mercoledì 20 novembre 2019

Ordine della Santissima Trinità: LA REGOLA DI SAN GIOVANNI DE MATHA (1198)



ORDINE DELLA SANTISSIMA TRINITA' - O.SS.T.






           1. L’Ordine della Santissima Trinità è una famiglia religiosa, fondata con regola propria da san Giovanni de Matha. I suoi membri, vivendo in comunione di vita, per l’edificazione della Chiesa si consacrano con titolo speciale alla Trinità e seguono più da vicino Cristo Redentore. Si dedicano, nel servizio di carità e redenzione, alle persone afflitte da particolari difficoltà per aiutarle specialmente nella fede, e ai poveri.
          La Regola di San Giovanni è principio e fondamento dello spirito dell’Ordine. Essa, aggiornata e arricchita nel corso dei secoli dalla tradizione e principalmente dallo spirito e dall’opera del Riformatore Giovanni Battista, viene spiegata secondo l’intendimento della Chiesa e secondo le vigenti costituzioni.
          L’Ordine della Santissima Trinità è Ordine clericale di diritto pontificio.
          2. Dio Padre ci ha voluti salvi solo per Cristo nello Spirito Santo. Cristo, poi, ha costituito la Chiesa come sacramento universale di salvezza. Chi, dunque, entra nell’Ordine della Santa Trinità si propone principalmente, aderendo in modo speciale alla Chiesa e al suo mistero, di seguire Cristo con maggiore libertà, di imitarlo più fedelmente con la professione dei consigli evangelici e di tendere alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità[1]. Per raggiungere questa santità, mosso dallo Spirito Santo, si vale dei mezzi proposti nell’Ordine, per unirsi così più intimamente a Cristo, annunciatore del nome del vero Dio, glorificatore del Padre e Redentore del genere umano. Egli, pertanto, cerca con tutte le forze di attendere, coi fatti e nella verità, alla gloria della Trinità e alla redenzione dei fratelli.
          3. È dovere dei frati attuare questo genere di vita non solo individualmente, ma anche comunitariamente[2]. Essi, nel loro stile di vita sia personale che comunitario, hanno il diritto dovere di sperimentare e manifestare la Trinità e la Redenzione di Cristo.
          Conciliano la pratica della preghiera, la celebrazione dell’Eucarestia e della Liturgia delle Ore, i capitoli e le altre osservanze comuni dell’Ordine, con le opere di apostolato sia caritativo che ministeriale, in maniera tale che sia ritenuta la genuina fisionomia dell’Ordine[3].
          Hanno ugualmente cura di conservare quanto è prescritto nella Regola ed è contenuto nelle sacre tradizioni, cioè: la semplicità, l’umiltà, l’uguaglianza fra i frati, la gioia della vita, l’ospitalità, il lavoro assiduo e la comunicazione dei beni, la pratica del silenzio e della preghiera, l’onestà, una certa austerità, la mutua correzione evangelica, e la caratteristica principale di tutta la vita religiosa trinitaria, vale a dire, lo spirito di carità e di servizio[4].
          4. La spiritualità trinitaria è costituita da elementi teologici, ascetico-mistici ed apostolici della Chiesa, che l’Ordine però partecipa, vive ed esercita in un certo suo modo peculiare, conformemente al dono ricevuto da Dio.
          La vita dedicata in modo speciale alla Santissima Trinità costituisce, sin dalle origini, un elemento essenziale e caratteristico del patrimonio dell’Ordine, arricchito, nel corso dei secoli, dalla tradizione.
          Perciò i frati, in quanto incorporati all’Ordine, si consacrano per nuovo e speciale titolo alla Trinità, “avendo Dio, tra gli altri religiosi, fatto di noi dei vasi di elezione, perché portiamo per tutto il mondo il nome ammirabile della Santissima Trinità[5].
          Da questa coscienza trinitaria vivamente percepita, per la quale intendono progredire nell’intima comunione con il Padre per il Figlio nello Spirito Santo[6], fluisce costantemente tutta la loro vita spirituale e liturgica, religiosa, comunitaria e apostolica e il suo rinnovamento, in un continuo aumento della carità verso Dio e verso il prossimo.
          5. Lo spirito dell’Ordine, il suo progetto e il suo stile di vita “derivano dalla radice della carità[7]. I nostri Padri, infatti, preoccupati dei pericoli ai quali era esposta la fede, e mossi a pietà delle miserie umane, vollero apportare rimedi spirituali e sociali ai mali più urgenti del loro tempo, specialmente alla schiavitù dei cristiani.
          È dunque compito e dovere dell’Ordine, considerati l’evoluzione e il progresso dell’odierna società, prestare il servizio di misericordia e redenzione, perché entrino “nella libertà della gloria dei figli di Dio” Rm 8, 21:
          a) alle persone che soffrono persecuzione per Cristo, o la cui fede cristiana è in pericolo o viene impedita;
          b) a coloro che sono privati dei diritti di libertà e di giustizia e sono sottoposti a dolori e tormenti nel corpo e nello spirito, ai poveri e ai derelitti, soccorrendoli con opere di misericordia e con altre iniziative di assistenza e di promozione;
          c) ai popoli che ancora non credono in Cristo, assumendo l’impegno di propagare il Vangelo e di impiantare fra essi la Chiesa; cosa che l’Ordine adempirà secondo il proprio spirito e la propria indole, specialmente nelle regioni in cui si desidera che sia maggiormente promosso il progresso dei popoli;
          d) ai fedeli per aiutarli o fortificarli nella fede con il servizio ministeriale, svolgendo l’azione apostolica, secondo il proprio spirito e la propria indole, nelle varie mansioni che la Chiesa ha affidato all’Ordine.
          6. Tutta la vita dell’Ordine e il suo continuo rinnovamento dipendono massimamente dalla formazione dei membri. Tale formazione, tuttavia, deve essere compiuta in maniera che, nella fusione armonica dei vari elementi, favorisca l’unità di vita dei membri[8].
          7. Cristo ha anche affidato alla Chiesa il ministero di governo[9], da esercitare per il bene delle anime. Pertanto il nostro Ordine, che per la sua indole clericale partecipa alla potestà ecclesiastica di governo[10], ordina e dirige la vita e l’attività dei frati verso la perfezione della carità, con l’aiuto di norme e col servizio della legittima autorità.
          Le norme principali dell’Ordine sono contenute nelle costituzioni, nel direttorio generale e nei vari statuti.
          L’autorità dell’Ordine è:
          a) collegiale, e risiede nei vari capitoli, congregazioni e, talvolta, nei Consigli dell’Ordine, a norma di queste costituzioni;
          b) personale, che solo può esercitare un frate sacerdote, che “è chiamato Ministro[11]: Ministro maggiore generale, in tutto l’Ordine; Ministro provinciale, nelle singole province e giurisdizioni ad esse equiparate; Ministro locale, nelle case religiose.
          8. Sin dall’inizio del nostro Ordine, i fedeli, anche riuniti nel corso dei secoli in istituti ed associazioni, partecipano dello spirito del primo Ordine e, in comunione di amore, nella cooperazione all’attività e alla vita dei frati, sono legati all’Ordine in vari modi e in gradi diversi.
           Essi, insigni del medesimo titolo della Santissima Trinità e animati in diverse maniere dal medesimo spirito peculiare, ricercano la gloria della Santissima Trinità e la redenzione delle persone, e costituiscono insieme con noi, la famiglia trinitaria.
          9. L’indole e la missione del nostro Ordine nella Chiesa vengono, per varie ragioni, convenientemente espresse nella forma simbolica di uno stemma.
          Lo stemma dell’Ordine è quello usato fin dai primi tempi dell’Istituto, e che si vede rappresentato in mosaico sulla porta principale di San Tommaso in Formis a Roma, cioè: Cristo Redentore che tiene nelle sue mani due uomini con catene alle tibie, e intorno scritta la dicitura: “Signum Ordinis Sanctae Trinitatis et Captivorum”.
          L’abito, segno della nostra consacrazione[12] e della nostra fraternità, consta, secondo la tradizione recepita nell’Ordine, di una tonaca bianca con cintura nera, scapolare bianco al quale è sovrapposta una croce di colore rosso e azzurro, e cappuccio ugualmente bianco[13].
          Il nome o titolo dell’Istituto è: “Ordine della Santissima Trinità”, la sua sigla: “O.SS.T.”.
          10. Chi per misericordia di Dio Padre è chiamato alla vita religiosa e diviene partecipe del patrimonio dell’Ordine, con animo libero ringrazi per così gran beneficio l’augusta Trinità, e “si adoperi con tutte le forze a perseverare e maggiormente eccellere nella vocazione, a cui Dio l’ha chiamato, per una feconda santità della Chiesa, a maggior gloria della Trinità una e indivisa, che in Cristo e per mezzo di Cristo è la fonte e l’origine di ogni santità[14].





