lunedì 20 aprile 2020

SEI TESI PER L'ARTE CRISTIANA, di Crispino Valenziano


SEI TESI PER L'ARTE CRISTIANA

di Crispino Valenziano



Indice

  • Introduzione
  • I cristiani hanno fatto arte sin dalle loro origini
  • 1. L'arte liturgica
    • 2.1. Tesi prima
    • 2.2. Tesi seconda
    • 2.3. Tesi terza
  • 3. Verso l'arte cristiana
    • 3.1. Tesi quarta
    • 3.2. Tesi quinta
  • 4. Pregnanza conseguenziale dell'arte cristiana e dell'arte
    • 4.1. Tesi sesta
  • Note al testo

 

Introduzione

La nostra tradizione teologica recente non si è interessata più di tanto al fenomeno della creazione artistica. Eppure nell'esperienza umana essa rappresenta il momento della contemplazione e della fuoriuscita dell'uomo verso l'infinito attraverso la stessa finitezza della sua opera. Inoltre la enorme mole della testimonianza iconografica resa dalla tradizione cristiana alla fede come potrebbe non attrarre l'interesse della riflessione teologica? Infine la liturgia stessa è un'opera d'arte come costruzione incessante di simboli materializzati negli atteggiamenti delle persone, nei loro gesti, nelle parole, negli spazi in cui la comunità si raduna, negli oggetti di cui si serve, nell'atmosfera in cui essa si svolge. Dentro questo grande complesso simbolico poi, da sempre, hanno trovato posto le arti della pittura, della scultura, dell'architettura, della poesia, della danza e della musica. «Vivens homo» si propone di orientare l'attenzione dei teologi verso questo vasto ed affascinante campo di indagine. Ne rendono testimonianza alcuni articoli già pubblicati e l'ultimo numero interamente dedicato allo studio del complesso pittorico che adorna l'intradosso della cupola del Brunelleschi a Firenze. È quindi con interesse che la nostra rivista accoglie questa sorta di manifesto sull'arte cristiana, che Crispino Valenziano sta diffondendo e sul quale sarebbe utile che si aprisse un dibattito che coinvolgesse gli studiosi di estetica, di teologia e di storia dell'arte.
Severino Dianich

I cristiani hanno fatto arte sin dalle loro origini

Con arte essi si sono costantemente rappresentata la verità che professano e la bontà delle cose che vivono. Dall'origine a tutt'oggi in qualsiasi luogo e presso qualsiasi cultura si sono ripresentato in bellezza il messaggio che attingono dalle Scritture con rivelazione di raffinata estetica, in bellezza hanno approfondito e riflesso l'esperienza dei misteri e degli eventi salvifici con cui si è sviluppata la loro storia, in bellezza hanno celebrato Dio nei loro due millenni.
Essi hanno costantemente parlato con ogni espressione d'arte. In tutta la terra dove si sono diffusi hanno elaborato architettura d'ogni forma, scultura e pittura con ogni materia, musica e canto d'ogni ispirazione, opere e prodotti d'ogni stile e tecnica, offerti alle percezioni della sensibilità, ascolto visione e ogni altra percezione sensibile dell'uomo.
Costantemente hanno usato la comunicazione in bellezza. Essi hanno compreso che nella bellezza l'uomo comunica più e meglio, nella bellezza ripone e ritrova integralmente la propria umanità; hanno compreso che il loro Signore si celebra e si predica in bellezza più e meglio di qualsiasi altra comunicazione, e che si mentisce di lui dove di lui e della sua opera non si proclama la bellezza - così come quando non se ne proclama la bontà o la verità, né più né meno. Per la cristianità la via della bellezza è non tanto scelta di comodo quanto aderenza di necessità. Perciò il linguaggio con arte e nella bellezza è costante culturale che i cristiani privilegiano.
Le tesi seguenti procedono a spirale, l'una su l'altra l'una intorno a l'altra, per derivazioni storico-sistematiche dal fenomeno. La fenomenologia di una tale costante culturale provoca a recepire e a rilanciare l'accumulo di pensiero sull'arte che gli stessi cristiani hanno realizzato in due millenni, non meno prezioso dei capolavori con i quali ve l'hanno realizzata. Pertanto esse si propongono quasi un «manifesto» che se è di «tesi» per quanto s'appoggia a chi ad esso qui le espone (documentandole con i nostri scritti su estetica cristiana e arte per la liturgia[1]) è però statutario per quanto riferisce di preziosa tradizione debitamente accreditata (e sufficientemente indicata negli scritti citati).
Derivazioni che saggiano l'arte liturgica risalendo verso l'arte cristiana e concludono alla pregnanza conseguenziale dell'arte cristiana e dell'arte liturgica; tesi che dedichiamo all'Esamerone di Dio, creativo dal caos al Cosmos.

1. L'arte liturgica

2.1. Tesi prima

La trascendenza dell'arte liturgica è sacralità altra dalla trascendenza dell'arte in sé e per sé.
«Arte sacra» è ripetizione acritica di un luogo comune da dismettere senza rimpianti perché doppiamente equivoca nella sua accezione usuale - di equivocità che fuorvia sino a rischiare assaggi venefici di nuova gnosi -. Equivoca perché assume il sacro come una specie e non come un genere dalle molteplici specie ad esempio, «sacro» nella categorizzazione dei cristiani orientali o della Costituzione del Vaticano II sulla Liturgia non è la sacralità della vita o della morte, di un giuramento o di un avvenimento; è, invece, il «sacro/santo», quella specie di sacro che coinvolge direttamente ed esplicitamente l'aura di un interpersonale teandrico, cioè del «santo» in senso proprio. L'usuale «arte sacra» è, dunque, ripetizione equivoca onticamente. Ed equivoca perché non avverte i transfert di senso accaduti nel nostro secolo da quando «il sacro» è stato trasferito nelle attrazioni di analitica delle religioni: sacro nella dizione degli occidentali tra le due grandi guerre e oltre sino a noi, non è la sacralità di Dio che interviene personalmente nella storia cioè del Dio di Abramo d'Isacco di Giacobbe, del Dio di Gesù Cristo; è, ad esempio, il numinoso dalle turbanti caratteristiche, questa sorta di denominatore che accomuna tutti gli atteggiamenti religiosi sopra un preteso minimo comune multiplo. L'usuale «arte sacra» è, dunque, ripetizione equivoca semanticamente.
L'arte in tanto che è arte ha una sua sacralità. Cioè, si situa in una sua trascendenza che la mette a parte dalla strumentalità amorfa facendone un fine a suo modo in sé. È qualità dell'arte non contestata da nessuno. Né il fatto che la sua formatività la rende bene culturale ne intacca cotesta sacralità, poiché l'arte è affermazione perentoria delle trascendenze che «mettono a parte» in un modo o nell'altro e su di cui, anche su di esse, singoli e società impiantano normalmente le loro culture. Ma l'arte liturgica non si identifica qualificandosi per la trascendenza artistica, che pure le compete, bensì per la sua trascendenza di liturgia; la quale è trascendenza di santità. Cioè, l'arte liturgica si mette a parte dalla strumentalità amorfa in forza del suo coinvolgimento diretto ed esplicito nell'aura dell'interpersonale teandrico che è l'economia attuata dalla Santa Trinità nella pienezza dei tempi; è così che essa è formata fine in sé, centro-quasi-personale, appunto, opera d'arte. Né il fatto che la sua peculiare formatività la rende bene culturale ecclesiale ne intacca cotesta situazione identificante, poiché l'arte liturgica è affermazione perentoria del fatto che i cristiani e la Chiesa impiantano di norma la loro cultura-intercultura su trascendenza che «mette a parte» in modo strettamente caratteristico.
Tesi cristologica. Referente è il Verbo Dio che ha circoscritto la sua divinità nell'ambito della sensibilità umana; referente dello statuto d'interpersonalità teandrica nello spazio-tempo mondano e referente dello statuto di trascendenza iconica dell'opera d'arte liturgica. Sono occorsi otto secoli dalle origini affinché i cristiani e la Chiesa, faticosamente, se ne coscientizzassero con puntualità; eppure, per vicende a volte tragiche a volte banali, è coscientizzazione su di cui è tutt'ora il caso d'insistere nel recepirla e nel rilanciarla.

