martedì 21 dicembre 2021

Efrem Siro sul Natale, del Diac. Sebastiano Mangano

 

EFREM SIRO SUL NATALE 

del Diac. Sebastiano Mangano



Durante la celebrazione della solennità del Santo Natale mi sembra giusto fermare la nostra attenzione su passi scelti di alcuni Inni di Natale di Efrem Siro, che è considerato il più grande padre della Chiesa siriana del IV sec. Efrem, proclamato dottore della Chiesa da Benedetto XV il 5 ottobre 1920, nacque a Nisibi, città del nord della Mesopotamia, circa nel 306 dove fu ordinato diacono dal vescovo Giacomo (303-338); si trasferì a Emessa – oggi città turca di Urla – nel 363, quando Nisibi fu consegnata ai Persiani, nelle mani del re Sapore II.
Organizzò qui, la scuola di Edessa da cui si diffusero la lingua e la letteratura siriache. Scrisse molti trattati di cristologia, mariologia, ecc1esiologia, commenti alle Sacre Scritture, inni e omelie. La sua fama si diffuse rapidamente in Occidente nel mondo di lingua greca; san Girolamo (347 – 420) – che conobbe l’opera di Efrem sullo Spirito Santo – scrisse che Efrem, il diacono della Chiesa di Edessa raggiunse un tale prestigio che in certe chiese, dopo la lettura della Bibbia, si leggevano pubblicamente le sue opere (De vir. ill. CXL).
Alcuni studiosi affermano che Efrem abbia superato i padri greci nella eleganza dello stile e la profondità del pensiero. Negli anni trascorsi a Edessa Efrem continuò il suo ufficio di esegeta delle Scritture e di polemista antiariano, come già aveva fatto a Nisibi. In questa città il diacono di Nisibi esprime le sue convinzioni teologiche attraverso gli inni, la cui esecuzione affida a cori femminili.
La sua poesia è orientata all’espressione della realtà della fede cristiana, che però consente di guardare alle vicende coeve della Chiesa e della storia. Negli Inni di Natale Efrem illustra in maniera immediata ed esplicita il suo atteggiamento contemplativo dinanzi al mistero del Figlio di Dio che si fa uomo nella povertà della grotta di Betlemme in quella notte dolcissima di pace e di amore: "Questa è notte di riconciliazione, non vi sia chi è adirato o rabbuiato. In questa notte, che tutto acquieta, non vi sia chi minaccia o strepita. Questa è la notte del Mite, non vi sia amaro o duro. In questa notte dell’Umile non vi sia altezzoso o borioso" (Nat., I, 88-89).
Il diacono di Nisibi in quest’inno esalta lo splendore e la limpidezza della notte di Natale che deve illuminare il cuore di ogni creatura umana: "State svegli come luci, in questa notte di luce, poiché anche se nero è il suo colore [esteriore], essa risplende per la sua forza [interiore]. Colui che, come se risplendesse, vigila e prega nella tenebra, in quella tenebra visibile è avvolto da una luce invisibile. Chi non veglia in purezza, la sua veglia è sonno. E chi non veglia in castità, anche il suo vegliare è contro di lui. Limpida fu la notte nella quale si levò il limpido venuto a rendere i limpidi. Non introduciamo nella nostra veglia nulla che possa intorbidarla. Il sentiero dell’orecchio diventi limpido, la vista dell’occhio pura, il pensiero del cuore santo e l’eloquio della bocca sia passato al filtro" (Nat., I, 73-74.77.82-83).
Efrem non si ferma a cantare solo lo splendore della notte santa ma ricorda che in quel giorno di gioia si compirono le profezie veterotestamentarie: "Questo giorno ha fatto gioire, Signore, i re, i sacerdoti e i profeti, poiché in esso si compirono le loro parole, avvennero proprio tutte. Gloria a te, figlio del nostro Creatore. La vergine infatti ha oggi partorito l’Emmanuele a Betlemme. La parola proferita da Isaia è divenuta oggi realtà. Gloria a te, figlio del nostro creatore. Oggi è nato un bimbo, il suo nome è Meraviglia. È proprio una meraviglia di Dio che si sia manifestato come un infante. Gloria a te, figlio del nostro Creatore. Chi saprebbe glorificare il Figlio di verità che si levò per noi, lui che i giusti bramavano vedere nelle loro generazioni? Gloria a te, figlio del nostro Creatore" (Nat., I, 1-2.9.40).
Efrem in quest’inno fa un atto di fede e un rendimento di grazie per la venuta al mondo del Figlio di Dio: "Il giorno della tua nascita ti assomiglia, perché è desiderabile e amabile come te. Noi, che non abbiamo visto la tua nascita, l’amiamo come se le fossimo contemporanei. Nel tuo giorno noi vediamo te: e un bimbo come te, coccolato da tutti. Ecco, di esso esultano le Chiese! Il tuo giorno ha ornato e si è ornato. Benedetto il tuo giorno, che fu fatto per noi! Il tuo giorno ci ha dato un dono, quale il Padre non ne ha altro uguale. Non ci mandò dei serafini, e neppure dei cherubini scesero presso di noi. Non vennero vigilanti ministranti ma il primogenito, che è servito. Chi potrebbe essere all’altezza di rendere grazie per il fatto che la grandezza incommensurabile giacque in una disprezzabile mangiatoia? Benedetto colui che ci ha dato tutto ciò che possedeva! La tua nascita fece gioire quella generazione, ma la nostra l’ha fatta gioire il tuo giorno. Doppia era stata la beatitudine della generazione, poiché aveva visto sia la tua nascita che il tuo giorno; più piccola la beatitudine degli ultimi, che vedono soltanto il tuo giorno. Ma poiché coloro che erano vicini dubitarono, si è moltiplicata la beatitudine degli ultimi, i quali, senza averti visto, hanno creduto in te. Benedetta la tua beatitudine che si è incrementata per noi!" (Nat., XXIII, 7-9).
Efrem Siro nei suoi Inni canta le dimensioni divine e umane del mistero della nostra redenzione fondandosi sulla Sacra Scrittura e anticipando in modo poetico lo sfondo teologico e, in qualche modo, il linguaggio delle grandi definizioni cristologiche dei Concili del V secolo. Egli, che è onorato dalla tradizione cristiana con il titolo di «cetra dello Spirito Santo», soprattutto per i meriti acquisiti nei Carmina nisibena, restò diacono della sua Chiesa per tutta la vita. La sua fu una scelta libera, decisiva ed emblematica: egli fu diacono, cioè servitore, sia nel ministero liturgico, sia, più radicalmente, nell’amore a Cristo servo, da lui cantato in modo ineguagliabile, sia, infine, nella carità, organizzando gli aiuti umanitari resi indispensabili dalla grave carestia che aveva colpito la zona di Edessa: la sua equanimità fu garanzia di una giusta distribuzione dei viveri e dei soccorsi alle popolazioni colpite, che introdusse con rara maestria nella conoscenza della divina Rivelazione. Morì a Edessa il 9 giugno 373, vittima del contagio contratto mentre curava gli ammalati di peste.



