sabato 11 dicembre 2021

L’EUCARISTIA E LA BELLEZZA DI DIO Perché andare a Messa la Domenica?, S.E. Rev.ma Mons. Bruno Forte



L’EUCARISTIA E LA BELLEZZA DI DIO 
Perché andare a Messa la Domenica?

S.E. Rev.ma Mons. Bruno Forte 
Arcivescovo di Chieti-Vasto



Proviamo a capire insieme che cos'è la Messa: se lo capisci veramente, con la mente e col cuore, sarà per Te un bisogno vero e profondo andare a Messa nel giorno del Signore, la Domenica, giorno della Sua resurrezione e della continua resurrezione di ciascuno di noi insieme con Lui, bellezza infinita...


Fra le tante domande che vengono poste al Vescovo, pastore e padre del suo popolo, ne scelgo una, che mi sembra importante per tutti: perché andare a Messa la Domenica? Implicita o esplicita, è la domanda di tanti: anzitutto di quelli che a Messa ci vanno (e da noi sono molti, grazie a Dio!), chi per motivazioni chiare e convinte, chi forse solo per abitudine e per rispetto delle tradizioni (e per questi capire meglio che cosa è la Messa non potrà che essere un aiuto prezioso!). La domanda è però anche di molti che a Messa non vanno o vanno solo di rado e che hanno spesso una profonda nostalgia di Dio: penso che anche loro andrebbero volentieri a Messa se solo scoprissero la bellezza del dono che in essa ci viene offerto. Questo dono è Gesù in persona, che nella Messa si offre a noi come il pastore buono e bello (così dice lui stesso di sé nel Vangelo di Giovanni: 10,11), che ci guida ai pascoli della vita, dove ci aspetta la bellezza senza tramonto. Chi vive veramente la Messa, grazie all’incontro con Cristo diventa anche lui un po’ alla volta più buono e più bello! Per amore Tuo, dunque, per il bene della società in cui viviamo, spesso malata di indifferenza e di solitudine, mi sembra importante parlarTi di questo luogo in cui puoi incontrare l’amore che salva, che può trasformarci tutti in creature nuove, aiutandoci a costruire ponti d’amicizia e legami d’amore: la Messa. Di domenica in domenica essa è una grande scuola di vita, una sorgente straordinaria di luce e di bellezza, un incontro contagioso di amore. È in essa che sperimentiamo la verità della buona novella, che riscalda il cuore: “Dio non ci ama perché siamo buoni e belli, ma ci rende buoni e belli perché ci ama” (San Bernardo). È nell’appuntamento domenicale che ci scopriamo popolo di Dio, comunità unita da legami umani e spirituali forti e profondi, e possiamo imparare ad apprezzare la gioia dell’essere insieme (come avviene in tante delle nostre Parrocchie, dove la Messa domenicale è veramente la festa della comunità!). Perché allora anche Tu conosca e viva sempre di più questo dono bellissimo, Ti scrivo questa lettera con tanto affetto, pregando perché il Tuo posto alla mensa del Signore nella Chiesa della Tua comunità parrocchiale non resti mai vuoto…


1. La domanda.

Mi chiedi dunque: perché andare a Messa la Domenica? Se me lo chiedi, è perché vuoi capire qualcosa di importante per la Tua vita, per il Tuo rapporto con Dio e con gli altri. Perciò, cercherò di aprirTi il mio cuore e di dirTi - con la maggiore trasparenza che mi sarà possibile - ciò che significa per la nostra fede la celebrazione della Messa, chiamata anche “Cena del Signore” (dall’ultima Cena di Gesù) o “eucaristia” (parola che significa “rendimento di grazie”). Ti confido che - dal momento in cui ho capito quello che sto per dirTi - l’eucaristia è diventata così importante per me da viverla ogni giorno: un giorno senza eucaristia mi sembrerebbe un mondo senza aria, una giornata senza luce, un corpo senz’anima. Ti parlo dunque di ciò che vivo ormai da tanti anni e sempre con nuovo entusiasmo, sperando di comunicarTi il desiderio di incontrare Gesù nella Messa almeno ogni domenica, per dare sapore e bellezza a tutte le Tue settimane, e così a tutta la Tua vita. Credimi: la Tua felicità è quello che mi sta veramente a cuore. E poiché io sono felice dal momento in cui ho incontrato Gesù, aiutarTi ad incontrarLo e a vivere di Lui mangiando il “pane di vita” mi sembra il dono più bello che io possa farTi.


2. Quello che ha fatto Gesù e che la Chiesa fa sin dalle origini

Gesù ha celebrato l'Ultima Cena con i suoi discepoli durante il banchetto pasquale ebraico. In questo banchetto si faceva memoria delle meraviglie operate da Dio nella storia della salvezza del Suo popolo, chiedendoGli di renderle presenti ed operanti nell’oggi della comunità celebrante. Questa memoria viva ed efficace è il “memoriale” della Pasqua del Signore: nella Santa Cena Gesù affida ai suoi il “memoriale” della nuova alleanza, realizzata nel suo sacrificio pasquale. Lo fa con la solennità del comando: “Fate questo in memoria di me” (Luca 22,19 e 1 Corinzi 11,24 e 25). In obbedienza a questa volontà di Gesù il memoriale della Sua Cena divenne subito un atto centrale della vita della Chiesa nascente: facendo tesoro dell’esperienza dei discepoli in cammino verso Emmaus, che lo avevano riconosciuto allo spezzare del pane (cf. Luca 24 31), la comunità divenne assidua nella frazione del pane (come è anche chiamata l'eucaristia, ad esempio nelle belle descrizioni della vita della comunità delle origini nel libro degli Atti degli Apostoli: 2,42 e 46). Per celebrare il memoriale della Pasqua di Gesù i discepoli iniziarono a radunarsi nel giorno della Sua resurrezione, il primo dopo il Sabato, considerato perciò l'ottavo giorno e ben presto chiamato “Domenica” (da “Dominus” = “Signore”), il “giorno del Signore”. Mediante questo atto la comunità e ciascuno dei credenti sapevano di poter incontrare il Signore Risorto, per portare a Lui le domande e i bisogni della propria esistenza e ricevere da Lui il dono della vita nuova che viene dall’alto.


