mercoledì 18 dicembre 2024

LA FAMIGLIA DI GESU', di mons. Giuseppe Mani

LA FAMIGLIA DI GESU'

di mons. Giuseppe Mani




“Chi vede me vede il Padre mio”. Con questa fede entriamo nella capanna di Betlemme a vedere Dio in persona, adorarlo e rimanere stupiti. Siamo abituati a pensare al Paradiso come alla casa di Dio ed è vero: Betlemme è il suo paradiso, il luogo in cui si compiace di abitare e rivelarsi. L’ornamento della casa di Dio è costituito da poche cose, anzi da niente di ciò che abitualmente appartiene ad una normale famiglia che accoglie un bambino.

Apparentemente è così, si chiama povertà, ma, se guardiamo bene, Dio, al momento della sua nascita, si è fatto mancare tutto ciò di cui poteva benissimo fare a meno, ma non una famiglia anzi, una bellissima famiglia. Questo ci dice tutto. L’uomo può fare a meno di tutto, ma non della famiglia. E’ la prima rivelazione che Dio ci ha fatto attraverso Gesù: ogni uomo ha diritto ad una famiglia e il dovere di dare una famiglia a tutti.

Solitamente a Natale siamo colpiti dalla povertà della Grotta in cui nasce Gesù, che la fede e l’amore dei fedeli rendono bella ed accogliente con i pastori vestiti di velluto e damaschi, pastori più dell’Arcadia che della Palestina, un ambiente da presepe napoletano più che da campagna palestinese. Con superficialità si parla della povertà di Gesù a Betlemme, mentre oggi ci sono bambini che nascono in situazioni molto più precarie di Gesù. Penso a quelli che non sono accolti e vengono uccisi con l’aborto prima di vedere la luce, penso a quelli che finiscono nei cassonetti delle immondizie, a quelli che non vengono riconosciuti dai loro genitori naturali: sono tutti molto più poveri di Gesù. La loro condizione non è di povertà, autentica virtù, ma di miseria che Dio non vuole e che la Chiesa combatte con il suo magistero sociale.

Dopo Betlemme il vangelo ci presenta la Famiglia di Gesù a Nazaret, dove il Bambino cresceva in sapienza, età e grazia. Non era una famiglia di barboni, ma di normali artigiani, tanto che Gesù è riconosciuto come il figlio del falegname e Lui stesso impara il mestiere del padre. Una famiglia che lavora e vive del suo lavoro, una famiglia che prega e fa le sue pratiche religiose ebraiche, compresi i pellegrinaggi a Gerusalemme. E’ il prototipo della normale famiglia. Questa normalità, questa naturalezza in cui vive il Figlio di Dio per trenta anni, ci stupisce: possibile che Dio sia venuto in terra per fare il falegname per trent’anni? Anche questi trent’anni di normalità sono la forma di evangelizzazione della vita: lo stile Nazaret è l’unico stile possibile del vivere tra gli uomini. Tutto ciò che è umano deve essere improntato alla semplicità, alla sobrietà e allo stile familiare; esattamente il contrario dello stile burocratico, complicato e solenne. La famiglia di Nazareth è il prototipo della vita umana. L’umanità fatta di Figli di Dio e quindi di fratelli non può essere perfetta che realizzandosi come universale famiglia umana.

Lo stile familiare della famiglia di Nazareth non è soltanto prototipo di ogni vivere sociale, ma anche modello di tutte le famiglie, come Cristo è modello di ogni uomo. E’ prototipo soprattutto perché è “La Santa Famiglia”, cioè una famiglia santa e la santità è la perfezione a cui ogni famiglia deve aspirare. Tanti sono i “manuali per la vita familiare”che esaminano la famiglia sotto vari aspetti, ma nonostante tutti gli studi la situazione della famiglia è sempre più precaria fino alla accettazione della sua composizione. Toccare la famiglia è come toccare la persona umana: è toccare Dio, una creatura fatta a sua immagine e somiglianza. E’ una autentica profanazione della creazione che a suo tempo si ribellerà presentando il conto del male fatto. E’ proprio il caso di dire: con la famiglia non si scherza. La proposta che Dio fa ad ogni famiglia non è di essere buona, ma Santa e propone la famiglia di suo Figlio come modello di santità. In che senso? Perché la famiglia di Nazareth è santa? Non perché c’era la Madonna, Immacolata Concezione e San Giuseppe, uomo giusto, ma unicamente perché era presente Gesù che è il Santo. E Gesù è la ragione della santità di ogni famiglia.

Gesù è presente in ogni famiglia, lo ha affermato Lui stesso: “Quando due sono uniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” e lo ha dichiarato con la sua presenza a Cana, dove operò a favore della famiglia il gesto profetico di cambiare l’acqua in vino.

Il Concilio Vaticano II lo dichiara: “Il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa, viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio e rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa, così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro.” (G.S. 48). Ed è proprio attraverso il loro vicendevole amore che camminano insieme verso la perfezione cristiana. Questo amore nuziale è la base della loro vocazione di padre e di madre, da cui scaturisce la fecondità della loro missione di educatori.

Il Vaticano II ha aperto la strada delle canonizzazioni delle famiglie, insieme alla Sacra Famiglia già sono state dichiarate sante anche altre famiglie.

La pastorale familiare è il fondamento della Nuova Evangelizzazione. Ripartire dalla Famiglia era la proposta chiara e sicura di San Giovanni Paolo II e credo sia la strada per vivificare la Chiesa e bonificare la società.



-----------

martedì 17 dicembre 2024

AVVENTO: prepariamo la CULLA nel nostro CUORE, di Marilda Zonarelli

AVVENTO: prepariamo la CULLA nel nostro CUORE

di Marilda Zonarelli




Tutta la nostra vita è un cammino di conversione, ma ci sono momenti in cui, più di altri, siamo chiamati a vivere questa nostra conversione: una di queste occasioni preziose si presenta proprio adesso con il periodo dell’Avvento, dell’attesa, della venuta. È tempo di preparazione alla Solennità del Natale in cui si ricorda la prima venuta di Gesù, ma è anche tempo in cui, attraverso questo ricordo, il cuore degli uomini viene guidato all’attesa della seconda venuta del Signore.

È tempo di speranza. Attendiamo con gioia il giorno di Natale perché è il giorno in cui ci accorgiamo di quanto siamo preziosi: Dio non si è accontentato di parlare all’uomo, ma ha voluto rivelarsi a noi, diventare carne e venire a vivere in mezzo a noi. Non ha scelto di dimorare in qualche luogo lontano dall’umanità, ma con noi e tra di noi, dandoci la possibilità di incontrare questa Persona concreta e contemplarne la gloria. E ha voluto farlo incarnandosi in un Bambino, perché il Signore si serve delle “cose” più piccole per dimostrare la sua grandezza.