ORDINE DELLA SANTISSIMA TRINITA'

 
REGOLA DI SAN GIOVANNI DE MATHA
approvata da Papa Innocenzo III (1198)


Innocenzo, vescovo, servo dei servi di Dio, al diletto figlio Giovanni, Ministro, e ai Frati della Santa Trinità, salute e apostolica benedizione.
          Posti, per disposizione della divina clemenza, al vertice della sede apostolica, Noi dobbiamo assecondare i sentimenti religiosi e, quando procedono dalla radice della carità, portarli a compimento, specialmente quando ciò che si cerca è di Gesù Cristo, e l’utilità comune è anteposta a quella privata.
          Poiché, dunque, tu, diletto figlio in Cristo, fra Giovanni, Ministro, tempo fa ti presentasti a Noi e ti desti premura di manifestarci umilmente il tuo proposito, che si ritiene aver avuto origine da ispirazione divina, chiedendo che la tua intenzione fosse confermata dall’autorità apostolica, Noi, per meglio conoscere il tuo desiderio, fondato in Cristo, fuori del quale non può essere posto stabile fondamento, giudicammo opportuno invitarti con Nostre Lettere al Venerabile Nostro Fratello (...), vescovo, e al diletto figlio (…), abate di San Vittore, parigini, affinché da essi, che meglio conoscono il tuo desiderio, informati della tua intenzione e del frutto di tale intenzione, della istituzione dell’Ordine e del suo modo di vivere, potessimo con maggiore sicurezza e maggiore efficacia concederti il Nostro assenso.
          Poiché, come chiaramente abbiamo conosciuto dalle loro lettere, è evidente che voi desiderate più l’interesse di Cristo che il vostro, Noi, volendo che vi assista la protezione apostolica, con l’autorità delle presenti Lettere, concediamo a voi e ai vostri successori la Regola secondo la quale dovete vivere, il cui contenuto il vescovo e l’abate suddetti ci hanno trasmesso allegato alle loro lettere, insieme a quanto, secondo la Nostra disposizione e la tua richiesta, o figlio, Ministro, abbiamo creduto di dovervi aggiungere; e stabiliamo che la concessione resti immutata in perpetuo. Il loro contenuto abbiamo disposto che, per sua maggiore chiarezza, fosse qui sotto riportato.    Nel nome della santa e individua Trinità.
          1. I frati della casa della Santa Trinità vivano sotto l’obbedienza del prelato della loro casa, che si chiamerà Ministro, in castità e senza nulla di proprio.
          2. Tutti i beni da qualunque parte provengano lecitamente, li dividano in tre parti uguali; ed in quanto due parti saranno sufficienti, compiano con esse opere di misericordia, provvedendo insieme e in giusta misura al proprio sostentamento e a quello dei domestici, che per necessità hanno a servizio. La terza parte, invece, sia riservata per la redenzione degli schiavi che sono stati incarcerati dai pagani per la fede di Cristo: pagando un prezzo ragionevole per il loro riscatto oppure per il riscatto di schiavi pagani, purché poi, a prezzo conveniente e con retta intenzione, sia liberato lo schiavo cristiano commutandolo, secondo meriti e stato delle persone, con lo schiavo pagano.
          Qualora fosse stato offerto del denaro o qualche altra cosa, anche se data per uno scopo proprio e specifico, un terzo, sempre con il consenso del donatore, sia messo da parte, altrimenti non venga accettata, eccettuati terreni, parti, vigne, boschi, edifici, allevamenti e cose simili. Gli utili che ne derivano, detratte le spese – tolta cioè, la metà per le spese – siano divisi in tre parti uguali; ma se comportano poca o nessuna spesa, siano tutti divisi. Quando però fossero stati dati, o avessero avuto per iniziativa propria, panni, calzature o cose simili di poco conto, di uso necessario, che non conviene vendere o conservare, non se ne faccia la divisione, a meno che non sia parso conveniente farlo al Ministro della casa dei frati. Di tali cose, se è possibile, se ne liberi in capitolo ogni domenica. Se però le cose suddette, come panni, terreni, allevamenti o cose di poco conto fossero vendute, il prezzo che se ne ricava sia diviso in tre parti, come sopra.
          3. Tutte le chiese di questo Ordine siano intitolate al nome della santa Trinità e siano di struttura semplice.
          4. I frati in una medesima casa possono essere tre chierici e tre laici, e inoltre uno che sia il procuratore – il quale, come si è detto, non sia chiamato procuratore, ma Ministro: per esempio: fra A., Ministro della casa della Santa Trinità – al quale i frati devono promettere e prestare obbedienza.
          5. Il Ministro provveda fedelmente a tutti i suoi frati come se stesso.
          6. Gli indumenti siano di lana e bianchi; a ciascuno è permesso avere una sola pelliccia e calzoni che, stando a letto, non devono togliersi.
          7. Dormano in stoffe di lana, così da non avere assolutamente nelle proprie case – tranne che per gli ammalati – lettiere morbide o materassi. Possono però avere il guanciale per appoggiarvi il capo.
          8. Sui mantelli dei frati siano posti i segni sacri.
          9. Non cavalchino cavalli, e neppure li abbiano, ma è loro permesso cavalcare soltanto asini, dati, prestati o presi dai propri allevamenti.
          10. Il vino che i frati devono bere sia temperato, di modo che possa bersi con sobrietà.
          11. Digiunino dal 13 settembre il lunedì, il mercoledì, il venerdì e il sabato, a meno che non capiti una festa solenne, fino a Pasqua: in modo però che, dall’avvento fino alla Natività del Signore e della quinquagesima fino a Pasqua, eccettuate le domeniche, digiuno con cibo quaresimale; facciano similmente altri digiuni, che la Chiesa è solita celebrare. Il Ministro può, tuttavia, qualche volta mitigare con discrezione il digiuno a causa dell’età, per viaggio o per altro giusto motivo o, esaminatane la possibilità, anche aumentarlo.
          12. È lecito mangiare carni, offerte da persone fuori o prese dai propri allevamenti, nei giorni di domenica da pasqua fino all’avvento del Signore e da Natale fino alla settuagesima, e nella Natività, Epifania e Ascensione del Signore, nell’Assunzione e nella Purificazione della beata Maria e nella festa di tutti i Santi.
          13. Nulla comprino per il vitto tranne il pane e il companatico  -ossia fave, piselli e legumi del genere- gli erbaggi, l’olio, le uova, il latte, i formaggi e la frutta. Ma non è lecito comprare né carni né pesci né vino, se non per i bisogni degli infermi o dei deboli di salute o dei poveri, oppure nelle grandi solennità. È peraltro permesso comprare animali da allevamento e nutrirli.
          Quando però sono in viaggio o in pellegrinaggio, è loro concesso di comprare, ma moderatamente e se è necessario, vino e pesci durante la quaresima; e se viene loro data qualche cosa, vivano di essa e il rimanente lo dividano in tre parti.  Ma se si sono messi in viaggio per redimere gli schiavi, tutto quello che viene loro dato, detratte le spese, devono impegnarlo totalmente per la redenzione degli schiavi.
          14. Nelle città, nelle borgate o villaggi in cui hanno case proprie, al di fuori di esse, se non eventualmente in casa religiosa, anche se da chiunque pregati, non mangino né bevano assolutamente nulla, fuorché acqua in case oneste; né presumano di pernottare fuori delle predette case. Non mangino né bevano mai in taverne o simili luoghi malfamati. Chi avesse osato ciò, soggiaccia a grave pena, secondo il giudizio del Ministro.
          15. Tale sia la carità tra i frati chierici e laici, che abbiano lo stesso cibo, vestito, dormitorio, refettorio e la stessa mensa.
          16. Gli infermi dormano e mangino da parte; alla loro assistenza sia deputato qualche converso laico o chierico, che procuri loro le cose necessarie e le somministri come devono essere somministrate. Si ammoniscano tuttavia i malati di non chiedere cibi lauti o troppo sontuosi, contenuti piuttosto di una sobrietà conveniente e sana.
          17. (La cura degli ospiti, dei poveri e tutti i viandanti) sia affidata a un frate tra i più prudenti e benevoli, il quale li ascolti e, se ne sarà il caso, dia loro il conforto della carità. Chieda tuttavia a quelli che crede di dover accogliere, se sono disposti ad accontentarsi di quanto viene servito ai frati. Non è certo conveniente che qualcuno sia ammesso a pasti abbondanti e costosi. Ma quel che c’è da dare, lo sia dia con gioia, e a nessuno sia resa offesa per offesa. Se qualcuno, specialmente religioso, chiede ospitalità, sia accolto benevolmente e servito con carità, secondo le possibilità della casa.
          Non si dia però agli ospiti né avena né altro al posto dell’avena, se essi si trovano in città o villaggi o dove essa possa trovarsi in vendita, a meno che gli ospiti non siano religiosi, o tali che non l’abbiano a portata di mano e non possono comperarla. Se poi gli ospiti non l’avessero trovata in vendita e se ne trova nella casa in cui sono stati accolti, sia loro fornita a prezzo conveniente.
          18. Nessun frate laico o chierico sia possibilmente senza una sua mansione. Ma se qualcuno non volesse lavorare pur essendone in grado, lo si obblighi a lasciare il suo posto, poiché l’Apostolo dice: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi!”.
          19. Osservino il silenzio sempre nella loro chiesa, sempre nel refettorio, sempre nel dormitorio. È però loro permesso parlare di cose necessarie in altri luoghi, in tempi adatti, a bassa voce, con umiltà e decoro; fuori dai luoghi predetti, il loro parlare sia dunque onesto e senza scandalo. Così pure tutto il loro contegno, comportamento, vita, modo di agire e ogni altra cosa siano in essi trovati dignitosi.
          20. Se è possibile, ogni domenica nelle singole case il Ministro tenga il capitolo con i suoi frati, e i frati al Ministro e il Ministro ai frati rendano conto fedelmente degli affari della casa e delle cose date alla casa e ai frati, affinché sia destinata la terza parte alla redenzione degli schiavi.
          21. Similmente ogni domenica, se è possibile, si faccia una esortazione non solo ai frati, ma anche ai domestici della casa, secondo la loro capacità, e siano esortati con semplicità su quanto devono credere o fare.
          22. Su tutte le cose e sugli alterchi i frati siano giudicati in capitolo.
          23. Nessun frate accusi pubblicamente un suo confratello, se non può dare una prova sicura. Chi avrà fatto ciò, subisca la pena che avrebbe dovuto subire il reo nel caso che fosse stata provata la sua colpevolezza, a meno che per qualche motivo il Ministro non abbia voluto soprassedere. Quelli che eventualmente avessero dato scandalo o fatto qualche cosa di simile o, non sia mai, si fossero percossi a vicenda, soggiacciano a pena maggiore o  minore, a discrezione del Ministro.
          Se qualche frate avesse mancato nei confronti di un altro frate, cioè contro un altro frate e lo sappia solo chi ha ricevuto l’offesa, questi sopporti pazientemente anche se è innocente; e quando gli animi si saranno calmati, ammonisca e riprenda l’altro con dolcezza e in modo fraterno da solo a solo fino a tre volte, perché faccia penitenza di ciò che ha commesso, e si astenga in seguito da simili mancanze. Se non gli avrà dato ascolto, lo dica al Ministro e questi lo riprenda in segreto, secondo quello che vedrà conveniente al suo bene.
          Se invece chi ha dato scandalo vuol riparare spontaneamente, si distenda con tutta la persona ai piedi dello scandalizzato chiedendo perdono, e se non basta una volta, lo ripeta fino a tre volte. Ma se il fatto avvenuto il pubblico, qualunque sia la penitenza che ne seguirà, questa sia la prima –la prostrazione, cioè di tutto il corpo ai piedi del Ministro con la richiesta del perdono- ; poi sia ripreso a giudizio del medesimo.
          24. Il capitolo generale si celebri una volta all’anno, e lo si tenga nell’ottava di pentecoste.
          25. Se per necessità della casa si dovesse contrarre qualche debito, questo sia prima proposto ai frati in capitolo, e sia fatto con il loro consiglio e consenso, per evitare così sospetti e mormorazioni.
          26. Se qualcuno avesse arrecato danno ai beni della casa e fosse necessario ricorrere al giudica, non lo si faccia prima che egli venga ammonito con carità, in primo luogo dai frati e poi similmente da altri vicini.
          27. L’elezione del Ministro sia fatta per comune deliberazione dei frati, e non lo si elegga secondo la dignità dei natali, ma secondo il merito della vita e la dottrina della sapienza. Chi viene eletto sia sacerdote o chierico idoneo agli ordini. Ma il Ministro, sia maggiore che minore, sia sacerdote.
          28. Il Ministro maggiore può ascoltare le confessioni dei frati di tutte le comunità del medesimo Ordine. Il Ministro minore invece ascolti le confessioni dei frati della sua casa, purché la vergogna, per qualche ripetuta trasgressione, non offra l’occasione di confessarsi dai propri Superiori più raramente e con minore schiettezza di quanto convenga.
          29. Il Ministro provveda con premura a osservare in tutto i precetti della Regola, come gli altri frati.
          30. Se dopo essere stato eletto egli meritasse di essere deposto per qualche colpa, sia deposto dal Ministro maggiore, dopo aver convocato tre o quattro Ministri minori, e al suo posto sia messo un altro che ne sia degno. Se però per la distanza dei luoghi o per altra ragionevole causa il Ministro maggiore non potesse fra questo, affidi l’incarico a dei Ministri minori più timorati; e ciò che essi avranno fatto, sia ritenuto ratificato dall’autorità del maggiore.
          Se poi per colpe gravi fosse da riprendere o da deporre il Ministro maggiore, ciò sia fatto da quattro o cinque Ministri del medesimo Ordine tra i più timorati, che però devono essere eletti a tale scopo dal capitolo generale.
          31. Se qualcuno volesse essere frate di questo Ordine, all’inizio serva Dio nell’Ordine per un anno a spese proprie, tranne il vitto, ritenendo il suo vestiario e tutte le sue cose; e dopo un anno, se al Ministro della casa, ai frati e a lui sembrerà cosa buona e conveniente e vi sarà posto, sia ricevuto. Nulla tuttavia si esiga per la sua ammissione. Se però desse qualche cosa gratuitamente, la si accetti, purché sia tale che non sembri derivarne controversia alla Chiesa. Se sulla condotta di qualcuno vi fossero motivi di dubbio, si faccia, si faccia di lui prova più lunga. Se prima dell’ammissione qualcuno si fosse comportato con insubordinazione o insofferenza della disciplina e, a giudizio del Ministro, non avesse emendato i suoi costumi, gli si dia con semplicità licenza di andarsene con tutto ciò che aveva portato con sé. Nessuno sia ricevuto nell’Ordine se prima non risulta che ha compiuto venti anni. La professione sia rimessa al giudizio del Ministro.
          32. Non accettino dalle mani di un laico pegni, decime, con licenza del proprio Vescovo.
          33. Non facciano giuramenti, se non per grave necessità con il permesso del Ministro o per ordine del loro Vescovo o di altri che faccia le vece della Sede Apostolica, e ciò per causa onesta e giusta.
          34. Se in una cosa messa in vendita è stato notato qualche difetto, lo si indichi al compratore.
          35. Non è loro consentito accettare deposito di oro o di argento o di denaro.
          36. Nello stesso giorno in cui arriva o viene portato un infermo, questi si confessi dei suoi peccati e si comunichi.
          37. Ogni lunedì, eccetto nelle ottave di Pasqua, Pentecoste, Natività del Signore, Circoncisione ed Epifania e nelle festività che vengono proclamate da osservare, finita la messa per i fedeli, si faccia nel cimitero l’assoluzione dei fedeli defunti.
          38. Ogni notte, almeno nell’ospizio alla presenza dei poveri, si pregi in comune per lo stato e la pace della Santa Romana Chiesa e di tutta la cristianità, per i benefattori e per coloro per i quali la Chiesa universale è solita pregare.
          39. Nelle ore canoniche osservino la consuetudine del beato Vittore, a meno che pause, altre prolissità e uffici notturni non debbano essere tralasciati, su consiglio di uomini pii e devoti, per il lavoro e la scarsità di quelli che svolgono il servizio. Per il loro piccolo numero infatti, non sono tenuti a fare pause tanto lunghe nel salmeggiare, né ad alzarsi tanto presto.
          40. Similmente nella rasatura i chierici seguano l’Ordine di San Vittore. I laici invece non radano la barba, ma la lascino crescere modestamente.
          A nessuno (assolutamente, è lecito infrangere o contravvenire con temeraria presunzione a questo scritto) della nostra concessione e costituzione.
          (Se qualcuno poi osasse tentare di fare ciò, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo).
            Dato (nel Laterano, il 17 dicembre dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1198, nel primo anno del Nostro Pontificato).