3. I gesti, le parole e i protagonisti

Il gesto centrale della celebrazione eucaristica è sempre stato quello scelto da Gesù come segno del Suo infinito amore: spezzare il pane della fraternità e condividere il calice del vino, simbolo della condivisione della vita e del dolore, nell’ambito di una grande benedizione rivolta a Dio. Le parole sono quelle pronunciate da Gesù nell’Ultima Cena, ma vengono precedute dalla proclamazione di testi biblici che illuminano il cuore e lo dispongono a ricevere il grande dono della presenza viva e personale di Cristo. Presiede l'eucaristia colui che rappresenta nella comunità Gesù in quanto capo del suo Corpo ecclesiale (il Vescovo o il Sacerdote), in obbedienza alla volontà di Lui che aveva affidato agli apostoli la celebrazione del memoriale della Sua Pasqua e si era Lui stesso presentato nell'ultima cena come il capofamiglia secondo la tradizione pasquale ebraica. In quanto successore degli Apostoli il Vescovo rappresenta Gesù nella celebrazione dell’eucaristia ed è a sua volta rappresentato dai Sacerdoti, che egli stesso invia a presiedere l’eucaristia nelle comunità parrocchiali. Non posso fare a meno qui di rivolgere un pensiero di gratitudine e di affetto ai miei Preti, che con tanta fede e dedizione presiedono le liturgie domenicali sparse sul vastissimo territorio della nostra Chiesa diocesana. Sotto la presidenza del Vescovo o del Sacerdote da lui inviato tutta l'assemblea è chiamata a partecipare attivamente alla celebrazione, ciascuno esercitando il suo sacerdozio battesimale secondo la vocazione ricevuta da Dio (dai ministri dell’altare ai lettori, dai cantori ai catechisti, dagli operatori della carità, agli sposi cristiani…). Così nell'eucaristia la Chiesa intera si esprime nella sua unità e nella varietà dei doni e dei servizi di cui è arricchita dallo Spirito. L'eucaristia si presenta allora veramente come il culmine e la fonte di tutta la vita della Chiesa: perciò è così importante per i cristiani viverla bene per edificare e rinnovare di continuo nel tempo la comunità della salvezza voluta dal Signore.


4. L’eucaristia è la scuola del grazie

La celebrazione dell'eucaristia ci porta nel cuore stesso di Dio, che è Trinità d'amore, in quanto ci pone in rapporto con l'eterno Amante, il Padre, l'eterno Amato, il Figlio Gesù Cristo, venuto fra noi, e l'Amore che li unisce, lo Spirito Santo. L'azione di grazie è rivolta al Padre per tutti i suoi benefici, e si pone in piena continuità con la tradizione ebraica della benedizione rivolta a Colui che è il Santo, benedetto nei secoli: il Dio vivente. Rendere grazie a Dio significa riconoscere l'assoluto primato della Sua iniziativa d’amore, lodarLo per le meraviglie da Lui compiute nella creazione e nella redenzione, ed invocare i doni, che da Lui solo procedono e si compiranno interamente nella pienezza del Suo Regno. La Cena del Signore ci forma così a vivere tutta la nostra vita in spirito di ringraziamento, di adorazione e di offerta, aiutandoci a relazionare tutto a Dio come alla prima sorgente ed all'ultima patria ed aprendo il nostro cuore all'accoglienza del dono di grazia, che da Lui solo viene. Dove non c'è gratitudine il dono è perduto: dove si vive veramente il rendimento di grazie esso diventa pienamente fecondo. In un tempo come il nostro in cui il benessere diffuso fa pensare che tutto ci sia dovuto e che ogni bene di cui godere sia scontato (e questo avviene diffusamente anche da noi…), imparare a ringraziare è fondamentale. Chi ringrazia, si riconosce amato. Ringraziare è bello, ringraziare è gioia: perciò chi va a Messa e la vive pienamente impara a essere più ricco di umanità e di amore, perché impara a dire grazie all’amore che gli viene dato anzitutto da Dio. La santa Messa è la scuola del grazie, l’esercizio fecondo della gratitudine dell’amore... 5. L’eucaristia è la sorgente della speranza In quanto memoriale della Pasqua del Figlio, l'eucaristia rende presente il sacrificio della Croce di Gesù e si offre come il convito pasquale, nel quale si partecipa veramente al Corpo e al Sangue di Lui: Gesù morto e risorto è realmente presente nei segni del pane e del vino, così che la Santa Cena è il sacramento dell'incontro con Lui, la partecipazione al suo mistero pasquale, che ci riconcilia con Dio. Unendosi al sacrificio che Cristo ha compiuto una volta per sempre sulla Croce e che viene reso presente nel sacramento dell'altare, chi vive l'eucaristia si offre al Padre ed entra nella pace della riconciliazione compiuta da Gesù Crocifisso e Risorto. La partecipazione alla Sua Pasqua viene espressa nell'atto della comunione, in cui coloro che sono stati redenti da Lui si nutrono dell'unico pane e dell'unico calice per diventare il Suo Corpo, la Chiesa (cf. 1 Corinzi 10,16s): “Chi mangia Cristo - dice Sant’Agostino - diventa Cristo!”. Perciò, la Messa è pienamente vissuta quando culmina nella comunione al Corpo e al Sangue di Gesù, alla quale ci si deve preparare mediante la conversione del cuore e la fede (qui il sacramento della riconciliazione vissuto a scadenze regolari costituisce un grandissimo aiuto): una Messa senza comunione è come un'offerta d'amore rifiutata! Uniti a Cristo nella partecipazione alla sua Croce, veniamo uniti a Lui anche nella potenza della Sua resurrezione, riconciliati col Padre e con gli uomini nella comunione della Chiesa, che è il suo Corpo vivente nella storia. Nutriti del pane della vita, possiamo pregustare le gioie del Regno a venire ed anticiparne la realizzazione nel tempo del nostro pellegrinaggio terreno: la vita, alimentata dal cibo eucaristico, è protesa verso il futuro della promessa di Dio e sperimenta al tempo stesso la gioia del dono già ricevuto e la speranza nella promessa non ancora pienamente compiuta. La Messa è la scuola della speranza che vince il dolore e la morte, la speranza che non delude e che è in persona il Signore Gesù!


