mercoledì 17 giugno 2020

«ERAT LUX VERA» L’esperienza di Dio tra storia, arte e teologia, a cura del Centro Studi Francescani




«ERAT LUX VERA» 
L’esperienza di Dio tra storia, arte e teologia 

a cura del Centro Studi Francescani 



«Ἦν τὸ φῶς τὸ ἀληθινόν, ὃ φωτίζει πάντα ἄνθρωπον, ἐρχόμενον εἰς τὸν κόσμον [Erat lux vera, quae illúminat omnem hóminem veniente in hunc mundum]» (Gv 1,9).


Il paradosso più grande della Rivelazione biblica è l’incarnazione del Verbo. La carne di Gesù è il corpo del Figlio, è il Dio-Figlio in mezzo a noi. Nella Parola divenuta carne troviamo il carattere scandaloso e assoluto del darsi di Dio nella storia: la sua tenda è “per sempre” tra gli uomini[1]. L’incarnazione avviene in modo pieno, in una misura eccessivamente estroversa eppur vera, reale, concreta, tangibile, personalissima. “Umano, troppo umano”, questo modo di fare e d’essere dell’Emmanuele! Il volto giovane della Parola è l’immagine propria della bellezza che salverà il mondo, di quello splendore della verità che è da sempre presso il Padre[2].
Una tensione fortissima attraversa interamente il quarto Vangelo ed è ben resa dal movimento della luce, cioè dal dinamismo stesso della Rivelazione che spinge il credente a cercare il Mistero non in alto, nel cielo, bensì in basso, nelle radici più nascoste dell’umanità di Gesù, nella certezza di essere preceduti e accompagnati nella conoscenza divina delle cose. Potremmo ripetere, senza sbagliare, con Simon Weil, che il Verbo luce del mondo viene “con ogni uomo”. Perché ogni respiro del Verbo fatto carne è eco di quella Parola eterna che da sempre abita presso il Padre. Qualsiasi lacrima versata da Gesù è una goccia di pianto divino. Il sangue sgorgato dal Messia sofferente è vigore dell’Onnipotente che bagna la terra e il mondo degli uomini affinché siano salvati. Così, il suo viso è il volto visibile, umano, storico, del Padre (cf. Gv 14,9-11), e la sua faccia è quella della gloria di Dio stesso (cf. 2Cor 4,6), lo splendore della sua gloria (cf. Eb 1,3). Attraverso il Cristo-Luce si rivela qualcosa dell’essenza divina, di quel Padre degli astri (cf. Gc 1,5) che nessuno ha mai visto[3].




1. L’arte divina incarnata


Una felice tradizione cristiana antica – particolarmente cara all’Oriente e ripresa nel Medio Evo da san Bonaventura da Bagnoregio – vedrà nel Cristo Verbo incarnato e abbreviato l’opera magna e perfetta uscita dalla mano del Creatore e Artefice di ogni cosa. Gesù Cristo, il Logos eterno, è l’arte divina incarnata, l’opera d’arte più bella che il Padre poteva compiere: nessuna creatura è uscita dalle mani del Creatore senza avere come modello e strumento il Verbo eterno. L’Invisibile si è fatto visibile affinché l’umanità scoprisse il Padre e ritornasse a quel mondo divino oscurato dal peccato che acceca il cuore e gli occhi dei credenti e di tutta l’umanità[4]. Il Padre non ha previsto una seconda incarnazione perché l’opera d’arte del Verbo è perfetta: Cristo è il perfetto comunicatore del Padre e dello Spirito Santo, di tutta la Trinità! In tale prospettiva, ne risulta che la luce di Dio è più interiore a noi della luce razionale[5]. L’uomo, attraverso la rivelazione, deve arrivare a vedere Dio in tutte le cose e sopra tutte le cose[6]. Il mondo, nel quale l’Eterno si manifesta, canta già la sua bellezza e la sua magnificenza, e tanto più è chiamato a fare Adamo, volto di Luce, immagine del Dio invisibile.
A tal proposito, il dottore serafico scrive: «Apri, dunque, i tuoi occhi, tendi le orecchie dello spirito, sciogli le tue labbra e offri [eccita] il tuo cuore, affinché tu veda in tutte le creature il tuo Dio, lo ascolti, lo lodi, lo ami e lo adori, lo canti, lo onori perché non si rivolga forse contro di te tutta la terra»[7].
La nostra conoscenza sensibile avviene, per circa il 70%, attraverso gli occhi: la luce rientra in questo tipo di approccio alla realtà fisica e sensoriale e, rinvia, ovviamente, a una percezione più profonda della realtà, che ben si addice al tema della Rivelazione e dell’arte. In tal senso, la luce colora, riscalda, è simbolo della vita e del divenire di Dio nella forma della comunione. La luce è il simbolo stesso dell’esistenza. In Adamo, la luce riflette la sostanza di Dio e il significato del suo esistere nel mondo. L’uomo, in tal senso, non è solamente pelle, ossa e tendini: in lui s’incontrano il cielo e la terra, ed egli come una menorah, il candelabro a sette braccia che brillava nel tempio di Gerusalemme.
Proveremo a rileggere l’interessante rapporto tra la luce, l’arte e la teologia seguendo soprattutto il Vangelo simbolico di Giovanni e ponendo attenzione ad alcune forme dell’arte nel tempo, riconoscendo nella via pulchritudinis – che sollecita lo stupore e la meraviglia per la vita e per tutto il creato come opera d’arte di Dio – un percorso sempre attuale per l’evangelizzazione e per far sì che l’uomo maturi la dimensione simbolica della sua esistenza, cioè l’essere in comunione con l’Assoluto[8]. È necessario prendere atto di questo principio-guida: dopo l’incarnazione del Verbo, tutto è dominato dal volto, dal volto umano di Dio. Cristo rivela il carattere visivo della Parola: l’ascolto si fa visione.
Il percorso di luce[9] ci permette di affermare chiaramente che non siamo sospesi nel nulla: la vita, la vicenda personale e collettiva, la silenziosa armonia dei cieli, non sono efflorescenze dell’assurdo, interruzioni del nulla, che da esso escono e in esso ritornano, ma frammenti in cui si offre il Tutto di un amore antico, la bellezza di un disegno d’amore, la generosità di un dono eterno e sempre nuovo. Proprio così, il mistero supera ogni nostro tentativo di afferrarlo: esso non è facile preda, oggetto del calcolo o del desiderio, ma grembo e custodia, trama di un più grande disegno, dimora dell’Eterno, patria di Dio. Si comprende, allora, come la grande legge della conoscenza umana non possa essere l’orgoglioso cogito, ergo sum, ma sia il molto più umile e vero cogitor, ergo sum: è perché sono pensato da Altri, che io esisto; è perché Altri mi ama, che io sono uscito dal nulla; è perché questo amore è eterno, che il mio, il nostro destino, non è il nulla, ma la vita che vince la morte. Amor, ergo sum: sono, perché un Altro mi ama, da sempre e per sempre. Si comprende, allora, come sia vero che «non è la conoscenza che illumina il mistero, ma il mistero che illumina la conoscenza. Noi possiamo conoscere solo grazie alle cose che non conosceremo mai»[10].




2. L’umano simbolico


Lo scandalo della rivelazione cristiana è l’umanità del Verbo che, in qualche modo, copre e svela, nel medesimo tempo, la luce divina del Figlio. Nella logica del quarto Vangelo, ogni atto di Cristo non può non contenere un recondito significato, non può non esprimere un particolare intervento di Dio nella storia degli uomini: tutto ciò che è la persona di Gesù Cristo è rivelazione del Padre e fonte di grazia, dono dello Spirito Santo. In tal senso, tutto ciò che si manifesta è luce. L’essenza di Dio consiste in questo: rivelarsi per creare relazione, comunione, per salvare. Diversamente, il male – ben raffigurato dalle tenebre o dalle ombre e dalla notte – indica ciò che passa, che non ha contenuto e che ha la sua forza nel velarsi, nel nascondersi. La notte, come l’oscurità, significa mancanza di comunicazione, una situazione in cui non ci si vede l’un l’altro. È un simbolo della non-comprensione, dell’oscuramento della verità. È lo spazio in cui il male, che davanti alla luce deve nascondersi, può svilupparsi. Gesù stesso è la luce e la verità, la comunicazione, la purezza e la bontà. Egli entra nella notte oscura del monte degli ulivi per superarla. La notte, in ultima analisi, è simbolo della morte, della perdita definitiva di comunione e di vita. Gesù entra nella notte per superarla e per inaugurare il nuovo giorno di Dio nella storia dell’umanità. Anch’egli compie un percorso di luce.
Da qui il carattere simbolico dell’esistenza di Gesù e dello stesso Vangelo di Giovanni. Cristo è il simbolo reale differenziato (personalissimo, unico, originale) del Padre: in lui s’incontrano concretamente e personalmente Dio e l’uomo: «Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo». Altrove commenta: «Chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12). Cristo è Luce che illumina e acceca allo stesso tempo. L’incontro con lui è sempre carico di tensione e di dramma. È sufficiente rileggere, a tal proposito, la guarigione del cieco fin dalla nascita (cf. Gv 9,1-41) che è interrogato dai sacerdoti di Gerusalemme che vogliono sapere il nome del guaritore e poi pretendono che neghi di essere nato cieco, pur dentro un intrico di consapevoli contraddizioni. Infine, non riuscendo allo scopo, i giudei cacciano fuori dal tempio il cieco risanato che, però, è accolto da Gesù e gli viene rivelato il contenuto simbolico della sua guarigione: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi» (Gv 9,39). È chiaro che nella guarigione del cieco prende forma una visione spirituale che permette di scoprire il Cristo-Luce come Figlio di Dio e Signore della vita.
Il Cristo del quarto Vangelo è il Verbo che si è fatto carne e abita fra di noi (cf. Gv 1,14), ed è sostanza di vita. Non solo l’umanità di Cristo, ma anche le cose e la storia diventano sede della sua presenza. Fin dal prologo, Cristo è concepito come il cuore di una nuova creazione, come il Maestro di luce, il Rivelatore celeste attraverso la sua stessa carne o umanità. Cristo si rivela come luce del mondo con i suoi atti e le sue parole, attraverso l’intera esistenza. Da questa certezza teologica scaturisce un particolare ethos o condotta che è quella di essere, per i credenti, figli della luce. La Rivelazione non è mai fine a se stessa: tende a far incontrare l’uomo con Dio e a salvarlo. Diversamente, la conoscenza-esperienza di Dio resterebbe qualcosa di astratto, di gnostico, di superficiale. In tal senso, la luce è un segno che manifesta sempre qualcosa del Signore, il Dio vestito di luce. È come il riflesso della sua gloria (cf. Sal 104,2).
Potremmo rileggere il percorso spirituale e illuminativo del Cristo-Luce presente nel Vangelo di Giovanni – che ben permette di interpretare il nostro percorso artistico e archittettonico – lasciandoci guidare da un principio molto caro non solo alla tradizione giovannea ma alla stessa rivelazione giudaico-cristiana: “Tutto ciò che è luce si manifesta”. Poiché il Verbo è da sempre presso il Padre e la Luce splende nelle tenebre, nessuno è in grado di fermare la forza rivelatrice e liberante della Luce che resta e permane nella sua dinamicità e storicità. La luce illumina il mondo, colora la nostra vita, riscalda i cuori, orienta i nostri passi, illumina d’immenso i nostri volti. Diversamente, invece, le tenebre – ombre – sono ciò che passano (quindi, “non sono”), indicano l’effimero che non ha consistenza ed è destinato a finire, a cadere nel vuoto. La Luce, invece, è ciò che resta – permane nel Bene –: è Dio fatto carne, l’Emmanuele.
Si può non accogliere la rivelazione del Verbo, contrastarla fino a un certo punto, ma non nasconderla, perché la Luce brilla da sé e non può essere fermata proprio per la sua dinamicità e potenza. Un carattere essenziale della luce è la diafanicità: lo splendore non può essere mistificato per la sua stessa evidenza o bagliore. Se è vero che Dio abita una luce inaccessibile (cf. 1Tm 6,16) – ed «è egli stesso luce, e in lui non ci sono tenebre» (1Gv 1,5) –, lo spazio di questa luce è Gesù Cristo, impenetrabile splendore dal quale non ci resta che lasciarci toccare e illuminare.
La rivelazione del Cristo-Luce ha un carattere progressivo che l’evangelista Giovanni ha saputo ben evidenziare in tutti i suoi racconti: solamente attraverso la fede si può fare un’esperienza concreta di Gesù Cristo quale Verbo venuto nella carne. Tutto ciò che è luce proviene da Cristo: dalla creazione della luce fisica nel primo giorno fino all’illuminazione dei nostri cuori a opera della grazia (cf. 2Cor 4,6). E tutto ciò che rimane estraneo a questa luce appartiene al dominio delle tenebre. Se è vero che è stato Dio a chiamarci «dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1Pt 3,9) e che, strappandoci al dominio delle tenebre, ci ha trasferiti nel regno del Figlio suo affinché condividiamo la sorte dei santi nella luce (cf. Col 1,12-13), noi credenti – battezzati – «siamo luce nel Signore» (Ef 5,8) e ciò determina una linea di condotta che è quella di «vivere da figli della luce» (Ef 5,8; cf. 1Ts 5,5).
Per vivere la vita dei figli della luce, raccomandazione già fatta da Gesù (cf. Gv 12,35-36), occorre che noi non lasciamo oscurare la luce interiore (cf. Mt 6,22). In tal senso, l’etica cristiana è pienamente pasquale: il frutto della luce è tutto ciò che è buono, giusto e vero. Invece, le opere sterili delle tenebre comprendono i peccati d’ogni specie (cf. Ef 5,9-14). L’apostolo Giovanni non parla diversamente: «camminare nella luce» per essere in comunione con il Dio che è luce (cf. 1Gv 1,5-7). Il criterio è l’amore fraterno: da questo si riconosce se si è nelle tenebre o nella luce (cf. 1Gv 2,8-11). Chi vive in questo modo, come figlio della luce, fa risplendere tra gli uomini la luce divina di cui è diventato custode.
Il Cristo-Luce diventa il nostro punto di riferimento non solo per l’agire pasquale e agapico, ma anche per il nostro cammino verso il futuro. Impegnati in questa vita, noi possiamo sperare la meravigliosa trasfigurazione che Dio ha promesso ai giusti nel suo Regno (cf. Mt 13,43). Le Sacre Scritture, presentando la Gerusalemme celeste, dicono chiaramente che questa città è illuminata dalla luce divina (cf. Ap 21,23; Is 60): gli eletti contempleranno la faccia di Dio che è Cristo e saranno illuminati dalla luce dell’Agnello (cf. Ap 22,4-5). Questa è la speranza dei figli della luce che accoglie le stesse promesse del Primo Testamento in chiave escatologica: «Il popolo che camminava nelle tenebre vedrà una grande luce» (Is 9,1; cf. 42,7; 49,9; Mi 7,8-9).




