giovedì 19 giugno 2025

La Liturgia, il mezzo più efficace con il quale possiamo sperimentare la potente presenza di Dio nella nostra vita, del card. Antonio Canizares


La Liturgia, il mezzo più efficace con il quale possiamo sperimentare la potente presenza di Dio nella nostra vita

del card. Antonio Canizares



Saluto con profonda amicizia, ammirazione e gratitudine il caro Fratello Vescovo Malcom Ranjith, Arcivescovo di questa Arcidiocesi di Colombo, ed estendo i miei cordiali e fraterni saluti a tutti i miei confratelli sacerdoti qui presenti insieme a tutti coloro che partecipano a questo Congresso. Esprimo la mia profonda gioia per questo incontro con voi e con la Chiesa pellegrina in Colombo, con le sue profonde radici cristiane e la sua grande vitalità di fede. Ringrazio Dio per avermi condotto qui a prendere parte all’inizio dell’Anno Eucaristico, vero dono di Dio per questa Chiesa. Vi ringrazio per avermi invitato, è grande onore e gioia per me, non potevo rifiutare.


1. Introduzione

Con la mia riflessione desidero unirmi alla vostra consapevolezza sulla centralità della Sacra Liturgia, cuore della vita della Chiesa; e che, mantenendo la propria natura, diventi sempre più “fonte e culmine della vita cristiana”, come definita dal Concilio Vaticano II. Come è indicato nel titolo di questa riflessione, la Sacra Liturgia costituisce “il mezzo più efficace mediante il quale possiamo sperimentare la presenza di Dio nella vita umana”, poiché è “un affacciarsi del cielo sulla terra”. Per questo desidero condividere con voi questo fatto: che ora e sempre ciò deve essere la prima e principale sollecitudine di tutta la Chiesa, come lo è per papa Benedetto XVI e lo fu, in qualche modo, per il Concilio Vaticano II, “ravvivare il vero senso della Liturgia”. Tale impegno, con le parole del Beato Giovanni Paolo II, “è urgente e impellente”.


2. Promuovere e ravvivare incessantemente la liturgia e il suo autentico senso: l’insistenza di Benedetto XVI

In effetti, è urgente che la Chiesa ravvivi il senso della liturgia. E’ imperativo comprendere che la liturgia è al centro stesso della vita della Chiesa, perché è uno strumento di santificazione e di celebrazione della fede della Chiesa ed è un mezzo di trasmissione. Insieme alle Sacre Scritture e agli insegnamenti dei Padri della Chiesa, essa è sorgente viva di una genuina e solida spiritualità. Come sottolinea anche la tradizione delle venerabili Chiese orientali, con essa i fedeli entrano in comunione con la SS.ma Trinità, sperimentando la loro partecipazione alla stessa natura di Dio come dono di grazia. In questo modo, la liturgia diviene un’anticipazione della beatitudine finale e partecipazione alla celeste gloria di Dio.

Si nota in maniera sempre crescente che, in questo particolare momento storico,in un mondo che soffre di una profonda crisi di fede in Dio, soprattutto nell’occidente, e di una forte secolarizzazione interna della Chiesa, almeno nei Paesi europei e in quelli di antica cristianità, quanto urgente e impellente sia ravvivare e rafforzare il senso e il significato originale della Sacra Liturgia nella coscienza generale e nella vita della Chiesa. Tale urgenza, sentita realmente come seconda a nessun’altra, è la missione e l’opzione di priorità della Chiesa. La Chiesa, le comunità e i fedeli cristiani acquisteranno vigore e vitalità, vivranno santamente, diventeranno coraggiosi testimoni e messaggeri gioiosi e infaticabili del Vangelo, se si vive la liturgia, se torna a essere il fondamento vivificante, affinché possiamo vivere di Dio stesso, della sua grazia, che è radice di santificazione e di evangelizzazione. Il futuro dell’uomo è Dio: il cambiamento definitivo del mondo è Dio, adorare Dio. E questa è la liturgia.

La liturgia ci riferisce a Dio, il soggetto della liturgia è Dio Padre, è Cristo, il Figlio del Dio vivente, è lo Spirito Santo che ci conduce dentro al mistero di Dio e ci santifica, la Santa e Indivisa Trinità, il soggetto non siamo noi. La liturgia, prima di ogni altra cosa, significa parlare di Dio, della Sua presenza ed azione; riconoscere Dio al centro di tutto, dal quale viene ogni cosa buona; glorificare Dio, lasciare che Dio agisca e operi la nostra salvezza e ci santifichi. La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Vaticano II insegna che lo scopo finale di una celebrazione liturgica è la gloria di Dio e la salvezza e santificazione degli uomini. Nella liturgia, “viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati” (Sacrosanctum Concilium, 7); e mai dobbiamo dimenticare il fatto che sono i santi, quelli santificati da Lui, che sono i veri adoratori di Dio e di conseguenza autori di una profondo rinnovamento del mondo.

L’allora Cardinale J. Ratzinger affermava che, anche se visto a posteriori, la Costituzione Sacrosanctum Concilium essendo stato il primo documento del Concilio, attesta che prima di tutto ci deve essere l’adorazione e Dio stesso. Questo principio corrisponde alle parole della Regola benedettina: "Operi Dei nihil praeponatur – Nulla deve essere anteposto all’opera di Dio”. La Chiesa, per sua stessa natura, nasce dalla sua missione di glorificare Dio e perciò è irrevocabilmente legata alla liturgia, la cui sostanza è la venerazione e l’adorazione di Dio, il Dio che è presente e attivo nella Chiesa.

Una certa crisi, che ha potuto incidere in modo decisivo sulla Liturgia e la Chiesa stessa, dalla fine del Concilio fino ad oggi, è potuta accadere per il grave errore di porre al centro l’uomo e le sue azioni, invece che Dio. “Nella storia post-conciliare, la Costituzione sulla Liturgia non era certamente compresa come qualcosa che sgorgasse dal fondamentale primato di Dio e dell’adorazione, ma come un elenco di prescrizioni che si devono seguire in materia di liturgia. Senza alcun dubbio, qualunque cosa si faccia per se stessi, diventa non solo meno attraente, ma tutti penseranno che le cose essenziali siano già perdute” (J. Ratzinger). Per questo, le comunità dei fedeli sentono una certa noia, un senso di debolezza e di angoscia. In verità, se vogliamo una Chiesa presente nel mondo, che lo rinnovi e lo trasformi secondo la volontà di Dio, come la Gaudium et Spes desiderava vedere, ha da essere una Chiesa che vive secondo le indicazioni del Sacrosanctum Concilium.

Per questo, considerando la situazione odierna, ciò che è sicuramente più urgente, è promuovere e dare nuovo impulso liturgico per realizzare la vera eredità del Concilio e il grande movimento liturgico del XIX secolo e della prima metà del XX, che formò le menti di tutti coloro che guidarono e arricchirono la Chiesa al Vaticano II. Riteniamo che tale nuovo impulso sia assolutamente indispensabile. Provvidenzialmente, un uomo del nostro tempo, impegnato a inaugurare una nuova umanità di nuovi esseri umani, una nuova cultura e una nuova dignità per l’uomo, ha avvertito tutto questo come una vera necessità; ancora di più, egli è un testimone di grande speranza, Papa Benedetto XVI, il quale nel suo pontificato, sta facendo della liturgia, come ben notiamo, un punto di riferimento di grande valore e di buona speranza per l’umanità.

Il Papa, ancor prima di venire eletto, aveva parlato di un grande processo educativo che avrebbe condotto tutta la Chiesa alla “logikè latrèia”, alla “rationabilis oblatio”, al sacrificio gradito a Dio (Rom. 12,1). “Volgerci verso uno spirito di rinnovamento liturgico è urgente: non occorrono nuove rubriche per giungere a tale rinnovamento, ogni volta sempre più orientate alle esteriorità, ma occorrono formazione e riflessione, quell’approfondimento mentale senza il quale ogni celebrazione corre il rischio di una rapida degenerazione verso un orientamento puramente esteriore” (J. Ratzinger).

L’opera del Papa attuale segue questa via, lo stesso processo educativo che egli intende far arrivare allo spirito della liturgia, superando perciò la tendenza a un puro esteriorismo, che sembra aver dominato alcuni riformatori liturgici e che fu denunciato da Papa Pio XII nella sua enciclica Mediator Dei: “Non hanno una esatta nozione della sacra Liturgia coloro i quali la ritengono come una parte soltanto esterna e sensibile del culto divino o come un cerimoniale decorativo; né sbagliano meno coloro i quali la considerano come una mera somma di leggi e di precetti con i quali la Gerarchia ecclesiastica ordina il compimento dei riti” (Mediator Dei, 25).

Molti passi importanti sono stati fatti recentemente per conservare la Tradizione vivente, soprattutto negli ultimi anni dei Papi precedenti: per Papa Giovanni Paolo II, ricordiamo ad esempio l’Anno Eucaristico, l’enciclica Ecclesia de Eucharistia, l’istruzione “Mane nobiscum, Domine” e, da parte di Benedetto XVI il Sinodo sull’Eucaristia e la successiva Esortazione Apostolica “Sacramentum Caritatis”, oltre a molti altri segni ed interventi che ci fanno capire come il rinnovamento liturgico sia al cuore del suo pontificato. E’ chiaro quanto fosse necessario approfondire e rinnovare la liturgia.

Ma un’opera perfettamente ordinata in questo senso non è mai veramente iniziata. Buona parte della Costituzione Sacrosanctum Concilium non sembra che sia mai entrata nel cuore dei cristiani. Vi sono stati cambiamenti di forme, ma probabilmente non abbastanza profondi e comunque non è stato il vero rinnovamento richiesto dai Padri conciliari e sospinto dalla Spirito di Verità che nutre la Chiesa. Talvolta si è proceduto a un cambiamento semplicemente per modificare un passato che si percepiva come totalmente negativo e superato, concependo la riforma come rottura e non organico sviluppo della Tradizione.

Si è letto il Vaticano II stesso in una chiave diversa da quella di un’autentica ermeneutica, che non poteva essere altro che un’ermeneutica di continuità, come ben detto da Papa Benedetto XVI. Tale situazione creò reazioni e resistenze fin dall’inizio che in alcuni casi si cristallizzarono in posizioni e atteggiamenti che portarono a soluzioni estreme, comprese azioni specifiche fino alle pene canoniche. E’ urgente però distinguere il problema disciplinare riscontrato negli atteggiamenti di alcuni gruppi di disobbedienti dai problemi dottrinali e liturgici, e aprire i tesori della liturgia a tutti i fedeli, in modo che scoprano i tesori del patrimonio liturgico della Chiesa.

Il Papa esorta, ancor prima di essere stato elevato al soglio di Pietro, quando era teologo, vescovo e prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, a un profondo rinnovamento della liturgia nella Chiesa, secondo il Vaticano II, assistito dallo Spirito Santo. E’ necessario dunque seguire i suoi insegnamenti di Papa, ovviamente, ma anche di professore, pastore, Arcivescovo e Prefetto che ha trattato molte volte e per differenti motivi di Liturgia. Il punto di vista teologico è il primo nei suoi insegnamenti ed è quello di maggior interesse, perché senza un fondamento teologico, senza un fondamento di buona teologia liturgica, inseparabile dalla cristologia e dall’ecclesiologia, non si arriverà alla tanto desiderata rivitalizzazione della liturgia nella vita del popolo di Dio. Egli va alla radice della questione liturgica e dice e pone per iscritto ciò che considera essere l’essenza della liturgia, ciò, vale a dire, che non può andare perduto, a cui non si può rinunciare, e si preoccupa di presentare sempre di nuovo quale centralità ha la liturgia per la Chiesa e l’umanità.