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Dio si fa uomo per noi

 


Dio si fa uomo per noi


«Noi camminiamo a tastoni, ciechi, rasentando un muro: giacciamo come morti nelle tenebre; urliamo come orsi e gemiamo come colombe in attesa della salvezza». Così parlava Isaia.
Noi invece annunciamo una gioia grande: ecco il nostro Dio. Oggi è nato il nostro salvatore, Cristo Signore: questa è la nostra gioiosa certezza; anche se molti uomini portano ancora incise nella loro vita le parole di Isaia, nella notte profonda il nostro orecchio ha sentito: la stella del mattino si è levata, per noi è nato un bambino. «Di qui sgorga un messaggio di speranza in questo mondo che rischia di non sperare più; un fascio di luce in questo mondo che sembra sprofondare nelle tenebre; un elemento di novità in una società che talora ci appare decrepita. Un bambino che nasce è un destino nuovo che si apre, una speranza che si ridesta» (M. Magrassi).

Un bambino è nato per noi
Per riconquistare gli uomini, per sollevarli verso di sé, per parlare con loro, Dio è venuto quaggiù come un bambino, come un balbettio che è facile soffocare. E molti effettivamente lo soffocano. Lo soffocano facendo del Natale la festa del consumo, dello spreco istituzionalizzato: festa dei regali e dei lustrini, della tredicesima e del panettone, festa di una certa poesia di generale bontà, di un sentimentalismo che si vernicia di generosità e commozione.
Altri soffocano Dio-Bambino impedendogli di crescere: Dio rimane bambino per tutta la loro vita: una fragile Statuetta di terracotta, relegata in una scatola, che si depone nella bambagia una volta all’anno:, solo una scusa per dare un certo «colore» religioso alla grande baldoria del natale pagano. Le parole che questo Bambino ha portato agli uomini non sono ascoltate: sono impegnative ed inopportune mentre un cristianesimo-caramella è molto più comodo.

«Venne fra la sua gente»
Gesù non è una tradizione annuale, non è un mito, non è una favola. Gesù è parte della nostra storia umana. Il senso teologico della venuta di Cristo non distrugge di per sé la cornice festosa e la poesia del Natale, ma la ridimensiona e la colloca nel giusto contesto; Gesù che nasce è la Parola di Dio che si fa come: noi, esseri umani, siamo portati forse a soffermarci di più sul bambino, tenero e fragile, che non sul suo aspetto di Verbo Incarnato. Per questo nella liturgia di oggi il lieto annuncio della nascita di Cristo ci viene dato con le parole di Luca e con quelle di Giovanni. Luca si sofferma su alcuni particolari storici che ci danno una sufficiente garanzia di storicità e credibilità e ci mostrano un Gesù povero, figlio di umili artigiani, un numero soltanto in una remota provincia dell’impero romano, un portatore di tutte le promesse dell’Antico Testamento, anche se in un modo un po’ diverso da quello atteso e sospirato dal popolo ebraico, tanto che solo i poveri, gli «svuotati», i vigilanti lo riconoscono. Giovanni inserisce l’Incarnazione nel piano della storia della salvezza. Come attraverso il Verbo eterno era sbocciata la prima creazione, per opera dell’Incarnazione dello Stesso Verbo avviene una nuova creazione: l’uomo accede alla condizione di figlio di Dio: il rapporto uomo-Dio che il peccato aveva interrotto è risaldato in Cristo. Divenuto figlio di Dio l’uomo è in grado di realizzare il suo compito di creatura: egli può rivolgersi a Dio e chiamarlo «padre» ed è libero perché è figlio e non servo, ed ama gli altri uomini perché fratelli.

Un uomo come noi?
Non è facile neppure tentare di descrivere l’unico grande mistero dell’Incarnazione di Dio. Come scrive Giovanni, «non basterebbero tutti i libri della terra».
«In tutte le testimonianze della fede cristiana primitiva è chiara una cosa: nell’ambito della storia si presenta un uomo, un uomo come tutti noi, tale però che in tutta la sua esistenza terrena, dalla nascita fino alla terribile morte in croce, oltrepassa le dimensioni dell’umano e proprio per questo ci apre una porta che fa intravedere la trascendenza dell’esistenza umana. Un uomo che compie segni straordinari e pronuncia parole che non tramontano; mette in pratica l’amore come nessun altro e rivela che cosa è l’amore che salva gli uomini; è immagine e segno di Dio in questo mondo. Un uomo, nel quale l’eterno irrompe nel tempo; attraverso il quale gli uomini vengono a conoscere le profondità e le altezze della esistenza umana.
Egli diventa speranza per gli uomini destinati alla morte, poiché morendo ci meritò la vita e ci aprì un nuovo futuro. Tutto ciò si rivela già nella sua nascita: il debole bambino che giace nella mangiatoia è il salvatore del mondo. Questo e l’intramontabile messaggio del Natale — senza mito ne leggenda» (R. Schnackenburg).


Riconosci, cristiano, la tua dignità

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 1 per il Natale, 1-3; Pl 54, 190-193)
Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c'è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità: la causa della gioia è comune a tutti perché il nostro Signore, vincitore del peccato e della morte, non avendo trovato nessuno libero dalla colpa, è venuto per la liberazione di tutti. Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita.
Il Figlio di Dio infatti, giunta la pienezza dei tempi che l'impenetrabile disegno divino aveva disposto, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l'assunse lui stesso in modo che il diavolo, apportatore della morte, fosse vinto da quella stessa natura che prima lui aveva reso schiava. Così alla nascita del Signore gli angeli cantano esultanti: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2, 14). Essi vedono che la celeste Gerusalemme è formata da tutti i popoli del mondo. Di questa opera ineffabile dell'amore divino, di cui tanto gioiscono gli angeli nella loro altezza, quanto non deve rallegrarsi l'umanità nella sua miseria! O carissimi, rendiamo grazie a Dio Padre per mezzo del suo Figlio nello Spirito Santo, perché nella infinita misericordia, con cui ci ha amati, ha avuto pietà di noi, e, mentre eravamo morti per i nostri peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo (cfr. Ef 2, 5) perché fossimo in lui creatura nuova, nuova opera delle sue mani.
Deponiamo dunque «l'uomo vecchio con la condotta di prima» (Ef 4, 22) e, poiché siamo partecipi della generazione di Cristo, rinunziamo alle opere della carne. Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo.