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martedì 5 novembre 2019

Paolo VI sull'arte il 7 maggio 1964



Paolo VI e l'arte

Le parole pronunciate da Papa Paolo VI il 7 maggio 1964 agli artisti riuniti nella Cappella Sistina condensano il significato di un messaggio a lungo meditato, e di un impegno a favore di pittori, scultori, musicisti e poeti, cui raramente nel passato l’autorità ecclesiastica aveva prestato tanta attenzione.
L’eredità viva del messaggio montiniano sta tutta nell’aver saputo cogliere, con finezza di pensiero e lungimiranza d’azione, quella spinta propulsiva generata dall’atto creativo, espressione eletta del trascendente, incarnazione della presenza divina sulla Terra.
Negli scritti montiniani il costante riferimento alla bellezza, quale “splendore di verità”, va intesa, dunque, non come meta fine a se stessa, concetto astratto e ricerca della perfezione formale, ma quale partecipazione del sensibile alla creazione divina; atto che, al di là delle scelte personali di stile e tecnica, è prova di un cammino responsabile, testimonianza di una ricerca dentro la verità.

… Il tema è questo: bisogna ristabilire l'amicizia tra la Chiesa e gli artisti …
Vi abbiamo fatto tribolare, perché vi abbiamo imposto come canone primo la imitazione, a voi che siete creatori, sempre vivaci, zampillanti di mille idee e di mille novità. Noi – vi si diceva – abbiamo questo stile, bisogna adeguarvisi; noi abbiamo questa tradizione, e bisogna esservi fedeli; noi abbiamo questi maestri, e bisogna seguirli; noi abbiamo questi canoni, e non v’è via di uscita. Vi abbiamo talvolta messo una cappa di piombo addosso, possiamo dirlo; perdonateci …
… Siamo ricorsi ai surrogati, all’“oleografia”, all’opera d’arte di pochi pregi e di poca spesa, anche perché, a nostra discolpa, non avevamo mezzi di compiere cose grandi, cose belle, cose nuove, cose degne di essere ammirate …
Rifacciamo la pace? Quest’oggi? Qui? Vogliamo ritornare amici? Il Papa ridiventa ancora l’amico degli artisti? …

(Paolo VI agli artisti, Cappella Sistina, 7 maggio 1964)

 http://www.collezionepaolovi.it/paolo-vi-e-arte.asp

mercoledì 30 ottobre 2019

Trilogia del Metodo MUSICARTE, di Daniele Pasini



DANIELE  PASINI 

Trilogia del Metodo MUSICARTE





MUSICARTE , di Daniele Pasini

PREFAZIONE del Prof. Francesco Paoli, Professore di Didattica della Matematica presso Università degli Studi di Cagliari

"Sin dai tempi più antichi sono state costantemente sottolineate parentele e affinità tra matematica e musica. Quest’ultima disciplina affiancava l’aritmetica, la geometria e l’astronomia tra le artes reales del quadrivio; la tradizione pitagorica e platonica identificava nelle proporzioni numeriche corrispondenti agli intervalli musicali i rapporti matematici che stanno a fondamento dell’anima del mondo e, quindi, dell’intero universo; lo stesso Euclide fu autore di alcuni trattati di teoria musicale.

Anche i moderni scienziati cognitivi insistono sui paralleli tra intelligenza matematica e intelligenza musicale, incuriositi ad esempio dal fenomeno dei “geni precoci” che pare accomunare i due ambiti. Molto si è scritto sui grandi compositori che hanno strutturato diverse loro opere in base ad affascinanti strutture formali a carattere matematico: Bach in primis, ma in tempi più recenti anche i maestri della dodecafonia e della musica seriale e aleatoria, oltre a jazzisti come Coltrane.