Allo stesso tempo, mentre dimostra come sia nel campo liturgico che si vede più chiaramente la continuità della grande Tradizione, è preoccupato di notare come avvenga qui anche la sua rottura. Ciò è fondamentale ai nostri giorni, quando la massima urgenza per la Chiesa è la trasmissione della fede, perché il mondo si salvi e abbia un futuro. D’altra parte, considera anche qual è stato lo sviluppo pratico della liturgia e il fatto che delle azioni liturgiche in molte occasioni abbiano sfigurato la verità della liturgia.

Tuttavia, egli riconosce e confessa nella sua autobiografia: “Così come ho imparato a capire il Nuovo Testamento come l’anima della teologia, ho compreso la liturgia come fondamento della vita, senza la quale alla fine inaridisco. Così pensai, all’inizio del Concilio, che la bozza preparatoria della Costituzione sulla Liturgia che conteneva tutti i risultati raggiunti dal movimento liturgico, fosse un grande punto di partenza per quella assemblea della Chiesa. Non potevo immaginare come gli aspetti negativi del movimento liturgico sarebbero emersi in modo così violento, col serio rischio di portare direttamente a un’autodistruzione della liturgia” (J. Ratzinger).

Nell’autobiografia, il Papa ci dà la chiave per capire come la liturgia, fin dalla sua infanzia, sia stata una ricca e profonda esperienza umana. Scrive: “La realtà inesauribile della liturgia cattolica mi ha accompagnato lungo tutte le fasi della mia vita, e per questo, non posso fare a meno di parlarne continuamente” (J. Ratzinger). Come ho detto prima, Benedetto XVI è l’uomo della Provvidenza, e per questo dobbiamo permeare del suo pensiero e delle sue direttive l’ambito della liturgia e della teologia liturgica per un nuovo slancio nel movimento liturgico per molte impellenti ragioni. Conoscere e far conoscere, studiare e applicare i suoi insegnamenti, il suo pensiero, i suoi orientamenti, tutto ciò è uno dei compiti e delle possibilità che la Provvidenza divina ci offre e ci presenta in questo tempo, bisognoso com’è di Dio, prima di ogni altra cosa, perché l’uomo non si perda.


3. Alcuni aspetti da considerare per la promozione e rivitalizzazione del vero significato della Liturgia

La promozione e rivitalizzazione del vero significato della liturgia non può essere frutto del volontarismo o semplicemente di una serie di provvedimenti amministrativi, disciplinari e pastorali. Innanzitutto, è un’opera interiore di educazione che ci conduce a scoprire e vivere la verità della liturgia, dell’autentico culto divino nella Chiesa. Ciò comporta e richiede, senza dubbio, molte cose, come andare al centro della liturgia, sperimentarla “dal di dentro”: la sua natura, la sua intima struttura, il suo posto e significato nella vita della Chiesa e dei fedeli.

E’ necessaria una cristologia e un’ecclesiologia che affermino e riconoscano il “Christus praesens in Ecclesia”. Parte dell’alienazione dei cristiani dalla liturgia e del suo fraintendimento, è stata una visione riduttiva di Gesù Cristo e della Chiesa che si è diffusa a vari livelli. Cristo è presente nella Chiesa e nel mondo come Signore ed unico Mediatore. Questo insegnamento deve avere il profilo e il significato che merita. Il necessario rinnovamento liturgico del Vaticano II e la sua realizzazione, in non piccola misura è stata portata avanti insieme a una teologia che sostiene “la secolarizzazione o la morte di Dio”, interamente incompatibile con la liturgia.

Una teologia simile rende impossibile capire, accettare e vivere la liturgia, la verità e lo spirito della liturgia. In un mondo di pluralismo religioso accettato acriticamente, e di un relativismo epistemologico dominante, cristologia ed ecclesiologia vengono ridimensionate e la liturgia viene distorta, insieme alla disaffezione a alla critica generale della Chiesa. Dalla confluenza di una cristologia che riduce, ad esempio, Gesù a una figura del passato, con un atteggiamento costantemente critico della Chiesa per decenni interi, ne deriva una mentalità religiosa che separa due realtà che sono sempre state inseparabili nella tradizione cattolica: Cristo e la Chiesa. Tale visione riduttiva ha diluito la presenza di Cristo nella Chiesa e nel mondo. E’ una separazione che non solo colpisce l’apprezzamento e l’amore per la Chiesa, ma la sostanza della fede in Gesù Cristo e la vita cristiana e il discepolato che, se realizzato separato dalla Chiesa, cade in un passato confuso con tutte le sue incertezze. Non sarebbe il Signore e il Vivente che salva, né colui che ha operato in modo definitivo nella storia, e anche nel nostro tempo. Perfino la sua unica e universale mediazione salvifica, sarebbe alterata alla radice. Separata da Cristo e opposta a Lui, la Chiesa, da parte sua, sarebbe ridotta a gruppo umano, ad associazione religiosa incaricata, nel caso migliore, del compito di prolungare la sua “causa”. Tali deficienze non solo svuotano l’immagine di Cristo, ma anche l’immagine e la percezione del vero essere della Chiesa e della sua salvifica mediazione, specialmente la mediazione della liturgia.

Di conseguenza, la Chiesa cesserebbe di essere sacramento di Cristo nel mondo,un segno efficace della sua presenza e mediazione salvifica, che esiste unicamente in Cristo e che Egli ci offre, ci dona, che è presente e ci raggiunge oggi, per cui il cristianesimo non diventa un’ideologia religiosa o una religione tra le altre, poiché tale posizione indebolirebbe la comprensione della Chiesa quale mezzo di azione salvifica del suo Signore che è presente in lei e attraverso di lei (cfr. Sacrosanctum Concilium, 7). Secondo questa visione distorta, i sacramenti e la divina liturgia verrebbero spogliati della loro profonda realtà, e il ministero apostolico o sacerdotale perderebbe la sua realtà sacramentale e diventerebbe qualcosa di funzionale, di non necessario per l’opera di salvezza. La visione di “Christus praesens in Ecclesia”, che corrisponde alla verità del “Cristo totale” e dell’unico mediatore, indica che la Chiesa non può essere separata da Cristo.

Il Vaticano II ha invocato un’estensione del ruolo della Chiesa per la salvezza dell’umanità, di cui ella è la prima beneficiaria (cfr. Redemptoris Missio, 9), e ciò avviene nei sacramenti, nella liturgia e primariamente nella Eucaristia. Infatti, il Concilio ha presentato la Chiesa come mistero di comunione e “il sacramento in Cristo dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium, 1 e 48; Sacrosanctum Concilium, 5; Gaudium et Spes, 43). “Dal costato di Cristo dormiente sulla croce”, insegna il Concilio, “è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa” (Sacrosanctum Concilium, 5). Cristo usa la Chiesa per la salvezza degli uomini, vive in essa, è la sua sposa, la fa crescere, attraverso di lei compie la sua missione di salvezza e divinizzazione degli uomini (Redemptoris Missio, 9). Per realizzare questo obiettivo, “Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle sue azioni liturgiche” (Sacrosanctum Concilium, 7), la usa come strumento di redenzione universale (cfr. Lumen Gentium, 9).

Cristo insegna attraverso la sua Chiesa, che in lei e per lei comunica la vita divina e la santità. Cristo agisce nel Battesimo e nell’Eucaristia, in tutti i sacramenti, nell’assemblea dei cristiani, nel ministero apostolico, nella testimonianza di carità, nel servizio dei poveri, nell’apostolato e nell’opera di evangelizzazione. La Chiesa come Corpo e sacramento della presenza di Cristo è necessariamente collegata all’Eucaristia ed è inseparabile da essa. Ma l’Eucaristia è comunione e partecipazione al Corpo di Cristo, cioè al glorioso corpo del Crocifisso, che perpetua il dono del Padre agli uomini di Gesù Cristo. L’Eucaristia, a sua volta, fa un corpo solo di quanti partecipano ad essa, vincola gli uomini tra loro e con Cristo, facendo la Chiesa, che si offre con Lui al Padre, il sacrificio e il culto divino a Lui gradito. Ciò che qui esponiamo, ha un grande impatto sulla vita della Chiesa. E’ questa visione del “Christus praesens in Ecclesia”, questa presenza, infine, del Cristo nella Chiesa che permette di renderci conto della verità e della grandezza della liturgia. Tutto il valore della liturgia dipende esattamente dalla presenza del mistero di Cristo, il Mistero Pasquale di Cristo nella celebrazione rituale o liturgica. “Giustamente perciò la liturgia è considerata come l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo. In essa, la santificazione dell’uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi; in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra” (Sacrosanctum Concilium, 5).

La manifestazione e la comunicazione rituale del Mistero Pasquale di Cristo sono importanti dimensioni della liturgia, ma sempre subordinate alla presenza di Cristo. L’unione di tale presenza e la realtà dei segni sensibili, dei simboli e dei rituali,intrecciati in ogni celebrazione sacramentale, ci permette di affermare che “l’intera celebrazione sacramentale è una riunione dei figli di Dio con il Padre in Cristo e lo spirito Santo; l’incontro prende la forma di dialogo, attraverso azioni e parole” (Giovanni Paolo II, Vicesimus Quintus Annus, 7). Perciò, la liturgia “è il luogo d’incontro privilegiato dei cristiani con Dio e con Colui che ha inviato, Gesù Cristo” (ibid). L’incontro avviene mediante i segni visibili della sacra liturgia scelti da Cristo o dalla Chiesa e significano divine realtà invisibili (cfr. Sacrosanctum Concilium, 33).

La presenza di Cristo e i segni rituali nell’azione liturgica e sacramentale sono inseparabili. Entrambi gli aspetti significano da una parte che vi è una priorità del mistero di Cristo in rapporto all’azione liturgica, che ci permette di entrare in comunione con Lui. Perciò, come indicato nel Catechismo, la catechesi della liturgia comporta in primo luogo la comprensione dell’economia sacramentale, poiché la sua luce rivela la novità della sua conclusione. Inoltre, la fenomenologia del rituale non è, di per sé, capace di fornire una comprensione d’insieme della realtà conosciuta dalla Chiesa sotto il nome di culto. Un’ermeneutica basata esclusivamente su categorie di culto, rimane sempre alla periferia di quanto accade nella celebrazione cultuale. Richiamo qui, come segnalato da L. Bouyer, un principio del Sacrosanctum Concilium: la liturgia deve essere comunicativa. “Tra l’altro, tratta di cose che si possono realizzare, i segni sacramentali. Segni con i quali il Verbo si è fatto carne e vuole comunicare i doni che ha promesso e ci dona la grazia di adempiere tutto il piano di Dio. Tali segni nella loro sostanza essenziale – e non nei dettagli pratici della sua concreta realizzazione – sono dati alla Chiesa dal suo Capo e non devono essere alterati. Il modo in cui li ha ricevuti e ce li trasmette, è un esempio di quanto si può definire 'Tradizione viva'.