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Natività, Adorazioni e Presepi tra III° e XIII° secolo, a cura di Antonio Guida


Natività, Adorazioni e Presepi tra III° e XIII° secolo
a cura di Antonio Guida

“E questo ve ne sarà il segno: Voi
troverete il fanciullino fasciato,
coricato nella mangiatoia.”
Luca, I, II, 12

     Sono dette “Natività” le rappresentazioni iconografiche ispirate ai primi giorni di vita del Bambino Gesù. Il Figlio di Dio, da neonato, è presente già in espressioni artistiche risalenti all’Età Romana. Uno dei primi documenti è costituito dai resti di  pittura scoperti sul soffitto di una nicchia all’interno delle catacombe di Priscilla, sulla Via Salaria Nova. Maria è rappresentata mentre allatta il “frutto del suo ventre” (fig. 1).


fig. 1
      
      Sembra però che una voce  abbia distratto il Bambinello dal poppare. Un profeta, forse Balaam, è davanti a loro con l’indice puntato verso la stella. Questa  scena su stucco, che risale circa al 230 d. C., è ora conservata al Museo Pio Cristiano di Roma.
      Sempre proveniente dallo stesso luogo e quasi coeva è la lastra che copriva il loculo di Severa.  Accanto alla immagine della defunta e dopo la scritta SEVERA / IN DEO VI / VAS  ricorrono i tre Magi  (fig. 2).
 

    
      Il Messìa è retto dalle braccia appena levate di Maria. Alle sue spalle ricorre ancora la solita figura biblica che ha l’indice della mano destra sempre rivolto verso la stella, mentre la  sinistra impugna una lunga verga. E’ Balaam, un saggio araneo che tra l’altro aveva profetizzato: “Una stella uscirà da Giacobbe e uno scettro sorgerà da Israele” (Numeri, XXIV, 17). I Magi che conoscevano il testo di quanto Balaam aveva da tempo annunciato, riconoscendo la stella avevano intuito che la profezia era compiuta.
    Sempre questi illustri personaggi sono rappresentati in un affresco  presente in un altro angolo delle stesse catacombe. La divina Madre tiene il piccolo Gesù sollevato mentre i tre dotti si accingono ad offrire i loro doni. Queste espressioni artistiche sono caratterizzate dalla semplicità.
   Verso la fine del IV secolo, con l’affermazione del Cristianesimo, resta viva la tematica natalizia sempre proposta su lapidi e monumenti legati al culto dei defunti. La “Natività” trova spazio anche sui sarcofagi. Però sul sepolcro di Stilicone (Fig. 3 a), allocato nella basilica di S. Ambrogio a Milano, il Bambinello, fasciato come riferisce  l’evangelista Luca,  è rappresentato solamente insieme all’asinello ed al bue (fig. 3 b).

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    Nella letteratura cristiana questi due animali sono stati additati quali simboli del genere umano. Per S. Girolamo l’asino rappresenta il Vecchio Testamento mentre il bue il Nuovo.  S. Isidoro di Siviglia  Vede il paganesimo nel primo animale ed il popolo eletto nel secondo. Altri ancora pensano al Male ed al Bene. Così il Messia, cavalcando l’asinello per le vie di  Gerusalemme, ha voluto dimostrare d’aver vinto le forze del male.
    Attraverso tutte le interpretazioni emerge che il bue serba sempre un aspetto positivo a differenza dell’altra bestia che da secoli si porta dietro la cattiva fama di animale stupido ed ignorante. Tanto forse perché l’asino era stato la cavalcatura di Dioniso, quindi asservito al simbolo dei vizi.
    Delimitano questa scena due uccelli disposti agli angoli bassi del timpano. Uno dei volatili ha davanti un paniere pieno d’una, rovesciato forse dallo stesso pennuto per manifestare il mancato gradimento degli acini; mentre l’altro uccello è intento a cibarsi compostamente.
     L’altra rappresentazione natalizia, sempre sullo stesso sarcofago, riporta nell’angolo in alto della lastra laterale più ampia la solita scena con la presenza dei Magi. Sembra che questo capolavoro dell’arte funeraria paleocristiana voglia proporci segni-simboli in contrapposizione come, ad esempio, il motivo ornamentale detto “greca” e la “Svastica”. Nel caso specifico quest’ultimo  simbolo di staticità si alterna ad una forma circolare interrotta che ruota attorno ad un punto.
     Discussa è la presenza delle ossa di Stilicone e consorte all’interno del sarcofago. Certamente, però, questo sepolcro ha ospitato ed ospita le spoglie di un’importante autorità militare vissuta nel IV secolo. Incerta è anche  la sua provenienza ma, di sicuro, è da tempo che ha trovato spazio   nella basilica ambrosiana.
    Il primo presepio completo in rilievo è quello scolpito sulla lista che sovrasta il coperchio del sarcofago marmoreo di Boville Ernica (fig. 4 a).


fig. 4 a


      Questa tomba fu rinvenuta casualmente in uno dei campi della Ciociaria. Smembrata, fu ripartita tra quanti avevano partecipato al dissotterramento. In seguito le parti vennero recuperate e ricomposte. Dopo il restauro, il sarcofago fu adibito ad altare nella chiesa di S. Pietro Ispano a Boville Ernica (FR), ove resta ancora oggi.

fig. 4 b
   
      Il sarcofago, tutt’intorno, è decorato con un motivo che richiama le cosiddette “cancellate a fisarmonica”, chiuse e trattenute da un fermo. Sul sopralzo del coperchio, a destra dopo la targa centrale, compaiono pastori e Magi, il bue e l’asino, una grande cesta di vimini intrecciati che accoglie Gesù Bambino. Seguono Maria, adagiata su un giaciglio, ed il solito profeta. In alto, si scorge appena la tettoia della capanna a cui è attaccata la stella. Questo sarcofago risale ai primi anni della seconda metà del IV secolo.
     I Bizantini diedero una nuova impronta all’arte in genere e all’iconografia della “Natività” in particolare. Le loro proposte restarono sempre legate alle solite tematiche fuse però ai nuovi concetti del pensiero cristiano, soprattutto a quanto sostenuto dai Padri greci per i quali l’arte doveva servire a rendere intellegibile il Trascendente. Il vasto spazio occupato dalle figure di volta in volta rappresentate, però, sacrificarono la resa dei volumi. Di conseguenza le immagini risultano appiattite e bidimensionali.


