giovedì 2 gennaio 2020

LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II AGLI ARTISTI




LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
AGLI ARTISTI 
 


A quanti con appassionata dedizione
cercano nuove « epifanie » della bellezza
per farne dono al mondo
nella creazione artistica
.
« Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona » (Gn 1, 31).

L'artista, immagine di Dio Creatore
1. Nessuno meglio di voi artisti, geniali costruttori di bellezza, può intuire qualcosa del pathos con cui Dio, all'alba della creazione, guardò all'opera delle sue mani. Una vibrazione di quel sentimento si è infinite volte riflessa negli sguardi con cui voi, come gli artisti di ogni tempo, avvinti dallo stupore per il potere arcano dei suoni e delle parole, dei colori e delle forme, avete ammirato l'opera del vostro estro, avvertendovi quasi l'eco di quel mistero della creazione a cui Dio, solo creatore di tutte le cose, ha voluto in qualche modo associarvi.
Per questo mi è sembrato non ci fossero parole più appropriate di quelle della Genesi per iniziare questa mia Lettera a voi, ai quali mi sento legato da esperienze che risalgono molto indietro nel tempo ed hanno segnato indelebilmente la mia vita. Con questo scritto intendo mettermi sulla strada di quel fecondo colloquio della Chiesa con gli artisti che in duemila anni di storia non si è mai interrotto, e si prospetta ancora ricco di futuro alle soglie del terzo millennio.
In realtà, si tratta di un dialogo non dettato solamente da circostanze storiche o da motivi funzionali, ma radicato nell'essenza stessa sia dell'esperienza religiosa che della creazione artistica. La pagina iniziale della Bibbia ci presenta Dio quasi come il modello esemplare di ogni persona che produce un'opera: nell'uomo artefice si rispecchia la sua immagine di Creatore. Questa relazione è evocata con particolare evidenza nella lingua polacca, grazie alla vicinanza lessicale fra le parole stwórca (creatore) e twórca (artefice).
Qual è la differenza tra « creatore » ed « artefice? » Chi crea dona l'essere stesso, trae qualcosa dal nulla - ex nihilo sui et subiecti, si usa dire in latino - e questo, in senso stretto, è modo di procedere proprio soltanto dell'Onnipotente. L'artefice, invece, utilizza qualcosa di già esistente, a cui dà forma e significato. Questo modo di agire è peculiare dell'uomo in quanto immagine di Dio. Dopo aver detto, infatti, che Dio creò l'uomo e la donna « a sua immagine » (cfr Gn 1, 27), la Bibbia aggiunge che affidò loro il compito di dominare la terra (cfr Gn 1, 28). Fu l'ultimo giorno della creazione (cfr Gn 1, 28-31). Nei giorni precedenti, quasi scandendo il ritmo dell'evoluzione cosmica, Jahvé aveva creato l'universo. Al termine creò l'uomo, il frutto più nobile del suo progetto, al quale sottomise il mondo visibile, come immenso campo in cui esprimere la sua capacità inventiva.
Dio ha, dunque, chiamato all'esistenza l'uomo trasmettendogli il compito di essere artefice. Nella « creazione artistica » l'uomo si rivela più che mai « immagine di Dio », e realizza questo compito prima di tutto plasmando la stupenda « materia » della propria umanità e poi anche esercitando un dominio creativo sull'universo che lo circonda. L'Artista divino, con amorevole condiscendenza, trasmette una scintilla della sua trascendente sapienza all'artista umano, chiamandolo a condividere la sua potenza creatrice. E ovviamente una partecipazione, che lascia intatta l'infinita distanza tra il Creatore e la creatura, come sottolineava il Cardinale Nicolò Cusano: « L'arte creativa, che l'anima ha la fortuna di ospitare, non s'identifica con quell'arte per essenza che è Dio, ma di essa è soltanto una comunicazione ed una partecipazione ».(1)
Per questo l'artista, quanto più consapevole del suo « dono », tanto più è spinto a guardare a se stesso e all'intero creato con occhi capaci di contemplare e ringraziare, elevando a Dio il suo inno di lode. Solo così egli può comprendere a fondo se stesso, la propria vocazione e la propria missione.
La speciale vocazione dell'artista
2. Non tutti sono chiamati ad essere artisti nel senso specifico del termine. Secondo l'espressione della Genesi, tuttavia, ad ogni uomo è affidato il compito di essere artefice della propria vita: in un certo senso, egli deve farne un'opera d'arte, un capolavoro.
E importante cogliere la distinzione, ma anche la connessione, tra questi due versanti dell'attività umana. La distinzione è evidente. Una cosa, infatti, è la disposizione grazie alla quale l'essere umano è l'autore dei propri atti ed è responsabile del loro valore morale, altra cosa è la disposizione per cui egli è artista, sa agire cioè secondo le esigenze dell'arte, accogliendone con fedeltà gli specifici dettami.(2) Per questo l'artista è capace di produrre oggetti, ma ciò, di per sé, non dice ancora nulla delle sue disposizioni morali. Qui, infatti, non si tratta di plasmare se stesso, di formare la propria personalità, ma soltanto di mettere a frutto capacità operative, dando forma estetica alle idee concepite con la mente.
Ma se la distinzione è fondamentale, non meno importante è la connessione tra queste due disposizioni, la morale e l'artistica. Esse si condizionano reciprocamente in modo profondo. Nel modellare un'opera, l'artista esprime di fatto se stesso a tal punto che la sua produzione costituisce un riflesso singolare del suo essere, di ciò che egli è e di come lo è. Ciò trova innumerevoli conferme nella storia dell'umanità. L'artista, infatti, quando plasma un capolavoro, non soltanto chiama in vita la sua opera, ma per mezzo di essa, in un certo modo, svela anche la propria personalità. Nell'arte egli trova una dimensione nuova e uno straordinario canale d'espressione per la sua crescita spirituale. Attraverso le opere realizzate, l'artista parla e comunica con gli altri. La storia dell'arte, perciò, non è soltanto storia di opere, ma anche di uomini. Le opere d'arte parlano dei loro autori, introducono alla conoscenza del loro intimo e rivelano l'originale contributo da essi offerto alla storia della cultura.
La vocazione artistica a servizio della bellezza
3. Scrive un noto poeta polacco, Cyprian Norwid: « La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere ».(3)
Il tema della bellezza è qualificante per un discorso sull'arte. Esso si è già affacciato, quando ho sottolineato lo sguardo compiaciuto di Dio di fronte alla creazione. Nel rilevare che quanto aveva creato era cosa buona, Dio vide anche che era cosa bella.(4) Il rapporto tra buono e bello suscita riflessioni stimolanti. La bellezza è in un certo senso l'espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza. Lo avevano ben capito i Greci che, fondendo insieme i due concetti, coniarono una locuzione che li abbraccia entrambi: « kalokagathía« , ossia « bellezza-bontà ». Platone scrive al riguardo: « La potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello ».(5)
E vivendo ed operando che l'uomo stabilisce il proprio rapporto con l'essere, con la verità e con il bene. L'artista vive una peculiare relazione con la bellezza. In un senso molto vero si può dire che la bellezza è la vocazione a lui rivolta dal Creatore col dono del « talento artistico ». E, certo, anche questo è un talento da far fruttare, nella logica della parabola evangelica dei talenti (cfr Mt 25, 14-30).
Tocchiamo qui un punto essenziale. Chi avverte in sé questa sorta di scintilla divina che è la vocazione artistica - di poeta, di scrittore, di pittore, di scultore, di architetto, di musicista, di attore... - avverte al tempo stesso l'obbligo di non sprecare questo talento, ma di svilupparlo, per metterlo a servizio del prossimo e di tutta l'umanità.
L'artista ed il bene comune
4. La società, in effetti, ha bisogno di artisti, come ha bisogno di scienziati, di tecnici, di lavoratori, di professionisti, di testimoni della fede, di maestri, di padri e di madri, che garantiscano la crescita della persona e lo sviluppo della comunità attraverso quell'altissima forma di arte che è « l'arte educativa ». Nel vasto panorama culturale di ogni nazione, gli artisti hanno il loro specifico posto. Proprio mentre obbediscono al loro estro, nella realizzazione di opere veramente valide e belle, essi non solo arricchiscono il patrimonio culturale di ciascuna nazione e dell'intera umanità, ma rendono anche un servizio sociale qualificato a vantaggio del bene comune.
La differente vocazione di ogni artista, mentre determina l'ambito del suo servizio, indica i compiti che deve assumersi, il duro lavoro a cui deve sottostare, la responsabilità che deve affrontare. Un artista consapevole di tutto ciò sa anche di dover operare senza lasciarsi dominare dalla ricerca di gloria fatua o dalla smania di una facile popolarità, ed ancor meno dal calcolo di un possibile profitto personale. C'è dunque un'etica, anzi una « spiritualità » del servizio artistico, che a suo modo contribuisce alla vita e alla rinascita di un popolo. Proprio a questo sembra voler alludere Cyprian Norwid quando afferma: « La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere ».
L'arte davanti al mistero del Verbo incarnato
5. La Legge dell'Antico Testamento presenta un esplicito divieto di raffigurare Dio invisibile ed inesprimibile con l'aiuto di « un'immagine scolpita o di metallo fuso » (Dt 27, 15), perché Dio trascende ogni raffigurazione materiale: « Io sono colui che sono » (Es 3, 14). Nel mistero dell'Incarnazione, tuttavia, il Figlio di Dio in persona si è reso visibile: « Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna » (Gal 4, 4). Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo, il quale è diventato così « il centro a cui riferirsi per poter comprendere l'enigma dell'esistenza umana, del mondo creato e di Dio stesso ».(6)
Questa fondamentale manifestazione del « Dio-Mistero » si pose come incoraggiamento e sfida per i cristiani, anche sul piano della creazione artistica. Ne è scaturita una fioritura di bellezza che proprio da qui, dal mistero dell'Incarnazione, ha tratto la sua linfa. Facendosi uomo, infatti, il Figlio di Dio ha introdotto nella storia dell'umanità tutta la ricchezza evangelica della verità e del bene, e con essa ha svelato anche una nuova dimensione della bellezza: il messaggio evangelico ne è colmo fino all'orlo.
La Sacra Scrittura è diventata così una sorta di « immenso vocabolario » (P. Claudel) e di « atlante iconografico » (M. Chagall), a cui hanno attinto la cultura e l'arte cristiana. Lo stesso Antico Testamento, interpretato alla luce del Nuovo, ha manifestato filoni inesauribili di ispirazione. A partire dai racconti della creazione, del peccato, del diluvio, del ciclo dei Patriarchi, degli eventi dell'esodo, fino a tanti altri episodi e personaggi della storia della salvezza, il testo biblico ha acceso l'immaginazione di pittori, poeti, musicisti, autori di teatro e di cinema. Una figura come quella di Giobbe, per fare solo un esempio, con la sua bruciante e sempre attuale problematica del dolore, continua a suscitare insieme l'interesse filosofico e quello letterario ed artistico. E che dire poi del Nuovo Testamento? Dalla Natività al Golgota, dalla Trasfigurazione alla Risurrezione, dai miracoli agli insegnamenti di Cristo, fino agli eventi narrati negli Atti degli Apostoli o prospettati dall'Apocalisse in chiave escatologica, innumerevoli volte la parola biblica si è fatta immagine, musica, poesia, evocando con il linguaggio dell'arte il mistero del « Verbo fatto carne ».
Nella storia della cultura tutto ciò costituisce un ampio capitolo di fede e di bellezza. Ne hanno beneficiato soprattutto i credenti per la loro esperienza di preghiera e di vita. Per molti di essi, in epoche di scarsa alfabetizzazione, le espressioni figurative della Bibbia rappresentarono persino una concreta mediazione catechetica.(7) Ma per tutti, credenti e non, le realizzazioni artistiche ispirate alla Scrittura rimangono un riflesso del mistero insondabile che avvolge ed abita il mondo.
Tra Vangelo ed arte un'alleanza feconda
6. In effetti, ogni autentica intuizione artistica va oltre ciò che percepiscono i sensi e, penetrando la realtà, si sforza di interpretarne il mistero nascosto. Essa scaturisce dal profondo dell'animo umano, là dove l'aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna alla percezione fugace della bellezza e della misteriosa unità delle cose. Un'esperienza condivisa da tutti gli artisti è quella del divario incolmabile che esiste tra l'opera delle loro mani, per quanto riuscita essa sia, e la perfezione folgorante della bellezza percepita nel fervore del momento creativo: quanto essi riescono ad esprimere in ciò che dipingono, scolpiscono, creano non è che un barlume di quello splendore che è balenato per qualche istante davanti agli occhi del loro spirito.