In questa nascita troviamo già tutte le indicazioni su come dovremmo prepararci, durante il periodo di Avvento, al momento stesso della nascita di Gesù. Egli, infatti, non è venuto solo per parlarci della conversione: è Lui stesso la conversione e ci aiuta concretamente a capire come realizzarla nella vita quotidiana, attraverso gesti di riconciliazione.

Se è vero che la venuta di Cristo nel mondo è un dono, c’è qualcosa, però, che possiamo fare anche noi: spianare la strada per il suo arrivo nel nostro cuore e fare in modo che la sua efficacia sia “al massimo”.

Gesù Bambino, nel silenzio di una stalla, ci libera dal protagonismo e ci insegna a vivere nell’umiltà. Per prepararci ad accoglierLo dobbiamo cercare intanto di schiacciare la superbia che ci rende rigidi, anche nelle relazioni con gli altri. Lasciamo questa via, che ci porge solo una falsa rassicurazione, abbassando il nostro ego e cercando di essere semplici, perché tante volte tendiamo ad essere complicati e a complicare le cose e le relazioni con i nostri fratelli. Cogliamo l’occasione della preparazione alla nascita di Gesù andando all’essenziale anche dentro di noi, perché altrimenti - offuscati dalla complicanza e dalla superbia - non riusciamo nemmeno a sentire la voce di Dio.

E l’epoca in cui viviamo non si presenta come il momento migliore per riuscire a fare silenzio nel nostro cuore ed ascoltare quello che ci dice il Signore. Il nuovo linguaggio digitale, prezioso ed utile da tanti punti di vista, agisce però sui livelli di pensiero ed influisce sulla capacità di fare silenzio dentro di noi e di socializzare. Il continuo “rumore informatico” ci distrae e può entrare in contraddizione con i pensieri che nascono dalla riflessione, dalla contemplazione. In questo senso gli adulti possono cogliere l’occasione di questo periodo di preparazione al Natale per aiutare ancora di più i giovani ad “uscire”, perché, spesso, molti di loro sono “credenti in privato”, ma si vergognano in pubblico e sono i più distratti da questo sistema veloce.

Facciamo noi per primi il proposito di cercare di limitare alcune necessità che ci stordiscono ed aiutiamo i nostri ragazzi a non farsi distrarre dalla superficialità e dal “rumore del mondo” e a riconoscere le mancanze. Aiutiamoli a non colmare questi vuoti con cose poco sane e a rimanere disponibili per le molteplici possibilità che la vita offre con la pace interiore. Vigiliamo e supportiamo i giovani nel vigilare per cogliere ancora di più in questo periodo le occasioni per amare, per fare attenzione e non sprecare le opportunità che Dio ci dona, opportunità di amore e di preoccupazione verso gli altri.

Al di là di tutta l’evoluzione della realtà e della società, ci sono realtà immutabili, che trovano fondamento in Gesù, che è sempre lo stesso. Gesù che è il centro ed il fine di tutta la storia umana.

E per non essere distratti e non perdere le occasioni, facciamo in modo che l’Avvento sia tempo di preghiera per lasciare che il Signore muova il nostro cuore. Non dobbiamo smettere di essere come siamo, ma dobbiamo far entrare Dio in quello che siamo: l’Amore di Dio è gratuito, Egli ci ama sempre e a prescindere da quello che facciamo, da come ci comportiamo. L’ Amore di Dio non è il frutto delle nostre opere.

Con questa fondamentale certezza nel cuore, possiamo solo predisporci al meglio nella preghiera, perché ci aiuti ancora di più in questo periodo ad essere umili e semplici, a riflettere sul nostro stile di vita, ad essere attenti ai momenti in cui possiamo incontrare Gesù, compiendo atti di carità verso i fratelli, sperimentando tutte le volte in cui poter crescere nella fede, imitando la Vergine Maria con il nostro “sì” al Signore che ci rende suoi strumenti.

L’ Avvento ci offre una preziosa occasione per guardare nel profondo del nostro cuore e vedere se siamo ciò che corrisponde a quello che Dio aveva nel cuore quando ci ha dato la vita; per prendere in mano la nostra storia e cercare di rimetterla in sintonia con Gesù Bambino.

Prepariamoci allora ad accoglierLo ed a farLo nascere davvero nella culla del nostro cuore, trovando così la via per amare come Lui ha amato.


--------------

lunedì 16 dicembre 2024

Perché Dio si è fatto uomo? di padre Raniero Cantalamessa

Perché Dio si è fatto uomo?

di padre Raniero Cantalamessa




Natale del Signore (Messa del giorno)
Isaia 52, 7-10; Ebrei 1, 1-6; Giovanni 1, 1-18

Delle tre Messe di Natale, l’ultima, detta “del giorno”, è riservata a una riflessione più approfondita sul mistero. Un compito di questo genere non poteva essere affidato che a Giovanni, da cui infatti è tratto il Vangelo della Messa. Luca (Messa della notte e dell’aurora) narra la nascita di Cristo da Maria, Giovanni la sua nascita da Dio.
Questa rivelazione è introdotta, nella seconda lettura, dalle parole della Lettera agli Ebrei. La venuta di Cristo nel mondo ha segnato la grande svolta nei rapporti tra Dio e l’uomo. Dio che prima d’ora parlava con gli uomini solo per interposta persona -per mezzo dei profeti-, ora ci parla “di persona”, perché il Figlio non è che “l’irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza”.
Andiamo diritti al vertice del Prologo di Giovanni: “E il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, e poniamoci subito la domanda che deve aiutarci a penetrare nel cuore del mistero del Natale: Perché il Verbo si è fatto carne? Perché Dio si è fatto uomo? Nel Credo c’è una frase che in questo giorno di Natale si recita mettendosi in ginocchio:

“Per noi uomini e per la nostra salvezza, discese dal cielo,
e per opera dello Spirito Santo
si è incarnato nel seno della Vergine Maria
e si è fatto uomo”.