2.2. Tesi seconda

Canone unico dell'arte liturgica è la corrispondenza agiografica nella memoria ecclesiale.
Il concilio ecumenico VII, Niceno II (787), segna la soglia critica dell'approfondimento e della riflessione, delle vicende e delle coscientizzazioni nell'accumulo bimillenario di pensiero e d'opere. Ed è proprio il Niceno II che ha stabilito il canone insospettatamente unico dell'arte liturgica. Le varie rivendicazioni d'autonomia dell'arte e degli artisti, o le malcapitate vessazioni di committenti e consulenti non a sufficienza provveduti farebbero supporre a torto un diluvio di norme e strettoie; la norma è unica e unico ne è il contesto.
A Nicea la norma è stata formulata mediante il versetto 9 del salmo 47: «Come (sicut) avevamo udito, così (sic) abbiamo visto, nella (in) città del nostro Dio»; con la distintiva equazione tra Parola di Dio - «udito» dell'uomo/Icone di Dio - «vista» dell'uomo (ciò si fonda sulla cristologia e ne promana); equazione, tra parlare di Dio - ascoltare dell'uomo/epifania di Dio - contemplazione dell'uomo, artefacta non in un qualche pur geniale artificio immaginativo ma nella «città» che è la Chiesa (e ciò si fonda sulla ecclesiologia e ne promana).
La formulazione unica, poi, è stata contestualizzata, di nuovo, biblicamente: trasportando l'artista liturgico nella situazione dello scrittore ispirato, l'«agiografo»; un artefice che intenda operare per la liturgia non può che artisticamente dipingere scolpire architettare musicare inventare, parlare mostrare celebrare, il messaggio e la salvezza del nostro Dio nella sua città, egli deve attenersi al canone unico non per essere artista e operare da artista ma per essere agiografo e operare liturgicamente, poiché la frequentazione liturgica è ascolto-visione dell'inaudito-invisibile che Dio stesso dice e mostra al popolo suo. E l'artista liturgico opera per fare udire l'invisibile e vedere l'inaudito che Dio stesso dice e mostra al popolo suo.
Così, arte liturgica per eccellenza è Biblia pauperum: non Scrittura tracciata per chi non sa leggere (come superficialmente si suole ripetere) una sorta di catechismo didatticamente illustrato, ma la Scrittura ritracciata celebrativamente (la catechesi è ridondanza seconda dalla sua magnificenza artistica) la Scrittura trascritta nella sua tipologia di Antico Testamento che si chiarifica nel Nuovo, e di Nuova Alleanza che traspare nell'antica, cioè trascrizione biblica davanti a cui tutti si è illetterati e per cui il ministero degli agiografi fu dato e continua ad esser dato al popolo di Dio. L'artista liturgico profetizza omileticamente. Egli specula nella memoria ecclesiale che ascolta il passato e guarda al futuro della storia continua di salvezza.
Tesi ecclesiologica. Referente è la memoria del suo Sposo che la Chiesa coltiva nella santità, nella trascendenza immanente di lui a lei. Fu acquisizione, secondo il modulo acquisitivo anti ereticale del primo millennio cristiano, germinata nell'anti iconoclasmo; ed è germe sempre rifiorente e rifruttificante per mentalità rinnovata e opere inedite.

2.3. Tesi terza

L'arte liturgica è demiurgia sacramentale ed escatologia rivelativa.
L'arte è demiurgia ed è escatologia in sé e per sé; non foss'altro, perché l'arte-fatto in un modo o l'altro riforma sempre e dovunque lo spazio-tempo e i suoi abitatori. Però l'arte liturgica è demiurgia ed escatologia che riformano in modo sacramentale e in modo rivelativo, cioè mediante la simbolizzazione attualizzatrice del rapporto di santità, del rapporto tra la trascendenza del nostro Dio-Trinità e la sua immanenza teandrica in unione sponsale e sino alla ricapitolazione finale nel Cristo totale.
È l'admirabile commercium che ci è stato manifestato, di specchio faccia a specchio: Dio creatore iconizza l'uomo ad immagine e somiglianza di sé Vivente, Dio salvatore iconizza sé ad immagine e somiglianza dell'uomo mortale, Dio santificatore iconizza l'uomo ad immagine e somiglianza del Primogenito Dio Uomo incarnato e risorto per opera dello Spirito Santo Dio Vivificante.
L'arte liturgica è la paradossale enarrazione estetica di questa ineffabilità e di questa apocalisse. Il paradosso di fare l'ineffabile, di dire l'indicibile, non si pone come impresa luciferina se, da agiografo sapiente del mistero e della sua gloria epifanica, l'artista liturgico lavora simbolicamente anche in senso tecnico semiologico. Il simbolo si addice all'artista liturgico; sia perché linguisticamente sintonico con la efficace simbolizzazione sacramentale e rivelativa propria dell'universo liturgico, sia perché anticamente adeguato alla trascrizione del mistero e della sua gloria epifanica come più e meglio al finito non è dato riguardo all'infinito.
Per l'artista liturgico il simbolo non è quindi un optional. Diciamo il «simbolo», cioè la relazione realmente connettiva del significante colore narrativo alla significata luce inenarrabile; non una qualche relazione allegorica che attinge una qualche significanza mediante semplici agganci intellettuali, senza stabilire connessioni linguistiche di antica globalità antropologica e teologica. Le allegorie, di qualsiasi consistenza, quelle sono optional; optional, anzi, che a volte (troppe volte!) non si addice all'artista liturgico, omileta-profeta della luce, e suscita reazioni logiche o inconsulte.
Tesi liturgica. Referente è luce - teologia cristiana della bellezza simbolizzazione sacramentale e rivelativa, matrice e conclusione; l'universo di grammatica e sintassi della vita cristiana nel suo culmine e fonte. Garantirsene la semantica del senso estetico è permanente condizione che determina l'autenticità e la riuscita dell'arte liturgica.

3. Verso l'arte cristiana

3.1. Tesi quarta

La santità dell'arte liturgica è l'emblematica dell'arte cristiana.
L'arte liturgica non è arte ancillarmente cultuale (la sua funzionalità al culto è la prima ridondanza della sua magnificenza propria); è poietica cultuale strutturalmente, elaborata per la liturgia, cioè avendo la liturgia a motivazione causativa formale e materiale, efficiente e finale. È in sé e per sé arte «celebrativa», cioè «frequentativa» nella vita cristiana; arte, quindi, tanto liturgicamente cultuale quanto culturalmente cristiana.
Ma non ogni opera d'arte cristiana è opera d'arte liturgica. L'opera d'arte liturgica è questa specie canonica, la specie direttamente ed esplicitamente elaborata sull'unico suo canone - il sicut/sic/in della corrispondenza stabilita nella divina economia per l'adeguazione dell'interpersonalità teandrica - è specie di quel genere che è l'arte cristiana: dell'arte che si pone con motivazione causativa di cristianità oggettualmente in ogni livello d'oggettualità; e tuttavia non con motivazione causativa di cristianità anche soggettualmente in ogni livello dell'interpersonale. Genere d'arte altro è poi l'arte religiosa, che si pone con motivazioni pure oggettualmente ridotte, o addirittura nulle, di cristianità; genere altro di cui ci occupiamo limitatamente agli eventuali residui cristiani comunque sedimentati o a volte purtroppo anche smentiti in opere, appunto, genericisticamente religiose.
Così, la qualificazione di santità, la qualificazione del «mettere a parte» in forza del suo coinvolgimento diretto ed esplicito nell'aura dell'interpersonale teandrica che è l'economia della Santa Trinità nella pienezza dei tempi, nel Verbo fatto carne e per l'opera dello Spirito, la simbolizzazione sponsale di trascendenza e immanenza dell'arte liturgica, costituisce l'emblematica eminente dell'arte cristiana.
L'una non sta all'altra in gradualità ascensiva, ma l'arte liturgica sta all'arte cristiana in informatività discensiva: ogni opera d'arte cristiana respira della sovraeminente arte liturgica come ogni spiritualità cristiana vive nel flusso radicale della sovraeminente spiritualità liturgica. Lì è allora il medesimo Spirito di santità Santo e Santificatore che influisce sintatticamente o asintatticamente, quando vuole e dove vuole, sulle grammatiche e sulle semantiche d'ogni artista che entri nel circolo della proclamazione e della realizzazione cristiana.
Tesi pneumatologica. Referente è la poietica «spirituale» della stessa vita cristiana, che non si esaurisce nell'azione liturgica anche se ha nella liturgia il suo culmine e fonte. Si tratta di maturazioni innescate da tutte e quattro le Costituzioni del concilio Vaticano II sulla Liturgia sulla Parola di Dio sulla Chiesa e sulla Chiesa nel Mondo; provocate dalla loro interazione che, tra l'altro, denuncia le insufficienze del capitolo VII (e VI) della Sacrosanctum concilium su «L'arte sacra» (e «La musica sacra») Costituzione che precedette la Lumen gentium, la Dei Verbum, la Gaudium et spes, e ne rimase datata.

