Gian Piero Stefanoni
BIOGRAFIA DELLE VOCI
Note su poesie in dialetto e lingue minoritarie d'Italia
Pasquale D'Arco Editore, 2026
(Dall'introduzione al libro)
Raccolgo in queste pagine una serie di interventi critici, di note a percorsi, figure, opere poetiche in dialetto e lingue minoritarie che ho avuto occasione di scrivere per lo più dalla primavera del 2021.
(Dall'introduzione al libro)
Raccolgo in queste pagine una serie di interventi critici, di note a percorsi, figure, opere poetiche in dialetto e lingue minoritarie che ho avuto occasione di scrivere per lo più dalla primavera del 2021.
L'occasione, perché d'occasione davvero si tratta, è nata col desiderio di conoscere la produzione in dialetto della Val Camonica in Lombardia, la terra di mio padre, e dunque nell'approfondimento un tentativo anche di riacquistarmi in qualche modo a lui in quella lingua di cui so intendere nel ricordo solo la tenerezza di qualche parola.
Così l'affondo nel mondo con tanta sapienza e ardore riportato da Dino Marino Tognali da Vione, irto di fatica e di passione del vivere e per questo di amore, mi ha spinto ad allargare il cerchio della frequentazione in me già presente con la poesia in dialetto (avendola in precedenza analizzata a più riprese) riportandomi sull'onda delle direttrici in me ormai aperte nel quadro più autentico, regione per regione, di un dettato nel nostro paese vivissimo.
Ho allora reiniziato da quegli autori presenti tra i miei scaffali per affinità a me vicini e cari nell'incisione di una parola ora nella sacralità dei suoi richiami (Marin, Pierro, seppure qui non presenti) ora nell'interrogazione civile del presente (Bertolani) ora nel guado (l'amato Pedrelli, Pittana, l'istrorovignese Zanini). Il tutto nel segno di una rappresentazione che andava via via rafforzandomi nella convinzione, anche per autori a noi più vicini se non coevi, di un dettato altamente incisivo nell'espressione di un contemporaneo non più nella interrogazione di sé ma nel naufragio della perdita cui di contro la stessa poesia in lingua sembra, adesso alla prova del millennio, non volgere più lo sguardo nell'insufficienza delle sue autarchie.
Una pluralità di voci per accenti, toni, varietà di accezioni dalla poesia in patois di Marco Gal al sardo-corso di Giuseppe Tirotto passando per la dolenza in campano di Achille Serrao e l'urbinate della brava Maria Lenti a levarsi in un teatro di reminiscenze, rimostranze, strattonati richiami nell'imbuto di uno spazio chiamato a distendersi dalle nebbie di uno scontro, quello di una vita ancora libera- e vera- nelle sue appassionate espressioni ed una oscurità che piuttosto proprio nella strozzatura della parola- e della memoria- mostra il suo volto ringhioso. Diverso, seppure in parte e a seconda di quali e ovviamente degli autori, richiede piuttosto nei distinguo il discorso relativo alle lingue minoritarie.
Espressione e veicolo di culture che proprio nella parola han saputo mantenersi in vita nella forma anche metapoetica della propria narrazione nel riferimento ai luoghi, alle figure e alle mitologie d'origine (vedi tra le altre la poesia in arberëshe di Schirò di Maggio o in croato molisano di Gliosca) o inversamente, come nei casi nel catalano d'Alghero di Canu e nel ladino della Val Badia della Dapunt, dove il legame della parola sa fare aderire per singolarità e personalità del canto i più stretti interrogativi del presente ai propri lontani e corali ma anche individuali, motivi.
Poi, come sempre, è la Storia nei suoi incroci a spiegarci, a spingere negli stravolgimenti dei suoi obblighi e delle sue aspirazioni il mondo di cui la lingua stessa, la sua poesia è portatrice. Ed ecco allora l'istrorovignese di Zanini, il dettato di tutte le patrie e di nessuna patria di Pusek, l'altissima, modernissima scrittura di Kaser, non solo il maggior poeta italiano in lingua tedesca ma autore forse tra i più incisivi del secondo novecento europeo tutto.
Espressione e veicolo di culture che proprio nella parola han saputo mantenersi in vita nella forma anche metapoetica della propria narrazione nel riferimento ai luoghi, alle figure e alle mitologie d'origine (vedi tra le altre la poesia in arberëshe di Schirò di Maggio o in croato molisano di Gliosca) o inversamente, come nei casi nel catalano d'Alghero di Canu e nel ladino della Val Badia della Dapunt, dove il legame della parola sa fare aderire per singolarità e personalità del canto i più stretti interrogativi del presente ai propri lontani e corali ma anche individuali, motivi.
Poi, come sempre, è la Storia nei suoi incroci a spiegarci, a spingere negli stravolgimenti dei suoi obblighi e delle sue aspirazioni il mondo di cui la lingua stessa, la sua poesia è portatrice. Ed ecco allora l'istrorovignese di Zanini, il dettato di tutte le patrie e di nessuna patria di Pusek, l'altissima, modernissima scrittura di Kaser, non solo il maggior poeta italiano in lingua tedesca ma autore forse tra i più incisivi del secondo novecento europeo tutto.