Quando la musica incontra la matematica, quindi, è lecito attendersi sorprese straordinarie. È in questa terra di confine, in questo accostamento ad alto potenziale creativo, che nasce il metodo didattico ideato da Daniele Pasini, flautista, compositore, nonché maestro di scuola primaria laureato in Scienze della Formazione Primaria. Il percorso di educazione musicale che Daniele non si è limitato a progettare, ma che sperimenta giorno per giorno nelle sue classi con esiti straordinariamente interessanti, coniuga spunti e suggestioni dove le barriere disciplinari tra musica, matematica e arti visive scompaiono come per magia: il disegno a mano libera, le stime e le approssimazioni, la valorizzazione degli aspetti geometrici della scrittura musicale. Ne esce una proposta in cui l’interdisciplinarità non rimane solo proclamata, ma è agita nel concreto.

L’entusiasmo con cui gli allievi di Daniele accolgono ogni giorno il suo lavoro stanno a testimoniare una sfida educativa paziente e tenace, ispirata al binomio che secondo Corrado Mangione contraddistingue la didattica migliore: chiarezza e fascino.

Ognuno di noi, tuttavia, in qualsiasi campo del sapere o dell’agire sia occupato, investe e rispecchia nel proprio lavoro tutto il complesso della propria personalità e della propria esperienza di vita. Se parliamo di Daniele Pasini, non è pensabile che la fede cristiana non giochi un ruolo importante nel suo impegno didattico e nel percorso che ci propone in queste pagine.

Scriveva Hans Kung che si può benissimo vivere senza credere, così come si può benissimo vivere senza conoscere la musica; in entrambi i casi, però, ci perdiamo qualcosa."

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NOTE DELL'AUTORE

Il libro presenta i contenuti musicali in maniera estremamente pratica. La musica, purtroppo, spesso rimane una materia oscura, difficile da comprendere. I contenuti sono:

- note in chiave di sol e di fa;
- come leggere la musica;
- come scrivere uno spartito musicale;
- come trascrivere uno spartito musicale;
- la posizione delle note e la durata;
- scale maggiori e minori;
- intervalli, accordi e bicordi;
- esercizi di ear training;
- collegamenti continui tra musica, matematica e disegno.


La "Trilogia del Metodo MusicArte", di Maestro Daniele Pasini, è composta da tre volumi, tutti anche su Amazon:
1) MusicArte - Musica Arte e Immagine nella scuola primaria;
2) Eye training & Ear training: Tabelle di allenamento;
3) Pianeta MusicArte: guida per insegnanti, famiglie e studenti"

 - PER INFO:
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/MusicArte.scuolaprimaria
- Canale Telegram: t.me/metodomusicarte_danielepasini
- SE AVETE DUBBI O AVETE BISOGNO DI CHIEDERE INFORMAZIONI, NON ESITATE A SCRIVERMI: maestrodaniele1975@gmail.com


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Intervista al Maestro Daniele Pasini 
sul metodo di apprendimento MusicArte  
(del 10-09-2018 quando era ancora in corso la trilogia)
di Gianmarco Murru





MusicArte

Si fatica dunque. Si costruisce la conoscenza della musica da lontano, partendo dalla pratica e dalla manualità. I bambini devono disegnare da se i loro quaderni, i pentagrammi. Imparare a creare lo spazio tra le righe, tra le note e disegnare ogni cosa a mano. Si, anche le righe del quaderno, tutto è creato dai bambini.
L’atto di scrivere, di usare le mani e la matita, al posto di una tastiera di un pc oppure un quaderno già pronto, fa capire che ogni pezzo della composizione musicale rientra in una serie di regole precise. La composizione e l’esecuzione vera e propria arriva dopo, dopo molte pagine di questo piccolo grande manuale di musica, ma anche di filosofia. I concetti di spazio e di tempo occupano il nostro vivere quotidiano senza lasciare traccia, non ci accorgiamo di cosa significano questi due aspetti estrapolati dal contesto. La musica ha questa meravigliosa qualità, racchiude in se le due dimensioni.

Maestro Pasini, come è nata l’idea di un manuale musicale per i bambini?
L’idea è nata dalla congiuntura favorevole di passato e presente.
Appartengono al passato la mia formazione musicale, la naturale predisposizione all’improvvisazione, la lettura di alcuni passi del libro dal titolo Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante” , i tre anni di lezioni di disegno presso la “Scuola d’Arte Artemisia” di Cagliari e la decisione, da parte della Preside dell’Istituto Comprensivo Quartu 5, di assegnarmi Musica e Arte e Immagine in tutte le classi della scuola primaria di via san Benedetto.
Al presente, invece, appartiene il desiderio continuo di sperimentazione, per la formulazione di nuove strategie didattiche che possano rompere gli schemi delle metodologie tradizionali.

Qual è l’aspetto innovativo che può rivendicare nel suo metodo?
Ci sono diversi aspetti, tutti intrinsecamente legati tra loro. Essi sono:
  1. Il diritto del bambino alla complessità, alla fatica e all’allenamento del sano senso della sfida è un diritto di cui noi adulti non teniamo molto conto. Pensiamo sempre che chiedere determinati obiettivi possa affaticare troppo i fanciulli. Sbagliato! Non bisogna esagerare, certo, ma il più delle volte esageriamo in senso inverso, negando al bambino il diritto a sforzarsi nell’età più preziosa, in cui apprendono più velocemente e con maggiore facilità;
  2. Potenziamento della percezione – Il libro propone esercizi a mano libera su foglio bianco: figure geometriche, griglie e pentagrammi. I tutorial sono presenti sul canale youtube “Maestro Daniele Pasini;
  3. Valorizzazione dell’aspetto grafico della musica – Pochi pensano che la conoscenza musicale possa avvenire attraverso la copiatura e la trascrizione di semplici spartiti musicali, sin dalla scuola primaria. Nel metodo sono illustrate diverse modalità di copiatura;
  4. Lo spartito musicale è un disegno geometrico in cui le note vengono scritte e posizionate, a mano, secondo criteri geometrici. Attraverso la scrittura della musica, gli alunni sviluppano la capacità di saper trovare, a occhio, la metà (vedi tutorial su youtube), un terzo, un quarto, etc…..;
  5. Esercizi di ear training e eye training: un modello di tabelle sportive applicato all’arte e alla musica – Le note sono altezze sonore misurabili sia con l’accordatore, sia a orecchio. Se è possibile allenare la capacità di riconoscere le note a orecchio, è possibile allenare la capacità di riconoscere, a occhio, le misure e le proporzioni? Si, lo è. Nel manuale sono contenute proposte di esercizi per allenare entrambe le competenze;
  6. Spartiti in 3D – gli spartiti in 3D sono un modo divertente per capire il nesso tra tasti del pianoforte e note di uno spartito. Le note e le stanghette delle battute in altorilievo consentono agli studenti di comprendere che un musicista, per leggere la musica, calca visivamente le note a tempo. Questo tipo di esercizio facilita il passaggio dalla lettura dello spartito all’uso del pianoforte;
  7. Tastiera muta in 3D – La tastiera muta è una una tastiera disegnata dagli alunni, con i tasti neri in altorilievo. È stata inventata per potenziare l’immaginazione. Gli alunni imparano a suonare senza bisogno di spendere soldi per l’acquisto di uno strumento e, soprattutto, memorizzano maggiormente la posizione delle note;
  8. Il disegno della musica come “porta” per arrivare al disegno di vignette – Tutto il contrappunto, ovvero la scienza della composizione musicale, trova un’applicazione pratica nel disegno. Nel metodo illustro questa evidente relazione tra disegno musicale e disegno di vignette;
  9. Il passaggio dall’uso del quaderno all’uso dei fogli bianchi, fino alla teorizzazione di una scuola bianca, una scuola originale e personalizzata – La mente di un bambino è come il foglio bianco: non è vuoto, poiché è pieno di bianco. Il bianco è sinonimo di luce, di alto potenziale creativo, ancor di più se crediamo che i quaderni prestampati siano una forma di schiavitù preimpostata che ci viene propinata. In un foglio bianco l’alunno, attraverso il proprio ragionamento e forme empiriche di misurazione, arriva ad organizzare più consapevolmente il proprio spazio di lavoro;
  10. Uso del pennino e calamaio – Per introdurre gli alunni all’uso del pennino, ho raccontato loro come lavoravano gli antichi amanuensi, compresi i compositori che certamente non scrivevano musica su quaderni pentagrammati. I bambini che provano il pennino si entusiasmano tantissimo;
  11. Gare di famiglia – Sono illustrati una serie di esercizi e attività che si possono condividere con i propri familiari. Si possono strutturare in forma di gara in modo da divertirsi insieme. Stesso ragionamento si può applicare a qualsiasi lavoro di arte che, condiviso in famiglia, può configurarsi come un momento di grande unione familiare.
I bambini della scuola primaria riescono a realizzare e studiare uno spartito?
I bambini riescono tranquillamente a realizzare uno spartito e a coglierne gli elementi caratteristici. Il segreto è far vedere loro lo spartito come un disegno, osservandone tutti i dettagli. Per chi ha difficoltà, ci si serve di alcuni strumenti compensativi, fogli lucidi in primis.

La trascrizione da uno spartito vero a uno spartito creato da loro implica un processo logico di una certa rilevanza.
La mia convinzione è che i bambini non sono mai troppo piccoli, poiché siamo noi adulti a mettere i limiti. Se avessi dovuto pensare “questo esercizio è troppo difficile per loro”, il libro non sarebbe mai nato. Ho tentato, ho lanciato le idee e, a chi non riusciva, ho sempre detto “provaci, il fatto che non ci riesci oggi non vuol dire che non ci riuscirai mai!”. Lo sforzo produce necessariamente un miglioramento!