6. L’eucaristia è la scuola dell’amore

L'eucaristia è infine invocazione dello Spirito Santo, che attualizza nel tempo la presenza e l'opera di Cristo. La Chiesa invoca dal Padre il dono dello Spirito, che renda presente il Signore Gesù morto e risorto nei segni sacramentali ed estenda i benefici della riconciliazione da Lui compiuta a tutti coloro che ne partecipano e all'umanità intera per cui essi intercedono. La Chiesa sa che questa invocazione è esaudita dalla misericordia di Dio, fedele alla promessa racchiusa nel comando che Gesù ha dato di celebrare il suo memoriale. Grazie all'opera dello Spirito Santo non solo il Risorto si rende presente nei segni del pane e del vino, ma trasforma anche la comunità celebrante nel Suo Corpo presente nella storia. Perciò la Chiesa rivolge al Padre la doppia domanda: “Manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo”, e: “A noi, che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”. La partecipazione all’eucaristia apre il cuore all'azione dello Spirito, aiutandoci a vivere da persone riconciliate con Dio, con se stesse e con gli altri e ad annunciare e donare agli altri la grazia della comunione che ci è stata donata. Chi si lascia guidare dallo Spirito, che il pane della vita gli trasmette, scopre la passione per l'unità del corpo di Cristo e tende a manifestarne la bellezza nella storia degli uomini. L'eucaristia è il sacramento dell'unità della Chiesa, segno e strumento della riconciliazione donata da Dio, forza per sanare ogni lacerazione e perciò sorgente e motivo dell'impegno di carità e di giustizia, al servizio dell'unità e della pace della famiglia umana. Questo impegno deve essere molto concreto e si realizza perciò anzitutto nei rapporti della vita quotidiana, a casa, sul lavoro, nella scuola: così, l’eucaristia vissuta dall’intera famiglia aiuta ciascuno a voler più bene agli altri, superando egoismi e paure; vissuta insieme a colleghi di lavoro o compagni di scuola facilita rapporti veri e belli, capaci di costruire autentici cammini di riconciliazione e di servizio ai più deboli. La santa Messa è insomma la scuola dell’amore, che nasce e si esprime nella comunione fra di noi e con Dio!


7. Vivere la Messa : un itinerario di vita e di salvezza

Perché la celebrazione eucaristica produca tutti i suoi frutti è necessario lasciarsi coinvolgere fino in fondo dalle tappe che la costituiscono e che ne fanno una vera e propria parabola dell'intera storia della salvezza: a) L’atto penitenziale: il punto di partenza - come fu per il popolo d’Israele nel cammino della sua Pasqua di liberazione - è la consapevolezza della “schiavitù d'Egitto”, simbolo della condizione di peccato o di sofferenza in cui ci troviamo e che possiamo superare con l’aiuto di Dio e della sua misericordia. Perciò all’inizio della Messa siamo chiamati a riconoscere e confessare i nostri peccati e il nostro bisogno di perdono e di amore con sincera umiltà. b) La liturgia della Parola (letture bibliche e omelia): al bisogno di perdono e di riconciliazione risponde la Parola di Dio, risuonata per Israele nella rivelazione a Mosé e ai Profeti e pronunciata definitivamente in Gesù. La Parola di Dio è Dio che ci dice parole d’amore nel segno della Sua Parola. A Lui risponde la confessione di fede e la preghiera di intercessione della comunità tutta intera. c) La liturgia eucaristica: la comunità così preparata può celebrare l’alleanza, di cui fu figura quella del Sinai fra Dio e Israele e che trova la sua suprema realizzazione nel sacrificio pasquale del Signore Gesù, reso presente nel memoriale eucaristico. Si portano all’altare i doni - sia quelli che esprimono la solidarietà verso i poveri, sia il pane e il vino per il sacrificio, cui ognuno può unire l’offerta delle sue angosce e delle sue speranze - e mediante la preghiera di benedizione e di invocazione del Sacerdote, nella forza dello Spirito Santo, il Signore viene a rendere veramente presente in quel pane e in quel vino il Suo Corpo e il Suo Sangue. d) La comunione e l’invio: l'accoglienza del dono dell'alleanza, infine, si esprime nella comunione e si traduce nell'invio missionario, perché, come l'elezione fece dell'antico Israele il segno della salvezza elevato fra i popoli, l'alleanza nuova nel sangue di Cristo fa della Chiesa il suo popolo pellegrinante e missionario nel tempo. Vivere pienamente l'eucaristia significa allora entrare nella storia della salvezza e fare dell'incontro con Gesù risorto la ragione, la forza e la bellezza di tutta la nostra esistenza nella Chiesa e per il mondo, manifestando la grazia ricevuta nei gesti eloquenti della carità e nelle parole della fede e dell’amore.


8. Ed ora tocca a Te!

Se hai compreso tutto questo con la mente e con il cuore, lasciandoTi raggiungere dall'Amore del Dio fedele, che ha “inventato” l'eucaristia per essere sempre con noi, sentirai il bisogno di dirGli grazie nel più profondo del cuore insieme a tutti coloro che credono, amano e sperano come Te, e di farlo vivendo l'eucaristia ogni domenica con fedeltà e impegno nella Tua comunità. Scoprirai anche il gusto di andare ogni tanto a visitare Gesù nell’eucaristia, fermandoTi davanti al tabernacolo per un tempo di adorazione, in cui dirGli parole d’amore e ascoltare Lui che parla al Tuo cuore. Ti capiterà allora di sperimentare quanto chiede una bellissima preghiera di Giovanni Paolo II, che ci ha invitato a vivere un anno intero dedicato all’eucaristia proprio per riscoprirne la necessità e la bellezza per la vita di tutti: “Resta con noi, Signore! Come i due discepoli del Vangelo, Ti imploriamo: Rimani con noi! Tu, divino Viandante, esperto delle nostre strade e conoscitore del nostro cuore, non lasciarci prigionieri delle ombre della sera. Sostienici nella stanchezza, perdona i nostri peccati, orienta i nostri passi sulla via del bene. Benedici i bambini, i giovani, gli anziani, le famiglie, in particolare i malati. Benedici i Sacerdoti e le persone consacrate. Benedici tutta l’umanità. Nell’eucaristia Ti sei fatto ‘farmaco d’immortalità’: dacci il gusto di una vita piena che ci faccia camminare su questa terra come pellegrini fiduciosi e gioiosi, guardando sempre al traguardo della vita che non ha fine. Rimani con noi, Signore! Rimani con noi!”. Che alla sera di ogni domenica, dopo aver riconosciuto Gesù nello spezzare il pane e averlo ricevuto in noi, possiamo dirGli, guardando a tutta la settimana che inizia: “Resta con noi, Signore”. E che alla sera della vita possiamo ripeterGli: “Resta con noi, perché il giorno volge al declino”, per entrare con Lui nel giorno senza tramonto dell’eterna bellezza di Dio. Lì celebreremo per sempre l’azione di grazie dell’amore senza fine intorno all’Agnello immolato per noi, ritto in piedi come glorioso vincitore del male e della morte, Cristo Signore. Lì ci aspetta con la Trinità divina Maria santissima, che è da noi particolarmente venerata come Madonna dei Miracoli, nel Santuario che sorge nel luogo dove nel 1576 risuonò la Sua raccomandazione calda e materna di santificare il giorno di festa. Da lì Maria ci aiuta con la Sua intercessione e ci aiutano i nostri Santi e tutti coloro che abbiamo amato e che hanno già raggiunto la patria dell’amore: alla loro preghiera ci affidiamo, sul loro aiuto confidiamo, nella santa Messa li sappiamo presenti e vicini. Di domenica in domenica rinnoveremo così insieme la nostra gioia e anticiperemo nel nostro presente qualcosa del giorno ottavo e splendido, giorno radioso e fulgido della Domenica senza tramonto, dove risplende senza fine la Bellezza di Dio. Con questo augurio, con questa speranza che diventa preghiera Vi abbraccio e benedico tutti, uno per uno.

