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sabato 18 gennaio 2020
Pietro Bovati: la Scrittura racconta la verità sull'uomo, essere fragile e divino
Pietro Bovati:
La Scrittura racconta la verità sull'uomo, essere fragile e divino
Il gesuita della Pontificia Commissione Biblica parla dell'ultimo studio dedicato all'antropologia biblica: nel testo sacro ci sono i principi per riflettere sui grandi quesiti contemporanei
Alessandro De Carolis – Città del Vaticano
Padre Pietro Bovati, come nasce questo documento che potremmo anche definire un’indagine sull’uomo, sulla sua natura, così come la Bibbia lo presenta?
R. - Il punto di partenza è remoto e risale anche all’interrogazione che viene dal Vaticano II, in particolare nella “Gaudium et spes” sul rapporto della Chiesa nel mondo, dove appunto si interroga la società, la realtà dell’uomo e si vede emergere questa domanda fondamentale sul senso della vita, su che cosa sia la storia degli uomini, che cosa sia in realtà questa creatura di Dio che è fatta a Sua immagine ed ha un destino – si spera – meraviglioso. Questa domanda che è antica, oggi ha assunto delle dimensioni di interrogazione molto acuta. Sono le questioni sul senso dell’origine, su come l’uomo agisce, su quali siano i suoi valori, su qual è il suo destino. Il Papa ha voluto che questa tematica venisse affrontata partendo proprio dalla Scrittura, che è il fondamento e l’anima di tutta la riflessione cristiana. Alla base c’è dunque una domanda: che cos’è l’uomo? Questa domanda percorre tutta la Bibbia come un itinerario. Ci vuole una comprensione sapienziale per comprendere tutti i vari aspetti della dimensione dell’uomo, e non concentrarsi solo su un aspetto particolare. Bisogna lasciarsi guidare dalla Scrittura, dai suoi testi fondativi che sono Genesi 1,3, e poi via, via nella Bibbia, attraverso le varie dimensioni sapienziali, profetiche, evangeliche, la Scrittura insegna all’uomo la verità dell’uomo. Questo con una metodologia di teologia biblica che non risponde a tutte le domande, ma in un certo senso dà i principi fondatori per un discernimento del senso dell’uomo nella storia.
Lo studio è suddiviso in quattro capitoli nei quali avete affrontato quattro tematiche precise. Possiamo sintetizzare quali sono?
R. - Il primo capitolo riguarda la concezione dell’essere umano come “creato da Dio”, con due componenti: quello della polvere e cioè che l’uomo è fatto di polvere, quindi una dimensione di fragilità e di mortalità iscritta nella sua stessa costituzione. Ma nello stesso tempo con una dotazione spirituale eccezionale che si chiama il soffio di Dio. Quindi nel documento viene sviluppato come la Scrittura parli di questi due aspetti: la fragilità dell’uomo, della sua debolezza, della sua paura di morire. E poi anche della sua straordinaria qualità di persona simile a Dio, dotata del soffio di Dio, capace di profezia, di sapienza e avente dentro di sé un principio di immortalità. Questo è il primo capitolo.
Se il primo capitolo indaga sull'uomo-creatura, il secondo esplora l'uomo in rapporto al Creato...
R. - La Genesi dice che l’uomo è posto nel giardino. E allora qui affrontiamo le tematiche prima di tutto del nutrimento, perché il giardino è il luogo in cui l’uomo si nutre. Il nutrimento costituisce, anche nella modernità, una questione importantissima di tipo antropologico sia per la mancanza di cibo sia perché il cibo oggi viene sviluppato nelle sue componenti di qualità sempre migliore. Poi c’è il tema del lavoro, perché l’uomo è posto nel giardino per lavorare. Cosa vuol dire? Quale valore ha il lavoro nella storia degli uomini? E infine, è posto in contatto con gli animali e quindi con tutta la custodia del Creato, come una dimensione di responsabilità dell’uomo.
Uno dei capitoli che affronta tematiche legate a questioni "sensibili" e attualmente molto dibattute è il terzo...