3. Il percorso artistico della luce


L’arte che il cristianesimo incontrò ai suoi inizi era il frutto maturo del mondo classico, ne esprimeva i canoni estetici e, al tempo stesso, ne veicolava i valori. La fede imponeva ai cristiani, come nel campo della vita e del pensiero, anche in quello dell’arte, un discernimento che non consentiva la ricezione automatica di questo patrimonio. L’arte d’ispirazione cristiana cominciò, così, in sordina, strettamente legata al bisogno dei credenti di elaborare dei segni con cui esprimere, sulla base della Scrittura, i misteri della fede e insieme un “codice simbolico”, attraverso cui riconoscersi e identificarsi specie nei tempi difficili delle persecuzioni. I simboli che furono anche i primi accenni di un’arte pittorica e plastica furono il pesce, i pani, il pastore: evocavano il mistero diventando, quasi insensibilmente, abbozzi di un’arte nuova.
Con l’editto di Costantino, ai cristiani fu concesso di esprimersi in piena libertà. Così, l’arte divenne un canale privilegiato di manifestazione della fede. Lo spazio cominciò a fiorire di maestose basiliche, in cui i canoni architettonici dell’antico paganesimo erano ripresi e insieme piegati alle esigenze del nuovo culto. È sufficiente ricordare l’antica Basilica di S. Pietro e quella di S. Giovanni in Laterano, costruite a spese dello stesso Costantino. O, per gli splendori dell’arte bizantina, la Haghia Sophía di Costantinopoli voluta da Giustiniano.
Mentre l’architettura disegnava lo spazio sacro, progressivamente il bisogno di contemplare il mistero e di proporlo in modo immediato ai semplici spinse alle iniziali espressioni dell’arte pittorica e scultorea. Insieme sorgevano i primi abbozzi di un’arte della parola e del suono, e se Agostino, fra i tanti temi della sua produzione, includeva anche un De musica, Ilario, Ambrogio, Prudenzio, Efrem il Siro, Gregorio di Nazianzo, Paolino di Nola, per non citare che alcuni nomi, si facevano promotori di una poesia cristiana che spesso raggiunge un alto valore non solo teologico ma anche letterario. Il loro programma poetico valorizzava forme ereditate dai classici, ma attingeva alla pura linfa del Vangelo, come efficacemente sentenziava il santo poeta nolano: «La nostra unica arte è la fede e Cristo è il nostro canto»[11]. Le immagini sacre, ormai diffuse nella devozione del popolo di Dio, furono fatte oggetto di una violenta contestazione. Il Concilio celebrato a Nicea nel 787, che stabilì la liceità delle immagini e del loro culto, fu un avvenimento storico non solo per la fede, ma per la stessa cultura. L’argomento decisivo a cui i Vescovi s’appellarono per dirimere la controversia fu il mistero dell’incarnazione: se il Figlio di Dio è entrato nel mondo delle realtà visibili, gettando un ponte mediante la sua umanità tra il visibile e l’invisibile, analogamente si può pensare che una rappresentazione del mistero possa essere usata, nella logica del segno, come evocazione sensibile del mistero. L’icona non è venerata per se stessa, ma rinvia al soggetto che rappresenta.
In Oriente continuò a fiorire l’arte delle icone, legata a significativi canoni teologici ed estetici e sorretta dalla convinzione che, in un certo senso, l’icona è un sacramento: analogamente, infatti, a quanto avviene nei sacramenti, essa rende presente il mistero dell’incarnazione nell’uno o nell’altro suo aspetto. Proprio per questo, la bellezza dell’icona può essere soprattutto gustata all’interno di un tempio con lampade che ardono e suscitano nella penombra infiniti riflessi di luce. L’oro, barbaro, pesante, futile nella luce diffusa del giorno, con la luce tremolante di una lampada o di una candela si ravviva, poiché sfavilla di miriadi di scintille, ora qui ora là, facendo presentire altre luci non terrestri che riempiono lo spazio celeste.
In Occidente i punti di vista da cui partono gli artisti sono i più vari, in dipendenza anche dalle convinzioni di fondo presenti nell’ambiente culturale del loro tempo. Il patrimonio artistico che s’è venuto accumulando nel corso dei secoli annovera una vastissima fioritura di opere sacre altamente ispirate, che lasciano anche l’osservatore di oggi colmo d’ammirazione. Restano, in primo piano, le grandi costruzioni del culto, in cui la funzionalità si sposa sempre all’estro, e quest’ultimo si lascia ispirare dal senso del bello e dall’intuizione del mistero. Ne nascono gli stili ben noti alla storia dell’arte. La forza e la semplicità del romanico, espressa nelle cattedrali o nei complessi abbaziali, si va gradatamente sviluppando negli slanci e negli splendori del gotico. Dentro queste forme, non c’è solo il genio di un artista, ma l’animo di un popolo. Nei giochi delle luci e delle ombre, nelle forme ora massicce ora slanciate, intervengono certo considerazioni di tecnica strutturale, ma anche tensioni proprie dell’esperienza di Dio, mistero “tremendo” e “fascinoso”.
Se guardiamo all’architettura dell’Alto Medioevo, ci accorgiamo che la fisionomia dell’urbe è caratterizzata dalla cattedrale gotica come centro preminente di tutto che richiama l’uomo al di dentro e in alto. Alla luce della cattedrale, l’esistenza povera e piena di preoccupazioni per l’uomo s’illumina; e, con le sue colonne e le sue torri che tendono all’alto, la cattedrale trascina l’uomo verso la vita definitiva. La luce indica anche un percorso di trascendenza e di salita verso l’alto, affinché ci sia comunione con l’Uno e il Tutto, l’Assoluto.
Le irruzioni che prorompono dalle sorgenti della filosofia e delle scienze antiche, l’impetuosità dei giovani popoli dopo la caduta dell’impero romano, la nascita di ordini mendicanti accanto alla forma classica dell’ordine benedettino, e soprattutto la ricca articolazione della vita ecclesiale e sociale, lo sviluppo delle arti e delle scienze: tutta questa inaspettata evoluzione delle possibilità umane non si degrada in un caos, perché rimane – almeno fondamentalmente, anche se soltanto lontanamente ad essa corrisponde la prassi – il Centro che ha il suo simbolo architettonico nella cattedrale gotica. La Luce – simbolo della sovrastante grandezza del Dio trascendente – non schiaccia le possibilità umane, anzi, al contrario, sprigiona il pensiero, l’opera d’arte, e gioia e dolore del cuore, come raramente in altre epoche e in altri spazi culturali. Quanto in alto la luce divina solleva l’uomo e quanto vuole farlo entrare nel suo proprio mistero, lo si vede soprattutto nella cattedrale gotica con la posizione centrale di Maria, nel portale principale e nei quadri degli altari.
Il tempo moderno, diversamente, riscopre soprattutto l’azione illuminativa del pensiero umano, delle energie spirituali del soggetto, e, quindi, per forza di cose, non costruisce più cattedrali, non ne è più capace, perché questa epoca pensa diversamente[12]. Le sue cattedrali sono le fabbriche, nelle quali è evidente il trionfo della tecnica. Già nelle lussuose costruzioni del Rinascimento e del Barocco, l’uomo mette sempre più al centro se stesso. Si punta, allora, sulla “luce interiore”: è stata questa l’esperienza dei mistici e della devotio moderna. L’uomo moderno sperimenta con sempre maggiore coscienza le sue possibilità, come pure la potenza della sua stessa libertà[13]. Dove la ragione trionfa, si alza il sole dell’avvenire. In tal senso, si può dire che la modernità corrisponde al tempo dell’emancipazione e al tempo della luce. Questa emancipazione[14] – del singolo come della società – dalla natura e dai suoi apporti, dalle Chiese e dai loro ordinamenti etico-religiosi, l’emancipazione della filosofia e delle scienze dalla teologia, degli Stati nazionali dall’Impero, dei cittadini dall’autorità dell’aristocrazia, tutto questo non era all’inizio una protesta contro Dio, la Chiesa e il cristianesimo, piuttosto è accaduto indipendentemente da essi.
Affrontare scientificamente e tecnicamente il mondo e l’uomo, sperimentarlo “come se Dio non esistesse” – questo motto di Ugo Grotius all’inizio del tempo moderno è stato soltanto un indirizzo metodico –, non voleva essere una dichiarazione di lotta antireligiosa[15]. Questo movimento di opposizione alla Luce si è rivolto direttamente contro Dio, la Chiesa e la religione soltanto con la rivoluzione francese, la filosofia nichilista di Nietzsche[16] e con l’ateismo di Marx[17]. Nonostante tutto il progresso tecnico e umano del tempo moderno – si pensi soltanto allo sviluppo della medicina e alla proclamazione dei diritti umani –, non si può negare il regresso: per la prima volta nella storia dell’umanità è stata pronunciata ad alta voce e con efficacia la negazione di Dio, e questo proprio in uno spazio culturale che prima era cristiano. La ragione ha vinto e la fine risale all’inizio. L’oggetto supremo è diventato il pensiero stesso: non c’è nulla di inaccessibile alla ragione ma non c’è neanche più alcun aldilà. Il grande edificio della realtà è distrutto: Dio e l’uomo si sono volatilizzati nel concetto limite di un soggetto della conoscenza. La ragione emancipata, assorbendo Dio, ha affogato in sé ogni alterità possibile: orami, essa resta la sola responsabile del divenire del mondo. Tuttavia, ogni limite – come lo stesso pensiero della morte – le è insopportabile, ogni confine le è provocazione al superamento. Così, prende forma l’ideologia – il totalitarismo – in ogni aspetto del pensiero e dell’agire umano.
La benedizione e la maledizione di questa emancipazione richiedono un nuovo inizio, perché è in gioco la sopravvivenza dell’umanità. Con più insistenza che nessun’altra voce del mondo, hanno parlato gli ultimi papi[18], e ha elevato la sua voce il Concilio ecumenico Vaticano II: solamente con il Dio di Gesù Cristo, Luce della vita – e non senza di lui o contro di lui –, possono realizzarsi l’uomo e la società post-moderna che ha vissuto il buio più assoluto con l’esperienza delle due guerre mondiali. Solamente accogliendo la luce vera che illumina ogni uomo è possibile dare una speranza e progettare un futuro per gli uomini e le donne del Terzo Millennio, creando comunione tra tutti gli esseri umani che formano una grande famiglia umana e una sola fraternità universale perché Dio è Padre di tutti (cf. NA 5). Ogni discepolo di Cristo, Luce della vita, è chiamato a far sì che le persone ritrovino la propria grandezza in Dio. Più che di fonti di energia e alternative e di materie prime nuove e di fonti rinnovabili, c’è bisogno che si schiudano delle sorgenti dalle quali possa alimentarsi l’uomo stesso, la sua libertà e la sua bontà. Guardare alla luce che promana da Cristo vuol dire, oggi, a poca distanza dal “Secolo breve” – il più violento della storia[19] – e nella piena crisi economica e finanziaria dell’Occidente emancipato, trarre speranza e vita nuova dalle stesse energie della storia che ancora oggi operano in mezzo a noi per volontà di Dio e che potrebbero affermarsi ancora di più se fossero di nuovo o per la prima volta scoperte. Si tratta di liberare energie umano-divine che sono ancora inutilizzate e di recuperare la dimensione simbolica della nostra esistenza.
È quanto la luce, che viene da ogni vera esperienza religiosa, permette di operare nelle nostre comunità e città. L’uomo ha bisogno sempre più di comunione e di creare nuove relazioni, perché è costitutivamente un essere simbolico. La concezione esclusivamente tecnica dell’uomo e del mondo non è più in grado di fare fronte a quelle domande che tutti quanti ci portiamo dentro: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove stiamo andando? Perché ci troviamo qui? Qual è il senso della vita?”.
Il revival religioso nella post-modernità, pur con tutte le sue ambiguità di significato, di contenuto e di prassi, è sintomo evidente di quella cifra della Trascendenza – il divino che è in noi o Assoluto – che ci portiamo dentro da sempre e che mai potremo soffocare[20]. Oggi si parla dell’uomo religioso inteso come essere simbolico, capace cioè di intessere legami e di costruire attorno a relazioni autentiche il senso della propria vita. L’homo religiosus et symbolicus crede sempre che esista una realtà assoluta, il sacro appunto, che trascende il mondo in cui viviamo ma che vi si manifesta e, in questo modo, lo santifica e lo rende reale. L’homo religiosus et symbolicus si diversifica nel concreto a seconda delle varie religioni: la sua esperienza e le sue credenze portano il marchio specifico e indelebile della sua propria religione di appartenenza. La visione simbolica dell’esistenza e della vita in genere aiuta il processo di umanizzazione del mondo e l’affermarsi dell’Assoluto come garante di un nostro possibile futuro e del rispetto della dignità d’ogni persona.
In effetti, il sogno di emancipare il mondo e la vita – che costituiva la vera ideologia del “secolo dei lumi” –, si è infranto, e l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni che era proprio dell’illuminismo, non è stato raggiunto, in nessun modo. Anzi, la terra che si pensava interamente illuminata dalla ragione è stata attraversata dalle tenebre della morte e della violenza. I segni ombratili tuttora eloquenti, che coprono le nostre coscienze e ci trasmettono paura, sono le guerre, le pulizie etniche, i forni crematori, la Shoà e tutti i genocidi del secolo XX, fino all’eccidio per fame che ogni giorno si consuma nel mondo. Il sole della ragione si è oscurato e le pretese fallimentari della ragione forte hanno determinato un tempo di naufragio e di caduta di senso[21]. È la post-modernità, la nostra epoca, segnata dalla finitudine e dalla crisi, da una profonda inquietudine che apre le porte all’indifferenza, al solipsismo, all’individualismo, all’amore liquido, fino a relegarci tutti quanti in quella “notte del mondo” di heideggeriana memoria dalla quale solo un ultimo Dio ci potrà salvare! Si è alla deriva… Persi fra i tempi, privi di orizzonte ultimo e di orientamento, di senso della vita, profughi sbarcati sulla terra del tramonto dell’essere.
L’estremo profilo del secolo che volge alla fine è tracciato nel volto del nichilismo: l’uomo non prova più il piacere d’impegnarsi per la vita ed è diventato una passione inutile. Orfani di ideologie, si rischia di essere tutti più fragili e tentati di chiudersi nella solitudine dei propri egoismi e nostalgici di una patria comune che più non c’è. Eppure, il mistero della Luce riappare anche nel nostro tempo, ove la totalità ha ceduto posto al frammento e sembra non sussistere più alcuna verità assoluta e siamo tutti alla deriva e vuoti, viandanti nella valle oscura, e la divisione e la separazione sembrano regnare dove prima era ordine e unità. In questo tempo post-moderno – di pensiero debole e di avventure della differenza e di crisi di ideologie –, tempo di notte del mondo, accanto al volto del nichilismo si profila pure un bisogno di rinascita e di attesa, di ricerca del senso perduto, il desiderio o la nostalgia del Totalmente Altro[22]. Si riaffaccia sullo scenario del mondo la riscoperta del sacro rispetto a ogni rinuncia nichilista come bisogno di un orizzonte ultimo e di una patria che è davanti a noi.
Il percorso della luce ci permette, allora, di vedere nell’Altro – Dio, l’Assoluto, il volto d’altri – un cammino di senso ancora da compiere e da scoprire come possibile fondamento delle ragioni del vivere. Il percorso di luce, anche nell’arte, così come nella letteratura, nella musica, nell’architettura e nella stessa liturgia, sembra convincerci che non siamo gettati verso la morte bensì aperti verso il Mistero e preceduti nelle nostre stesse attese e risposte da colui che è la Luce del mondo. La morte, pure essendo una presenza che incombe ogni giorno della vita nella fragilità e nella caducità dell’esistere, non sovrasta completamente il nostro esserci come invece affermava Martin Heidegger[23]. È il percorso della luce a infondere in noi la forza per lottare contro la morte e suscitare dal profondo del cuore l’insopprimibile nostalgia per Qualcuno, per quel Volto eterno, lucente e bello che dona senso e vita a ogni pellegrino della storia in questo mondo: «Ci hai fatto per te ed è inquieto il nostro cuore finché non riposa in te»[24].
La sapienza non è che il senso delle cose di Dio, la capacità ricevuta in dono dall’alto di leggere la silenziosa scrittura dell’Eterno che viene a dirsi nella fragilità del tempo, il divenire esperti per grazia della grammatica divina, che cuce parole di vita e d’amore, intessendole nella trama delle opere e dei giorni degli uomini. Vero sapiente non è, dunque, colui che sa, ma chi sapendo di non sapere si lascia illuminare dagli abissi della verità, che risplendono dal profondo: sapienza è contemplazione delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo, è accoglienza umile della luce che viene a noi da altrove e che ci schiude i sentieri dell’altrove. Sapienza è conoscenza stupita e amorosa del Logos creatore dell’inizio, che si è manifestata nel Logos incarnato della pienezza del tempo. È grazie a questa sapienza che si lascia cogliere a occhi puri, sgombri da pregiudizi e presunzioni, il disegno del mondo, la bellezza di Dio in esso impressa.
Quanto il riconoscimento di questa struttura sapienziale della realtà sia importante non è difficile capirlo: se le cose stanno così, è possibile a ogni cuore aprirsi alla luce in cui tutti viviamo, dimoriamo e siamo, quella sovrana, luminosa tenebra che è più chiara del giorno per chi in umiltà si lascia raggiungere da essa e vi converte il cuore. È su questa sapienza che è possibile costruire il dialogo fra le civiltà e le religioni, al servizio della causa dell’uomo, che è anche inseparabilmente quella della gloria di Dio. Al dono della luce-sapienza è necessario aprirsi. Tuttavia, quest’apertura accogliente sarà sempre inseparabile dal primato dell’amore. Questo è il compimento della Rivelazione, il suggello del dono: Gesù Cristo non ci ha solo rivelato il Logos di Dio, che è lui stesso, ma ci ha mostrato come questo Logos sia amore, e porti a compimento il suo dono nella consegna dolorosa della croce, che è dal principio alla fine un abbandono motivato e sostenuto dalla carità.
Più grande è la rivelazione del Logos, più grande l’intelligenza che da essa è dilatata e sorretta, più grande dovrà essere l’impegno di amare: ce lo ha ricordato il Vangelo. «Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12,48). Non basta conoscere per essere nella verità: la conoscenza è inseparabile dall’amore. Occorre fare la verità amando, per conoscere così tutta la profondità e la bellezza della sua luce. L’intelligenza senza amore è arida e sfocia facilmente in presunzione e violenza. L’amore senza intelligenza rischia di essere cieco e di non generare vita piena e vera. Occorre pensare e amare, conoscere e servire: è qui il grande compito di ogni uomo e donna chiamato al servizio della verità, specialmente nel campo dell’insegnamento e della ricerca nel mondo dell’Università. Aperti al mistero, nutriti di sapienza, occorre che docenti e studenti siano accomunati dalla responsabilità reciproca nell’amore, coscienti del molto che ad essi è stato dato per aprirsi a dare molto con responsabilità e libertà generosa.