  
    Ad esempio, un reliquiario marmoreo del V secolo (fig. 5),dalla cappella dei Santi Quirico e Giulietta all’interno della chiesa ravennate intestata al Battista, si presenta piuttosto povero di contenuto nonostante una delle due facce più ampie della capsella sia interamente occupata da figure chiaramente riferibili alla visita dei Magi. La divina Madre, assisa in trono, solleva le braccia per mostrare il Bambinello, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre  (con berretto frigio e mantello) hanno perso il loro regale aspetto in quanto assiepati dall’artista nello spazio a disposizione. Il reliquiario  è esposto al Museo Arcivescovile di Ravenna.
     Col tempo “Natività” e  “Adorazioni” abbandonano superfici e spazi cimiteriali e trovano posto all’interno delle lunette, sui portali delle chiese, sui capitelli, sulle volte, sui paliotti, un po’ dovunque. Alquanto singolare è la scena contenuta in una delle formelle d’avorio che adornano la cattedra del vescovo Massicciano (figg. 6 a e 6 b).


 

    Anche questa buona prova d’arte, risalente alla metà del VI secolo d. C.,  è al Museo Arcivescovile ravennate. Gesù,  attorniato dall’asino e dal bue, è vegliato da S. Giuseppe. In alto è la stella che ha la forma di un fiore. Completano la scena  due figure che ricordano un episodio tratto da Vangelo apocrifo: è la Madre di Dio, rappresentata distesa, che guarisce la mano paralizzata della levatrice Salomè: la donna aveva manifestato dubbi circa la verginità di Maria.
   Dopo un primo periodo definito protobizantino, l’iconografìa  d’influsso orientale si è evoluta fino a raggiungere, a Ravenna ed altrove,  livelli di qualità bene espressi soprattutto nell’arte musiva. In S. Apollinare Nuovo una Madonna col Bambino, in trono ed in compagnìa di quattro angeli, sulla sinistra della navata centrale  resta in attesa di una lunga teorìa di stereotipate vergini precedute dai tre Magi (figg. 7 a e  7 b).
 



      Sullo sfondo riluce alquanto l’oro. La presenza ridondante di vegetali,  proprio inutile, ha esclusiva funzione decorativa e si rivela oppressiva nei riguardi delle figure. Al VI secolo risale il coperchio del reliquiario (fig. 8) conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Il quarto riquadro, a sinistra in basso, presenta la Sacra Famiglia in un momento di riposo. Il piccolo Gesù è fasciato con bende scure ed ha dappresso il bue e l’asino. Maria è distesa sopra un giaciglio ed ha la mano tesa ad indicare il Figlio dormiente; mentre Giuseppe, preoccupato, osserva la sua Donna.

fig.8

     Nonostante siano opere d’arte di importazione, Roma serba nelle chiese e nei musei  numerose icone bizantine forse giunte qui da noi al tempo della persecuzione iconoclasta (726 / 842). La Divina Madre col Bambino la si trova a  S. Maria Maggiore, a S. Maria Antiqua, al Pantheon, a S. Maria in Tempulo, a S. Maria in via Lata, a S. Maria in Aracoeli, a S. Clemente, a Santa Maria del Popolo, a S. Maria in Minerva. Pare che tutte le chiese votate alla Vergine ne abbiano una!
   Diversa dal solito si presenta l’immagine sacra su tavola (mt. 1,65 X 1,10) venerata in S. Maria in Trastevere. La dicono Madonna della Clemenza e della Pace (fig. 9) e pare sia un’icona acheropita. La sua singolarità è dovuta al fatto che  in questa rappresentazione coesistono “la dimensione artistica di Bisanzio ed un’elaborazione di matrice romana” (M. Andaloro). L’abito della Vergine ricorda la veste di Teodora, imperatrice che ricorre più volte nei mosaici di Ravenna; mentre i volti  richiamano i caratteri somatici delle figure classiche greco-romane. Maria in trono regge sulle ginocchia il piccolo Gesù. Alle sue spalle ci sono due angeli, uno dei quali ha un volto dolcissimo. Ai piedi della Divina Madre è genuflesso un pontefice.  Fanno risalire quest’icona all’VIII secolo.


fig. 9

   Nel Museo Cristiano di Cividale, anni addietro, ebbi modo di ammirare l’altare di Ratchis (fig. 10 a), detto così dal nome del Duca che intorno alla prima metà dell’VIII secolo amministrava il Friuli. Su una delle  quattro lastre (fig. 10 b) che formano questo capolavoro d’arte longobarda, lato corto, v’è rappresentata la Visita dei Magi.  Maria, aureolata ed in trono, accoglie unitamente al divin Figlio i Magi. La fronte della Madre di Dio è contrassegnata da una croce. Gesù, retto sulle ginocchia, indossa straordinariamente una sorta di pantaloni. Un angelo, in posizione orizzontale, fa da guida ai Magi  vestiti alla maniera orientale: turbante in testa, chitone stretto in vita da un cingolo, brache e calzari. Sulle spalle (più che un mantello) indossano una stola, segno-simbolo di sapere scientifico e teologico. Nel cielo si fanno notare  tre stelle a fiori. Le figure proposte sono a rilievo ma l’assenza di una stria, la mancanza di  tracce anche minime d’un piano di calpestìo fanno sembrare creature eteree sia  i tre Magi che la donna alle spalle di Maria.