Il dovere di restaurare ed incorporare il vero significato di Tradizione ecclesiale e la Liturgia, particolarmente dell’Eucaristia, come atto principale della viva Tradizione. La liturgia come espressione e compimento, come atto della viva Tradizione della Chiesa, è un altro aspetto che occorre riprendere e incorporare per ravvivare il vero significato della liturgia. Lo costatiamo nei rappresentanti più autorevoli del movimento liturgico che ha condotto al Vaticano II, quali R. Guardini, H. Rahner, J. Jungmann, L. Bouyer, e certamente J. Ratzinger. La Tradizione è la vita della divina verità nella Chiesa, e nella liturgia essa trae la sua sorgente e la pienezza della sua forza, si trasmette, è essa stessa 'Tradizione viva e vivificante'. Nella liturgia la Tradizione trova il suo naturale contesto e lo stesso avviene con la proclamazione della parola di Dio.

La liturgia è la vita che la Bibbia riflette nelle sue pagine, rese specificamente cultuali nell’azione: il testo liturgico, infatti, è più o meno il compimento del testo biblico. Perciò, la liturgia manifesta le caratteristiche della Tradizione cattolica nella forma più solenne, essendo il cuore della Tradizione cattolica, poiché incarna la rivelazione della Parola eterna di Dio al suo popolo, l’atto di redenzione e della nuova creazione operata dalla stessa Parola. In tal senso, il culto non è solo parte integrante del patrimonio della Chiesa di Cristo, ma la stessa forma di tradizione ecclesiale del mistero di salvezza: la trasmissione, consegna, e attualizzazione oggi per gli uomini di quanto ci è stato donato, il manifestarsi del dono di Dio: Gesù Cristo e la sua salvezza. E’ chiaro che l’affermazione secondo cui il cristianesimo vive di tradizione, non vuol dire una tradizione di formule morte o di pratiche meccaniche: piuttosto, vive di ciò che ha ricevuto, come dice san Paolo, e che a sua volta trasmette agli uomini oggi e sempre. E’ tradizione di una persona, tradizione di vita, vita che cresce organicamente in una continua incarnazione. La Tradizione cattolica del passato non è fissata una volta per tutte secondo un modello che non si sviluppa. Né è qualcosa che arbitrariamente un qualsiasi individuo o autorità può cambiare; se lo facessero, si isolerebbero e sarebbero irresponsabili. Opporsi alla tradizione e al rinnovamento, all’autorità e alla libertà significa aver perduto il senso cristiano di questi concetti.

Parlare di tradizione significa parlare di dono, di ciò che abbiamo ricevuto e che ci è stato dato, da trasmettere e da far crescere organicamente e sviluppare per suo stesso dinamismo. La liturgia come atto centrale della viva Tradizione, il dono di Dio alla Chiesa, in lei e all’uomo, non è morto. Il cristianesimo stesso ha il suo senso nella liturgia, perché è un dono, dono ricevuto da Dio, dato una volta per tutte e irrevocabilmente mediante Cristo e gli apostoli e trasmessi fedelmente nella Chiesa, nella sua storia, nell’unità di quella storia sincronicamente e diacronicalmente considerata: la Tradizione è unità e comunione, continuità e non rottura, crescita organica non cambiamenti saltuari. La Tradizione viva della Chiesa è un dono di incomparabile ricchezza che deve dar frutto e non può rimaner sterile. La liturgia è parte del dono di Dio, la trasmissione di questo dono di Dio.

La liturgia è nel cuore di questa santa e viva Tradizione, come suo elemento costitutivo. Nulla perciò è più alieno da questa concezione della liturgia come dono di Dio e della sua trasmissione, che comprenderlo come puro e semplice prodotto artificiale, qualcosa di costruito. “Quando, riflettendo sulla liturgia, ci chiediamo come renderla attraente, interessante e bella, noi siamo già perduti. La liturgia è opera di Dio, Opus Dei, con Dio come suo specifico soggetto, altrimenti non è liturgia” (Benedetto XVI). “Per la vita della Chiesa, è fondamentale un rinnovamento del concetto di liturgia, una liturgia di riconciliazione che riconosca l’unità della storia della liturgia e interpreti il Vaticano II non come rottura ma come momento di sviluppo” (Benedetto XVI), perché è trasmissione di vita, non di morte.

La Chiesa è viva, soprattutto nella liturgia. Essa è fondamentale perché parte della Tradizione della Chiesa. Nella storia della Chiesa, c’è una stretta relazione tra “lex credendi” e “lex orandi”, cioè la forma di preghiera esprime la fede e la fede della Chiesa fa la preghiera della Chiesa. Perciò, la celebrazione liturgica e, di conseguenza, la riforma liturgica devono essere ben attente all’intima connessione tra “legge di fede” e “legge di preghiera”, in modo che l’integrità e la purezza della fede della Chiesa sia conservata nelle preghiere liturgiche e nei riti. Occorre che vi sia un collegamento visibile tra la fede della Chiesa e la sua vita liturgica e sacramentale, nella quale la Chiesa realizza la sua fede e contemporaneamente sperimenta di esser confermata nell’azione di salvezza di Dio. La mancanza di chiarezza nel rapporto tra la sfera dogmatica e quella liturgica è, a mio parere, un problema centrale della riforma liturgica post-conciliare e nella sua specifica applicazione in particolare oggi, quando alcuni dall’esterno e dall’interno tendono a ridurla solo a una questione di forme. Ciò spiega buona parte dei problemi che affrontiamo con l’assimilazione e l’applicazione del Concilio ai nostri giorni. Notiamo come spesso vi sia disaccordo tra l’essenza della celebrazione liturgica, la sua origine, i suoi ministri e la sua forma completa.

E’ in effetti una questione dell’identità e della fondamentale struttura della liturgia che incide sulla sostanza della fede. La vita liturgica della Chiesa deve essere considerata come l’atto più efficace della Tradizione, nei suoi aspetti attivi e di preghiera. Prospero di Aquitania ha espresso l’intima connessione di liturgia e fede, che fluisce da qui, con le parole “lex statuat supplicandi credendi legem”. “Dietro i modi diversi di concepire la liturgia, vi sono, come al solito, modi diversi di concepire la Chiesa e perciò Dio e il rapporto dell’uomo con Lui. Il tema della liturgia non è per nulla marginale; è stato proprio il Concilio che ci ha ricordato che qui tocchiamo il cuore della fede cristiana” (J. Ratzinger).

La liturgia è vera relazione dell’uomo con Dio, che è nostro Creatore, il datore di ogni bene, dal quale proviene ogni buon dono, che ha l’iniziativa dell’opera della creazione e della salvezza. Il culto cristiano non è proprietà dell’uomo, ma dono di Dio alla Chiesa, che vive di esso e cresce con esso. Più precisamente, “la forma del culto cristiano è determinata dalla fede biblica come dono di Dio per noi e non uno sforzo umano o impresa umana”. Dinanzi alla liturgia, dobbiamo assumere la stessa posizione che san Benedetto pone all’inizio della sua regola: “Ascolta, figlio”. Si tratta di ascolto, accoglienza, obbedienza, semplicemente perché Dio ha voluto offrire una liturgia, un modo particolare di essere a Lui graditi e divenire suoi adoratori.

La liturgia dà luce al primato di Dio, la priorità della realtà di Dio, ed è fondamentale non dimenticarlo mai per non tradire la verità della liturgia, poiché sarebbe come tradire Dio e l’uomo. Occorre riconoscere che “la liturgia è il diritto di Dio alla risposta dell’uomo. E’ la forma corretta di comportamento di Dio. La liturgia, l’adorazione, forme di esistenza umana in rapporto col mondo procederanno verso il traguardo e il pieno compimento della promessa senza cadere nell’idolatria, sovvertendo la relazione di Dio e la sua creazione” (E. Romero).

Uno dei più seri problemi dell’uomo della modernità, come ben sappiamo, è di credersi e vivere in modo autonomo e indipendente da Dio, stravolgendo il suo vero posto dinanzi a Dio e la verità del suo rapporto con Lui. Alla fine, non permette a Dio di essere Dio. Al contrario, è proprio quello che viviamo e impariamo soprattutto nella liturgia, permettere a Dio di essere Dio. Abbiamo bisogno di una nuova consapevolezza liturgica che riporti l’uomo ad adorare, a rendere grazie e lodare Dio, a lasciare che Dio sia Dio. “Si è arrivati al punto che gruppi liturgici si sono auto-fabbricati il culto domenicale da soli. Ma ciò non porta ad incontrare l’alterità assoluta, con la sua sacralità, che mi è data come dono” (J. Ratzinger).

Lo spirito del fare dell’uomo di oggi, come mostrano certe tendenze, ha portato a una concezione della liturgia come meccanismo che può essere montato e smontato arbitrariamente, il che è del tutto incompatibile con l’essenza della liturgia, in nessun modo proprietà dell’uomo ma dono di Dio. C’è un tipo di creatività che non rispetta il carattere della liturgia, essa non può essere manipolata, è dono di Dio e appartiene a tutta la Chiesa peregrinante nel tempo. Non si deve rischiare perciò di rompere con questo dono, con il passato che ci è stato tramandato.

Dobbiamo pertanto trovare un equilibrio fra tradizione e riforma, quella promossa dal Vaticano II, che dovremmo rileggere nei suoi testi e nel suo spirito, senza distorcerlo arbitrariamente. E’ necessario dunque promuovere il senso del mistero nelle celebrazioni liturgiche, celebrarle come una vera epifania del mistero, che esprimano chiaramente la natura del culto divino, e riflettano il vero significato della Chiesa che prega e celebra i divini misteri, e promuovano il vero senso della santificazione del nome di Dio per educare i fedeli ai sentimenti religiosi e aprirli alla trascendenza. E’ questo un fattore essenziale per rianimare la vita liturgica della Chiesa, senza la quale non c’è né vita né futuro, non c’è partecipazione al dono di Dio, il Dio che apre le porte del Cielo e ci dona la vita e la salvezza.

Ricordiamo sempre che nella liturgia i fedeli entrano in comunione con la SS.ma Trinità, e sperimentano la loro partecipazione alla divina natura come dono di grazia. Significa vivere la sacra liturgia come azione della Trinità. La liturgia diventa l’anticipazione della finale beatitudine e partecipazione alla gloria celeste, fine ultimo della nostra speranza. Non ci può essere rinnovamento della Chiesa e dell’umanità senza entrare nel mistero della vita di Dio, la SS.ma Trinità. Recuperare il senso del mistero è una delle sfide principali dell’umanità contemporanea. Il peggior danno che si possa fare all’uomo è quello di eliminare la dimensione della trascendenza e del mistero. La conseguenza, come sappiamo, è tendere a sostituire la verità con l’opinione, la fiducia con l’incertezza. La tendenza a presentare il bene morale come conformità sociale, considerare un eroe chi si pone contro i valori, ed esaltare il dubbio e il relativismo come vero criterio dell’esistenza umana.