Di questo il credente non si meraviglia: egli sa di essersi affacciato per un attimo su quell'abisso di luce che ha in Dio la sua sorgente originaria. C'è forse da stupirsi se lo spirito ne resta come sopraffatto al punto da non sapersi esprimere che con balbettamenti? Nessuno più del vero artista è pronto a riconoscere il suo limite ed a far proprie le parole dell'apostolo Paolo, secondo il quale Dio « non dimora in templi costruiti dalle mani dell'uomo », così che « non dobbiamo pensare che la Divinità sia simile all'oro, all'argento e alla pietra, che porti l'impronta dell'arte e dell'immaginazione umana » (At 17,24.29). Se già l'intima realtà delle cose sta sempre « al di là » delle capacità di penetrazione umana, quanto più Dio nelle profondità del suo insondabile mistero!
Di altra natura è la conoscenza di fede: essa suppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Anche questa conoscenza, tuttavia, può trarre giovamento dall'intuizione artistica. Modello eloquente di una contemplazione estetica che si sublima nella fede sono, ad esempio, le opere del Beato Angelico. Non meno significativa è, a questo proposito, la lauda estatica, che san Francesco d'Assisi ripete due volte nella chartula redatta dopo aver ricevuto sul monte della Verna le stimmate di Cristo: « Tu sei bellezza... Tu sei bellezza! ».(8) San Bonaventura commenta: « Contemplava nelle cose belle il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto ».(9)
Un approccio non dissimile si riscontra nella spiritualità orientale, ove Cristo è qualificato come « il Bellissimo di bellezza più di tutti i mortali ».(10) Macario il Grande commenta così la bellezza trasfigurante e liberatrice del Risorto: « L'anima che è stata pienamente illuminata dalla bellezza indicibile della gloria luminosa del volto di Cristo, è ricolma dello Spirito Santo... è tutta occhio, tutta luce, tutta volto ».(11)
Ogni forma autentica d'arte è, a suo modo, una via d'accesso alla realtà più profonda dell'uomo e del mondo. Come tale, essa costituisce un approccio molto valido all'orizzonte della fede, in cui la vicenda umana trova la sua interpretazione compiuta. Ecco perché la pienezza evangelica della verità non poteva non suscitare fin dall'inizio l'interesse degli artisti, sensibili per loro natura a tutte le manifestazioni dell'intima bellezza della realtà.
I primordi
7. L'arte che il cristianesimo incontrò ai suoi inizi era il frutto maturo del mondo classico, ne esprimeva i canoni estetici e al tempo stesso ne veicolava i valori. La fede imponeva ai cristiani, come nel campo della vita e del pensiero, anche in quello dell'arte, un discernimento che non consentiva la ricezione automatica di questo patrimonio. L'arte di ispirazione cristiana cominciò così in sordina, strettamente legata al bisogno dei credenti di elaborare dei segni con cui esprimere, sulla base della Scrittura, i misteri della fede e insieme un « codice simbolico », attraverso cui riconoscersi e identificarsi specie nei tempi difficili delle persecuzioni. Chi non ricorda quei simboli che furono anche i primi accenni di un'arte pittorica e plastica? Il pesce, i pani, il pastore, evocavano il mistero diventando, quasi insensibilmente, abbozzi di un'arte nuova.
Quando ai cristiani, con l'editto di Costantino, fu concesso di esprimersi in piena libertà, l'arte divenne un canale privilegiato di manifestazione della fede. Lo spazio cominciò a fiorire di maestose basiliche, in cui i canoni architettonici dell'antico paganesimo venivano ripresi e insieme piegati alle esigenze del nuovo culto. Come non ricordare almeno l'antica Basilica di San Pietro e quella di San Giovanni in Laterano, costruite a spese dello stesso Costantino? O, per gli splendori dell'arte bizantina, la Haghia Sophía di Costantinopoli voluta da Giustiniano?
Mentre l'architettura disegnava lo spazio sacro, progressivamente il bisogno di contemplare il mistero e di proporlo in modo immediato ai semplici spinse alle iniziali espressioni dell'arte pittorica e scultorea. Insieme sorgevano i primi abbozzi di un'arte della parola e del suono, e se Agostino, fra i tanti temi della sua produzione, includeva anche un De musica, Ilario, Ambrogio, Prudenzio, Efrem il Siro, Gregorio di Nazianzo, Paolino di Nola, per non citare che alcuni nomi, si facevano promotori di una poesia cristiana che spesso raggiunge un alto valore non solo teologico ma anche letterario. Il loro programma poetico valorizzava forme ereditate dai classici, ma attingeva alla pura linfa del Vangelo, come efficacemente sentenziava il santo poeta nolano: « La nostra unica arte è la fede e Cristo è il nostro canto ».(12) Gregorio Magno, per parte sua, qualche tempo più tardi poneva con la compilazione dell'Antiphonarium la premessa per lo sviluppo organico di quella musica sacra così originale che da lui ha preso nome. Con le sue ispirate modulazioni il Canto gregoriano diverrà nei secoli la tipica espressione melodica della fede della Chiesa durante la celebrazione liturgica dei sacri Misteri. Il « bello » si coniugava così col « vero », perché anche attraverso le vie dell'arte gli animi fossero rapiti dal sensibile all'eterno.
In questo cammino non mancarono momenti difficili. Proprio sul tema della rappresentazione del mistero cristiano l'antichità conobbe un'aspra controversia passata alla storia col nome di « lotta iconoclasta ». Le immagini sacre, ormai diffuse nella devozione del popolo di Dio, furono fatte oggetto di una violenta contestazione. Il Concilio celebrato a Nicea nel 787, che stabilì la liceità delle immagini e del loro culto, fu un avvenimento storico non solo per la fede, ma per la stessa cultura. L'argomento decisivo a cui i Vescovi si appellarono per dirimere la controversia fu il mistero dell'Incarnazione: se il Figlio di Dio è entrato nel mondo delle realtà visibili, gettando un ponte mediante la sua umanità tra il visibile e l'invisibile, analogamente si può pensare che una rappresentazione del mistero possa essere usata, nella logica del segno, come evocazione sensibile del mistero. L'icona non è venerata per se stessa, ma rinvia al soggetto che rappresenta.(13)
Il Medioevo
8. I secoli che seguirono furono testimoni di un grande sviluppo dell'arte cristiana. In Oriente continuò a fiorire l'arte delle icone, legata a significativi canoni teologici ed estetici e sorretta dalla convinzione che, in un certo senso, l'icona è un sacramento: analogamente, infatti, a quanto avviene nei Sacramenti, essa rende presente il mistero dell'Incarnazione nell'uno o nell'altro suo aspetto. Proprio per questo la bellezza dell'icona può essere soprattutto gustata all'interno di un tempio con lampade che ardono e suscitano nella penombra infiniti riflessi di luce. Scrive in proposito Pavel Florenskij: « L'oro, barbaro, pesante, futile nella luce diffusa del giorno, con la luce tremolante di una lampada o di una candela si ravviva, poiché sfavilla di miriadi di scintille, ora qui ora là, facendo presentire altre luci non terrestri che riempiono lo spazio celeste ».(14)
In Occidente i punti di vista da cui partono gli artisti sono i più vari, in dipendenza anche dalle convinzioni di fondo presenti nell'ambiente culturale del loro tempo. Il patrimonio artistico che s'è venuto accumulando nel corso dei secoli annovera una vastissima fioritura di opere sacre altamente ispirate, che lasciano anche l'osservatore di oggi colmo di ammirazione. Restano in primo piano le grandi costruzioni del culto, in cui la funzionalità si sposa sempre all'estro, e quest'ultimo si lascia ispirare dal senso del bello e dall'intuizione del mistero. Ne nascono gli stili ben noti alla storia dell'arte. La forza e la semplicità del romanico, espressa nelle cattedrali o nei complessi abbaziali, si va gradatamente sviluppando negli slanci e negli splendori del gotico. Dentro queste forme, non c'è solo il genio di un artista, ma l'animo di un popolo. Nei giochi delle luci e delle ombre, nelle forme ora massicce ora slanciate, intervengono certo considerazioni di tecnica strutturale, ma anche tensioni proprie dell'esperienza di Dio, mistero « tremendo » e « fascinoso ». Come sintetizzare in pochi cenni, e per le diverse espressioni dell'arte, la potenza creativa dei lunghi secoli del medioevo cristiano? Un'intera cultura, pur nei limiti sempre presenti dell'umano, si era impregnata di Vangelo, e dove il pensiero teologico realizzava la Summa di S. Tommaso, l'arte delle chiese piegava la materia all'adorazione del mistero, mentre un mirabile poeta come Dante Alighieri poteva comporre « il poema sacro, al quale ha posto mano e cielo e terra »,(15) come egli stesso qualifica la Divina Commedia.
Umanesimo e Rinascimento
9. La felice temperie culturale, da cui germoglia la straordinaria fioritura artistica dell'Umanesimo e del Rinascimento, ha riflessi significativi anche sul modo in cui gli artisti di questo periodo si rapportano al tema religioso. Naturalmente le ispirazioni sono variegate quanto lo sono i loro stili, o almeno quelli dei più grandi tra essi. Ma non è nelle mie intenzioni richiamare cose che voi, artisti, ben conoscete. Vorrei piuttosto, scrivendovi da questo Palazzo Apostolico, che è anche uno scrigno di capolavori forse unico al mondo, farmi voce dei sommi artisti che qui hanno riversato le ricchezze del loro genio, intriso spesso di grande profondità spirituale. Da qui parla Michelangelo, che nella Cappella Sistina ha come raccolto, dalla Creazione al Giudizio Universale, il dramma e il mistero del mondo, dando volto a Dio Padre, a Cristo giudice, all'uomo nel suo faticoso cammino dalle origini al traguardo della storia. Da qui parla il genio delicato e profondo di Raffaello, additando nella varietà dei suoi dipinti, e specie nella « Disputa » della Stanza della Segnatura, il mistero della rivelazione del Dio Trinitario, che nell'Eucaristia si fa compagnia dell'uomo, e proietta luce sulle domande e le attese dell'intelligenza umana. Da qui, dalla maestosa Basilica dedicata al Principe degli Apostoli, dal colonnato che da essa si diparte come due braccia aperte ad accogliere l'umanità, parlano ancora un Bramante, un Bernini, un Borromini, un Maderno, per non citare che i maggiori, dando plasticamente il senso del mistero che fa della Chiesa una comunità universale, ospitale, madre e compagna di viaggio per ogni uomo alla ricerca di Dio.
L'arte sacra ha trovato, in questo complesso straordinario, un'espressione di eccezionale potenza, raggiungendo livelli di imperituro valore insieme estetico e religioso. Ciò che sempre di più la caratterizza, sotto l'impulso dell'Umanesimo e del Rinascimento, e poi delle successive tendenze della cultura e della scienza, è un interesse crescente per l'uomo, il mondo, la realtà della storia. Questa attenzione, di per sé, non è affatto un pericolo per la fede cristiana, centrata sul mistero dell'Incarnazione, e dunque sulla valorizzazione dell'uomo da parte di Dio. Proprio i sommi artisti su menzionati ce lo dimostrano. Basterebbe pensare al modo con cui Michelangelo esprime, nelle sue pitture e sculture, la bellezza del corpo umano.(16)
Del resto, anche nel nuovo clima degli ultimi secoli, in cui parte della società sembra divenusta indifferente alla fede, l'arte religiosa non ha interrotto il suo cammino. La constatazione si amplia, se dal versante delle arti figurative, passiamo a considerare il grande sviluppo che, proprio nello stesso arco di tempo, ha avuto la musica sacra, composta per le esigenze liturgiche, o anche solo legata a temi religiosi. A parte i tanti artisti che si sono dedicati principalmente ad essa - come non ricordare almeno un Pier Luigi da Palestrina, un Orlando di Lasso, un Tomás Luis de Victoria? - è noto che molti grandi compositori - da Handel a Bach, da Mozart a Schubert, da Beethoven a Berlioz, da Liszt a Verdi - ci hanno dato opere di grandissima ispirazione anche in questo campo.
Verso un rinnovato dialogo
10. E vero però che nell'età moderna, accanto a questo umanesimo cristiano che ha continuato a produrre significative espressioni di cultura e di arte, si è progressivamente affermata anche una forma di umanesimo caratterizzato dall'assenza di Dio e spesso dall'opposizione a lui. Questo clima ha portato talvolta a un certo distacco tra il mondo dell'arte e quello della fede, almeno nel senso di un diminuito interesse di molti artisti per i temi religiosi.