Quali obiettivi si è posto quando ha pensato al manuale?
Il manuale è nato innanzitutto da un’esigenza interiore. Il primo anno di insegnamento di queste due materie, le idee erano davvero troppe. Ho sentito pertanto l’esigenza vitale di doverle organizzare. Gli altri obiettivi, maturati mentre scrivevo il manuale, sono stati:
  1. Divulgare un approccio decisamente innovativo e in netto contrasto con l’approccio didattico tradizionale;
  2. Provare a tracciare una serie di obiettivi nuovi, per rinnovare gli obiettivi delle Indicazioni Nazionali;
  3. Stimolare gli insegnanti, educatori e genitori che hanno desiderio di mettersi in gioco;
  4. Promuovere l’idea che i compiti difficili sono stimolanti e, poiché racchiudono l’educazione al senso della sfida, liberano gli alunni dal desiderio di dedicarsi ad attività banali;
  5. Dimostrare che Musica e Arte e Immagine sono materie decisamente trascurate nella scuola primaria e non solo;
  6. Dimostrare che le due materie sono molto più importanti di quel che crediamo, oltre che fondamentali per lo sviluppo intellettuale ed emotivo di un bambino;
  7. Dimostrare che la musica è matematica e geometria;
  8. Illustrare che esiste un metodo organico per allenare sistematicamente la fantasia e la creatività, a partire dalla semplice copiatura;
  9. Stimolare gli insegnanti della scuola dell’infanzia ad adattare alcuni esercizi e ad osare;
  10. Offrire un manuale completo e creativo, che possa stimolare e aiutare nello studio sia alunni della scuola secondaria di I e II grado, sia studenti delle scuole civiche di musica.
Ci sono sviluppi futuri di questo progetto?
Sto scrivendo il secondo libro e intendo aumentare il numero di tutorial sul canale youtube Maestro Daniele Pasini, per chiarire ancora meglio alcuni aspetti musicali del libro che, per alcuni neofiti, possono risultare ostici. Vorrei raggiungere il massimo della chiarezza per consentire, a tutti i docenti, di riuscire a produrre schede musicali senza bisogno di dover ricorrere a schede preconfezionate.
Sono intenzionato a promuovere corsi di aggiornamento per tutti coloro che desiderano approfondire queste due materie in maniera innovativa.
Ci sono molte altre idee che intendo sviluppare nei prossimi anni. Parlo di novità assolute nel campo della didattica sulle quali per ovvi motivi mantengo il segreto, fino a nuova pubblicazione.
Proseguirò convintamente sulla strada del self-publishing.




Per saperne di più

www.mediterraneaonline.eu/una-musica-puo-fare?fbclid=IwAR0Wu_t7mTkxdH4Lm0asvpDhkaYxS4U0ClkSUtyD5FPTSA961Gx3KFoC16o

“MusicArte – Musica Arte e Immagine nella scuola primaria” – link diretto ad Amazon

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mercoledì 23 ottobre 2019

Introduzione ai Doni dello Spirito Santo: Carità senza Doni e Carità con i Doni, di p. Ambroise Gardeil O.D.


Introduzione ai Doni dello Spirito Santo: 
Carità senza Doni e Carità con i Doni
di p. Ambroise Gardeil O.D.


L'esistenza, in ogni anima giusta, dei Doni dello Spirito Santo, è una verità universalmente ammessa nella Chiesa cattolica. Se nessuna definizione formale attribuisce loro una essenza distinta da quella delle virtù infuse, tuttavia il linguaggio della S. Scrittura e della maggior parte dei Padri, le preghiere della liturgia, l'accordo crescente dei teologi, la voce del popolo cristiano ce li presentano come perfezioni soprannaturali speciali, superiori alle virtù infuse, eccettuate le virtù teologali.
Ma qual è dunque l'ufficio dei Doni nell'economia della nostra vita spirituale? Questione interessante in supremo grado! Dalla sua soluzione dipende forse la cognizione delle più meravigliose tra le operazioni dello Spirito Santo nelle anime nostre, l'intelligenza dei nostri più alti doveri soprannaturali come dei più urgenti, e perfino, giacché Dio non ci giustifica senza di noi, il frutto e il felice successo di queste divine operazioni.
Con la scorta di S. Tommaso e del pio teologo che pare abbia penetrato più profondamente il suo pensiero su quest'argomento, Giovanni di S. Tommaso [teologo tomista portoghese (Lisbona 1589-Fraga 1644); prese in religione il nome a Sancto Thoma per devozione al santo italiano; è stato uno dei più famosi commentatori di San Tommaso d’Aquino], noi cercheremo di renderci conto dell'ufficio dei Doni nell'anima fedele, Divideremo questo studio in due parti: 1° Quello che sarebbe la Carità senza i Doni; 2° Quello che è la Carità con i Doni.

CHE COSA SAREBBE LA CARITA' SENZA I DONI.
Vere tu es Deus absconditus, Deus Israel Salvator.
(Isaia 45,15)
In questa parola: Carità, noi troviamo concentrata tutta la nostra psicologia soprannaturale. Per la grazia santificante Iddio abita in noi e si fa ospite dell’anima nostra. Per le virtù morali infuse egli si assoggetta la nostra attività giornaliera. La virtù teologale della carità è come il punto di penetrazione per il quale Dio, già residente nell'essenza dell'anima, invade le sue potenze, il centro donde Egli dirige le operazioni delle virtù infuse. E' dal cuore che Dio comincia la divinizzazione del nostro intelletto e della nostra volontà, perché il cuore contiene in sé adunato tutto quello che si spiega nell'attività dell'uomo. Le virtù infuse non faranno altro che particolareggiare il bene che la carità ha posto nel suo cuore. La carità, punto di contatto della grazia con i comportamenti, focolare di tutta la psicologia soprannaturale, incarna, direi, tutto quanto l'ordine soprannaturale.
A prima vista, tuttavia, la carità rassomiglia a tutte le virtù infuse. E', come esse, un abito soprannaturale. L'abito, nell'ordine naturale, nasce dall’esercizio ripetuto degli atti, e le virtù naturali s'acquistano mediante lo esercizio degli atti moralmente buoni. Le virtù soprannaturali, all'opposto, sono stabilite d'un tratto nelle nostre facoltà. Dio, infinitamente potente, fa a meno dell’attività umana, la quale in ciò non può nulla, e inserisce come degli innesti divini nel tronco selvatico che gli presenta la nostra natura. La virtù infusa, sostenuta nell’essere dalla facoltà di cui essa aspira il succo, trasforma l'attività di essa. Dà alla nostra cognizione e alla nostra volontà il potere di portarsi verso un bene divino. E, siccome è proprietà dell'abito l'essere a disposizione dell'umana volontà, di modo che il suo fortunato possessore può usarne quando vuole, così farà egli della virtù infusa. Noi facciamo uso, come a volontà, della presenza di Dio in noi e della comunicazione ch'Egli ci dà della sua propria vita.
Ma la carità supera tutte le altre virtù in ciò che essa è l'effetto proprio dello Spirito Santo. Tutta la SS. Trinità abita nell'anima nostra per la grazia. Lo Spirito Santo, che è amore, trova la dimora appropriata nel cuore dell'uomo, e la carità effettua quest'abitazione. Ecco il senso profondo di queste parole di S. Paolo: L'amor di Dio è stato diffuso nelle anime nostre dallo Spirito Santo che ci fu dato [La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Romani 5,5)]. Lo Spirito Santo non produce l'amore di Dio in noi come un agente esterno, che diventa estraneo quando ha finito di agire, ma lo produce come una causa interna che risiede in quest'amore, perché egli ci fu dato, dice l'Apostolo. La sua attività è come quella di un'anima sempre presente a quello ch'essa fa e che la sua operazione non abbandona mai. Quando il giusto ama Dio, non agisce da solo; ma in fondo al suo cuore ha lo Spirito di Dio, ed è questo Spirito che gli fa dire, con tutta verità e con ogni efficacia, il nome dell'amor filiale: Padre mio!
Dunque il cuore dell'uomo per mezzo della carità è pienamente rettificato di fronte a Dio, nostro ultimo fine. Ma l'ordine delle cose esige che il cuore irradii in tutta la nostra attività. Difatti le virtù infuse operano tutte sotto l'influsso dell'amor divino: fede e speranza, prudenza e giustizia, fortezza e temperanza. Vale a dire, lo Spirito di Dio, anima della nostra carità, trova in queste virtù come i canali per i quali, in tutte le parti dell'uomo, intelletto, volontà, e perfino nelle stesse passioni, si espande l'amore ch'egli ispira al cuore del giusto. «Benedici il Signore, o anima mia - dice il profeta ispirato dallo Spirito Santo - o potenze dell'anima mia, benedite tutte il suo santo nome» [Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome (Salmi 102,1)].
Qui si presenta una questione la cui soluzione ci condurrà a riconoscere l'ufficio dei Doni dello Spirito Santo. In qual modo lo Spirito Santo, presente nei nostri cuori per la carità, opera sopra la nostra psicologia intima? In quest'espansione segue egli le leggi del suo essere, oppure si piega alle nostre leggi? Il suo intervento nel nostro operare è una semplice sopraelevazione della nostra attività psicologica, oppure è un'irradiazione di ciò che vorrei mi si permettesse di chiamare sua divina psicologia? Lo Spirito Santo, presente nel nostro cuore, è il sole radioso i cui raggi attraversano vittoriosamente le fitte nubi, e la cui virtù va, direttamente e per se stessa, a vivificare tutti gli esseri? Oppure, prigioniero benefico, s'avvolge, come d'una nube, delle forme proprie dell'operare umano?
E' permesso di applicare a una materia così alta i principii e le leggi che reggono l'ordine della natura? Sì certamente, Poiché nel caso presente, come in tanti altri, S. Tommaso così ha fatto. Ardimento sublime di questa mente salda fra tutte: a lui non s'affacciò mai il pensiero che l'ordine soprannaturale fosse opposto all'ordine naturale. Egli non esitò mai a trasferire nel primo i concetti del secondo, facendo subir loro soltanto le modificazioni che la perfezione del loro nuovo stato esigeva. Ecco perché dobbiamo rispondere subito che, essendo la carità e le virtù infuse realmente e propriamente virtù attive, e le virtù attive essendo essenzialmente perfezioni delle potenze attive umane, lo Spirito Santo, che risiede nella carità, opera in noi nel modo delle virtù umane, e si piega alla maniera di operare delle nostre facoltà umane.
Il giusto, arricchito delle virtù soprannaturali, resta pertanto il vero e principale autore delle sue operazioni soprannaturali. E' veramente lui che dirige i movimenti del suo intelletto e del suo cuore; la sua ragione rimane alla testa di tutta la sua psicologia soprannaturale. Lo Spirito Santo, per mezzo delle virtù, si è diffuso nelle sue potenze, fortemente ma soavemente, come un fuoco riscalda insensibilmente il cuore, come una luce segreta rischiara senza manifestare la sorgente donde emana, come un olio scorre sulle membra, ammorbidisce le articolazioni e fortifica le giunture: «Fons vivus, ignis, charitas et spiritalis unctio». Nulla è cambiato nel funzionamento ordinario del nostro mondo intimo, sebbene tutto sia cambiato dal lato dello scopo a cui tende d'ora innanzi la nostra attività, e del vigore col quale noi vi aspiriamo. Tal è l'ufficio dello Spirito Santo, finché la sua azione si esercita mediante le virtù. Egli viene a noi come Dio, ma come «DIO NASCOSTO», secondo che si esprime la S. Scrittura.
Da ciò proviene l'oscurità della nostra fede. In questa vita, non possiamo avere l'intuizione diretta delle essenze, e, se ce n'è una che superi il nostro intelletto, è veramente l'essenza di Dio, la cui contemplazione ed amore sono il fine stesso di tutto l'ordine soprannaturale. La Rivelazione istruisce il nostro intelletto circa le verità che riguardano questa essenza, affinché, conoscendola, noi possiamo desiderarla; ma la nostra ragione riceve da cieca questa rivelazione, certificata per altro dall'udito, vale a dire dalla testimonianza di Dio che non inganna né s'inganna. Dalla fede procedono la speranza e l'amore soprannaturale, che non sono altro che il nostro cuore applicato abitualmente ad amare il bene divino rivelato dalla fede. Così la stessa carità, tutta ripiena dello Spirito Santo che l'anima, e come inclinata da questo peso, che la trascina con l'onnipotenza dell'amore che Dio ha per sé, si lascia regolare dal conoscimento oscuro della fede. Lo Spirito Santo è come prigioniero delle imperfezioni dell'amore che egli c'ispira. Tanto grande è il rispetto che la Provvidenza ha per la nostra libertà, tanto è palese il suo disegno di lasciarci, almeno nel cammino abituale della nostra vita, il merito della nostra giustificazione!
Se le virtù teologali si vedono regolate dal modo di intendere, ristretto e limitato, che è proprio dell'uomo, tanto più sarà lo stesso delle virtù morali infuse. Ora la natura ragionevole dell'uomo colloca la perfezione dei suoi costumi in un giusto mezzo, ugualmente lontano dagli estremi per eccesso e per difetto, i quali possono incontrarsi nella materia della sua attività, azioni esterne o passioni interne. L'altezza del fine soprannaturale può rialzare il livello di questo giusto mezzo, ma non potrebbe impedirgli di consistere in un adattamento delle azioni e delle passioni al fine soprannaturale, adattamento che richiede la riduzione degli eccessi possibili di queste azioni e di queste passioni umane alla giusta proporzione che le rende atte a raggiungere il loro scopo. Trovare questo giusto mezzo relativamente allo scopo divino additato dalla Fede, desiderato dalla Speranza, voluto dalla Carità, ecco l'ufficio della Prudenza infusa. Effettuare il giusto mezzo determinato dalla Prudenza infusa nel dominio delle azioni volontarie e delle passioni dell'irascibile e del concupiscibile, tale sarà l'ufficio delle virtù infuse della giustizia, della fortezza, della temperanza. Anche qui lo Spirito Santo infiltra, per così dire, lo splendore della sua azione. Tutto il nostro ordine morale pratico è regolato dalla prudenza, come l'ordine della coscienza e delle intenzioni era regolato dalla fede.
Oscurità e giusto mezzo, ecco dunque i veli umani sotto i quali si nasconde l'azione dello Spirito di Dio! Certamente quest'azione segreta è infinitamente preziosa per noi cui essa ordina al fine soprannaturale, a cui dà abitualmente i mezzi di tendere a questo fine. Ma lo Spirito Santo che s'induce ad abitare in noi, non andrà egli sino alla fine dell'opera sua? Perché, spezzando l'uniformità del regime delle virtù, non penetrerebbe da Padrone nell'anima del giusto suo servitore? Perché, senz'andare contro la fede o contro la prudenza, ma oltrepassandole, il suo Intelletto e il suo Cuore, operando secondo il modo loro proprio, non diventerebbero, almeno qualche volta, il regolatore immediato delle nostre azioni?
Poiché nel giorno della creazione del mondo non bastò allo Spirito di Dio lasciarsi portare sopra le acque, esplodano dunque anche nella creazione soprannaturale i fiat trionfanti, spuntino i nuovi sette giorni, e i Doni, come un radioso arcobaleno, segnino sopra la fronte del giusto il progresso della nuova opera divina! Veni Creator Spiritus.