E’ nel mistero della SS.ma Trinità che le profondità ultime della realtà si rivelano, il mistero dell’esistenza. Costituisce il principio e l’origine della creazione e redenzione, e d’altra parte tutto alla fine conduce al mistero di lode e adorazione. Inoltre, in ultima analisi, è la SS.ma Trinità a dare ad ogni cosa proporzione e consistenza. Tutto viene da Lei e tende verso di Lei. Dobbiamo difendere l’uomo da tutte le ideologie che minimizzano la sua triplice relazione con il mondo, con gli altri e con Dio. Chi non si aprisse a Dio, sarebbe menomato nell’essenza del suo essere, sotto il dominio delle potenze che lo soggiogano e lo rendono schiavo. Il cristiano deve affermare con la vita, le parole e i pensieri, la sua fede e la sua speranza nel mistero di Dio. Ciò è richiesto da ogni momento storico, perché la storia è storia di salvezza ad opera di Dio. Ma in modo speciale il mondo lo richiede oggi, perché vuole conoscere, toccare e sentire nella vita, la parola e i pensieri dei cristiani che la vita eterna cioè, come ha detto il Signore Gesù, è “che conoscano Te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Giovanni 17,3), rivelatore del mistero di Dio e dell’uomo e della grandezza della sua sublime vocazione. Ciò rende possibile la liturgia che è presenza e azione del mistero di Dio, il riconoscimento e l’adorazione del mistero di Dio. Lo avevano capito molto bene i primi cristiani quando non abbandonavano l’Eucaristia per nessun motivo nel giorno di domenica, il Dies dominicus, e lo avevano capito bene gli imperatori, perseguitando le celebrazioni della liturgia!

Dobbiamo rianimare il senso del mistero, in modo che la liturgia sia un momento di comunione con il grande e santo mistero della Trinità per gustare la presenza di Dio nella vita umana. Celebrando le azioni sacre della liturgia come rapporto con Dio e i suoi doni – espressione di autentica vita spirituale – la Chiesa può nutrire e dare vera speranza a coloro che l’hanno perduta, con più forza e vigore, e fare esperienza della presenza di Dio nella vita, anticipando la presenza definitiva di Dio fra noi, quando Egli sarà tutto in tutti.

Nelle celebrazioni, occorre mettere al centro Gesù, che illumini, guidi e nutra tutti noi. La liturgia della Chiesa non è intesa per calmare le paure e i desideri dell’uomo, ma per ascoltare e accogliere il Gesù vivo, per onorare e lodare il Padre, che ci dona Gesù nostro Signore, presente e attivo fra di noi, soprattutto nell’Eucaristia, sacrificio unico della Croce che Cristo offre al Padre e si dona a noi come pane di vita e bevanda spirituale. L’Eucaristia attualizza la comunione di Gesù con il Padre per l’umanità, e ci fa partecipare al suo Corpo e Sangue, la vera adorazione.

Nella liturgia gustiamo la presenza di Dio nella vita. Nella liturgia la Chiesa, come popolo radunato da Dio alla sua presenza per ascoltare, mostrare la disponibilità ad obbedire e servire, gusta la sua presenza e offre gesti di adorazione. Parlare di liturgia è parlare di Dio, riconoscere che al principio c’è l’adorazione di Dio. La liturgia non è una riunione spontanea di gente che celebra Dio a proprio modo; né il Concilio né la Costituzione Sacrosanctum Comcilium hanno cercato di organizzare la liturgia in modo diverso ... In tale contesto, la Chiesa nasce dall’adorazione, dalla missione di glorificare Dio. L’ecclesiologia ha a che fare intrinsecamente con la liturgia. Nella storia del tempo post-conciliare, la liturgia non è stata intesa come primato di adorazione, e per questo ha perso la sua ragione sessenziale.

In molti luoghi, la riforma liturgica è consistita prevalentemente in opere di uomini, con la loro creativa organizzazione della celebrazione, e la comunità riunita. Il rimedio, di conseguenza, deve venire dall’adorazione perché Dio occupa il primo posto e la comunità è riunita dalla Parola di Dio per glorificare il Suo nome. In che cosa consiste la vera adorazione? Qual è il sacrificio che Dio desidera? L’Eucaristia è un rendimento di grazie a Dio, è benedire Dio ed essere da Lui benedetti, è sottomissione al Dio tre volte santo, è ricevere il Suo amore misericordioso. La Costituzione sulla sacra Liturgia del Vaticano II insegna che lo scopo della celebrazione è la gloria di Dio e la salvezza degli uomini. Nella liturgia Dio è perfettamente glorificato e gli uomini sono santificati. E nel canone romano il sacerdote riconosce di essere un ministro di Dio, di essere stato immeritatamente ammesso alla Sua presenza per servire: “Noi tuoi ministri e il tuo popolo santo”.

Il centro della liturgia è la vera adorazione di Dio, la vita dell’uomo e la rivelazione della sua dignità. Quando l’uomo riconosce Dio, purifica il suo cuore, riorienta la sua vita, si affranca dallo stato di cattività e si rende conto di essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio per amore, e che l’amore è il senso più vero della sua vita. Se l’uomo costruisce la sua vita personale e sociale lontano da Dio, si costruisce contro se stesso, perché Dio è la sua origine, via e fine. Dio non è in competizione con l’uomo, ne è anzi il miglior amico. “Il culto considerato in tutta la sua larghezza e profondità, va al di là dell’azione liturgica. Comprende l’ordine ultimo della vita umana secondo le parole di sant’Ireneo, che la gloria di Dio è l’uomo vivente… Il culto si perverte quando diventa celebrazione della comunità stessa e auto-conferma. Il culto di Dio diventa volgersi su di sé: mangiare, bere, divertirsi. La danza attorno al vitello d’oro è l’immagine di un culto che cerca solo se stesso, un genere di inutile auto-stima” (J. Ratzinger).


Una questione fondamentale e primaria

E’ nella liturgia che avviene primariamente l’adorazione, e in modo peculiare l’Eucaristia è adorazione. Occorre vivere l’Eucaristia come adorazione, prolungamento dell’Eucaristia, adorazione del SS.mo Sacramento. Sempre dobbiamo ricordare quanto dice il papa nel Sacramentum Caritatis: “Nell’Eucaristia il Figlio di Dio ci viene incontro e vuole unirci a lui, l’adorazione eucaristica è semplicemente l’ovvia continuazione della celebrazione eucaristica, che in sé è l’atto più grande di culto della Chiesa. Ricevere l’Eucaristia significa adorare colui che riceviamo. Soltanto così diventiamo uno con Lui, e in certo senso pregustiamo la bellezza della liturgia celeste.

L’adorazione al di fuori della Santa Messa prolunga e intensifica quello che avviene nella celebrazione liturgica stessa. Anzi, solo nell’adorazione può maturare una profonda e autentica ricezione della santa Comunione. E proprio in questo incontro personale col Signore matura la missione sociale contenuta nell’Eucaristia, che cerca di abbattere le barriere non soltanto tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri… Ecco perché è altamente raccomandabile praticare l’adorazione eucaristica, sia personale che comunitaria.

Vivere vicini al mistero divino di Cristo che è morto e risorto e ci offre il suo amore misericordioso, rigenera i fedeli e la comunità. Celebrare l’Eucaristia è servizio prezioso all’umanità in ogni angolo del mondo, perché è glorificazione di Dio e fonte d’amore per gli uomini e di evangelizzazione. La liturgia, per tutte queste ragioni, è il mezzo più efficace col quale possiamo gustare la presenza di Dio, il suo amore, la sua salvezza nel mondo. Perciò la liturgia è intrinsecamente connessa alla bellezza.

“Non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell’amore ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l’amore… La vera bellezza è l’amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale. La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce in certo senso un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr. Marco 9,2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria” (Sacramentum Caritatis, 35), per rendere presente Dio come lo strumento più efficace e per sperimentare la sua presenza nel mondo.





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Card. Antonio Canizares Llovera
Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti
Conferenza tenuta dal Card. Canizares alla Liturgy Convention dell'arcidiocesi di Colombo (Sri Lanka) il 01 settembre 2010 (trad. it. a cura di d. Giorgio Rizzieri)

martedì 17 giugno 2025

L'Eucaristia, Sacramento di amore nella carità verso il prossimo, don Dolindo Ruotolo


L'Eucaristia, Sacramento di amore nella carità verso il prossimo
Commento al Vangelo di S. Giovanni cap. 15 par. 3

don Dolindo Ruotolo




L'Eucaristia è Sacramento di amore a Dio nel sacrificio e nella dedizione dell'anima alla divina volontà, ed è Sacramento di amore al prossimo nella carità che s'immola e si dona per amore di Dio. 
Per questo Gesù, dopo aver parlato dell'amore e della dedizione a Dio, ritornò sul suo grande precetto di amare il prossimo e disse: Questo è il mio comandamento: che vi amiate l'un l'altro come io ho amato voi. 
Egli questo comandamento l'aveva già dato, e l'aveva chiamato nuovo (13,34) per il mondo, dilaniato dalle vendette e dall'odio; ora volle determinarne la portata, ed esclamò: Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per i suoi amici.


Amarci come Gesù ci ha amati

Dobbiamo amarci come Gesù ci ha amati; Egli ci ha dato il massimo segno di amore immolando per noi la sua vita, e donandola interamente nella Santissima Eucaristia, e noi dobbiamo essere disposti anche al supremo eroismo della carità, e donarci alle anime come aiuto, sostegno, consolazione e sollievo morale e materiale. Attraverso gli atti dell'amore fraterno dobbiamo donare noi stessi, quasi in un'Eucaristia di carità. Non bastano gli atti esterni, né basta un soccorso dato freddamente, quasi fosse come tassa.
Occorre dare negli atti di condiscendenza il nostro pensiero e il nostro giudizio, negli atti di bontà il nostro cuore, negli atti di compatimento la nostra sensibilità, negli atti di solidarietà i nostri interessi, negli atti di beneficenza il frutto della nostra vita di lavoro, sempre per Dio, solo per Dio: perché dalle creature non dobbiamo attenderei nulla, neppure il riconoscimento del beneficio e la gratitudine.
La carità è il vero e l'unico segreto della uguaglianza e della fraternità umana; poiché nell'atto in cui si espande e si esercita, riguarda il prossimo come amico, come fratello, come parte della propria famiglia, e lo ama.
La carità non guarda il fratello dall'alto in basso, come disgraziato ridotto in uno stato inferiore, ma, diremmo, da basso in alto, come si guarda Gesù in croce sul Calvario.
La visita del sofferente è per il cristiano vero come la visita di Gesù, e se ne crede onorato, lo accoglie come Gesù, lo tratta come Gesù, lo solleva come avrebbe voluto sollevare Gesù sul Calvario, e s'intenerisce per le sue pene.


La carità spirituale

Per ispirare questo amore nel cuore dei suoi apostoli, Gesù protestò di riguardarli come amici, solo a patto che avessero praticato la carità, e mostrò loro come Egli li aveva amati: Voi siete miei amici se farete quello che io vi comando. E soggiunge: Ora non vi chiamerò più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone. Vi ho chiamati invece amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio l 'ho fatto sapere a voi. Egli voleva dire: Ora che vi ho rivelato il precetto della carità, vi ho fatto conoscere il grande segreto della redenzione, ch'è opera di carità, e non vi chiamo più servi ma amici. Chiamandovi così, vi dò l'esempio, perché voi riguardiate i poveri ed i sofferenti come amici e, rivelandovi quello che ho udito dal Padre mio, v'insegno un altro atto di carità, quello di comunicare agli altri i beni spirituali, aiutandoli a conoscere la verità, ed a camminare verso il Cielo. E questa infatti, parlando strettamente, la vera carità, secondo l'esempio che Gesù stesso ci ha dato.