Voi sapete tuttavia che la Chiesa ha continuato a nutrire un grande apprezzamento per il valore dell'arte come tale. Questa, infatti, anche al di là delle sue espressioni più tipicamente religiose, quando è autentica, ha un'intima affinità con il mondo della fede, sicché, persino nelle condizioni di maggior distacco della cultura dalla Chiesa, proprio l'arte continua a costituire una sorta di ponte gettato verso l'esperienza religiosa. In quanto ricerca del bello, frutto di un'immaginazione che va al di là del quotidiano, essa è, per sua natura, una sorta di appello al Mistero. Persino quando scruta le profondità più oscure dell'anima o gli aspetti più sconvolgenti del male, l'artista si fa in qualche modo voce dell'universale attesa di redenzione.
Si comprende, dunque, perché al dialogo con l'arte la Chiesa tenga in modo speciale e desideri che nella nostra età si realizzi una nuova alleanza con gli artisti, come auspicava il mio venerato predecessore Paolo VI nel vibrante discorso rivolto agli artisti durante lo speciale incontro nella Cappella Sistina, il 7 maggio 1964.(17) Da tale collaborazione la Chiesa si augura una rinnovata « epifania » di bellezza per il nostro tempo e adeguate risposte alle esigenze proprie della comunità cristiana.
Nello spirito del Concilio Vaticano II
11. Il Concilio Vaticano II ha gettato le basi di un rinnovato rapporto fra la Chiesa e la cultura, con immediati riflessi anche per il mondo dell'arte. E un rapporto che si propone nel segno dell'amicizia, dell'apertura e del dialogo. Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes i Padri conciliari hanno sottolineato la « grande importanza » della letteratura e delle arti nella vita dell'uomo: « Esse si sforzano, infatti, di conoscere l'indole propria dell'uomo, i suoi problemi e la sua esperienza, nello sforzo di conoscere e perfezionare se stesso e il mondo; si preoccupano di scoprire la sua situazione nella storia e nell'universo, di illustrare le sue miserie e le sue gioie, i suoi bisogni e le sue capacità, e di prospettare una migliore condizione dell'uomo ».(18)
Su questa base, a conclusione del Concilio, i Padri hanno rivolto agli artisti un saluto e un appello: « Questo mondo - hanno detto - nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza, per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell'ammirazione ».(19) Appunto in questo spirito di profonda stima per la bellezza, la Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium aveva ricordato la storica amicizia della Chiesa per l'arte, e parlando più specificamente dell'arte sacra, « vertice » dell'arte religiosa, non aveva esitato a considerare « nobile ministero » quello degli artisti quando le loro opere sono capaci di riflettere, in qualche modo, l'infinita bellezza di Dio, e indirizzare a lui le menti degli uomini.(20) Anche grazie al loro contributo « la conoscenza di Dio viene meglio manifestata e la predicazione evangelica si rende più trasparente all'intelligenza degli uomini ».(21) Alla luce di ciò, non sorprende l'affermazione del P. Marie Dominique Chenu, secondo cui lo stesso storico della teologia farebbe opera incompleta, se non riservasse la dovuta attenzione alle realizzazioni artistiche, sia letterarie che plastiche, che costituiscono, a loro modo, « non soltanto delle illustrazioni estetiche, ma dei veri “luoghi” teologici ».(22)
La Chiesa ha bisogno dell'arte
12. Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell'arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell'invisibile, di Dio. Deve dunque trasferire in formule significative ciò che è in se stesso ineffabile. Ora, l'arte ha una capacità tutta sua di cogliere l'uno o l'altro aspetto del messaggio traducendolo in colori, forme, suoni che assecondano l'intuizione di chi guarda o ascolta. E questo senza privare il messaggio stesso del suo valore trascendente e del suo alone di mistero.
La Chiesa ha bisogno, in particolare, di chi sappia realizzare tutto ciò sul piano letterario e figurativo, operando con le infinite possibilità delle immagini e delle loro valenze simboliche. Cristo stesso ha utilizzato ampiamente le immagini nella sua predicazione, in piena coerenza con la scelta di diventare egli stesso, nell'Incarnazione, icona del Dio invisibile.
La Chiesa ha bisogno, altresì, dei musicisti. Quante composizioni sacre sono state elaborate nel corso dei secoli da persone profondamente imbevute del senso del mistero! Innumerevoli credenti hanno alimentato la loro fede alle melodie sbocciate dal cuore di altri credenti e divenute parte della liturgia o almeno aiuto validissimo al suo decoroso svolgimento. Nel canto la fede si sperimenta come esuberanza di gioia, di amore, di fiduciosa attesa dell'intervento salvifico di Dio.
La Chiesa ha bisogno di architetti, perché ha bisogno di spazi per riunire il popolo cristiano e per celebrare i misteri della salvezza. Dopo le terribili distruzioni dell'ultima guerra mondiale e l'espansione delle metropoli, una nuova generazione di architetti si è cimentata con le istanze del culto cristiano, confermando la capacità di ispirazione che il tema religioso possiede anche rispetto ai criteri architettonici del nostro tempo. Non di rado, infatti, si sono costruiti templi che sono, insieme, luoghi di preghiera ed autentiche opere d'arte.
L'arte ha bisogno della Chiesa?
13. La Chiesa, dunque, ha bisogno dell'arte. Si può dire anche che l'arte abbia bisogno della Chiesa? La domanda può apparire provocatoria. In realtà, se intesa nel giusto senso, ha una sua motivazione legittima e profonda. L'artista è sempre alla ricerca del senso recondito delle cose, il suo tormento è di riuscire ad esprimere il mondo dell'ineffabile. Come non vedere allora quale grande sorgente di ispirazione possa essere per lui quella sorta di patria dell'anima che è la religione? Non è forse nell'ambito religioso che si pongono le domande personali più importanti e si cercano le risposte esistenziali definitive?
Di fatto, il soggetto religioso è fra i più trattati dagli artisti di ogni epoca. La Chiesa ha fatto sempre appello alle loro capacità creative per interpretare il messaggio evangelico e la sua concreta applicazione nella vita della comunità cristiana. Questa collaborazione è stata fonte di reciproco arricchimento spirituale. In definitiva ne ha tratto vantaggio la comprensione dell'uomo, della sua autentica immagine, della sua verità. E emerso anche il peculiare legame esistente tra l'arte e la rivelazione cristiana. Ciò non vuol dire che il genio umano non abbia trovato suggestioni stimolanti anche in altri contesti religiosi. Basti ricordare l'arte antica, specialmente quella greca e romana, e quella ancora fiorente delle antichissime civiltà dell'Oriente. Resta vero, tuttavia, che il cristianesimo, in virtù del dogma centrale dell'incarnazione del Verbo di Dio, offre all'artista un orizzonte particolarmente ricco di motivi di ispirazione. Quale impoverimento sarebbe per l'arte l'abbandono del filone inesauribile del Vangelo!
Appello agli artisti
14. Con questa Lettera mi rivolgo a voi, artisti del mondo intero, per confermarvi la mia stima e per contribuire al riannodarsi di una più proficua cooperazione tra l'arte e la Chiesa. Il mio è un invito a riscoprire la profondità della dimensione spirituale e religiosa che ha caratterizzato in ogni tempo l'arte nelle sue più nobili forme espressive. E in questa prospettiva che io faccio appello a voi, artisti della parola scritta e orale, del teatro e della musica, delle arti plastiche e delle più moderne tecnologie di comunicazione. Faccio appello specialmente a voi, artisti cristiani: a ciascuno vorrei ricordare che l'alleanza stretta da sempre tra Vangelo ed arte, al di là delle esigenze funzionali, implica l'invito a penetrare con intuizione creativa nel mistero del Dio incarnato e, al contempo, nel mistero dell'uomo.
Ogni essere umano, in un certo senso, è sconosciuto a se stesso. Gesù Cristo non soltanto rivela Dio, ma « svela pienamente l'uomo all'uomo ».(23) In Cristo Dio ha riconciliato a sé il mondo. Tutti i credenti sono chiamati a rendere questa testimonianza; ma tocca a voi, uomini e donne che avete dedicato all'arte la vostra vita, dire con la ricchezza della vostra genialità che in Cristo il mondo è redento: è redento l'uomo, è redento il corpo umano, è redenta l'intera creazione, di cui san Paolo ha scritto che « attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio » (Rm 8, 19). Essa aspetta la rivelazione dei figli di Dio anche mediante l'arte e nell'arte. E questo il vostro compito. A contatto con le opere d'arte, l'umanità di tutti i tempi - anche quella di oggi - aspetta di essere illuminata sul proprio cammino e sul proprio destino.
Spirito creatore ed ispirazione artistica
15. Nella Chiesa risuona spesso l'invocazione allo Spirito Santo: Veni, Creator Spiritus . . . - « Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi della tua grazia i cuori che hai creato ».(24)
Lo Spirito Santo, « il Soffio » (ruah), è Colui a cui fa cenno già il Libro della Genesi: « La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque » (1,2). Quanta affinità esiste tra le parole « soffio - spirazione » e « ispirazione »! Lo Spirito è il misterioso artista dell'universo. Nella prospettiva del terzo millennio, vorrei augurare a tutti gli artisti di poter ricevere in abbondanza il dono di quelle ispirazioni creative da cui prende inizio ogni autentica opera d'arte.
Cari artisti, voi ben lo sapete, molti sono gli stimoli, interiori ed esteriori, che possono ispirare il vostro talento. Ogni autentica ispirazione, tuttavia, racchiude in sé qualche fremito di quel « soffio » con cui lo Spirito creatore pervadeva sin dall'inizio l'opera della creazione. Presiedendo alle misteriose leggi che governano l'universo, il divino soffio dello Spirito creatore s'incontra con il genio dell'uomo e ne stimola la capacità creativa. Lo raggiunge con una sorta di illuminazione interiore, che unisce insieme l'indicazione del bene e del bello, e risveglia in lui le energie della mente e del cuore rendendolo atto a concepire l'idea e a darle forma nell'opera d'arte. Si parla allora giustamente, se pure analogicamente, di « momenti di grazia », perché l'essere umano ha la possibilità di fare una qualche esperienza dell'Assoluto che lo trascende.
La « Bellezza » che salva
16. Sulla soglia ormai del terzo millennio, auguro a tutti voi, artisti carissimi, di essere raggiunti da queste ispirazioni creative con intensità particolare. La bellezza che trasmetterete alle generazioni di domani sia tale da destare in esse lo stupore! Di fronte alla sacralità della vita e dell'essere umano, di fronte alle meraviglie dell'universo, l'unico atteggiamento adeguato è quello dello stupore.
Da qui, dallo stupore, potrà scaturire quell'entusiasmo di cui parla Norwid nella poesia a cui mi riferivo all'inizio. Di questo entusiasmo hanno bisogno gli uomini di oggi e di domani per affrontare e superare le sfide cruciali che si annunciano all'orizzonte. Grazie ad esso l'umanità, dopo ogni smarrimento, potrà ancora rialzarsi e riprendere il suo cammino. In questo senso è stato detto con profonda intuizione che « la bellezza salverà il mondo ».(25)
La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente. E invito a gustare la vita e a sognare il futuro. Per questo la bellezza delle cose create non può appagare, e suscita quell'arcana nostalgia di Dio che un innamorato del bello come sant'Agostino ha saputo interpretare con accenti ineguagliabili: « Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! ».(26)
I vostri molteplici sentieri, artisti del mondo, possano condurre tutti a quell'Oceano infinito di bellezza dove lo stupore si fa ammirazione, ebbrezza, indicibile gioia.
Vi orienti ed ispiri il mistero del Cristo risorto, della cui contemplazione gioisce in questi giorni la Chiesa.
Vi accompagni la Vergine Santa, la « tutta bella » che innumerevoli artisti hanno effigiato e il sommo Dante contempla negli splendori del Paradiso come « bellezza, che letizia era ne li occhi a tutti li altri santi ».(27)
« Emerge dal caos il mondo dello spirito »! Dalle parole che Adam Mickiewicz scriveva in un momento di grande travaglio per la patria polacca(28) traggo un auspicio per voi: la vostra arte contribuisca all'affermarsi di una bellezza autentica che, quasi riverbero dello Spirito di Dio, trasfiguri la materia, aprendo gli animi al senso dell'eterno.
Con i miei auguri più cordiali!