     Però, pur se tra alti e bassi, fu soprattutto la produzione  bizantina a predominare nel mondo dell’arte per circa dieci secoli. In Italia, come già detto,  sono conservate ancora oggi molte preziose icone ed altri piccoli oggetti d’arte, mentre restano poche tracce di pitture ad affresco risalenti ai primi secoli di byzantination. Sono consistenti invece le testimonianze lasciate da monaci e cenobiti orientali nelle chiese rupestri di Puglia e Lucania verso la fine del primo Millennio. Ma, più che la “Natività”, queste immagini ancora ben leggibili all’interno delle grotte ritraggono il Cristo Pantocratore e particolari Santi, figure esemplari della Chiesa Orientale.
   Il mosaico soprattutto, fino al XIII-XIV secolo, rimase il più importante mezzo espressivo del sentimento religioso bizantino manifestato soprattutto sui catini delle chiese e tanto perché per molto tempo si continuò a far ricorso a maestranze levantine per illustrare gli ampi spazi dei consacrati. Stupenda e fortemente simbolica è la “Natività” all’interno della Cappella Palatina di Palermo (fig. 11), sorta poco dopo il 1130 quale oratorio privato del re normanno  Ruggero II. La  si ammira al culmine della navata destra, sopra il busto di S. Paolo.  Il Bambinello, in fasce, è posto in una mangiatoia al di fuori della grotta, simbolo del grembo materno. Così l’insieme centrale vale quale rappresentazione della venuta alla luce del divin Figlio. Una pertica che sale al cielo dall’improvvisata culla  ci lascia facilmente intendere che il Cristo è l’anello di congiunzione tra il cielo e la terra, Colui che col suo sacrificio riscatterà il genere umano.

fig. 11

    A sinistra, affrontano un percorso in salita i tre Magi che, pur se sapienti, calcano strade impervie e tortuose per arrivare a conoscere Iddio fattosi uomo. Invece i popolani giungono per più brevi vie a Gesù, Verità rivelata, offrendo semplici doni. Maria, premurosamente, ha cura del Bambino; San Giuseppe, a sinistra nell’angolo in basso, medita circa l’immediato da farsi. Gli Angeli, intenti a svolgere il loro compito di messaggeri divini, si perdono tra i colli.

fig. 12

      Sempre la cultura orientale è la fonte ispiratrice della cosiddetta “Porta dei Fiori” (fig. 12),sul lato nord della basilica di S. Marco a Venezia. Sull’epistilio due archi (uno dei quali  di chiaro gusto arabo-moresco) avvolgono ed ornano il rilievo ispirato alla Natività. Lo dicono realizzato nel XIII secolo, nel corso di uno dei tanti rifacimenti a cui fu sottoposta nel tempo questa parete esterna della Chiesa.
La cesta che fa da cuna non riesce a contenere il Pargolo: la sua testa oltrepassa il bordo. Mentre Maria riposa, Giuseppe rimira il cielo quasi per appurare quale sia la volontà del Signore da tenere in conto. Al culmine della scena v’è rappresentato il Sole  che appare collegata al Bambinello attraverso un asse (di legno?) sorretto da due Angeli. E’ quwsto ancora un chiaro segno che Gesù è l’anello di congiunzione tra il Cielo e la Terra. Nella cornice ad arco inflesso che racchiude il rilievo vi sono rappresentati Angeli e Profeti.
Vuole la tradizione che sia stato S. Francesco a realizzare nel 1223 a Greggio il primo presepio vivente. Tale avvenimento fu immortalato da Giotto nella Basilica Superiore di Assisi. Si può pensare che l’umile frate abbia tanto voluto per ottenere la partecipazione massiva degli abitanti di Greggio e dei centri urbani viciniori alla rituale funzione religiosa messa in atto per far rivivere la nascita di Gesù.  Ai tempi d’oggi, sempre più in molti paesi d’Italia si organizzano a Natale scene viventi  impiegando gli abitanti del luogo (figg. 13 a e 13 b).

 


  





Ad Arnolfo di Cambio invece si deve  il presepe popolato da vere e proprie piccole sculture (fig. 14).


   Fu Niccolò IV a commissionargli nel 1288 quest’opera per la basilica di “S. Maria Maggiore”. S: Giuseppe ed i Magi ammirano attoniti il Bambinello. Tutti i figuranti, secondo l’usanza degli artisti del tempo, risultano finemente lavorati solamente nella parte anteriore, cioè sono perfettamente rifinite soltanto nella parte raggiungibile dall’occhio del pubblico. La parte retrostante delle statuine  è vagamene abbozzata. La rappresentazione della Madre di Dio  col Pargolo non è quella originale: risale al XVI secolo.
 Pietro Cavallini (Roma 1240 ? – 1330 ?), oggi, rappresenta per molti critici l’innovazione della tradizione pittorica intrisa di levantino per sei secoli e più. Contemporaneo di Cimabue e precursore di Giotto, quest’artista si fece apprezzare come pittore e mosaicista sia per il realismo delle forme perfettamente proposte che per la tecnica coloristica.
Operò soprattutto a Roma, nel Regno di Napoli, in Umbria. Due dei sei mosaici risalenti del 1291 mirabili sotto il catino absidale della chiesa di S. Maria di Trastevere a Roma, rappresentano la “Nascita di Gesù” e l’ “Adorazione dei Magi”. L’intero ciclo, ispirato al culto mariano, fa denotare appieno una nuova sensibilità artistica  che chiude alle regole espressive bizantine per aprire allo stile gotico ed all’arte di Cimabue.
   Il Vasari, invece, sostiene che il Cavallini sia stato influenzato dalla produzione artistica  giottesca ignorando che il maestro romano era di maggiore età rispetto al pittore del Mugello (circa 30 anni).  Così è possibile piuttosto il contrario anche perché alcuni critici sostengono che Giotto e Cimabue vennero a Roma qualche anno prima del ‘300 insieme ad Arnolfo di Cambio e certamente incontrarono  il Cavallini.  Ma è preferibile non proporre confronti, né azzardare  attribuzioni  anche perché la mia nota intendeva porre all’ammirazione dei miei pochi lettori opere d’arte serbate  in chiese e musei d’Italia, veri capolavori non sempre valarizzati nella giusta misura. forse non nel migliore dei modi.


BIBLIOGRAFIA MINIMA

AA.VV.,  STORIA DELL’ARTE, Novara 1976.
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TAZARTES M., GIOTTO, Milano 2004
TESTINI P., ARCHEOLOGIA CRISTIANA, Bari 1980.
VASARI G., Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, r., Milano 1973.
VELMANS T., L’Arte Bizantina, Foligno 2017.

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sabato 18 dicembre 2021

La Trinità in noi, di fr. Jean-Gabriel Pophillat, O.P.

 

LA TRINITA' IN NOI

di fr. Jean-Gabriel Pophillat, O.P.




Chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui. (1 Gv 16)

Al momento del nostro battesimo, le tre Persone Divine della Santissima Trinità hanno preso come dimora la nostra anima, e noi siamo diventati templi viventi del Dio Vivente: Non sapete che siete il tempio di Dio? (1 Cor 3,16).