3.2. Tesi quinta

La naturalità nell'arte cristiana è qualità altra dalla naturalità nell'arte in sé e per sé.
Le non-ricezioni nell'età carolingia e oltre della dottrina conciliare del Niceno II hanno gravato sul pensiero e sulle opere d'arte del mondo cristiano il perire della connivenza sinergica d'Oriente e Occidente. L'Oriente ne ha rischiato l'atrofia della riuscita e l'Occidente il fallimento dell'autenticità - malgrado i capolavori eccelsi e innumerevoli sia orientali sia occidentali -.
L'Oriente però ha raffinato una simbolizzazione teologica, una teologia della luce, che è modello estetico cristiano inarrivato, né rileva soltanto dalla sua cultura e dalla sua peculiare spiritualità ma è modello poietico per la cristianità in assoluto; mentre l'Occidente ha costatato che ogni stile, ogni tecnica e ogni ispirazione d'arte può, dunque deve, proclamare e celebrare in Gesù Cristo per lo Spirito Santo le meraviglie di Dio.
La connivenza sinergica eclissata nel secondo millennio ritorna certamente ad attivarsi nel terzo millennio dell'era cristiana. L'apporto della cultura occidentale nelle sue diverse componenti è domani la sperimentazione antropologica della naturalità. L'Occidente ha sperimentato, di seguito all'umanesimo rinascimentale, sia l'orizzontalismo della naturalità desacralizzatore più o meno parmenideo o kantiano, sia il protezionismo della naturalità sacralizzatore più o meno platonico o cusaniano, sia la progrediente dinamica della naturalità visore più o meno medievale o contemporaneo. Quale che sia la naturalità nell'arte in sé e per sé, essa vi rimane statica relativamente al nostro assunto; ma nell'arte cristiana autentica e riuscita essa può, deve, essere rappresentazione espressione comunicazione di uno status che nello spazio-tempo è mobile della mobilità influitagli dalla Sopranatura graziosa e provvidente: trasfigurazione progressiva della creazione dinamica dall'«in principio» all'eschaton.
Dio iconizza l'uomo ma da parte sua l'uomo iconizza Dio in se stesso e nella propria opera, dalla verità con bontà in bellezza. L'arte cristiana conosce e partecipa il gemito e la sofferenza delle doglie del parto che scuote la natura spettacolare intorno a noi e la nostra propria natura in noi, così come ne conosce e partecipa l'entrata nella libertà della gloria dei figli di Dio. In altri termini, la demiurgia sacramentale e l'escatologia rivelativa dell'arte liturgica toccano oggettualmente tutte le forme dell'arte cristiana; e come in informatività discensiva esse delineano l'orizzonte onnicomprensivo d'ogni forma d'arte cristiana, perché la natura spettacolare e umana stanno oramai nell'ascissa e nella coordinata del tempo e dello spazio tra la Pasqua e la Parusia, così in connivenza ascensiva l'impazienza della naturalità può, deve, iconizzarsi sin nell'arte liturgica in connaturalità con noi che possediamo già le primizie dello Spirito eppure non ancora la redenzione del nostro corpo.
Per l'arte cristiana il dramma-speranza esistenziale antropologico e cosmologico è oggi l'apporto della cultura cristiana occidentale tutta alla connivenza sinergica con la cultura cristiana orientale. La teologia dell'icone e dell'iconismo essa stessa si trasfigura verso una teologia di eucaristia totale che ripropone l'icone - celebrazione di «agiografia» - come celebrazione di una «eucaristia».
Tesi ecumenica. Referente è il criterio antropologico e teologico correttivo/integrativo per cui, dopo due millenni di cristianità, a nessuna professione cristiana mancano i titoli per donare e ricevere alle altre e dalle altre professioni cristiane le prospettive che, provvidenzialmente sinanche nel limite delle diaboliche scissioni tra di loro, il Dono grazioso e munificentissimo ha suscitato e incrementato; per l'edificazione simbolica del corpo ecclesiale in intero. Perché non decidersi ad accogliere liberamente gli uni gli altri tutto ciò che in nulla si oppone alle nostre fedeltà? È nell'ambito dell'eucaristia totale che l'ecumene cristiana si ritroverà; l'arte ecclesiale ne profetizzi l'iconismo come eucharistein.

4. Pregnanza conseguenziale dell'arte cristiana e dell'arte

4.1. Tesi sesta

L'identità dell'arte cristiana e dell'arte liturgica qualifica le azioni e le contemplazioni circa le opere, globalmente e assolutamente.
La qualificazione che da nome proprio all'arte ecclesiale ha valenza per la codificazione delle opere e valenza per le loro decodificazioni. La produzione delle nuove opere non è cosa da aspettarsi mancando d'intervenire opportunamente. Senza considerare le difficoltà insite nella situazione attuale di diverse arti in sé e per sé, architettura, arti figurative o musicali, e altre, bisogna ricordare che la crisi dell'arte propriamente ecclesiale, trattenuta entro certi limiti lungo vari secoli dopo i molti secoli potentemente creativi, adesso esplode perché si è esaurito il labile immaginario di riserva che prima produsse imitazioni e poi finì addirittura in contraffazioni.
Non avviando né introducendo gli artisti nello splendore cristiano e nella sua sapienza non si risusciterà la grande arte ecclesiale. E, non pertanto, il sostegno parallelo di una valida consulenza rimarrà insostituibile. Ai committenti, ai consulenti, agli operatori c'è da additare il gusto della bellezza degli eventi cristiani. Promozione da rivolgere pure all'interezza della comunità che, se non tutti operatori né tutti consulenti né tutti committenti, sono tutti fruitori di opere dalle proprietà culturali irrepetibili e non intercambiabili. Né si commetta l'errore di trincerarsi dietro l'imputazione d'incompatibilità dell'arte moderna con l'arte cristiana o con l'arte liturgica: sono comparazioni insensate. L'arte «demoniaca» moderna è più simpatia con un daimon che associazione al diabolos, e la «simbolicità» dell'arte moderna, pur anonima, è ricerca affannosa d'uno spirituale che l'arte liturgica e l'arte cristiana sono in grado di denominare pacificamente.
La fruizione e la conservazione, il restauro e l'adattamento, urgono anch'essi problemi caratteristici. Infatti le opere dell'arte ecclesiale sono fruibili soltanto in parte da chi prescinde dalla loro fruizione liturgica ed evangelizzatrice mutilandoli della cultura che le produce e che a loro volta esse producono - è parzialità ovvero nullità? Le interpretazioni senza rigore e completezza, estemporanee e per luoghi comuni, offerte da guide, da critici, da storici, da apologetisti da irenisti, estranee alla cristianità specificamente costitutiva di esse opere, sono deleteri allontanamenti dagli approcci reali, tradimenti e svalutazioni tanto quanto lo sono le fruizioni selvagge e gli usi distorti di qualsiasi opera d'arte.
Occorrono trasmissioni mediante pubblicazioni davvero specializzate, scientifiche o divulgative analogamente; programmi davvero mirati, visivi o multimediali ugualmente. Leggere e far leggere l'opera d'arte ecclesiale è arte ecclesiale essa stessa, da apprendere pazientemente comprendendo le referenze tutte del messaggio cristiano. Occorre un quadro referenziale del "turismo religioso" (come lo chiamano) che non privi di niente nessuno ma perciò stesso non smentisca la identità dell'arte ecclesiale agli occhi di nessuno. Musei "diffusi" (come li dicono) che non recludano le opere in spazi specializzati se non come ultima ratio ma apprestino tutti gli accorgimenti museali alle opere dove stanno nativamente e, nel caso estremo del museo-raccolta, a qualsiasi costo custodiscano al meglio l'identità liturgica ed evangelizzatrice d'ognuno dei beni.
Musei dell'opera (antica invenzione ecclesiastica) che mantengano le opere d'arte mobili in simbiosi con l'opera d'arte monumentale e siano costatabilmente tutt'uno con essa (analogamente al tesoro d'una chiesa che ne custodisce gli argenti e i parati senza pertanto separarne il vissuto in reciprocità). Carte del restauro specifiche, cioè valutative delle istanze che una qualsiasi opera d'arte pretende ma non ne subisca le eventuali ideologie e le equilibri con le istanze che questa precisa opera d'arte pretende qui ora nel suo vissuto specifico; la formula stereotipa dalle pretese risoluzioni magiche, «restauro conservativo», lontana da ogni declinazione aspettuale, deve e può coniugarsi scientificamente con le esigenze di un «restauro critico». Carte dell'adattamento (altra cosa dalle carte del restauro) che impediscano di stravolgere le opere esistenti ma impediscano anche d'interromperne il ciclo vitale, e si preoccupino di fornire criteri di base solidi e accertati.
Un radicale mutamento nella civilizzazione e nella ominizzazione che, per coincidenza di molteplici circostanze attualmente si trovano in fase dinamica molto accelerata, è il passaggio dal concetto di «patrimonio storico-artistico» al concetto di «complesso dei beni culturali». Si passa dall'avere all'essere; dall'idea di un possedimento ereditario all'idea di una «totalità intrecciata», cum/plexum, quasi circumsessione di tutti i prodotti-produttori di cultura. È mutamento avvenuto sotto l'urto di parecchi stimoli tra loro collegati: la coscientizzazione dell'appartenenza universale dei prodotti umani d'interesse; il superamento dell'idea più o meno idealistica della storia; l'allargamento di visuale dall'arte all'intero giro dei prodotti d'ingegno; l'avvertenza del prodotto dell'uomo in quanto coinvolgimento globale di lui e della sua società; la percezione dei prodotti culturali in quanto culturazione in esercizio; l'elencazione aperta dei tipi di prodotti culturali...: un giro tanto ampio quanto è largo il giro disegnato in forza dell'accezione antropologica di cultura che ne ha sostituito l'accezione soltanto intellettiva (dalla coltivazione del rationalis nell'uomo alla coltivazione dell'uomo faber e sapiens e ludens e religiosus, qualificato da qualsiasi aggettivazione desunta dalle costanti antropologiche).
Tale mutamento tocca problemi acuti circa la generalità e la specificità dei beni culturali che ne sono tutti oggetto, dai prodotti usuali ai prodotti geniali; e circa l'uomo-soggetto delle loro strutture e delle loro funzioni. Le conseguenze di una rivoluzione culturale quale è pertanto quella in corso non sono facilmente prevedibili. Ma anche perciò bisogna non sorvolare la previsione che esse avranno forza dirompente. Né a caso oggi assumiamo i beni culturali quali «luogo teologico». In cotesto mutamento i beni culturali ecclesiali risultano meglio valutabili e maggiormente valorizzabili. Infatti, essendo prodotti di cultura che tocca trasversalmente tutte (almeno potenzialmente) le culture e spesso le individua, essi coinvolgono tutte le realizzazioni di umanità e di civiltà. E la felice concordanza della dinamica ecclesiale con le dinamiche culturative generali è evidenziata dalle avvertenze antropologiche che la pastorale della Chiesa percepisce come dalle sensibilità che la celebrazione liturgica ingloba. Cosa previa è che non ci si limiti a usare i beni culturali strumentalizzandoli, ma ci si addentri a penetrarli nella loro dinamica culturativa intrinseca; e che la liturgia persegua i beni culturali del suo ambito (che sono la parte emblematica dei beni culturali ecclesiali) sia quelli che ha ricevuto dal passato sia quelli che continua a produrre con la consapevolezza piena della loro identità precisa. Coscienti che non tutti i beni culturali sono opere d'arte ma tutte le opere d'arte sono beni culturali e sono il massimo e l'ottimo dei beni culturali.
Va emergendo un po' da per tutto nel mondo, indotta anche dalla politica nazionale e internazionale circa i beni culturali, una gestione dei medesimi sempre più sicura della propria capacità nelle diverse fasi dalla produzione alla fruizione delle opere. Ciò suggerisce alle amministrazioni dei beni culturali della Chiesa, da un lato, di ipotizzare gestioni manageriali, secondo le esigenze situazionali il più possibile autosufficienti nell'ambito delle comunità (singole o raggruppate secondo le opportunità), gestioni solidali verso le Chiese meno autonome, gestioni non deresponsabilizzanti né i privati né gli enti di qualunque livello dalla partecipazione al ruolo e al significato della cultura, dell'arte e della bellezza. Suggerisce, d'altro canto, di non assimilare la gestione, specialmente delle opere d'arte ecclesiale, a una qualsiasi impresa con fini di lucro, poiché esse sono prodotto come della bellezza percepita dai fedeli così della loro generosità all'interno della Chiesa che essi popolano e verso il mondo che essi abitano. La Chiesa è stata e rimane la grande mecenate nel mondo, e lo è stata e rimane specialmente perché ha colto il senso dell'impareggiabile ministero della bellezza.
Tesi pastorale. Referente è il senso di responsabilità circa tutti e singoli i valori teologici e antropologici (noi abbiamo soltanto esemplificato!). Impegno è l'identificarcisi, il goderli, cotesti valori; che è diritto riconosciuto e dovere riconoscibile d'ogni uomo in questo mondo. L'irrinunciabile è lo sviluppo da infondere alla teologia cristiana della bellezza.
18 novembre - 7 dicembre 1995
XXX anniversario delle Costituzioni conciliari Dei Verbum e Gaudium et spes
Crispino Valenziano