II
CHE COSA E' LA CARITA' CON I DONI.
Ut sit Deus omnia in omnibus.
(1 Corinzi
15, 28.)
Lo Spirito Santo, regola intima, immediata e come omogenea della nostra attività soprannaturale, ecco l'ideale che oramai si offre alle aspirazioni del giusto. Ma appena lo ha egli concepito, la sua fede stessa l'obbliga non a sopprimerne, ma a limitarne l'estensione. Se lo stesso intelletto divino diventasse il regolatore prossimo della nostra attività intima, ciò non potrebbe avvenire se non svelandoci l'essere di Dio che è il suo oggetto. Ora è a noi vietato sopra la terra di aspirare a queste chiarezze riservate alla vita futura. Senza voler parlare di ciò che avverrà in cielo, Dio, come luce intellettuale, non potrebbe quaggiù regolare immediatamente il nostro mondo morale: egli interverrà nella nostra vita mediante un influsso motore, e, se a volte l'effetto di questo intervento è l'espressione della sua vita intellettuale, nondimeno produrrà in noi questi effetti di luce sotto la forma estranea di un'attività impulsiva e pur tuttavia oscura, sotto la forma d'un istinto segreto. La fede, regola della carità, resta dunque la luce direttiva degli interventi divini, per quanto siano essi illuminatori (1).
Ma è possibile questo influsso diretto di Dio sulla nostra attività interiore? E se niente vi si oppone, esiste esso? E se esiste, a quali condizioni si verifica? Altrettante questioni che si presentano. La loro soluzione ci illuminerà sull'ufficio dei Doni nella nostra vita mistica.
1° Sembra a tutta prima che il carattere positivo della morale aristotelica, trasferita da S. Tommaso nell'ordine soprannaturale, debba interdire ogni intervento diretto di un mondo superiore. Che cosa diventerebbe il giusto mezzo nel quale consiste la moralità, se la Prudenza cedesse il suo posto alle mozioni sovrane delle sostanze separate? Non si cadrebbe forse in un mondo immaginario, simile a quello di Platone, tutto quanto sotto l'impero immediato delle Idee e delle Cause esemplari?
Ma che cosa si deve pensare, se Aristotele, avversario risoluto di Platone su questo argomento, fece egli stesso il passo? se, per spiegare senza dubbio certi uomini che si presentavano a lui come problemi, il tardo discepolo di Socrate, il precettore d'Alessandro, l'emulo di Platone, l'ammiratore di Fidia, non s'attenne ai principi ordinari e intrinseci del carattere umano? se, oltrepassando la ragione, giunse a domandare la spiegazione di questi uomini divini alla Divinità stessa? Nella sua Morale a Nicomaco, Aristotele parla di un modo di essere superiore alla natura umana, di una virtù eroica che rende l'uomo per così dire divino. Egli ripiglia questo pensiero nella Morale a Eudemo, nel capitolo della Fortuna. Vi sono degli uomini a cui tutto riesce senza che la scienza o la prudenza c'entri per nulla. Come spiegare questo fatto? «E' un chiedersi - dice Aristotele - qual è nell'anima il principio del movimento. E’ chiaro che è il principio del movimento del mondo: un dio... Il principio della ragione non è la ragione, ma qualcosa di meglio. Ma che cosa di meglio della ragione se non è il divino? Non è la virtù, la quale è lo strumento della ragione...; non è la stessa ragione, perché gli uomini di cui parlo non ne fanno uso; non è neppure l'entusiasmo. Dunque senza ragione sono essi quello che sono... Sembra che quanto più la ragione è assente, tanto maggiore azione abbia il principio che li guida: così i ciechi hanno più memoria, liberi come sono da ciò che distrae» (Etica Eudemia, VIII, 2, 1248 a-b).
Così, per Aristotele, una straordinaria fortuna, una virtù eroica, il genio, sono dovuti a influssi speciali e diretti della Divinità, ragione suprema di cui la ragione umana non è che una modesta partecipazione. Con ciò appunto egli supplisce all'umile grado razionale della morale del giusto mezzo; con ciò il suo sistema risponde alle difficoltà che gli avrebbero suscitato, da parte dei platonici, certi caratteri eccezionali, certe personificazioni superiori dell'umanità, venute fuori delle regole comuni. Aveva egli forse provato in sé per il primo le impressioni del Primo Intelletto? e, se ne parlò così divinamente, è forse perché aveva prima sentito i suoi divini impulsi?
Ora che cosa sono Socrate, Alessandro, Platone, Fidia, Aristotele, sotto l'aspetto del contatto con la Divinità, in confronto del Giusto riformato dalla grazia? Se volete risposte sublimi e che rischiarino come lampi le profondità tenebrose della vostra coscienza tormentata, anziché Socrate, interrogate dunque quel bambino che ha or ora fatto la prima comunione. Se un ideale glorioso vi riempie di entusiasmo, e vivete di un sogno di conquista, lasciate lì il vostro Plutarco e chiedete a quel giovane, dallo sguardo limpido e casto, il segreto delle sue eroiche vittorie. Non interrogate Platone sulla vita d'Oltre Tomba; egli sottolineerà le sue sublimi rivelazioni con un sorriso enigmatico, pieno d'ironia a suo proprio riguardo: ma andate a trovare quella donnicciola, che ha interrotto la sua dura fatica per entrare in chiesa, ed ella saprà dirvi se vi è un Cielo e che cosa vi si fa. Se vi occorrono opere d'arte, non passeranno forse avanti a Fidia quelli che modellano in un'argilla umana la rassomiglianza della faccia stessa di Dio? Se Aristotele ci appare grande per essersi elevato due volte fino alla cognizione del contatto diretto dell'anima con la Divinità, che cosa è ciò in confronto dello stato d'anima ordinario d'un S. Agostino, d'un S. Tommaso?
Infatti, per la grazia, la Divinità abita nell'anima del giusto. Se vi è un terreno preparato per l'azione diretta della Divinità, è questo certamente! Il giusto è il soggetto naturale della virtù eroica, l'uomo predestinato ai tocchi del genio, l'oggetto indicato dei favori divini. Non reca dunque meraviglia che S. Tommaso, ispirandosi al Filosofo, abbia giudicato possibile che Dio, ragione della nostra ragione, si faccia la regola immediata e l'ispiratore dell'attività soprannaturale.
2° Come si può sapere se di fatto lo Spirito Santo si sostituisce al normale regolatore della nostra vita soprannaturale? Per illuminarci noi non abbiamo che un sol mezzo: la parola di Dio. L'ordine soprannaturale è gratuito in tutti i suoi gradi, e le più alte ragioni di convenienza non valgono una semplice parola detta da Dio.
Questa parola, noi l'abbiamo nella S. Scrittura. Già abbiamo accertato la fede della Chiesa nell'esistenza dei doni speciali, distinti, superiori alle virtù infuse. La S. Scrittura ci dà il tratto caratteristico di questi doni. Sono soffi, ispirazioni, spiritus. Così sta scritto a proposito del Messia al capitolo undicesimo d'Isaia: Sopra di Lui riposerà lo spirito d'Adonai, lo spirito della Sapienza e dell'Intelletto, lo spirito del Consiglio e della Fortezza, lo spirito della Scienza e della Pietà, e lo spirito del Timore del Signore lo riempirà (2). «Questo linguaggio, che è abituale alla Scrittura, non è forse manifesto - dice S. Tommaso - e non dà forse a intendere che questi sette doni sono in noi per l'ispirazione divina?». Difatti non passa differenza notevole tra questa ispirazione che la Scrittura ci garantisce e l'impulso istintivo verso il bene di quelli di cui parla Aristotele. L'autorità della parola di Dio va incontro alle vedute audaci del Filosofo; e dice: ispirazione divina, là dove Aristotele aveva detto: istinto divino. E come riscontro caratterizzerà lo stato della ragione che corrisponde all'istinto divino con la parola follia, stultitiam, quando Aristotele nel medesimo luogo lo chiamava irrazionale. Donde può derivare un tale accordo? Forse dal fatto che la stessa Divinità che ispirava il profeta Isaia ispirava pure il filosofo di Stagira! Ad ogni modo spettava a S. Tommaso d'Aquino, testimonio della corrispondenza dei due testi, di trarne la dottrina che è come il punto culminante e l'apogeo della sua morale soprannaturale.
3° In quali condizioni si opera questo intervento divino? La nostra attività morale soprannaturale ci appare ormai sotto la dipendenza di due principii regolatori: la ragione, perfezionata dalla fede, e lo Spirito Santo. Questi due principii sono in armonia, poiché la ragione divina è la causa della nostra ragione. Essi operano tuttavia ciascuno secondo il suo modo, ed ecco perché, in presenza dell'operazione divina, la ragione sospende la sua attività. Essa viene sostituita da un principio migliore ch'essa medesima.