4. Lo splendore della Verità: la via pulchritudinis


Ogni forma autentica d’arte è, a suo modo, una via d’accesso alla realtà più profonda dell’uomo e del mondo. Come tale, essa costituisce un approccio molto valido all’orizzonte della fede, in cui la vicenda umana trova la sua interpretazione compiuta. Ecco perché la pienezza evangelica della verità non poteva non suscitare fin dall’inizio l’interesse degli artisti, sensibili per loro natura a tutte le manifestazioni dell’intima bellezza della realtà.
Di fronte alla sacralità della vita e dell’essere umano, innanzi alle meraviglie dell’universo, l’unico atteggiamento adeguato è quello dello stupore da cui potrà scaturire quell’entusiasmo che spinge l’uomo a superarsi e a cercare il senso della vita in un mistero più grande che lo sorpassa e lo precede. Di questo entusiasmo hanno bisogno gli uomini di oggi e di domani per affrontare e superare le sfide cruciali che si annunciano all’orizzonte. Grazie ad esso l’umanità, dopo ogni smarrimento, potrà ancora rialzarsi e riprendere il suo cammino. In questo senso è stato detto con profonda intuizione che «la bellezza salverà il mondo»[25]. La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente. È invito a gustare la vita e a sognare il futuro. Per questo, la bellezza delle cose create non può appagare, e suscita quell’arcana nostalgia di Dio, la bellezza ultima. Che cos’è la bellezza? Non è bello ciò che piace. La bellezza non si esprime nell’armonia delle parti, nella perfezione delle forme. È bello ciò che riconcilia, ciò che ci dona pace. In tal senso, la bellezza che salva il mondo è il Cristo crocifisso e risorto che ha vinto la morte e più non muore[26]!
«La bellezza del Cristo è nella coesistenza della trascendenza e dell’immanenza divine […]. La figura del Cristo è il volto umano di Dio; lo Spirito Santo riposa su di lui e ci rivela la Bellezza assoluta, divino-umana, che nessun’arte può mai rendere adeguatamente: solo l’icona può suggerirla mediante la luce taborica»[27]. La bellezza del Figlio è «l’immagine del Padre-Sorgente della Bellezza, rivelata dallo Spirito della Bellezza. Si tratta della Bellezza trinitaria, quella che contempliamo nella figura del Verbo incarnato, perché: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”»[28].
Guardando al mondo dell’arte, comprendiamo che la bellezza è l’evento di una donazione, in cui il Tutto infinitamente al di là di ogni nostra cattura viene a farsi presente in un frammento: nella finitezza di una forma l’Infinito si affaccia; nella fragilità di un evento l’Eterno viene a narrarsi nel tempo. Il Tutto si offre nel frammento! Questo è bellezza, perché «l’esperienza estetica è data dall’unità della massima concretezza della forma singola con la massima universalità del suo significato»[29]. Attraverso il frammento in cui si offre, il bello costituisce una via privilegiata di accesso al significato ultimo dell’esistenza umana, una finestra sulla profondità del vero, che illumina e salva.
Con la crisi delle presunzioni totalizzanti della ragione moderna e la caduta dei mondi ideologici da essa prodotti, questa via di approccio alla verità è stata fatta oggetto di una generale riscoperta. Il bello come splendore del vero si risveglia nelle anime! In un mondo senza bellezza anche il bene perde la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto. In un mondo che non si crede più capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica[30]. In alternativa a un pensiero che pretendeva di essere totalmente trasparente a se stesso e di abbracciare la realtà intera, si apprezza il valore di ciò che tiene insieme il minimo e l’Infinito, avvicinando quanto è immensamente lontano pur senza annullare le differenze. La bellezza apre all’intelligenza del simbolo (da “syn-bállein”), eccedenza di senso nella pur permanente continuità del significato, tale da tener insieme i distanti senza confonderli. Un pensiero senza ombre o rimanenze non è più ricco di un pensiero simbolico: l’ideale non assorbe il reale, deve anzi riconoscerne l’eccedenza; il concetto è chiamato a trascendersi verso spazi più vasti.
Nella lettera dedicata agli artisti, il beato Giovanni Paolo II, rivolto a quanti con appassionata dedizione cercano nuove epifanie della bellezza per farne dono al mondo nella creazione artistica, afferma chiaramente che la chiesa ha bisogno dell’arte «per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo»[31]. Essa, infatti, deve «rendere percepibile» e «affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio»[32]. La chiesa deve «trasferire in formule significative ciò che è in se stesso ineffabile»[33], e si riconosce all’arte la capacità di «cogliere l’uno o l’altro aspetto del messaggio traducendolo in colori, forme, suoni che assecondano l’intuizione di chi guarda o ascolta. E questo senza privare il messaggio stesso del suo valore trascendente e del suo alone di mistero»[34].
Ancora, scrive il papa polacco, «la chiesa ha bisogno, in particolare, di chi sappia realizzare tutto ciò sul piano letterario e figurativo, operando con le infinite possibilità delle immagini e delle loro valenze simboliche. Cristo stesso ha utilizzato ampiamente le immagini nella sua predicazione, in piena coerenza con la scelta di diventare egli stesso, nell’incarnazione, icona del Dio invisibile. La chiesa ha bisogno, altresì, dei musicisti. Quante composizioni sacre sono state elaborate nel corso dei secoli da persone profondamente imbevute del senso del mistero! Innumerevoli credenti hanno alimentato la loro fede alle melodie sbocciate dal cuore di altri credenti e divenute parte della liturgia o almeno aiuto validissimo al suo decoroso svolgimento. Nel canto la fede si sperimenta come esuberanza di gioia, di amore, di fiduciosa attesa dell’intervento salvifico di Dio. La Chiesa ha bisogno di architetti, perché ha bisogno di spazi per riunire il popolo cristiano e per celebrare i misteri della salvezza. Dopo le terribili distruzioni dell’ultima guerra mondiale e l’espansione delle metropoli, una nuova generazione di architetti si è cimentata con le istanze del culto cristiano, confermando la capacità di ispirazione che il tema religioso possiede anche rispetto ai criteri architettonici del nostro tempo. Non di rado, infatti, si sono costruiti templi che sono, insieme, luoghi di preghiera e autentiche opere d’arte»[35].
Giovanni Paolo II si chiede se l’arte ha bisogno della chiesa e afferma che la religione è una grande sorgente d’ispirazione: perché è nell’ambito religioso che si pongono le domande personali più importanti e si cercano le risposte esistenziali definitive[36]. La collaborazione tra chiesa e artisti è fonte di reciproco arricchimento spirituale: ne ha tratto vantaggio la comprensione dell’uomo, della sua autentica immagine e della sua verità. Forte è pure il legame tra arte e rivelazione cristiana che trova il suo punto d’ispirazione più forte nell’incarnazione del Verbo[37] che svela pienamente l’uomo all’uomo (cf. GS 22).
Chi è l’artista se non una persona conquistata dalla bellezza e dal fascino dell’eterno? Egli è un geniale costruttore di bellezza in cui sente l’eco di quel pathos con cui Dio creò il mondo e tutte le creature della terra. Gli artisti di ogni tempo, avvinti dallo stupore per il potere arcano dei suoni e delle parole, dei colori e delle forme, trasmettono l’eco di quel mistero della creazione a cui Dio, solo creatore di tutte le cose, ha voluto in qualche modo associarli[38].
«L’Artista divino, con amorevole condiscendenza, trasmette una scintilla della sua trascendente sapienza all’artista umano, chiamandolo a condividere la sua potenza creatrice. E ovviamente una partecipazione, che lascia intatta l’infinita distanza tra il Creatore e la creatura, come sottolineava il Cardinale Nicolò Cusano: “L’arte creativa, che l’anima ha la fortuna di ospitare, non s’identifica con quell’arte per essenza che è Dio, ma di essa è soltanto una comunicazione e una partecipazione”. Per questo l’artista, quanto più consapevole del suo “dono”, tanto più è spinto a guardare a se stesso e all’intero creato con occhi capaci di contemplare e ringraziare, elevando a Dio il suo inno di lode. Solo così egli può comprendere a fondo se stesso, la propria vocazione e la propria missione»[39].
Attraverso le sue opere, l’artista parla e comunica con gli altri. La storia dell’arte, perciò, non è soltanto storia di opere, ma anche di uomini. Le opere d’arte parlano dei loro autori, introducono alla conoscenza del loro intimo e rivelano l’originale contributo da essi offerto alla storia della cultura. Essi sono portatori dello splendore divino, di quella bellezza ultima che non tramonta e riempie di luce le nostre giornate. Se è vero che la «potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello»[40] – perciò bisogna parlare di “bellezza-bontà” (kalokagathía), in quanto la bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza –, l’artista è colui che ci permette di ammirare lo splendore della verità dell’essere e di stupire innanzi ai segni della luce divina lasciati nella materia forgiata e colorata.
L’artista, attraverso il suo estro, ci educa al senso del bene comune e di quella bellezza ultima che è il mistero del Dio nascosto e rivelato nell’incarnazione del Verbo. «Facendosi uomo, infatti, il Figlio di Dio ha introdotto nella storia dell’umanità tutta la ricchezza evangelica della verità e del bene, e con essa ha svelato anche una nuova dimensione della bellezza: il messaggio evangelico ne è colmo fino all’orlo»[41]. La Sacra Scrittura è diventata una sorta di “immenso vocabolario” (P. Claudel) e di “atlante iconografico” (M. Chagall), a cui hanno attinto la cultura e l’arte cristiana.
«Lo stesso Antico Testamento, interpretato alla luce del Nuovo, ha manifestato filoni inesauribili di ispirazione. A partire dai racconti della creazione, del peccato, del diluvio, del ciclo dei patriarchi, degli eventi dell’esodo, fino a tanti altri episodi e personaggi della storia della salvezza, il testo biblico ha acceso l’immaginazione di pittori, poeti, musicisti, autori di teatro e di cinema. Una figura come quella di Giobbe, per fare solo un esempio, con la sua bruciante e sempre attuale problematica del dolore, continua a suscitare insieme l’interesse filosofico e quello letterario e artistico. E che dire poi del Nuovo Testamento? Dalla Natività al Golgota, dalla Trasfigurazione alla Risurrezione, dai miracoli agli insegnamenti di Cristo, fino agli eventi narrati negli Atti degli Apostoli o prospettati dall’Apocalisse in chiave escatologica, innumerevoli volte la parola biblica si è fatta immagine, musica, poesia, evocando con il linguaggio dell’arte il mistero del “Verbo fatto carne”. Nella storia della cultura tutto ciò costituisce un ampio capitolo di fede e di bellezza. Ne hanno beneficiato soprattutto i credenti per la loro esperienza di preghiera e di vita. Per molti di essi, in epoche di scarsa alfabetizzazione, le espressioni figurative della Bibbia rappresentarono persino una concreta mediazione catechetica. Ma per tutti, credenti e non, le realizzazioni artistiche ispirate alla Scrittura rimangono un riflesso del mistero insondabile che avvolge e abita il mondo»[42].
Il recupero del percorso estetico nella prassi ecclesiale è ancora ben lontano dall’essere preso in profonda considerazione e, per questo, l’attenzione alla bellezza delle cose sante deve mettere a disagio le nostre comunità chiamate a rendere visibile oggi la bellezza di Cristo, cioè l’amore oltre la morte, l’amore per i nemici. Teologia e bellezza, pastorale e percorso di luce, sono strettamente unite. La comunità cristiana che celebra il mistero pasquale e fa risplendere la luce della bellezza divina è ispirazione e guida per l’architettura e l’arte sacra. Essa stessa genera e crea lo spazio celebrativo. H.U. Von Balthasar, nei suoi libri sull’estetica teologica (Heerlichkeit, 1961-1973), constatava che nell’epoca moderna è avvenuto un distacco tra teologia e bellezza. Allo stesso tempo, però, l’uomo di oggi è particolarmente affascinato dalla bellezza. Sembra quasi che l’estetica abbia sostituito l’etica. Speriamo che un serio e autentico discernimento sulla via pulchritudinis ci permetta di recuperare quella dimensione simbolica della fede e dell’esistenza che è indispensabile per annunciare il Vangelo in un mondo che è già cambiato e che si è rifugiato soprattutto nel progresso tecnologico, scientifico e genetico.