Note al testo

[1] Michelangelo. Il Duca e la chiesa nelle Terme Diocleziane. Il Ms. vat. lat. 8735. Introduzione di M. Nédoncelle, Palermo 1976.
Immagine, cultura, liturgia, «Concilium» 16 (1980) 2, 144-156.
Ambone e candelabro. Iconografia e iconologia, in Aa. Vv., Gli spazi della celebrazione rituale, Milano 1984, 163-220.
Il chiostro giardino biblico-liturgico, «Ecclesia Orans» 1 (1984) 175-192.
Oggi davanti ai segni liturgici, «Notitiae» 21 (1985) 273-285.
Via Pulchritudinis. Teologia sponsale del Beato Angelico, Roma 1988.
Iconologia dei mosaici «bizantini» di Sicilia. Un caso di «adattamento» iconografico dello spazio liturgico, in Aa. Vv., Liturgia e adattamento. Dimensioni culturali e teologico-pastorali, Roma 1990, 85-95.
Esamerone. Presentazione di L. Russo, Palermo 1990.
Mimesis-Anamnesis spazio temporale per il triduo pasquale, in Aa. Vv., La celebrazione del triduo pasquale, Roma 1990, 1354.
Paschalis Verbi Forma Pulchritudinis. Evangeliario delle Chiese d’Italia: Le icone. Prefazione di A. Nocent, Palermo 1990.
L’altare del duomo di Cefalù, Palermo 1991.
«Vedere la Parola». Liturgia e ineffabile, «Ecclesia Orans» 9 (1992) 2, 121-140.
Celebrazione rituale e spazio sacro, in Aa. Vv., Uno spazio sacro del dopo Concilio, Paterno 1992, 16-20.
L’evangeliario delle Chiese d’Italia, «Notitiae» 28 (1992) 357-364.
Di caos e di cosmos. Lettera ad Amica teosofa, in M. Canzoneri, Argento, Catania 1993, 59-87.
Riflessi antropologici della iconografia e della iconologia teologica, «Ecclesia Orans» 10 (1993) 1, 79-103.
Icone e celebrazione dei misteri, in Aa. Vv., La dimora di Dio tra gli uomini. Tempio e assemblea, Roma 1993, 94-118.
L’anello della Sposa. La celebrazione eucaristica, Prefazione di E. Bianchi, Magnano 1993.
L’ambone del duomo di Pisa. Lettura teologico-liturgica, Milano 1993.
Eco antropologica della musica liturgica, «Ecclesia Orans» 11 (1994) 1, 9-23.
Cerei gratiam predicemus qui illuminatur Spiritu Sancto, in G. Barracane (ed.), Gli Exultet di Bari, Bari 1994, 7-48.
Della trascendenza e dell’incanto, in D. Eccher (ed.), L’incanto e la trascendenza, Milano 1994, 42-45.
Di’ esoptrou en ainigmati. Dalla iconografia del Dio di Abramo e d’Isacco alla iconologia del Dio di Gesù Cristo, «Rivista Liturgica» 82 (1995) 143-172.
Architetti di chiese. Prefazione di F. Marchisano, Postfazione di P. Culotta, Palermo 1995.


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Fonte: www.gliscritti.it/blog/entry/1801
Scritto da Redazione de Gliscritti: 24 /01 /2013
Riprendiamo dalla rivista Vivens homo 7/2, 1996, 369-380, un articolo di Crispino Valenziano. Il passaggio dal testo stampato alla sua versione informatica è stato curato da Maria D’Amico.
Il Centro culturale Gli scritti (24/1/2013)

giovedì 16 aprile 2020

LA FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA


LA FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA
II Domenica di Pasqua della Divina Misericordia

 


La Festa della Divina Misericordia occupa il posto più importante tra tutte le forme di devozione alla Divina Misericordia che sono state rivelate a Santa Faustina. Per la prima volta Gesù le ha parlato dell’istituzione di questa festa a Plock nel 1931, quando le trasmise la sua volontà riguardo all’immagine:
« Io desidero che vi sia una festa della Misericordia: voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia »
(Diario, p. 75).
La scelta della prima domenica dopo Pasqua come festa della misericordia ha un suo profondo significato teologico, che indica un forte legame tra il mistero pasquale della Redenzione e il mistero della Divina Misericordia. Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla Novena alla Divina Misericordia, che precede la festa e inizia il Venerdì Santo e durante la quale si recita la Coroncina. La festa non è soltanto un giorno di particolare adorazione di Dio nel mistero della misericordia, ma è un tempo di grazia per tutti gli uomini.
« Desidero – ha detto Gesù – che la festa della Misericordia sia di riparo e rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori »
(Diario, p. 440).
« Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione. Concedo loro l’ultima tavola di salvezza, cioè la festa della Mia Misericordia. Se non adoreranno la Mia Misericordia, periranno per sempre »
(Diario, p. 561)
L’importanza di questa festa si misura con le straordinarie promesse che Gesù ha legato ad essa.
« In quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita – ha detto Cristo – questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene »
(Diario, p. 235)
« In quel giorno sono aperte le viscere della Mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia. (…) Nessun’anima abbia paura di accostarsi a me, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto »
(Diario, p. 441)
Per ottenere questi grandi doni bisogna adempiere alle condizioni del Culto alla Divina Misericordia (fiducia nella bontà di Dio e carità attiva verso il prossimo), essere in stato di grazia (dopo la confessione) e ricevere degnamente la santa Comunione.
« Nessun’anima troverà giustificazione finché non si rivolgerà con fiducia alla Mia Misericordia e perciò la prima domenica dopo Pasqua deve essere la festa della Misericordia ed i sacerdoti in quel giorno debbono parlare alle anime della Mia grande ed insondabile Misericordia »
(Diario, p.378).


La Domenica della Divina Misericordia è stata istituita dal Servo di Dio il Papa Giovanni Paolo II il 30 Aprile del 2000 durante le Solenne Celebrazione Eucaristica in occasione della Canonizzazione della Beata Suor Maria Faustina Kowalska. Successivamente la Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti ha emanato il Decreto di istituzione il 5 Maggio 2000 che qui riportiamo.


CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI DECRETO
Pietà e tenerezza è il Signore (Sal 111, 4), il quale per il grande amore con il quale ci ha amati (Ef 2,4), ci ha donato con indicibile bontà il suo unico Figlio, nostro Redentore, affinché attraverso la sua morte e risurrezione aprisse al genere umano le porte della vita eterna, e affinché, accogliendo la sua misericordia dentro il suo tempio, i figli dell’adozione esaltassero la sua gloria fino ai confini della terra. Ai nostri giorni i fedeli di molte regioni della terra, nel culto divino e soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale, nel quale l’amore di Dio verso tutti gli uomini risplende in massima misura, desiderano esaltare quella misericordia.
Accogliendo tali desideri, il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha benignamente disposto che nel Messale Romano d’ora innanzi al titolo della II Domenica di Pasqua sia aggiunta la dizione «o della Divina Misericordia», prescrivendo anche che, per quanto concerne la celebrazione liturgica della stessa Domenica, siano da adoperare sempre i testi che per quel giorno si trovano nello stesso Messale e nella Liturgia delle Ore di Rito Romano. La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti rende ora note queste norme del Sommo Pontefice affinché esse vengano condotte a compimento. Nonostante qualsiasi norma in contrario.
Dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il 5 Maggio 2000.
Jorge A. Card. Medina Estévez Prefetto e Francesco Pio Tamburrino Arcivescovo Segretario


INDULGENZA PLENARIA

Si annettono Indulgenze ad atti di culto compiuti in onore della Divina Misericordia «La tua misericordia, o Dio, non conosce limiti e infinito è il tesoro della tua bontà...» (Orazione dopo l’Inno «Te Deum») e «O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono...» (Orazione della Domenica XXVI del Tempo Ordinario), umilmente e fedelmente canta la Santa Madre Chiesa. Infatti l’immensa condiscendenza di Dio, sia verso il genere umano nel suo insieme sia verso ogni singolo uomo, splende in modo speciale quando dallo stesso Dio onnipotente sono rimessi peccati e difetti morali e i colpevoli sono paternamente riammessi alla sua amicizia, che meritatamente avevano perduta. I fedeli con intimo affetto dell’animo sono da ciò attratti a commemorare i misteri del perdono divino ed a celebrarli piamente, e comprendono chiaramente la somma convenienza, anzi la doverosità che il Popolo di Dio lodi con particolari formule di preghiera la Divina Misericordia e, al tempo stesso, adempiute con animo grato le opere richieste e soddisfatte le dovute condizioni, ottenga vantaggi spirituali derivanti dal Tesoro della Chiesa. «Il mistero pasquale è il vertice di questa rivelazione ed attuazione della misericordia, che è capace di giustificare l’uomo, di ristabilire la giustizia nel senso di quell’ordine salvifico che Dio dal principio aveva voluto nell’uomo e mediante l’uomo, nel mondo» (Lett. enc. Dives in Misericordia, 7).
Invero la Misericordia Divina sa perdonare anche i peccati più gravi, ma nel farlo muove i fedeli a concepire un dolore soprannaturale, non meramente psicologico, dei propri peccati, così che, sempre con l’aiuto della grazia divina, formulino un fermo proposito di non peccare più. Tali disposizioni dell’animo conseguono effettivamente il perdono dei peccati mortali quando il fedele riceve fruttuosamente il sacramento della Penitenza o si pente dei medesimi mediante un atto di perfetta carità e di perfetto dolore, col proposito di accostarsi quanto prima allo stesso sacramento della Penitenza: infatti Nostro Signore Gesù Cristo nella parabola del figliuol prodigo ci insegna che il peccatore deve confessare la sua miseria a Dio dicendo: «Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio» (Lc 15, 18-19), avvertendo che questo è opera di Dio: «era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15; 32). Perciò con provvida sensibilità pastorale il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, per imprimere profondamente nell’animo dei fedeli questi precetti ed insegnamenti della fede cristiana, mosso dalla dolce considerazione del Padre delle Misericordie, ha voluto che la seconda Domenica di Pasqua fosse dedicata a ricordare con speciale devozione questi doni della grazia, attribuendo a tale Domenica la denominazione di «Domenica della Divina Misericordia» (Congr. per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Decr. Misericors et miserator, 5 Maggio 2000).
Il Vangelo della seconda Domenica di Pasqua narra le cose mirabili compiute da Cristo Signore il giorno stesso della Risurrezione nella prima apparizione pubblica: «La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: ’Pace a voi!’. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: ’Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi’. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: ’Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi’» (Gv 20, 19-23). Per far sì che i fedeli vivano con intensa pietà questa celebrazione, lo stesso Sommo Pontefice ha stabilito che la predetta Domenica sia arricchita dell’Indulgenza Plenaria, come più sotto sarà indicato, affinché i fedeli possano ricevere più largamente il dono della consolazione dello Spirito Santo e così alimentare una crescente carità verso Dio e verso il prossimo, e, ottenuto essi stessi il perdono di Dio, siano a loro volta indotti a perdonare prontamente i fratelli.
Così i fedeli osserveranno più perfettamente lo spirito del Vangelo, accogliendo in sé il rinnovamento illustrato e introdotto dal Concilio Ecumenico Vaticano II: «I cristiani, ricordando le parole del Signore: ’da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’ (Gv 13, 35), niente possono desiderare più ardentemente che servire con sempre maggiore generosità ed efficacia gli uomini del mondo contemporaneo... Il Padre vuole che noi riconosciamo ed efficacemente amiamo in tutti gli uomini Cristo fratello, tanto con la parola che con l’azione» (Cost. past. Gaudium et spes, 93). Il Sommo Pontefice pertanto, animato da ardente desiderio di favorire al massimo nel popolo cristiano questi sensi di pietà verso la Divina Misericordia, a motivo dei ricchissimi frutti spirituali che da ciò si possono sperare, nell’Udienza concessa il giorno 13 giugno 2002 ai sottoscritti Responsabili della Penitenzieria Apostolica, Si è degnato di largire Indulgenze nei termini che seguono: Si concede l’Indulgenza plenaria alle consuete condizioni (Confessione sacramentale, Comunione eucaristica e preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice) al fedele che nella Domenica seconda di Pasqua, ovvero della «Divina Misericordia», in qualunque chiesa o oratorio, con l’animo totalmente distaccato dall’affetto verso qualunque peccato, anche veniale, partecipi a pratiche di pietà svolte in onore della Divina Misericordia, o almeno reciti, alla presenza del SS.mo Sacramento dell’Eucaristia, pubblicamente esposto o custodito nel tabernacolo, il Padre Nostro e il Credo, con l’aggiunta di una pia invocazione al Signore Gesù Misericordioso (p.e. «Gesù Misericordioso, confido in Te»).
Si concede l’Indulgenza parziale al fedele che, almeno con cuore contrito, elevi al Signore Gesù Misericordioso una delle pie invocazioni legittimamente approvate. Inoltre i naviganti, che compiono il loro dovere nell’immensa distesa del mare; gli innumerevoli fratelli, che i disastri della guerra, le vicende politiche, l’inclemenza dei luoghi ed altre cause del genere, hanno allontanato dal suolo patrio; gli infermi e coloro che li assistono e tutti coloro che per giusta causa non possono abbandonare la casa o svolgono un’attività non differibile a vantaggio della comunità, potranno conseguire l’Indulgenza plenaria nella Domenica della Divina Misericordia, se con totale detestazione di qualunque peccato, come è stato detto sopra, e con l’intenzione di osservare, non appena sarà possibile, le tre consuete condizioni, reciteranno, di fronte ad una pia immagine di Nostro Signore Gesù Misericordioso, il Padre Nostro e il Credo, aggiungendo una pia invocazione al Signore Gesù Misericordioso (p.e. «Gesù Misericordioso, confido in Te»). Se neanche questo si potesse fare, in quel medesimo giorno potranno ottenere l’Indulgenza plenaria quanti si uniranno con l’intenzione dell’animo a coloro che praticano nel modo ordinario l’opera prescritta per l’Indulgenza e offriranno a Dio Misericordioso una preghiera e insieme le sofferenze delle loro infermità e gli incomodi della propria vita, avendo anch’essi il proposito di adempiere non appena possibile le tre condizioni prescritte per l’acquisto dell’Indulgenza plenaria.
I sacerdoti, che svolgono il ministero pastorale, soprattutto i parroci, informino nel modo più conveniente i loro fedeli di questa salutare disposizione della Chiesa, si prestino con animo pronto e generoso ad ascoltare le loro confessioni, e nella Domenica della Divina Misericordia, dopo la celebrazione della Santa Messa o dei Vespri, o durante un pio esercizio in onore della Divina Misericordia, guidino, con la dignità propria del rito, la recita delle preghiere qui sopra indicate; infine, essendo «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5, 7), nell’impartire la catechesi spingano soavemente i fedeli a praticare con ogni possibile frequenza opere di carità o di misericordia, seguendo l’esempio e il mandato di Cristo Gesù, come è indicato nella seconda concessione generale dell’«Enchiridion Indulgentiarum». Il presente Decreto ha vigore perpetuo. Nonostante qualunque contraria disposizione.
Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 29 giugno 2002, nella solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo 2002.
LUIGI DE MAGISTRIS Arcivescovo tit. di Nova Pro-Penitenziere Maggiore
GIANFRANCO GIROTTI, O.F.M. Conv. Reggente



