sabato 7 dicembre 2024

Il Dogma dell'Immacolata Concezione e il suo significato attuale, di Fra Pierre Sampula


Il Dogma dell'Immacolata Concezione e il suo significato attuale

di Fra Pierre Sampula




Oggi, se bisogna parlare del dogma dell’Immacolata Concezione, c’è di che interrogarsi su ciò che la dottrina della Chiesa vorrebbe esprimere con questo termine. Per questa ragione, è opportuno anzitutto aprire questa esposizione con alcune osservazioni che permettono di dissipare i malintesi in quanto al significato di questo dogma. Poi si dirà ciò che significa per noi e cosa c’insegna. Parlando del dogma dell’Immacolata Concezione, non dobbiamo riportarlo alla concezione verginale di Gesù nel seno di Maria, né all’idea secondo la quale Maria avrebbe concepito il Cristo senza che la sua maternità l’abbia macchiata di peccato; questo dogma è lontano da esprimere questa realtà. Non significa neanche che la nascita di Maria abbia presentato alcune differenze dal punto di vista fisico rispetto a quella degli uomini o che Maria avrebbe ricevuto un privilegio per evitare ogni sozzura che accompagna la nascita di un essere umano generato dell’amore coniugale di due esseri umani.


Il contenuto teologico del dogma dell’Immacolata Concezione

Promulgato dal Papa Pio IX nel 1854 nella bolla Ineffabilis Deus, questo dogma dichiarava che: “La Beata Vergine e Madre di Dio, Maria, è stata, in considerazione dei meriti di Gesù Cristo suo figlio, e dunque a causa della redenzione operata da suo figlio, gratificata da Dio, fin dal primo istante della sua esistenza, della grazia santificante e, di conseguenza, non ha conosciuto lo stato del peccato originale” (DZ, n°2803). La dottrina della chiesa, attraverso questo dogma, vorrebbe e vuole proclamare semplicemente che la Beata Vergine Maria è stata concepita nel seno di Anna, sua madre, senza che essa contraesse il minimo peccato originario. Detto diversamente, è stata esentata dal peccato originale per l’amore e la misericordia di Dio. Risulta che per meglio cogliere il senso ed il significato del dogma dell’Immacolata Concezione, si rivela necessario conoscere ciò che è il peccato originale, e in quale modo si contrae. La dottrina teologica del peccato originale c’insegna che tutti gli uomini, fin dal loro concepimento, sono già colpiti dal peccato originale e, alla nascita, vengono al mondo privi della grazia divina, e questo a causa del peccato commesso dal primo uomo. Ciò mostra che il peccato originale non è un peccato personale dovuto ad un’azione cattiva fatta dall’uomo con la sua piena responsabilità. Si tratta, al contrario, di un peccato di natura che ogni uomo contrae a partire dalla sua nascita e fin dalla sua concezione per il fatto proprio di appartenere in maniera solidale ad un’umanità peccatrice che, fin dalle sue origini, aveva scelto la disobbedienza al posto della sottomissione a Dio. Andando nello stesso senso, J. Bur fa questa affermazione: “lo stato di peccato originale alla nascita significa che la nostra condizione nativa non comporta in se stessa l’amicizia con Dio né la partecipazione effettiva alla sua vita divina. Questa sarà conferita, dopo la nascita, dalla rinascita filiale in Gesù Cristo, operata dal sacramento del Battesimo o da quello che lo supplisce”. Presentato sotto questa prospettiva, non concepiamo il peccato originale come una macchia che si cancella con il battesimo. Ammettiamo semplicemente che per il peccato originale l’uomo è privato, fin dalla sua concezione ed alla nascita, della grazia santificante che gli sarà data solamente attraverso il Battesimo. Allo stato del peccato originale, l’uomo è consegnato a due attrattive opposte, l’attrattiva verso il bene e l’attrattiva verso il male. Nel linguaggio cristiano, questa ultima attrattiva è chiamata concupiscenza. Per quel che riguarda Maria, la teologia cattolica afferma che non è stata segnata dal peccato originale e non ha conosciuto, di conseguenza, neanche la concupiscenza. Inoltre, “non ha provato mai nessuna tendenza a fare il male” (Leysbeth). Ammettere che Maria è stata preservata, fin dalla sua concezione, dal peccato originale, vuole dire semplicemente che Maria è stata santificata fin dal primo istante della sua esistenza dalla grazia della vita divina. Così, si può dire che l’immacolata concezione di Maria consiste nel possesso, fin dall’inizio della sua esistenza, della vita della grazia divina che gli è data senza merito da parte sua, ma per la grazia premurosa di Dio, che è accordata agli altri uomini solo dopo la loro nascita. Perché questa differenza e quali sono le ragioni?


Le ragioni del Privilegio dell’Immacolata Concezione

Se Maria ha ricevuto fin dalla sua concezione la grazia santificante, è a causa della sua maternità divina. Numerosi sono quelli che sostengono che se colui che doveva nascere da lei era Uomo-Dio, senza peccato, era inconcepibile che fosse concepito in una natura portatrice di peccato. Dio non poteva dunque fare altro che preparare al suo Figlio beneamato una dimora degna di lui. È anche ciò che ci rivela l’orazione di apertura della messa dell’Immacolato Concezione: “Tu hai preparato a tuo Figlio una dimora degna di lui, per la concezione Immacolata della Vergine Maria (…)”. La seconda ragione del privilegio dell’immacolata concezione per Maria gli viene in virtù della redenzione operata da Cristo, perché, di Maria, la chiesa insegna che appartiene alla comunità dei redenti. Ciò che vuole dire che anche lei fu come noi, redenti in virtù dei meriti di Cristo. Ma bisogna sottolineare che “la sua redenzione fu preservatrice, mentre la nostra è riparatrice”. Possiamo ora interrogarci su cosa significa l’Immacolata concezione per noi.


Significato attuale del dogma dell’Immacolata Concezione

Attraverso il dogma dell’Immacolata concezione comprendiamo che il principio di ogni essere spirituale è stabilito da Dio. È Dio solo che possiede il nostro destino ed è solo Lui che lo traccia. Noi non possiamo mai ritornare al di sotto del principio che Dio ci ha fissato. Questo dogma ci mostra anche che Dio avvolge tutta la vita dell’uomo col suo amore redentore e con la sua fedeltà amante. Ricorda anche che “Dio che ha l’iniziativa è sempre al di là delle nostre rappresentazioni, delle nostre attese, in una chiarezza che intravediamo solamente man mano” (Rouet). Un altro autore (Fairweather) è più chiaro quando dichiara che “non bisogna comprendere l’immacolata Concezione come una purezza morale, come facevano i giansenisti, ma piuttosto come l’espropriazione di un essere da parte di Dio e come l’accettazione, nella fede, da parte di questa persona, a collaborare al progresso divino che gli è progressivamente svelato”. A partire da questo dogma abbiamo un’idea di ciò che era l’uomo prima della caduta. Notiamo che Sant’Anselmo, San Bernardo e San Tommaso d’Aquino hanno rifiutato l’immacolata Concezione per la sola ragione che contraddice, secondo loro, l’universalità del peccato originale; mentre San Bonaventura e Giovanni Duns Scoto l’hanno difesa con tanta energia.




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Fonte: https://www.latheotokos.it/modules.php?name=News&file=print&sid=1976

giovedì 5 dicembre 2024

I pilastri della prima comunità cristiana, di fra Maurizio Erasmi


I PILASTRI DELLA PRIMA COMUNITA' CRISTIANA

di fra Maurizio Erasmi




(Atti 2, 42-47)

“Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo”.

La chiesa delle origini è sempre il modello di ogni comunità cristiana, modello che bisogna tenere sempre davanti ai nostri occhi come ideale. Questo modello ha quattro fondamenti sui quali si regge la vita della comunità cristiana.

Consideriamo innanzitutto il contesto nel quale Luca colloca la prima comunità di Gerusalemme. Il contesto lo troviamo al cap 2 quando Pietro si alza nell’assemblea e, fortificato dallo Spirito Santo, fa il suo discorso che si conclude con questa affermazione fondamentale: «Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni». Il discorso di Pietro all’assemblea raggiunge, con questo versetto, il suo nucleo principale. E’ il Kerigma, il primo che risuona dalla bocca di Pietro in un contesto liturgico assembleare. Questo Kerigma o annuncio della salvezza, è costituito da tre elementi:

Storico: Gesù di Nazaret è morto sulla croce. L’annuncio della salvezza parte da questo dato inconfutabile. Il Figlio di Dio è Gesù di Nazaret, un uomo concreto, vissuto in Palestina, che a motivo della sua predicazione è stato condannato alla crocifissione. Anche Tacito nelle Annales ci riporta questo evento, dicendo che i cristiani sono i seguaci di un certo “Cristo” morto sulla croce perché si è fatto re dei giudei. Questo è il primo elemento del Kerigma perché la nostra fede non si appoggia su qualcosa, su una dottrina imparata a memoria o su una filosofia di pensiero, ma su Qualcuno e questo Qualcuno è un uomo realmente esistito che ci ha parlato di Dio e ce l’ha fatto vedere. Noi abbiamo fatto esperienza di Dio mediante l’uomo Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio.

Teologico: questo Gesù che è morto sulla croce Dio, il Padre, lo ha risuscitato. E qui c’è il movimento dell’azione di Dio. Dio è la vita, la pienezza della vita, e risvegliando il Figlio dalla morte rivela che Egli dona la vita.

Ecclesiologico: quando Pietro in assemblea dice: “e noi tutti ne siamo testimoni”, egli sta dicendo che l’ha visto crocifisso, morto e risorto e per questo lo può raccontare. Il Kerigma è il grido della fede convinta e convincente. Da qui nasce la Chiesa!

Dinanzi a questo proclamo di Pietro c’è una reazione: «All’udire tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: che cosa dobbiamo fare fratelli?» Dinanzi all’annunzio del Kerigma così esposto quella adunanza si sente provocata e si pone in un atteggiamento di ricerca: cosa dobbiamo fare?

Questa domanda lasciata lì da Luca nei libri degli Atti trova risposte concrete che toccano il fare. Quattro risposte, i quattro pilastri che reggono la vita della comunità cristiana:

Ascoltare l’insegnamento degli apostoli (la didachè)
L’unione fraterna (la koinonia)
La frazione del pane
Le preghiere (i salmi e il Padre Nostro)


1. L’insegnamento degli Apostoli: Che cosa insegnavano gli apostoli? La loro esperienza accanto al Signore Gesù. Un’esperienza che traduce gesti che sono stati visti e parole che sono state ascoltate. Quindi la didachè è il magistero di Gesù, tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto. Gli apostoli lo ricevono e lo trasmettono. Qui inizia la “tradizione”, il “tradere”. I discepoli annunziano, proclamano tutto quello che hanno udito e visto. Troviamo un parallelo interessante in Luca 24,13ss: i discepoli di Emmaus. Questo misterioso viandante che si accosta ai due discepoli “litigiosi”- che stavano litigando perché ognuno voleva avere ragione – e in una situazione di litigio, di dissidio, di incomprensione Gesù si accosta ma loro non lo riconoscono. E quando si accorgono che era Lui dicono: «Non ci ardeva il cuore nel petto mentre ci spiegava le Scritture?». Spiegava, cioè faceva l’esegesi di tutta la Parola a partire da quello che Lui era e aveva fatto a Gerusalemme. La Scrittura parlava di Lui, della sua Pasqua e i discepoli dovevano svegliarsi da quel torpore, da quella delusione e da quella contestazione e ricordare quello che avevano visto e udito.