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[1] La shekînâ, il manifestarsi di Jhwh sulla scena del mondo – nel tempio, nel santuario, nel deserto, per strada –, è spesso descritta sotto forma di luce (cf. Ez 43,2). Quando verrà il Messia, secondo un detto ebraico, il nostro volto diventerà un volto di luce: la pelle cederà e saremo illuminati dall’Eterno e risplenderemo della sua luce divina.

[2] «L’uomo giovane è l’ultimo volto che la parola di Dio ha assunto sulla terra. Noi siamo sempre involontariamente inclini a immaginare l’aspetto di Cristo più vecchio di quanto fosse, perché il peso della Parola, la sua definitività farebbero pensare a un cinquantenne. Ma non è stato così. Forse Origene ha ragione: con il suo rapido apparire e di nuovo scomparire, Dio risparmia il mondo. Quali distruzioni avrebbe egli causato, se il suo fuoco fosse divampato quaggiù per decenni? E tuttavia egli non se ne va da solo, viene ucciso violentemente. La sua morte non è naturale; è frutto dell’opposizione a lui. Gli uomini debbono rimanere sempre dinanzi a questa che è la più terribile tra le opere di distruzione; essi debbono sapere: noi stessi abbiamo ucciso Dio, abbiamo costretto al silenzio la Parola di Dio. Egli non è, come gli eroi greci, tolto di mezzo ancora giovane dall’invidia degli dèi; il Padre lo avrebbe concesso più a lungo agli uomini. La sua morte non ci fa pensare ad altro che alla nostra propria colpa. Ma egli non è nemmeno un sacrificio offerto per propiziare la collera degli dèi, come Ifigenia; quelli che lo uccisero non pensavano all’espiazione. Giovanni cita la parola di Caifa, sulla morte vicaria dell’Uno in favore del popolo, solo per lasciare apparire acutamente il contrasto tra la volontà degli esecutori e il misterioso senso salvifico del fatto […]. Nella morte di Cristo non si può parlare di tragico. Essa è semplicemente la rivelazione del peccato […]. La Parola è morta come un giovane ed è ritornata al Padre. A lui è stata risparmiata la curva declinante della vecchiaia. Non c’è alcuna sapienza cristiana della vecchiaia. Cristo non diventa vecchio con i vecchi, ma accompagna la loro vecchiaia con la sua continua fanciullezza e maturità […]. Il volto dell’uomo maturo è assunto e ritorna nel volto di Dio»: (H.U. von Balthasar, Il Tutto nel frammento, Milano 1990, 242-243).

[3] A tal proposito, cf. E. Scognamiglio, Gesù Cristo il Rivelatore celeste. Qui videt me videt et Patrem, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2012.

[4] Cf. Bonaventura da Bagnoregio, Hexaemeron 11, in Opere di san Bonaventura. VI/1. Sermoni teologici/1, a cura di J.G. Bougerol e altri, Città nuova, Roma 1994, 215-231.

[5] Cf. P.N. Evdokimov, La vita trasfigurata in Cristo. Prospettive di morale ortodossa, Città nuova, Roma 2001, 196-2002

[6] Cf. Bonaventura da Bagnoregio, Hexaemeron 18,25 [p. 339].

[7] Bonaventura da Bagnoregio, Itinerarium mentis in Deum I,15, in Opere di san Bonaventura. V/1. Opuscoli teologici/1, a cura di J.G. Bougerol e altri, Città nuova, Roma 1993, 511-512.

[8] Per approfondimenti, cf. E. Scognamiglio, Il volto dell’uomo. Saggio di antropologia trinitaria. II. La risposta e le domande, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2008, 68-115.

[9] La luce è tra le immagini più diffuse per esprimere l’azione rivelativa dello Spirito Santo nell’uomo. Scrive in proposito Basilio Magno, Sullo Spirito Santo IX,22-23 (PG 32,108-109): «Se di notte tu togli da te la luce, gli occhi restano ciechi, le facoltà inerti, i valori indistinti; si calpesta l’oro scambiandolo per ferro. Così, nell’ordine spirituale, è impossibile, senza lo Spirito, condurre fino in fondo una vita conforme alla legge». Cf. anche Cirillo di Gerusalemme, Catechesi XVI,16, in Cirillo e Giovanni di Gerusalemme, Catechesi prebattesimali e mistagogiche, a cura di G. Maestri e V. Saxer, Paoline, Milano 1994, 499-500; Gregorio di Nissa, Contro Eunomio I: PG 45,416; Gregorio di Nazianzo, Discorsi XXXI,31-32: PG 36,169.

[10] P.N. Evdokimov, La donna e la salvezza del mondo, Jaca Book, Milano 1980, 13. Cf. anche Id., Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1990, 39-40.

[11] «At nobis ars una fides et musica Christus »: (Paolino a Nola, Carmen XX,31: CCL 203,144).

[12] L’Illuminismo fa propria la metafora della luce che diviene il principio ispiratore della modernità e il segno dell’ambiziosa pretesa della ragione adulta di comprendere e dominare ogni cosa. L’emancipazione è il sogno che pervade i grandi processi di trasformazione storica dell’epoca moderna, nati dal “secolo dei lumi” e dalla rivoluzione francese, dall’emancipazione delle classi sfruttate e delle razze oppresse a quella dei popoli del “terzo e quarto mondo”, a quella della donna nella varietà dei contesti culturali e sociali. Si è alla ricerca di una società illuminata completamente dal concetto, per potere esprimere, senza residui, la potenza della ragione. A tal proposito, scrive Hegel: «Da quando c’è stato il sole nel firmamento e i pianeti gli hanno girato intorno, mai si era visto che l’uomo si mettesse dritto sulla testa, ossia sul pensiero, e costruisse la realtà secondo quest’ultimo». L’alba preziosa è, per Hegel, il fatto che l’uomo «è giunto a capire che il pensiero deve reggere l’intera realtà dello spirito»: (G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, a cura di G. Calogero e C. Fatta, La Nuova Italia, Firenze 1960, IV, 204).

[13] Nell’età moderna si assiste alla «vittoria dell’arte sulla natura» (victoria cursus artis super naturam). La novità – secondo la visione di Bacone – sta in una nuova correlazione tra scienza e prassi. La nuova correlazione di esperimento e metodo rende l’uomo capace di raggiungere un’interpretazione della natura conforme alle sue leggi. La nuova correlazione tra scienza e prassi significherebbe che il dominio sulla creazione, dato all’uomo da Dio e perso nel peccato originale, verrebbe ristabilito. Cf. F. Bacone, Novum organum I,117-129; . Sulla storia della modernità, cf. almeno F. Benigno – C. Donzelli e altri (edd.), Storia moderna, Donzelli Editore, Roma 2001, 3-22.

[14] Per Marx, emancipazione è ricondurre il mondo e tutti i rapporti umani all’uomo stesso. È nient’altro che il processo di auto-liberazione e di autoaffermazione dell’uomo, sia preso singolarmente in una sorta di trionfo della soggettività, sia inteso collettivamente nei dinamismi storici di cambiamento rivoluzionario. L’emancipazione resta il progetto di fondo, nonché l’ansia e la meta agognata della modernità.

[15] In tal senso, la scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Tuttavia, essa può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non è orientata da forze che si trovano al di fuori di essa. D’altra parte, dobbiamo anche constatare che il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito, anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti. Il principio secondo il quale la Luce è rivelazione e crea comunione nel suo stesso venire al mondo, significa anche che l’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno o da forze antropologiche a lui immanenti. Francesco Bacone e gli aderenti alla corrente di pensiero dell’età moderna a lui ispirata, nel ritenere che l’uomo sarebbe stato redento mediante la scienza, sbagliavano. Con una tale attesa si chiede troppo alla scienza; questa specie di speranza è fallace.

[16] Il folle, personaggio chiave di molte opere di Nietzsche, è colui che annuncia la morte di Dio: «Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!» (F. Nietzsche, La gaia scienza, Milano 1978, aforisma 125).

[17] Marx ha completamente oscurato la dimensione simbolica e trascendente della persona. Egli ha dimenticato che l’uomo rimane sempre tale. Ha dimenticato l’uomo e la sua libertà e dignità. Ha taciuto che la libertà rimane sempre tale, anche per il male. Credeva che, una volta messa a posto l’economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: la persona, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarla solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli. La persona è più di ogni analisi del plusvalore.

[18] A tal proposito, il compianto Paolo VI si farà portavoce e sostenitore della cosiddetta “civiltà dell’amore”, mentre il beato Giovanni Paolo II vivrà fino in fono l’impegno per il dialogo e la comunione tra i cristiani e le altre comunità religiose, invitando gli uomini e le donne del nostro tempo a “costruire ponti e non muri” e a ritrovare in Cristo vera dell’uomo (cf. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptor hominis [4-3-1979], n. 8). Sulla loro scia, fedele alla tradizione cristiana e al Vaticano II, Benedetto XVI affermerà più volte che l’uomo non si salva per mezzo della scienza, bensì attraverso l’esperienza dell’amore. «Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale già nell’ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di “redenzione” che dà un senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l’amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato»: (Benedetto XVI, Lettera enciclica Spe salvi [30-11-2007], n. 26).

[19] Cf. E. Hobsbawm, Il secolo breve 1914-1991. L’epoca più violenta della storia dell’umanità, Rizzoli, Milano 1995; F. Benigno – C. Donzelli e altri (edd.), Storia contemporanea, Donzelli Editore, Roma 2001, 283-302.

[20] A tal proposito, cf. E. Scognamiglio, Homo religiosus et symbolicus. Breve introduzione alla storia delle religioni, Ldc, Leumann (Torino) 2012.

[21] Cf. M. Horkheimer – Th. Adorno, Dialectic of Enlightenment, New York 1944, 3-7.

[22] Cf. M. Horkheimer, La nostalgia del Totalmente Altro [1970], Morcelliana, Brescia 2001. Belle e suggestive, a tal proposito, di B. Forte, La teologia come compagnia, memoria e profezia. Introduzione al senso e al metodo della teologia come storia, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1987, 15-25.

[23] Cf. M. Heidegger, Essere e tempo, a cura di P. Chiodi, Torino 1986, 377-378.

[24] Agostino d’Ippona, Confessiones I,1: PL 32,661.

[25] F. Dostoevskij, L’idiota, III/5, Milano 1998, 645.

[26] Per approfondimenti, cf. B. Forte, La porta della bellezza. Per un’estetica teologica, Morcelliana, Brescia 1999.

[27] Evdokimov, Teologia della bellezza, 39-40.

[28] Ivi 49.

[29] H.U. von Balthasar, Gloria. I. La percezione della forma, Jaca Book, Milano 1975, 217.

[30] Cf. ivi 11.

[31] Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti Personne mieux que vous (4-4-1999), n. 12: EV 18,406-449, qui 438.

[32] Ivi.

[33] Ivi.

[34] Ivi.

[35] Ivi: ivi 438-440.

[36] Cf. ivi 13: ivi 441.

[37] Cf. ivi: ivi 442.

[38] Cf. ivi 1: ivi 406.

[39] Ivi: ivi 409. «Ogni autentica ispirazione […] racchiude in sé qualche fremito di quel “soffio” con cui lo Spirito creatore pervadeva sin dall’inizio l’opera della creazione. Presiedendo alle misteriose leggi che governano l’universo, il divino soffio dello Spirito creatore s’incontra con il genio dell’uomo e ne stimola la capacità creativa. Lo raggiunge con una sorta d’illuminazione interiore, che unisce insieme l’indicazione del bene e del bello, e risveglia in lui le energie della mente e del cuore rendendolo atto a concepire l’idea e a darle forma nell’opera d’arte. Si parla allora giustamente, se pure analogicamente, di “momenti di grazia”, perché l’essere umano ha la possibilità di fare una qualche esperienza dell’Assoluto che lo trascende»: (ivi 15: ivi 446).

[40] Platone, Filebo 65A.

[41] Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti Personne mieux que vous, n. 5: EV 18,416.

[42] Ivi: ivi 417-418.



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Fonte: http://www.centrostudifrancescani.it/site/2012/05/%C2%ABerat-lux-vera%C2%BB-l%E2%80%99esperienza-di-dio-tra-storia-arte-e-teologia/




sabato 13 giugno 2020

Sant'Antonio di Padova


Sant'Antonio di Padova 
(Lisbona, Portogallo, c. 1195 - Padova, 13 giugno 1231)
Sacerdote e Dottore della Chiesa

13 giugno


Fernando di Buglione nasce a Lisbona. A 15 anni è novizio nel monastero di San Vincenzo, tra i Canonici Regolari di Sant'Agostino. Nel 1219, a 24 anni, viene ordinato prete. Nel 1220 giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d'Assisi. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori mutando il nome in Antonio. Invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Per circa un anno e mezzo vive nell'eremo di Montepaolo. Su mandato dello stesso Francesco, inizierà poi a predicare in Romagna e poi nell'Italia settentrionale e in Francia. Nel 1227 diventa provinciale dell'Italia settentrionale proseguendo nell'opera di predicazione. Il 13 giugno 1231 si trova a Camposampiero e, sentendosi male, chiede di rientrare a Padova, dove vuole morire: spirerà nel convento dell'Arcella.(Avvenire)

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La lingua incorrotta - Sant'Antonio di Padova

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Padova in foto - Interno della Basilica di Sant'Antonio di ...