È la risposta fondamentale e perennemente valida alla nostra domanda: “Perché il Verbo si è fatto carne?”. Ma ha bisogno essa stessa di essere compresa a fondo. La domanda infatti rispunta sotto altra forma: E perché si è fatto uomo “per la nostra salvezza”? Solo perché noi avevamo peccato e avevamo bisogno di essere salvati? Non siamo i primi a porci questa domanda. Essa ha appassionato generazioni di credenti e di teologi nei secoli passati ed è bello, ora che siamo entrati da poco nel terzo millennio dell’incarnazione, vedere il cammino da essi percorso e le soluzioni a cui sono giunti. Non sono concetti impossibili da capire, con un po’ di sforzo, anche dal semplice credente e in compenso dischiudono orizzonti nuovi alla fede e alla lode.
Nel Medioevo si fa strada una spiegazione dell’incarnazione che sposta l’accento dall’uomo e dal suo peccato a Dio e alla sua gloria. Ci si cominciò a chiedere: può la venuta di Cristo che è chiamato “il primogenito di tutta la creazione” (Colossesi 1, 15), dipendere totalmente dal peccato dell’uomo, intervenuto in seguito alla creazione? Sant’Anselmo parte dall’idea dell’onore Dio, offeso dal peccato, che deve essere riparato e dal concetto della “giustizia” di Dio che viene “soddisfatta”. Scrive un trattato con il titolo “Perché Dio si è fatto uomo? (Cur Deus homo?), dove dice tra l’altro: “La restaurazione della natura umana non sarebbe potuta avvenire, se l’uomo non avesse pagato a Dio ciò che gli doveva per il peccato. Ma il debito era così grande che, per soddisfarlo, occorreva che quell’uomo fosse Dio. Quindi era necessario che Dio assumesse l’uomo nell’unità della sua persona, per far sì che colui che doveva pagare e non poteva secondo la sua natura, fosse personalmente identico a colui che lo poteva”.
La situazione – gli fa eco un autore orientale – era questa. Secondo giustizia, l’uomo avrebbe dovuto assumersi il debito e riportare la vittoria, ma era servo di quelli che avrebbe dovuto sconfiggere in guerra; Dio, per contro, che poteva vincere, non era debitore di nulla a nessuno. Uno dunque doveva riportare la vittoria su Satana, ma solo l’altro poteva farlo. Ora ecco il prodigio della sapienza divina che si realizza nell’incarnazione: i due -colui che doveva combattere e colui che poteva vincere – si trovano uniti nella stessa persona, Cristo Dio e uomo, e ne scaturisce la salvezza (N. Cabasilas).
Su questa nuova linea, un teologo francescano, Duns Scoto, fa il passo decisivo, sciogliendo l’incarnazione dal suo legame essenziale con il peccato dell’uomo e assegnandole, come motivo primario, la gloria di Dio. Scrive: “In primo luogo, Dio ama se stesso; in secondo luogo si ama attraverso altri diversi da sé con un amore puro; in terzo luogo vuole essere amato da un altro che lo possa amare in modo sommo, parlando, s’intende, dell’amore di qualcuno fuori di lui”. Il motivo dell’incarnazione è dunque che Dio vuole avere, fuori di sé, qualcuno che lo ami in modo sommo e degno di sé. E questi non può essere altri che l’uomo –Dio Gesù Cristo. Cristo si sarebbe incarnato anche se Adamo non avesse peccato, perché egli è il coronamento stesso della creazione, l’opera suprema di Dio.
Il problema del perché Dio si è fatto uomo divenne in breve l’oggetto di una delle più accese dispute della storia della teologia. Da una parte i tomisti sostenevano il motivo della redenzione dal peccato, dall’altra gli scotisti sostenevano il motivo che potremmo chiamare della gloria di Dio. Oggi non ci appassioniamo più a queste dispute antiche. Ma la domanda: “Perché Dio si è fatto uomo?” è troppo vitale perché la si possa passare sotto silenzio. Rimarremmo sempre alla superficie del Natale, senza comprenderne il senso profondo, l’unico capace di riempire davvero il cuore di gratitudine e di gioia.
La riscoperta del vero volto del Dio della Bibbia, in atto nella teologia odierna, insieme con l’abbandono di certi tratti ereditati dal “dio dei filosofi”, ci aiuta a scoprire l’anima di verità racchiu¬sa nell’intuizione dei pensatori medievali, ma anche a completarla e superarla. Nella sua risposta alla domanda: perché Dio si è fatto uomo?, sant’Anselmo parte dal concetto della giustizia di Dio da soddisfa¬re. Ora è certo che qui ci troviamo davanti a un residuo della concezione greca di Dio, nella quale Dio viene sperimentato “come giustizia e come sommo principio di compensazione”. La giustizia è l’essenza di questo Dio al quale, in senso stretto, non è possibile rivolgere la preghiera. Per Aristotele, Dio è essen¬zialmente la condizione ultima e sufficiente per l’esistenza dell’or¬dine cosmico.
Anche la Bibbia conosce il concetto della “giustizia di Dio” e vi insiste spesso. Ma c’è una differenza fondamentale: la giustizia di Dio, specialmente nel Nuovo Testamento e in Paolo, non indica tanto l’atto mediante il quale Dio ristabilisce l’ordi¬ne morale turbato dal peccato, punendo il trasgressore, quanto piut¬tosto l’atto mediante il quale Dio comunica all’uomo la sua giusti¬zia, lo rende giusto. La riparazione o espiazione della colpa non è la condizione per il perdono di Dio, ma la sua conseguenza.
Anche nella soluzione di Scoto il punto debole sta nel fatto che si parte da un’idea più aristotelica che biblica di Dio. Scoto dice che Dio decreta l’incarnazione del Figlio per avere qualcuno, fuori di sé, che lo ami in modo sommo. Ma che Dio “sia amato”, questa è la cosa più importante e, anzi, la sola possibile per Aristotele e la filosofia greca, non per la Bibbia. Per la Bibbia la cosa più impor¬tante è che Dio “ama” e ama per primo (cf. 1 Giovanni 4, 10.19). Finché dunque, in teologia, al posto di “un Dio che ama”, dominava l’idea di “un Dio che è da amare”, non si poteva dare una risposta soddisfacente alla domanda perché Dio si è fatto uomo. La rivelazione del Dio amore sconvolge tutto quello che il mondo aveva finora pensato della divinità.
Queste premesse spianano la strada a una nuova soluzione del proble¬ma del perché dell’incarnazione. Dio ha voluto l’incarnazione del Figlio, non tanto per avere qualcuno fuo¬ri fuori della Trinità che lo amasse in modo degno sé, quanto piuttosto per aver fuori di sé qualcuno da amare in modo degno di sé, cioè senza misura; qualcuno che fosse capace di accogliere la misura del suo amore che è di essere senza misura! Ecco il perché dell’incarna-zione. A Natale, quando viene alla luce a Betlemme Gesù Bambino, Dio Padre ha qualcuno da amare fuori della Tri¬nità in modo sommo e infinito, perché Gesù è uomo e Dio insie¬me. Ma non solo Gesù, anche noi insieme con lui. Noi siamo inclusi in questo amore, essendo diventati membra del corpo di Cristo, “figli nel Figlio”. Ce lo ricorda lo stesso Prologo di Giovanni: “A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”.
Questa risposta al perché dell’incarnazione era scritta a chiare nella Scrittura, dallo stesso evangelista che ha scritto il Prologo, ma ci è voluto tutto questo tempo (e non siamo certamente alla fine) per comprenderla a fondo:

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Giovanni 3, 16).