2. L’unione fraterna: rappresenta lo stare insieme in un certo modo. E per essere concreti Luca ci dice in che modo i primi cristiani stavano insieme. In due modi: tenevano ogni cosa in comune a tal punto che chi teneva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti secondo il bisogno di ciascuno. Questo è il primo modo, cioè, la condivisione di quello che avevano. Il secondo modo: Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio, spezzavano il pane a casa – non in chiesa – prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la stima di tutto il popolo. Questo viene ripreso anche al cap 4, 32-35: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della resurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano e portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno». È un tratto caratteristico la condivisione di quello che si ha. Non solo. La condivisione di quello che si è. La preghiera che unisce l’uno all’altro perché preghiamo insieme e stiamo insieme sotto lo stesso Dio. La preghiera dice la nostra identità, il nostro essere. Siccome siamo tutti figli suoi, di conseguenza, noi siamo fratelli. Ed è nella preghiera, nella lode a Dio che scopriamo la fraternità, la Koinonia. Vediamo qui la praticità: fare ed essere. Quello che ho lo condivido e condivido anche quello che sono. Preghiera e azione.

3. La frazione del pane, questo ritrovarsi insieme nelle case perché la casa è il luogo, è la piccola chiesa domestica. La casa, luogo della relazione, della vita insieme, diventa anche luogo della liturgia perché quello che noi viviamo lo mettiamo sull’altare perché tutto ciò che c’è nella casa venga offerto e salga gradito a Dio. La casa, il luogo dell’eucaristia, dello spezzare il pane.

4. Le preghiere, la spiritualità orazionale contraddistingue la fisionomia della prima comunità cristiana che pregava secondo i tempi della tradizione ebraica nelle tre ore prestabilite: terza, sesta e nona, perché tutta la giornata era articolata e ritmata dalla preghiera: I salmi, il salterio ai quali si aggiungeva la preghiera insegnata da Gesù: il Pater.

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Questi quattro pilastri che reggono la vita della prima comunità cristiana, cosa possono dirci a noi che viviamo in una comunità cristiana?

1. In che modo io posso ascoltare l’insegnamento degli apostoli?

L’esperienza ci dice che molte volte, per mancanza di tempo o per la molteplicità dei servizi che siamo chiamati a svolgere nell’istituto e a nome dell’istituto, ci capita di disattendere l’ascolto della didachè. La nostra vita a volte è molto frazionata e frammentata da tante cose che sono buone, belle, giuste ma .. la didachè l’ascolto?. E ascoltare la didachè significa formare il mio spirito e formare lo spirito della comunità a partire da quello che Gesù ha detto e ha fatto. Significa che io devo trovare un momento per confrontarmi con Lui, per mettermi davanti a Lui e chiederGli che cosa devo fare. E questo vale anche per la comunità, dobbiamo trovare un momento per confrontarci con Lui, per fermarci insieme davanti al Signore, per ascoltare cosa pensa Lui di noi, cosa dice Lui sul nostro lavoro, sul nostro apostolato. Confrontare, ad esempio, la mia idea di povertà, di aiuto alle forme di precarietà esistenziali con quello che è scritto nel Vangelo, con quello che ha detto Lui sui poveri, con quello che ha fatto Lui a favore dei poveri. Perché noi non siamo degli imprenditori, siamo dei consacrati. Confrontare, ad esempio, la nostra idea di giustizia perché io ho la mia idea di giustizia, la comunità ha la sua idea di giustizia, ma sappiamo qual è il pensiero del Signore sulla giustizia?. Bisogna ricuperare l’ascolto e l’incontro con la didachè a livello personale e a livello comunitario.

2. La sfida della Koinonia, l’unione fraterna.

Essere in comunione, perché noi lo siamo, perché c’è qualcuno che ci ha messo insieme per essere in comunione. Una comunione espressa a partire di ciò che sei e a partire di ciò che hai. Quello che io sono e come sono; quello che io so fare e che fa parte del mio patrimonio lo metto in comunione con te che vivi con me. Ma qui il punto di partenza, e che fa la differenza, è la FEDE in Dio. Se tu hai un problema in comunità è perché hai un problema con Dio. Se tu non vai d’accordo con qualcuno che ti sta antipatico… il problema non è quello lì che ti sta antipatico, ma il problema è che tu hai una fatica con Dio. La radice è la nostra relazione personale con Dio, perché se io credo che Dio è mio Padre e io sono figlia sua e anche l’altra è figlia di Dio, allora siamo sorelle.
Come è il mio rapporto con il Signore? Credo che veramente Dio è mio Padre e che io sono figlia sua?. Ripartiamo da qui, questa è la base della koinonia, da qui parte la fraternità: dalla paternità di Dio.

3. La frazione del pane

L’eucaristia costituisce l’elemento cardine della nostra giornata, dovrebbe essere vissuta come “il momento” di tutta la giornata perché tutto parte da lì, da quel pane spezzato. Cerchiamo quindi di essere “sveglie” per vivere bene questo momento significativo della nostra vita personale e comunitaria. È importante celebrare insieme, mettendo sull’altare le gioie e le fatiche, i momenti belli del nostro stare insieme come gratitudine a Dio per il dono della comunità. Anche l’intercessione è importante, quando la comunità è un po’ scollata, divisa, frazionata, quando ci sono i conflitti.. pregare il Signore che venga a stare in mezzo a noi, a guarirci, a illuminarci… La gratitudine dunque e l’intercessione per la vita insieme, mettere sull’altare tutta la vita comunitaria, quello che siamo e quello che facciamo. E concretizzare tutto ciò in alcuni momenti particolari con dei segni, dei gesti che rendano più concreto e più visibile il mistero che celebriamo insieme. Fare ad alta voce anche delle preghiere per le consorelle e per i momenti di particolare difficoltà che si possono vivere. La preghiera insieme GUARISCE!. Ci crediamo?

4. Nelle preghiere

Ogni versetto del Padre Nostro è un motivo per entrare nel mistero di Dio con il cuore del Figlio, ma anche nel mistero dell’uomo con il cuore da figlio. Il Padre Nostro è la preghiera più bella, più completa, più profonda perché ci parla di Dio e ci parla di noi, ci dice chi è Dio e chi siamo noi. Sarebbe interessante pensare un programma di vita comunitaria spirituale a partire dal Padre Nostro che è la preghiera di Dio e dei figli di Dio, la preghiera della Chiesa.

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Che il Signore Gesù possa confermare la nostra vocazione, che stiamo vivendo in comunità, nel nostro Istituto, a partire da questi quattro pilastri e se qualche pilastro è un po’ pericolante cerchiamo di rinforzarlo perché ognuno di essi è indispensabile perché la comunità possa reggersi e perché possa rispondere a quella vocazione che ha ricevuto dal Signore. Amen



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lunedì 2 dicembre 2024

Discorso sulla Dedicazione della Sacra Famiglia e la mia attività di scultore, di Sotoo Etsuro


Discorso sulla Dedicazione della Sacra Famiglia e la mia attività di scultore (Premio Ratzinger 2024)

di Sotoo Etsuro




Eminentissimo cardinale Pietro Parolin, eminentissimo cardinale Gianfranco Ravasi, eccellentissimo monsignor Salvatore Fisichella, Reverendo padre Federico Lombardi,

Cari signori, signore e amici,

Oggi, nel ricordare quel giorno indimenticabile in cui la Sagrada Familia fu consacrata da Papa Benedetto XVI, il 7 novembre 2010, avverto ancora una volta le sue parole risuonare in me, come un’eco sacra in ogni pietra, in ogni dettaglio di quest’opera vivente. La sua omelia non è stata solo un messaggio di fede e di speranza, è stata come la nota di una melodia; penso che noi siamo semplicemente parte di una nota della partitura divina, un alito che sembrava dare vita al tempio e a noi stessi. Ho sentito in quel momento, come lo sento oggi, che lavorare alla Sagrada Familia non è solo un progetto architettonico o artistico, ma una chiamata, uno scopo divino. La dedicazione ha significato molto più di una cerimonia religiosa. È stata un momento in cui ognuno di noi, dagli architetti, scultori e artigiani, fino al visitatore più umile, si è fatto testimone della trascendenza di quest’opera e ha avvertito che quel giorno avevamo ricevuto un grande compenso. Percepivamo di stare costruendo qualcosa che non appartiene solo a Barcellona, alla Catalogna o alla Spagna, ma a tutta l’umanità, un dono rivolto a noi tutti. È apparsa evidente l’universalità di questa chiesa, che si erge non solo come un simbolo di fede, ma come invito alla pace, all’incontro tra culture e credenze. Quel giorno ho capito, in modo molto personale, che il sogno di Gaudí, creare una «cattedrale del popolo», aveva smesso di essere un sogno. Era diventato realtà!

Quando giunsi per la prima volta a Barcellona dal Giappone, nel 1978, ricordo di essermi sentito come uno straniero in terra straniera. Ogni strada, ogni angolo, appariva pieno di storie e simboli che, all’inizio, mi erano estranei. Tuttavia, quando ho cominciato a lavorare la pietra, quando ho preso lo scalpello e ho cominciato a scolpire, sapevo che la pietra ha un suo linguaggio, un linguaggio che non ha bisogno di traduzione, per questo sono venuto a cercare la pietra dal Giappone all’Europa. La pietra è grande arte o qualcosa di più. L’arte, nella sua forma più pura, è un universo di pietra, fino alla fine dell’universo dove nessuno è andato e non possiamo andare, ma so che la pietra c’è.

Lavorare alla Sagrada Familia mi ha fatto capire che, pur provenendo da culture diverse, condividiamo un’essenza comune che può essere espressa non solo attraverso l’arte, perché ho scoperto che Gaudí aveva un intuito un po’ orientale. Col tempo ho cominciato a sentire che le mie radici giapponesi e questa terra catalana erano connesse, come due rami dello stesso albero, che s’incontrano nella spiritualità della creazione. Voglio spiegare i frutti e le foglie che ho lavorato: più di 200 pezzi, ognuno più o meno di una tonnellata, ogni pezzo terminato in cinque giorni, cioè lunedì portavo la pietra e venerdì la consegnavo. Nessuno allora sapeva che senso avessero. I discepoli di Gaudí mi avevano ordinato di metterci frutti con sotto foglie, i frutti in pietra; sopra i frutti, colorato mosaico veneziano, e al di sotto frutti e foglie in pietra. Ma perché, che cosa significa? Capirlo mi era necessario per scolpire, perché uno scultore non si limita a tagliare la pietra senza senso e senza significato, e se non lo comprendevo non potevo lavorare. Quindi ho indagato, ma poiché nessuno lo sapeva, ho dovuto inventare. Noi cresciamo grazie alle parole. E noi stessi siamo frutti, lo dico con parole di papa Ratzinger: «Siamo frutti della natura». Non dobbiamo solo rispettare la natura, Gaudí ha detto che la natura è la sua maestra, per esempio i frutti e le foglie. In Giappone, in natura senza foglie i frutti non nascono né maturano. In Giappone noi cresciamo e maturiamo grazie alle parole, perché le parole le scriviamo con i segni. L’ideogramma per Kotoba, parola è composto da due segni: “dire” e “foglie”, e letteralmente significa “fare del dire una foglia”.

Il mio cuore mi dice che con questa verità le persone sentono o imparano, e che qui si cela il segreto che animava Gaudí: foglie e frutti come simbolo della crescita della nostra anima, perché questo tempio è uno strumento per farci crescere. Immagino che Gaudí non conoscesse la lingua giapponese, ma poiché egli ha imparato dalla natura, cioè la natura è stata la sua maestra, e anche la nostra cultura viene dalla natura, arriviamo alla medesima risposta. È così che mi sono immerso nello spirito di quest’opera, sentendomi profondamente giapponese e allo stesso tempo figlio di questa città, come un seme che nato in Giappone è volato fino a Barcellona, città mediterranea, terra ricca dove cresce adattandosi e sviluppandosi ben oltre le mie aspettative. In ogni scultura, in ogni figura che ho sbozzato, ho voluto trasmettere qualcosa di quella dualità, di quell’incontro tra mondi che arricchisce, somma e approfondisce la nostra identità, perché quanto più sono diverse le culture che si uniscono, più nuova e più forte è la cultura che nasce.