Egli ci ha rivelato la verità, ha dato la vita per salvarci, ha confortato le nostre angustie, ma non ci ha liberati interamente dalle pene della vita presente. E una cosa che fa pensare. 
Il Signore ci ha dato la pienezza della carità spirituale e non di quella temporale. Avrebbe potuto far ritornare l'Eden, ma per nostro stesso bene non lo ha voluto, perché un paradiso terrestre avrebbe fatto dimenticare quello eterno alla povera creatura decaduta dal suo stato di giustizia originale.
Egli ha sottoposto la carità temporale a quella spirituale, e soccorrendo il corpo ha voluto principalmente soccorrere l'anima. Ci ha redenti, ma l'applicazione dei suoi meriti e, diremmo, il compimento dell'opera sua continua sino al termine dei secoli nella Chiesa e per la Chiesa.
Il peccato, per l'umana libertà, dolorosamente imperversa ancora sulla terra, e con esso le grandi tribolazioni di cui è causa. Ci sono ancora, e in gran numero, gli uomini preda di satana, e continua nelle anime sante e nella Chiesa la Passione e Morte di Gesù Cristo; per conseguenza continuano le grandi pene e tribolazioni della vita, quelle che sono castigo delle colpe, e quelle che ne sono riparazione.

La carità più bella perciò è sempre quella spirituale: rivelare la verità a chi la ignora, far conoscere Dio, farlo amare e liberare le creature dalle illusioni del mondo, del demonio e della carne.
Chi fa la carità corporale senza quella spirituale è come colui che compassiona un malanno, magari vi applica qualche pomata refrigerante, ma non lo cura. Chi ha la possibilità di fare la carità spirituale e non la fa, o la trascura per quella temporale è simile a chi ha premura di accomodare il letto all'infermo, ma non pensa a dargli le medicine, s'affanna a fasciare le piaghe ma non ne elimina il pus che le alimenta e le ingrandisce.

Nell'esercizio della carità si può trovare un grande ostacolo nell'indegnità di quelli che la ricevono. Essi o sono ingrati o sono duri, e ci fanno sentire o ripugnanza nell'aiutarli o scoraggiamento nel curarli. Gesù Cristo previene questa difficoltà delicatamente, mostrando agli apostoli che la loro dignità e quello che da Lui hanno ricevuto non è stato frutto dei loro meriti o della loro elezione, ma frutto della sua misericordia: Non siete voi che avete eletto me, ma io ho eletto voi, e vi ho costituiti perché andiate e facciate frutto, e il vostro frutto sia durevole. Se io vi ho eletti senza vostro merito, anche voi dovete andare alle anime e cercarle per beneficarle spiritualmente, affinché portino un frutto di eterna vita. Che se vi doveste trovare innanzi alle difficoltà dell'apostolato, non vi turbate per la vostra insufficienza, ma pregate, perché vi dico che qualunque cosa domanderete al Padre mio in mio nome ve l'accorderà. 
Gesù Cristo non dice che otterranno tutto quello che vorranno, ma qualunque cosa domanderanno in suo nome, per superare le difficoltà dell'apostolato della carità, e per questo soggiunge subito: Questo v'ingiungo: che vi amiate l'un l'altro.


In Gesù Sacramentato il segreto della vera carità

Il mondo si dilania nella maniera più feroce quando si allontana dall'Eucaristia, e noi lo constatiamo coi fatti, poiché le nazioni più povere di Eucaristia sono le più povere di carità. La bontà, la dolcezza, il compatimento, l'apostolato fatto per salvare le anime, il soccorso materiale agl'indigenti sono fiori che spuntano e prosperano ai piedi dell'altare eucaristico. Non sono i trattati che stabiliscono la pace nel mondo, ma è il regno eucaristico.
Se l'umanità non ricorre al suo Re sacramentato, invano fa appello alla giustizia ed alla carità. Queste parole sono vive solo quando si riceve Gesù e si vive di Gesù. Andiamo perciò ogni giorno ai piedi dell'altare per rinfocolarci nella carità vera, e per fecondare le nostre opere di apostolato, affinché, raccogliendo da Gesù i tesori della sua carità, siamo come fiori profumati dalla sua bontà, dal suo amore, dalla sua misericordia, dalla sua condiscendenza, e dal sacrificio col quale ci ha amati e ci ama.
Ogni giorno dobbiamo metterci nei raggi di questo sole divino, per espanderci come passiflore di bontà, che sono fiori bellissimi e portano in loro i segni della Passione. L'anima nostra porti i segni della Passione come segni della carità che giunge a dare la vita per il prossimo, in un sacrificio ed in un'immolazione completa. L'Eucaristia sia la mensa comune delle famiglie, dei cuori e delle nazioni, e per l'Eucaristia si formi di tutta la terra un solo ovile e un solo pastore, nella vera pace.

Sac. Dolindo Ruotolo



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lunedì 16 giugno 2025

Alcune linee di Ontologia Trinitaria, di Szymon Krzysztof Ciecko

ALCUNE LINEE DI ONTOLOGIA TRINITARIA

SZYMON KRZYSZTOF CIEćKO



Riassunto. L’articolo presenta la storia di un concetto chiamato ontologia trinitaria. L’autore descrive come emerge questa idea nel pensiero di stampo cristiano, partendo dalle intuizioni di Sant’Agostino. Avendo analizzato il concetto di persona riferito tanto a Dio quanto all’uomo, si è presentato un testo di un teologo tedesco, Klaus Hemmerle, da cui ha preso le mossa la ricerca contemporanea in proposito. Di seguito, si è analizzato i testi scelti di Piero Coda, in cui lui si occupa di un’ontologia trinitaria.



INTRODUZIONE

Ontologia trinitaria deriva dalla teologia trinitaria e, partendo dalla rivelazione neotestamentaria, sviluppa, in modi diversi nelle diverse epoche, una linea di pensiero ontologico.1
Se per ontologia trinitaria intendiamo il contemplare il rifesso del mistero della Trinità nel creato, allora possiamo affermare che essa, in un certo senso, è sempre stata.
È opportuno affrontare questo discorso e quindi questo articolo vuole offrire ciò per presentare un riassunto del contemporaneo pensiero italiano alla comunità scientifica polacca affinché essa ne prenda le mosse per contribuire alla ricerca di quel genere.
Il testo presenterà in un primo momento alcune nozioni storiche, evidenziando come un concetto di un’ontologia trinitaria si faceva presente nel pensiero cristiano. Poi, si discuterà il contenuto di un libro di Klaus Hemmerle intitolato Tesi di un’ontologia trinitaria in quanto esso sia, in un certo senso, il punto di partenza dell’idea odierna del concetto analizzato. Infine, saranno evidenziati i fili conduttori provenienti dall’Italia soprattutto dalla scuola costruitasi attorno alle intuizioni di Chiara Lubich.


1. STORIA E FONTI DEL CONCETTO

In Agostino d’Ippona si trova teorizzata la presenza analogica della Trinità nell’uomo,2 particolarmente nella sua componente spirituale:3 in essa, infatti, l’essere, il conoscere e il volere sono intimamente connessi, pur nella loro diversità, e richiamano rispettivamente il Padre, il Figlio e lo Spirito.4

L’argomento è approfondito successivamente ne La Trinità,5 in cui il santo aveva rivisitato in modo piuttosto originale le categorie del pensiero greco, avendo avviato un cambiamento sostanziale in campo trinitario, di cui oggi si gode i frutti: ancorandosi alla Scrittura, infatti, Sant’Agostino poteva pensare l’essere di Dio come Amore, senza per questo abbandonare il rigore del procedere razionale.

La verità fondamentale, per lui, è che “Dio è senza dubbio sostanza o, se il termine è più proprio, essenza, che i greci chiamano ousia […] dal verbo esse si è fatto derivare essentia”.6

Quindi, dopo aver dimostrato la perfetta identità delle persone divine a livello di essenza 7 e di perfezioni assolute, 8 Agostino concludeva che la distinzione fra loro deve essere cercata altrove e cioè nella categoria della relazione, dove quest’ultima non ha lo stesso contenuto dell’accidente aristotelico, ma si riferisce all’essere di Dio in modo sostanziale: si afferma l’unità dell’essenza e la distinzione dei Tre. 9

In altri termini Agostino ha osservato che se si parla in Dio di Padre, Figlio e Spirito, ciò vuol dire che in lui vi sono delle relazioni – paternità, figliazione e donazione 10 – e che queste relazioni non significano tanto diversità, quanto distinzione. 11

In Dio, tutto è sostanziale, pertanto queste relazioni non possono essere accidenti: dal momento che sfuggono alla temporalità e perciò alla mutazione, sono eterne. 12

Ne La Città di Dio, il santo d’Ippona afferma ancora una volta che “il Padre ha certamente il Figlio ma non egli è il Figlio, il Figlio ha il Padre ma non egli è il Padre.

Dunque in base agli attributi che si dicono in senso assoluto e non relativo, in Dio si identifcano essere e avere”. 13

Il teologo d’Ippona, introducendo la categoria della relazione ad invicem in un contesto trinitario, presenta quindi lo Spirito Santo come intratrinitario Amor Patris et Filii, l’Amore tra l’Amante e l’Amato: Amor et dilectio, che permetterà di contemplare le relazioni trinitarie nella reciprocità, come amore dato e ricambiato. 14

Malgrado i Padri della Chiesa si sforzassero di spiegare l’evento di Cristo alla luce dell’unità divina, si avvertiva l’insufficienza dell’ontologia da loro adoperata, 15 e questo vale anche per Agostino, a proposito della riflessione sul concetto di persona, 16 a cui non si può non dedicare almeno un accenno in questo articolo perché un’ontologia trinitaria vuole spiegare la realtà a partire dall’unitrinità di Dio 17 e questo è sempre riferito alla nozione della persona. 18

Il termine ipostasi o persona vuole precisare che il Figlio e lo Spirito Santo non sono né qualcosa di increato né degli esseri intermedi, della cui presenza ci si trova nel giudaismo vetero- e intertestamentario, 19 né attributi di Dio o modi di rivelazione dell’unico Dio.