Grazie a questa inabitazione divina, godiamo di una immensa intimità con Dio, più intensa di quella con il proprio migliore amico (Leone XIII, Divinum Illud Munus, 9). Come possiamo spiegare questa verità, che sta al fondamento della nostra vita cristiana?

Innanzitutto, dobbiamo notare che Dio è presente in ogni creatura: Lo Spirito del Signore riempie l’universo (Sap 1,7). S. Tommaso d’Aquino ci spiega che Dio è presente in ogni creatura in tre modi: per potenza, perché ogni creatura è sottomesso al suo potere; per presenza, perché ogni cosa è scoperto ai suoi occhi; e per l’essenza, perché Dio è la causa del loro essere (S. Th. I, q. 8, a. 3). Quest’ultima — la presenza per essenza — è degna di nota. Dio è l’Essere stesso per essenza, e comunica l’essere a tutte le creature, creandole e conservandole in esistenza. Dando loro l’esistenza, Dio dona alle creature una partecipazione a ciò che lui è per l’essenza. Siccome non c’è niente di più intimo e profondo in ogni creatura che la loro stessa esistenza, possiamo dire che Dio è veramente presente in ogni creatura in modo intimo1.

Però, questa intimità di Dio con ogni creatura non è sufficiente per spiegare la presenza di Dio nei battezzati. Abbiamo visto sopra che Dio è in ogni creatura per la sua potenza: comunicando a loro l’essere, e muovendole nelle loro attività. In ogni atto di ogni creatura, la creatura è sostenuta dalla potenza di Dio.

I battezzati, però, avendo ricevuto la grazia santificante, sono capaci delle operazioni o delle attività propriamente teologali, divinizzati: queste attività superano la capacità naturale dell’uomo, e raggiungono Dio stesso (In I Sent., dist. 37, expositio textus). Per esercitare queste attività, l’uomo ha bisogno di essere sostenuto dalla potenza di Dio in modo tutto speciale: per questo, possiamo dire che Dio abita specialmente nelle anime dei santi, e che le loro anime sono riempite dalla presenza di Dio (De rationibus fidei, c. 6). Quali sono queste attività teologali? Si tratta delle due attività con cui la nostra intelligenza e la nostra volontà sono divinizzate:la conoscenza teologale della fede, e l’amore teologale della carità. Dio esercita la sua potenza dandoci le virtù teologali della fede e della carità, e muovendoci a compiere gli atti di queste virtù2.

Dio non è presente nell’anima di ogni cristiano soltanto per quanto le sue attività viene sostenuta da Lui: attraverso la fede e la carità, Dio è presente nei battezzati come il conosciuto è in chi conosce, e l’amato in chi ama (S. Th. I, q. 43, a. 3).

Cerchiamo di capire questo. Ogni volta che conosco qualcosa, questo oggetto diventa in qualche modo presente nella mia intelligenza. Se conosco un elefante, questo elefante è presente in me: evidentemente, non parliamo di una presenza fisica, ma di ciò che viene chiamato una presenza intenzionale, un verbo che rende presente una realtà in noi come intelligibile3.

Allo stesso modo, l’amore produce una certa presenza dell’amato nella volontà di chi ama. Se Romeo si innamora di Giulietta, Giulietta è in qualche modo presente in Romeo, come una certa inclinazione verso di lei, una forza vitale che spinge l’amante verso l’amata4: l’amore per Giulietta produce in Romeo una certa impressione dell’amore (cfr. S. Th. I, q. 37, a. 1).

Grazie alla fede e alla carità, allora, l’uomo conosce e ama Dio, e Dio è presente nell’uomo. Non si tratta una conoscenza e amore soltanto naturale di Dio — sempre possibile e di altissimo valore — ma di una conoscenza e amore soprannaturale, divinizzata dalla grazia. Naturalmente, l’uomo può conoscere Dio in quanto è Causa Prima di ogni cosa. Però, questa conoscenza non raggiunge la realtà stessa Dio: questo avviene soltanto con la conoscenza teologale della fede. La fede e la carità ci fa raggiungere Dio in se stesso5.

Questa inabitazione di Dio nell’anima dei battezzati, trova la sua struttura nella vita intima della Santissima Trinità stessa.

Lo Spirito Santo, primo Dono dell’Altissimo6, ci dona la grazia al momento del battesimo. Questa grazia ci dà la fede, che perfeziona il nostro intelletto, facendoci conoscere Dio, la Verità Prima. Questa perfezione dell’intelligenza è attribuita al Figlio, in quanto Verbo proferito dal Padre, in cui è espressa tutta la Sapienza Divina.

Questa conoscenza che perfeziona la nostra intelligenza, non è una conoscenza asciutta, fredda. fr. Jean-Gabriel Pophillat, O.P.No, è una conoscenza che prorompe nell’amore: l’amore della carità, che ci fa amici di Dio (cfr. S. Th. I, q. 43, a. 5, ad 2). Questo amore è attribuita allo Spirito Santo, che è Amore Increato ed Eterno, l’amore del Padre e del Figlio.

Fin dall’eternità, il Verbo è generato dal Padre. Similmente, nel tempo, il Padre manda il Figlio che abita nella nostra anima: il Padre ha mandato me… (Gv 20,21). Abitando nella nostra anima, il Figlio ci manifesta il Padre comunicandoci la sua dottrina, e ci conduce al Padre.

Fin dall’eternità, lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. Ora, lo Spirito Santo è inviato dal Padre e dal Figlio nei nostri cuori: lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome (Gv 14,17). Abitando nella nostra anima come amore, ci conduce al Figlio, facendoci conoscere più intimamente il Figlio e la sua dottrina. Pensiamo al modo in cui una persona può essere conosciuta da uno straniero, e il modo in cui viene conosciuto da un amico. La differenza è grande! Lo Spirito Santo, allora, accende nei nostri cuori l’amore di Dio, e ce lo fa conoscere non come uno straniero, ma come un amico amato.

Così, la presenza del Figlio e dello Spirito Santo nell’intimità delle nostre anime è come una continuazione delle processioni eterne nell’intimità della Trinità: il Figlio come Verbo, lo Spirito Santo come Amore7. Similmente, la conoscenza e l’amore di Dio ci rende simili a Dio, sua immagine, proprio perché la Santissima Trinità è una comunione intima di conoscenza e di amore8.