SUPPLICA A SANT'ANTONIO

(da recitare ogni martedì ed ogni 13 del mese)

San Antonio da Padova


Glorioso sant'Antonio, scrigno delle Sacre Scritture, tu che con lo sguardo sempre fisso nel mistero del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo hai conformato la vita a lode della Trinità perfetta e della semplice unità, ascolta la mia supplica, esaudisci i miei desideri. Mi rivolgo a te, certo di trovare ascolto e comprensione; mi rivolgo a te che immergendo il cuore nella Sacra Scrittura l'hai studiata, assimilata, vissuta e fatta tuo respiro, tuo sospiro, tua parola: fa che anch'io possa col tuo aiuto capirne l'importanza, percepirne l'assolutezza, assaporarne la bellezza, gustarne la profondità. Fa' che possa gustare il Vangelo di quel Gesù che tu hai tanto amato; fa che possa vivere nella mia vita di quel mistero che tu hai tanto celebrato; fa' che possa annunciare a tutti la lieta novella che tu hai proclamato alle persone e agli animali. Rendi forti i miei passi, coraggiose le strade, decise le scelte, prudenti le prove.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

O Antonio, Santo di tutto il mondo, a te mi raccomando, a te mi affido, a te rivolgo il mio sguardo e in te ripongo ogni fiducia. Non lasciare che le preoccupazioni della vita tolgano tempo alla lode di Dio, che le agitazioni del tempo presente offuschino lo sguardo verso di lui, che le ansie e i dolori cancellino la consapevolezza che tutto è grazia, dono, delicatezza del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Dona agli uomini di oggi, sensibilità verso i poveri, attenzione verso i bisognosi, amore verso gli ammalati. Aiuta tutte le famiglie del mondo ad essere chiese domestiche: aperte per chi bussa, ospitali per chi cerca, caritatevoli per chiunque chiede. Proteggi i giovani dalle insidie del male, orientali alla ricerca del bene; illuminali nelle scelte della loro vita e fa' che sentano l'urgente bisogno di quel Dio da te tanto cercato, incontrato e amato; inoltre esaudiscili nei loro desideri: il lavoro, la serena amicizia, la realizzazione personale.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

O sant'Antonio, Santo dei miracoli, ti chiedo con cuore sincero di accogliere la supplica che elevo al tuo celeste sguardo: che comprenda pienamente il miracolo della vita, la promuova, la rispetti e la faccia progredire in tutte le sue dimensioni e forme; che sappia donare con cuore generoso e disponibile ed essere felice con chi è nella gioia e partecipe del pianto di chi soffre.
Concedi sempre, o glorioso Santo, la tua benigna protezione a chi viaggia, la tua potente assistenza a chi smarrisce qualcosa, la tua efficace benedizione a chi intraprende un'opera.
Che quel bambino Gesù, teneramente in dialogo con te, possa, tramite la tua intercessione, volgere anche su di noi il suo penetrante sguardo, allungare la sua forte mano per proteggerci e benedirci.Amen.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre


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lunedì 1 giugno 2020

L'icona miracolosa della Madre di Dio di Terebovlia



L'icona miracolosa
della Madre di Dio di Terebovlia
 
a cura di Yaryna Moroz Sarno



Дана ікона знаходилася у свій час в монастирській церкві василіянської чернечої обителі Преображення Господнього. Перша письмова згадка про Теребовлянський василіанський монастир датується 1650 р. Монастир був не в самій Теребовлі, а на пагорбі біля с. Підгіряни (Підгора), що за два км. від міста. Ймовірно, що тут чернече життя вирувало ще в княжі часи. У свій час в монастирі була велика бібліотека. Монастир був також осідком ваиліянських філософічно- богословських студій. Проіснував він до 1783 р. Щодо походження ікони Пресвятої Богородиці, то можна ствердно сказати одне : вона із давних часів належала родині Римбалів, яка з покоління в покоління успадковувала священичий сан в Теребовлі. До слова, так , як Терлецькі при церкві св. Юра в Дрогобичі або Попелі при церкві при св. Івана Хрестителя в Городку. Перші історичні повідомлення саме про цю ікону Божої Матері свідчать, що вона спочатку знаходилася у світській церкві, парохом якої був Григорій Римбала. Надалі ікона Пресвятої Богородиці знаходилася в монастирській Святопреображенській церкві василіянської чернечої обителі.

Джерело: http://pilgrimage.in.ua/terebovlyanska/#prettyPhoto
2016 © Pilgrimage.in.ua
    L'icona miracolosa della Madre di Dio di Terebovlia collocata attualmente nell'altare laterale dell'Arcicattedrale di San Giorgio a Leopoli, una volta stava nella chiesa monastica dei basiliani della Trasfigurazione che si trovava vicino Terebovlia (sulla collina presso il villaggio Pidgiriany) di cui la prima menzione scritta risale al 1650. L'icona miracolosa della Madre di Dio di Terebovlia è una tra le più antiche icone ucraine "piangenti". La storia del pianto dell'icona della Beata Vergine Maria di Terebovlia è descritta nell'opera "Il Cielo  Nuovo" (Leopoli 1665) di Ioanikiy Galiatovsky, il rettore dell'Accademia Kyevo-Mohylanska.
"Il Cielo  Nuovo" (Leopoli 1665) di Ioanikiy Galiatovsky

    Nel libro della corte giuridica di Terebovlia sotto l'anno 1663 è scritto che per la prima volta "L'immagine della Beata Vergine pianse il giovedì prima della Pasqua ucraina". Di nuovo per la seconda volta questa icona della Beata Vergine "pianse abbondantemente nel Sabato Grande".
    Le fonti storiche testimoniano che nel 1651 solo a causa del miracolo che accadde attraverso le preghiere all'icona della Beata Vergine di Terebovlia, gli abitanti difesero il castello di Terebovlia dai Turchi e Tartari.
   Dal 1673, questa icona miracolosa della Madre di Dio è stata situata nella chiesa cittadina di San Nicola nella città di Terebovlia. Nello stesso anno, secondo la Commissione spirituale del Concistoro episcopale, la cui decisione si basava sulle confessioni dei testimoni oculari degli atti miracolosi confermati sotto giuramento, il vescovo Josyp Shumlyansky (1676–1708) proclamò come miracolosa l'icona della Beata Vergine Maria  di Terebovlia. 
   Nel 1673 il vescovo di Leopoli Josyp Shumliansky trasferì l'icona nella Cattedrale di San Giorgio in una cappella appositamente costruita, invitò i monaci a prendersi cura di essa e istituì una fondazione  per questo scopo. Nel testamento del vescovo J. Shumliansky è scritto che l'immagine della Beata Vergine deve "rimanere per sempre nello stesso posto con tutto l'argento, i gioielli e gli apparati". 
    Durante la sua permanenza a Leopoli nel 2001, San Giovanni Paolo II pregò davanti questa icona miracolosa e il 25 giugno 2001 la incoronò personalmente.


Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, 
Santa Madre di Dio: 
non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, 
 ma liberaci da ogni pericolo, 
o Vergine gloriosa e benedetta.

mercoledì 27 maggio 2020

Il dolore della casa: compianti dal Covid, di Gian Piero Stefanoni




IL DOLORE DELLA CASA

compianti dal Covid


di Gian Piero Stefanoni




- Poiché tutto si compie in un altrove sconosciuto.
Francoise Dolto


per Vito, medico e uomo buono



 
 INTRODUZIONE

Raccolgo nella brevità e nel ricordo di questi pochi ritratti, il senso di un comune, partecipato sgomento. L'evento Covid-19 che ci ha risucchiati da una terra ai nostri occhi, nelle nostre vite non più ospitale ci ha scoperti nel nervo teso di una condizione di limite forse dimentico ed ora così tragicamente esposto tra coabitazioni coatte ed economie in azzeramento. Così se non più eludibile la necessità del ripensamento ciò che a me interessa adesso- perché bene adesso- è il raccoglimento in un dolore (e in un pianto) che è anche il nostro per chi (per operatività di servizio e di lavoro ma anche per caso e per destino) lontano dagli affetti, nelle sepolture veloci, in veloci benedizioni ci ha lasciato in solitudine entro una procedura di sottrazione subdola, vorace nella traccia di uomini, donne, ragazzi - anonimi o meno- che ho voluto riportare nella presenza viva di ciò che nell'agire li ha connotati indicando allora nel passaggio la vita stessa come misura dell'amore e del pensiero- e per questo, in questa memoria, restando. Pensiero che allora va anche ai cari nella consapevolezza di una fratellanza che ora ci appella nel sacro.




Come ricordare e vedere la ghianda
 

nel becco martellante dell'uccello
 

questo affacciarsi incontrollabile di mondo
 

nel grido riposto del suo seme.



È sempre questo silenzio,

questo avvicendarsi inascoltato delle forme,

la morte nel suo deposito di àncora

che chiama dal fondo un altro mare.



L'ombra non è che una stagione

in questo passare infetto.



Nell'accorpare timoroso dei nomi-

il respiro condiviso dell'orma-

il volto regale e già sanato della terra.







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CHIARA FILIPPONI

Anestesista di Portogruaro, primo medico deceduto in Italia (per concausa) da corona virus il 7.3.2020.



Sei stata la prima,

da te che gestivi il sopore del corpo

la coscienza: il camice

pronto a cedere ha ceduto,

persa la presa nel sonno.



Del virus hai detto

l'acritica funzionalità del colpo,

la fragilità della scienza

nell'immagine di un silenzio

che però ora non tocca.



Le perle infatti

ancora circondano la bocca,

nel sorriso, nella luce digitale della nostra foresta.







DIEGO BIANCO

operatore del 118, quarantesei anni, scomparso per covid a Bergamo il 14 marzo.



Al tempo del non tradire

va di là ma è da qui che viene

il cielo raccolto nella terra.



Come nel salmo, esposto

e scoperto, freme dalle postazioni

nel messaggio che il giorno

trasmette alla notte.



Nella voce che ha saputo udire

il patire di Bergamo, il professare

per bene di una vita per bene.







DON PAOLO CAMMINATI

parroco a Nostra Signora di Lourdes a Piacenza, assistente diocesiano dell'azione cattolica, scomparso il 21 marzo a 53 anni.



Allo stato iniziale non si torna-

lo comprendi dall'acqua della roccia

di nuovo mischiata al sangue.



Il numero- ad oggi, purtroppo ad oggi,

centoquindici*- dice la parola nei Numeri;

dell'esodo, delle comunità ferite

il terrore della promessa.



Ma è iscritto- ad ognuno-

il suo monte Nebo; la discesa

verso Gerico- in fase due,

in fase tre- città delle palme.



Tu, caduto prima, hai avuto paura

ma ti sei fidato ancora una volta

mostrando la strada.







HART ISLAND

(ma anche campo 87 del cimitero Maggiore di Milano)

kaddish




Vorremmo dirvi

che siete la nostra lettera per il futuro

con la dignità di parole

che non abbiamo saputo scambiarci.



Composti tra i ruderi

sapervi insieme ai nomi di chi osserva

dentro una terra che si allarga nell'accoglienza del fiume.



Ma non so- o forse so ed è questo che pesa-

se qualcosa d'umano avanzerà

in questa barca

nello scompenso di un mare che già rigurgita.



Rimozione è lo spirito

del tempo malato

e per questo da sempre,

continuiamo a morire:

al fiore che oggi vi scarta

altri, in altri giorni, seguiranno

nell'eterna anonimia della calce.

Perché brevemente la vita ascolta la morte,

e più forte è la voluttà del ventre,

l'uomo animale carico.



Liberi da questo, allora sì per voi

sia lieve il silenzio,

lo scandalo del sabato santo.







DANIELA TREZZI

Infermiera di trentaquattro anni della terapia intensiva del San Gerardo di Monza (uno dei maggiori fronti della pandemia). Si è tolta la vita il 24 marzo: "Viveva in un pesante stress per la paura di aver contagiato altri" (Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche).



Dobbiamo ricordare i vivi

grazie anche a chi, per loro,

vivo non è più. Che non è

un facile bando la regola della memoria

ma nei fatti del sangue il passaggio,

l'ossigenato fluire dalle mascherine

da una esistenza offesa.



Con te però il sudario

raccoglie lo scrupolo, il terrore

esploso negli occhi di un dare infetto,

dentro le corsie una malattia d'amore

probabilmente vinta.



Resta un qualcosa di più grande

però in ciò che t' ha spazzata,

di più vasto. La donna che teme,

e che avanza se cade infatti non è muta

nel grido della terra che reclama,

che in te ancora può. E non cessa.






ISMAIL MOHAMED ABDULWAHAB

giovane studente londinese di 13 anni, in Europa tra le vittime più giovani della pandemia



Io con te penso ai miei nipoti,

piccolo budda delle nostre periferie

se il cuore è il primo organo malato.



Con te come con Vitor e gli altri

la statistica ha aggiornato le sue definizioni-

"millenial" nella carne adesso

per questo modello che non vi ha preservato.



Si dice che eri un bravo studente-

fisico sano/mente sana- a Brixton, Londra est,

terra di immigrazioni e di scontri.



Io che non lo ero sono qui a pregarti

presso il Dio dei tuoi e nostri padri;

delle sconfitte che non abbiamo saputo insegnare

ma patire entro quell'indice mesto

ormai in sovrannumero.


-* Vitor Godinho, quattordici anni, Portogallo, campioncino del futsal.







VITTORIO GREGOTTI/LUCIA BOSÈ

Architetto, urbanista, teorico dell'architettura, scomparso a 94 anni a Milano; attrice, scomparsa per complicanze dovute anche al Covid a 89 anni a Segovia, in Spagna.



Vittorio, maestro del razionalismo,

la storia hai insegnato non è un'astrazione

e si sposa coi luoghi che tu Lucia,

signora degli angeli e senza camelie,

da Milano a Segovia hai nella sfida,

nel nostro immaginario incarnato.



L'arte di ben restare a fronte del negare-

o del sovrapporre: questo nell'offesa

della morte il lascito. Un' Italia

che ha del mondo perché del mondo

nel circolo di grazia pronunciato dal colore.






RSA

Residenze Sanitarie Assistenziali



Qui l'attentato è alla piccola patria

se saltata la rete da fuori

per chi ha dato la vita è venuta la morte.



Qualcuno giudicherà

ma è un segno quest'uccisione di geni,

la calata di padri e di madri dai piani.



Tolto almeno allo sguardo

il silenzio di ogni protezione,

caricati e spostati sui camion,

la coscienza adesso avrebbe il peso della pietra.






LI  WENLIANG

Oculista all'ospedale centrale di Wuhan uno dei primi medici a riconoscere la pericolosità della polmonite di Wuhan lanciando l'allarme sul virus il 30.12.2019. Ammonito dalla polizia "per aver fatto commenti falsi su internet" muore dopo aver contratto il Covid-19 sul lavoro il 7.2.2020. Il 2 aprile dello stesso anno è stato dichiarato martire ed eroe nazionale.



La legge smentisce-

e punisce- i fabbricatori

di notizie fuori dallo stato.



Per questo ti pronuncia del virus

il primo segno, l'incredulità

nel destino di Cassandra.



Ma tu giovane oculista

hai risposto

all'elementare rispondenza

del dato, al confine invisibile

che pronuncia della scienza l'allarme.



A questo educato,

a questo esposto

nella norma della cura,

nella norma dell'assenso

che è della vita ora riposi.







DONATO SABIA

Mezzofondista, campione europeo indoor degli 800 metri piani a Goteborg nel 1984. Scomparso nella natia Potenza l'8 aprile a 56 anni.



Determinato e fermo,

così oggi una fotografia ti restituisce

prima di una partenza.



Di quest'ultima però

nessuna immagine

se non quella dello stupore,

per un uomo, per un atleta ancora

a cui è stato strappato il numero.



A Goteborg, nel 1984 ,

ti salutò l'oro nell'europeo indoor;

adesso, nella prece, al tempo delle assenze

la benedizione veloce dell'incenso.







SAMAR SINJAB

Medico di base di Mira, città metropolitana di Venezia, 62 anni siriana, scomparsa il 9 aprile presso l'Ospedale di Treviso.



Lo si legge dai tuoi figli

l'incontro declinato a fondo

di un desiderio che qui ha portato salvezza.



Anch'essi medici, nell'italiano

di un accento pronto, ci mostrano

il rovescio di una terra ai nostri occhi scomparsa.



Siria deserto di pane e di rose,

fertile pianura in te declinata nella scienza

hai impresso in Veneto, del mondo,

la sua eterna narrazione.



La vita è una tensione che non si misura

ma si raccoglie dove il solco

che è uno ha bisogno di storia.








ANTONIO NOGARA


Imprenditore di 57 anni toltosi la vita a San Giovanni a Teduccio (Napoli) il 6 maggio.