Forse non c’è esempio migliore del Portale della Natività, dove gli angeli musicanti e il coro dei bambini celebrano la nascita di Gesù Bambino. Per me queste sculture non sono solo figure di pietra. Sono un canto alla vita, un tentativo di catturare quei bambini nella pietra come se fossero i miei figli vivi, come se ogni figura stesse per muoversi, ballare o cantare. Questo è il segreto di Gaudí: egli cercava sempre forme che facessero sembrare la statua di pietra viva, in movimento. Molte persone discutono di arte. L’arte non è tale per la sua antichità, tantomeno per il prezzo che le si attribuisce, ma perché è sempre viva, così che ogni volta che vediamo quadri, leggiamo libri, ascoltiamo musica, sentiamo sempre qualcosa di nuovo: questo è arte. E Gaudí diceva: «La bellezza è lo splendore della verità». Per questo il coro dei bambini occupa un posto molto speciale nel mio cuore. C’è un bambino birichino che sembra voler scendere ad accarezzare Gesù Bambino, un gesto così semplice e umano e, allo stesso tempo, così sacro. Quando iniziai a lavorare la pietra, venne a trovarmi un signore molto anziano, e mi disse: «Quel bambino sono io, quando avevo nove o dieci anni giocavo a palla davanti alla Sagrada Familia e ogni volta che passava il signor Gaudí interrompevamo il gioco, ci fermavamo in segno di rispetto. Un giorno questo signor Gaudí si avvicinò a me e, mettendomi una mano sulla testa, mi disse: “Ti darò una caramella se farai da modello”. Io non sapevo che cos’è un modello, con i miei amici sono andato a visitare il suo studio». Non mi aspettavo di poter vedere un modello vivente di quella facciata, pensavo che fossero tutti morti, e sono anche felice di aver reso qualcosa di molto simile a quell’uomo. Non è quello che sentiamo tutti dentro? Quell’impulso ad avvicinarsi, a toccare il divino. Non stiamo semplicemente realizzando una figura e tanto meno un monumento, ma dobbiamo realizzare qualcosa di vero. Il Gesù Bambino che è lì non è di pietra, tutti vogliono vederlo come duemila anni fa, là dove davvero esisteva, tutti vogliono esserci, insieme ai Magi, presenti all’evento più importante e magnifico di quel momento.

Credo che in quel gesto sia racchiuso il messaggio vivo di Gaudí, il suo desiderio che la Sagrada Familia fosse un luogo d’incontro tra il celeste e l’umano. In quei piccoli dettagli, in quelle espressioni di tenerezza e curiosità, ho voluto lasciare un messaggio a tutti coloro che visiteranno questa chiesa: che l’amore, nella sua forma più pura, è ciò che ci unisce tutti. Questa facciata-pala d’altare, che normalmente si troverebbe all’interno del tempio, è stata posta all’esterno per invitare le persone, siano o non siano interessate; chiama tutti. Il modello in gesso a grandezza naturale che ho impiegato dieci anni a trasformare in pietra ora si trova a Kyoto, in Giappone, dove il prossimo dicembre verrà inaugurato nella Kyoto City Fine Arts University, che è accanto alla stazione di Kyoto: se un giorno andate in Giappone e visitate Kyoto, potrete vederla gratuitamente.

La gente si chiede come si possa continuare a costruire senza Gaudí. L’arte non è che qualcuno ha sbagliato e noi seguiamo questa strada sbagliata, l’arte è, come la scienza, ricerca della risposta giusta, perché anche se Gaudí non c’è più e non ha lasciato dati, se guardiamo dove guardava Gaudí, troviamo sempre la risposta corretta. Questo è il mio modo di costruire la Sagrada Familia. Oggi, dopo quasi un secolo e mezzo da quando Gaudí iniziò a lavorare, siamo più vicini che mai a vedere la Sagrada Familia completata. Ma mi chiedo: anche quando il progetto architettonico verrà portato a termine, è davvero possibile che un’opera come questa sia terminata? Si può dire completato qualcosa che sta crescendo?

La Sagrada Familia non è solo una costruzione; è un simbolo della nostra capacità di creare qualcosa più grande di noi, qualcosa che dura, che trascende. Gaudí ha detto: «Quanto più ci mettiamo, meglio è, perché il padrone di quella casa non ha fretta». Aggiungo che questo tempio è uno strumento eterno che costruisce noi: Papa Benedetto ha detto nella sua omelia che «la Chiesa non ha consistenza da se stessa; è chiamata ad essere segno e strumento». Personalmente so che la mia missione in quest’opera non è terminata. Ci sarà sempre qualcosa in più da fare, qualche dettaglio da perfezionare, qualche spazio da riempire di significato, qualcosa da restaurare e migliorare. Diceva Gaudí che il suo vero committente era Dio e credo che, in qualche modo, tutti noi che lavoriamo qui sentiamo questa stessa vocazione. Il mio lavoro non è solo scolpire la pietra, ma darle vita, trasmettere attraverso di essa la fede e l’amore che Gaudí ha sognato. Pensando sempre: come possiamo dare felicità a questo grande cliente, Dio? La risposta è: «Cerchiamo semplicemente di rendere felici noi stessi, come ogni genitore si sente felice quando vede i propri figli felici, amati». Pertanto, finché ci sarà una scintilla di creatività, finché ci sarà una pietra in attesa di essere scolpita, resterò qui, a servire quest’opera con umiltà e devozione.

Nel frattempo cerchiamo di migliorare il lavoro, imparando, costruendo noi stessi come esseri umani. Per me la Sagrada Familia non è solo un edificio in costruzione: è una preghiera che si eleva, un canto che celebra la grandezza di Dio e la nobiltà dello spirito umano. E so che, in questo luogo, troverò sempre una casa, una ragione per andare avanti, uno scopo che mi riempie il cuore. Siamo semplicemente una nota all’interno della partitura che armonizza la musica di Dio. Quando vedo i visitatori meravigliarsi davanti alle sculture, fermarsi a osservare ogni dettaglio, so che il mio lavoro, il nostro lavoro, acquista significato. L’opera della Sagrada Familia è un invito al dialogo con Dio, alla pace, alla comunione. Ed è questo, alla fine, che mi dà la forza. Sento che la mia vita, la mia cultura, la mia storia e ciascuno dei giorni che ho dedicato a questa Basilica non solo sono valsi la pena, ma mi sento costruito da essa, non lei da me. La Sagrada Familia continuerà a essere un faro di speranza e di amore per tutti coloro che la visiteranno. E io, finché Dio e il destino lo permetteranno, resterò qui, a prendermi cura di lei, scolpendo, sognando e lavorando affinché ogni angolo di questo tempio rifletta la luce divina, quella luce che ci unisce e ci ricorda che, alla fine, «tutti siamo uno nell’amore».

Un aneddoto di quel 7 novembre 2010: dopo la solenne cerimonia mi chiesero di aspettare Papa Benedetto XVI «Ratzinger» sul percorso verso la Porta della Natività, che Gaudí aveva iniziato a costruire e io avevo portato a termine. Prima che Papa Ratzinger andasse a rivolgersi alla gente, dovevo avere una breve udienza con lui. Ma quando il Papa era quasi arrivato, a un passo da dov’ero io, una giovane guardia venne e si fermò proprio davanti a me. E il Papa, vedendola, con un gesto che immediatamente compresi, aprì le braccia e con il suo sguardo, con quel gesto mi disse: «Non si può evitare», e mi passò davanti, fissandomi (pensai di dare un calcio nel tallone alla giovane guardia, ma non l’ho fatto). Perché è andata così? Mi sento ancora oggi stupito e impotente. Tuttavia, grazie a tutti voi che siete qui oggi, mi sento fortemente abbracciato da Papa Ratzinger, ciò che era stato impossibile allora, e sono profondamente commosso. Le persone sono imperfette. Vorrei aggiungere «per fortuna». Il motivo è che non importa quanto lo desideri o quanto ci provi, non sempre le cose si realizzano. Tuttavia, se aspetti obbedientemente, ci sarà sempre un risultato che gli esseri umani non possono produrre attraverso i calcoli, a cui gli esseri umani non potrebbero mai pensare. Gaudí lo chiamava Gozo, «Gioia», e sperava che la Basilica fosse piena di Gozos. Inoltre, anche le «parole» sono imperfette, il che dimostra che lo siamo anche noi esseri umani.

Solo la Parola di Dio è perfetta e dice la verità. Ciò che Dio desidera veramente sono persone che continuino a imparare mentre la Basilica viene costruita con la sincerità. Dobbiamo costruirla come noi stessi eternamente! Per aiutare gli esseri umani imperfetti e le loro parole instabili, Gaudí ha utilizzato tanti nuovi simbolismi per trasmettere direttamente al mondo, soprattutto ai giovani, il significato della Bibbia, che va oltre le parole, oltre il linguaggio. Secondo la parola del Papa Benedetto: «Non con parole, ma con pietre». Questa è la missione moderna del costruire la Basilica della Sagrada Familia. Attualmente sto lavorando e aspetto che sia finito il progetto degli interni della Torre di Gesù, la torre più grande e importante dell’intera Sagrada Familia. Qui i miei riflessi del firmamento moderno richiamano l’idea dell’essenza semplice: «Padre, Figlio e Spirito Santo». Sono 60 metri di altezza, un unico spazio da riempire di messaggi di Dio e fisica e quantistica, con più di 32.000 pezzi di ceramica colorata. Rispecchierà tutti gli elementi che Dio ci ha dato. Per via del regolamento della Sagrada Familia non posso ancora mostrare le foto al pubblico, ma l’anno prossimo sarà completata con dei colori in ceramica, un sistema che ho inventato, simili all’acquerello, e sarà possibile visitarla. Inoltre sto lavorando su alcuni simboli delle chiavi della volta del chiostro, su entrambi i lati della Facciata della Natività; uno è nuovo per la Vergine di Montserrat e sull’altro lato c’è la continuazione della Vergine del Rosario, che Gaudí costruì come un testamento a cui teneva molto, ma purtroppo venne distrutta durante la Guerra Civile spagnola e l’ho restaurata su richiesta dei discepoli di Gaudí. Sono un messaggio molto importante per proseguire, camminare, verso il futuro dell’umanità. Inoltre supervisionando il monumento enorme che è in fase di completamento come nuovo simbolo del cristianesimo, accanto alla Torre di Gesù, poiché Gaudí non ha lasciato nulla, è compito mio creare un nuovo simbolo, di acqua, fuoco e vento. E la terra rappresenta la Torre della Vergine Maria. Lavoro lì da 46 anni e continuerò a farlo con ancora più forza grazie a questo premio e al vostro supporto.
Molte grazie. 
Sotoo Etsuro

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sabato 30 novembre 2024

Anno cristiano come anno liturgico, di mons. Giuseppe Liberto

ANNO CRISTIANO COME ANNO LITURGICO

di mons. Giuseppe Liberto




Per chi non lo sapesse o per chi non lo volesse capire, la Chiesa di Cristo con il Concilio Vaticano II riprende in mano la sua Divina Liturgia. Le celebrazioni liturgiche, afferma il Vaticano II, costituiscono il vertice di tutte le azioni della Chiesa e la sorgente di santificazione dei cristiani. Guardando però certi orientamenti dell’attuale situazione, vien da pensare che i Padri del Concilio furono vittime di allucinazioni comunitarie.