R. - Il terzo capitolo, il più complesso, riguarda la realtà antropologica relazionale. In particolare, Dio ha posto l’uomo nel giardino e l’ha creato come uomo e donna, la relazione fondamentale di amore che intercorre e da cui scaturiscono poi i figli e quindi la relazione che si stabilisce tra i genitori e i figli, poi i fratelli: la relazione fraterna. Queste tre dimensioni dell’amore - l’amore sponsale, l’amore paterno e filiale, e poi l’amore fraterno – costituiscono, in un certo senso, il disegno che Dio vuole per gli uomini e la sfida anche della storia perché questo si realizzi. È logico che in questo capitolo appaiono tematiche importantissime come quello del matrimonio, della sessualità, ma anche il tema della guerra, della violenza e il tema del rapporto tra genitori e figli che oggi appare molto problematico. Cosa ne dice la Bibbia? Questo mi sembra un contributo di grande rilevanza e certamente molto atteso. È anche uno dei punti su cui, quando c’è stato richiesto di parlare di questo, i nostri superiori avevano maggiormente insistito.
Dio crea l'uomo e gli dà una direzione e la Bibbia è la storia e il simbolo di questo rapporto esaltante e insieme sofferto lungo il tempo. In che modo lo avete analizzato?
R. - Nel quarto capitolo parliamo dell’uomo che è sottoposto alla legge, che ha un dovere da compiere, un’obbedienza da perseguire. Il documento mostra come la Scrittura parli della sua fragilità della sua difficoltà a obbedire al comando di Dio, con le conseguenze tragiche della disobbedienza che si sviluppa come aridità, morte, dolore. In che modo Dio interviene in questa storia? Con il suo processo salvifico, in maniera tale da dare a questa panoramica, a questa parabola della vita dell’uomo, un carattere non negativo ma piuttosto il trionfo della grazia, del perdono e della salvezza. Cosicché la storia non sia una storia della miseria umana, ma la storia della gloria di Dio nell’uomo.
Il documento risponde anche a tematiche specifiche che oggi sono di attualità ma non al tempo in cui è stata scritta la Bibbia? Penso per esempio alla questione del gender ….
R. - Ci sembra di aver risposto proprio a quello che la Chiesa chiede a noi, cioè di non dire delle cose che non sono quelle che la Bibbia presenta. Quindi abbiamo accettato di affrontare le questioni, rispettando il livello di informazione che noi abbiamo dalla Scrittura. Ci sono delle domande che gli uomini pongono oggi che non trovano un’immediata e precisa risposta nelle Scrittura, perché le situazioni culturali del tempo antico non sono le nostre. Quindi noi formuliamo, anche in queste questioni, alcuni principi, come per esempio l’importanza della differenza che è iscritta nella creazione stessa, come un elemento per comprendere il disegno di Dio anche nei confronti di ogni singola creatura. Questo come un principio che può aiutare, forse, altre discipline teologiche, psicologiche, pastorali a svilupparle poi in maniera adeguata tenendo conto delle circostanze, delle culture, delle riflessioni che oggi vengono anche dal mondo sapienziale. Quindi la Bibbia offre alcuni principi, alcune indicazioni utili per una riflessione che però è affidata anche ad altri interpreti del pensiero cristiano, come i teologi, i moralisti, i pastori, per poter rispondere in maniera più adeguata alla domanda che l’uomo comunque rivolge alla Chiesa.
Oltre allo studio della Bibbia, il vostro lavoro è stato orientato anche dal magistero dei Papi?