+ Bruno Forte Vostro Padre nella fede Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto



--------------------


mercoledì 8 dicembre 2021

L'Immacolata Concezione (La Concezione di Sant'Anna), di Yaryna Moroz Sarno



L'Immacolata Concezione
(La Concezione di Sant'Anna)
8 dicembre

di Yaryna Moroz Sarno





Kondakion di Giuseppe Studita (m. 832):
L'universo festeggia oggi la concezione di Anna,
avvenuta per opera di Dio: essa concepì oltre ogni parola
Colei che doveva concepire il Verbo.

Troparion, voce 4:
Oggi i vincoli della sterilità sono sciolti,
Gioacchino e Anna, dopo aver sentito,
Dio contro la speranza promette chiaramente,
che daranno alla luce la Vergine, da cui è nato l'indescrivibile,
che, diventando uomo, l'angelo le ha comandato di cantare:
Rallegrati , grazioso, il Signore è con te.



    Come un dogma l'Immacolata Concezione della Vergine Maria è stata promulgata molto tardi, solamente l'8 dicembre del 1854 con la bolla Ineffabilis Deus da papa Pio IX che conferma che la Madonna è stata preservata dal peccato originale dal momento del concepimento: "Decloriamo, affermiamo e stabiliamo che è stato rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria, nel primo instante della sua concezione per una grazia ed un previlegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genero umano, è stata preservata da ogni macchia del peccato originale; pertanto questa dottrina dev'essere oggetto di fede certa ed immutabile per tutti i fedeli". Nella lettera enciclica Ubi Primum dal 2 febbraio del 1849 scritta a tutti i vescovi Pio IX espresse la definizione del dogma. La proclamazione dell'Immacolato concepimento è stata preceduta dall'apparizione del 1830 a Santa Caterine Labouré nel monastero delle figlie della carità di San Vincenzo de'Paoli di Rue du Bac a Parigi.
   Ma già Sisto IV (m. 1484) approvò ufficialmente la festa per Roma, che nel 1708 papa Clemente XI estese alla Chiesa Universale. Per l'ordine di papa Pio V nel 1570 la festa della Concezione fu inserita nel Brevario e neò Messale romano. Il papa Alessandro VII nel 1661 inserì la festa nell'anno liturgico con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum. Clemente XI nel 1708 estese alla Chiesa universale la festa dell'Immacolata, già celebrata a Roma ed in altri luoghi della comunità cristiana.
   La lunga storia prima della dichiarazione definitiva ebbe il suo inizio in Oriente. Nel pensiero teologico dell'epoca patristica già esistevano le idee sulla purezza ed immacolità. Per l'Oriente la Vergine Maria era sempre la "tutta santa" (in gr. la Παναγία, Panaghía), achrantos ("senza macchia", "immacolata"), panamometos ("irreprensibile").

La grande Panaghia, l'icona della scuola di Kyiv del XII-XIII secolo

La miniatura del Salterio di Kyiv del 1397

    Sant'Ireneo, Efremo il Siro, Teodoro d’Ancira dichiaravano la Vergine sine macula. Proclo di Costantinopoli (+ 447), l'amico e discepolo di San Giovanni Crisostomo, descrise Maria come "il santuario dell'impeccabilità, il tempio santificato di Dio" e "il paradiso verdeggiante e incorruttibile" (Proclo di Costantinopoli, Omelia 6, PG 65, 753-757). Negli scritti di Teotecno di Livia (VI-VII secolo) troviamo la descizione della Vergine Maria: "tutta bella, pura e senza macchia" che "nasce come i cherubini colei che è fatta di argilla pura e immacolata". E poi: "Così il corpo immacolato della santissima e la sua anima amata da Dio e pura furono assunti al cielo tutti e due insieme, scortati dagli angeli. Se infatti Maria fu nutrita dagli angeli nel tempio, quand'era ancora bambina, con maggior ragione è sostenuta dalle potenze celesti, una volta diventata il tempio del Signore"(Teotecno di Livia, "Omelia sull'Assunzione della santa Madre di Dio", AA.VV., Testi mariani del primo millenniovo, II, Roma 1989, 82-83). Sant’Andrea di Creta scrisse: "... da genitori sterili e aridi è germogliata tuttavia a noi la Vergine del tutto immacolata, come un frutto splendente" (Omelie mariane, I).
   La festa della Concezione fu ispirata al Protevangelo di Giacomo (II secolo). L'origine della festa della Concezione di Sant'Anna (Σύλληψις τῆς Ἁγίας Ἄννης) è legata a Costantinopoli, dove erano traslate le reliquie di Sant'Anna nel VII secolo. La testimonianza dell'esistenza della festa la troviamo negli scritti di Sant'Andrea da Creta (S. Andrea de Creta, In Conceptione Sanctae ac Dei aviae Annae, PG 97, 1305-1316), nell'omelia preservata di Giovanni di Eubea (+ ca 744) (Sermo in conceptionem Sanctae, PG 96. Col. 1459-1499), nell'omelia alla Dormizione di San Giovanni Damasceno (Gionvanni Damasceno, In dormitione II, 8, PG 96, 733).
  La festa della maternità di Sant'Anna era più esattamente il 9 settembre e, secondo il calendario bizantino, il 9 (22) dicembre è stata assegnata storicamente la commemorazione della madre della Tuttasanta Madre di Dio. Nei libri liturgici greci è stata intitolata come Syllipsis (o Concezione) di Anna, madre della Theotokos con il 9 dicembre come giorno della festa.
   Durante l'VIII -IX secolo è stata creata l'ufficiatura: i due canoni della festa cantati nel Mattutino attribuiti ad Andrea di Creta (+ 740) e Giorgio Innografo di Nicodemia (IX secolo). La prima omelia conosciuta è attributa a Giovanni di Eubea (+ 750 ca). La festa è stata inserita nel "Nomocanone di Fozio" dell'883. Nel secolo X, l'imperatore Leone VI il Saggio (+ 912), l'autore dell'Omelia sulla Concezione, la estendeva a tutto l'impero bizantino. Nel 1166, l'imperatore Emmanuele Comneno l'annoverava tra le feste da celebrare astenendosi dal lavoro.
    La solennità è stata stabilita relativamente alla festa della nascita della Vergine Maria per completare il ciclo mariano dell'anno liturgico. La festa fu istituita per venerare la madre che concepisce e la figlia concepita.    
   