Sì, Cristo è disceso dal cielo “per la nostra salvezza”, ma quello che l’ha spinto a scendere dal cielo per nostra salvezza, è stato l’amore, nient’altro che l’amore. Dio è amore e tutto quello che fa, lo fa per amore. Natale è la prova suprema della “filantropia” di Dio come la chiama la Scrittura (Tito 3,4), cioè, alla lettera, del suo amore per gli uomini.
Quale deve essere allora la nostra risposta ultima al Natale? “Amore solo con amor si paga”: all’amore non si può rispondere in altro modo che riamando. Nel canto natalizio Adeste fideles
c’è un’espressione profonda: “Come non riamare uno che ci ha amato tanto?” (Sic nos amantem quis non redamaret?). Si possono fare tante cose per solennizzare il Natale, ma certamente la cosa più vera e più profonda ci è suggerita da queste parole. Questo è il Natale a cui lo Spirito Santo desidera condurre i veri credenti. Un pensiero sincero di gratitudine, di commozione e di amore per colui che è venuto ad abitare in mezzo a noi, è certamente il dono più squisito che possiamo dare al Bambino Gesù, l’ornamento più bello intorno al suo presepio. E non è difficile; basta meditare un po’ sul suo amore per noi, sentire quanto ci ha amato. L’amore, ha detto il nostro Dante, “a nullo amato amar perdona”: fa sì che chi si sente amato non possa fare a meno di riamare.
L’amore ha bisogno di tradursi in gesti concreti. Il più semplice e universale (quando è pulito e innocente) è il bacio. Vogliamo dare un bacio a Gesù, come si desidera fare con tutti i bambini appena nati? Non accontentiamoci di darlo solo alla sua statuina di gesso o di porcellana, diamolo a un Gesù bambino in carne ed ossa. Diamolo a un povero, a un sofferente e lo abbiamo dato a lui! Un bacio, in questo senso, è un aiuto concreto, ma anche una parola buona, un incoraggiamento, una visita, un sorriso, o anche, alla lettera, un bacio. Sono le luci più belle che possiamo accendere nel nostro presepio.


----------------
Fonte: https://www.cantalamessa.org/?p=3677  (riflessione di spiritualità di p. Raniero Cantalamessa del 25-12-2018)

domenica 15 dicembre 2024

" PATRIS CORDE " , Lettera Apostolica di Papa Francesco

LETTERA APOSTOLICA

PATRIS CORDE

DEL SANTO PADRE FRANCESCO

IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO DELLA DICHIARAZIONE DI SAN GIUSEPPE
QUALE PATRONO DELLA CHIESA UNIVERSALE

 


Con cuore di padre: così Giuseppe ha amato Gesù, chiamato in tutti e quattro i Vangeli «il figlio di Giuseppe».[1]

I due Evangelisti che hanno posto in rilievo la sua figura, Matteo e Luca, raccontano poco, ma a sufficienza per far capire che tipo di padre egli fosse e la missione affidatagli dalla Provvidenza.

Sappiamo che egli era un umile falegname (cfr Mt 13,55), promesso sposo di Maria (cfr Mt 1,18; Lc 1,27); un «uomo giusto» (Mt 1,19), sempre pronto a eseguire la volontà di Dio manifestata nella sua Legge (cfr Lc 2,22.27.39) e mediante ben quattro sogni (cfr Mt 1,20; 2,13.19.22). Dopo un lungo e faticoso viaggio da Nazaret a Betlemme, vide nascere il Messia in una stalla, perché altrove «non c’era posto per loro» (Lc 2,7). Fu testimone dell’adorazione dei pastori (cfr Lc 2,8-20) e dei Magi (cfr Mt 2,1-12), che rappresentavano rispettivamente il popolo d’Israele e i popoli pagani.

Ebbe il coraggio di assumere la paternità legale di Gesù, a cui impose il nome rivelato dall’Angelo: «Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Come è noto, dare un nome a una persona o a una cosa presso i popoli antichi significava conseguirne l’appartenenza, come fece Adamo nel racconto della Genesi (cfr 2,19-20).

Nel Tempio, quaranta giorni dopo la nascita, insieme alla madre Giuseppe offrì il Bambino al Signore e ascoltò sorpreso la profezia che Simeone fece nei confronti di Gesù e di Maria (cfr Lc 2,22-35). Per difendere Gesù da Erode, soggiornò da straniero in Egitto (cfr Mt 2,13-18). Ritornato in patria, visse nel nascondimento del piccolo e sconosciuto villaggio di Nazaret in Galilea – da dove, si diceva, “non sorge nessun profeta” e “non può mai venire qualcosa di buono” (cfr Gv 7,52; 1,46) –, lontano da Betlemme, sua città natale, e da Gerusalemme, dove sorgeva il Tempio. Quando, proprio durante un pellegrinaggio a Gerusalemme, smarrirono Gesù dodicenne, lui e Maria lo cercarono angosciati e lo ritrovarono nel Tempio mentre discuteva con i dottori della Legge (cfr Lc 2,41-50).

Dopo Maria, Madre di Dio, nessun Santo occupa tanto spazio nel Magistero pontificio quanto Giuseppe, suo sposo. I miei Predecessori hanno approfondito il messaggio racchiuso nei pochi dati tramandati dai Vangeli per evidenziare maggiormente il suo ruolo centrale nella storia della salvezza: il Beato Pio IX lo ha dichiarato «Patrono della Chiesa Cattolica»,[2] il Venerabile Pio XII lo ha presentato quale “Patrono dei lavoratori”[3] e San Giovanni Paolo II come «Custode del Redentore».[4] Il popolo lo invoca come «patrono della buona morte».[5]

Pertanto, al compiersi di 150 anni dalla sua dichiarazione quale Patrono della Chiesa Cattolica fatta dal Beato Pio IX, l’8 dicembre 1870, vorrei – come dice Gesù – che “la bocca esprimesse ciò che nel cuore sovrabbonda” (cfr Mt 12,34), per condividere con voi alcune riflessioni personali su questa straordinaria figura, tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi. Tale desiderio è cresciuto durante questi mesi di pandemia, in cui possiamo sperimentare, in mezzo alla crisi che ci sta colpendo, che «le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. […] Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti».[6] Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine.