Dal Vaticano, 4 aprile 1999, Pasqua di Risurrezione.
IOANNES PAULUS PP. II


(1) Dialogus de ludo globi, lib. II: Philosophisch-Theologische Schriften, Wien 1967, III, p. 332.
(2) Le virtù morali, e tra queste in particolare la prudenza, consentono al soggetto di agire in armonia con il criterio del bene e del male morale: secondo la recta ratio agibilium (il giusto criterio dei comportamenti). L'arte, invece, è definita in filosofia come recta ratio factibilium (il giusto criterio delle realizzazioni).
(3) Promethidion: Bogumil vv. 185-186: Pisma wybrane, Warszawa 1968, vol. 2, p. 216.
(4) Espresse efficacemente questo aspetto la traduzione greca dei Settanta, rendendo il termine t(o-)b (buono) del testo ebraico con kalón (bello).
(5) Filebo, 65 A.
(6) Giovanni Paolo II, Fides et ratio (14 settembre 1998), 80: AAS 91 (1999), 67.
(7) Questo principio pedagogico è stato autorevolmente enunciato da S. Gregorio Magno in una lettera del 599 al Vescovo di Marsiglia Sereno: « La pittura è adoperata nelle chiese perché gli analfabeti, almeno guardando sulle pareti, leggano ciò che non sono capaci di decifrare sui codici », Epistulae, IX, 209: CCL 140A, 1714.
(8) Lodi di Dio altissimo, vv. 7 e 10: Fonti Francescane, n. 261. Padova 1982, p. 177.
(9) Legenda maior, IX, 1: Fonti Francescane, n. 1162, l.c., p. 911.
(10) Enkomia dell'Orthós del Santo e Grande Sabato.
(11) Omelia I, 2: PG 34, 451.
(12) « At nobis ars una fides et musica Christus »: Carmen 20, 31: CCL 203, 144.
(13) Cfr GIOVANNI PAOLO II, Duodecimum saeculum (4 dicembre 1987), 8-9: AAS 80 (1988), 247-249.
(14) La prospettiva rovesciata ed altri scritti, Roma 1984, p. 63.
(15) Paradiso XXV, 1-2.
(16) Cfr GIOVANNI PAOLO II, Omelia alla Messa per la conclusione dei restauri degli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina (8 aprile 1994): Insegnamenti 171 (1994), 899-904.
(17) Cfr AAS 56 (1964), 438-444.
(18) N. 62.
(19) Paolo VI, Messaggio agli artisti (8 dicembre 1965): AAS 58 (1966), 13.
(20) Cfr n. 122.
(21) CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 62.
(22) La teologia nel XII secolo, Milano 1992, p. 9.
(23) CON. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 22.
(24) Inno ai Vespri di Pentecoste.
(25) F. DOSTOEVSKIJ, L'Idiota, P. III, cap. V, Milano 1998, p. 645.
(26) « Sero te amavi, pulchritudo tam antiqua et tam nova, sero te amavi! », Confessiones 10, 27: CCL 27,251.
(27) Paradiso XXXI, 134-135.
(28) Oda do młodosci, v. 69: Wybór poezji, Wrocław 1986, vol. I, p. 63.

 http://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/letters/1999/documents/hf_jp-ii_let_23041999_artists.html

Giovanni Paolo II, "BAMBINO GESÙ, ASCIUGA OGNI LACRIMA"

  Giovanni Paolo II

"BAMBINO GESÙ, ASCIUGA OGNI LACRIMA"



Asciuga, Bambino Gesù, le lacrime dei fanciulli!
Accarezza il malato e l’anziano!
Spingi gli uomini
a deporre le armi
e a stringersi in un universale abbraccio di pace!
Invita i popoli,
misericordioso Gesù,
ad abbattere i muri
creati dalla miseria
e dalla disoccupazione,
dall’ignoranza
e dall’indifferenza,
dalla discriminazione e dall’intolleranza.
Sei tu,
Divino Bambino di Betlemme,
che ci salvi,
liberandoci dal peccato.
Sei tu il vero e unico Salvatore,
che l’umanità spesso cerca a tentoni.
Dio della pace,
dono di pace
per l’intera umanità, vieni a vivere
nel cuore di ogni uomo e di ogni famiglia.
Sii tu la nostra pace
e la nostra gioia!





SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO

LIII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
CAPPELLA PAPALE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Mercoledì, 1° gennaio 2020


«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4). Nato da donna: così è venuto Gesù. Non è apparso nel mondo adulto ma, come ci ha detto il Vangelo, è stato «concepito nel grembo» (Lc 2,21): lì ha fatto sua la nostra umanità, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Nel grembo di una donna Dio e l’umanità si sono uniti per non lasciarsi mai più: anche ora, in cielo, Gesù vive nella carne che ha preso nel grembo della madre. In Dio c’è la nostra carne umana!
Nel primo giorno dell’anno celebriamo queste nozze tra Dio e l’uomo, inaugurate nel grembo di una donna. In Dio ci sarà per sempre la nostra umanità e per sempre Maria sarà la Madre di Dio. È donna e madre, questo è l’essenziale. Da lei, donna, è sorta la salvezza e dunque non c’è salvezza senza la donna. Lì Dio si è unito a noi e, se vogliamo unirci a Lui, si passa per la stessa strada: per Maria, donna e madre. Perciò iniziamo l’anno nel segno della Madonna, donna che ha tessuto l’umanità di Dio. Se vogliamo tessere di umanità le trame dei nostri giorni, dobbiamo ripartire dalla donna.
Nato da donna. La rinascita dell’umanità è cominciata dalla donna. Le donne sono fonti di vita. Eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo. Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna. Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità. Quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati! Oggi pure la maternità viene umiliata, perché l’unica crescita che interessa è quella economica. Ci sono madri, che rischiano viaggi impervi per cercare disperatamente di dare al frutto del grembo un futuro migliore e vengono giudicate numeri in esubero da persone che hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore.
Nato da donna. Secondo il racconto della Bibbia, la donna giunge al culmine della creazione, come il riassunto dell’intero creato. Ella, infatti, racchiude in sé il fine del creato stesso: la generazione e la custodia della vita, la comunione con tutto, il prendersi cura di tutto. È quello che fa la Madonna nel Vangelo oggi. «Maria – dice il testo – custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (v. 19). Custodiva tutto: la gioia per la nascita di Gesù e la tristezza per l’ospitalità negata a Betlemme; l’amore di Giuseppe e lo stupore dei pastori; le promesse e le incertezze per il futuro. Tutto prendeva a cuore e nel suo cuore tutto metteva a posto, anche le avversità. Perché nel suo cuore sistemava ogni cosa con amore e affidava tutto a Dio.
Nel Vangelo questa azione di Maria ritorna una seconda volta: al termine della vita nascosta di Gesù si dice infatti che «sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (v. 51). Questa ripetizione ci fa capire che custodire nel cuore non è un bel gesto che la Madonna faceva ogni tanto, ma la sua abitudine. È proprio della donna prendere a cuore la vita. La donna mostra che il senso del vivere non è continuare a produrre cose, ma prendere a cuore le cose che ci sono. Solo chi guarda col cuore vede bene, perché sa “vedere dentro”: la persona al di là dei suoi sbagli, il fratello oltre le sue fragilità, la speranza nelle difficoltà; vede Dio in tutto.
Mentre cominciamo il nuovo anno chiediamoci: “So guardare col cuore? So guardare col cuore le persone? Mi sta a cuore la gente con cui vivo, o le distruggo con le chiacchiere? E soprattutto, ho al centro del cuore il Signore? O altri valori, altri interessi, la mia promozione, le ricchezze, il potere?”. Solo se la vita ci sta a cuore sapremo prendercene cura e superare l’indifferenza che ci avvolge. Chiediamo questa grazia: di vivere l’anno col desiderio di prendere a cuore gli altri, di prenderci cura degli altri. E se vogliamo un mondo migliore, che sia casa di pace e non cortile di guerra, ci stia a cuore la dignità di ogni donna. Dalla donna è nato il Principe della pace. La donna è donatrice e mediatrice di pace e va pienamente associata ai processi decisionali. Perché quando le donne possono trasmettere i loro doni, il mondo si ritrova più unito e più in pace. Perciò, una conquista per la donna è una conquista per l’umanità intera.
Nato da donna. Gesù, appena nato, si è specchiato negli occhi di una donna, nel volto di sua madre. Da lei ha ricevuto le prime carezze, con lei ha scambiato i primi sorrisi. Con lei ha inaugurato la rivoluzione della tenerezza. La Chiesa, guardando Gesù bambino, è chiamata a continuarla. Anch’ella, infatti, come Maria, è donna e madre, la Chiesa è donna e madre, e nella Madonna ritrova i suoi tratti distintivi. Vede lei, immacolata, e si sente chiamata a dire “no” al peccato e alla mondanità. Vede lei, feconda, e si sente chiamata ad annunciare il Signore, a generarlo nelle vite. Vede lei, madre, e si sente chiamata ad accogliere ogni uomo come un figlio.
Avvicinandosi a Maria la Chiesa si ritrova, ritrova il suo centro, ritrova la sua unità. Il nemico della natura umana, il diavolo, cerca invece di dividerla, mettendo in primo piano le differenze, le ideologie, i pensieri di parte e i partiti. Ma non capiamo la Chiesa se la guardiamo a partire dalle strutture, a partire dai programmi e dalle tendenze, dalle ideologie, dalle funzionalità: coglieremo qualcosa, ma non il cuore della Chiesa. Perché la Chiesa ha un cuore di madre. E noi figli invochiamo oggi la Madre di Dio, che ci riunisce come popolo credente. O Madre, genera in noi la speranza, porta a noi l’unità. Donna della salvezza, ti affidiamo quest’anno, custodiscilo nel tuo cuore. Ti acclamiamo: Santa Madre di Dio. Tutti insieme, per tre volte, acclamiamo la Signora, in piedi, la Madonna Santa Madre di Dio: [con l’assemblea] Santa Madre di Dio, Santa Madre di Dio, Santa Madre di Dio!


http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20200101_omelia-madredidio-pace.html

lunedì 30 dicembre 2019

Al di là della banalità del bello di Gianfranco Ravasi


Al di là della banalità del bello

di Gianfranco Ravasi



Devo confessare che ormai mi infastidisce il sentir ripetere a mo' di antifona la frase «La bellezza salverà il mondo»: è uno stereotipo vacuo se non si connette a un pensiero più ampio e alto, lo stesso appunto che era all'interno di quella grandiosa opera che è L'idiota di Dostoevskij (parte III, cap. V) da cui l'assioma è desunto. Sì, perché il principe Myškin che lo proclama lo intesse con l'ascesa verso lo zenit del mistero, con la discesa nel nadir del male, con la purezza della fede, con l'ardire dell'amore. Siamo, quindi, lontani da una generica fruizione estetica o da una retorica esaltazione di un'armonia psichica. Come scriveva Giovanni Paolo II nella sua Lettera agli artisti (1999), «la bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente», e solo così redime dalla «vita banale» (per usare la nota formula kierkegaardiana) e dalla depressione della colpa.
È in questa prospettiva che si muove il testo di un monaco di quella Santa Montagna che è l'Athos, Basilio di Iviron, ed è per questo che gli concediamo la legittimità di intitolare il suo saggio proprio con l'asserto La bellezza salverà il mondo. Con un linguaggio ibridato di evocazioni bibliche e della tradizione monastica, con un procedimento mentale a ramificazione secondo i canoni dello stile orientale, con la trasparenza di una teologia che veleggia nella contemplazione, ma lambisce anche la terra della morale, Basilio scarta l'ovvietà della bellezza fenomenica ("bello a vedersi" è anche il frutto dell'Eden) per intrecciare bellezza-bontà-amore-verità. Folgorante è un passo dei Nomi divini di Dionigi l'Areopagita, autore geniale e misterioso del V-VI secolo, che su una base filologica non saprei quanto fondata ma suggestiva dichiara: «Il bene è bello e bellezza ma anche amore e amato. Esso chiama (kaléo) a sé tutte le cose, donde appunto si dice bellezza (kalós/kállos)».
È un po' anche per questa tensione "sim-bolica" unitaria che la liturgia delle Chiese orientali reca una livrea di splendore, di gloria, di numen, cioè di mistero invisibile, e di lumen, ossia di bellezza visibile. È, però, un occidentale, anzi, un cattedratico dell'università cattolica di Lille, Paul Christophe, a illustrare La bellezza dei gesti del cristiano all'interno del rito. Fa impressione sempre al turista superficiale l'approdo al Muro del Pianto del tempio gerosolimitano, davanti alla folla dei corpi in agitazione degli oranti ebrei. In realtà, quella è una metafora vivente della totalità armonica della preghiera: il fedele parla a Dio non solo con la voce, ma anche con tutte le articolazioni, le nervature, gli organi e la complessità del suo corpo, strumento supremo di comunicazione. È per questo che Christophe fa scorrere davanti a noi la lode "somatica" che nella liturgia cristiana l'orante eleva al suo Dio, stando in piedi, tendendo braccia e mani, segnandosi con la croce, scambiandosi il bacio, giungendo o imponendo le mani, inginocchiandosi, battendosi il petto, prostrandosi e fin sedendosi (sì, anche questo atto ha un significato che travalica la mera quiete del riposo).
Ma all'interno della liturgia un segno di bellezza suprema è rappresentato dalla musica (ahimé, cosa che non spesso si verifica oggi in tante celebrazioni, affidate a repertori corali, a partiture e a strumenti di basso profilo, indegni del monito biblico: «Cantate a Dio con arte!»). Un rilievo particolare ha avuto al riguardo la Riforma protestante, accanto alla gloriosa tradizione gregoriana e polifonica cattolica. La causa è da cercare storicamente anche nell'ascesi aniconica che il protestantesimo introdusse, operando una catarsi eccessiva sull'"immaginario" artistico precedente che aveva colmato le chiese di statue, dipinti, segni, arredi, e stendendo non di rado una sorta di colata bianca e asettica su quel mirabile mondo iconografico (si legga, ad esempio, il curioso romanzo Fratello Jacob dello scrittore danese, Henrik Stangerup, tradotto da Iperborea nel 1993). La musica con la sua purezza evocativa e non descrittiva, con la sua potenza trascendente e col suo linguaggio mistico e universale, divenne la nuova epifania della bellezza sacra.
Dobbiamo essere grati al musicologo Nicola Sfredda per aver inseguito lungo i secoli, dagli innari e dai 36 Kirchenlieder di Lutero e dal Salterio ginevrino calvinista fino al Novecento di Honegger, Hindemith e Ives, La musica nelle chiese della Riforma. Naturalmente al centro c'è l'imponente figura sovrana di Bach, senza però ignorare le meraviglie armoniche di Schütz, Buxtehude, Haendel. Tra le tante ricchezze imbandite in questa mensa della bellezza vorremmo far emergere i molteplici rimandi all'intreccio tra musica e teologia negli stessi padri della Riforma come Lutero, Calvino, Zwingli, ma anche nello stesso Bach, giù giù fino a Bonhoeffer e all'omaggio di Barth a Mozart: «Se dovessi giungere in paradiso, domanderei innanzitutto di Mozart, e soltanto dopo cercherei Agostino e Tommaso, Lutero, Calvino e Schleiermacher». Altrettanto interessante è l'ingresso in scena non solo di Mendelssohn – cosa piuttosto naturale – ma anche di Meyerbeer e del Brahms dell'Ein deutsches Requiem, per non parlare di una sorprendente nota sulle «suggestioni del mondo protestante nell'opera di Verdi»...
Una domanda finale un po' provocatoria: Cristo era bello? Anche in questo caso la risposta di Dostoevskij, in una lettera del 1868 alla nipote Sonia, è da assumere solo nel contesto già evocato: «Al mondo c'è una sola persona positivamente bella: Cristo. L'apparizione di questa persona infinitamente bella è già un miracolo infinito». Eppure c'è chi parla della «mostruosità di Cristo», come fa il filosofo sloveno Slavoj Žižek, sia pure in forma paradossale all'interno di una lettura hegeliana del cristianesimo non proprio ineccepibile (è, questo, anche il titolo dato al volume che raccoglie il suo dialogo col teologo radicale inglese Alasdair J. Milbank, da poco tradotto in italiano da Transeuropa). L'iconografia delle origini ha oscillato tra un Cristo "brutto", sulla scia del Servo del Signore cantato da Isaia come una figura che «non ha bellezza per attrarre il nostro sguardo» (53,2), e un Cristo stupendo sulla base del Salmo regale-messianico 45 ove si proclama: «Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo» (v. 3). In realtà, la croce e la gloria pasquale, l'umanità e la divinità legittimano entrambe le rappresentazioni che ancora una volta ci riportano al valore non solo estetico, ma anche teologico della bellezza cristiana.