L'icona ucraina della devozione popolare del XVII secolo



L'icona ucraina della devozione popolare del XVII secolo 

L'icona della fine del XVII secolo, villaggio Novosilky, Volyn'

Il frammento dell'iconostasi, Velyki Grybovyci, regione di Lviv, la metà del XVII secolo 

Yov Konzhylevych,dall'iconostasi del 1722, villaggio Voloshchatyn, Volyn',
Museo Nazionale a Leopoli 

  


La vetrata nella chiesa a Leopoli



martedì 30 novembre 2021

Sant’Andrea Apostolo, il primo chiamato, il primo evangelizzatore della Scizia, il santo patrono dell’Ucraina

    

Sant’Andrea Apostolo, il primo chiamato,
il primo evangelizzatore della Scizia,
il santo patrono dell’Ucraina

di Yaryna Moroz Sarno

 Il mosaico della cattedrale di Santa Sofia a Kyiv

       Sant’Andrea, il Protoclito (Mt 4, 13-20; 8, 14 ss.; Mc 1, 10-18; 29-31; 3, 18 ss.; Gv 1, 35-42; 6, 8 ss.; 12, 20-22), il primo ad essere chiamato (dal gr. protòklitos), nato a Bethsaida di Galilea, figlio di Giona e fratello di Pietro, fu pescatore a Cafarnao e per questo divenne il santo protettore di pescatori e marinai. Il suo nome dal greco Ἀνδρέας, si traduce come "coraggioso". Secondo il Vangelo di San Giovanni, fu discepolo di San Giovanni Battista (Gv 1, 35-41) e tra i quattro discepoli più vicini al Signore Gesù Cristo. 

 
Apostolo Andrea: Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna, Mosaico della Vocazione di  San Pietro e Sant'Andrea, V secolo
   Il mosaico di Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna 
   
  La vita del santo è stata descritta nell’apocrifo della metà del II secolo "Gli Atti di Sant’Andrea", principalmente ricostruito sulla base del "Libro dei miracoli" di Gregorio di Tours (Liber de virtutibus beati Andreae Apostoli, 591-592 ca). Gli Atti di Sant'Andrea ed altre fonti raccontano che per la sua missione apostolica Sant'Andrea ricevette la Scizia, dove iniziò a predicare il Vangelo sulla costa del Mar Nero, spostandosi verso l'ovest, predicò il cristianesimo ai popoli dei Balcani e del Mar Nero. Il collegamento dell'attività dell'apostolo Andrea con la Scizia è sottolineato nelle opere di Publio Ovidio (43 - 18), quasi contemporaneo a Sant'Andrea.
   Origene (185 ca - 253) riferisce che Andrea predicò il Vangelo nella Scizia (attuale Ucraina).  Anche lo storico Eusebio di Cesarea (ca 263 - ca 339) nella Storia della Chiesa (Eusebius, Historia Ecclesiasticae, PG, vol. 20, coll. 214-215) citando Origene, narrò sul viaggio di Sant’Andrea lungo le coste del Mar Nero, che, salendo sulle rive del fiume Dnipro, predicava il Vangelo agli Sciti. Negli scritti di Eusebio di Cesarea si riflette un'antica tradizione risalente almeno alla prima metà del III secolo.
   San Giovanni Crisostomo (344-407), patriarca di Costantinopoli e dottore della Chiesa, testimoniava sugli sciti che lodavano il Cristo (S. Joannes Chrysostomus, Adeversus Judacos et gentiles quod Christus sit Due, Opera Omnia, Parissis 1718, vol. 1, col. 566). San Girolamo (345-419) scrisse che la fredda Scizia è riscaldata dal fuoco della fede vera (Hieronymus S., Epist. ad Laetam, vol. XXII, 870).
   Successivamente, nelle narrazioni di Pseudo Epifania (VI - VII secolo) si conferma la predicazione di Sant'Andrea nella Scizia. Lo Pseudo Doroteo (l'VIII - IX secolo) aggiunse  agli "Atti di Andrea" il racconto sulla predica dell'Apostolo nel Ponto. 
   Nella vita di Sant'Andrea scritta tra l'815 e l'843 da Epifanio il Monacoè stato riferito che durante il suo terzo viaggio lungo la costa meridionale e orientale del Mar Nero, l'apostolo raggiunse la Crimea e trascorse un periodo considerevole a Chersones (PG. 120. Coll. 215-260). Elaborando ltestimonianze delle fonti antiche letterarie ("Lista degli Apostoli" di Pseudo Epifanio, Pseudo Clementine, "Vita" di Pancrazio di Toro e altri) e unendo con leggende locali raccolte durante i suoi viaggi sull'itinerario di Sant'Andrea, Epifanio il Monaco presenta Sant'Andrea come l'Apostolo dell'Asia Minore e della costa del Mar Nero. Tutti gli autori successivi si basavano sulla "Vita" di Epiphanio. Questa vita di Sant'Andrea, che aveva grande influsso sull'agiografia bizantina, alla fine dell'XI secolo apparve nella traduzione slava. Sul suo apostolato di Sant'Andrea in Scizia racconta anche la Leggenda aurea. 
   Secondo un racconto leggendario delle cronache medievali ucraine (tra cui la Cronaca di Kyiv nella “Cronaca dei Tempi Passati”), Sant’Andrea piantò una croce sul fiume Dnipro dove adesso si trova Kyiv, dicendo che lì sorgerà la città santa benedetta da Dio con le numerose chiese. 

La profezia di Sant'Andrea su Kyiv. Sant'Andrea che erige la croce sulle colline del fiume Dnipro,
raffigurato nella cronaca di Radzivill

     E proprio su questo posto, secondo la pia tradizione, è stata eretta la chiesa in suo onore e per questo l’apostolo Andrea divenne santo patrono dell’Ucraina come il primo evangelizzatore. Sant'Andrea il Primo Chiamato è stato considerato come il santo patrono dello stato dai tempi della Rus' di Kyiv.
    La devozione verso l'Apostolo cresceva rapidamente dall'XI secolo. Nel 1086 il principe Vsevolod (che ricevette il nome di battesimo Andrea nel 1030), figlio di Yaroslav il Saggio, fondò il monastero  al nome di suo santo patrono. Su questo luogo nel 1215 fu eretta la chiesa dedicata all'Esaltazione della Croce dell’Apostolo Andrea (poi, nel 1744 -67 dall'architetto italiano Bartolomeo Rastrelli fu edificata la chiesa di Sant'Andrea Apostolo). Nel 1089 il metropolita di Pereiaslav Efremo costruì e consacrò la cattedrale di Pereiaslav al nome di Sant'Andrea. Nella letterara antica di Rus'-Ucraina erano diffusi gli apocrifi sull'apostolo Andrea: "Gli Atti di Andrea e Matteo" e "Gli Atti degli apostoli Andrea e Pietro".
          