R. - Abbiamo tenuto presente – com’è logico – tutta la tradizione cristiana, perché nessun pensiero nasce dal nulla. Nello stesso tempo abbiamo voluto fare un lavoro in qualche modo preliminare, cioè mostrare cosa realmente dice la Scrittura. Un lavoro che finora non era mai stato fatto, perché di solito il teologo cita qua e là qualche testo che ritiene utile ed importante per la sua argomentazione. Noi invece abbiamo voluto fare un lavoro sistematico; così da offrire un percorso di ciò che la Bibbia dice su tutta la complessità dell’essere umano. Offrendo questo percorso al teologo, suggeriamo di non prendere la Scrittura come un repertorio di affermazioni isolate, ma di tener conto effettivamente del valore delle singole affermazioni nel loro contesto fondamentale, dalla prima pagina della Scrittura fino all’ultima che è l’Apocalisse. Senza questa complessità, senza questa attenzione alla complessità dei problemi come la Bibbia la presenta, anche il discorso del magistero non sarebbe aiutato.
In altre parole il magistero dei Papi rimanda alla Bibbia e la Bibbia illumina il magistero...
R. - È il circolo ermeneutico: partiamo dalla coscienza di fede della Chiesa che noi abbiamo assimilato attraverso la nostra educazione cristiana, e nello stesso tempo però invitiamo gli stessi pensatori a ritrovare una sorgente, uno stimolo, una provocazione a pensare proprio a partire dai testi biblici nella loro qualità, prima di tutto di racconto – quindi di ritrovare una teologia anche narrativa e poi simbolica, perché il simbolo può apparire meno preciso del concetto ma ha in se una potenzialità di senso che può anche ispirare nuovi pensieri e far progredire la comprensione della fede secondo quello che Dio ci chiede nel nostro tempo.
Si può dire che in questa trattazione sistematica si trova l’originalità maggiore del documento?
R. - Credo di sì, perché non abbiamo cercato soltanto di precisare alcuni punti e magari fornire un’interpretazione un po’ più matura, più complessa anche di certi testi biblici. L’originalità sta nell’itinerario, nell’offrire ai teologi, a coloro che si occupano della trasmissione della fede, una comprensione dell’uomo più complessa, più organica, più conforme alla nostra tradizione biblica, senza sovrapporre immediatamente concezioni che riteniamo magari consolidate, ma che possono anche essere viste, alla luce della Parola di Dio, come una delle modalità possibili di comprendere il mistero di Dio. Ci sono degli aspetti che sono semplicemente culturali, cioè dipendono dai momenti storici in cui si vive. Ma qual è la verità? Cos’è la verità dell’uomo? La Bibbia dà alcune indicazioni che devono essere ritenute per tutti assolutamente fondamentali.
Alessandro De Carolis – Città del Vaticano
Padre Pietro Bovati, come nasce questo documento che potremmo anche definire un’indagine sull’uomo, sulla sua natura, così come la Bibbia lo presenta?
R. - Il punto di partenza è remoto e risale anche all’interrogazione che viene dal Vaticano II, in particolare nella “Gaudium et spes” sul rapporto della Chiesa nel mondo, dove appunto si interroga la società, la realtà dell’uomo e si vede emergere questa domanda fondamentale sul senso della vita, su che cosa sia la storia degli uomini, che cosa sia in realtà questa creatura di Dio che è fatta a Sua immagine ed ha un destino – si spera – meraviglioso. Questa domanda che è antica, oggi ha assunto delle dimensioni di interrogazione molto acuta. Sono le questioni sul senso dell’origine, su come l’uomo agisce, su quali siano i suoi valori, su qual è il suo destino. Il Papa ha voluto che questa tematica venisse affrontata partendo proprio dalla Scrittura, che è il fondamento e l’anima di tutta la riflessione cristiana. Alla base c’è dunque una domanda: che cos’è l’uomo? Questa domanda percorre tutta la Bibbia come un itinerario. Ci vuole una comprensione sapienziale per comprendere tutti i vari aspetti della dimensione dell’uomo, e non concentrarsi solo su un aspetto particolare. Bisogna lasciarsi guidare dalla Scrittura, dai suoi testi fondativi che sono Genesi 1,3, e poi via, via nella Bibbia, attraverso le varie dimensioni sapienziali, profetiche, evangeliche, la Scrittura insegna all’uomo la verità dell’uomo. Questo con una metodologia di teologia biblica che non risponde a tutte le domande, ma in un certo senso dà i principi fondatori per un discernimento del senso dell’uomo nella storia.