La presenza di Dio in noi, quindi, è una presenza dinamica: amore e conoscenza si nutrono a vicenda, crescano insieme, e ci spingono verso una unione sempre più profonda con Dio. Il Figlio perfeziona il nostro intelletto con la conoscenza teologale: una conoscenza che prorompe nell’amore dello Spirito Santo; amore che ci conduce al Figlio, verso una sempre più profonda conoscenza dei misteri divini, conoscenza che prorompe sempre in un amore più intenso; tutto in un cammino verso Dio Padre. Crescendo sempre in fede e carità, tutto troverà il suo compimento in cielo, quando contempleremo Dio così come Egli è: la conoscenza della fede darà luogo alla piena visione amorevole della Santissima Trinità.

Noi tutti abbiamo ricevuto i doni della fede e della carità al nostro battesimo, e con questi, Dio si è dato veramente a noi. Non dobbiamo allora onorare questo ospite divino, vivendo sempre più intimamente in comunione con Lui? La via verso l’unione non è nient’altro che quella della fede e la carità ancora una volta: una via aperta a tutti. Quando cresciamo nella vita della grazia e compiamo atti più grandi delle virtù teologali, la vita divina diventa sempre più intensa in noi9.

Cerchiamo, allora, di crescere sempre nella nostra unione con il nostro ospite divino, vivendo sempre nella sua dolce presenza:

O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine, Solitudine Infinita, Immensità in cui mi perdo, mi consegno a voi come una preda. Seppellitevi in me, perché mi seppellisca in voi, in attesa di venire a contemplare nella vostra luce l’abisso delle vostre grandezze. Amen. (Santa Elisabetta della Trinità)


fr. Jean-Gabriel Pophillat, O.P.
Convento S. Maria sopra Minerva, Roma


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1 Gilles Emery, Présence de Dieu et union à Dieu, Paris (Parole et Silence), 2017. 64. cfr. S. Th. I, q. 8, a. 1.
2 ibid. 71.
3 cfr. Guy Mansini, “Development of the Development of Doctrine”, in Angelicum, 93 (2016). 807.
4 Jean-Pierre Torrell, Tommaso d’Aquino: Maestro Spirituale, Roma (Città Nuova), 1998. 108.
5 Gilles Emery, La Théologie Trinitaire de Saint Thomas d’Aquin, Paris (Editions du Cerf), 2004. 451.
6 cfr. L’inno Veni Creator Spiritus
7 Bernard Blankenhorn, The Mystery of Union with God: Dionysian Mysticism in Albert the Great and Thomas Aquinas, Washington D.C. (Catholic University of America Press), 2015. 251.
8 cfr. Torrell, Tommaso d’Aquino. 109.
9 Emery, La Théologie Trinitaire. 455-456.

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Fonte: https://www.dominicanes.it/predicazione/meditazioni/1652-la-trinita-in-noi.html


ADMIRABILE SIGNUM di Papa Francesco, Lettera Apostolica sul significato e il valore del presepe


ADMIRABILE SIGNUM

di Papa Francesco

Lettera Apostolica sul significato e il valore del presepe.




1. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui.

Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze... È davvero un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza. Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata.

2. L’origine del presepe trova riscontro anzitutto in alcuni dettagli evangelici della nascita di Gesù a Betlemme. L’Evangelista Luca dice semplicemente che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (2,7). Gesù viene deposto in una mangiatoia, che in latino si dice praesepium, da cui presepe.

Entrando in questo mondo, il Figlio di Dio trova posto dove gli animali vanno a mangiare. Il fieno diventa il primo giaciglio per Colui che si rivelerà come «il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41). Una simbologia che già Sant’Agostino, insieme ad altri Padri, aveva colto quando scriveva: «Adagiato in una mangiatoia, divenne nostro cibo» (Serm. 189,4). In realtà, il presepe contiene diversi misteri della vita di Gesù e li fa sentire vicini alla nostra vita quotidiana.

Ma veniamo subito all’origine del presepe come noi lo intendiamo. Ci rechiamo con la mente a Greccio, nella Valle Reatina, dove San Francesco si fermò venendo probabilmente da Roma, dove il 29 novembre 1223 aveva ricevuto dal Papa Onorio III la conferma della sua Regola. Dopo il suo viaggio in Terra Santa, quelle grotte gli ricordavano in modo particolare il paesaggio di Betlemme. Ed è possibile che il Poverello fosse rimasto colpito, a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dai mosaici con la rappresentazione della nascita di Gesù, proprio accanto al luogo dove si conservavano, secondo un’antica tradizione, le tavole della mangiatoia.

Le Fonti Francescane raccontano nei particolari cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».[1] Appena l’ebbe ascoltato, il fedele amico andò subito ad approntare sul luogo designato tutto il necessario, secondo il desiderio del Santo. Il 25 dicembre giunsero a Greccio molti frati da varie parti e arrivarono anche uomini e donne dai casolari della zona, portando fiori e fiaccole per illuminare quella santa notte. Arrivato Francesco, trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale. Poi il sacerdote, sulla mangiatoia, celebrò solennemente l’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. In quella circostanza, a Greccio, non c’erano statuine: il presepe fu realizzato e vissuto da quanti erano presenti.[2]

È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero.

Il primo biografo di San Francesco, Tommaso da Celano, ricorda che quella notte, alla scena semplice e toccante s’aggiunse anche il dono di una visione meravigliosa: uno dei presenti vide giacere nella mangiatoia Gesù Bambino stesso. Da quel presepe del Natale 1223, «ciascuno se ne tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia».[3]

3. San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il suo insegnamento è penetrato nel cuore dei cristiani e permane fino ai nostri giorni come una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità. D’altronde, il luogo stesso dove si realizzò il primo presepe esprime e suscita questi sentimenti. Greccio diventa un rifugio per l’anima che si nasconde sulla roccia per lasciarsi avvolgere nel silenzio.

Perché il presepe suscita tanto stupore e ci commuove? Anzitutto perché manifesta la tenerezza di Dio. Lui, il Creatore dell’universo, si abbassa alla nostra piccolezza. Il dono della vita, già misterioso ogni volta per noi, ci affascina ancora di più vedendo che Colui che è nato da Maria è la fonte e il sostegno di ogni vita. In Gesù, il Padre ci ha dato un fratello che viene a cercarci quando siamo disorientati e perdiamo la direzione; un amico fedele che ci sta sempre vicino; ci ha dato il suo Figlio che ci perdona e ci risolleva dal peccato.

Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali.