Immagine di Gesù Misericordioso

Il modello è stato mostrato dallo stesso Gesù nella visione che Santa Faustina ebbe il 22 febbraio 1931 nella cella del convento di Plock.
«La sera, stando nella mia cella – scrisse nel Diario – vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. (…)
Dopo un istante Gesù mi disse: «Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù confido in Te!» (Diario, p. 74). (…)
«Voglio che l’immagine (…) venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia» (Diario, p. 75).
Il significato di questo quadro è strettamente legato alla liturgia di quella domenica. La Chiesa legge in quel giorno il Vangelo secondo San Giovanni che descrive l’apparizione di Gesù risorto nel Cenacolo e l’istituzione del sacramento della penitenza (Gv 20, 19-29). L’immagine rappresenta dunque il Salvatore risorto che porta agli uomini la pace con la remissione dei peccati, a prezzo della sua Passione e morte in croce. I raggi del sangue e dell’acqua, che scaturiscono dal cuore di Gesù trafitto dalla lancia, e le cicatrici delle ferite della crocifissione, riportano agli avvenimenti del Venerdì Santo (Gv 19, 17 18; 33-37). L’immagine di Gesù Misericordioso unisce in sé questi due episodi evangelici che ci parlano dell’amore di Dio per l’uomo. Nell’immagine di Cristo vi sono i due raggi. Santa Faustina chiede a Gesù il significato di questi raggi, e Gesù lo spiega:
«Il raggio pallido rappresenta l’Acqua che giustifica le anime; il raggio rosso rappresenta il Sangue che è la vita delle anime. (…) Beato colui che vivrà alla loro ombra» (Diario, p. 235).
L’anima è purificata dal sacramento del battesimo e della penitenza, mentre il migliore nutrimento per essa è l’Eucaristia. Dunque questi due raggi simboleggiano i santi sacramenti e tutte le grazie dello Spirito Santo, il cui simbolo biblico è l’acqua, ed anche la nuova alleanza di Dio con l’uomo fatta per mezzo del sangue di Cristo. L’immagine di Gesù Misericordioso viene spesso chiamata immagine della Divina Misericordia, perché nel mistero pasquale di Cristo si è rivelato più chiaramente l’amore di Dio per l’uomo. Il quadro non solo rappresenta la misericordia di Dio, ma induce a rammentare il dovere della fiducia cristiana nei confronti di Dio e la carità attiva verso il prossimo. Nella parte inferiore del quadro – per volontà di Cristo – si trovano scritte le parole «Gesù, confido in Te». Questa immagine – ha detto inoltre Gesù – «deve ricordare le esigenze della Mia Misericordia, poiché anche la fede più forte non serve a nulla senza le opere» (Diario, p. 457).
Gesù ha fatto grandi promesse per coloro che venerano l’immagine di Gesù Misericordioso: la salvezza eterna, progressi nel cammino verso la perfezione cristiana, la grazia di una morte felice e le altre grazie, se gli uomini le chiederanno con fiducia. «Attraverso questa immagine concederò molte grazie alle anime, perciò ogni anima deve poter accedere ad essa» (Diario, p. 379).



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Fonte: www.divinamisericordia.it



martedì 14 aprile 2020

IL DIARIO DI MARIA, di Gian Piero Stefanoni




Gian Piero Stefanoni

IL DIARIO DI MARIA





IL DIARIO DI MARIA

Trattiene, medita
la Madonnina bassa
della terra, la ragazza
che discende alle sabbie-
Elisabetta sorpresa dal tempo,
i commensali traditi dal vino.

Più forte del sole
prima che l'asse si sposti,
infinitamente chiaro
il braccio della madre al figlio.





DORMITIO

Non è incoronabile
nel flebile buco dell'aria
tra resistenza ed ala,
nella caduta, la piccola farfalla.

Ma lo è il ritorno,
accanto a noi nel sonno-
nel giro della polvere-
Miriam e Maria in attesa.




LA SALITA

L'odore buono che vigila e attende
allo sguardo basso della luce,
al ritorno grato dei corpi.

Partecipa del cielo alla Passione
nel primo tremore dell'Avvento,
nel sangue che dice al bambino del bambino,
la salita dal chiodo della Pasqua.




MATTEO 25

La rima logica-
che si sposa col pensiero.

La terra che s'abbassa-
e fa radice con il mare.

Ma sta' attento,
Cristo oggi non si tiene.

Sta scendendo dalla croce.



DA UNO SGUARDO IN SAN CARLO AI CATINARI

Prima dell'anima
già si disincarna,
mostra l'osso il ritorno
nell'ultima visione del corpo.

Ricorda la giostra,
il ramo nel becco,
come d'uccello
la vita sulla soglia.




LEGGENDE DAL PERGAMUM
a proposito del Panorama of ancient Metropolis, Berlino

S'è fermata la clessidra
il poeta fattosi pietra-
giacché poi venne il Figlio
a redimere tanta bellezza,
a dare ad ogni uomo speranza.




NOÈ D'AGOSTO

Scuote il capo dal sonno
di un cupo disperdersi,
sorride del nostro perenne
timore del tempo, passa
e muore con noi soccorrendoci
dalla nostra copia dal vero,
dal nostro arcobaleno di gesso

il cielo prima della catastrofe.




FOSSORES
catacombe di San Sebastiano

Qui nel secondo secolo il cielo era sotto,
la terra stratificata di immagini
per restare nell'aria- leoni, meduse
ed uccelli vivi da migliaia di anni
nel tempo clemente del sonno.

Poi nello scavo questa malinconia,
questa scomparsa di animali e campi
rivelava un pensiero più adatto alla luce;
nel simbolo il passaggio dell'ictys
aperta la pietra al fossore.



LA REGOLA SMARRITA
del Padre e del Figlio

E tornato, tra il filo steso dei panni
e la crescita d'edera; richiama in noi il compagno,
la regola smarrita, lui, basso al boccone,
nella nota aspirata: l'uccello a servizio,

il patriota fuori dal nido.





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Fonte: si ringrazia l'Autore Gian Piero Stefanoni che ha inviato la documentazione alla Redazione.
Per approfondimenti: Gian Piero Stefanoni , poeta e critico letterario contemporaneo




lunedì 13 aprile 2020

J. Ratzinger, La fede nella Risurrezione



        J. Ratzinger


La fede nella Risurrezione 

 