Nel IV secolo, i cosiddetti Padri Cappadoci sono i primi a riflettere sulle ipostasi di Dio in modo sistematico e, con il concetto di ipostasi, tutti e tre vogliono sottolineare ciò che differenzia una realtà da un’altra. 20

D’altro canto, con la sua formula tres personae – una substantia 21 è Tertulliano il primo teologo ad utilizzare il termine persona nell’ambito della teologia trinitaria, distinguendo la persona, che indica la differenza – in quanto manifesta qualcosa di individuale, dotato di caratteristiche peculiari e per cui in Dio vi è distinto e caratteristico –, dalla sostanza, che denota ciò che è comune. 22

Per quanto riguarda il magistero agostiniano, 23 il termine persona costituisce “un nome generico, tanto che lo si può applicare anche all’uomo, sebbene sia così grande la distanza tra l’uomo e Dio”, 24 e il suo impiego nel discorso sulla Trinità è indispensabile, in quanto ci permette di distinguere il piano dell’essenza divina ed il piano della sua sussistenza (hypóstasis) relazionale.25

In altre parole, Sant’Agostino, nell’elaborare la dottrina trinitaria, pone in stretto rapporto il termine “persona” e quello di “relazione”, in quanto il primo indica appunto la relazione del Padre, del Figlio e dello Spirito.26

L’autore di De civitate Dei, tuttavia, non offre una vera e propria definizione della persona, che, invece, darà Severino Boezio, come naturae rationalis individua substantia.27

Il discorso boeziano prende avvio da una preoccupazione teologica: confutare le eresie cristologiche, avanzate da Eutiche e Nestorio. Quest’ultimo negava l’unità del Cristo, affermando che vi sarebbero due persone in lui. Boezio precisa che in Cristo vi è una duplice natura, una divina e una umana, ma non una duplice persona, ponendo allo stesso tempo le basi della futura riflessione antropologico-personalista di stampo cristiano: la persona è tale in quanto dotata di una natura razionale, ma soprattutto in quanto sostanza individuale.28

Alla ricerca trinitaria agostiniana, si rifarà San Tommaso d’Aquino, che trova in questo modo buone premesse per condurre la teologia sul versante ontologico e penetrare il mistero trinitario con un pensiero fortemente metafisico. L’Aquinate spiega che la paternità, la figliazione e la spirazione passiva sono tre relazioni sussistenti29 e quindi sono le tre “persone” o ipostasi divine.30

Le tre persone divine hanno anche nomi propri:31
la prima si chiama Padre, in quanto genera il Figlio; ingenito, perché non deriva da nessuno; principio, perché da lui derivano il Figlio e lo Spirito Santo.32
La seconda persona si chiama Figlio, in quanto viene generata dal Padre; verbo, perché è termine del pensiero divino; immagine, perché riproduce sostanzialmente il Padre.33
La terza, invece, si chiama Amore, in quanto termine della volizione; Dono, perché in essa Dio si dà; Spirito, perché va spirata dal Padre e dal Figlio.34

Per Tommaso, il termine “persona”, riferito alla Trinità, indica relazione,35 mentre, attribuito all’essere umano, significa individualità.36

Date queste permesse generali, possiamo approfondire l’indagine, anche perché, come sottolinea A. Clemenzia, in realtà il contributo degli autori citati, e di tanti altri, va ben oltre il desiderio iniziale del semplice contemplare il rifesso del mistero del Dio Uno e Trino nella creazione.37



2. TESI DI ONTOLOGIA TRINITARIA DI K. HEMMERLE E IL SUO IMPATTO ALLA RICERCA CONTEMPORANEA

Si può partire da uno scritto di Klaus Hemmerle, intitolato Tesi di ontologia trinitaria,38 dove “il tema dell’ontologia trinitaria viene riproposto in forma programmatica”.39

Hemmerle afferma che la teologia ha bisogno di un’ontologia, mostrando come, in sua assenza, si riduca in qualcosa di altro: nella storia delle religioni,40 nell’antropologia,41 nell’etica,42 nella testimonianza di fede.43

D’altro canto, non solo la teologia necessita di un’ontologia, ma anche la filosofa, che, pur potendo limitarsi alla filosofa della scienza, alla logica, all’etica della vita personale o sociale, deve giustificare i motivi di questa scelta, che, appunto, “pervengono però inevitabilmente all’ambito dell’ontologia”,44 poiché anche “chi sostiene che la domanda sull’essere non ha senso, ha già compiuto una scelta preliminare sul senso dell’essere”.45 Affermando l’inevitabilità del ritorno dei due saperi all’ontologia,

K. Hemmerle invita filosofi e teologi ad elaborare, in una relazione di interscambio – giustificata storicamente, perché, come nota l’autore delle Tesi, “nel corso della storia spesso, anzi fondamentalmente sempre, la teologia si è rifatta, per formulare il proprio specifico, a scelte preliminari e precomprensioni ontologiche proprie del pensiero coevo oppure ricevute in eredità”;46 d’altronde, anche la teologia ha spinto gli studiosi ad assegnare a questi concetti filosofici un’importanza di gran lunga maggiore, rispetto al passato,47 favorendo la nascita di una “nuova ontologia”, fondata sullo specifico della fede in Gesù Cristo: l’“evento trinitario”.48

Occorre dunque domandarsi: “in che modo si trasformano dal di dentro le esperienze e le concezioni fondamentali che l’uomo ha di Dio, del mondo e dell’uomo, quando vi irrompe la fede in Gesù Cristo?”.49

Dal momento che Dio ha donato il suo Figlio, obbediente fino alla morte, il nostro essere è chiamato ad una conversione, che consiste nel “credere all’amore”, spostando il baricentro da sé verso l’A/altro.50

L’agápe – compresa come dono di sé, come essere-per l’altro – è il “ritmo” dell’essere di Dio, che si rivela all’uomo in Gesù Cristo, che dona se stesso sulla croce; un “ritmo”, al quale occorre aderire, per ritrovare le origini e il senso del proprio essere.51

Qui appaiono i concetti fondamentali per costruire, anzi per riscoprire una nuova ontologia: l’agápe e il darsi, i cui approcci sono quelli dall’accadere, dal compiersi.52

Un’ontologia trinitaria propone di attribuire un nome al Dio Uno-Trino, quello di amore, come ciò che si dona e si comunica, nella relazione che non obbliga, ma, al contrario, lascia libero ogni ente di rispondere, accogliendo o meno il dono.53

Il teologo tedesco nota che la novità di quella ontologia consiste nel fatto che essa prende le mosse dal mistero di Dio Trino 54 e che quel mistero altro non è che l’amore; anzi, l’amore che si dona, tramite Gesù Cristo,55 che da una parte rivela il Padre, mentre, dall’altra, è da lui glorifcato.56

“Ma fondare l’ontologia in chiave trinitaria rappresentava, per Hemmerle, un’esigenza legata non solo al rinnovamento della filosofia e della teologia, ma anche della società. Egli, infatti, era del tutto persuaso che, se è vero che oggi, come forse mai in precedenza, la fallacia del pensiero, la caducità dell’essere, la problematicità del soggetto, l’assenza di Dio, i pericoli che minacciano la libertà e il senso sono diventati pane quotidiano, è altrettanto vero che l’ontologia trinitaria – se recepita come invito a una nuova prassi di vita – potrebbe sollecitare a una ‘nuova società’ fondata sul «modello trinitario»”.57

Detto questo, per prima cosa si può affermare che un’ontologia trinitaria sarà quel novum, attraverso il quale si vuole cogliere il significato dell’ente. Essa parte dall’analisi dell’amore reciproco delle persone divine, rivelato nell’evento di Gesù Cristo, visto come dono.

Detto ciò si va ad accennare allo sviluppo che questo concetto ha ricevuto in Italia, dove un’ontologia trinitaria è stata portata avanti, in modo particolare, da Piero Coda.58

Tuttavia, a questo proposito, non si può non partire da Bruno Forte, che sin dall’inizio della sua attività teologica mostra di essere profondamente convinto dell’importanza di pensare l’universale e i particolari della verità rivelata “a partire dallo specifico cristiano della fede nel Dio trinitario”.59

Del resto, lui riconosce nel mistero pasquale “il centro dell’economia della salvezza, il luogo sempre vivo della dispensazione dell’amore trinitario per gli uomini”, perché è nella prospettiva pasquale-trinitaria che diviene possibile “tracciare le linee di un’ontologia trinitaria, intesa come la riflessione sull’essere degli enti sviluppata a partire dall’accadere originario e sempre nuovo, che è l’evento della donazione creatrice operata dalla Trinità e rivelata pienamente nella kenosi del Venerdì Santo e nella gloria di Pasqua: la Trinità si ofre come il mistero del mondo, la sua profondità ultima e originaria, la sua origine e il suo grembo trascendenti, che segnano di sé tutto ciò che esiste”.60

Parlando di ontologia trinitaria, non si può non riferirsi a Piero Coda, in quanto autore di Evento Pasquale. Trinità e storia. Elaborando la sua proposta di ontologia trinitaria, lui parte dalle intuizioni espresse nelle Tesi di Hemmerle, dimostrando, allo stesso tempo, una grande sensibilità per le idee e prospettive ontologico-trinitarie del pensiero di stampo protestante e ortodosso. Nel suo primo saggio: Evento Pasquale con il significativo sottotitolo Genesi, significato e interpretazione di una prospettiva emergente nella teologia contemporanea. Verso un progetto di ontologia trinitaria, lo studioso mette in evidenza l’emergente tendenza, in alcuni teologi, di affrontare il discorso in una prospettiva pasquale-trinitaria.61

Secondo Coda, è inevitabile incamminarsi verso un “progetto” di ontologia trinitaria (ontologia del mistero dell’essere come dischiuso dall’evento pasquale), grazie al quale sarebbe finalmente possibile articolare i tre fondamentali livelli del mistero cristiano – creazione, evento pasquale,62 mistero trascendente della Trinità – e prevedere, di conseguenza, un’ analogia entis all’interno dell’analogia fidei,63 ovvero un’analogia creationis,64 un’analogia crucis 65 e un’analogia amoris ovvero analogia Trinitatis.66

L’intenzione del teologo italiano è innanzitutto quella di mettere in luce ciò che nelle Tesi di Hemmerle è stato annunciato, ma non molto approfondito dal punto di vista teologico: l’assoluta centralità e inevitabilità della realtà di Cristo crocifisso e abbandonato, perché in e da lui viene assunta e redenta ogni realtà dell’essere creaturale, persino la negazione esistenziale della vocazione della creaturalità (trascendersi in Dio), compiuta dalla libera decisione dell’uomo stesso.67

Cristo, sulla croce e nell’abbandono, sperimenta come uomo-Dio le conseguenze di questo rifiuto, “ma ne fa come Dio-uomo l’analogia reale e strumentale del dono-di-Sé al Padre, e del dono agli uomini della relazione che lo unisce e lo distingue al e dal Padre: lo Spirito Santo”. 

“In tal modo – continua a spiegare P. Coda –, Cristo crocifisso e risorto non solo ri-dona all’uomo la relazione col Padre, ma gli dona il compimento della vocazione di questa relazione: la vita nello Spirito (pericoresi teandrica come partecipazione alla pericoresi trinitaria). In essa, l’interpersonalità ecclesiale diventa, per grazia, analogia reale della Trinità, in seno alla Trinità, e segno e strumento (sacramento) nella storia della partecipazione universale e cosmica a questa vocazione escatologica, fino a che «Dio sarà tutto in tutti»”.68

Coda ritorna a parlare di ontologia trinitaria in vari altri interventi, sottolineando la centralità del concetto del “non-essere” e affermando che il pensiero metafisico classico lo adopera in due direzioni: assoluta, quando di una cosa si dice che essa non è, e relativa, che dichiara che una cosa non è l’altra.69

Esiste, però, un altro modo per impiegare questo concetto. Nota, infatti, Coda che, “per affermare logicamente e ontologicamente, nel rigore del discorso teologico, la reale distinzione/alterità dei Tre nell’unica essenza divina”, sant’Agostino dice che “l’uno non è l’altro, essendo però ciascuno l’unico vero Dio”.70

Questa nozione del non-essere è chiamata il “non-essere relativo” e fa sì che le persone divine, allo stesso tempo, siano-Uno e siano-distinte. In questo senso, il ‘non-essere’ appare come “atto più profondo dell’essere delle divine Persone”. “Ogni divina Persona, proprio perché non è, è: perché non è sussistenza chiusa in sé, ma è sussistenza che è dono senza residui di sé (e dunque, in qualche maniera, rinunciando a sé, “non è”), proprio per questo è se stessa, è Persona divina nell’unità-distinzione con altre divine Persone, nella unità-unicità dell’Essere divino come Amore”.71

Di conseguenza, il “non-essere” nell’amore di Cristo - che introduce nel mistero del rapporto d’unità-nella-distinzione delle persone divine - permette di trovare la via d’accesso, per poter pensare il mistero della creazione e della divinizzazione delle persone create, ovvero il rapporto di unità e distinzione tra il Creatore e la creatura e, successivamente, anche il rapporto intersoggettivo.