1. Padre amato

La grandezza di San Giuseppe consiste nel fatto che egli fu lo sposo di Maria e il padre di Gesù. In quanto tale, «si pose al servizio dell’intero disegno salvifico», come afferma San Giovanni Crisostomo.[7]

San Paolo VI osserva che la sua paternità si è espressa concretamente «nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; nell’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa».[8]

Per questo suo ruolo nella storia della salvezza, San Giuseppe è un padre che è stato sempre amato dal popolo cristiano, come dimostra il fatto che in tutto il mondo gli sono state dedicate numerose chiese; che molti Istituti religiosi, Confraternite e gruppi ecclesiali sono ispirati alla sua spiritualità e ne portano il nome; e che in suo onore si svolgono da secoli varie rappresentazioni sacre. Tanti Santi e Sante furono suoi appassionati devoti, tra i quali Teresa d’Avila, che lo adottò come avvocato e intercessore, raccomandandosi molto a lui e ricevendo tutte le grazie che gli chiedeva; incoraggiata dalla propria esperienza, la Santa persuadeva gli altri ad essergli devoti.[9]

In ogni manuale di preghiere si trova qualche orazione a San Giuseppe. Particolari invocazioni gli vengono rivolte tutti i mercoledì e specialmente durante l’intero mese di marzo, tradizionalmente a lui dedicato.[10]

La fiducia del popolo in San Giuseppe è riassunta nell’espressione “Ite ad Ioseph”, che fa riferimento al tempo di carestia in Egitto quando la gente chiedeva il pane al faraone ed egli rispondeva: «Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà» (Gen 41,55). Si trattava di Giuseppe figlio di Giacobbe, che fu venduto per invidia dai fratelli (cfr Gen 37,11-28) e che – stando alla narrazione biblica – successivamente divenne vice-re dell’Egitto (cfr Gen 41,41-44).

Come discendente di Davide (cfr Mt 1,16.20), dalla cui radice doveva germogliare Gesù secondo la promessa fatta a Davide dal profeta Natan (cfr 2 Sam 7), e come sposo di Maria di Nazaret, San Giuseppe è la cerniera che unisce l’Antico e il Nuovo Testamento.

2. Padre nella tenerezza

Giuseppe vide crescere Gesù giorno dopo giorno «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). Come il Signore fece con Israele, così egli “gli ha insegnato a camminare, tenendolo per mano: era per lui come il padre che solleva un bimbo alla sua guancia, si chinava su di lui per dargli da mangiare” (cfr Os 11,3-4).

Gesù ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe: «Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono» (Sal 103,13).

Giuseppe avrà sentito certamente riecheggiare nella sinagoga, durante la preghiera dei Salmi, che il Dio d’Israele è un Dio di tenerezza,[11] che è buono verso tutti e «la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 145,9).

La storia della salvezza si compie «nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18) attraverso le nostre debolezze. Troppe volte pensiamo che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza. È questo che fa dire a San Paolo: «Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”» (2 Cor 12,7-9).

Se questa è la prospettiva dell’economia della salvezza, dobbiamo imparare ad accogliere la nostra debolezza con profonda tenerezza.[12]

Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità. Solo la tenerezza ci salverà dall’opera dell’Accusatore (cfr Ap 12,10). Per questo è importante incontrare la Misericordia di Dio, specie nel Sacramento della Riconciliazione, facendo un’esperienza di verità e tenerezza. Paradossalmente anche il Maligno può dirci la verità, ma, se lo fa, è per condannarci. Noi sappiamo però che la Verità che viene da Dio non ci condanna, ma ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, ci perdona. La Verità si presenta a noi sempre come il Padre misericordioso della parabola (cfr Lc 15,11-32): ci viene incontro, ci ridona la dignità, ci rimette in piedi, fa festa per noi, con la motivazione che «questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (v. 24).

Anche attraverso l’angustia di Giuseppe passa la volontà di Dio, la sua storia, il suo progetto. Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande.

3. Padre nell’obbedienza

Analogamente a ciò che Dio ha fatto con Maria, quando le ha manifestato il suo piano di salvezza, così anche a Giuseppe ha rivelato i suoi disegni; e lo ha fatto tramite i sogni, che nella Bibbia, come presso tutti i popoli antichi, venivano considerati come uno dei mezzi con i quali Dio manifesta la sua volontà.[13]

Giuseppe è fortemente angustiato davanti all’incomprensibile gravidanza di Maria: non vuole «accusarla pubblicamente»,[14] ma decide di «ripudiarla in segreto» (Mt 1,19). Nel primo sogno l’angelo lo aiuta a risolvere il suo grave dilemma: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti, il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,20-21). La sua risposta fu immediata: «Quando si destò dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo» (Mt 1,24). Con l’obbedienza egli superò il suo dramma e salvò Maria.

Nel secondo sogno l’angelo ordina a Giuseppe: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo» (Mt 2,13). Giuseppe non esitò ad obbedire, senza farsi domande sulle difficoltà cui sarebbe andato incontro: «Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode» (Mt 2,14-15).

In Egitto Giuseppe, con fiducia e pazienza, attese dall’angelo il promesso avviso per ritornare nel suo Paese. Appena il messaggero divino, in un terzo sogno, dopo averlo informato che erano morti quelli che cercavano di uccidere il bambino, gli ordina di alzarsi, di prendere con sé il bambino e sua madre e ritornare nella terra d’Israele (cfr Mt 2,19-20), egli ancora una volta obbedisce senza esitare: «Si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele» (Mt 2,21).

Ma durante il viaggio di ritorno, «quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno – ed è la quarta volta che accade – si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazaret» (Mt 2,22-23).

L’evangelista Luca, da parte sua, riferisce che Giuseppe affrontò il lungo e disagevole viaggio da Nazaret a Betlemme, secondo la legge dell’imperatore Cesare Augusto relativa al censimento, per farsi registrare nella sua città di origine. E proprio in questa circostanza nacque Gesù (cfr 2,1-7), e fu iscritto all’anagrafe dell’Impero, come tutti gli altri bambini.

San Luca, in particolare, si preoccupa di rilevare che i genitori di Gesù osservavano tutte le prescrizioni della Legge: i riti della circoncisione di Gesù, della purificazione di Maria dopo il parto, dell’offerta a Dio del primogenito (cfr 2,21-24).[15]

In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani.

Giuseppe, nel suo ruolo di capo famiglia, insegnò a Gesù ad essere sottomesso ai genitori (cfr Lc 2,51), secondo il comandamento di Dio (cfr Es 20,12).

Nel nascondimento di Nazaret, alla scuola di Giuseppe, Gesù imparò a fare la volontà del Padre. Tale volontà divenne suo cibo quotidiano (cfr Gv 4,34). Anche nel momento più difficile della sua vita, vissuto nel Getsemani, preferì fare la volontà del Padre e non la propria[16] e si fece «obbediente fino alla morte […] di croce» (Fil 2,8). Per questo, l’autore della Lettera agli Ebrei conclude che Gesù «imparò l’obbedienza da ciò che patì» (5,8).