Oggi esiste il pericolo che molti cristiani continuano ad avere una concezione pagana del “tempo” e del “culto”. Il Concilio istruisce che il vero culto cristiano celebrato nelle coordinate storiche è sublime dialogo d’amore tra Dio e l’uomo. Dio, essendosi rivelato nel Figlio incarnato, attende dall’uomo non solo la risposta orante e adorante di lode e di rendimento di grazie, ma anche la preghiera filiale di richiesta. Partecipare dunque alle azioni liturgiche non significa assistere a un rito vuoto, ma accogliere i doni della salvezza affinché siano offertori di vita attraverso l’entusiasmo di una “piena, consapevole e attiva partecipazione”.

Il culto cristiano, essendo offerta di tutta la vita messa a servizio dell’evangelizzazione, deve sapere armonizzare catechesi, liturgia, mistagogia e carità. Gli Atti degli Apostoli ci tramandano che i primi cristiani «erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere… lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» (2,42.47). La Chiesa degli inizi celebrava soltanto la “Domenica”. A metà del secondo secolo, scelse la Pasqua come prima Festa. Poi, dalla Pasqua, si svilupparono i cinquanta giorni del tempo pasquale e gradualmente iniziarono a essere celebrati la Quaresima, il Natale, l’Epifania e poi, a Roma, l’Avvento che preparava il Natale cristiano come una sorta di cristianizzazione della festa pagana del Sole vittorioso nel solstizio d’inverno, simbolo di Cristo vincitore delle tenebre del male e della morte. I Padri della Chiesa, specialmente san Leone Magno, collegavano la venuta del Signore a Betlemme con il suo secondo avvento glorioso alla fine dei tempi. Celebrare il Natale di Gesù, pur attraverso l’umiltà del presepio, è già festa di trionfo connessa con il trionfo redentivo della croce e con il trionfo finale del suo ritorno.

L’Attesa dell’Avvento è attesa reale perché aspettiamo l’attualizzazione dell’Incarnazione e, nella gioia della speranza, attendiamo la sua seconda venuta. Non vi è speranza senza fede e senza amore, si crede e si ama perché si spera. La speranza nutre la fede e rafforza l’amore, la fede e l’amore suscitano la speranza che è certezza di ciò che già possediamo e tocchiamo, e così il non vedere illumina la fede e ravviva l’amore. Purtroppo, si corre sempre il grave pericolo del formalismo religioso dato dall’oscurità della fede, dalla falsa speranza e dalla cecità dell’amore.

L’Avvento ci istruisce che bisogna stare sempre in attesa vigilante e operosa perché non sappiamo né il giorno né l’ora della venuta del Signore. L’attesa è l’atmosfera che caratterizza tutto il corso storico del popolo d’Israele orientato verso la venuta del Messia non soltanto d’Israele ma dell’universo intero. Profezie e Salmi descrivono il giorno definitivo della venuta di Dio che, per un popolo smarrito, sarà incontro di perdono, purificazione e rinnovamento. Il Servo di Jahvè verrà per portare su di sé il peccato del mondo e stabilire l’Alleanza definitiva (cf Is 53,4-5.11). L’attesa d’Israele era tensione ardente verso l’incontro trasfigurante con il suo Dio. La speranza era ricordo del passato in attesa dell’avvenire nella pazienza del presente. La visione di Isaia, rievocando, i primi giorni del paradiso terrestre, profetizzava che la pace si sarebbe stabilita finalmente in terra (cf Is 11,6-9).

Celebrando la Liturgia dell’Avvento, il cristiano condivide la speranza di Isaia che invocava l’evento tanto sospirato dell’incontro con Dio: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (63,19). La spiritualità dell’Avvento non può basarsi su un Dio che ancora non ha inviato nel mondo il Figlio suo. Per il cristiano, il Messia si è incarnato nel grembo verginale di Maria e si è fatto uomo. Con la sua morte e risurrezione, abbiamo ottenuto la salvezza totale e il dono della vita eterna che raggiungeremo quando, alla fine dei tempi, Cristo ritornerà nella gloria. Se l’attesa d’Israele si trova tra il peccato originale e la venuta del Messia, la fede del cristiano si situa tra la sua venuta storica e l’attesa del suo secondo avvento. La fede d’Israele e quella del cristiano s’incontrano, ciascuna a suo modo, nel vivere le due speranze con diversa intensità.

Nell’attesa dell’ultimo giorno e a sostegno del nostro cammino verso la Terra promessa, Gesù ci ha lasciato il suo Corpo da mangiare e il suo Sangue da bere. Il nutrimento del suo Corpo e del suo Sangue fa vivere il cristiano in uno stato di ardente tensione che lo prepara all’incontro con il Signore che è venuto, verrà e continua la sua misteriosa presenza nel venire-restare dolcissimo all’interno della sua Chiesa.

Non possiamo celebrare l’Avvento senza l’Eucaristia che è pregustazione del Paradiso. Non possiamo vivere il presente avendo soltanto la visione della caducità del mondo pensando solo alla “fine” come “la fine di tutto”. Questa mancata speranza immerge l’uomo in uno stato di disperazione e, abbassando i livelli dell’esistenza, cade nel complesso d’inutilità di ogni cosa votata al fallimento. L’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio sta al centro della creazione perché tutto ciò che lo circonda è stato creato per lui. Soltanto il peccato frantuma ogni cosa. L’Incarnazione, la Croce e Risurrezione sono descritte da san Paolo con la parola “ricapitolazione” di tutto il creato. L’Avvento di Dio nella storia dell’Antico e del Nuovo Testamento è intervento di “restaurazione” di tutto ciò che esiste.

La Liturgia della Chiesa ha la funzione di attualizzare per l’umanità il gesto redentore di Cristo. È questa la funzione essenziale della celebrazione eucaristica, “culmine e fonte” della vita cristiana. L’assemblea liturgica che celebra la Divina Eucaristia è chiamata, per Cristo, con Cristo e in Cristo, a elevare l’uomo per la ri-creazione di tutto l’universo. Anche se il peccato, il dolore e la morte resteranno il retaggio umano, la speranza cristiana farà passare la creatura dalla morte alla vita. San Paolo ci assicura che, alla fine dei tempi, saremo assunti nella gloria, dopo avere passato il crogiolo della prova. Nella lettera ai Romani, afferma: «Ritengo, infatti, che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio… Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza, infatti, siamo stati salvati. Ora ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo ciò che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8,18-19;22-25).

Per l’incontro con Cristo alla fine dei tempi, le esigenze sono: la forza della Fede, lo splendore della Speranza, l’efficacia della Carità. Non siamo stati creati per vanificarci nel nulla. Anche se il Vangelo ci parla di “servi addormentati”, incapaci di vegliare per collaborare alla realizzazione del Regno di Dio, Gesù ci esorta: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento» (Mc 13,33). Senza avere alcuna paura, il nostro Signore e Maestro chiede ai credenti la massima vigilanza nella paziente attesa della fine dei tempi.



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Fonte: 

venerdì 29 novembre 2024

La liturgia quotidiana: mistagogia universale della madre chiesa, di Jesus Castellano


LA LITURGIA QUOTIDIANA.

MISTAGOGIA UNIVERSALE DELLA MADRE CHIESA

Jesus Cervera Castellano ocd


 



Introduzione

Proseguendo nella nostra Settimana di Spiritualità la trattazione di alcuni temi emergenti della lettera di Govanni Paolo II “Novo millennio ineunte" abbiamo visto sotto diversi aspetti il bisogno, le prospettive, i modelli, i ministeri e le varie aree nelle quali occorre ridonare slancio al grande tema tradizionale della Chiesa che è l’accompagnamento spirituale, chiamato anche oggi con termine antico e nuovo mistagogia, cioè introduzione al mistero e guida al mistero di Dio perché la sua rivelazione donazione si attui in noi, personalizzata ed attualizzata nel progetto sempre suggestivo e nuovo della chiamata alla santità.

Il mercoledì della prima settimana di quaresima, nella preghiera dopo la comunione, abbiamo invocato il Signore con queste parole: "O Dio, che sempre nutri come pastore il popolo cristiano con la tua parola e i tuoi sacramenti, per questi doni della tua bontà guidaci alla vita eterna”.

Ecco la mistagogia del pastore supremo che guida il popolo cristiano, con la parola ed i sacramenti. Lo scopo di questa relazione è evidenziare la preziosa opera di mediazione della Chiesa, la Santa Madre Chiesa, mistagoga di Dio, attraverso quel ministero costante, quotidiano, universale, semplice ed essenziale, che è la santa liturgia, luogo mistagogico per eccellenza, cioè tempo e spazio, momento e celebrazione della comunicazione del mistero di Dio a ciascuno di noi. Una mistagogia fatta di parola di Dio e parola ecclesiale — l’attualizzazione della parola e la preghiera ecclesiale — di azioni salvifiche santificanti che hanno il loro culmine nella autocomunicazione di Cristo a noi nell’Eucaristia, di gesti di guarigione spirituale, di orientamento, di educazione progressiva.

Una mistagogia che accompagna dalle acque battesimali, e prima ancora dal primo avvio dell’iniziazione cristiana, fino al culmine della vita, con gesti di estrema verità, bontà e bellezza, come sono i sacramenti e i sacramentali. Tutta la nostra vita è accompagnata dalla Madre Chiesa. Nessuno dovrebbe sentirsi solo in questo cammino poiché lo facciamo insieme, nessuno deve lamentarsi se non ha un direttore spirituale dotto e santo. Tutti abbiamo una Mater et Magistra, Madre e Maestra della verità e della vita, la Santa Chiesa se ci lasciamo plasmare da lei e in lei troviamo la mediazione dell’azione dell’unico Maestro interiore e l’azione dello Spirito Santo, grande e interiore pedagogo della vita spirituale in ogni suo momento. Senza escludere perciò il rimando alle mediazioni ecclesiali dell’accompagnamento spirituale, squisito ministero di santità e di santificazione nella Chiesa, oggi più che mai necessario, che precede, accompagna e segue l’azione sacramentale della Chiesa.

Una Chiesa che non si sostituisce al Dio vivente nel suo mistero, ma lo accoglie, lo "mediatizza” umanamente nella struttura sacramentale, passando dalla mediazione al dono immediato. Dal ministero del dono alla personalizzazione libera da parte di ciascuno.

Una Chiesa che offre questo dono a tutti, sempre, tutti i giorni, in tutti i luoghi, in ogni età della vita, anzi con una sacramentalità aperta ad ogni circostanza dell’esistenza. Una mistagogia della ripetizione, della assimilazione, della ricchezza oggettiva. Ma che ha bisogno di essere vissuta con certi atteggiamenti fondamentali, che sono quelli stessi che la liturgia di per sé postula in forza del mistero celebrato e vissuto: cioè l’attenzione al Dio vivente, la fede viva, la carità, la apertura costante alla speranza.


I. La liturgia come mistagogia: un termine antico ritrovato

Nell’attuale desiderio di vivere in pienezza ciò che è celebrato nella santa liturgia acquista una grande importanza la considerazione della liturgia stessa come mistagogia. Tecnicamente, mistagogia è un termine legato alla costellazione semantica di “mistero”, "mistica”, "myeo”, nel senso di iniziare, con la precisa accezione di introduzione, iniziazione, rivelazione, pedagogia personalizzata o comunitaria per arrivare alla comprensione ed esperienza dei misteri. Questo termine, "mistagogia”, così caro alla tradizione liturgica e spirituale dell’antichità cristiana, poi sparito dal linguaggio corrente, sta diventando familiare nell’ambito della teologia liturgica e spirituale. È entrato perfino nei documenti della Riforma liturgica e della Santa Sede. Con varie accezioni che è doveroso ricordare.