Di tanta poesia allora in questo breve ma intenso giro nella diversità e nella molteplicità delle sue lingue, l'accento che ho voluto riportare suscitandolo alla luce insieme delle sue trasfigurate offerte ma anche oscurità di tensione e di cancellazione è come accennavo quello del senso più acceso dello spazio, e degli spazi di cui la sua parola è depositaria (e a cui ho volutamente accordare le appendici ticinesi e grigionesi di una Svizzera non solo terra d'emigrazione e di fuga).
E dunque nella volontà dello sguardo a quale presenza, a quale restituzione è l'invito, adesso vincendo nel suo mantenimento la semplice ripetizione del canto (nel rischio purtroppo anche della vacuità del bozzetto però, della cartolina) adesso la modernità di penetrazione nel segno di una carica atta a esprimere maggiormente- come a proposito di sé ha avuto modo di confidare Renzo Favaron
("L'italiano, essendo una lingua già pronta, mi impedisce di dare pienamente espressione a certe cose") - "quello che uno crede debba esser detto".
In più, se la parola dice l'identità, questa parola va a dire del mondo (in ciò che svanisce e in ciò che resta) nella sua rimemorazione, nella sua riattualizzata presenza quel valore di corpo dal cui centro ogni uomo nell'incidenza della sua relazionalità e della sua propria condizione è detto; della terra rimpasto, bolo di una tensione alla cui lingua, dalla cui lingua per interrogazione sempre rinasce nell'organicità di una creaturale appartenenza alla sua parola stessa, al suo motivo. Lezione questa tra l'altro già in parte da me appresa in anni lontani dalla frequentazione romana nella abitazione in Via Boncompagni dal caro Sante Pedrelli nel senso di una illimitata e illuminata apertura, di "un prestito" proprio dalla terra a un'intima e naturale disposizione alle cose del mondo e dunque nella reciprocità e nella figuralità dei suoi infiniti elementi ad una animata e rivelata pienezza.
Anche per questo, rimandando allora alla lettura delle singole note interrogativi e parziali conclusioni che i tanti autori mi sono andati via via suscitando, proprio a lui- a te Sante- con l'amato Mario D'Arcangelo amico e poeta raffinatissimo nel dialetto abruzzese di Casalincontrada, dedico nel ricordo con affetto il testo.
In più, se la parola dice l'identità, questa parola va a dire del mondo (in ciò che svanisce e in ciò che resta) nella sua rimemorazione, nella sua riattualizzata presenza quel valore di corpo dal cui centro ogni uomo nell'incidenza della sua relazionalità e della sua propria condizione è detto; della terra rimpasto, bolo di una tensione alla cui lingua, dalla cui lingua per interrogazione sempre rinasce nell'organicità di una creaturale appartenenza alla sua parola stessa, al suo motivo. Lezione questa tra l'altro già in parte da me appresa in anni lontani dalla frequentazione romana nella abitazione in Via Boncompagni dal caro Sante Pedrelli nel senso di una illimitata e illuminata apertura, di "un prestito" proprio dalla terra a un'intima e naturale disposizione alle cose del mondo e dunque nella reciprocità e nella figuralità dei suoi infiniti elementi ad una animata e rivelata pienezza.
Anche per questo, rimandando allora alla lettura delle singole note interrogativi e parziali conclusioni che i tanti autori mi sono andati via via suscitando, proprio a lui- a te Sante- con l'amato Mario D'Arcangelo amico e poeta raffinatissimo nel dialetto abruzzese di Casalincontrada, dedico nel ricordo con affetto il testo.
NOTA BIOGRAFICA
Gian Piero Stefanoni, nato a Roma nel 1967 dove si è laureato in Lettere moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta poetica In suo corpo vivo (Arlem edizioni), cui son seguiti diversi titoli, l’ultimo dei quali La costanza del cielo (Il ramo e la foglia
edizioni, Roma, 2024). Presente in volumi antologici, suoi testi oltre che essere stati pubblicati in antologie e riviste del settore sono stati tradotti in Spagna, Malta, Grecia, Cile, Venezuela, Argentina. Sulla sua poesia con Francesco Di Ciaccia è del
2023 Di novembre (alveo) e la poetica dell’aderenza (Stampa Eliografica Correggio, col supporto nominativo dell’Archivio dei Cappuccini Lombardi, Milano, 2023).
Già collaboratore con “Pietraserena” e “Viaggiando in auto-strada” è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e, per la poesia, della rivista teatrale “Tempi moderni”. Dal 2013 sempre per la poesia è recensore di poesia per «LaRecherche.it» (per i cui ebook è uscito nel 2017 il lavoro sulla poesia in dialetto della provincia di Chieti La terra che snida ai perdoni) e dal 2014 giurato del Premio «Il giardino di Babuk- Proust en Italie».
Tra i riconoscimenti ama ricordare i più lontani, il “Via di Ripetta” e “Dario Bellezza” nel 1997, entrambi per l’inedito, e l’ultimo nella sezione poesia religiosa di «Arte in versi» nel 2021.
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