Da tutte queste vicende risulta che Giuseppe «è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente ministro della salvezza».[17]

4. Padre nell’accoglienza

Giuseppe accoglie Maria senza mettere condizioni preventive. Si fida delle parole dell’Angelo. «La nobiltà del suo cuore gli fa subordinare alla carità quanto ha imparato per legge; e oggi, in questo mondo nel quale la violenza psicologica, verbale e fisica sulla donna è evidente, Giuseppe si presenta come figura di uomo rispettoso, delicato che, pur non possedendo tutte le informazioni, si decide per la reputazione, la dignità e la vita di Maria. E nel suo dubbio su come agire nel modo migliore, Dio lo ha aiutato a scegliere illuminando il suo giudizio».[18]

Tante volte, nella nostra vita, accadono avvenimenti di cui non comprendiamo il significato. La nostra prima reazione è spesso di delusione e ribellione. Giuseppe lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia. Se non ci riconciliamo con la nostra storia, non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo, perché rimarremo sempre in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni.

La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie. Solo a partire da questa accoglienza, da questa riconciliazione, si può anche intuire una storia più grande, un significato più profondo. Sembrano riecheggiare le ardenti parole di Giobbe, che all’invito della moglie a ribellarsi per tutto il male che gli accade risponde: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 2,10).

Giuseppe non è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo. L’accoglienza è un modo attraverso cui si manifesta nella nostra vita il dono della fortezza che ci viene dallo Spirito Santo. Solo il Signore può darci la forza di accogliere la vita così com’è, di fare spazio anche a quella parte contradditoria, inaspettata, deludente dell’esistenza.

La venuta di Gesù in mezzo a noi è un dono del Padre, affinché ciascuno si riconcili con la carne della propria storia anche quando non la comprende fino in fondo.

Come Dio ha detto al nostro Santo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere» (Mt 1,20), sembra ripetere anche a noi: “Non abbiate paura!”. Occorre deporre la rabbia e la delusione e fare spazio, senza alcuna rassegnazione mondana ma con fortezza piena di speranza, a ciò che non abbiamo scelto eppure esiste. Accogliere così la vita ci introduce a un significato nascosto. La vita di ciascuno di noi può ripartire miracolosamente, se troviamo il coraggio di viverla secondo ciò che ci indica il Vangelo. E non importa se ormai tutto sembra aver preso una piega sbagliata e se alcune cose ormai sono irreversibili. Dio può far germogliare fiori tra le rocce. Anche se il nostro cuore ci rimprovera qualcosa, Egli «è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (1 Gv 3,20).

Torna ancora una volta il realismo cristiano, che non butta via nulla di ciò che esiste. La realtà, nella sua misteriosa irriducibilità e complessità, è portatrice di un senso dell’esistenza con le sue luci e le sue ombre. È questo che fa dire all’apostolo Paolo: «Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8,28). E Sant’Agostino aggiunge: «anche quello che viene chiamato male (etiam illud quod malum dicitur)».[19] In questa prospettiva totale, la fede dà significato ad ogni evento lieto o triste.

Lungi da noi allora il pensare che credere significhi trovare facili soluzioni consolatorie. La fede che ci ha insegnato Cristo è invece quella che vediamo in San Giuseppe, che non cerca scorciatoie, ma affronta “ad occhi aperti” quello che gli sta capitando, assumendone in prima persona la responsabilità.

L’accoglienza di Giuseppe ci invita ad accogliere gli altri, senza esclusione, così come sono, riservando una predilezione ai deboli, perché Dio sceglie ciò che è debole (cfr 1 Cor 1,27), è «padre degli orfani e difensore delle vedove» (Sal 68,6) e comanda di amare lo straniero.[20] Voglio immaginare che dagli atteggiamenti di Giuseppe Gesù abbia preso lo spunto per la parabola del figlio prodigo e del padre misericordioso (cfr Lc 15,11-32).

5. Padre dal coraggio creativo

Se la prima tappa di ogni vera guarigione interiore è accogliere la propria storia, ossia fare spazio dentro noi stessi anche a ciò che non abbiamo scelto nella nostra vita, serve però aggiungere un’altra caratteristica importante: il coraggio creativo. Esso emerge soprattutto quando si incontrano difficoltà. Infatti, davanti a una difficoltà ci si può fermare e abbandonare il campo, oppure ingegnarsi in qualche modo. Sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere.

Molte volte, leggendo i “Vangeli dell’infanzia”, ci viene da domandarci perché Dio non sia intervenuto in maniera diretta e chiara. Ma Dio interviene per mezzo di eventi e persone. Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio si prende cura degli inizi della storia della redenzione. Egli è il vero “miracolo” con cui Dio salva il Bambino e sua madre. Il Cielo interviene fidandosi del coraggio creativo di quest’uomo, che giungendo a Betlemme e non trovando un alloggio dove Maria possa partorire, sistema una stalla e la riassetta, affinché diventi quanto più possibile un luogo accogliente per il Figlio di Dio che viene nel mondo (cfr Lc 2,6-7). Davanti all’incombente pericolo di Erode, che vuole uccidere il Bambino, ancora una volta in sogno Giuseppe viene allertato per difendere il Bambino, e nel cuore della notte organizza la fuga in Egitto (cfr Mt 2,13-14).

A una lettura superficiale di questi racconti, si ha sempre l’impressione che il mondo sia in balia dei forti e dei potenti, ma la “buona notizia” del Vangelo sta nel far vedere come, nonostante la prepotenza e la violenza dei dominatori terreni, Dio trovi sempre il modo per realizzare il suo piano di salvezza. Anche la nostra vita a volte sembra in balia dei poteri forti, ma il Vangelo ci dice che ciò che conta, Dio riesce sempre a salvarlo, a condizione che usiamo lo stesso coraggio creativo del carpentiere di Nazaret, il quale sa trasformare un problema in un’opportunità anteponendo sempre la fiducia nella Provvidenza.

Se certe volte Dio sembra non aiutarci, ciò non significa che ci abbia abbandonati, ma che si fida di noi, di quello che possiamo progettare, inventare, trovare.

Si tratta dello stesso coraggio creativo dimostrato dagli amici del paralitico che, per presentarlo a Gesù, lo calarono giù dal tetto (cfr Lc 5,17-26). La difficoltà non fermò l’audacia e l’ostinazione di quegli amici. Essi erano convinti che Gesù poteva guarire il malato e «non trovando da qual parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: “Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati”» (vv. 19-20). Gesù riconosce la fede creativa con cui quegli uomini cercano di portargli il loro amico malato.