Eppure il killer si serve

(anche) di sicari silenziosi

a colpire piano dai varchi uomini e sistemi.



La vita cede

dove la prospettiva simula

ma poi mina la bocca

là dove la dignità pare perdere veste-

e credo se all'umana pietà

non si somma l'attenzione.



Quel che resta

non sia a svanire ma a crescere

nel percepire solido delle identità;

la caduta in alto altrimenti

avverte solo del crollo.






FABRIZIO GELMINI

Maresciallo maggiore della stazione dei Carabinieri di Pisogne (Brescia), scomparso il 27 marzo 2020 a 58 anni.



È vero lo si legge negli occhi,

in te il bene della terra,

il servizio dalla strada alla morte

proprio nella mia terra del padre.



Non è retorica l'ordine

ma pronuncia nella disposizione regolare delle cose,

esserci dove si è chiamati ad essere.



Così non è dazio la fedeltà-

né giuramento- se alimento

nella vita che anche da te, dagli altri colleghi (sono sette)*

ora riprende.



*- Al 21 aprile 2020 otto il numero dei Carabinieri scomparsi per Coronavirus. Questo testo naturalmente vuole ricordare però tutti gli operatori delle Forze dell'ordine mancati per la pandemia.






GLI  ALTRI



Come gli altri, anche voi

dalle strade, dalle case, dal lavoro

anonimi nell'anonimia della morte.



Quale veste allora dalle ombre

mi chiedo, quale ruggito a espandervi

là dove il vivo non arriva.



Non la paura che più non appartiene,

o una memoria in quell'apertura

che certo lo sguardo non protegge.



Ma della terra la sua frammentazione-

la grande scheggia- che nell'incandescenza della perdita

a nuovo Adamo vi risillaba.







NEONATO DI CINQUE MESI DEL CONNECTITCUT



Con quale piccolo verso

vai a chiudere tu

che non hai portato la fiaccola?



Forse uno:

"Non mi ricorderò di voi".








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LAMENTAZIONI



Ricomincia da ciò che sai,

da ciò che puoi cuore mio

ora che la sera muta i legami

e la notte non ha corpo

a cui cedere il sangue.



Ricomincia dalle tue morti,

dagli abbandoni precoci,

reimpara l'assenza, la misura

esatta e sola della carne.



Qui freme la sottrazione

la parte mutila del mondo,

accorda in una medesima nota

una vita che non ha terra,

e che non torna.



Siamo nel grande pianto.











* * *

"...compianto per gli scomparsi del Covid 
nei ritratti di figure che tra le altre 
hanno colto con più forza la mia attenzione e la mia risonanza...
 il momento del lutto, e del lutto partecipato, 
è essenziale nel riconoscimento di un'identità sociale e collettiva 
in questo tempo così provata. 
Necessaria anche per una corretta, compresa interrogazione di se stessa..." 
Gian Piero Stefanoni 



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Fonte: si ringrazia l'Autore Gian Piero Stefanoni che ha inviato la documentazione alla Redazione.
Per approfondimenti: Gian Piero Stefanoni , poeta e critico letterario contemporaneo




martedì 19 maggio 2020

DIALOGHI D'AMORE, di don Tiziano Soldavini


DIALOGHI D'AMORE
di TIZIANO SOLDAVINI

Commento. Le 24 Ore della passione di Nostro Signore Gesù Cristo di Luisa Piccarreta.




Dialoghi d’amore, di TIZIANO SOLDAVINI
Commento. Le 24 Ore della passione di Nostro Signore Gesù Cristo di Luisa Piccarreta.


Pregare le 24 Ore della Passione di nostro Signore Gesù Cristo è volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto (cf. Gv 19,37), è dialogare con l’Amore, accompagnati dalla brezza dello Spirito che istruisce e dà luce per comprendere «la parola della croce» (1 Cor 1,18), albero della verità e della vita, rivelazione dell’amore di Gesù, Volto amante e misericordioso del Padre.
«Colui che vuole onorare veramente la passione del Signore deve guardare con gli occhi del cuore Gesù Crocifisso, in modo di riconoscere nella sua carne la propria carne» (S. Leone Magno, papa, Disc. Sulla passione del Signore, 15, 3-4-).
Queste Ore, scritte dalla serva di Dio Luisa Piccarreta, sono balsamo per l’anima che mantengono vivo il reciproco amore tra l’Amato e l’amante, sono fuoco che fonde, medicina che guarisce, preghiera di consolazione a Gesù: esse ci aiutano ad amarlo con lo stesso amore e, nell’unico respiro, ci permettono di fare spazio al Suo dolore.
Le 24 Ore della Passione sono un reciproco bacio d’amore: ogni parola, come scintilla, fa ardere nel «Fiat voluntas tua» e, abbandonati in incandescenti dialoghi d’amore che pervadono tutto l’essere, si vive una vita appassionata nel compimento della Divina Volontà.


Tiziano Soldavini, Sacerdote diocesano, specializzato in Psicologia, Comunicazione e Formazione in scienze umane. Conduttore radiofonico a Radio Mater e Radio Kolbe. Accompagnatore nel cammino di crescita umana e spirituale, animatore d’incontri di formazione, giornate e ritiri spirituali. Ha pubblicato numerosi testi tra questi ricordiamo: Il perdono guarisce. È un dono possibile, un Vangelo (2012), L’Arte della gioia. Una luce che cambia la vita (2018).

Dialoghi d’amore
TIZIANO SOLDAVINI
Commento. Le 24 Ore della passione di Nostro Signore Gesù Cristo di Luisa Piccarreta.

Spiritualitas, 23
2020, cm 17x24, pp.640
ISBN 978-88-6788-212-0


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Premessa "DIALOGHI D'AMORE"
di  DON TIZIANO SOLDAVINI


Pregare «Le 24 ore della Passione di nostro Signore Gesù Cristo» è volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto (cf. 19,37), l'Agnello di Dio innalzato da terra (cf. Gv. 12,32).
Solo nel distogliere lo sguardo dalle cose vane per rimanere con lo sguardo fisso in Gesù, cuore a cuore con Lui, possiamo immergerci nel mistero del troppo grande amore.
«Figlia mia, ogniqualvolta l'anima pensa alla mia Passione, si ricorda di ciò che ho sofferto o mi compatisce, si rinnova in lei l'applicazione delle mie pene, il mio sangue sorge per inondarla e le mie piaghe si mettono in via per sanarla se è piagata, o per abbellirla se è sana, e tutti i miei meriti per arricchirla. Il traffico che fa è sorprendente, è come se mettesse al banco tutto ciò che feci e soffrii, e ne riscuote il doppio». (Luisa Piccarreta, Libro di Cielo, - L.d.C. -, Vol. 13°, 21.10.1921)
Nell'esperienza intima con Gesù si cresce nell'amore fino a raggiungerne la vetta più alta: la consegna di sé che realizza la cristificazione.
Essere concorporei, consanguinei di Gesù, è avere carne nuova e sangue nuovo, fusione d'amore non paragonabile a nessun legame originato nel sangue di parentela: «Non c'è che una parentela legittima, la quale consiste nel fare la volontà di Dio. E questo è un modo di parentela migliore e più importante di quella della carne»1.
«Figlia mia, sollevati, chi fa la mia Volontà non resta mai scompagnato da Me, anzi è insieme con Me nelle opere che compio, nei miei desideri, nel mio Amore, in tutto e dovunque è insieme con Me. Anzi posso dire che siccome voglio tutto per Me, affetti, desideri, ecc., di tutte le creature, non avendoli, Io sto in attitudine intorno alle creature per farne conquista; ora, trovando in chi fa la mia Volontà il compiacimento dei miei desideri, il mio desiderio si riposa in essa, il mio Amore prende riposo nel suo amore, e così di tutto il resto”. Poi ha soggiunto: “Ti ho dato due cose grandissime, che si può dire formavano la mia stessa Vita; la mia Vita fu racchiusa in questi due punti: Volontà Divina e Amore. E questa Volontà svolse in Me la mia Vita e compì la mia Passione. Non altro voglio da te, che la mia Volontà sia la tua vita, la tua regola e che in nessuna cosa, sia piccola o grande, sfugga da Essa, e questa Volontà svolgerà in te la mia Passione, e quanto più stretta starai alla mia Volontà, tanto più sentirai in te la mia Passione. Se farai scorrere in te come vita la mia Volontà, questa ti farà scorrere in te la mia Passione, sicché te la sentirai scorrere in ogni tuo pensiero, nella tua bocca, ti sentirai inzuppata la lingua, e la tua parola uscirà calda del mio sangue ed eloquentemente parlerai delle mie pene; il tuo cuore sarà pieno delle mie pene ed in ogni sbocco che darà, a tutto il tuo essere porterà l'impronta della mia Passione, ed Io ti andrò sempre ripetendo: “Ecco la mia Vita, ecco la mia Vita”. E mi diletterò di farti delle sorprese, narrandoti or una pena e ora un'altra non ancor da te sentita o compresa. Non ne sei contenta?» (L.d.C., Vol. 11°, 20.11.1914)
Pregare le 24 Ore della Passione è dialogare con l'Amore, accompagnati dalla brezza dello Spirito che istruisce e dà luce per comprendere «la parola della croce» (1Cor 1,18), albero della verità e della vita, rivelazione dell'amore di Gesù Volto amante e misericordioso del Padre, che, «in quel modo» (Mc 15,39), ha svelato se stesso come dono assoluto, per dare agli uomini il Suo regno, rivelazione della gloria di Dio tra gli uomini.
Queste ore sono balsamo per l'anima che mantengono vivo il reciproco amore tra l'Amato e l'amante, balsamo che rinvigorisce la piccolezza.
Sono fuoco che fonde, sciolgono il male, disperdono il veleno del peccato, liberano dai condizionamenti, sono valida medicina che guarisce ogni vuoto, malessere e mancanza di gioia, condizioni che impediscono di vivere giornate e istanti appassionati.
Nel pregare Le 24 Ore della Passione, inoltre, come figli teniamo compagnia e consoliamo Maria, la Desolata, Agnella associata a suo Figlio, l'Agnello, come madre e come partecipe della Sua Passione.
«Figlia mia, alla mia cara Mamma mai sfuggì il pensiero della mia Passione, e a forza di ripeterla si riempì tutta, tutta di Me. Così succede all'anima, a forza di ripetere ciò che Io soffrii, viene a riempirsi di Me». (L.d.C., Vol.11°, 29.3.1913)
Sono una preghiera di consolazione a Gesù innocente, solo, abbandonato, venduto, condannato, deriso, maltrattato, torturato, crocifisso, agonizzante, morto e sepolto; sono un canto d'amore di Gesù per coloro che ama di amore eterno, e fanno dire all'Amato: «Io sono per il mio diletto e la sua brama è verso di me» (Ct 7,11), ci aiutano ad amarlo con lo stesso amore e, nell'unico respiro, ci permettono di fare spazio al Suo dolore.
«Figlia mia, il mondo sta in continuo atto di rinnovare la mia Passione, e siccome la mia immensità involge tutti, dentro e fuori delle creature, così sono costretto dal loro contatto a ricevere chiodi, spine, flagelli, disprezzi, sputi e tutto il resto che soffrii nella Passione, e anche più. Ora, chi fa queste ore della mia Passione, dal contatto di queste mi sento togliere i chiodi, frantumare le spine, raddolcire le piaghe, togliere gli sputi, mi sento contraccambiare in bene il male che mi fanno gli altri, ed Io, sentendo che il loro contatto non mi fa male, ma bene, mi poggio sempre più su loro.» (L.d.C., Vol. 11°, 6.11.1914)
Dalla lettura e meditazione di queste Ore nasce una vita intima che si assimila e si dilata nell'amore, vita concreta e feconda che si estende e si consuma nell'amore senza fine.
«Figlia mia, sappi che col fare queste ore, l'anima prende i miei pensieri e li fa suoi, le mie riparazioni, le preghiere, i desideri, gli affetti, anche le più intime mie fibre e le fa sue, ed elevandosi su, tra il Cielo e la terra fa il mio stesso uffizio, e come corredentrice dice insieme con Me: “Ecce ego mitte me, [ Eccomi manda me] voglio ripararti per tutti, risponderti per tutti ed impetrare il bene a tutti.» (Idem)
Le 24 Ore della Passione sono il reciproco bacio d'amore del Crocifisso, il quale ha preso su di sé il nostro peccato e, incorporandoci in Lui, dona la salvezza a noi fratelli e figli che rispondiamo alla proposta dell'Amore e per grazia viviamo il Fiat e di Divina Volontà.
Ogni parola, come scintilla, fa ardere nel «Fiat voluntas tua» e, abbandonati in incandescenti dialoghi d'amore che pervadono tutto l'essere, si vive una vita appassionata nel compimento della Divina Volontà.
don Tiziano Soldavini

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1 San Giovanni Crisostomo, Omelia, XLIV, n.1. Vangelo di S. Matteo, 1-45.



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PRESENTAZIONE "DIALOGHI D'AMORE"
di ERRICO NOVI


Noi cristiani abbiamo bisogno di immagini. Custodiamo Dio nel cuore ma amiamo guardarlo. E amiamo guardare la Croce. Contemplarla, trovare in lei la Verità. Ma abbiamo un limite, che è il tempo, innanzitutto, il tempo e lo spazio della nostra vita, che sono troppo miseri.
Solo la rinuncia a ogni altro tempo, spazio, consunzione del corpo se non in Gesù, può forse condurre a vedere la Verità, almeno a vederne una parte più grande. Non tutti conoscono l’eroismo mistico di Luisa Piccarreta quale magnifico esempio di tale sacrificio. Ecco, Don Tiziano Soldavini, con i suoi “Dialoghi d’Amore”, ci conduce a conoscere l’esperienza di questa testimone straordinaria dell’Amore di Gesù, attraverso il commento di una sua opera incredibile, “Le 24 ore della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo”, del 1914. Gesù concede a Luisa la grazia di farle «morire continuamente» la sua volontà in modo che risorga in lei «la vita della Divina Volontà». Ebbene, tale grazia diventa occasione di gioia per noi.
Le pagine in cui Soldavini ci conduce alla scoperta dello scritto regalatoci 106 anni fa da Luisa sono un’occasione per illuminare l’anima. E trarre conforto dalla condivisione che Luisa ebbe del dolore di Cristo.
Si tratta di un’immersione mistica, in cui, ci ricorda don Tiziano, bisogna affidarsi a una guida, lo Spirito Santo, che aiuta a comprendere il messaggio, anzi, «la parola della Croce».
Avviene qualcosa di impensabile. Perché Tiziano Soldavini ci ricorda come la mistica unione di Luisa a Gesù arrivi a rinfrancare il Signore, a essere avvertita dal Figlio come ristoro dalle ferite della Passione.
È chiaro che un cammino straordinario come l’esperienza mistica concessa a Luisa sfugge a tutti noi, e ci precipita nello sconforto dell’inadeguatezza. Eppure quel miracolo è in realtà emblema, pare volerci suggerire Don Tiziano, di cosa può essere la nostra vita grazie a Gesù: perché se ci si convince di essere persino conforto al Divino, si ha l’impressione più nitida e geniale dell’Amore che ci lega a Lui. Non della semplice sudditanza di figli, ma dell’Amore, del pieno connubio. E passare dalla nostra consueta condizione di peccatori a quella di figli, così amati da riuscire a rinfrancare addirittura il cuore di Gesù, è impresa così straordinaria da riuscire a incoraggiarci. Da consentirci cioè di percepire la vita piena vissuta nella Divina Volontà non come un miraggio irraggiungibile, ma quale condizione che tutti noi possiamo vivere. Nella gioia e nel sorriso dell’anima.
Ecco perché l’esperienza che Don Tiziano ci propone con il suo commento a “Le 24 Ore della Passione” è in realtà alimento inestinguibile, una catena da afferrare per sottrarsi alla schiavitù della miseria. I “Dialoghi d’Amore” sono una palestra dell’anima in cui recarci per fare esercizio, e per uscirne irrobustiti nello spirito, tonificati nella speranza e nella gioia.
In un suo precedente, splendido libro, “L’arte della gioia”, Soldavini aveva immaginato a un tratto delle “palestre della gioia”. Vere e proprie scuole dove apprendere l’arte e avviarci a praticarla. Non ha perso tempo. È passato dalla teoria alla pratica. Ha messo in piedi lui una ben attrezzata palestra proprio con questo libro, con questo invito a riscoprire l’opera di Luisa Piccarreta. Come lei stessa nel 1914 scrisse al confessore che le aveva sollecitato “Le 24 Ore”, ossia Sant’Annibale Maria Di Francia, “se colui che le mediterà è peccatore, si convertirà, se è imperfetto diverrà perfetto, se è santo si farà più santo, se è tentato troverà la vittoria, se è sofferente troverà in queste Ore la forza, la medicina, il conforto; e se l’anima sua è debole e povera, troverà un cibo spirituale ed uno specchio dove si rimirerà di continuo per abbellirsi e farsi simile a Gesù nostro modello”.
Facciamone tesoro. Approfittiamo del regalo di Don Tiziano. Ci aiuta a leggere “Le 24 Ore”, si offre come guida per viaggiare nell’opera di Piccarreta. Approfittiamone perché ne usciremo rafforzati nell’anima. E capaci di aprirci inaspettatamente a una gioia di cui non ci sentivamo degni.
ERRICO NOVI
Giornalista del quotidiano Il Dubbio, giornale promosso dal Consiglio nazionale forense