Ma qui si presenta una questione. Lo Spirito Santo abita in noi per la grazia, come la ragione per la natura. Sotto l'aspetto della potenza di agire sul nostro organismo psicologico, - se noi ci atteniamo ai dati che fin qui abbiamo esposto, - sembrerebbe che la ragione abbia il sopravvento sullo Spirito Santo. Difatti abbiamo veduto che la ragione, per l'esercizio degli atti, s'era creata, in tutte le parti dell'organismo psicologico, come degli aiuti permanenti, che le permettono di regolare a volontà, facilmente tutte le potenze e le dànno, per così dire, entrata libera in tutto il nostro mondo interno, cioè le virtù morali. Ora, senza dubbio, la Spirito Santo è onnipotente. E non ha bisogno di disposizioni preesistenti per operare. Egli crea per il fatto che opera. Dal canto suo dunque tutto è perfetto, ma dal canto nostro?
Qui sembra che S. Tommaso superi definitivamente Aristotele. Questi aveva ricusato di riconoscere una base permanente all'azione speciale del Divino nella natura dell'uomo. Tutto il fondamento della Fortuna, per lui, risiedeva nelle attenzioni particolari e costanti della Divinità. Ma S. Tommaso si trova di fronte ad un uomo già posseduto dalla Divinità, nel quale la Divinità risiede allo stato abituale, del quale la Divinità è come l'anima. Proprio dell'anima è far sorgere, nell'essere ch'essa vivifica, tutti gli organi di cui ha bisogno. Perché dunque la carità non porterebbe con sé perfezioni, abiti, analoghi a quelli che alla ragione rendono così facile l'entrata del nostro mondo morale? Bisognerà forse ricusare al giusto quello che la natura accorda all'uomo? L'ordine soprannaturale sarà meno compiuto dell'ordine naturale? Dio certamente non ha bisogno di questi punti d'appoggio per mettere in azione la mia vita; ma io, io ho bisogno ch’egli li abbia, se devo essere perfetto nell'ordine delle mozioni divine, quanto nell'ordine delle mozioni razionali. Bisogna che le ispirazioni dello Spirito Santo siano in me allo stato d'abito, come i dettami della ragione sono in me allo stato d'abito. Io voglio cedere a Dio che invade l'anima mia, non violentemente e come forzato, ma voglio cedergli come il virtuoso cede alla sua ragione, volontariamente, facilmente, con l'agevolezza che l'abito solo può dare. Voglio poter dire con il profeta: Il Signore m'ha aperto l’orecchio ed io non mi sono rifiutato; non ritorno indietro [Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: «Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore» (Salmi 39, 7-9)].
S. Tommaso risponde con una parola: Le ispirazioni dello Spirito Santo sono chiamate Doni, non solo perché Dio le causa, ma ancora perché costituiscono perfezioni che rendono l'uomo facilmente influenzabile all'ispirazione divina, analoghe a quelle che lo dispongono a ricevere la mozione della ragione rispetto alle sue azioni ordinarie. Come se dicesse: Se gli interventi diretti dello Spirito Santo nel governo dell’anima nostra fossero altrettanti atti spontanei e come dei decreti proprio motu dello Spirito Santo, non avrebbero più quel carattere permanente, definitivo, che implica la parola dono. I doni di Dio non saranno essi senza pentimento come i doni dell'uomo? Bisogna pertanto che lo Spirito non solo ci sia dato, vale la dire, sia allo stato abituale nell'anima nostra, ma che anche le sue ispirazioni ci siano date e formino uno degli abiti dell'anima nostra. Come ciò? Noi non potremmo essere il principio attivo di queste ispirazioni: non sarebbero più le ispirazioni dello Spirito Santo. Resta che noi ne siamo i principii passivi, vale a dire che i doni ci mettono in modo abituale sotto la loro dipendenza, e che, per mezzo loro, abbiamo come un diritto permanente e come un pegno sul soffio dello Spirito.
Ammirabile concezione dell'Angelico Dottore! Tutta la dottrina dei doni, per lui, si riassume in queste due parole: Spiritus, dona. Come soffi dello Spirito Santo, i doni richiedono l'autonomia del loro principio. Come doni le ispirazioni dello Spirito Santo hanno un punto d'appoggio abituale nelle anime nostre. Certamente bisogna che una grazia attuale susciti in noi la volontà di far uso del dono. Ma le grazie attuali sono la respirazione dell'anima giusta e che prega. Che Dio ci dia la volontà di usare del dono, nuovo abito dell'anima, e lo Spirito Santo, come chiamato in soccorso, discende. Lo Spirito Santo è a nostro servizio, Utimur Spiritu Sancto, dicono con una parola energica i teologi. In realtà è lo Spirito Santo che si serve di noi con tutta l'indipendenza del suo modo di operare, ma noi, prevenuti dalla grazia, determiniamo l'istante in cui egli s'impadronisce di noi come d'uno strumento. Figuratevi un fanciullo che riceve in uno specchio l'immagine del sole, che quindi può maneggiare a suo piacimento. Egli non possiede la sorgente da cui essa emana, eppure la sorgente è come a suo servizio ed egli se ne serve per far penetrare i raggi dell'astro radioso in luoghi che sfuggivano alla sua azione diretta, pur essendo rischiarati dai raggi più pallidi della luce diffusa. Tale ci appare il figlio di Dio ornato dei doni. Per mezzo loro Iddio irradia liberamente attraverso tutta la sua vita morale e soprannaturale, illuminata prima dalla pacifica luce delle virtù. Che felice sorte è la sua! Et nox illuminatio mea in deliciis meis [ et dixi forsitan tenebrae conculcabunt me et nox inluminatio in deliciis meis quia tenebrae non obscurabuntur a te et nox sicut dies inluminabitur sicut tenebrae eius ita et lumen eius (Salmi 138,11-12)]. Passivo di fronte allo Spirito Santo, egli possiede a sua volta lo Spirito Santo e usa dell'influsso del suo ospite, schiavo e libero ad un tempo. Ubi Spiritus Dei, ibi libertas [ Dominus autem Spiritus est, ubi autem Spiritus Domini ibi libertas (2 Corinzi 3,17)]; Qui Spiritu aguntur, hi sunt filii Dei [quicumque enim Spiritu Dei aguntur hi filii sunt Dei (Romani 8,14)] Tal è la strana antinomia della quale il dono ci appare la divina soluzione.
Oramai sappiamo che cosa è la Carità con i doni. Non è più quel dolce calore, quel fervore delle virtù che s'insinuava segretamente or ora nel nostro organismo morale, e che prendeva le forme della nostra ragione e del nostro amore umano. Ma è il focolare ardente, che fa risplendere il suo involucro, e che irradia come il sole; è la luce del volto del nostro Dio risplendente nell’irradiamento a sette raggi che è a lui proprio: Sì, è proprio lui...! è lo splendore stesso della tua fisionomia, o Santo Spirito. E questa luce s'arresta sopra di noi. Signatum est super nos lumen vultus tui, Domine [signatum est super nos lumen vultus tui Domine, dedisti laetitiam in corde meo (Salmi 4,7)]. Essa non è più solamente interna; ma è segnata di fuori, signatum est super nos. Non ancora nell'atto di illuminare la nostra fronte, di affascinare il nostro sguardo, come nella visione del Cielo, ma nell'atto di avvolgere il nostro cuore. Il nostro cuore è come un sole i cui raggi, incessantemente posti in moto e rinnovati dall'azione dello Spirito Santo, vengono a rischiarare tutto il nostro mondo interno, verità, amore, speranza, giustizia, passioni, tutto, affinché Dio regni direttamente e a suo modo sopra ogni cosa. Ut sit Deus omnia in omnibus [ cum autem subiecta fuerint illi omnia, tunc ipse Filius subiectus erit illi qui sibi subiecit omnia, ut sit Deus omnia in omnibus (1 Corinzi 15,28)] (3). Tal è l'ufficio dei doni nella dottrina di S. Tommaso. Donde attinse dunque il Dottore Angelico questo insegnamento sublime quanto originale? Il pittore del Medioevo, [sono “troppi” i pittori (alcuni anonimi) che hanno raffigurato S. Tommaso, è arduo indovinare a quale alluda il p. Gardeil] non s'era ingannato: volle rappresentare il santo Dottore, con lo sguardo positivo, calmo, sereno del Peripatetico, perché l'ora della visione non era ancora scoccata, ma dal suo petto sfugge un fascio risplendente, come se la divina carità che gli riempie il cuore non potesse più nascondere il focolare che esso imprigiona: è lo Spirito Santo che, con i doni, fa irruzione in questo divino genio. La locuzione latina Deus, ecce deus, (tradotta letteralmente significa il Dio, ecco il Dio) proviene dall’Eneide (VI,46) di Virgilio; è l'esclamazione della Sibilla Cumana quando si sente invasa dall'influenza profetica del dio Apollo; nell'uso corrente simboleggia l’ispirazione poetica, come dire: ecco l’ispirazione, ecco l’estro poetico].