   
 La chiesa di Sant'Andrea a Kyiv
edificata sul luogo dove Sant'Andrea infisse la croce
(l'edificio attuale eretto tra il 1747 e il 1753, architetto italiano Bartolomeo Rastrelli)
        
    
   Oltre la Scizia, Sant’Andrea svolse il suo apostolato nelle varie regioni fino nelle terre dell’Asia Minore, la Tracia, la Cappadocia, (anche Ponto Eusino, Macedonia, Armenia, Georgia, Bitinia) per stabilirsi poi in Grecia. A lui è stato attribuito d’essere fondatore dell’episcopia bizantina a Costantinopoli, dove divenuto il patriarca, è tuttora il suo santo patrono. Secondo altra tradizione fu eletto vescovo di Patrasso (Grecia). Sempre secondo il racconto di Eusebio, era martirizzato a Patrasso (Grecia) sulla croce verso l’anno 60. Secondo le testimonianze dello Pseudo Ippolita nel IV secolo, non fu inchiodato ma legato perché soffrisse di più. Andrea morì dopo due giorni di agonia. Dal suo sepolcro a Patrasso, come narrava Gregorio di Tour, scaturiva la manna con un profumo.   

Martirio di Sant'Andrea, Menologio di Basilio II, Costantinopoli, 985, 
Biblioteca Vaticana Vat. gr.1613

   Sulla crocifissione di Sant’Andrea per la prima volta parlano gli apocrifi (Acta et Martyrium Sancti Andreae Apostoli, PG, vol. II, col. 1217 ss.). La Croce (insieme al pesce o la rete) è un attributo di Andrea. La croce del suo martirio decussata con braci uguali a forma di X, la lettera iniziale del nome di Cristo in greco (detta la croce di Sant’Andrea) è stata affermata dalla tradizione più tarda, diventando poi una parte integrale dell’iconografia del Santo (apparsa nell’arte per la prima volta nel X secolo). 
   L'iconografia orientale dell'apostolo è stata leggata alla diffusione del suo culto e le sue reliquie che sono state traslate a Costantinopoli nel 356. Nell'arte le raffigurazioni singolari di Sant'Andrea sono conosciute dal V secolo. Già nell’iconografia più antica sono riconoscibili i suoi tratti individuali con le caratteristiche ben definite (unico fra gli apostoli insieme a Santi Pietro e Paolo). Era rappresentato con la barba cespugliosa e i capelli arruffati incolti, grigi/ bianchi (per esempio, nel mosaico della cappella arcivescovile, delle chiese di San Vitale e Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna della prima metà del VI secolo). Come apostolo era spesso raffigurato con il mantello, come pescatore con la tunica. Nell’arte rinascimentale e barocca le scene più ricorrente sono quelli del suo martirio e della predicazione. 
 
Il mosacio del VI secolo del monastero di Santa Caterina, Sinai

   Il mosaico della chiesa di San Vitale, Ravenna, 547

 Il mosaico della capella Arcivescovile, Ravenna
 
    Inizialmente le reliquie di Sant'Andrea si trovavano nel luogo del suo martirio a Patrasso a Grecia. Secondo il racconto di Sofronio Eusebio Girolamo, le reliquie vennero traslate nel 357 ca nella basilica dei Santi Apostoli a Costantinopoli per volontà dell’imperatore Costanzo II. Nel VI secolo le reliquie degli apostoli Andrea, Luca e Timoteo, ritrovate durante la ristrutturazione dell'edificio fatiscente della chiesa, furono solennemente trasferite nella nuova chiesa dei Santi Apostoli e sepolte sotto il trono. "La trasposizione delle reliquie degli apostoli" è stata inserita in synaxarium greco sotto il 20 giugno.
   Le sue reliquie in seguito alla IV Crociata sono state trasportate ad Amalfi e l’8 maggio del 1208 sono state raccolte nella cripta del Duomo d’Amalfi che porta il suo nome.




    Nel 1964 papa Paolo VI restituì parte del cranio (donato da Tommaso Paleologo nel 1461, come narrato dal papa Pio II nei Commentarii) conservato nella basilica di San Pietro a Roma alla chiesa di Sant’Andrea a Patrasso.
   Altre sue reliquie sono nella cattedrale di Santa Maria ad Edimburgo (Scozia), Sant’Alberto a Varsavia (Polonia), il Casino Di Cicco a Sant’Apollinare (Frosinone del Lazio). Alcune parti della croce di Sant’Andrea si conservano nella cappella del Palazzo a Bruxelles. La sua croce divenne lo stemma della Burgundia, ed è anche disegnata sulle bandiere della Scozia, di Tenerife e dei confederati degli Stati Uniti d’America. 

L'apostolo Andrea e Mateo, miniatura del Salterio di Kyiv, 1397 

Gli Apostolo Andrea e Marco, il frammento dell'iconostasi, villaggio Stara Skvariava, 
la metà del XVI secolo, Museo Nazionale a Leopoli 

Maestro Fedusko, il frammento dell'iconostasi  con gli apostoli Bartolomeo ed Andrea, 
villaggio Nakonecne, la seconda metà del XVI secolo, Museo Nazionale a Leopoli 

Frammento dell'iconostasi, Krekhiv, la fine del XVI secolo 

Gli apostoli Andrea e Tomasso, il frammento dell'iconostasi di Yastrebnyk, l'inizio del XVII secolo 

Particolare dell'iconostasi della prima metà del XVII secolo, 
nella chiesa del villaggio Velyki Grybovyci, vicino a Leopoli 

Il frammento dell'iconostasi nella chiesa Santa Paraskeva a Leopoli, XVII secolo 

Ivan Rutkovyc, L'apostolo Andrea, il frammento dell'iconostasi di Vola Derevlianska, 1680

Ivan Rutkovyc,  gli apostolo Andrea e Marco, 
 il frammento dell'iconostasi, 1688-89, Volia Vysocka

Ivan Rutkovyc, frammento dell'iconostasi di Zhovkva, 1687-99

Ivan Medyckyj, La chiamata di Sant'Andrea, gli affreschi della chiesa di San Giorgio, 
Drogobyc, 1711

Particolare dell'iconostasi nella chiesa della Santissima Trinità a Zhovkva, XVIII secolo 

Il frammento dell'iconostasi nella chiesa di Sant'Andrea a Kyiv, XVIII secolo
  
 
  Modest Sosenko, L'Apostolo Andrea
nell'iconostasi della chiesa a Zolochiv, 1913 
(Museo Nazionale a Leopoli)

lunedì 22 novembre 2021

Catechesi per il ritiro spirituale del clero in Tempo di Avvento, di Mons. Marco Tasca

CATECHESI PER IL RITIRO SPIRITUALE DEL CLERO IN TEMPO DI AVVENTO
di Mons. Marco Tasca , Arcivescovo di Genova