https://st.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-07-10/banalita-bello-190947.shtml?uuid=Aa2n74mD



MARIA "Madre della Chiesa", di Stefania Falasca



MARIA "Madre della Chiesa"
Stefania Falasca



    «La Madre di Cristo diviene così la grande figura materna della Chiesa Madre» scriveva Gertrud Von le Fort in L’eterno femminino osservando come nel mattino di Penetecoste Maria, per la seconda volta, veniva visitata dallo Spirito Santo. Così quello che si dice della maternità dell’una si può dire della maternità dell’altra. Era il 21 novembre 1964 quando Paolo VI nel discorso conclusivo della terza sessione del Concilio proclamava, davanti a più di duemila vescovi riuniti in San Pietro, Maria come «Madre della Chiesa». E non era secondario che proprio durante quella seduta nella quale veniva promulgata la costituzione Lumen gentium – dedicata alla Chiesa e ai decreti sull’ecumenismo e sulle Chiese orientali – fosse stabilito come «l’intero popolo cristiano rendesse sempre più onore alla Madre di Dio con questo soavissimo nome»: «Madre della Chiesa», cioè di tutto il popolo cristiano, tanto dei fedeli quanto dei pastori. Ciò voleva ribadire che della Chiesa Maria è typus, è il modello. Voleva perciò proporre il suo esempio da imitare nella fede, nella docilità a qualsiasi stimolo della grazia, nel conformare fedelmente la vita ai comandamenti di Cristo e all’impulso della carità, in modo che tutti i fedeli si sentissero sempre più fermi nel seguire Cristo. «E nello stesso tempo – affermava ancora Paolo VI nel discorso – ardano di più intensa carità verso i fratelli, promuovendo l’amore ai poveri, la ricerca della giustizia e la difesa della pace, come già ammoniva il grande sant’Ambrogio». Figlia di quella Gerusalemme che è nostra madre celeste, Maria è così madre della Chiesa che siamo noi. È la madre del popolo nuovo, è la terra nella quale è stata seminata la Chiesa.
   La decisione del Papa non fu affrettata, né improvvisa. Maturò dopo attenta considerazione del dibattito e lunga riflessione, perché questo titolo illumina il senso dell’intima unione di Maria con la Chiesa, dove occupa, in modo eminente e singolare il primo posto. Da allora però, nel corso di mezzo secolo (forse perché non ne era stato poi riscontrato il bisogno?), tra le tante ricorrenze nelle quali lungo l’anno liturgico si celebra la Vergine Maria non è mai stata inserita quella di Madre della Chiesa. Fino a oggi. Con un decreto della Congregazione per il Culto divino che porta la data dello scorso 11 febbraio, centosessantesimo anniversario della prima apparizione di Lourdes, il Papa ha stabilito adesso che il lunedì dopo Pentecoste la memoria di Maria Madre della Chiesa diventi obbligatoria e sia celebrata ogni anno da tutta la Chiesa. Perché? Perché come è voluto da Francesco, in perfetta continuità con il suo predecessore, «possa favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana».
   Questo è l’unico modo di stare nella Chiesa. «Altrimenti viviamo un cristianesimo fatto di idee, di programmi, senza affidamento, senza tenerezza, senza cuore – come ha detto di recente in un’omelia davanti all’icona della Salus populi romani –, e senza cuore non c’è amore e la fede rischia di diventare una bella favola di altri tempi. La Madre non è un optional, è il testamento di Cristo... Non è galateo spirituale, è un’esigenza di vita. Amarla non è poesia, è saper vivere. Perché senza Madre non possiamo essere figli. E noi, prima di tutto, siamo figli, figli amati, che hanno Dio per Padre e la Madonna per Madre... Il cuore di una madre non si vergogna delle ferite, delle debolezze dei figli, ma le vuole con sé. E la Madre di Dio e nostra sa prendere con sé, consolare, vegliare, risanare».





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domenica 29 dicembre 2019

OMELIA DI PAOLO VI, SOLENNITÀ DEL SANTO NATALE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO, 1976





SOLENNITÀ DEL SANTO NATALE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO
OMELIA DI PAOLO VI
Sabato, 25 dicembre 1976



Fratelli e Figli, accorsi a questa convocazione notturna!
Voi sapete perché!
    È la ricorrente memoria d’un fatto estremamente umile e immerso in un povero paese lontano (ma era un paese predestinato), e inseriti in una ignota vicenda del tempo (ma era anch’esso un tempo profeticamente calcolato); d’un fatto si direbbe insignificante quale la nascita d’un Bambino in condizioni poverissime, prive d’ogni importanza esteriore e d’ogni interesse ambientale (ma era l’arrivo nel mondo, nel genere umano, del Verbo di Dio, del Figlio consustanziale del Padre Creatore e Signore dell’universo, che rimanendo qual era, si faceva Figlio di Maria; Figlio così di Dio e Figlio dell’uomo).
   È questo fatto ambi valente umile e immenso, umano e divino, che nell’unica Persona del Verbo unisce due nature, di cui una, l’umana, sì, rispecchia costituzionalmente (Cfr. Gen. 1, 26-27) una meravigliosa, ma certo sempre remota immagine dell’altra, la divina, l’eterna, l’infinita; immagine ineffabile dell’invisibile Iddio (Cfr. Col. 1, 15; 2 Cor. 4, 4) e pone nell’abissale mistero della divinità questa simbiosi ch’è Cristo Gesù; «natus est Christus; . . . de Padre, Deus; de Matre, homo» (S. AUGUSTINI Sermo 184: PL 38, 997). Essa lo pone nell’umanità e nella storia, centro in cui si ricollegano tutte le cose celesti e terrestri (Cfr. Eph. 1, 10), ed a cui ogni singolo essere umano può avere accesso e salvezza (Cfr. Luc. 3, 6); è questo il fatto, il mistero che noi ora ricordiamo e celebriamo.
     «Lux in tenebris lucet», la luce splende nelle tenebre (Io. 1, 5).
     Non ci fermeremo a considerare questo aspetto del mistero del Natale, cioè il modo scelto da Dio per rivelarsi nel suo Messia; quasi volesse nascondersi nell’atto stesso in cui si manifestava personalmente e umanamente agli uomini, che pur lo attendevano. È un aspetto che lascia intravvedere molte altre divine intenzioni, degne d’essere in altro momento esplorate e meditate. Voleva il Signore che noi, anche davanti alla sua suprema rivelazione temporale, non fossimo esonerati dal dovere di ricercarlo? voleva Egli che la nostra ricerca ci obbligasse a curvarci sui sentieri dell’umiltà, per correggere l’ostacolo principale che ci impedisce un autentico incontro col Cristo rivelatore, non altrimenti possibile che nella mortificazione del nostro fallo capitale, l’orgoglio? o voleva che non per altro interesse egoista lo avessimo a cercare, ma per quello del puro amore?
    Come si debba infatti cercare la divina rivelazione ce lo ricordano le memorabili parole di S. Agostino «amore petitur, amore quaeritur, amore pulsatur, amore revelatur . . .»: «con l’amore si domanda, con l’amore si cerca, con l’amore si bussa, con l’amore si rivela» (S. AUGUSTINI De moribus Ecclesiae Catholicae, 1, c. XVII: PL 32, 1321).
    Ma ci fermeremo sul fatto stesso, sul mistero del Natale. Ancora ascoltiamo S. Agostino, che anticipa sui Concilii posteriori la formula conclusiva: «Homo verus Deus verus, Deus et homo totus Christus, Hoc est catholica fides» (IDEM Sermo 92, 3: PL 38, 573). Ci fermeremo con quell’adesione della nostra fede, che celebrando con la Messa di questa notte i santi misteri noi stiamo a Lui tributando. Sì, noi confermiamo con questo rito natalizio la nostra piena, ferma, cordiale adesione a Cristo Gesù. Noi crediamo in Lui! Egli solo è il Salvatore nostro e del mondo (Cfr. Act. 4, 12).
Lasciamo che questo atto religioso e cosciente confermi e rinnovi la nostra accettazione di quella fede in Gesù Cristo, che abbiamo ereditato dalle generazioni cristiane a noi precedenti, e che il magistero della Chiesa sigilla in formule limpide e indiscutibili, e insieme feconda di perenne vitalità di effusione spirituale, di operosità evangelica, di predicazione missionaria, di cattolicismo sociale. E lasciamo che la fede stessa della Madonna, la Madre di Gesù, Colei che fu predicata «beata . . . per aver creduto nell’adempimento di ciò che le era stato detto da parte del Signore» (Luc. 1, 45) «con fede non inquinata da alcun dubbio», come insegna il Concilio (Lumen Gentium, 62), penetri nelle nostre anime, e conforti la nostra schietta conversazione col mondo presente, vacillante d’insanabili dubbi. Lasciamo che la nostra certezza nel mistero cristiano ci abiliti al duplice atteggiamento reclamato da chi si professa cristiano, quello della logica di pensiero e di azione, coerente e sapiente, proprio di chi appunto cristiano si qualifica, e quello della leale capacità comprensiva comunicativa d’ogni giusto ed amichevole rapporto sociale.
   E procuriamo infine d’onorare la grande festa del Natale con l’espressione nel cuore e nel culto dei sentimenti che scaturiscono dalla sua realtà religiosa; della nostra meraviglia dapprima, che per quanto essa cerchi di ammirare il prodigio dell’Incarnazione, del Verbo di Dio che si fa uomo, non troverà mai una sufficiente misura, per iperbolica ch’essa si faccia, per adeguare l’espressione dello stupore e della gioia alla realtà che la suscita. Ancora S. Agostino che esorta: «Svégliati, uomo; per te Dio si è fatto uomo!: «expergiscere, homo: pro te Deus factus est homo!» (S. AUGUSTINI Sermo 185: PL 38, 907). Sentimento questo che accompagnerà poi sempre, anche nelle ore amare della vita e nelle celebrazioni dolorose della liturgia ogni altro sentimento, come una inesauribile riserva di ottimismo contemplativo ed attivo proprio di chi è stato ammesso a pregustare la trascendente fortuna del mistero cristiano (Cfr. Eph. 5, 14). Riascoltiamo S. Paolo per fare delle sue parole stile della nostra vita cristiana, augurio e ricordo della nostra celebrazione di questo Natale: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora: rallegratevi!» (Phil. 4, 4; 2, 18; 3, 1). L’Angelo del presepio ha intonato dal cielo il messaggio della nuova letizia, anche per noi: «Non temete! Ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà per tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Luc. 2, 10-11).