Come Hemmerle, così anche Coda analizza attentamente il concetto dell’agápe, perché “la rivelazione cristiana dischiude l’orizzonte dell’essere come Agápe, e cioè come libero, gratuito, reciproco ed effusivo dono di sé. È questo il novum della rivelazione ebraica, che giunge a inaspettato compimento in Cristo. Lo dicono l’incarnazione del Figlio di Dio, la sua morte in croce e risurrezione, l’essere di Dio come Trinità, la creazione, la salvezza, ecc.”72

Secondo Coda, quindi, la filosofa e la teologia contemporanee si trovano di fronte all’esigenza di elaborare un’ontologia che sarà fondata sulla rivelazione cristiana e, quindi, che sarà capace di esprimere il più adeguatamente possibile l’ermeneutica pasquale e trinitaria del mistero cristiano.73

In questo senso, la categoria del “non-essere” (dono di sé) - introiettata nella comprensione dell’essere come condizione di possibilità della sua immanente struttura trinitaria – appare come il primo passo sulla via di una tale elaborazione.

Lasciando dunque nuovamente la parola a P. Coda, si può affermare che “il lemma «ontologia trinitaria» può essere preso in due sensi: uno più largo e uno più stretto. In senso largo, ontologia trinitaria designa ogni interpretazione della realtà che – esplicitamente o anche implicitamente – muova dal luogo entro cui l’evento di Gesù Cristo ci ha attirati. […] In questo senso – e ciò è senz’altro un tema da approfondire – un’ontologia trinitaria può costruire l’orizzonte interpretativo di riferimento, libero e plurale, di ogni interpretazione particolare della realtà messo in opera dai diversi saperi. […] C’è poi un signifcato più stretto ed epistemologicamente preciso di ‘ontologia trinitaria’, secondo cui questo lemma nomina quella specifica interpretazione dell’essere in quanto essere scaturisce dalla presa di coscienza formalmente istituita del luogo in cui Gesù ci ha attirati tenendo conto della sua rilevanza propriamente ontologica”.74

Volendo riassumere questi brevi pensieri, dobbiamo quindi dire che un’ontologia trinitaria vuole cogliere lo specifico della realtà alla luce dell’essere divino che si rivela in Gesù Cristo come l’unione delle tre persone e perciò come l’amore.75






Note:

1 Cfr. E. Iezzoni, Ontologia trinitaria: dal mistero della Rivelazione una sfida per la flosofia contemporanea, “Nuova Umanità” 170 (2007) 2, 187.
2 Cfr. L.F. Ladaria, Il Dio vivo e vero. Il mistero della Trinità, Ed. San Paolo, Milano 2012, 299–300.
3 Cfr. Gn 1, 26.
4 Cfr. Sant’Agostino d’Ippona, Confessionum, XIII, 11, 12 [trad. it. Le confessioni, NBA, Città Nuova, Roma 1965].
5 Cfr. Sant’Agostino d’Ippona, De Trinitate, X, 11, 17 – X, 12, 19 [trad. it. La Trinità, NBA, Città Nuova, Roma 1973]. D’ora in poi cit. come La Trinità. Cfr. anche P. Coda, Il De Trinitate di Agostino e la sua promessa, “Nuova Umanità” 140–141 (2002) 3–4, 219–248.
6 La Trinità, V, 2, 3.
7 Per approfondire argomento veda A. Clemenzia, In unum con-venire. L’unità ecclesiale in Agostino di Ippona, Città Nuova, Roma 2015, 123–135.
8 Cfr. La Trinità, VII, 1, 2.
9 Cfr. La Trinità, V, 5, 6. Cfr. anche L.F. Ladaria, La Trinità mistero di comunione, Ed. Paoline, Milano 2004, 95–96; P. Coda, Dalla Trinità. L’avvento di Dio tra storia e profezia, Città Nuova, Roma 2011, 378.
10 Lo Spirito Santo è chiamato nella Scrittura “dono di Dio” (cfr. Gv 4, 10; At 8, 20). Da questa permessa Sant’Agostino trae che anche nei riguardi allo Spirito possiamo parlare usando il concetto della relazione. Cfr. La Trinità, V, 11, 12. Cfr. anche P. Milano, Persona in teologia. Alle origini del signifcato di persona nel cristianesimo antico, Ed. Dehoniane, Napoli 1984, 301–302.
11 La Trinità, V, 5, 6. Ivi: “si parla a volte di Dio secondo la relazione; così il Padre dice relazione al Figlio e il Figlio al Padre, e questa relazione non è accidente, perché l’uno è sempre Padre, l’altro sempre Figlio” anche se “non è la stessa cosa esser Padre ed essere Figlio, tuttavia la sostanza non è diversa, perché questi appellativi non appartengono all’ordine della sostanza, ma della relazione; relazione che non è un accidente, perché è mutevole”. I due dati, uno dalla filosofia e pure dalla rivelazione veterotestamentaria, l’altro proveniente da quella nuovo testamentaria, sono qui accolti in modo tale che l’unità di colui che è non è infranta dall’alterità di Padre, di Figlio e di Spirito la quale non dice altro che la non accidentale relazione dell’Uno all’Altro che sempre sono coloro che sono.; P. Sguazzardo, Sant’Agostino e la teologia trinitaria del XX secolo. Ricerca storico-ermeneutica e prospettive speculative, Città Nuova, Roma 2006, 512; P. Sguazzardo, Unità e trinità in Dio secondo Agostino d’Ippona, “Path” 11 (2012) 2, 327–346.
12 Cfr. La Trinità, V, 4, 5. “La sostanza dice esse ad se, mentre la relazione dice esse ad aliud. La relazione non può dunque ridursi alla sostanza. In Dio si distinguono delle perfezioni assolute che si riferiscono a se stesse e delle perfezioni che si riferiscono ad alium: le prime sono comuni, le seconde stabiliscono le distinzioni fra i Tre; quelle si predicano substantialiter; queste relative. Il Padre allora non si distingue dalla divinità, santità e così via, ma solo dal Figlio”. Milano, op. cit., 302.
13 Sant’Agostino d’Ippona, De civitate Dei, XI, 10, 1 [trad. it. Città di Dio, NBA, Città Nuova, Roma 1988]. Sottolineatura mia. Questo principio sarà riformulato dal Concilio di Firenze (1442), che dogmatizzerà che in Dio omniaque sunt unum, ubi non obviat relationis oppositio. Bolla Cantate Domino sull’unione con i copti e gli etiopi (il 4 febbraio 1442), in Denz 1330.
14 Cfr. La Trinità, VIII, 10, 14. Per un approfondimento veda: Clemenzia, op. cit., 158–165.
15 Cfr. P. Coda, L’altro di Dio. Rivelazione e kenosi in Siergiej Bulgakov, Città Nuova, Roma 1998, 87–89.
16 Per un accenno sull’etimologia del lemma veda M.J. Farrelly, The Trinity. Rediscovering the Central Christian Mytery, Rowman&Littlefeld Publisher 2005, 219–224.
17 Cfr. A. Clemenzia, Ontología y razón trinitaria, “Isidorianum” 22 (2013) 44, 384. Cfr. anche Id., op. cit., 71–72.
18 “Il concetto e la specifca comprensione di persona trovano la propria origine nella teologia cristiana, in particolare nel suo sforzo di denominazione dal punto di vista del linguaggio e di cogliere concettualmente due misteri centrali della fede: in primo luogo la realtà di Gesù Cristo, così come risulta costituita dall’interagire e dal mutuo rapportarsi dell’essere-uomo ed essere-Dio […] e in secondo luogo – soprattutto – la realtà della rivelazione cristiana, che si mostra nella ‘tensione’ tra essere-uno ed essere-tre, tra unità e diversità”. G. Greshake, Il Dio Unitrino. Teologia trinitaria, Queriniana, Brescia 2000, 79.
19 Per approfondire veda: P. Gamberini, Un Dio relazione. Breve manuale di dottrina trinitaria, Città Nuova, Roma 2007, 27–33. Cfr. anche Ladaria, Il Dio..., op. cit., 263–280; B. Sesboüé, Il mistero della Trinità: Rifessione speculativa ed elaborazione del linguaggio. Il “Filioque”. Le relazioni trinitarie, in: B. Sesboüé, J. Wolinski (edd.), Storia dei dogmi, vol. 1: Il Dio della salvezza, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1996, 263–268.
20 Gamberini, op. cit., 44.
21 Tertulliano, Adversus Praxeam, PL 2, 180.
22 Cfr. Gamberini, op. cit., 44–45.
23 Nonostante le sue obiezioni verso il termine “persona”, il santo d’Ippona lo adopera perché nell’epoca della composizione di De Trinitate esso era già entrato nel linguaggio ufficiale della Chiesa all’interno della professione di fede del I Concilio di Costantinopoli.
24 La Trinità, V, 6.
25 Cfr. Farrelly, op. cit., 225.
26 Cfr. Gamberini, op. cit., 45; Ladaria, Il Dio..., op. cit., 309–314. Per un approfondimento veda Clemenzia, op. cit., 136–158.
27 Boethius, Liber de persona et duabus naturis contra Eutychem et Nestorium, III (PL 64, 1343).
28 Cfr. E. Simonotti, La persona: individualità e relazione. Itinerari dell’umanesimo cristiano, “Sapienza” 58 (2005) 4, 401.
29 Per un approfondimento veda Ladaria, Il Dio..., op. cit., 322–327; Sesboüé, op. cit., 282–287.
30 Cfr. STh I q. 29, a. 4. Qui il Dottor Angelico fa presente che “persona” indica individualità, quando si predica dell’essere umano (“la persona in generale, come si è detto, significa una sostanza individua di natura ragionevole”), mentre quando se la riferisce all’essere del Dio-Trinità essa indica relazione: “la persona divina significa una relazione come sussistente”.
31 “Il nome proprio di una persona significa ciò che la distingue da tutte le altre”. STh I, q. 33, a. 2.
32 STh I, q. 33.
33 STh I, qq. 34–35.
34 STh I, qq. 37–38. Qui il Dottor Angelico afferma che l’amore come tale è una caratteristica che riguarda Dio nella sua essenza e perciò tutte e tre le persone divine. Distinguendo fra amore essenziale che si riferisce alle persone ed alla loro unità, ed amore personale o nozionale, quest’ultimo lo attribuisce allo Spirito Santo.
35 Cfr. STh I, q. 14, a. 2, ad 1.
36 Per approfondimento veda G. Bertuzzi, Natura e persona in San Tommaso, a proposito della personalità ontologica di Cristo, “Divus Thomas” 115 (2012) 1, 90–118.
37 Clemenzia, art. cit., 385, nota 9.
38 K. Hemmerle, Tesi di ontologia trinitaria. Per un rinnovamento del pensiero cristiano, Città Nuova, Roma 1996.
39 L. Žák, Permessa: Verso una ontologia trinitaria, in L. Žák, P. Coda (edd.), Abitando la Trinità. Per un rinnovamento dell’ontologia, Città Nuova, Roma 1998, 11.
40 Hemmerle, op. cit., 26–27.
41 Ibidem, 27.
42 Ibidem
43 Ibidem, 27–28.
44 A. Frick, Le Tesi di ontologia trinitaria di K. Hemmerle. Un nuovo inizio, in P. Coda, A. Tapken (edd.), La Trinità e il pensare. Figure percorsi prospettive, Città Nuova, Roma 1997, 286.
45 Hemmerle, Tesi, 28.
46 Ibidem, 29.
47 Ibidem
48 Ibidem, 39. Per approfondire questo aspetto veda Iezzoni, art. cit., 196–208.
49 Hemmerle, op. cit., 39.
50 Cfr. ibidem, 50.
51 Cfr. Žák, op. cit., 12.
52 Cfr. Hemmerle, op. cit., 51.
53 Cfr. Iezzoni, op. cit., 191.
54 Cfr. Frick, op. cit., 289.
55 Cfr. Hemmerle, op. cit., 65–66.
56 Cfr. ibidem, 69.
57 Žák, op. cit., 12.
58 Una prova di condurre il discorso entro orizzonte di un’ontologia trinitaria è stata adoperata da M.F. Sciacca, nel suo Ontologia triadica e trinitaria. Discorso metafisico teologico, Marzorati, Milano 1976.
59 B. Forte, Trinità come storia, Ed. Paoline, Milano 1988, 14.
60 B. Forte, Teologia della storia. Saggio sulla rivelazione, l’inizio e il compimento, Ed. Paoline, Milano 1991, 267.
61 Cfr. P. Coda, Gesù Crocifisso e abbandonato e la Trinità. III. Analogia del Cristo e dello Spirito, “Nuova Umanità” 28–29 (1983), 31–80.
62 Cfr. P. Coda, Gesù Crocifisso e abbandonato e la Trinità. IV. Analogia Trinitatis, “Nuova Umanità” 32 (1984), 60.
63 Cfr. ibidem, 79.
64 “L’essere creato personale è posto in essere come imago del Padre nel Verbo per poi essere assunto dal Verbo stesso come sua propria espressione nel mistero dell’Incarnazione”. Ibidem
65 “L’essere personale creato è condotto nella libertà dal Verbo incarnato a ‘perdersi’ sulla Croce nella sua autonomia creaturale assolutisticamente intesa, ed anche a ‘convertire’ la dinamica della sua stessa libertà che nel peccato si pone contro Dio – e qui si collocherebbe la giusta esigenza di una dialettica negativa centrata sulla Croce, come momento interiore dell’affermazione analogica”. Ibidem
66 “L’essere personale creato, che si è perso con e in Cristo crocifisso e abbandonato, ‘si ritrova’ con Lui e in Lui per lo Spirito Santo nella koinonía trinitaria della risurrezione e della trasfgurazione ecclesiale – e questo è il livello dove possono risultare preziosi gli sviluppi della teologia orientale”. Ibidem
67 Cfr. P. Coda, Il Cristo Crocifsso e Abbandonato redenzione della libertà e nuova creazione, “Nuova Umanità” 105–106 (1996) 3–4, 365–400. Cfr. anche P. Coda, Evento Pasquale. Trinità e Storia. Genesi, signifcato e interpretazione di una prospettiva emergente nella teologia contemporanea. Verso un progetto di ontologia trinitaria, Città Nuova, Roma 1984, 161.
68 P. Coda, Evento Pasquale, 177.
69 P. Coda, Postilla sulla semantica del “non-essere” in teologia, in: P. Coda, J. Tremblay, A. Clemenzia (edd.), Il nulla-tutto dell’Amore. La teologia come sapienza del Crocifisso, Città Nuova, Roma 2013, 201. È possibile parlare anche di non-essere come “negazione, a livello esistenziale, della relazione ontologica di creaturalità che lega la persona a Dio nella libertà (= negazione «negativa»): questa negazione ha come frutto un non-essere perché nega ciò che è l’essere della persona creata (la costitutiva relazionalità a Dio). Ma, abbiamo notato, questa negazione è possibile perché la libertà è in radice la possibilità che la persona è di negar-si (negazione «positiva») come immanenza autosufficiente, per trascendersi in Dio – attuando così il suo essere come atto di relazione a Lui. La negazione esistenziale della creaturalità è dunque, per così dire, negazione (negativa) della negazione (positiva)”. P. Coda, Gesù Crocifisso e abbandonato e la Trinità. II. Creazione Croce Trinità: Una permessa sull’analogia, “Nuova Umanità” 24–25 (1982–1983), 45, nota 33.
70 P. Coda, L’unità e la Trinità di Dio nel ritmo di un’ontologia trinitaria, “Sophia: Ricerche su i fondamenti e la correlazione dei saperi” 2 (2010) 2, 178.
71 P. Coda, Il negativo e la Trinità. Ipotesi su Hegel, Città Nuova, Roma 1987, 402.
72 Coda, Dalla Trinità..., op. cit., 559.
73 Cfr. P. Coda, Il negativo..., op. cit., 414.
74 P. Coda, L’ontologia trinitaria: che cos’è?, “Sophia: Ricerche su i fondamenti e la correlazione dei saperi” 4(2012)2, 165. Cfr. anche P. Coda, Trinità: 2. L’ontologia trinitaria, in: J.-Y. Lacoste (ed.), Dizionario critico di Teologia, Borla-Città Nuova, Roma 2005, 1412–1415; L. Žák, Unità di Dio: quaestio princeps dell’ontologia trinitaria, “Path” 11(2012)2, 442.
75 Dio in Gesù di Nazaret si è fatto uomo ed in questo atto si è rivelato un Dio in tre persone e questa auto-rivelazione comporta la redenzione del mondo. Come giustamente sottolinea Clemenzia: “l’ ‘ontologia’ considera l’essere, anzi, il dinamismo che caratterizza tutto ciò che ‘è’, al di là di una sua possibile funzionalità. ‘Trinitaria’, invece, proprio perché non funge da sostantivo, ma da aggettivo, è in qualche modo la qualificazione di ciò di cui si sta parlando (nel nostro caso l’ontologia). ‘Trinitaria’, in particolare, allude alla prospettiva da cui si osserva, e dunque al luogo da cui si guarda una particolare realtà”. Clemenzia, op. cit., 69–70.