Il Vangelo non dà informazioni riguardo al tempo in cui Maria e Giuseppe e il Bambino rimasero in Egitto. Certamente però avranno dovuto mangiare, trovare una casa, un lavoro. Non ci vuole molta immaginazione per colmare il silenzio del Vangelo a questo proposito. La santa Famiglia dovette affrontare problemi concreti come tutte le altre famiglie, come molti nostri fratelli migranti che ancora oggi rischiano la vita costretti dalle sventure e dalla fame. In questo senso, credo che San Giuseppe sia davvero uno speciale patrono per tutti coloro che devono lasciare la loro terra a causa delle guerre, dell’odio, della persecuzione e della miseria.

Alla fine di ogni vicenda che vede Giuseppe come protagonista, il Vangelo annota che egli si alza, prende con sé il Bambino e sua madre, e fa ciò che Dio gli ha ordinato (cfr Mt 1,24; 2,14.21). In effetti, Gesù e Maria sua Madre sono il tesoro più prezioso della nostra fede.[21]

Nel piano della salvezza non si può separare il Figlio dalla Madre, da colei che «avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce».[22]

Dobbiamo sempre domandarci se stiamo proteggendo con tutte le nostre forze Gesù e Maria, che misteriosamente sono affidati alla nostra responsabilità, alla nostra cura, alla nostra custodia. Il Figlio dell’Onnipotente viene nel mondo assumendo una condizione di grande debolezza. Si fa bisognoso di Giuseppe per essere difeso, protetto, accudito, cresciuto. Dio si fida di quest’uomo, così come fa Maria, che in Giuseppe trova colui che non solo vuole salvarle la vita, ma che provvederà sempre a lei e al Bambino. In questo senso San Giuseppe non può non essere il Custode della Chiesa, perché la Chiesa è il prolungamento del Corpo di Cristo nella storia, e nello stesso tempo nella maternità della Chiesa è adombrata la maternità di Maria.[23] Giuseppe, continuando a proteggere la Chiesa, continua a proteggere il Bambino e sua madre, e anche noi amando la Chiesa continuiamo ad amare il Bambino e sua madre.

Questo Bambino è Colui che dirà: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Così ogni bisognoso, ogni povero, ogni sofferente, ogni moribondo, ogni forestiero, ogni carcerato, ogni malato sono “il Bambino” che Giuseppe continua a custodire. Ecco perché San Giuseppe è invocato come protettore dei miseri, dei bisognosi, degli esuli, degli afflitti, dei poveri, dei moribondi. Ed ecco perché la Chiesa non può non amare innanzitutto gli ultimi, perché Gesù ha posto in essi una preferenza, una sua personale identificazione. Da Giuseppe dobbiamo imparare la medesima cura e responsabilità: amare il Bambino e sua madre; amare i Sacramenti e la carità; amare la Chiesa e i poveri. Ognuna di queste realtà è sempre il Bambino e sua madre.

6. Padre lavoratore

Un aspetto che caratterizza San Giuseppe e che è stato posto in evidenza sin dai tempi della prima Enciclica sociale, la Rerum novarum di Leone XIII, è il suo rapporto con il lavoro. San Giuseppe era un carpentiere che ha lavorato onestamente per garantire il sostentamento della sua famiglia. Da lui Gesù ha imparato il valore, la dignità e la gioia di ciò che significa mangiare il pane frutto del proprio lavoro.

In questo nostro tempo, nel quale il lavoro sembra essere tornato a rappresentare un’urgente questione sociale e la disoccupazione raggiunge talora livelli impressionanti, anche in quelle nazioni dove per decenni si è vissuto un certo benessere, è necessario, con rinnovata consapevolezza, comprendere il significato del lavoro che dà dignità e di cui il nostro Santo è esemplare patrono.

Il lavoro diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione; il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per quel nucleo originario della società che è la famiglia. Una famiglia dove mancasse il lavoro è maggiormente esposta a difficoltà, tensioni, fratture e perfino alla tentazione disperata e disperante del dissolvimento. Come potremmo parlare della dignità umana senza impegnarci perché tutti e ciascuno abbiano la possibilità di un degno sostentamento?

La persona che lavora, qualunque sia il suo compito, collabora con Dio stesso, diventa un po’ creatore del mondo che ci circonda. La crisi del nostro tempo, che è crisi economica, sociale, culturale e spirituale, può rappresentare per tutti un appello a riscoprire il valore, l’importanza e la necessità del lavoro per dare origine a una nuova “normalità”, in cui nessuno sia escluso. Il lavoro di San Giuseppe ci ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare. La perdita del lavoro che colpisce tanti fratelli e sorelle, e che è aumentata negli ultimi tempi a causa della pandemia di Covid-19, dev’essere un richiamo a rivedere le nostre priorità. Imploriamo San Giuseppe lavoratore perché possiamo trovare strade che ci impegnino a dire: nessun giovane, nessuna persona, nessuna famiglia senza lavoro!

7. Padre nell’ombra

Lo scrittore polacco Jan Dobraczyński, nel suo libro L’ombra del Padre,[24] ha narrato in forma di romanzo la vita di San Giuseppe. Con la suggestiva immagine dell’ombra definisce la figura di Giuseppe, che nei confronti di Gesù èl’ombra sulla terra del Padre Celeste: lo custodisce, lo protegge, non si stacca mai da Lui per seguire i suoi passi. Pensiamo a ciò che Mosè ricorda a Israele: «Nel deserto […] hai visto come il Signore, tuo Dio, ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino» (Dt 1,31). Così Giuseppe ha esercitato la paternità per tutta la sua vita.[25]

Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti.

Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre. Anche la Chiesa di oggi ha bisogno di padri. È sempre attuale l’ammonizione rivolta da San Paolo ai Corinzi: «Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri» (1 Cor 4,15); e ogni sacerdote o vescovo dovrebbe poter aggiungere come l’Apostolo: «Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo» (ibid.). E ai Galati dice: «Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi!» (4,19).

Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. Forse per questo, accanto all’appellativo di padre, a Giuseppe la tradizione ha messo anche quello di “castissimo”. Non è un’indicazione meramente affettiva, ma la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù.

La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé. Non si percepisce mai in quest’uomo frustrazione, ma solo fiducia. Il suo persistente silenzio non contempla lamentele ma sempre gesti concreti di fiducia. Il mondo ha bisogno di padri, rifiuta i padroni, rifiuta cioè chi vuole usare il possesso dell’altro per riempire il proprio vuoto; rifiuta coloro che confondono autorità con autoritarismo, servizio con servilismo, confronto con oppressione, carità con assistenzialismo, forza con distruzione. Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione.

