare anche i peccati più gravi, ma nel farlo muove i fedeli a concepire un dolore soprannaturale, non meramente psicologico, dei propri peccati, così che, sempre con l’aiuto della grazia divina, formulino un fermo proposito di non peccare più. Tali disposizioni dell’animo conseguono effettivamente il perdono dei peccati mortali quando il fedele riceve fruttuosamente il sacramento della Penitenza o si pente dei medesimi mediante un atto di perfetta carità e di perfetto dolore, col proposito di accostarsi quanto prima allo stesso sacramento della Penitenza: infatti Nostro Signore Gesù Cristo nella parabola del figliuol prodigo ci insegna che il peccatore deve confessare la sua miseria a Dio dicendo: «Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio» (Lc 15, 18-19), avvertendo che questo è opera di Dio: «era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15; 32). Perciò con provvida sensibilità pastorale il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, per imprimere profondamente nell’animo dei fedeli questi precetti ed insegnamenti della fede cristiana, mosso dalla dolce considerazione del Padre delle Misericordie, ha voluto che la seconda Domenica di Pasqua fosse dedicata a ricordare con speciale devozione questi doni della grazia, attribuendo a tale Domenica la denominazione di «Domenica della Divina Misericordia» (Congr. per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Decr. Misericors et miserator, 5 Maggio 2000).
Il Vangelo della seconda Domenica di Pasqua narra le cose mirabili compiute da Cristo Signore il giorno stesso della Risurrezione nella prima apparizione pubblica: «La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: ’Pace a voi!’. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: ’Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi’. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: ’Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi’» (Gv 20, 19-23). Per far sì che i fedeli vivano con intensa pietà questa celebrazione, lo stesso Sommo Pontefice ha stabilito che la predetta Domenica sia arricchita dell’Indulgenza Plenaria, come più sotto sarà indicato, affinché i fedeli possano ricevere più largamente il dono della consolazione dello Spirito Santo e così alimentare una crescente carità verso Dio e verso il prossimo, e, ottenuto essi stessi il perdono di Dio, siano a loro volta indotti a perdonare prontamente i fratelli.
Così i fedeli osserveranno più perfettamente lo spirito del Vangelo, accogliendo in sé il rinnovamento illustrato e introdotto dal Concilio Ecumenico Vaticano II: «I cristiani, ricordando le parole del Signore: ’da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’ (Gv 13, 35), niente possono desiderare più ardentemente che servire con sempre maggiore generosità ed efficacia gli uomini del mondo contemporaneo... Il Padre vuole che noi riconosciamo ed efficacemente amiamo in tutti gli uomini Cristo fratello, tanto con la parola che con l’azione» (Cost. past. Gaudium et spes, 93). Il Sommo Pontefice pertanto, animato da ardente desiderio di favorire al massimo nel popolo cristiano questi sensi di pietà verso la Divina Misericordia, a motivo dei ricchissimi frutti spirituali che da ciò si possono sperare, nell’Udienza concessa il giorno 13 giugno 2002 ai sottoscritti Responsabili della Penitenzieria Apostolica, Si è degnato di largire Indulgenze nei termini che seguono: Si concede l’Indulgenza plenaria alle consuete condizioni (Confessione sacramentale, Comunione eucaristica e preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice) al fedele che nella Domenica seconda di Pasqua, ovvero della «Divina Misericordia», in qualunque chiesa o oratorio, con l’animo totalmente distaccato dall’affetto verso qualunque peccato, anche veniale, partecipi a pratiche di pietà svolte in onore della Divina Misericordia, o almeno reciti, alla presenza del SS.mo Sacramento dell’Eucaristia, pubblicamente esposto o custodito nel tabernacolo, il Padre Nostro e il Credo, con l’aggiunta di una pia invocazione al Signore Gesù Misericordioso (p.e. «Gesù Misericordioso, confido in Te»).
Si concede l’Indulgenza parziale al fedele che, almeno con cuore contrito, elevi al Signore Gesù Misericordioso una delle pie invocazioni legittimamente approvate. Inoltre i naviganti, che compiono il loro dovere nell’immensa distesa del mare; gli innumerevoli fratelli, che i disastri della guerra, le vicende politiche, l’inclemenza dei luoghi ed altre cause del genere, hanno allontanato dal suolo patrio; gli infermi e coloro che li assistono e tutti coloro che per giusta causa non possono abbandonare la casa o svolgono un’attività non differibile a vantaggio della comunità, potranno conseguire l’Indulgenza plenaria nella Domenica della Divina Misericordia, se con totale detestazione di qualunque peccato, come è stato detto sopra, e con l’intenzione di osservare, non appena sarà possibile, le tre consuete condizioni, reciteranno, di fronte ad una pia immagine di Nostro Signore Gesù Misericordioso, il Padre Nostro e il Credo, aggiungendo una pia invocazione al Signore Gesù Misericordioso (p.e. «Gesù Misericordioso, confido in Te»). Se neanche questo si potesse fare, in quel medesimo giorno potranno ottenere l’Indulgenza plenaria quanti si uniranno con l’intenzione dell’animo a coloro che praticano nel modo ordinario l’opera prescritta per l’Indulgenza e offriranno a Dio Misericordioso una preghiera e insieme le sofferenze delle loro infermità e gli incomodi della propria vita, avendo anch’essi il proposito di adempiere non appena possibile le tre condizioni prescritte per l’acquisto dell’Indulgenza plenaria.
I sacerdoti, che svolgono il ministero pastorale, soprattutto i parroci, informino nel modo più conveniente i loro fedeli di questa salutare disposizione della Chiesa, si prestino con animo pronto e generoso ad ascoltare le loro confessioni, e nella Domenica della Divina Misericordia, dopo la celebrazione della Santa Messa o dei Vespri, o durante un pio esercizio in onore della Divina Misericordia, guidino, con la dignità propria del rito, la recita delle preghiere qui sopra indicate; infine, essendo «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5, 7), nell’impartire la catechesi spingano soavemente i fedeli a praticare con ogni possibile frequenza opere di carità o di misericordia, seguendo l’esempio e il mandato di Cristo Gesù, come è indicato nella seconda concessione generale dell’«Enchiridion Indulgentiarum». Il presente Decreto ha vigore perpetuo. Nonostante qualunque contraria disposizione.
Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 29 giugno 2002, nella solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo 2002.
LUIGI DE MAGISTRIS Arcivescovo tit. di Nova Pro-Penitenziere Maggiore
GIANFRANCO GIROTTI, O.F.M. Conv. Reggente