In modo particolare, fin dall’origine francescana il presepe è un invito a “sentire”, a “toccare” la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. E così, implicitamente, è un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce. È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi (cfr Mt 25,31-46).

4. Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr Lc 1,79).

Una parola meritano anche i paesaggi che fanno parte del presepe e che spesso rappresentano le rovine di case e palazzi antichi, che in alcuni casi sostituiscono la grotta di Betlemme e diventano l’abitazione della Santa Famiglia. Queste rovine sembra che si ispirino alla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze (secolo XIII), dove si legge di una credenza pagana secondo cui il tempio della Pace a Roma sarebbe crollato quando una Vergine avesse partorito. Quelle rovine sono soprattutto il segno visibile dell’umanità decaduta, di tutto ciò che va in rovina, che è corrotto e intristito. Questo scenario dice che Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio, ed è venuto a guarire e ricostruire, a riportare la nostra vita e il mondo al loro splendore originario.

5. Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! In questo modo ricordiamo, come avevano preannunciato i profeti, che tutto il creato partecipa alla festa della venuta del Messia. Gli angeli e la stella cometa sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore.

«Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15): così dicono i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. È un insegnamento molto bello che ci proviene nella semplicità della descrizione. A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata. Sono i più umili e i più poveri che sanno accogliere l’avvenimento dell’Incarnazione. A Dio che ci viene incontro nel Bambino Gesù, i pastori rispondono mettendosi in cammino verso di Lui, per un incontro di amore e di grato stupore. È proprio questo incontro tra Dio e i suoi figli, grazie a Gesù, a dar vita alla nostra religione, a costituire la sua singolare bellezza, che traspare in modo particolare nel presepe.

6. Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. Anzitutto, quelle di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore. Anche loro stanno vicine a Gesù Bambino a pieno titolo, senza che nessuno possa sfrattarle o allontanarle da una culla talmente improvvisata che i poveri attorno ad essa non stonano affatto. I poveri, anzi, sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi.

I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato.

Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano…: tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina.

7. Poco alla volta il presepe ci conduce alla grotta, dove troviamo le statuine di Maria e di Giuseppe. Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo. La sua statuetta fa pensare al grande mistero che ha coinvolto questa ragazza quando Dio ha bussato alla porta del suo cuore immacolato. All’annuncio dell’angelo che le chiedeva di diventare la madre di Dio, Maria rispose con obbedienza piena e totale. Le sue parole: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), sono per tutti noi la testimonianza di come abbandonarsi nella fede alla volontà di Dio. Con quel “sì” Maria diventava madre del Figlio di Dio senza perdere, anzi consacrando grazie a Lui la sua verginità. Vediamo in lei la Madre di Dio che non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica (cfr Gv 2,5).

Accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. San Giuseppe svolge un ruolo molto importante nella vita di Gesù e di Maria. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia. Quando Dio lo avvertirà della minaccia di Erode, non esiterà a mettersi in viaggio ed emigrare in Egitto (cfr Mt 2,13-15). E una volta passato il pericolo, riporterà la famiglia a Nazareth, dove sarà il primo educatore di Gesù fanciullo e adolescente. Giuseppe portava nel cuore il grande mistero che avvolgeva Gesù e Maria sua sposa, e da uomo giusto si è sempre affidato alla volontà di Dio e l’ha messa in pratica.

8. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in questa condizione ha voluto rivelare la grandezza del suo amore, che si manifesta in un sorriso e nel tendere le sue mani verso chiunque.

La nascita di un bambino suscita gioia e stupore, perché pone dinanzi al grande mistero della vita. Vedendo brillare gli occhi dei giovani sposi davanti al loro figlio appena nato, comprendiamo i sentimenti di Maria e Giuseppe che guardando il bambino Gesù percepivano la presenza di Dio nella loro vita.

«La vita infatti si manifestò» (1 Gv 1,2): così l’apostolo Giovanni riassume il mistero dell’Incarnazione. Il presepe ci fa vedere, ci fa toccare questo evento unico e straordinario che ha cambiato il corso della storia, e a partire dal quale anche si ordina la numerazione degli anni, prima e dopo la nascita di Cristo.

Il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre, Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi. Dunque il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita.

9. Quando si avvicina la festa dell’Epifania, si collocano nel presepe le tre statuine dei Re Magi. Osservando la stella, quei saggi e ricchi signori dell’Oriente si erano messi in cammino verso Betlemme per conoscere Gesù, e offrirgli in dono oro, incenso e mirra. Anche questi regali hanno un significato allegorico: l’oro onora la regalità di Gesù; l’incenso la sua divinità; la mirra la sua santa umanità che conoscerà la morte e la sepoltura.

Guardando questa scena nel presepe siamo chiamati a riflettere sulla responsabilità che ogni cristiano ha di essere evangelizzatore. Ognuno di noi si fa portatore della Bella Notizia presso quanti incontra, testimoniando la gioia di aver incontrato Gesù e il suo amore con concrete azioni di misericordia.

I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo. Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme (cfr Mt 2,1-12). Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande. Non si lasciano scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo. Davanti a Lui comprendono che Dio, come regola con sovrana sapienza il corso degli astri, così guida il corso della storia, abbassando i potenti ed esaltando gli umili. E certamente, tornati nel loro Paese, avranno raccontato questo incontro sorprendente con il Messia, inaugurando il viaggio del Vangelo tra le genti.

10. Davanti al presepe, la mente va volentieri a quando si era bambini e con impazienza si aspettava il tempo per iniziare a costruirlo. Questi ricordi ci inducono a prendere sempre nuovamente coscienza del grande dono che ci è stato fatto trasmettendoci la fede; e al tempo stesso ci fanno sentire il dovere e la gioia di partecipare ai figli e ai nipoti la stessa esperienza. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi.

Cari fratelli e sorelle, il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità. Alla scuola di San Francesco, apriamo il cuore a questa grazia semplice, lasciamo che dallo stupore nasca una preghiera umile: il nostro “grazie” a Dio che ha voluto condividere con noi tutto per non lasciarci mai soli.

Dato a Greccio, nel Santuario del Presepe, 1° dicembre 2019, settimo del pontificato.

FRANCESCO


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[1] Tommaso da Celano, Vita Prima, 84: Fonti francescane (FF), n. 468.
[2] Cf. ibid., 85: FF, n. 469.
[3] Ibid., 86: FF, n. 470.

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Fonte: https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/papa-francesco-lettera-ap_20191201_admirabile-signum.html

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