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La Redazione di ARTCUREL ringrazia l'Autore don Tiziano Soldavini (email: dontizianosoldavini@gmail.com ) del libro "Dialoghi d'amore" per aver inviato la documentazione per l'articolo.


lunedì 18 maggio 2020

LETTERA DI PAPA BENEDETTO XVI Per il centenario della nascita del Santo Papa Giovanni Paolo II (18 maggio 2020)



LETTERA DI PAPA BENEDETTO XVI
Per il centenario della nascita 
del Santo Papa Giovanni Paolo II
(18 maggio 2020)
 

   Il 18 maggio si celebrerà il centenario della nascita di Papa Giovanni Paolo II nella piccola città polacca di Wadowice.
    La Polonia, divisa e occupata dai tre imperi vicini – Prussia, Russia e Austria –per oltre un secolo, riconquistò l’indipendenza dopo la prima guerra mondiale. Fu un evento che suscitò grandi speranze, ma che richiese anche grandi sforzi, visto che lo Stato che si riprendeva sentiva costantemente la pressione di entrambe le potenze – Germania e Russia. In questa situazione di oppressione, ma soprattutto di speranza, crebbe il giovane Karol Wojtyła, che purtroppo perse molto presto la madre, il fratello e infine il padre, al quale doveva la sua profonda e fervente devozione. L’attrazione particolare del giovane Karol verso la letteratura ed il teatro, lo portarono dopo la laurea allo studio di queste materie.
   “Per evitare di essere deportato in Germania per i lavori forzati, nell’autunno del 1940 iniziò a lavorare come operaio fisico nella cava associata alla fabbrica chimica Solvay” (Cfr. Giovanni Paolo II, Dono e mistero). “Nell’autunno del 1942, prese la decisione definitiva di entrare nel Seminario di Cracovia, organizzato segretamente dall’arcivescovo di Cracovia Sapieha nella sua residenza. Già da operaio iniziò a studiare teologia su vecchi libri di testo, per poter essere ordinato sacerdote il 1̊ novembre 1946” (Cfr. Ibid.). Tuttavia, imparò la teologia non solo dai libri, ma anche traendo utili insegnamenti dal contesto specifico in cui lui ed il suo Paese si trovavano. Questo sarebbe stato un tratto peculiare che avrebbe contraddistinto tutta la sua vita ed attività. Impara dai libri, ma vive anche di questioni attuali che lo tormentano. Così, per lui da giovane vescovo – dal 1958 vescovo ausiliare e dal 1964 arcivescovo di Cracovia – il Concilio Vaticano II fu la scuola di tutta la sua vita e del suo lavoro. Le importanti questioni che emersero, soprattutto quelle relative al cosiddetto Schema XIII – la successiva Costituzione Gaudium et Spes – furono le sue domande personali. Le risposte elaborate al Concilio mostrarono l’indirizzo che avrebbe dato al suo lavoro prima da vescovo e poi da Papa.
   Quando il 16 ottobre 1978 il cardinale Wojtyła fu eletto Successore di Pietro, la Chiesa si trovava in una situazione drammatica. Le deliberazioni del Concilio furono presentate in pubblico come una disputa sulla fede stessa, che sembrava così priva del suo carattere di certezza infallibile e inviolabile. Per esempio, un parroco bavarese descrisse questa situazione con le seguenti parole: “Alla fine siamo caduti in una fede sbagliata”. Questa sensazione che nulla fosse certo più, che tutto potesse essere messo in discussione, fu ulteriormente alimentata dal modo in cui fu condotta la riforma liturgica. Alla fine sembrava che anche nella liturgia tutto si potesse creare da solo. Paolo VI condusse il Concilio con vigore e decisione fino alla sua conclusione, dopo la quale affrontò problemi sempre più difficili, che alla fine misero in discussione la Chiesa stessa. I sociologi dell’epoca paragonavano la situazione della Chiesa a quella dell’Unione Sovietica sotto Gorbaciov, dove nella ricerca delle riforme necessarie l’intera potente immagine dello Stato sovietico alla fine crollò.
   Così, dinnanzi al nuovo Papa si presentò di fatto un compito assai arduo da affrontare con le sole capacità umane. Dapprincipio, però, si rivelò in Giovanni Paolo II la capacità di suscitare una rinnovata ammirazione per Cristo e per la sua Chiesa. In principio furono le parole pronunciate per l’inizio del suo pontificato, il suo grido: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!” Questo tono caratterizzò tutto il suo pontificato rendendolo un rinnovatore e liberatore della Chiesa. Questo perché il nuovo Papa proveniva da un Paese dove ale il Concilio era stato accolto in modo positivo. Il fattore decisivo non fu quello di dubitare di tutto, ma di rinnovare tutto con gioia.
   Nei 104 grandi viaggi pastorali che condussero il Pontefice in tutto il mondo, predicò il Vangelo come una notizia gioiosa, spiegando così anche il dovere di ricevere il bene e il Cristo. 
   In 14 encicliche presentò in modo nuovo la fede della Chiesa e il suo insegnamento umano. Inevitabilmente, quindi, suscitò opposizione nelle Chiese d’Occidente piene di dubbi.
    Oggi mi sembra importante indicare il centro giusto dal quale leggere il messaggio contenuto nei diversi testi, il quale si pose all’attenzione di noi tutti nell’ora della sua morte. Papa Giovanni Paolo II è morto nelle prime ore della Festa della Divina Misericordia istituita da lui stesso. Vorrei inizialmente aggiungere qui una piccola nota personale che ci mostra qualcosa di importante per comprendere l’essenza e la condotta di questo Papa. Fin dall’inizio, Giovanni Paolo II rimase molto colpito dal messaggio della suora di Cracovia Faustina Kowalska, che aveva presentato la misericordia di Dio come il centro essenziale di tutta la fede cristiana e aveva voluto istituire la festa della Divina Misericordia. Dopo le consultazioni, il Papa previde per essa la Domenica in albis. Tuttavia, prima di prendere una decisione definitiva, chiese il parere della Congregazione per la Dottrina della Fede per valutare l’opportunità di tale scelta. Demmo una risposta negativa ritenendo che una data così importante, antica e piena di significato come la Domenica in albis non dovesse essere appesantita da nuove idee. Per il Santo Padre, accettare il nostro “no” non fu certo facile. Ma lo fece con tutta umiltà e accettò il nostro secondo “no”. Infine, formulò una proposta che pur lasciando alla Domenica in albis il suo significato storico, gli permise di introdurre la misericordia di Dio nel suo nella sua accezione originale. Ci sono stati spesso casi in cui rimasi impressionato dall’umiltà di questo grande Papa, che rinunciò alle sue idee favorite quando non c’era il consenso degli organi ufficiali, il quale – secondo l’ordine classico delle cose – si doveva chiedere.
Quando Giovanni Paolo II esalò l’ultimo respiro in questo mondo, si era già dopo i primi Vespri della Festa della Divina Misericordia. Ciò illuminò l’ora della sua morte: la luce della misericordia di Dio rifulse sulla sua morte come un messaggio di conforto. Nel suo ultimo libro, Memoria e identità, apparso quasi alla vigilia della sua morte, il Papa presentò ancora una volta brevemente il messaggio della misericordia divina. In esso egli fece notare che suor Faustina morì prima degli orrori della seconda guerra mondiale, ma aveva già diffuso la risposta del Signore a questi orrori. “Il male non riporta la vittoria definitiva! Il mistero pasquale conferma che il bene, in definitiva, è vittorioso; che la vita sconfigge la morte e sull’odio trionfa l’amore”.
Tutta la vita del Papa fu incentrata su questo proposito di accettare soggettivamente come suo il centro oggettivo della fede cristiana – l’insegnamento della salvezza – e di consentire agli altri di accettarlo. Grazie a Cristo risorto, la misericordia di Dio è per tutti. Anche se questo centro dell’esistenza cristiana ci è dato solo nella fede, esso ha anche un significato filosofico, perché – dato che la misericordia divina non è un dato di fatto – dobbiamo anche fare i conti con un mondo in cui il contrappeso finale tra il bene e il male non è riconoscibile. In definitiva, al di là di questo significato storico oggettivo, tutti devono sapere che la misericordia di Dio alla fine si rivelerà più forte della nostra debolezza. Qui dobbiamo trovare l’unità interiore del messaggio di Giovanni Paolo II e le intenzioni fondamentali di Papa Francesco: Contrariamente a quanto talvolta si dice, Giovanni Paolo II non è un rigorista della morale. Dimostrando l’importanza essenziale della misericordia divina, egli ci dà l’opportunità di accettare le esigenze morali poste all’uomo, benché non potremo mai soddisfarlo pienamente. I nostri sforzi morali vengono intrapresi sotto la luce della misericordia di Dio, che si rivela essere una forza che guarisce la nostra debolezza.
   Durante il trapasso di Giovanni Paolo II, Piazza San Pietro era piena di persone, soprattutto di giovani, che volevano incontrare il loro Papa per l’ultima volta. Non dimenticherò mai il momento in cui l’arcivescovo Sandri annunciò la scomparsa del Papa. Soprattutto non scorderò il momento in cui la grande campana di San Pietro rivelò questa notizia. Il giorno del funerale del Santo Padre si potevano vedere moltissimi striscioni con la scritta “Santo subito”. Fu un grido che, da tutte le parti, sorse dall’incontro con Giovanni Paolo II. E non solo in Piazza San Pietro, ma in vari circoli di intellettuali si era discusso sulla possibilità di concedere a Giovanni Paolo II l’appellativo di “Magno”.
    La parola “santo” indica la sfera divina, e la parola “magno” indica la dimensione umana. Secondo i principi della Chiesa, la santità viene valutata sulla base di due criteri: le virtù eroiche e il miracolo. Questi due criteri sono strettamente collegati tra di loro. Il concetto di “virtù eroiche” non significa un successo olimpico, ma il fatto che quello che dentro e attraverso una persona è visibile non ha una fonte nell’uomo stesso, ma è ciò che rivela l’azione di Dio dentro e attraverso di lui. Non si tratta di competizione morale, ma di rinunciare alla propria grandezza. Si tratta di un uomo che permette a Dio di agire dentro di sé e quindi di rendere visibile attraverso di sé l’azione e la potenza di Dio.
   Lo stesso vale per il criterio del miracolo. Anche qui non si tratta di qualcosa di sensazionale, ma del fatto che la bontà guaritrice di Dio diventa visibile in un modo che supera le capacità umane. Un santo è un uomo aperto, penetrato da Dio. Un santo è una persona aperta a Dio, permeata da Dio. Un santo è uno che non concentra l’attenzione su se stesso, ma ci fa vedere e riconoscere Dio. Lo scopo dei processi di beatificazione e canonizzazione è proprio quello di esaminarlo secondo le norme della legge. Per quanto riguarda Giovanni Paolo II, entrambi i processi sono stati eseguiti rigorosamente secondo le regole vincolanti. Così ora egli si presenta davanti a noi come un padre che ci mostra la misericordia e la bontà di Dio.
È più difficile definire correttamente il termine “magno”. Durante i quasi duemila anni di storia del papato, l’appellativo “Magno” è stato adottato solo con riferimento a due papi: a Leone I (440-461) e a Gregorio I (590-604). La parola “magno” ha un’impronta politica presso entrambi, ma nel senso che, attraverso i successi politici, si rivela qualcosa del mistero di Dio stesso. Leone Magno, in una conversazione con il capo degli unni Attila, lo convinse a risparmiare Roma, la città degli apostoli Pietro e Paolo. Senza armi, senza potere militare o politico, riuscì a persuadere il terribile tiranno a risparmiare Roma grazie alla propria convinzione della fede. Nella lotta dello spirito contro il potere, lo spirito si dimostrò più forte.
Gregorio I non ottenne un successo altrettanto spettacolare, ma riuscì comunque a salvare più volte Roma dai Longobardi – anche lui, contrapponendo lo spirito al potere, riportò la vittoria dello spirito.
  Quando confrontiamo la storia di entrambi con quella di Giovanni Paolo II, la somiglianza è innegabile. Anche Giovanni Paolo II non aveva né forza militare né potere politico. Nel febbraio 1945, quando si parlava della futura forma dell’Europa e della Germania, qualcuno fece notare che bisognava tener conto anche dell’opinione del Papa. Stalin chiese allora: “Quante divisioni ha il Papa?” Naturalmente non ne aveva. Ma il potere della fede si rivelò una forza che, alla fine del 1989, sconvolse il sistema di potere sovietico e permise un nuovo inizio. Non c’è dubbio che la fede del Papa sia stata un elemento importante per infrangere questo potere. E anche qui possiamo certamente vedere la grandezza che si manifestò nel caso di Leone I e Gregorio I.
  La questione se in questo caso l’appellativo “magno” sarà accettato o meno deve essere lasciata aperta. È vero che in Giovanni Paolo II la potenza e la bontà di Dio è diventata visibile a tutti noi. In un momento in cui la Chiesa soffre di nuovo per l’assalto del male, egli è per noi un segno di speranza e di conforto.

Caro San Giovanni Paolo II, prega per noi!