Immagine di Gesù Misericordioso

Il modello è stato mostrato dallo stesso Gesù nella visione che Santa Faustina ebbe il 22 febbraio 1931 nella cella del convento di Plock.
«La sera, stando nella mia cella – scrisse nel Diario – vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. (…)
Dopo un istante Gesù mi disse: «Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù confido in Te!» (Diario, p. 74). (…)
«Voglio che l’immagine (…) venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia» (Diario, p. 75).
Il significato di questo quadro è strettamente legato alla liturgia di quella domenica. La Chiesa legge in quel giorno il Vangelo secondo San Giovanni che descrive l’apparizione di Gesù risorto nel Cenacolo e l’istituzione del sacramento della penitenza (Gv 20, 19-29). L’immagine rappresenta dunque il Salvatore risorto che porta agli uomini la pace con la remissione dei peccati, a prezzo della sua Passione e morte in croce. I raggi del sangue e dell’acqua, che scaturiscono dal cuore di Gesù trafitto dalla lancia, e le cicatrici delle ferite della crocifissione, riportano agli avvenimenti del Venerdì Santo (Gv 19, 17 18; 33-37). L’immagine di Gesù Misericordioso unisce in sé questi due episodi evangelici che ci parlano dell’amore di Dio per l’uomo. Nell’immagine di Cristo vi sono i due raggi. Santa Faustina chiede a Gesù il significato di questi raggi, e Gesù lo spiega:
«Il raggio pallido rappresenta l’Acqua che giustifica le anime; il raggio rosso rappresenta il Sangue che è la vita delle anime. (…) Beato colui che vivrà alla loro ombra» (Diario, p. 235).
L’anima è purificata dal sacramento del battesimo e della penitenza, mentre il migliore nutrimento per essa è l’Eucaristia. Dunque questi due raggi simboleggiano i santi sacramenti e tutte le grazie dello Spirito Santo, il cui simbolo biblico è l’acqua, ed anche la nuova alleanza di Dio con l’uomo fatta per mezzo del sangue di Cristo. L’immagine di Gesù Misericordioso viene spesso chiamata immagine della Divina Misericordia, perché nel mistero pasquale di Cristo si è rivelato più chiaramente l’amore di Dio per l’uomo. Il quadro non solo rappresenta la misericordia di Dio, ma induce a rammentare il dovere della fiducia cristiana nei confronti di Dio e la carità attiva verso il prossimo. Nella parte inferiore del quadro – per volontà di Cristo – si trovano scritte le parole «Gesù, confido in Te». Questa immagine – ha detto inoltre Gesù – «deve ricordare le esigenze della Mia Misericordia, poiché anche la fede più forte non serve a nulla senza le opere» (Diario, p. 457).
Gesù ha fatto grandi promesse per coloro che venerano l’immagine di Gesù Misericordioso: la salvezza eterna, progressi nel cammino verso la perfezione cristiana, la grazia di una morte felice e le altre grazie, se gli uomini le chiederanno con fiducia. «Attraverso questa immagine concederò molte grazie alle anime, perciò ogni anima deve poter accedere ad essa» (Diario, p. 379).



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Fonte: www.divinamisericordia.it



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