 http://www.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1976/documents/hf_p-vi_hom_19761225.html

GIOVANNI XXIII, ALL'EPISCOPATO, AI FEDELI E AI POPOLI DI TUTTO IL MONDO IN OCCASIONE DELLA SOLENNITÀ DEL SANTO NATALE





RADIOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE
GIOVANNI XXIII

ALL'EPISCOPATO, 
AI FEDELI E AI POPOLI DI TUTTO IL MONDO
IN OCCASIONE DELLA SOLENNITÀ DEL SANTO NATALE


Sabato, 22 dicembre 1962


    Venerabili Fratelli, diletti figli, 

 

    Il Natale di quest'anno reca l'impronta del Concilio Ecumenico, grazie al Signore, già così bene avviato. Dall'11 ottobre infatti all'8 dicembre, si rincorsero qui in Roma due mesi di intensa commozione religiosa. Orizzonti miti e luminosi si videro dischiusi sopra le teste di tutti i credenti in Cristo, sparsi nel mondo, come un invito alle anime più lontane, a volgere l'attenzione al richiamo del Figlio di Dio fatto uomo, al Nato di Betlemme, Redentore di tutti gli uomini e Maestro di tutte le genti. 
   Certo, nessuna solennità della Santa Chiesa potrebbe meglio convenire alla celebrazione del Concilio, e a segnarne i contorni, come il Natale di Gesù, annunziato in gloria sublime di tutti i cieli, e in letizia rinnovantesi di umana fraternità per quanti furono creati e si succederanno abitatori della terra. 
    Di fatto, oh! quanta felicità di accordi lo spirito cristiano sa trovare, anche immediatamente, nelle acclamazioni dei Padri del Concilio Vaticano II, e nelle voci angeliche diffuse ogni anno a Natale sopra i vigilanti pastori, e ripetute nella santa notte della più grande esaltazione del divino incontro tra il cielo e la terra! Quale emozione di accenti in quell'annunzio celeste che diffonde il gaudium magnum quod erit omni populo; e poi in quello stringersi a volo dei cori angelici laudantium Deum et dicentium: Gloria in altissimis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis! [1]. 
    Ebbene, venerabili Fratelli e diletti figli, lasciateCi, in questo Natale, alla gioia di riposare alquanto, tocchi ancora come siamo tutti dalle emozioni dell'iniziato Concilio, di riposarCi, diciamo, su queste parole della liturgia natalizia. 
    Tre vibrazioni armoniose vengono a noi dalle imminenti festività, in piena luce e celebrazione del grande avvenimento Conciliare :
1. La gloria del Signore affermata dal canto angelico.
2. L'avvento e il godimento della pace sulla terra, in corrispondenza alle aspirazioni delle anime e dei popoli.
3. L'apostolato e il trionfo della unità della Santa Chiesa nel pensiero, nella preghiera e nel sacrificio di Cristo a spirituale vantaggio di tutto il mondo.


LA GLORIA AL SIGNORE CELEBRATA DA TUTTE LE GENTI

I.

   Gloria in excelsis Deo. Verso questa liturgica sublimità si leva innanzi tutto l'inno di Natale. Ed è lo stesso inno della Chiesa Cattolica riunita nel Concilio ed insieme aprentesi come il fiorire di una umanità nuova riconciliata col suo Creatore, e da Cristo Salvatore rigenerata in letizia ed in pace di anime e di popoli. 
  Quale emozione all'inizio dei lavori Conciliari di ogni giornata questo Gloria in excelsis della S. Messa, ripetuto in molte lingue, secondo la varietà dei riti, di cui felicemente venivano dati saggi copiosi ed attraenti : Romano e Ambrosiano, Greco e Slavo, Armeno, Antiocheno e Alessandrino, Bizantino, Caldeo, Melchita, Siro e Maronita, ed altri ed altri, di edificantissima e commovente glorificazione, e amoroso incontro! 
   Tale ci apparve e tale gustammo questo intreccio di lode, che trascende ogni altezza di gaudio e di omaggio alla bontà misericordiosa del Padre celeste. 
 Chi ne fu testimone, chi ne accolse gli echi soavissimi non potrà dimenticare questo « Gloria in excelsis Deo » a cui non semplicemente a voce di popolo, ma a vibrazione pienissima di motivo Gregoriano, risposero ben oltre due mila petti episcopali, qui riuniti da tutto il mondo cattolico, nella solennità della Immacolata, la Madre di Gesù e la Madre nostra, splendente del prestigio, tra i più singolari, della sua esaltazione. 


LA PACE: SOMMO BENE ESICUREZZE DELLA TRANQUILLITÀ NEL MONDO

II.

   E colla gloria a Dio negli altissimi cieli, il mistero del Natale di Cristo e della sua commemorazione torna a noi pellegrini quaggiù, come augurio di pace per tutta la terra. In terra pax hominibus bonae voluntatis. 
    Il vocabolo caelum ricorre con frequenza nei due Testa menti. Ma esso è di gran lunga sorpassato in pagine e pagine dal vocabolo terra. Ora della terra la ricchezza più preziosa e più degna di essere ricordata è la pace. Pax in terra — noi cantiamo infatti cogli angeli di Betlemme — pax in terra hominibus bonae voluntatis. 
    Fra tutti i beni della vita e della storia: delle anime, delle famiglie e dei popoli, la pace è veramente il più importante e prezioso. La presenza, lo studium pacis, è la sicurezza della tranquillità del mondo. Ad essa però si congiunge come condizione la buona volontà di tutti e di ciascuno, pax hominibus bonae voluntatis, poiché ove questa manchi è vano sperare letizia e benedizione. 
   Cercare la pace dunque, in ogni tempo: sforzarci di crearla intorno a noi perchè si diffonda nel mondo intero, difenderla da ogni rischio pericoloso e preferirla ad ogni cimento, pur di non offenderla, pur di non comprometterla. Oh! che grande impegno è questo di ogni Papa, di ora e di sempre! Lo sforzo che si accompagna a questi quattro anni del Nostro umile servizio — quale lo intendiamo e lo intenderemo usque in finem — è servizio di Servo dei servi del Signore, che è veramente Dominus et princeps pacis. 
   Pronunciando e trasmettendo alla radio-televisione queste parole, quanti Ci ascoltano in buona fede e con retta coscienza, Noi pensiamo che vogliano risentire ancora in esse l'eco della Nostra più recente invocazione di pace per l'intesa e la concordia dei popoli, contenuta nel Nostro Radiomessaggio del 25 ottobre scorso: « Nous renouvelons aujourd'hui cette solennelle adjuration. Nous supplions tous les Gouvernants de ne pas rester sourds à ce cri de l'humanité. Qu'ils fassent tout ce qui est en eux pour sauver la paix... Qu'ils continuent à traiter, car cette attitude loyale et ouverte a grande valeur de témoignage pour la conscience de chacun et devant l'histoire. Promouvoir, favoriser, accepter des pourparlers, à tous les niveaux et en tout temps, est une règle de sagesse et de prudence qui attire les bénédictions du Ciel et de la terre ».
   Il richiamare questo invito Ci è tanto più caro e gioioso, venerabili Fratelli e diletti figli, poiché segni indubbi di alta comprensione Ci assicurano che non furono parole pronunciate al vento, ma hanno toccato intelligenze e cuori, e vengono dischiudendo nuove prospettive di fraterna confidenza e bagliori di sereni orizzonti di vera pace sociale e internazionale. 
    Di questi felici orientamenti dell'ordine interno dei popoli e internazionale, anche come semplice svolta per l'avvio di una nuova storia del mondo contemporaneo, è graditissima la constatazione di ciò che il Nostro Radiomessaggio venne a rappresentare, messo in coro armonioso ed esultante colle voci dell'episcopato mondiale della Chiesa Cattolica, inteso in quei giorni qui in Roma ai suoi lavori Conciliari in santa fraternità, sotto l'amabile guida del Successore di S. Pietro, nel tempio suo. È soffio di alta spiritualità evangelica, è fiamma viva di schietto apostolato cattolico, che attua il divino precetto del Signore e lo consacra: Quaerite primum regnum Dei, et iustitiam eius: et haec omnia adiicientur vobis [2].
   È naturale che, in questa attesa e poi nell'attività festosa del Natale, prenda rilievo come beneficio della pace cristiana il riferimento alla prosperità dell'ordine domestico e familiare. Questa triplice apparizione di Betlemme e di Nazareth, con i tre personaggi, Gesù, Maria e Giuseppe oh! quale fonte di letizia, di soavità, e di pace. 
   E quanta profondità nella dottrina del piccolo libro della « Imitazione di Cristo », là dove colorisce la figura « De bono pacifico homine» [3], del quale è detto che « omnia ad bonum convertit ». 