Benedetto XVI



venerdì 8 maggio 2020

IL SENTIMENTO DELLE COSE, LA CONTEMPLAZIONE DELLA BELLEZZA, del Cardinale Joseph Ratzinger


IL SENTIMENTO DELLE COSE, LA CONTEMPLAZIONE DELLA BELLEZZA
 
del Cardinale Joseph Ratzinger
 

Ogni anno, nella Liturgia delle Ore del Tempo di Quaresima, torna a colpirmi un paradosso che si trova nei Vespri del lunedì della seconda settimana del Salterio. Qui, l’una accanto all’altra, ci sono due antifone, una per il tempo di Quaresima, l’altra per la Settimana Santa. Entrambe introducono il Salmo 44, ma ne anticipano una chiave interpretativa del tutto contrapposta. E’ il Salmo che descrive le nozze del Re, la sua bellezza, le sue virtù, la sua missione, e poi si trasforma in un’esaltazione della sposa. Nel Tempo di Quaresima il salmo ha per cornice la stessa antifona che viene utilizzata per tutto il restante periodo dell’anno. E’ il terzo verso del salmo che recita: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia”.
E’ chiaro che la Chiesa legge questo salmo come rappresentazione poetico-profetica del rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa. Riconosce Cristo come il più bello tra gli uomini; la grazia diffusa sulle sue labbra indica la bellezza interiore della Sua parola, la gloria del Suo annuncio. Così, non è semplicemente la bellezza esteriore dell’apparizione del Redentore ad essere glorificata: in Lui appare piuttosto la bellezza della Verità, la bellezza di Dio stesso che ci attira a sé e allo stesso tempo ci procura la ferita dell’Amore, la santa passione (eros) che ci fa andare incontro, insieme alla e nella Chiesa Sposa, all’Amore che ci chiama.
Ma il mercoledì della Settimana Santa la Chiesa cambia l’antifona e ci invita a leggere il Salmo alla luce di Is. 53,2: “Non ha bellezza né apparenza; l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore”. Come si concilia ciò? Il “più bello tra gli uomini” è misero d’aspetto tanto che non lo si vuol guardare. Pilato lo presenta alla folla dicendo:- “Ecce homo” onde suscitare pietà per l’Uomo sconvolto e percosso al quale non è rimasta alcuna bellezza esteriore.
Agostino, che nella sua giovinezza scrisse un libro sul bello e sul conveniente e che apprezzava la bellezza nelle parole, nella musica, nelle arti figurative, percepì assai fortemente questo paradosso e si rese conto che in questo passo la grande filosofia greca del bello non veniva semplicemente rigettata, ma piuttosto messa drammaticamente in discussione: che cosa sia bello, che cosa la bellezza significhi avrebbe dovuto essere nuovamente discusso e sperimentato.
Riferendosi al paradosso contenuto in questi testi egli parlava di “due trombe” che suonano in contrapposizione e pur tuttavia ricevono i loro suoni dal medesimo soffio, dallo stesso Spirito. Egli sapeva che il paradosso è una contrapposizione, ma non una contraddizione. Entrambe le citazioni provengono dallo stesso Spirito che ispira tutta la Scrittura, il quale però suona in essa con note differenti e, proprio in questo modo, ci pone di fronte alla totalità della vera bellezza, della verità stessa.
Dal testo di Isaia scaturisce innanzitutto la questione, di cui si sono occupati i Padri della Chiesa, se Cristo fosse dunque bello oppure no. Qui si cela la questione più radicale se la bellezza sia vera, oppure se non sia piuttosto la bruttezza a condurci alla profonda verità del reale. Chi crede in Dio, nel Dio che si è manifestato proprio nelle sembianze alterate di Cristo crocifisso come amore “sino alla fine” (Gv 13,1) sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza, ma nel Cristo sofferente egli apprende anche che la bellezza della verità comprende offesa, dolore e, sì, anche l’oscuro mistero della morte, e che essa può essere trovata solo nell’accettazione del dolore, e non nell’ignorarlo.
Una prima consapevolezza del fatto che la bellezza abbia a che fare anche con il dolore è senz’altro presente anche nel mondo greco. Pensiamo, per esempio, al Fedro di Platone. Platone considera l’incontro con la bellezza come quella scossa emotiva salutare che fa uscire l’uomo da se stesso, lo “entusiasma” attirandolo verso altro da sé. L’uomo, così dice Platone, ha perso la per lui concepita perfezione dell’origine. Ora egli è perennemente alla ricerca della forma primigenia risanatrice. Ricordo e nostalgia lo inducono alla ricerca, e la bellezza lo strappa fuori dall’accomodamento del quotidiano. Lo fa soffrire.
Noi potremmo dire, in senso platonico, che lo strale della nostalgia colpisce l’uomo, lo ferisce e proprio in tal modo gli mette le ali, lo innalza verso l’alto. Nel discorso di Aristofane del Simposio si afferma che gli amanti non sanno ciò che veramente vogliono l’uno dall’altro. E’ al contrario evidente che le anime di entrambi sono assetate di qualcos’altro che non sia il piacere amoroso. Questo “altro” però l’anima non riesce a esprimerlo, “ha solamente una vaga percezione di ciò che veramente essa vuole e ne parla a se stessa come un enigma”.
Nel XIV secolo, nel libro sulla vita di Cristo del teologo bizantino Nicolas Kabasilas si ritrova questa esperienza di Platone, nella quale l’oggetto ultimo della nostalgia continua a rimanere senza nome, trasformato dalla nuova esperienza cristiana. Kabasilas afferma: “Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all’uomo sia consono aspirare, questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l’intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo”.
La bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo. Ciò che afferma Platone e, più di 1500 anni dopo, Kabasilas non ha nulla a che fare con l’estetismo superficiale e con l’irrazionalismo, con la fuga dalla chiarezza e dall’importanza della ragione. Bellezza è conoscenza, certamente, una forma superiore di conoscenza poiché colpisce l’uomo con tutta la grandezza della verità.
In ciò Kabasilas è rimasto interamente greco, in quanto egli pone la conoscenza all’inizio. “Origine dell’amore è la conoscenza – egli afferma – la conoscenza genera l’amore”. Occasionalmente –così prosegue – la conoscenza potrebbe essere talmente forte da sortire allo stesso tempo l’effetto di un filtro d’amore”. Egli non lascia questa affermazione in termini generali. Com’è caratteristico del suo pensiero rigoroso, egli distingue due tipi di conoscenza: la conoscenza attraverso l’istruzione che rimane conoscenza, per così dire, “di seconda mano” e non implica alcun contatto diretto con la realtà stessa.
Il secondo tipo, al contrario, è conoscenza attraverso la propria esperienza, attraverso il rapporto con le cose. “Quindi, fintanto che noi non abbiamo fatto esperienza di un essere concreto, non amiamo l’oggetto così come esso dovrebbe essere amato”. La vera conoscenza è essere colpiti dal dardo della bellezza che ferisce l’uomo, essere toccati dalla realtà, “dalla personale presenza di Cristo stesso” come egli dice.
L’essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale. Non dobbiamo certo sottovalutare il significato della riflessione teologica, del pensiero teologico esatto e rigoroso: esso rimane assolutamente necessario. Ma da qui, disdegnare o respingere il colpo provocato dalla corrispondenza del cuore nell’incontro con la bellezza come vera forma della conoscenza, ci impoverisce e inaridisce la fede, così come la teologia. Noi dobbiamo ritrovare questa forma di conoscenza, è un’esigenza pressante del nostro tempo.
A partire da questa concezione Hans Urs von Balthasar ha edificato il suo Opus magnum dell’Estetica teologica, della quale molti dettagli sono stati recepiti nel lavoro teologico, mentre la sua impostazione di fondo, che costituisce veramente l’elemento essenziale del tutto, non è stata affatto accolta. Questo non è beninteso semplicemente solo, o meglio, non è principalmente un problema della teologia, ma anche della pastorale che deve nuovamente favorire l’incontro dell’uomo con la bellezza della fede.
Gli argomenti cadono così spesso nel vuoto perché nel nostro mondo troppe argomentazioni contrapposte concorrono le une con le altre, tanto che all’uomo viene spontaneo il pensiero che i teologi medievali avevano così formulato: la ragione “ha un naso di cera”, ossia la si può indirizzare, se solo si è abbastanza abili, nelle più svariate direzioni. Tutto è così assennato, così convincente, di chi dobbiamo fidarci? L’incontro con la bellezza può diventare il colpo del dardo che ferisce l’anima ed in questo modo le apre gli occhi, tanto che ora l’anima, a partire dall’esperienza, ha dei criteri di giudizio ed è anche in grado di valutare correttamente gli argomenti.
Resta per me un’ esperienza indimenticabile il concerto di Bach diretto da Leonard Bernstein a Monaco di Baviera dopo la precoce scomparsa di Karl Richter. Ero seduto accanto al vescovo evangelico Hanselmann. Quando l’ultima nota di una delle grandi Thomas-Kantor-Kantaten si spense trionfalmente, volgemmo lo sguardo spontaneamente l’uno all’altro e altrettanto spontaneamente ci dicemmo: “Chi ha ascoltato questo, sa che la fede è vera”.
In quella musica era percepibile una forza talmente straordinaria di realtà presente da rendersi conto, non più attraverso deduzioni, bensì attraverso l’urto del cuore, che ciò non poteva avere origine dal nulla, ma poteva nascere solo grazie alla forza della verità che si attualizza nell’ispirazione del compositore.
E la stessa cosa non è forse evidente quando ci lasciamo commuovere dall’icona della Trinità di Rublëv? Nell’arte delle icone, come pure nelle grandi opere pittoriche occidentali del romanico e del gotico, l’esperienza descritta da Kabasilas, partendo dall’interiorità, si è resa visibile e partecipabile.
Pavel Evdokimov ha indicato in maniera così pregnante quale percorso interiore l’icona presupponga. L’icona non è semplicemente la riproduzione di quanto è percepibile con i sensi, ma piuttosto presuppone, come egli afferma, un “digiuno della vista”.
La percezione interiore deve liberarsi dalla mera impressione dei sensi ed in preghiera ed ascesi acquisire una nuova, più profonda capacità di vedere, compiere il passaggio da ciò che è meramente esteriore verso la profondità della realtà, in modo che l’artista veda ciò che i sensi in quanto tali non vedono e ciò che tuttavia nel sensibile appare: lo splendore della gloria di Dio, la “gloria di Dio sul volto di Cristo” (2, Cor 4,6).
Ammirare le icone, e in generale i grandi quadri dell’arte cristiana, ci conduce per una via interiore, una via del superamento di sé e quindi, in questa purificazione dello sguardo, che è una purificazione del cuore, ci rivela la bellezza, o almeno un raggio di essa. Proprio così essa ci pone in rapporto con la forza della verità. Io ho spesso già affermato essere mia convinzione che la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i Santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato.
Affinché oggi la fede possa crescere dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a incontrare i Santi, a entrare in contatto con il bello.
Ora però dobbiamo rispondere ancora ad un’obiezione. Abbiamo già respinto l’affermazione secondo cui quanto finora sostenuto sarebbe una fuga nell’irrazionale, nel mero estetismo. E’ vero piuttosto l’opposto: proprio così la ragione viene liberata dal suo torpore e resa capace di azione.
Maggior peso ha oggi un’altra obiezione: il messaggio della bellezza viene messo completamente in dubbio attraverso il potere della menzogna, della seduzione, della violenza, del male. Può la bellezza essere autentica, oppure, alla fine, non è che un’illusione? La realtà non è forse in fondo malvagia? La paura che, alla fine, non sia lo strale del bello a condurci alla verità, ma che la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera “realtà” ha angosciato gli uomini in ogni tempo. Nel presente ha trovato espressione nell’ affermazione secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto fare poesia, dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si domanda: dov’era finito Dio quando funzionavano i forni crematori? Ora questa obiezione, per la quale esistevano motivi sufficienti ancora prima di Auschwitz, in tutte le atrocità della storia, indica in ogni caso che un concetto puramente armonioso di bellezza non è sufficiente. Non regge il confronto con la gravità della messa in discussione di Dio, della verità, della bellezza. Apollo, che per il Socrate di Platone era “il Dio” e il garante della imperturbata bellezza come “il veramente divino”, non basta assolutamente più. In questo modo ritorniamo alle “due trombe” della Bibbia dalle quali eravamo partiti, al paradosso per cui di Cristo si possa dire sia “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo”, sia “Non ha apparenza né bellezza…… il suo volto è sfigurato dal dolore”. Nella passione di Cristo l’estetica greca, così degna di ammirazione per il suo presentito contatto con il divino, che pure le resta indicibile, non viene rimossa, bensì superata.
L’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine - la Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine” e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l’ultima istanza del mondo. Non la menzogna è “vera”, bensì proprio la verità. E’ per così dire un nuovo trucco della menzogna presentarsi come “verità” e dirci: al di là di me non c’e in fondo nulla, smettete di cercare la verità o addirittura di amarla; così facendo siete sulla strada sbagliata.
L’icona di Cristo crocifisso ci libera da questo inganno oggi dilagante. Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a lui e crediamo all’Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della bellezza.
La menzogna conosce comunque anche un altro stratagemma: la bellezza mendace, falsa, una bellezza abbagliante che non fa uscire gli uomini da sé per aprirli nell’estasi dell’innalzarsi verso l’alto, bensì li imprigiona totalmente in se stessi. E’ quella bellezza che non risveglia la nostalgia per l’indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé, ma ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di piacere.
E’ quel tipo di esperienza della bellezza di cui la Genesi parla nel racconto del peccato originale: Eva vide che il frutto dell’albero era “bello” da mangiare ed era “piacevole all’occhio”. La bellezza, così come ne fa esperienza, risveglia in lei la voglia del possesso, la fa ripiegare per così dire su se stessa. Chi non riconoscerebbe, ad esempio nella pubblicità, quelle immagini che con estrema abilità sono fatte per tentare irresistibilmente l’uomo ad appropriarsi di ogni cosa, a cercare il soddisfacimento del momento anziché l’ aprirsi ad altro da sé?
Così l’ arte cristiana si trova oggi ( e forse già da sempre) tra due fuochi: deve opporsi al culto del brutto il quale ci dice che ogni altra cosa, ogni bellezza è inganno e solo la rappresentazione di quanto è crudele, basso, volgare, sarebbe la verità e la vera illuminazione della conoscenza. E deve contrastare la bellezza mendace che rende l’uomo più piccolo, anziché renderlo grande e che, proprio per questo, è menzogna. Chi non ha conosciuto la molto citata frase di Dostoevskij: “La bellezza ci salverà?” Ci si dimentica però nella maggior parte dei casi di ricordare che Dostoevskij intende qui la bellezza redentrice di Cristo. Dobbiamo imparare a vederLo. Se noi Lo conosciamo non più solo a parole ma veniamo colpiti dallo strale della sua paradossale bellezza, allora facciamo veramente la Sua conoscenza e sappiamo di Lui non solo per averne sentito parlare da altri. Allora abbiamo incontrato la bellezza della verità, della verità redentrice. Nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo del bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei Santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria Luce.



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Fonte:
MESSAGGIO DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER PER IL MEETING 2002.
https://www.theologhia.com/2015/01/joseph-ratzinger-parla-di-bellezza.html



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