Segnaliamo prima di tutto il riferimento esplicito ad un tempo della vita cristiana chiamato "mistagogia” che si ritrova nel Rituale dell’iniziazione cristiana degli adulti. Infatti nelle Premesse generali o Introduzione, si considera come mistagogia l’ultima tappa dell’iniziazione cristiana, quella che segue la celebrazione dei sacramenti del battesimo, della cresima e dell’eucaristia, al termine del cammino iniziato con il precatecumenato ed il catecumenato. Di tale momento si afferma: “Dopo quest’ultimo grado, la comunità insieme con i neofiti prosegue il suo cammino nella meditazione del Vangelo, nella partecipazione all’Eucaristia e nell’esercizio della carità, cogliendo sempre meglio la profondità del mistero pasquale e traducendolo sempre più nella pratica della vita. Questo è l’ultimo tempo dell’iniziazione, cioè il tempo della "mistagogia” dei neofiti”1.

A questa indicazione semplice dell’Introduzione si aggiungono, nel momento della descrizione dei riti, una serie di proposte: l’accompagnamento della comunità, la partecipazione dei neofiti nelle messe dell’ottava di pasqua e del tempo pasquale, una particolare celebrazione di chiusura di questo tempo propizio della vita nuova dei neofiti, la memoria annuale del loro battesimo, l’incontro frequente con il Vescovo.2

Tale descrizione della mistagogia è forse la forma più ampia di far riferimento all’esperienza e al cammino della vita spirituale dei cristiani a partire dai sacramenti dell’iniziazione. In questo senso si può affermare che tutta la vita è un vero e proprio cammino di mistagogia. E una continua esperienza ed assimilazione personale del mistero.

Essa infatti nel suo contenuto anticipa fin dall’inizio tutto il cammino spirituale da percorrere nella vocazione cristiana, e nella metodologia ci presenta le forme concrete di un itinerario mistagogico fatto di ripetizioni, assimilazioni, confronti con Cristo nella Chiesa, sorprese nel passare da un momento all’altro dei riti dell’iniziazione fino al culmine che è appunto, come il culmine mistico della vita che è la comunione eucaristica con Cristo nel suo totale senso di esperienza trinitaria, ecclesiale, sociale.

In un recente contributo ho cercato di illustrare la sintonia che esiste, anche con l’orientamento del Magistero e della Chiesa, e l’itinerario proposto dai grandi maestri della spiritualità, fra il cammino dell’iniziazione cristiana e il cammino spirituale che i cristiani devono percorrere. Tutto quanto propone Ignazio nei suoi esercizi spirituali, Giovanni della Croce nel suo itinerario spirituale, Teresa di Gesù nel progetto spirituale del Castello interiore è in qualche modo lo sviluppo coerente, la riappriopiazione personale e storica del dinamismo del catecumenato e dei riti dell’iniziazione cristiana. È l’itinerario che anche recentemente ha riproposto la Chiesa parlando del cammino spirituale del Cristiano attraverso la preghiera e l’esperienza spirituale che da essa ne deriva, nel documento della Congregazione per la Dottrina della fede Orationis formas (15.10.1989). Un itinerario spirituale che trova conferma anche nella ricca tradizione dell’oriente cristiano, in modo speciale nel libro di N. Cabasilas, La Vita in Cristo3, vero ed autentico cammino sacramentale, evangelico e personalizzato di crescita in quello stesso dono che abbiamo ricevuto.4

Non si può dissociare il progetto personalizzato dell’accompagnamento spirituale dal primo e fondamentale itinerario di santità donata ed esigita, che il Signore ci propone con la sua grazia sacramentale ed accompagna con tante altre grazie fuori dei sacramenti, incontri, ispirazioni, preghiera, aiuto personale, vita comunitaria.


II. Dalla liturgia alla Teologia spirituale

In un’Istruzione della Congregazione per l'Educazione Cattolica riguardante La formazione liturgica nei Seminari si accenna alla "formazione mistagogica”, giacché si tratta di una iniziazione alla santa liturgia mediante le stesse celebrazioni. In tal senso la mistagogia è la stessa celebrazione liturgica, pienamente compresa e vissuta.5

Il termine ha avuto una particolare risonanza nel documento del Sinodo straordinario del 1985, come chiave del doveroso e qualitativo approfondimento della partecipazione liturgica del popolo di Dio nel presente e nell’avvenire. Si afferma infatti: "È evidente che la liturgia deve favorire e far risplendere il senso del sacro... Deve essere permeata dello spirito della riverenza, dell’adorazione e della gloria di Dio... Le catechesi, come già accadeva all’inizio della Chiesa, devono tornare ad essere un cammino che introduca alla vita liturgica (catechesi mistagogica)”.6

Anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica il termine ricorre come espressione della catechesi liturgica che introduce alla comprensione dei misteri celebrati: "La catechesi liturgica mira ad introdurre nel mistero di Cristo ( essa è infatti "mistagogica”) in quanto procede dal visibile all’invisibile, dal significante a ciò che è significato, dai "sacramenti” ai “misteri”...”7

Queste diverse accezioni della parola mistagogia coincidono in realtà con l’uso che di questo termine si è fatto nella Chiesa dei primi secoli. Le catechesi come introduzione al mistero, la liturgia stessa come celebrazione mistagogica, la vita cristiana, vissuta come frequentazione del mistero, la sua assimilazione come perenne mistagogia. Oggi ritorna con forza l’interesse per la terminologia e per i contenuti.8

Ma oggi anche la teologia spirituale si appropria del termine, sia per indicare che la vita spirituale è radicata nell’iniziazione cristiana, sia per mettere in luce il carattere "esperienziale” della vita cristiana, che ha costante bisogno di una guida e di una continua assimilazione dei contenuti di grazia per essere portati allo splendore della vita cristiana vissuta.9

La felice convergenza in questo termine da parte di liturgisti e teologi della spiritualità è indice di ritrovata armonia nella visione della vita spirituale cristiana che non può non essere radicata nel mistero e nei misteri di Cristo da vivere e da assimilare. F. Ruiz nel suo Manuale di Teologia spirituale mette in luce il termine e la sua portata indicando l’uso che oggi si fa nell’ambito della pastorale della spiritualità. Si riferisce a Dio come primo mistagogo, al soggetto interpellato per accogliere la comunicazione divina, al mediatore che può essere il ministro o anche il direttore spirituale o confessore, ai mezzi che sono la parola e le varie azioni.10


III. La dimensione mistagogica della liturgia

Nel discorso specifico sulla liturgia come mistagogia, nell’ambito di una Settimana di spiritualità su accompagnamento spirituale e mistagogia, occorre notare che la Chiesa, con le celebrazioni liturgiche non soltanto mette come fondamento della vita dei cristiani, il seme della parola e della grazia dei sacramenti dell’iniziazione, ma accompagna tutta la vita dei credenti, giorno dopo giorno, con la certezza delle verità della fede proclamate nella parola e nelle preghiere; nutre altresì con la grazia dei sacramenti tutta la vita dei credenti, la modella interiormente con la ricchezza del mistero e dei misteri di Cristo, fino all’ultimo viatico. Tutto ha come una concentrazione ideale nell’ambito dell’anno liturgico, massima e completa "mistagogia” della Chiesa e sua programmazione pastorale e spirituale permanente, per aprire i sentieri della vita cristiana, come vita in Cristo e vita nello Spirito.

E la Chiesa stessa che viene implicata, come madre e maestra della fede e della vita dei credenti, nell’accompagnamento dei fedeli verso la piena realizzazione della vita cristiana; essa trova nella liturgia, e in modo speciale nella celebrazione eucaristica, la sorgente ed il culmine; parimenti nella liturgia trovano “la prima e per di più necessaria sorgente dalla quale i fedeli possano attingere uno spirito veramente cristiano!" Paolo VI ha saputo affermare con parole ispirate questo ruolo mistagogico quando nel lontano 1963, approvando la Costituzione liturgica, primo documento conciliare, così si esprimeva: “Esulta l’animo nostro per questo risultato. Noi vi ravvisiamo l’ossequio alla scala dei valori e dei doveri: Dio al primo posto, la preghiera nostra prima obbligazione, la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale, primo dono che noi possiamo fare al popolo cristiano...”12

La complessità della liturgia si propone oggi con la triplice formula: lex credendi, lex orandi, lex vivendi. Infatti nella liturgia si esprime la fede della Chiesa e si esercita la sua evangelizzazione e la sua catechesi. Essa esprime nella forma più bella e ricca il modo e le modulazioni della preghiera cristiana, comunitaria e personale. Essa inoltre esprime il modo di essere e di agire dei credenti, non solo l’ortodossia ma anche la doverosa ortoprassi morale, apostolica, missionaria, secondo le diverse vocazioni. Questa visione della mistagogia liturgica quotidiana ci induce a completare ancora la sua descrizione con tre note caratteristiche che ci aiutano a cogliere ancora, se ce ne fosse bisogno, la sua bontà, la sua verità, il suo equilibrio. Applico qui una serie di considerazioni che R. Taft fa a proposito della liturgia delle ore, che è nel suo genere un aspetto della mistagogia della Chiesa che accompagna la nostra vita come preghiera ed impegno, la nutre, la sollecita, la plasma e la educa. Essa ripropone continuamente, totalmente, quotidianamente nel suo carattere biblico che la impregna di parola di Dio, la verità oggettiva della storia della salvezza, la sollecitazione quotidiana ad ascoltare la voce del Signore, quella della liturgia e quella che risuona nel cuore. Nel suo stile essa tradizionale, non conservatrice o tradizionalista. Ha superato la prova del tempo.

È soprattutto oggettiva. “ Il fine di tutta la vita cristiana è di entrare sempre più pienamente nel mistero di Gesù Cristo, il nuovo Adamo, paradigma dell’umanità ricreata. Quale memoriale di questo mistero la liturgia è un vero ed efficace incontro con il Padre mediante Gesù nello Spirito, purché i nostri cuori rimangano aperti per rispondere nella fede a questo segno ecclesiale dell’eterna chiamata divina risuonante attraverso i secoli nei riti della Chiesa... Nessuna altra forma di preghiera è così radicata nei misteri della storia della salvezza come essi si dispiegano giorno dopo giorno nel ciclo annuale della Chiesa. Attraverso questo costante nutrimento della Sacra Scrittura, non solo Dio ci rivolge la sua parola, non solo contempliamo sempre meglio i misteri centrali della salvezza, ma le nostre vite personali sono gradualmente sintonizzate con questo ritmo e noi meditiamo sempre più sulla storia d’Israele, ricapitolata in Gesù, che è anche la saga della nostra odissea spirituale... Inoltre, la nostra risposta personale a questa parola profetica nelle nostre vite è ugualmente manifestata”. Si tratta qui della mistagogia dell’essenzialità e dell’equilibrio: "Ciò attribuisce (alla liturgia) una concentrazione sull’essenziale piuttosto che sul periferico, gli dona un equilibrio in quanto i suoi ritmi sono posti dalla Chiesa e non dalla nostra soggettività.

Quanta penitenza, quanta festosità, quanta contrizione, quanta lode, quanta supplica e quanto rendimento di grazie dovrebbe contenere la nostra preghiera? Tutto ciò si realizza grazie all’antica pedagogia degli uffici della Chiesa. Quanta devozione alla Madre di Dio, quanta attenzione ai santi, ai misteri della vita terrena di Gesù?”. La liturgia risponde a tutto ciò. "Questo dona alla preghiera della Chiesa una capacità di accoglienza equilibrata e oggettiva, rimedio sicuro contro gli eccessi unilaterali e le esagerazioni del devozionalismo soggettivo, il quale pone tutta la propria enfasi unicamente su quegli aspetti della vita di preghiera che possono costituire un appello personale per l’individuo in qualche dato momento, spesso nient’altro per ragioni ideali”.