La paternità che rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli spalanca sempre spazi all’inedito. Ogni figlio porta sempre con sé un mistero, un inedito che può essere rivelato solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà. Un padre consapevole di completare la propria azione educativa e di vivere pienamente la paternità solo quando si è reso “inutile”, quando vede che il figlio diventa autonomo e cammina da solo sui sentieri della vita, quando si pone nella situazione di Giuseppe, il quale ha sempre saputo che quel Bambino non era suo, ma era stato semplicemente affidato alle sue cure. In fondo, è ciò che lascia intendere Gesù quando dice: «Non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste» (Mt 23,9).

Tutte le volte che ci troviamo nella condizione di esercitare la paternità, dobbiamo sempre ricordare che non è mai esercizio di possesso, ma “segno” che rinvia a una paternità più alta. In un certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe: ombra dell’unico Padre celeste, che «fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45); e ombra che segue il Figlio.

* * *

«Alzati, prendi con te il bambino e sua madre» (Mt 2,13), dice Dio a San Giuseppe.

Lo scopo di questa Lettera Apostolica è quello di accrescere l’amore verso questo grande Santo, per essere spinti a implorare la sua intercessione e per imitare le sue virtù e il suo slancio.

Infatti, la specifica missione dei Santi è non solo quella di concedere miracoli e grazie, ma di intercedere per noi davanti a Dio, come fecero Abramo[26] e Mosè,[27] come fa Gesù, «unico mediatore» (1 Tm 2,5), che presso Dio Padre è il nostro «avvocato» (1 Gv 2,1), «sempre vivo per intercedere in [nostro] favore» (Eb 7,25; cfr Rm 8,34).

I Santi aiutano tutti i fedeli «a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato».[28] La loro vita è una prova concreta che è possibile vivere il Vangelo.

Gesù ha detto: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29), ed essi a loro volta sono esempi di vita da imitare. San Paolo ha esplicitamente esortato: «Diventate miei imitatori!» (1 Cor 4,16).[29] San Giuseppe lo dice attraverso il suo eloquente silenzio.

Davanti all’esempio di tanti Santi e di tante Sante, Sant’Agostino si chiese: «Ciò che questi e queste hanno potuto fare, tu non lo potrai?». E così approdò alla conversione definitiva esclamando: «Tardi ti ho amato, o Bellezza tanto antica e tanto nuova!».[30]

Non resta che implorare da San Giuseppe la grazia delle grazie: la nostra conversione.

A lui rivolgiamo la nostra preghiera:

Salve, custode del Redentore,
e sposo della Vergine Maria.
A te Dio affidò il suo Figlio;
in te Maria ripose la sua fiducia;
con te Cristo diventò uomo.

O Beato Giuseppe, mostrati padre anche per noi,
e guidaci nel cammino della vita.
Ottienici grazia, misericordia e coraggio,
e difendici da ogni male. Amen.

Roma, presso San Giovanni in Laterano, 8 dicembre, Solennità dell’Immacolata Concezione della B.V. Maria, dell’anno 2020, ottavo del mio pontificato.

Francesco


 

[1] Lc 4,22; Gv 6,42; cfr Mt 13,55; Mc 6,3.

[2] S. Rituum Congreg., Quemadmodum Deus (8 dicembre 1870): ASS 6 (1870-71), 194.

[3] Cfr Discorso alle ACLI in occasione della Solennità di San Giuseppe Artigiano (1 maggio 1955): AAS 47 (1955), 406.

[4] Esort. ap. Redemptoris custos (15 agosto 1989): AAS 82 (1990), 5-34.

[5] Catechismo della Chiesa Cattolica, 1014.

[6] Meditazione in tempo di pandemia (27 marzo 2020): L’Osservatore Romano, 29 marzo 2020, p. 10.

[7] In Matth. Hom, V, 3: PG 57, 58.

[8] Omelia (19 marzo 1966)Insegnamenti di Paolo VI, IV (1966), 110.

[9] Cfr Libro della vita, 6, 6-8.

[10] Tutti i giorni, da più di quarant’anni, dopo le Lodi, recito una preghiera a San Giuseppe tratta da un libro francese di devozioni, dell’ottocento, della Congregazione delle Religiose di Gesù e Maria, che esprime devozione, fiducia e una certa sfida a San Giuseppe: «Glorioso Patriarca  San Giuseppe, il cui potere sa rendere possibili le cose impossibili, vieni in mio aiuto in questi momenti di angoscia e difficoltà. Prendi sotto la tua protezione le situazioni tanto gravi e difficili che ti affido, affinché abbiano una felice soluzione. Mio amato Padre, tutta la mia fiducia è riposta in te. Che non si dica che ti abbia invocato invano, e poiché tu puoi tutto presso Gesù e Maria, mostrami che la tua bontà è grande quanto il tuo potere. Amen».

[11] Cfr Dt 4,31; Sal 69,17; 78,38; 86,5; 111,4; 116,5; Ger 31,20.

[12] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 88288AAS 105 (2013), 1057; 1136-1137.

[13] Cfr Gen 20,3; 28,12; 31,11.24; 40,8; 41,1-32; Nm 12,6; 1 Sam 3,3-10; Dn 2; 4; Gb 33,15.

[14] In questi casi era prevista anche la lapidazione (cfr Dt 22,20-21).

[15] Cfr Lv 12,1-8; Es 13,2.

[16] Cfr Mt 26,39; Mc 14,36; Lc 22,42.

[17] S. Giovanni Paolo II, Esort. ap. Redemptoris custos (15 agosto 1989), 8: AAS 82 (1990), 14.

[18] Omelia nella S. Messa con Beatificazioni, Villavicencio – Colombia (8 settembre 2017): AAS 109 (2017), 1061.

[19] Enchiridion de fide, spe et caritate, 3.11: PL 40, 236.

[20] Cfr Dt 10,19; Es 22,20-22; Lc 10,29-37.

[21] Cfr S. Rituum Congreg., Quemadmodum Deus (8 dicembre 1870): ASS 6 (1870-71), 193; Pii IX, Inclytum Patriarcham (7 luglio 1871): l.c., 324-327.

[22] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 58.

[23] Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 963-970.

[24] Edizione originale: Cień Ojca, Warszawa 1977.

[25] Cfr S. Giovanni Paolo II, Esort. ap. Redemptoris custos, 7-8: AAS 82 (1990), 12-16.

[26] Cfr Gen 18,23-32.

[27] Cfr Es 17,8-13; 32,30-35.

[28] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 42.

[29] Cfr 1 Cor 11,1; Fil 3,17; 1 Ts 1,6.

[30] Confessioni, 8, 11, 27: PL 32, 761; 10, 27, 38: PL 32, 795.


----------

Fonte: www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/papa-francesco-lettera-ap_20201208_patris-corde.html

Post più popolari negli ultimi 30 giorni