    La professione di fede nella Risurrezione di Cristo Gesú costituisce per i cristiani l'espressione che conferma la verità di quel principio, che sembrerebbe essere solo un bel sogno: "L'amore è forte come la morte" (Cant. 8,6). Nell'Antico Testamento, questa massima è incastonata in un inno esaltante la forza dell'eros. Ciò tuttavia non significa affatto che noi siamo autorizzati a relegarla sbrigativamente in un canto, quasi fosse un'enfatica esagerazione innodica. Nelle sconfinate esigenze dell'eros, infatti, nelle sue apparenti esagerazioni e smodate brame, viene in realtà alla ribalta un problema fondamentale, diremmo anzi “il” problema fondamentale dell'esistenza umana, in quanto vi si manifestano la natura e l'intrinseca paradossalità dell'amore: l'amore esige infinità, indistruttibilità; esso “è” addirittura quasi un urlo lanciato dall'uomo per reclamare l'infinito.
   Ma contemporaneamente si rileva come questo suo grido sia irrealizzabile, come esso aneli all'infinito ma sia incapace di ottenerlo; si constata come esso aspiri sí all'eternità, ma si trovi in realtà imprigionato in un mondo di morte, incatenato nella sua solitudine e nei suoi impulsi distruttivi. Ora, da questo si può capire che cosa significhi la 'risurrezione'. Essa “è” la superiorità effettiva dell'amore sulla morte. Essa è però al contempo anche la chiara dimostrazione dell'unica cosa capace di creare l'immortalità: il sussistere in un altro, che continua ancora ad esistere anche quando io mi sono dissolto. L'uomo è quell'essere che non vive eternamente, ma è necessariamente votato alla morte. Per lui, che non ha in sé un principio di sussistenza, umanamente parlando il sopravvivere risulterà possibile soltanto continuando ad esistere in un altro. Gli asserti della Scrittura che affermano lo stretto nesso d'interdipendenza vigente fra peccato e morte, vanno intesi appunto rifacendosi a questa realtà di fatto. Ora infatti appare chiaro che il tentativo fatto dall'uomo per giungere "ad essere come Dio", il suo conato d'autarchia mediante il quale pretenderebbe di sussistere esclusivamente per conto suo, finisce logicamente per comportare la sua morte, in quanto come essere solo a sé stante non potrà mai esistere.
   Allorché l'uomo, disconoscendo i suoi propri limiti, pretende di vivere unicamente per conto suo, in maniera completamente 'autarchica' - e la genuina essenza del peccato sta proprio qui -, non fa che buttarsi volontariamente in braccio alla morte. L'uomo naturalmente capisce molto bene che la sua vita da sola non si regge, per cui si trova obbligato a sforzarsi di sopravvivere negli altri, cercando di restare perennemente nella sfera dei viventi in loro e tramite loro. Per conseguire tale intento, sono state tentate soprattutto due vie. In primo luogo quella di sopravvivere nei propri figli: ecco perché, nei popoli primitivi, il celibato e la mancanza di figli vengono sempre considerati come la peggiore delle maledizioni; essi equivalgono infatti ad un disperato naufragio, ad una morte senza scampo. Viceversa, il maggior numero possibile di figli offre la migliore garanzia possibile di sopravvivenza, la piú vivida speranza d'immortalità, e quindi la piú ambita benedizione che l'uomo possa attendersi. Una seconda via si apre davanti all'uomo, allorché egli scopre di sopravvivere nei figli soltanto in maniera assai imperfetta; egli desidera allora di lasciar superstite una parte ben piú consistente di se stesso. Si rifugia quindi nell'idea della celebrità, che dovrebbe renderlo veramente immortale, portandolo a sopravvivere lungo tutti i tempi nella memoria della gente. Ma anche questo secondo tentativo, messo in opera dall'uomo per crearsi un'immortalità mediante l'essere in altri, fallisce non meno miseramente del primo: ciò che di lui permane non è il suo vero essere, bensí solo una sua eco, una sua ombra. Sicché in sostanza l'immortalità di propria fabbricazione è solo un Ade, uno Sceol: piú un non-essere, che un essere. L'insufficienza di ambedue queste vie sta nel fatto che l'altro, il quale dovrebbe conservare il mio essere anche dopo che io sarò morto, in effetti non è in grado di mantenere in vita questo stesso essere, bensí solo una sua risonanza; e ancor piú nel fatto che anche lo stesso soggetto al quale ho per cosí dire affidato la mia sopravvivenza, non sussisterà per sempre, ma finirà invece per scomparire a sua volta.
    Tutto questo ci porta a fare il prossimo passo avanti nel nostro assunto. Abbiamo sinora detto che l'uomo non possiede in sé alcuna forza di sussistenza, per cui può continuar ad esistere solo in qualcun altro; ma anche in questo altro egli sopravvive sempre e solo in maniera ombratile, e per di piú mai nemmeno stabile e definitiva, in quanto anche l'altro è destinato a sparire dalla circolazione. Ora se le cose stanno cosí, resta soltanto “uno” che sia veramente in grado di offrire una solida base di sussistenza: colui che 'è', colui che non va soggetto al divenire e al tramontare, ma resta invece tetragono ed inconcusso pur in mezzo al divenire e al trascorrere; si tratta del Dio dei viventi, che non si limita a conservare solo un'ombra ed un'eco del mio essere, di quel Dio i cui pensieri non sono soltanto delle mere copie delle realtà esistenti. Io stesso invece sono un suo pensiero, un pensiero che mi pone in essere per cosí dire ancor piú originariamente di quello che sono in me stesso; il suo pensiero infatti non è l'ombra derivata, bensí l'energia fontale del mio essere. In lui, io posso continuar a vivere non soltanto come ombra, ma davvero in maniera ancor piú realisticamente identica a me stesso di quanto non mi riesca di vivere tentando di restarmene convulsivamente aggrappato a me stesso.
   Prima di tornare all'assunto della Risurrezione, cerchiamo ancora di esaminare la stessa cosa osservandola da un dato leggermente diverso. A tal fine, possiamo nuovamente riagganciarci al binomio amore-morte, argomentando cosí: solo quando per un soggetto il valore dell'amore supera quello della stessa vita, ossia quando uno è disposto a collocare la vita in secondo piano dietro l'amore e per far posto all'amore, solo allora - ripeto - l'amore può risultare davvero piú forte e piú alto della morte. Per esser superiore alla morte infatti, l'amore deve innanzitutto contare piú della semplice vita. Ora, quando l'amore potesse davvero esser tale non solo in linea volitiva, ma anche in realtà, vorrebbe dire che la potenza dell'amore avrebbe avuto il sopravvento anche sulla sfera meramente biologica, assoggettandola al suo servizio. Per dirla con la terminologia di Teilhard de Chardin, qualora accadesse davvero questo, si riscontrerebbe verificata la decisiva 'complessità', vale a dire attuato il ciclo complessivo: anche la sfera biologica risulterebbe compresa e inclusa nella potenza dell'amore. Allora esso verrebbe a superare anche il suo limite - la morte -, creando l'unità laddove la morte crea la separazione.
    Qualora la forza dell'amore per un altro fosse cosí intensa, da poter mantenere viva non soltanto la sua memoria, cioè l'ombra del suo 'io', ma anche la sua soggettività personale, si sarebbe raggiunto un nuovo stadio di vita, il quale si lascerebbe alle spalle la zona delle mutazioni ed evoluzioni biologiche, comportando automaticamente il balzo su un piano completamente diverso, in cui l'amore non sarebbe piú soggetto al 'bios', ma lo ingaggerebbe invece al suo servizio. Allora, un tale ultimo stadio di 'mutazione evolutiva' non rappresenterebbe ormai piú un gradino biologico, ma comporterebbe invece l'evasione dalla dispotica tirannia della vita biologica, che è al contempo signoria incontrastata della morte; esso darebbe accesso a quella sfera che la Bibbia greca chiama 'zoè', ossia vita imperitura, la quale si è ormai disimpegnata completamente dalla dittatura della morte. In tal caso, lo stadio ultimo d'evoluzione di cui il mondo abbisogna per raggiungere il suo traguardo, non si troverebbe piú nell'ambito della sfera biologica, ma verrebbe invece offerto dallo spirito, dalla libertà, dall'amore. Esso quindi non sarebbe piú un'evoluzione, bensí una decisione e un dono insieme.
Va bene, si dirà, ma tutto ciò cosa c'entra con la fede nella risurrezione di Gesú? Veniamo subito al dunque. Sinora abbiamo esaminato il problema della possibile immortalità dell'uomo guardandolo da due dati, che attualmente si presentano come aspetti d'un unico e identico dato di fatto. Abbiamo detto che, siccome l'uomo non possiede in sé alcun principio di stabile consistenza, la sua sopravvivenza potrà realizzarsi unicamente quando egli riesca a continuar a vivere in un altro. E a proposito di questo 'altro', abbiamo anche detto come soltanto l'amore, il quale accoglie l'amato in se stesso assorbendolo in sé, sia in grado di render possibile tale sussistere nell'altro. Orbene: a mio modesto modo di vedere, questi due aspetti integrantisi a vicenda si riflettono nelle due formule neo-testamentarie che ribadiscono appunto la risurrezione del Signore: "Gesú è risorto", e "Dio (Padre) ha risuscitato Gesú". Entrambe le formulazioni s'incontrano e si armonizzano nel fatto che l'amore totale portato da Gesú agli uomini, dal quale egli è stato condotto sulla croce, raggiunge lo stadio perfetto nella sua totale traslazione sul Padre, divenendo cosí piú forte della morte, in quanto si tramuta istantaneamente in un totale assorbimento in lui.
   Tenendo presente questo, ci risulta possibile fare un altro passo innanzi. Possiamo ora affermare che l'amore genera sempre una specie d'immortalità; già persino nei suoi stadi pre-umani esso marcia in questa direzione, almeno come mezzo per la conservazione della specie. Tale sua capacità di dar origine ad una immortalità non è qualcosa di accessorio, qualcosa che esso adempie come una funzione qualsiasi fra tante altre; è invece proprio la sua peculiarità, la dote essenziale che manifesta la sua vera natura. Questa affermazione è convertibile, e ci viene a dire che l'immortalità proviene “sempre” dall'amore, mai quindi dall'autarchia di colui che si considera autosufficiente. Possiamo persino spingere la nostra audacia fino ad asserire che questo principio, inteso nel giusto senso, si applica anche a Dio stesso, cosí come lo vede la fede cristiana. Anche Dio infatti è un'assoluta sussistenza e consistenza tetragona ad ogni tramonto, perché è armonica coordinazione di tre persone, è un loro trasfondersi nel mutuo amore, è atto sostanziale del loro amore assoluto eppure integralmente 'relativo', in quanto vive soltanto nel flusso inesauribile dei loro rapporti vicendevoli. Come già dicevamo in precedenza, veramente divina non è l'autarchia, che non conosce nessun altro all'infuori del soggetto stesso; è appunto per questo, che abbiamo individuato la rivoluzione dell'immagine cristiana del mondo e di Dio rispetto all'antichità nel fatto che il cristianesimo c'insegna a concepire l''Assoluto' come assoluta 'relatività', come 'relatio subsistens'.