Santa Gertrude pregava, e dovremo pregare anche noi, che la nostra vita e la nostra preghiera, il nostro cammino spirituale, potesse essere in armonia con la liturgia della Chiesa. “Questa è la guida per essere sul giusto sentiero. Giacché una pietra ecclesiale oggettiva non è esclusivamente penitenziale, né esclusivamente eucaristica, o mariana o solo devozionale... Non è soltanto cristologia.... Essa è una sintesi equilibrata di tutto ciò”.13

È questa la ricchezza dell’universalità di contenuti mistagogico per il nostro cammino ed il nostro progetto di vita spirituale.


IV. Tre momenti della mistagogia liturgica

Tutta la liturgia quindi è mistagogica, ma occorre segnalare le implicazioni e viverne le virtualità. Infatti, affinché possa svolgere il suo ruolo essa esige tre indissolubili momenti progressivi e collegati: l’iniziazione catechetica, la celebrazione vissuta, l’assimilazione progressiva e vitale. La mistagogia liturgica nel senso globale di iniziazione al mistero, comprende indissolubilmente questi tre momenti caratteristici che vanno proposti e messi in atto se vogliamo qualificare la partecipazione ai misteri liturgici.

Prima di tutto la catechesi mistagogica o iniziazione catechetica; essa offre ai fedeli, già fondamentalmente iniziati ai misteri (mediante il catecumenato ed il battesimo), la grazia della "illuminazione” o la capacità di capire quanto Dio ci offre per mezzo della sua Chiesa. È la possibilità concreta di entrare nella “conoscenza”, non meramente intellettuale ma viva e sapiente, dei riti, delle preghiere, delle parole, dei simboli; solo in questo modo ci si addentra nella complessità del mistero liturgico, come può essere ad esempio quello dell’anno liturgico e dei suoi tempi e celebrazioni, quello dei singoli sacramenti. L’iniziazione presuppone la fede e la docile accoglienza del dono di Dio.

I Padri della Chiesa sono stati grandi mistagoghi. Ricordiamo Cirillo di Gerusalemme, Ambrogio, Agostino, Teodoro di Mopsuestia, Giovanni Crisostomo, essi hanno speso molte energie per spiegare ai fedeli prima, durante e dopo le celebrazioni, il senso delle parole e dei riti, specialmente quelli dell’iniziazione cristiana.14

Cirillo di Gerusalemme ha usato nelle catechesi mistagogiche la metodologia della catechesi a posteriori, come evocazione dell’esperienza dei sacramenti celebrati nella veglia pasquale, per invitare i neofiti a far memoria di quanto hanno visto e sperimentato, ed appropriarsi dell’esperienza della grazia, pienamente compresa, dopo essere stata vissuta. In questo metodo, che lascia al momento celebrativo tutta la capacità di stupire il neofita man mano che viene introdotto nella memoria della celebrazione, si sottolinea che non si tratta soltanto di una catechesi dottrinale per capire quanto sta per realizzarsi; è piuttosto un invito alla "conoscenza globale” del mistero ricevuto, all’esperienza viva già fatta. In essa il linguaggio è vivo, biblico, ma anche esistenziale, come quando si fa riferimento a simboli pregnanti di significato, come l’allusione alla vasca battesimale quale "sepolcro e seno materno”. Questo linguaggio tende a coinvolgere tutta la profondità della "psiche” umana.

Normalmente però, la catechesi mistagogica precede la celebrazione dei misteri o è continuamente richiamata, per far memoria di quanto si presuppone che sia conosciuto, ma va continuamente ricordato. In questo senso tutti abbiamo bisogno di essere continuamente istruiti nei santi misteri della liturgia. Ma siamo pure convinti che senza una continua, sistematica e profonda catechesi biblica, simbolica, esistenziale, la liturgia non è ancora coinvolgente. A livello pratico questa necessaria iniziazione catechetica, costantemente ripetuta, ci dice che la liturgia come mistagogia della Chiesa non arriva a donare tutti i suoi frutti se non ci si mette in sintonia anche conoscitiva per sapere perché, come e che cosa celebriamo. Una costante catechesi risveglia il senso di quello che celebriamo e che va accolto con la mente ed il cuore, con l’intelligenza e la sapienza. La liturgia non è la celebrazione di misteri nascosti, ma rivelati, svelati, e donati anche nella semplicità di gesti e di parole di elementi umanissimi, che non possiamo ridurre a livello umano, ma lasciarli che trasmettano tutta la loro realtà anche espressiva, comunicativa, evocativa che arriva perfino al subcosciente.

In secondo luogo vi è la celebrazione stessa, che è propriamente mistagogia o "esperienza dei misteri”, alla quale si accede mediante una viva partecipazione teologale, personale e comunitaria, cioè un’apertura al mistero del Dio trino, Padre, Figlio, Spirito Santo, protagonisti assoluti del mistero. Una partecipazione che esige fede, speranza, amore.

Per salvaguardare il senso teologico e misterico di tale celebrazione nella quale il primato appartiene a Dio che ci introduce nei suoi misteri, sarà utile riportare la descrizione che offre T. Federici della mistagogia liturgica: "La mistagogia è l’operazione della divina grazia gratuita trasformante attraverso la quale il Padre mediante Cristo Signore nello Spirito Santo ‘cura’ i suoi figli diletti nella sua Chiesa, la Una Santa, la Sposa del Signore, la Madre dei viventi, e servendosi di essa, per condurre lungo un esodo doloroso ma decisivo ed in crescendo alla Pienezza nuziale della Vita divina”.15

Emergono qui i tratti fondamentali dell’esperienza liturgica nel senso trinitario, ecclesiale, antropologico; si staglia la dimensione sacramentale, storica ed escatologica. Si sottolinea l’iniziativa e la gratuità del dono da parte di Dio. I celebranti, forse meglio i concelebranti di questa mistagogia trinitaria ed ecclesiale, sono oltre che le persone divine anche i fedeli, nella loro dignità battesimale, nella espressività della loro antropologia concreta e nelle dimensioni storiche e culturali della vita cristiana, insieme ai ministri, ma nella comunione con i santi della Gerusalemme celeste.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica aiuta a cogliere la complessità di questa mistagogia della celebrazione quando indica con alcune fondamentali domande il senso stesso del celebrare.

Chi celebra? Sono i concelebranti della terra e del cielo.16

Come celebrare? Sinteticamente risponde alludendo ai segni e ai simboli, alle parole e alle azioni, al canto e alla musica, alle sacre immagini.17 Tuttavia nella spiegazione dei segni e dei simboli propone, come gli stessi Padri della Chiesa suggerivano, una griglia essenziale per cogliere la profondità dei segni liturgici. Essi sono insieme evocativi o significativi, comunicativi ed efficaci, ma anche impegnativi nell’esigere una accoglienza ed una risposta. Si segnala inoltre che ogni segno, infatti, ha una dimensione umana e cosmica, un significato religioso, come viene esplicitato attraverso le pagine dell’Antico testamento, un riferimento esplicito a Cristo, una sua finale e definitiva espressione nella liturgia della Chiesa. Basti pensare, ad esempio, all’acqua del battesimo, elemento cosmico universale, pieno di significato nei mille episodi dell’Antico Testamento — dalle acque primordiali a quelle del Mar Rosso —, con un esplicito riferimento a Cristo — dal battesimo nel Giordano all’acqua che sgorga dal suo costato e al mandato di "battezzare”; finalmente è la Chiesa che fissa il significato del rito nella sua liturgia secolare. Una catechesi mistagogica sui sacramenti e sulla liturgia non può prescindere dalla spiegazione di queste dimensioni che si possono applicare anche ad altri segni, parole, riti.

Il Catechismo si domanda ancora: Quando celebrare?

Risponde ricordando i tempi liturgici della celebrazione: il tempo e l’anno liturgico, la domenica, il ritmo quotidiano della liturgia delle ore.18

Finalmente alla domanda "Dove celebrare?” risponde illustrando il senso stesso dei luoghi della celebrazione: il tempio, l’altare, il tabernacolo, l’ambone, il battistero...19

Il momento mistagogico fondamentale è quindi la celebrazione stessa, il contatto vivo con il mistero, l’esperienza personale e comunitaria di questo dono divino. Ma a scanso di equivoci, miraggi o delusioni nel campo dell’esperienza liturgica, bisognerà notare alcune cose. Prima di tutto che non siamo noi a dettare le leggi o a determinare le forme e i gradi della percezione esperienziale. Si tratta, lo abbiamo sottolineato, di un dono gratuito. È Dio il primo mistagogo, per Cristo, nel suo Spirito. E Dio offre tutto anche se noi possiamo limitarne il dono con i limiti della nostra accoglienza.

In seconda istanza, anche se è importante la risposta del singolo e della comunità all’azione santificante, la liturgia evidenzia che è Dio colui che agisce o provoca l’esperienza in noi, essendo lui il mistagogo, e non siamo noi a fare di lui, anche se egli entra in comunione con noi attraverso i segni sacramentali... Egli è il soggetto che offre a noi la sua divina parola, la sua grazia che è comunione di vita, ed accoglie le nostre risposte. Ma è lui che sovranamente fissa le norme e le regole del suo autodonarsi a noi nel mistero liturgico. Da noi attende accoglienza piena e risposta perseverante.

Come terza accezione la mistagogia liturgica è la lenta assimilazione dei contenuti del mistero, il passaggio graduale dalla liturgia alla vita, la progressiva presa di possesso da parte di Cristo del nostro essere e del nostro agire, in un impegno reiterato di vivere in conformità con quanto abbiamo celebrato, affinché avvenga quella auspicata osmosi tra celebrazione ed esperienza cristiana, in modo da vivere quanto abbiamo celebrato e reinserire nella celebrazione la propria esistenza cristiana. Salvaguardata l’oggettività del dono, è chiaro che Dio rimane libero di donare una più grande intensità alla sua comunicazione sacramentale, come può accadere sia per il dono gratuito che egli vuole fare, sia anche per l’intensità della vita teologale di coloro che partecipano alla liturgia.

Anche qui una luce di realismo spirituale ci viene offerta dalla liturgia stessa contro ogni illusione e contro ogni scoraggiamento. Come abbiamo detto ripetutamente, la liturgia è una tipica e qualificata esperienza cristiana. Essa viene vissuta in un quotidiano reiterativo, nella dimensione del mistero che può essere solo colto nella fede. Eppure, è esperienza qualificata e qualificante perché indica che anche la vita spirituale concreta si vive nel quotidiano, si svolge nel mistero, si compie attraverso altre “mediazioni” sacramentali della presenza di Cristo nel mondo, nella storia e nei fratelli. L’esperienza liturgica educa all’esperienza quotidiana.

E qui che deve realizzarsi, con l’accompagnamento quotidiano delle celebrazioni liturgiche, il cammino della santità, aiutato dalla preghiera personale, dalla comunione dei fratelli e delle sorelle, dal discernimento spirituale e dalla guida degli accompagnatori o accompagnatrici spirituali.

E qui che occorre personalizzare l’esperienza e sottoporla sempre al discernimento personale passando dall’oggettività dell’incontro misterico con il Dio vivente trinitario, alla soggettività della verità, la soggettività veritativa della nostra esistenza. Questo suppone anche un discernimento degli ostacoli che non permettono vivere a pieno quanto si riceve e ad un progressivo superamento delle neghittosità che si oppongono alla pienezza del dono.

La pienezza oggettiva della liturgia ci assicura la bontà dell’incontro pieno con il Signore, la nostra risposta storica, concreta, dinamica, in cammino, verificata anche nell’esperienza quotidiana, nelle lotte e nelle sconfitte, nei nuovi problemi insorgenti, nelle nuove generosità richieste, è condizione necessaria per non vivere in vano l’immenso dono della liturgia che può non essere pienamente accolto, assimilato, vissuto, corrisposto.