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sabato 19 ottobre 2019

ZHUK Mykhailo (1883-1964)


                   

 Mykhailo Zhuk (1883-1964)



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    Mykhailo Zhuk (1883-1964), un celebre pittore, grafico, ceramista, storico dell'arte, critico letterale, scrittore e poeta ucraino, era anche pedagogo, tra i fondatori dell'Accademia delle Belle Arti. I suoi studi artistici hanno avuto inizio nella Scuola dell'arte di Nicola Muraschko (1896-99), continuò nella bottega di V. Sjerov (1899), nel 1904 finì all'Accademia dell'Arte a Cracovia (la classe di Stavislav Vyspjanski) e nel stesso anno aveva la sua prima mostra personale prima a Cracovia, dopo a Kyiv.
   Nel 1905 si trasferì per insegnamento a Chernigiv, dove frequentò una cerchia culturare di famosi scrittori M. Kocjubynsky, M. Lysenko, M. Voronyj, P Tychyna, con cui egli legava l'amicizia. Nella sua attività artistica spesso si rivolgeva al tema floreale. Era un profondo rittratista. Nell'anno 1925 creò una seria di ritratti in tecnica litografica. Era illustratore di libri. Dal 1925 fino alla morte nel 1964 abitava in Odessa, dove era vice-rettore dell'Istituto Artistico.

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mercoledì 16 ottobre 2019

Un focolare cristiano esemplare: Émile e Mathilde Keller



Un focolare cristiano esemplare:
 
Émile e Mathilde Keller
 


Quale marito potrebbe scrivere, come Émile Keller, dopo cinquant’anni di matrimonio:
«Dio mi ha scelto una compagna incomparabile. Nel corso di lunghi e laboriosi anni, non ho mai notato in lei né un moto d’impazienza, né un sospiro di stanchezza. Mai la più lieve nuvola ha turbato per un solo istante l’azzurro limpido della nostra unione

E quale sposa, come Mathilde Keller, potrebbe scrivere:
«Tutto è fuso in noi, e mi sembra che noi costituiamo il modello perfetto di quella unione che Dio ha voluto realizzare col matrimonio cristiano. Noi potremmo essere più santi, ma non potremmo amarci più teneramente

Magnifica unione, testimoniata anche dai quattordici figli che ne nacquero.

Una di essi, Elisabeth Keller, divenuta in religione Madre Dominique de Jesus, racconterà:
«La nostra amata madre allietava le nostre serate in famiglia; sapeva intrattenere una gradevole conversazione con tutti; si interessava dei lavori importanti di nostro padre, delle grandi cause che egli difendeva; si faceva raccontare dai figli i piccoli incidenti della loro vita in collegio e lei stessa parlava dei piccoli fatti della sua giornata. Poi, i nostri genitori si mettevano al piano, e quasi ogni sera ci offrivano un piccolo concerto classico. Le più belle sinfonie e le più armoniose sonate passavano sotto le loro dita, ed erano l’eco della deliziosa melodia che cantavano, senza stancarsi, i cuori dei nostri genitori tanto amati e quelli dei loro figli molto felici. E queste dolci serate non potevano terminare meglio che con la preghiera. «Che possiamo renderTi, o Dio, per tutti questi benefici?». Era il grazie che noi, tutti insieme, facevamo salire al cielo prima di separarci per la notte

E scriveva Mathilde Keller a suo marito:
«Quale unione, se non quella che trova il suo centro in Dio: da lontano come da vicino, noi ci ispiriamo l’un l’altro, ci consultiamo e vogliamo amare e servire Dio con la stessa anima
E aggiungeva:
«Io credo che il Buon Dio, che ci ha accordato questa unione così rara, voglia che essa ci serva a comprendere meglio cosa dobbiamo essere nei confronti di Lui. Essere insieme per Lui ciò che noi siamo l’uno per l’altro, cioè uno stesso cuore, una stessa volontà, un solo amore. Questa mattina mi comunicherò per te. […]»


Terziari domenicani


Émile Keller, che fu soprannominato il «deputato del Papa», offre un modello completo: uomo d’azione, uomo di studio (il primo tomo della sua Storia di Francia è stato appena ristampato da Édilys, e noi lo raccomandiamo vivamente), sposo, padre di famiglia e, prima di tutto, uomo di preghiera, grazie in particolare al terz’ordine domenicano, in cui Émile e Mathilde Keller fecero professione l’8 dicembre 1858.
Il Padre Xavier Faucher, che ha conosciuto bene il deputato, testimonia:
«Non era un terziario onorario, perché compiva scrupolosamente tutte le prescrizioni della regola. […] Nel 1863, nei primi giorni della mia vita religiosa, quando i minimi avvenimenti assumono un rilievo intenso che non si cancella mai, Émile Keller veniva nel convento di Lione per passare con noi alcuni giorni di raccoglimento; egli seguiva con regolarità gli esercizi della comunità, e noi ammiravamo la sua puntualità in tutte le genuflessioni e gli inchini. […]»





La volontà di diventare santi


La corrispondenza di Mathilde Keller è un inno all’unione coniugale vissuta sotto lo sguardo di Dio, dopo più di trent’anni di matrimonio intensa al pari degli inizi.
Il 14 aprile 1885, lei scrive al suo sposo:
«Questa notte ho sognato Pio IX che veniva tra noi e, prendendoti per mano, gli dicevo: “Santissimo Padre, che ringraziamenti vi dobbiamo per la benedizione che ci avete dato in occasione del nostro viaggio di nozze! Essa ci ha portato tanta felicità, che io ve ne chiedo una per mia figlia Rosalia”» [che doveva sposarsi presto].

E in un’altra occasione:
«Vorrei far sentire di più ai nostri figli che le vere gioie hanno la loro fonte altrove che nel confort e nei piaceri all’aria aperta. La vita a due, con la fede cristiana che domina i mutui sacrifici, mi sembra che sia il vero scopo che Dio si propone avvicinando due cuori e due anime. Occorre darsi l’un l’altro senza riserve e poi camminare con fiducia sotto lo sguardo di Dio

E nel 1883:
«Bisogna assolutamente diventare dei santi nei tempi in cui viviamo






Pubblicato nella Lettera dei Domenicani di Avrillé, n° 87 – settembre 2018
Couvent de La Haye-aux-Bonshommes
6, allée Saint-Dominique - 49240 Avrillé - (Francia)
tel. 02.41.69.20.06
http://www.dominicainsavrille.fr/category/lettre-aux-amis/





Fonte: www.unavox.it/ArtDiversi/DIV2681_LSdlT_Un_focolare_cristiano_esemplare.html




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