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UNIWERSYTET KARDYNAłA STEFANA WYSZYńSKIEGO W WARSZAWIE
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ORCID 0000-0002-5046-7085
DOI: http://dx.doi.org/10.12775/TiCz.2020.002

domenica 15 giugno 2025

La gloria di Dio è l'uomo vivente, di Giuseppe Dovigo


La gloria di Dio è l'uomo vivente 
(Gv 13, 31-33; A. 34-35)

di Giuseppe Dovigo




Restiamo umani

Il Vangelo (Gv 13, 31-35) di oggi fa parte del discorso di Gesù dell'ultima cena, quando egli rivela ai dodici che uno di loro lo tradirà e quando egli sente nel cuore tutta la pesantezza della morte vicina.
Gli Apostoli alla notizia del tradimento si consultano a vicenda. Giovanni, piegandosi verso Gesù, gli domanda: "Signore, chi è?". Gesù risponde con un semplice gesto: intinge un pezzo di pane e lo offre a Giuda, come segno di gentilezza e di amicizia. Il traditore, ricevuto il boccone, “esce” dalla sala della cena e si immerge nelle tenebre della notte per attuare il progetto oscuro del tradimento.


La gloria

In questo momento Gesù esulta: "Ora il figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui". L’affermazione è paradossale, poiché dice queste parole quando Giuda lo tradisce e quando è nella tristezza. Ma non esagera, poiché già vede la realizzazione del progetto del Padre e guarda al di là del presente. Sa che la sua morte non sarà la fine di tutto ma il sigillo della sua rivelazione e della sua glorificazione.
La parola gloria a noi richiama i personaggi famosi nel mondo di oggi e della televisione. Quelli acclamati dalla gente come i cantanti che vincono il festival di Sanremo, i giocatori che arrivano primi nel campionato di calcio, le stelle del cinema, i decorati dei premi Nobel… Ed è giusto che sia così, poiché si distinguono nello sport, nell’arte, nelle scienze, nel cercare il bene dell’umanità…


La gloria di Gesù

Ma la gloria di cui parla Gesù ha un significato più profondo. È la manifestazione del suo amore. È la gloria nell'adempiere fedelmente fino in fondo la sua missione per la quale è venuto nel mondo. È la gloria della rispettabilità di Dio che appare in tutto il suo splendore e in tutta la sua forza nel dono di Gesù sulla Croce. Le sue promesse di fedeltà e di amore non sono prive di significato, ma realizzazione concreta nella persona e opera di Gesù.
Che cosa è più splendido, più sorprendente e più affascinante della grandezza divina di farsi uomo e di donarsi per liberare gli uomini dal male? Dio manifesta realmente il suo potere, la sua santità e la sua gloria. 
San Ireneo dice: "La gloria di Dio è l'uomo vivente".


Noi sulle orme della gloria di Gesù.

Se la gloria di Gesù consiste nel manifestare un amore senza misura, la nostra vera gloria è di fare altrettanto.
La nostra gloria sarà quella di praticare un amore sano, luminoso, concreto, umile, oblativo, fecondo, rispettoso.
La nostra gloria sarà nel poter dimostrare azioni d’amore (cfr. Mt 25), invece di passare la vita ad elemosinare applausi di poca durata.
La nostra vera gloria sarà di condividere la gloria di Dio, quando Dio emerge nella nostra vita autentica con la condivisone del suo amore.
Alla fine del breve brano del vangelo di oggi, Gesù ci dà un comandamento per dire quello che è il più importante e nello stesso tempo per indicarci la via della gloria: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni e gli altri".
Giovanni nel suo racconto della passione prende una iniziativa particolare. Omette la descrizione dell’ultima cena per sostituirla con la lavanda dei piedi, quasi per dire che la liturgia dell’Eucaristia è falsa se non è seguita dal servizio ai fratelli più fragili…


Un esempio di vera gloria

È morto recentemente Jean Vanier (7 maggio) a 90 anni. Figlio del governatore generale del Canada e cresciuto in Europa, nel 1964 avvertì il bisogno di spogliarsi di ogni gloria e di ogni eredità. Si stabilì in una casetta di campagna nel nord di Parigi. Decise di condividere tutto con Raphael e Philippe, due giovani con deficienze mentali e diede inizio a una grande opera. Per oltre mezzo secolo, soprattutto al fianco dei suoi «amici» con disabilità mentali, Jean Vanier, fu fondatore dell’Arca, che oggi conta 154 comunità in una quarantina di Paesi, Italia compresa, con circa 10mila membri. Hanno detto di lui che «Ha abbracciato un intero popolo di anime arse dalla sete d’amore, spesso riscattate dai margini della società e che ha restituito dignità ai più fragili.”


Per uscire da una crisi morale che precede molto prima di quella politica, oggi parliamo molto sulla necessità di ‘restare umani’, di mettere l’umanità al centro e di agire ‘nel nome dell’umanità’…. Noi come discepoli di Gesù abbiamo la nostra carta d’identità come segno distintivo, non la partecipazione esterna di religiosità, ma semplicemente e soprattutto l’amore fraterno. “Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”.
Se vogliamo cambiare qualcosa, prima dobbiamo cambiare noi. Per ritrovare Ninive, il cielo nuovo e la terra nuova, si deve convertire Giona… Convertiamoci quindi noi all’accoglienza del diverso, alla solidarietà, alla fraternità per trovare la civiltà dell’amore.




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