V. Alcune condizioni indispensabili

Nella feconda rilettura dei testi della Sacrosanctum Concilium bisogna ritornare per quanto riguarda il nostro tema al n. 11, dove si auspicava, e rimane sempre compito mai del tutto raggiunto: “I sacri pastori devono vigilare affinché nella azione liturgica non solo siano osservate le leggi per la valida e lecita celebrazione, ma che i fedeli vi prendano parte consapevolmente, attivamente e fruttuosamente” (cfr. 14. 48). A quali condizioni?

a. Prima di tutto "celebrare"

Oggi si afferma che bisogna superare la mentalità di una semplice partecipazione per entrare in una autentica celebrazione o, meglio, “concelebrazione”. La liturgia che è il mistero di Cristo presente nella sua Chiesa chiede un totale coinvolgimento. Non si partecipa a qualcosa, ma si celebra Qualcuno. Non si delega ad altri l’impegno di rispondere in pieno al dono della Parola, dei Sacramenti e dell’Eucaristia, ma si è interpellati personalmente, per agire in ‘sinergia’ con Cristo e con il suo Spirito e sentire la propria voce nella coralità della Chiesa assemblea.
Rinnovati i libri liturgici, bisogna intraprendere una pedagogia del celebrare in Spirito e verità, cioè nella dimensione dello Spirito e nella totale verità dei segni, a partire dal primo segno che è l’assemblea celebrante, che deve essere ‘vera’.

b. La radice del celebrare nella "vita teologale"

All’interno della celebrazione siamo interpellati ad aprirci al mistero che si rende presente e nel quale noi siamo co-partecipi. Non si può pensare ad una liturgia che è dialogo della salvezza in atto senza sentire il forte, deciso richiamo a vivere l’incontro nella fede, nella speranza e nell’amore, le virtù teologali che aprono tutto il nostro essere al mistero di Dio. La liturgia è accoglienza, comunione, risposta. La vita teologale dell’assemblea, suscitata e mantenuta dallo Spirito Santo, è il clima che permette la piena santificazione ed il culto gradito. Sarà questa vita teologale ad "animare”, come l’anima per il corpo, tutta la corporeità nella quale si "esprime”, celebrando il fedele e l’intera comunità dei credenti con parole, preghiere e riti.

c. L'impegno personale e comunitario

Per la piena partecipazione non ci sono deleghe di sorta. Ognuno è interpellato come persona nella comunità. La liturgia celebra ed esige questo fragile ed impegnativo equilibrio fra il personale ed il comunitario. Ognuno va alla celebrazione disposto ad offrire il meglio della sua risposta teologale personale, nell’ascolto, nel canto, nella preghiera. È il dono che può fare a Dio... e agli altri. La grazia della celebrazione passa pure dal clima di fede che si crea, dalla comunione di carità che regna fra i partecipanti, dal fervore della preghiera che si contagia, dall’atmosfera di pace che è frutto di silenzio e di attenzione. Ognuno quindi è chiamato a creare le migliori condizioni del celebrare, secondo l’opportuna varietà di ministeri. E tutta la comunità, come un corpo, è chiamata a mantenere la solidarietà nell’unico Spirito, senza scismi né personalismi, con attenzione reciproca, evidenziando l’armonia con la quale si celebra, lasciandosi unificare dal canto comune, dalle risposte corali, dai movimenti e gesti armoniosi.

d. La verità della espressività rituale

Oggi siamo più portati ad interpretare in maniera globale l’aureo principio della Regola benedettina, tante volte citato dalla Chiesa: “la mente si trovi in accordo con la voce” (SC, nn. 11 e 90): si accordi, concordi con la voce. La partecipazione liturgica, infatti, non chiede soltanto la sintonia fra la mente e la parola, ascoltata o pregata, ma una unificazione totale dei celebranti e dell’assemblea in un complesso di "parole, riti, preghiere, nel quale viene intessuta la ritualità che dà corpo, "incarna” il rapporto fra il Dio invisibile e la Chiesa nella sua umanità, chiamata, essa tutta intera, ad accogliere ed esprimere la comunione con il mistero. Se, come è stato tante volte segnalato, il primo segno che bisogna rinnovare è l’assemblea celebrante, è proprio dalla piena, vera, espressività rituale delle parole e delle azioni liturgiche che dovrà partire questa spiritualità della celebrazione. Certo, ci vuole la profondità teologale e l’unificazione spirituale; ma questo comporta, secondo l’universo simbolico nel quale si realizza il mistero liturgico che rimanda a quello "che era visibile in Cristo” e nei suoi misteri, alla partecipazione totale: occhi per vedere, orecchi tesi all’ascolto, gesti di ricettività e di espressività; la voce che fa cantare tutto il corpo, le mani fatte linguaggio di preghiera; e tutta la persona raggiunta nella sua corporeità dai gesti santificanti sacramentali, essi pure compiuti nella corporeità che si fa trasparente alla presenza di Cristo e all’azione dello Spirito.

Il famoso testo di Tertulliano rivela eloquentemente le implicazioni stupende della sacramentalità e della ritualità liturgica: "Viene lavata la carne perché l’anima sia liberata da ogni macchia; viene unta la carne perché l’anima sia consacrata; viene segnata la carne, perché anche l’anima sia rinvigorita; la carne è adombrata dall'imposizione delle mani, perché anche l’anima sia illuminata dallo Spirito; la carne si pasce del corpo e del sangue di Cristo, perché anche l’anima.si nutra abbondantemente di Dio”.20

Il senso di una autentica spiritualità (dove la riduzione verbale allusiva allo spirito non deve essere fuorviante poiché si tratta della vita intera guidata dallo Spirito del Signore), come vita in Cristo e nello Spirito che abbraccia tutto l’uomo e tutte le realtà della sua esistenza, attinge alla sorgente della liturgia, pienamente vissuta nella corporeità, le implicazioni e gli impegni della grazia di Cristo che è sempre “grazia nella visibilità”.21


VI. Normalità, perseveranza, gratuità

In queste tre parole chiavi troviamo una necessaria dimensione della spiritualità liturgica. Dio ci educa alla normalità del nostro rapporto con il mistero dell’esistenza. Nella liturgia, come nel vissuto quotidiano, Egli non infrange il diaframma della fede; chiede a noi di celebrare e vivere come chi vede l’invisibile; ma la visibilità è solo quella dei segni; e la crescita della visione può venire soltanto dalla fede. Nella liturgia Dio si dona a noi attraverso la fragilità dei segni liturgici, come nella vita quotidiana si rende presente nei segni della storia e della creazione. Rimane sempre il “velo” della fede; non possiamo attenderci dalla liturgia visioni, rivelazioni, estasi; ma soltanto, nel rapporto della vita teologale, sempre più accentuato, possiamo crescere nella conoscenza ed esperienza delle cose invisibili attraverso le cose visibili.

Una stupenda lezione per la vita cristiana di ogni giorno. La liturgia rimane normativa per la fede e per la vita dei cristiani nei suoi contenuti e nei suoi impegni. Ma rimane esemplare per la vita di fede che possiede la totalità del mistero senza bisogno di altre esperienze ‘soggettive’, ‘aprocrife’ e comunque fragili e private, nei confronti della fondamentale esperienza cristiana che ci offre la liturgia della Chiesa.

Nella liturgia Dio ci educa alla perseveranza. Ci offre la possibilità di una mistagogia o esperienza permanente del mistero che esprime la sua fedeltà nei confronti dell’uomo e saggia la fedeltà stessa dell’uomo liturgico. L’incontro liturgico non si svolge una volta per sempre — se non nel caso dei sacramenti iniziali ed iniziatici! —, ma ogni giorno, ogni settimana, ogni anno.

Nella Parola e nell'Eucaristia, nella stupenda sinfonia misterica dell’anno liturgico, Dio si dona "Tutto in ciascuno dei frammenti”, in una pienezza oggettiva ed in una polivalente esperienza della multiforme grazia di Cristo. La necessaria reiterazione degli incontri sacramentali esprime e celebra la permanente presenza ed azione di Cristo nella sua Chiesa sempre e ovunque, la preziosità e concretezza del quotidiano che accoglie la salvezza in ima esistenza personale che diventa, ogni giorno, storia salvata, storia di salvezza, presenza dell’eterno nel temporale, del divino con l’umano.

Eppure la novità dell’azione di Dio esclude che la reiterazione liturgica sia una "ripetizione” monotona; come del resto, la novità che Dio chiede in ogni azione liturgica da parte dell’assemblea celebrante e dei singoli, esclude che si tratti di uno sterile ritorno ciclico dei momenti liturgici. Si tratta piuttosto di una nuova, inedita esperienza del mistero, in una dimensione circolare in "spirale” — come amava sottolineare S. Marsili —, in tensione di speranza verso il momento escatologico. E questa ad esempio la novità del quotidiano nell’Eucaristia, la realtà inedita di ogni anno liturgico, nella novità dell’oggi di Cristo ed anche dell’oggi della Chiesa. La ripetizione o reiterazione, oltre ad offrirci di cogliere aspetti nuovi e risonanze inedite della inesauribile grazia di Cristo, permette di inserire nel mistero la storicità del quotidiano, le novità delle esperienze della vita dei singoli e della comunità. Dio finalmente ci educa attraverso la liturgia ad una delle leggi fondamentali della spiritualità cristiana: la legge della gratuità.

L’esperienza della liturgia ci fa entrare in una maniera unica nella fedeltà e nella gratuità del dono di Dio. Egli ogni giorno ci offre la possibilità di entrare in comunione con Lui, anche se non abbiamo assimilato e vissuto la grazia del giorno precedente, egli rinnova ogni giorno la sua alleanza con la Chiesa Sposa. La liturgia è l’espressione mirabile di una grazia che ci precede, ci accompagna e ci segue sempre. Spesso noi sentiamo, ‘‘dalla nostra parte”, l’inutilità o l’inefficacia dell’esperienza liturgica, non soltanto per risolvere i problemi umani e sociali, ma spesso anche quelli spirituali ed ecclesiali. Non si “sente” che la santità aumenta nella vita, anche quando con tutta la buona volontà ogni giorno si entra in contatto con il Santo. Sembra che nulla accada di nuovo, che nulla cambi, almeno se misuriamo gli effetti della liturgia con la nostra esperienza psicologica, dentro e fuori della liturgia.

Eppure questa esperienza è preziosa. Dio — è stato scritto — è gratuito ma non superfluo. La vita cristiana è grazia, nella gratuità di un dono che non meritiamo, nello stupore di vedere che Dio non si stanca di noi e che anzi, ci si affida ogni giorno nella sua Parola e nei Sacramenti. La risposta a questo dono deve essere pervasa insieme da impegno e da senso di gratuità. L’impegno per esprimere il nostro desiderio di risposta, fatta di opere e non solo di parole, compiuta nella vita quotidiana e non soltanto nell’ambito della liturgia. Gratuità perché la nostra riposta a Dio non deve essere mai interessata, fosse pure con il sottile interesse di vederci crescere in santità per appagare il nostro egoismo. La gratuità nei confronti di Dio porta ad una celebrazione liturgica nella quale emergono i più puri sentimenti di lode, adorazione, riconoscenza, anche per il semplice motivo di essere ammessi alla presenza del Signore "per compiere il nostro servizio sacerdotale”.

Ma gratuità, come parola d’ordine, che dà alla vita e all’azione del cristiano il senso più vivo di una partecipazione al mistero e all’amore di Dio. Gratuità del servizio e dell’impegno che è la parola più alta della spiritualità cristiana. E si impara solo, a certi livelli di eroicità, fino al martirio, dalla quotidiana gratuità sperimentata nella liturgia. La via dell’autenticità dell’esperienza liturgica sta nella dimensione "spirituale” che non è un aggettivo senza sostegno, ma un necessario riferimento allo Spirito Santo nel quale bisogna celebrare e vivere; col quale, in qualche maniera, siamo chiamati a concelebrare. Egli garantisce la consistenza della nostra partecipazione personale, ci unisce nella comunione, permea tutte le azioni rituali, assicura la vitalità dell’assemblea nell’unità del sacerdozio e nella varietà dei ministeri e compiti.