   Ma torniamo al nostro assunto. L'amore genera l'immortalità, e l'immortalità scaturisce unicamente dall'amore. Questo principio che ci accingiamo ora a sviscerare, comporta poi inoltre che colui il quale ha amato per tutti, ha anche fondato l'immortalità per tutti. È precisamente questo il senso dell'affermazione biblica, secondo cui la “sua” risurrezione è la “nostra” vita. E riallacciandosi a questo fatto, ci diviene comprensibile anche l'argomentazione, di primo acchito cosí estranea ed ostica al nostro sentimento, sviluppata da s. Paolo nella sua prima Lettera ai Corinti: se egli e risorto, anche noi risorgeremo, perché l'amore è piú forte della morte; se invece egli non è risorto, non risorgeremo neppure noi, perché allora è chiaro che la morte ha l'ultima parola e basta (cfr. 1 Cor. 15,16). Dato che si tratta d'un asserto d'importanza centrale, cerchiamo d'interpretarlo dandone un'altra versione ancora: o l'amore è piú potente dalla morte, oppure non lo è. Se in lui esso è davvero divenuto forte cosí, lo è divenuto proprio in veste d'amore verso gli altri. Ciò per altro vuol ovviamente dire che il nostro amore soggettivo, lasciato unicamente a se stesso, non riesce a vincere la morte, ma sarebbe invece costretto per sua stessa costituzione a restare un appello inesaudito. Ciò significa a sua volta che soltanto il suo amore, il quale viene ad identificarsi con la potenza vitale ed amorosa di Dio stesso, è in grado di gettare le basi della nostra immortalità. Tuttavia, resta pur sempre assodato che la “modalità” della nostra immortalità verrà a dipendere dal nostro modo di amare.
Su questo argomento, dovremo tornare ancora quando sarà il momento di parlare del giudizio. Dai rilievi sinora fatti, fluisce un'altra cosa ancora. Va da sé che la vita del risorto non sarà piú il semplice 'bios', ossia la forma biologica della nostra vita attuale infra-storica e quindi votata alla morte, bensí la 'zoè', ossia una vita nuova, diversa, stabile e definitiva; una vita che ha ormai superato la sfera mortale della vicenda biologica, sfera che qui si trova scavalcata definitivamente da una potenza superiore. Infatti, gli stessi racconti neo-testamentari della risurrezione ci fanno vedere chiaramente come la vita del Risorto non si svolga ormai piú nell'ambito della vicenda biologica, ma fuori e sopra di essa. È però altrettanto ovvio e scontato che questa nuova vita si è attestata e doveva necessariamente attestarsi “nella” storia, perché esiste proprio “in funzione” di essa, tanto è vero che la predicazione cristiana in fondo altro non è se non la trasmissione di tale testimonianza, tutta intenta a ribadire che l'amore è riuscito a sfondare la staccionata della morte, cambiando cosí radicalmente la situazione in cui ognuno di noi versa. Partendo da queste nozioni basilari, non risulta piú poi tanto difficile trovare la giusta 'ermeneutica' da adottare nell'intricata questione del come spiegare i testi biblici concernenti la risurrezione, cosí da mettere in chiaro in quale senso vadano esattamente intesi. Ovviamente, non possiamo qui intavolare una particolareggiata discussione sui relativi problemi insorgenti, che oggi si presentano piú difficili di quanto mai non siano stati in passato, soprattutto perché vi si continuano a mescolare in un viluppo sempre piú inestricabile affermazioni storiche e filosofiche - per lo piú insufficientemente ponderate -; e inoltre anche perché non di rado l'esegesi si costruisce una filosofia tutta sua, la quale all'estraneo deve per forza dar l'impressione d'una estremamente raffinata esaltazione del reperto biblico. In merito ai particolari, qui molte cose rimarranno sempre assai discutibili; tuttavia, va pur ammessa una linea fondamentale di demarcazione fra interpretazione che sappia mantenersi tale, e adattamenti spiccatamente arbitrari. In primo luogo è chiarissimo che Cristo, nella risurrezione, non ha ripreso la sua vita terrena antecedente, come ci vien detto ad es. del ragazzo di Naim e di Lazzaro. Egli è risorto invece a quella vita stabile e definitiva, che non sottostà piú alle leggi chimiche e biologiche, e quindi risulta ormai sottratta all'eventualità della morte, posta anzi per sempre al riparo nell'eternità accordata dall'amore. Ecco perché gli incontri avvenuti con lui sono 'apparizioni'; ecco perché colui assieme al quale ancora due giorni prima si era seduti a mensa, non viene piú nemmeno riconosciuto dai suoi migliori amici, e anche una volta riconosciuto rimane estraneo ad essi, cosicché solo quando “egli” stesso concede la facoltà di vederlo “vien” davvero visto; in effetti, solo allorché egli ci apre gli occhi e il nostro cuore si lascia aprire, può risultar percettibile in mezzo al nostro mondo di morte il volto dell'eterno amore vincitore della morte, e in esso il mondo nuovo, completamente diverso dall'attuale: il mondo del futuro.
   Per la stessa ragione, torna tanto difficile, per non dire addirittura impossibile, anche agli stessi vangeli il descrivere gli incontri col risorto; quando ne parlano, non fanno che balbettare, e sembrano persino contraddirsi mentre ce li presentano. In realtà invece, sono sorprendentemente unanimi nella dialettica delle loro affermazioni, nel ribadire la contemporaneità del suo toccare e non toccare, del loro riconoscere e non riconoscere, nell'insistere sulla perfetta identità fra il crocifisso e il risorto, ma anche sulla radicale trasformazione avvenuta in lui. Si riconosce il Signore quasi senza riconoscerlo; lo si tocca, eppure egli è l'intangibile; egli è lo stesso, eppure è tutto diverso da prima. Come si è detto, questa dialettica è sempre la stessa: cambiano solo i mezzi stilistici con cui viene messa a fuoco. Esaminiamo ad esempio l'episodio dei discepoli di Emmaus, nel quale ci siamo già brevemente imbattuti, sviscerandolo un pochino meglio sotto questo aspetto.
    A tutta prima esso suscita l'impressione di aver dinnanzi una descrizione corposa e massiccia della risurrezione; dà la sensazione che non sia rimasta traccia di quell'alone misterioso e indescrivibile che troviamo invece sempre nelle esposizioni paoline. Tutto fa pensare che la tendenza alla narrazione colorita, alla concretezza leggendaria, sostenuta da un'apologetica mirante al tangibile, abbia avuto completamente il sopravvento, riportando di peso il Signore risorto nella storia terrena. Ma risulta subito in netta contraddizione con tale fatto già la di lui misteriosa comparsa, e non meno misteriosa sparizione. E ancor piú contraddittoria è la circostanza che egli qui rimanga irriconoscibile ad occhi pur assuefatti alla sua presenza. Non si è piú in grado di coglierlo come al tempo della sua vita terrena, sicché viene scoperto solo nell'ambito della fede; interpretando le Scritture egli infiamma il cuore dei due pellegrini, e spezzando il pane apre loro gli occhi. Qui abbiamo una chiara allusione ai due elementi basilari della liturgia cristiana primitiva, che si compone appunto di liturgia della parola (lettura e spiegazione della s. Scrittura) e di frazione eucaristica del pane. In tal modo, l'evangelista lascia capire che l'incontro col risorto viene a collocarsi su un piano completamente nuovo; utilizzando le 'cifre' dei dati liturgici, egli tenta di descrivere l'indescrivibile. Ci dà cosí una teologia della risurrezione e al contempo una teologia della liturgia: il risorto s'incontra nella Parola e nel sacramento; l'azione liturgica è la maniera in cui egli si rende a noi percettibile, riconoscibile come il Vivente. E argomentando in modo inverso: la liturgia si fonda sul mistero pasquale; essa va intesa come un avvento del Signore fra noi, che lo porta a farsi nostro compagno di viaggio, ad infiammarci gli ottusi cuori e ad aprirci gli occhi serrati. Egli continua sempre a camminare con noi, trovandoci sempre scoraggiati ed intenti ad almanaccare; ma ha pur sempre il potere di ridarci la vista. Con tutto quanto siam venuti sin qui esponendo, abbiamo ovviamente detto soltanto una metà del dovuto; la testimonianza neo-testamentaria risulterebbe falsata, qualora volessimo arrestarci unicamente a questo. L'esperienza che si fa imbattendosi nel risorto è qualcosa di ben diverso dall'incontro con un uomo tuttora vivente in questa nostra storia; non può però certo venir fatta risalire a discorsi conviviali e a ricordi, che avrebbero finito per condensarsi nel pensiero che egli fosse ancora vivo e che la sua causa proseguisse vittoriosa. Con un'interpretazione del genere, l'evento viene sospinto nella direzione opposta e appiattito nella sfera meramente umana, e quindi privato della sua peculiarità. I resoconti lasciatici sulla risurrezione sono qualcosa di ben diverso e piú sostanzioso di semplici scene liturgiche travestite: mettono invece in risalto l'avvenimento base su cui poggia ogni liturgia cristiana. Essi attestano un fatto che non è sbocciato come un sogno fantastico dal cuore dei discepoli, ma è invece capitato loro dal di fuori, imponendosi ad essi “contro” i loro dubbi e infondendo loro una certezza: il Signore è veramente risorto.
   Colui che giaceva nella tomba, non si trova piú là, ma vive nuovamente e realmente in persona. Egli poi a sua volta, che ormai si era trasferito nell'altro mondo di Dio, aveva però saputo mostrarsi potente al punto, da manifestare sino alla tangibilità come fosse proprio lui stesso che ora stava loro davanti, facendo vedere come in lui la potenza dell'amore si fosse palesata piú forte della potenza della morte. Orbene: solo ammettendo questo altrettanto seriamente quanto si è ammesso ciò che abbiamo detto in precedenza, ci si attiene fedelmente alla testimonianza del Nuovo Testamento; solo cosí si conserva ad essa il suo peso storico intramondano. Il troppo comodo tentativo di risparmiarsi da un lato la fede nel mistero della poderosa azione esercitata da Dio nel mondo, pretendendo al contempo la soddisfazione di rimanere pur sempre sul terreno del messaggio biblico, è un conato destinato ad andare a vuoto: non appaga infatti né l'onestà della ragione, né le esigenze della fede. Non è possibile avere la fede cristiana, e insieme la "religione ristretta nei limiti della mera ragione"; la scelta fra le due s'impone inderogabilmente. A chi crede però, risulterà man mano sempre piú chiaramente discernibile come lo stadio piú perfetto della ragione sia proprio la professione di fede in quell'amore che ha vinto la morte.


Tratto da: Ratzinger J., Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, (Biblioteca di teologia contemporanea 5), Ed. Queriniana, Brescia 1974, 245-253.

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