Siamo all’inizio di un nuovo anno liturgico, vorrei affidare alla nostra preghiera, riflessione e condivisione un tema che mi sta a cuore, ovvero la fraternità tra i ministri ordinari, in modo particolare tra i presbiteri.
Si tratta di pensieri ad alta voce, niente di sistematico o esaustivo. Nel parlare di fraternità presbiterale c’è un primo rischio, quello di descrivere una cosa bella in modo idealistico; credo che l’unica strada sia quella del Vangelo. Nella scrittura non ci sono fantasie, ma uomini e donne che si fidano di Dio; non ci sono programmi, ma promesse che Dio realizza. Non siamo chiamati a fare tanti programmi, siamo piuttosto chiamati a inseguire e percorrere le promesse che Dio realizza. Dio realizza le sue promesse, nei modi e nei tempi che decide. Il compito di ciascuno è riuscire a cogliere queste promesse, facendo fare a Dio tutto il resto. Una prima domanda: c’è una promessa anche per me e per noi riguardo alla fraternità?
Un altro rischio è quello di pensare che la fraternità presbiterale sia nello stile dello stare insieme dei religiosi. Certamente ogni stato di vita può essere di ispirazione agli altri, ma ognuno deve cercare il suo modo di declinare valori e esperienze. Credo di non poter dire io come realizzare la fraternità sacerdotale, perché dovrebbero essere realtà che nascono e si sviluppano ‘dal basso’. Come Vescovo sarei molto felice che i miei sacerdoti facessero esperienze di fede insieme, lo considero un punto cruciale, anche perché un’esperienza di fede senza il fratello semplicemente non esiste. Stiamo vivendo un tempo di Chiesa molto bello e complesso, siamo in un kairos, è vero, con il rischio di sentirci inadeguati. Sui sacerdoti grava un carico di aspettative enormi e le aspettative, personali e di gruppo, se assecondate uccidono il discernimento.
C’è nella chiesa una santità diffusa, spesso nascosta, che forse non riusciamo neanche a quantificare. Penso che tutti voi nelle vostre comunità cristiane abbiate presenti uomini e donne davvero santi e sante. Tutti noi ne conosciamo, pensiamo solo a un ultimo esempio, quello di Carlo Acutis.
D’altra parte sentiamo anche la fragilità del nostro stato di vita. Un prete o diacono che vive in mezzo alla gente si trova stretto tra due sentimenti: la sensazione dell’opportunità che questo tempo offre e dall’altra un senso di inadeguatezza personale e anche legata alle strutture nostre pastorali.
Convivono quindi nei nostri cuori la fragilità e la sensazione di avere un’occasione d’oro e fragilità. Siamo chiamati a metterli insieme. Di fronte a questo credo possa venire spontanea la domanda: “Che cosa dobbiamo fare?” A me pare che sia una domanda sbagliata, perché non c’è niente da inventare. E’ inopportuna anche la domanda “Chi vogliamo essere?”, perché non siamo chiamati a diventare nessuno. La domanda giusta credo sia “Di chi siamo?” Nella vita cristiana, infatti, l’appartenenza precede l’identità individuale. Io so chi sono se so di chi sono. E’ l’esperienza che ha fatto il popolo ebraico. Il popolo è di Dio e da qui deriva la sua identità, non è vero il contrario.
E’ questa la domanda che davvero ci coinvolge: “Di chi sono? A chi appartengo?” Ci sono di fronte a questo tema delle precomprensioni. La prima è la declinazione individualistica della salvezza: “Mi salvo io e mi salvo da solo!” Io credo che ognuno di noi è responsabile ‘in proprio’ di alimentare la lampada della fede, di coltivare il talento dell’amore di Dio; pensiamo sempre ai talenti come doti personali, ma dimentichiamo il talento favoloso che il Signore ci ha regalato, ovvero il suo amore. Certo nessuno può fare il mio cammino, ma la salvezza è un fatto di popolo. Io sono redento personalmente, ma sarò salvato insieme a coloro che Dio radunerà con me.
C’è forse un altro ostacolo: il rapporto prete-vescovo; su questo non posso tanto entrare in merito perché sono appena arrivato, ma credo che sia un tema sul quale bisogna soffermarsi, mi pare ci siano due rischi. Pensare il prete come a un vassallo a cui si dà qualcosa in sub-appalto, oppure pensare al Vescovo come il feudatario che reclama le vendite. Per uscire da questa precomprensione c’è solo la possibilità di declinare il ministero sul ‘noi’ e non sull’io.
C’è infine una terza precomprensione ossia la declinazione edonistica dello stare insieme; spesso siamo delusi dalle cose perché ci siamo illusi, spesso dalla fraternità, dalla collaborazione, dal trovare occasioni di stare insieme. Ci siamo forse accorti che dopo il Seminario, a fronte di tanti confratelli santi e fedeli, il presbiterio non è una tana calda, né un nido sicuro, né una scala mobile che mi porta in alto senza fatica. Siamo rimasti magari scandalizzati qualche volta, abbiamo subito ingiustizie, siamo stati oggetto di invidie immotivate. C’è da chiedersi: avevamo e abbiamo oggi una visione pasquale della fraternità, del presbiterio, dello stare insieme? Sapevamo che tutto ciò è segnato dalla logica della croce e della resurrezione? Diciamolo chiaramente: la fraternità presbiterale ha valore soltanto nell’ottica pasquale. Senza questa logica non c’è fraternità cristiana.
Ci sono poi alcune parole sulle quali vale la pena fermarsi.
Innanzitutto la parola ‘comunione’: la prima realtà da amare è la comunione tra Dio e le creature. Il Signore ci ha creato per la comunione, Cristo ci ha liberato dall’isolamento, il mio io cristiano è un ‘noi’. La comunione nasce dalla kenosi, noi non creiamo la comunione, ma piuttosto la riceviamo. Per cui dobbiamo incentivare la comunione che è una creatura dello Spirito, è il nostro destino, ma non è in mano nostra.
Poi certo ognuno di noi è chiamato a costruire comunità secondo le sue possibilità. La comunità e la fraternità a che cosa servono? Cito il Vangelo di Matteo, capitolo 18:
Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.
Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.
E’ spiazzante questo testo, davvero straordinario; si accoglie la comunione che è un dono mettendo in atto due comportamenti: corresponsabilità della conversione e preghiera di intercessione. Perché fare fraternità? Per convertirsi e intercedere, per perdonarsi e pregare. Non è poco, e neanche scontato. Noi non stiamo insieme per organizzarci o farci compagnia, non siamo chiamati a fare fraternità per diventare pastoralmente efficaci. La comunione diventa reale perdonandosi e intercedendo. Questa forza deriva dalla Presenza.
Ci sono anche alcuni inganni o resistenze che ci possono creare problemi.