Celebrare nello Spirito è una formula che evidenzia una esperienza concreta, pregna di contenuti e di esigenze. S. Marsili in uno dei suoi ultimi scritti, quasi un testamento spirituale sul tema della spiritualità liturgica, auspicava questa ritrovata unità mistagogica fra liturgia ed esperienza spirituale con queste parole: "Affinché la liturgia possa essere fonte e realtà di esperienza spirituale, si richiede che ognuno che fa la liturgia si renda capace di avere questa esperienza... La stessa celebrazione poi non può essere una qualunque. Essa deve svolgersi ad un livello tale di fede e di conseguente attenzione interiore che permetta di scoprire tanto la presenza operante di Cristo, quanto il proprio aprirsi a questa divina presenza ed azione. A queste condizioni la liturgia può e certamente diventerà un po’ per volta un’esperienza spirituale assolutamente valida, e cioè capace di dare quella conoscenza e unione di amore al mistero di Cristo, che non si riduce ad una fuggevole sensazione di presenza di Cristo, quasi esterna a noi, ma diventa ogni giorno di più, nel nostro intimo, esigenza di progressivo inserimento nella realtà di Cristo. Sarà questa la via della conformazione, configurazione a Cristo: attraverso la celebrazione”.22

Questa è la via dell’autentica esperienza spirituale liturgica, ma nella dimensione dello Spirito, nella comunione ecclesiale, nel pieno coinvolgimento dell’uomo liturgico, con la sua corporeità e con la sua esistenza storica, raggiunta dalla liturgia ed in essa elevata a storia di salvezza. Una celebrazione mistagogica allora può risvegliare in noi al contatto con il Dio vivente, nella certezza oggettiva della mediazione ecclesiale, tutti questo sentimenti enumerati da un autore recente: "Ogni celebrazione deve tradursi in un’esperienza del Risorto; la gioia deve contraddistinguere la celebrazione della comunità; essa deve essere unita ad una profonda riverenza; i partecipanti devono sentire una comune appartenenza, al di là di ogni individualismo; la liturgia deve impegnare ed esprimere tutto l’uomo; l’autenticità di fede espressa dalla celebrazione e dai singoli partecipanti non possono essere separate’’.23


VII. Parola, Preghiera, Pane, nella quotidianità

La mistagogia della Chiesa comprende nella quotidianità tutta la ricchezza insita in questi tre doni. La parola. Ogni giorno, nella santa liturgia, specialmente nella celebrazione eucaristica, la Chiesa versa nel palmo della nostra mano la manna quotidiana della parola. Seguendo la liturgia della parola quotidiana, memorizzando un brano, un testo, anche quello del salmo responsoriale, accogliendo un messaggio, abbiamo, come amava ripetere Giovanni Crisostomo, la manna che ci serve per la giornata, ma sempre con quella cura di cui avvertivano Girolamo ed Agostino di non lasciare cadere in vano nell’oblio e nella distrazione ciò che abbiamo ricevuto. Varietà, ricchezza, ripetitività. Tutto un dono prezioso per il viaggio quotidiano della vita. Non mancano a noi i sussidi per una migliore accoglienza quotidiana della parola come sono le varie pubblicazioni per la lectio divina.

Il pane, e il vino dell’Eucaristia. Cioè il dono totale di Cristo con quanto esso comporta di gesti, parole, preghiere impegni che costituiscono la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia, formano alla gratuità, alla perseveranza, al dono, al senso della fedeltà, alla pazienza con noi e con gli altri come il Signore stesso è paziente e perseverante nel donarsi, e ci spingono ad una maturità eucaristica del nostro essere e del nostro agire.

La preghiera. Quella quotidiana, specialmente della liturgia delle ore. Dono della Chiesa a noi che non sappiamo come pregare. Scuola di Dio per ciascuno di noi, pedagogia della storia della salvezza. Una Chiesa che ci forma a pregare ed ad essere con la sua preghiera, anche nella varietà non monotona, ma ricca dell’anno liturgico.

Ecco la stupenda mistagogia della Chiesa, quotidiana ed universale, che ci deve rendere attenti a tanti doni come ci vengono offerti e chiedono di essere assimilati.24


Conclusione: Una liturgia mistagogica piena di verità e di bontà, di bellezza e di gioia

In tempi in cui occorre un serio discernimento spirituale, la liturgia ci offre non solo la sicurezza della ortodossia o retta fede -— retta gloria — che viene da Dio e a Dio ritorna, ma anche la vera ed oggettiva santità e santificazione mediante i segni sacramentali nella Chiesa con la sua mediazione obiettiva e non semplicemente soggettiva. Ed è qui, come abbiamo notato che si esprime anche tutto l’impegno della risposta personale e comunitaria per vivere nell’esistenza quotidiana quanto abbiamo ricevuto mediante la fede.

Una autentica mistagogia valorizza i segni e li rende belli ed espressivi; esalta il valore del silenzio e dell’interiorità, ma anche mette in risalto l’espressività dei gesti. Siamo richiamati nella santa liturgia ad una piena partecipazione nella salvezza mediante tutto il nostro essere, corpo e psiche compresi. Ma mette sempre al centro la dimensione teologica e teologale della partecipazione, quella che garantisce non solo la comprensione, ma anche la celebrazione autentica dei misteri, come accoglienza del dono di Dio e risposta alla sua benevola ed amorevole grazia.

Elevare la qualità delle nostre liturgie nella dimensione della verità di quanto si afferma, della bontà di quanto ci viene comunicato, della bellezza intrinseca ed esteriore del celebrare, della gioia interiore ed esteriore che ogni autentica celebrazione deve produrre, è un compito quanto mai necessario. Ma s’impone la necessaria attenzione alla triplice dimensione della mistagogia: iniziazione catechetica, celebrazione viva e teologale, assimilazione quotidiana e perseverante del dono sempre nuovo e sempre fedele di Dio Padre, per Cristo, nello Spirito, nell’ambito insieme familiare e sacramentale dell’assemblea della Chiesa. In mezzo alle difficoltà di questo mondo la Chiesa può salvare i valori più alti della persona umana offrendo la verità e la bontà, la bellezza e la gioia delle sue celebrazioni, capaci di attirare verso Dio l’umanità del nostro tempo.

Per noi che viviamo la liturgia e per gli accompagnatori ed accompagnatrici spirituali il modello e il modulo, anzi lo stampo nel quale dobbiamo essere configurarti a Cristo in un cammino personale e comunitario di santità è essere attenti e rispondere con fedeltà all’azione di Dio — il grande mistero personale ed il grande mistagogo trinitario — il Padre, Cristo, lo Spirito — che ci modella con amore fino alla piena maturazione del suo disegno di santità, in ciascuno e in tutti.

Ma bisogna che tutto diventi esperienza quotidiana del mistero-dono, assimilazione libera e gioiosa del celebrare. Lo diciamo in conclusione con le parole di un amico ed un maestro, Crispino Valenziano: “ La mistagogia è per chi sa, gusta; affinché il suo sapere le cose di Dio cresca, lieviti. Scopo della mistagogia è la dirompente lievitazione nel gustare l’opera di Dio e le sue meraviglie; finalizzata al risconto di un opus Dei nel suo discepolo fedele”25. La meraviglia di Dio nella meraviglia della persona umana che ne sente l’efficacia misteriosa nella propria vita, diventata salvezza, anzi storia quotidiana di salvezza.




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1 Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, Introduzione, n. 37, Libreria Editrice Vaticana 1979, p. 39.
2 Ibidem, nn. 235-239; o.c., p. 138.
3 L'iniziazione cristiana e il cammino spirituale dei cristiani, in Aa.Vv., (a cura di L. Meddi), Diventare cristiani. La catechesi come percorso formativo, Napoli, Luciano Editore, 2002, pp. 75-84. Cfr. N. Cabasilas, La Vita in Cristo, Torino, Utet, 1970, ristampata di nuovo dall’Editrice Città Nuova.
4 Una breve sintesi del pensiero di N. Cabasilas nel nostro libro Incontro al Signore. Pedagogia della preghiera, Roma Ed. Ocd. 2002, pp. 238-249.
5 La formazione liturgica nei Seminari, n. 2 (3 giugno 1979), in Enchiridion Vaticanum voi. 6, pp. 1043 e ss.
6 La Chiesa, nella parola di Dio, celebra i misteri di Cristo per la salvezza del mondo (7 dicembre 1985), II, B, b, n. 2, in Enchiridion Vaticanum voi. 9, p. 1761.
7 Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1075.
8 Cfr. E. Mazza, La mistagogia. Una teologia della liturgia in epoca patristica, Roma, Edizioni Liturgiche, 1988; Id., Mistagogia, in Dizionario di Omiletica, a cura di M. Sodi e A.M. Triaca, Torino-Leumann, Ldc,1998, pp. 972-976.
9 Segnalo à questo proposito un mio contributo: Mistagogia pastorale e spiritualità, in Aa.Vv., La spiritualità. Ispirazione, ricerca, formazione, Roma, Ed. Boria, 1983, pp. 29-42 (con bibliografia) e l’opera Mistagogia e direzione spirituale, a cura di E. Ancilli, Roma-Milano, Teresianum-Ed. O.R., 1985, con un pregevole contributo di T. Federici, La mistagogia della Chiesa, Ibid. pp. 163-245. Recentemente ed in sintesi G. Pesenti, Mistagogia, in Dizionario della mistica, Libreria Editrice Vaticana, 1998, pp. 820-823. Cfr. anche la voce nuova di D. Sartore, Mistagogia, Dizionari San Paolo, Liturgia, Ed. San Paolo 2001, pp. 1208-1215, con ampia bibliografia nelle note.
10 Le vie dello Spirito. Sintesi di teologia spirituale, Bologna, Ed. Dehon. 1999, pp. 37-38.
11 Cfr. Sacrosanctum Concilium nn. 10 e 14.
12 Discorso del 4 dicembre 1963 in Enchiridion Vaticanum voi. 1, pp. [127-129].
13 R. Taft, La liturgia delle ore in Oriente e in Occidente, Ed. Paoline,1988, pp. 469-471
14 Cfr. E. Mazza, La mistagogia, o.c., con testi caratteristici dei singoli Padri.
15 T. Federici, a.c., p. 163.
16 nn. 1136-1144.
17 Ibid., nn. 1145-1162.
18 Ibid., nn. 1163-1178.
19 Ibid., nn. 1179-1186.
20 De resurrectione mortuorum, Vili, 3, CCL, 2; p. 912.
21 E. Schillebeeckx, Cristo, sacramento dell’incontro con Dio, Roma, Ed. Paoline, 1981, pp. 212-213.
22 S. Marsili, La liturgia primaria esperienza spirituale cristiana, in Aa.Vv., Problemi e prospettive di spiritualità, Brescia, Queriniana, 1983, pp. 249-276, testo citato a p. 276.
23 Citato da D. Sartore, Mistagogia, a.c. p. 1212.
24 Abbiamo sviluppato il tema nel nostro libro Ripartire dalla preghiera, Piacenza, Ed. Bergani, 2001, pp. 126-130.
25 C. Valenziano, L'anello della Sposa, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1993, p. 18.

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Fonte: Scaricato da bcd.digicarmel.com, sotto licenza Creative Commons Attribuzione-NonCommerciale 4.0 Internazionale.
Jesus Cervera Castellano, La liturgia quotidiana. Mistagogia universale della Madre Chiesa, Fiamma Viva. N.º 44. 2003. Mistagogia e accompagnamento spirituale, https://repository.teresianum.net/high.raw?id=0000011486&name=00000001.original.pdf&attachment=La+liturgia+quotidiana.+Mistagogia+universale+della+Madre+Chiesa.pdf

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