FRATERNITÀ DEI PASTORI DI ANIME NEL CONCILIO ECUMENICO

III.

   La terza vibrazione armoniosa ed esultante della festività Natalizia insieme associata alla gioia intima, di cui i venerabili prelati santamente godettero con la loro partecipazione personale alla celebrazione del Concilio, Ci viene espressa in forma commovente di santa fraternità episcopale.        Oh! veramente la grazia del Signore si è riversata sopra la sua Chiesa in proporzioni superiori ad ogni attesa. Eravamo tremanti al pensiero che la bontà di Gesù benedetto volesse volgersi sulle miserie di un mondo, di cui egli è il Salvatore e il Redentore: ma che dopo venti secoli di storia è ancora così lontano dal rispondere con pienezza di consenso al suo invito. La realtà ha di gran lunga superato ogni attesa: A Domino factum est istud et est mirabile in oculis nostris [4]. 
   Iddio h orate, asc gar presentare, messo in coro armonioso ed esultante colle voci dell'episcopato mondiale della Chiesa Cattolica, inteso in quei giorni qui in Roma ai suoi lavori Conciliari in santa fraternità, sotto l'amabile guida del Successore di S. Pietro, nel tempio suo. È soffio di alta spiritualità evangelica, è fiamma viva di schietto apostolato cattolico, che attua il divino precetto del Signore e lo consacra: Quaerite primum regnum Dei, et iustitiam eius: et haec omnia adiicientur vobis [5]. 
   È naturale che, in questa attesa e poi nell'attività festosa del Natale, prenda rilievo come beneficio della pace cristiana il riferimento alla prosperità dell'ordine domestico e familiare. Questa triplice apparizione di Betlemme e di Nazareth, con i tre personaggi, Gesù, Maria e Giuseppe oh! quale fonte di letizia, di soavità, e di pace. E quanta profondità nella dottrina del piccolo libro della « Imitazione di Cristo », là dove colorisce la figura « De bono pacifico homine » [6], del quale è detto che « omnia ad bonum convertit ». 



FRATERNITÀ DEI PASTORI DI ANIME NEL CONCILIO ECUMENICO III.

   La terza vibrazione armoniosa ed esultante della festività Natalizia insieme associata alla gioia intima, di cui i venerabili prelati santamente godettero con la loro partecipazione personale alla celebrazione del Concilio, Ci viene espressa in forma commovente di santa fraternità episcopale.         Oh! veramente la grazia del Signore si è riversata sopra la sua Chiesa in proporzioni superiori ad ogni attesa. Eravamo tremanti al pensiero che la bontà di Gesù benedetto volesse volgersi sulle miserie di un mondo, di cui egli è il Salvatore e il Redentore: ma che dopo venti secoli di storia è ancora così lontano dal rispondere con pienezza di consenso al suo invito. La realtà ha di gran lunga superato ogni attesa: A Domino factum est istud et est mirabile in oculis nostris [7].
  Iddio ha accolto ed esaudito le preghiere delle anime consacrate dei bambini, degli ammalati e dei sofferenti. Egli ha ascoltato la supplicazione anche di chi desidera e non sa pregare; di chi anela a ricostituire nella intimità della coscienza l'armonia delle leggi eterne con le esigenze della vocazione personale. 
   Fiore caratteristico di questo avvenimento del Concilio Ecumenico è il dischiudersi spontaneo, quasi inatteso dai più, del senso di unità, meglio si direbbe di avvertita e riconosciuta e a attrazione verso la fraternità cristiana, espressa nel Simbolo Apostolico in suadente affermazione della Chiesa una. santa, cattolica e apostolica, non a dominio, ma a servizio delle genti per le quali il disegno di Cristo è aspirazione sinceramente desiderata, anche se non sempre avvertita nei suoi nei suoi sviluppi. 
   Sul vasto e complicato e ancora turbatissimo orizzonte della creazione, la cui immagine è nelle prime righe del Genesi, lo Spiritus dei ferebatur super aquas. Al di là di precisazioni e i più minute gli è certo che nei riferimenti a quanto del patrimonio spirituale della Santa Chiesa, anche là dove esso non è nella sua pienezza, poche volte nella successione dell'èra cristiana — venti secoli trascorsi — si è avvertita una inclinazione così struggente nei cuori verso l'unità voluta dal Signore. La sensibilità che si potè constatare in questo primo affacciarsi, attraverso il Concilio Ecumenico, all'attenzione dei nostri contemporanei del problema religioso, questa sensibilità tutti raccoglie preferibilmente intorno alla figurazione dell'unum ovile et unus Pastor. È un raccogliersi talora altra non senza qualche apprensione di pregiudizio, che noi sappiamo immaginare e vogliamo anche comprendere, perchè con la grazia divina lo si possa superare. 
   L'unum ovile et unus Pastor — che trova accenti di accorata supplicazione nell'unum sint dell'ultima cena [8] — imperiosa dal fondo di venti secoli cristiani, e batte al cuore di ciascuno.



UNIONE PERFETTA DELLE ANIME ATTRAVERSO LA CHIESA VISIBILE 



     Unum sint, unum sint! « Che siano tutti una cosa sola, come tu sei in me, o Padre, e io in te, che siano anch'essi una sola cosa in noi: onde creda il mondo che tu mi hai mandato » [9]. Questa è la spiegazione ultima del miracolo di amore, iniziato a Betlemme, di cui i pastori e i magi furono le primizie: la salvezza di tutte le anime, la loro unione nella fede e nella carità, attraverso la Chiesa visibile da Cristo fondata.  

     Ut unum sint! È il disegno del Redentore Divino, che dobbiamo attuare, venerabili Fratelli, e resta grave impegno, affidato alla coscienza di ciascuno. Nell'ultimo giorno del giudizio particolare e del giudizio universale sarà chiesto a questa coscienza, non se ha fatto l'unità, ma se per essa ha pregato, lavorato e sofferto; se si è imposta disciplina saggia e prudente, paziente e lungimirante; e se ha dato vigore agli slanci della carità.
    Questo palpito del cuore di Cristo deve invitarci a rinnovato proposito di dedizione perchè tra i cattolici resti saldissimo l'amore e la testimonianza verso la prima nota della Chiesa; e perchè nel vasto orizzonte delle denominazioni cristiane ed oltre si compia quella unità, verso cui sale l'aspirazione dei cuori retti e generosi.



TENEREZZA DEL SALUTO 

ED AUGURIO PATERNO AGLI INDIVIDUI E ALLE FAMIGLIE 


Venerabili Fratelli e diletti figli. 


    Nell'attesa natalizia, ravvivata dai riflessi del Concilio Ecumenico, il cui lavoro continua verso il suo auspicato corona- mento, il Nostro cuore si apre a voi con trepidazione paterna. Questo del 1962 vuol essere un Natale di più intima e raccolta gioia e pace dello spirito per tutta l'umana società, e specialmente per il suo fondamento, che è la famiglia; vuol essere un Natale di preghiera e di riflessione per corrispondere all'ansia di Gesù Cristo Nostro Signore per l'unità dei credenti nel nome suo e nel suo Vangelo: ut unum sint; vuol essere un Natale di più vissuta carità nelle reciproche relazioni delle membra del Corpo Mistico, in applicazione generosa per il bene dei singoli e delle comunità familiari, sociali e internazionali.

   Il Nostro cuore, che è preso dal commosso incanto di quest'ora, viene presso ciascuno di voi, venerabili Fratelli e diletti figli; con l'ausilio potente e pur sommesso delle onde radiofoniche e televisive, entra nelle vostre case, che brillano di più ardente attesa per la nascita del Salvatore Divino, si apre alla tenerezza del saluto e augurio paterno. Vorremmo soffermarCi al desco dei poveri, nelle officine del lavoro, nelle aule dello studio e della scienza, al letto dei sofferenti e degli anziani, ovunque sono uomini che pregano e soffrono, lavorano per sè e per gli altri, lavorano con animo grande, in esercizio e disciplina della mente, del cuore, delle braccia. Sì, desidereremmo posare la Nostra mano sulle teste dei piccoli, guardare negli occhi i giovani, incoraggiare i papà e le mamme al proseguimento del quotidiano dovere! A tutti vorremmo ripetere le parole dell'Angelo: Vi annunzio un grande gaudio, è nato per voi il Salvatore. E continuare con le riflessioni di Sant'Agostino: « Cristo è nato, e giace nel presepio, ma regge il mondo : ... è avvolto di poveri panni, ma ci riveste di immortalità :... non trovò posto nell'albergo, ma vuole farsi un tempio nel cuore dei credenti... Accendiamo dunque la carità, affinché possiamo pervenire alla sua eternità » [10]. Questa è la realtà del Natale, e questa auguriamo a voi piena e gioiosa, avvalorando il voto paterno con preghiera fervida e prolungata
    O Verbo Eterno del Padre, Figlio di Dio e di Maria, rinnova ancora nell'arcano segreto delle anime il prodigio mirabile della tua nascita! Rivesti di immortalità i figli della tua redenzione; infiammali di carità, unifica tutti nei vincoli del tuo Mistico Corpo affinché la tua venuta porti la gioia vera, la pace sicura, l'operosa fraternità negli individui e nei popoli Amen, amen. Come a riverbero delle celesti compiacenze del Divino In fante di Betlemme, scenda su di voi tutti, venerabili Fratelli e diletti figli, la confortatrice Benedizione Apostolica, che l'umile Vicario di Colui, che è il Principe della Pace, il Padre dei secoli venturi [11], su tutti effonde con pienezza di paterno amore.



[1] Luc. 2, 11-14.
[2] Matth. 6, 33; Luc. I2, 31.
[3] Imit. Lib. II, c. 3
[4] Matth. 21, 42.
[5] Matth. 6, 33; Luc. 12, 31.
[6] Imit. Lib. II, c. 3.
[7] Matth. 21, 42.
[8] Io. 17, 21.
[9] Io. 17, 21.
[10] Serm. 190 In Natali Domini VII, 4, Migne P. L. 38, 1009.
[11] Cfr. Io. 9, 6.


 http://www.vatican.va/content/john-xxiii/it/messages/urbi_et_orbi/documents/hf_j-xxiii_mes_19621222_urbi-natale.html

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