I padri greci insegnano che anche le cose più belle che lo Spirito ci dona possono al massimo convincerci mentalmente e intellettualmente, ma non diventano prassi perché intorno a loro si accampano quelli che chiamano ‘demoni doganieri’.
Che cosa fanno? Fanno passare i pensieri viziosi e inutili e bloccano quelli divini. I demoni doganieri sono tre: oblio, negligenza e ignoranza.
L’oblio è il gigante che ci fa dimenticare la ‘memoria Dei’: dimentichiamo da che cosa la grazia ci ha salvati e il rischio è quello di cadere nella superbia. Ci consuma anche la ‘memoria ecclesiae’, ossia la gratitudine per tutte le persone sante che ci hanno cresciuto, soccorso, perdonato. Nell’oblio dimentico che quello che sono oggi é il frutto di una comunità di credenti di cui ho ancora bisogno. L’oblio mi fa dire: “Me la sono sempre cavata da solo, è sempre stato così, tutto sommato gli altri non mi servono!” L’oblio è davvero uno di questi demoni che non permettono che il flusso dello Spirito arrivi nel mio cuore producendo una prassi; toglie la memoria della storia che Dio ha costruito con me.
Quante volte ringrazio Dio per questa storia? Non solo per le cose belle, per i momenti di dolore e fatica, di incomprensione e fallimento? Quanto so cogliere la bella storia che Dio sta facendo con me? La gratitudine verso tanti confratelli che hanno segnato il mio cammino senza che io pensi a loro e li ringrazi!
Un altro demone è la negligenza, è il gigante che apre all’accidia spirituale e relazionale. Il negligente sottovaluta la fedeltà al poco, magari nel nome di grandi ideali e magnifici programmi. Se l’oblio nasce dalla sottovalutazione della presenza di Dio nella storia, la negligenza nasce dalla mancanza di fede nella grandezza delle piccole cose e nascoste. Pensiamo magari: “Sono chiamato a cose grandi ma purtroppo con frustrazione devo occuparmi di piccole cose…”, ma il Vangelo non ragiona così!
Il negligente non coglie il valore enorme dell’incontrarsi, di fare una telefonata a un confratello, del fare un regalo …; in altre parole appartiene solo al presente, si sente vivo solo se passa da un colpo di scena a un altro. Quante volte sogniamo cose grandi e dimentichiamo la grandezza di quelle piccole!
Il terzo demone è l’ignoranza che ci fa appiattire sull’oggi. L’ignorante è chi non ha visione, non intercetta la traiettoria degli eventi; è l’antagonista del vigilante, ha sempre il terrore delle verifiche, delle messe in discussione che minacciano il suo quieto vivere. Pensa solo che ‘si è sempre fatto così…’. L’ignorante non sa leggere le cose nuove che Dio fa lievitare nel grembo delle antiche. Il demone dell’ignoranza scansa la domanda frequente di Gesù: “Che ve ne pare?” Gesù fa questa domanda ai suoi discepoli. Anche questo gigante minaccia l’edificazione della fraternità, tappando gli occhi dell’uomo sul futuro di Dio che è sempre declinato sul ‘noi’ e lasciando addormentati nella nostra piccola zona di comfort.
Ovviamente i padri trovano anche tre virtù da coltivare per imparare a vincere questi demoni: senza il fratello si é come privati della possibilità di essere corretti e di perdonare, di sopportare le umiliazioni e esercitare la carità.
All’inizio, come sappiamo, c’erano gli asceti che poi scelsero di riunirsi, ma non per idealismo, ma piuttosto per non cadere nelle illusioni. E’ facile credersi santi quando non si fa la fatica delle relazioni, credersi umili senza che nessuno ti umili. Si cade facilmente nell’illusione di essere santo, buono, umile?
I padri hanno scelto di riunirsi per non illudersi. Si sceglie la fraternità per fare verità!
Il primo atteggiamento di questa dinamica virtuosa è dettato dal verbo lasciare: so rinunciare alle mie idee, ai miei progetti, ai miei programmi? Chi non rinuncia a tutti i suoi beni non può essere mio discepolo! Pensiamo alla capacità di fare un passo indietro di fronte ai confratelli. Pensiamo alla calunnia, diffamazione, è anche alla più ‘educata’ detrazione, quando parliamo dei confratelli; affermazioni del tipo: “Si è bravo, però…!” Dietro a quel però c’è la fretta di trovare qualcosa che non va, la sottile arte di svalutare l’altro senza fare la figura del mormoratore. Torno spesso nei miei interventi sulla pessima mania di avere ragione a tutti i costi. Un bene che non vogliamo che ci sia tolto neanche dal Padre eterno! Avere ragione a tutti i costi è più importante della relazione… quando mi sento offeso, pretendo che mi venga chiesto scusa e se non accade arrivo a chiudere la relazione … mi farei qualche domanda su questo atteggiamento! Si è disposti a tralasciare la relazione che è la cosa più importante che abbiamo.
Il secondo atteggiamento è legato al verbo cercare; per costruire la fraternità bisogna amare la solitudine con Dio, è un elemento fondamentale. Se la fraternità non nasce da una solitudine santa, si cercheranno gli altri come fossero dei surrogati, allora sono spinto a pensare che tutti devono apprezzarmi e valorizzarmi. Se manca la solitudine con Dio in qualche modo dovrò riempire questo vuoto! Il terzo atteggiamento è legato al verbo abbracciare; la vita cristiana è come percorrere il raggio di una ruota verso il centro: più mi avvicino al centro più si accorciano le distane tra i raggi. In altre parole, chi ha incontrato davvero la grazia di Dio Padre, ha buttato via l’utopia dell’indipendenza.
Voglio anche dirvi che non vorrei dare l’impressione di leggere la realtà soltanto attraverso la mia esperienza di frate francescano! La mia proposta riguardo alla fraternità presbiterale è consapevole delle differenze; la vita dei religiosi è una vita di comunità, mi pare di capire che la vita del presbitero diocesano è piuttosto nella chiesa locale e nella dedizione al santo popolo di Dio. Il prete fa famiglia con il Vescovo e il presbiterio, ma soprattutto nella vita quotidiana fa casa con la gente che gli é affidata. Non vi propongo certo di fare i frati, ma di considerare quanto un presbiterio segnato da un clima fraternamente evangelico possa rendere ancora ancora più bella la nostra Chiesa di Genova! E’ la sintesi di quello che ho cercato di dirvi attraverso questi pensieri ad alta voce come li ho definiti all’inizio e che affido all’inizio di un nuovo anno liturgico alla preghiera, condivisione e riflessione di tutti noi, perché sempre di più lo Spirito ci illumini su che cosa vuole dire alla nostra Chiesa di Genova.


---------------------------------------------- 

Post più popolari negli ultimi 30 giorni