Lo studio è suddiviso in quattro capitoli nei quali avete affrontato quattro tematiche precise. Possiamo sintetizzare quali sono?
R. - Il primo capitolo riguarda la concezione dell’essere umano come “creato da Dio”, con due componenti: quello della polvere e cioè che l’uomo è fatto di polvere, quindi una dimensione di fragilità e di mortalità iscritta nella sua stessa costituzione. Ma nello stesso tempo con una dotazione spirituale eccezionale che si chiama il soffio di Dio. Quindi nel documento viene sviluppato come la Scrittura parli di questi due aspetti: la fragilità dell’uomo, della sua debolezza, della sua paura di morire. E poi anche della sua straordinaria qualità di persona simile a Dio, dotata del soffio di Dio, capace di profezia, di sapienza e avente dentro di sé un principio di immortalità. Questo è il primo capitolo.
Se il primo capitolo indaga sull'uomo-creatura, il secondo esplora l'uomo in rapporto al Creato...
R. - La Genesi dice che l’uomo è posto nel giardino. E allora qui affrontiamo le tematiche prima di tutto del nutrimento, perché il giardino è il luogo in cui l’uomo si nutre. Il nutrimento costituisce, anche nella modernità, una questione importantissima di tipo antropologico sia per la mancanza di cibo sia perché il cibo oggi viene sviluppato nelle sue componenti di qualità sempre migliore. Poi c’è il tema del lavoro, perché l’uomo è posto nel giardino per lavorare. Cosa vuol dire? Quale valore ha il lavoro nella storia degli uomini? E infine, è posto in contatto con gli animali e quindi con tutta la custodia del Creato, come una dimensione di responsabilità dell’uomo.
Uno dei capitoli che affronta tematiche legate a questioni "sensibili" e attualmente molto dibattute è il terzo...
R. - Il terzo capitolo, il più complesso, riguarda la realtà antropologica relazionale. In particolare, Dio ha posto l’uomo nel giardino e l’ha creato come uomo e donna, la relazione fondamentale di amore che intercorre e da cui scaturiscono poi i figli e quindi la relazione che si stabilisce tra i genitori e i figli, poi i fratelli: la relazione fraterna. Queste tre dimensioni dell’amore - l’amore sponsale, l’amore paterno e filiale, e poi l’amore fraterno – costituiscono, in un certo senso, il disegno che Dio vuole per gli uomini e la sfida anche della storia perché questo si realizzi. È logico che in questo capitolo appaiono tematiche importantissime come quello del matrimonio, della sessualità, ma anche il tema della guerra, della violenza e il tema del rapporto tra genitori e figli che oggi appare molto problematico. Cosa ne dice la Bibbia? Questo mi sembra un contributo di grande rilevanza e certamente molto atteso. È anche uno dei punti su cui, quando c’è stato richiesto di parlare di questo, i nostri superiori avevano maggiormente insistito.
Dio crea l'uomo e gli dà una direzione e la Bibbia è la storia e il simbolo di questo rapporto esaltante e insieme sofferto lungo il tempo. In che modo lo avete analizzato?
R. - Nel quarto capitolo parliamo dell’uomo che è sottoposto alla legge, che ha un dovere da compiere, un’obbedienza da perseguire. Il documento mostra come la Scrittura parli della sua fragilità della sua difficoltà a obbedire al comando di Dio, con le conseguenze tragiche della disobbedienza che si sviluppa come aridità, morte, dolore. In che modo Dio interviene in questa storia? Con il suo processo salvifico, in maniera tale da dare a questa panoramica, a questa parabola della vita dell’uomo, un carattere non negativo ma piuttosto il trionfo della grazia, del perdono e della salvezza. Cosicché la storia non sia una storia della miseria umana, ma la storia della gloria di Dio nell’uomo.
Il documento risponde anche a tematiche specifiche che oggi sono di attualità ma non al tempo in cui è stata scritta la Bibbia? Penso per esempio alla questione del gender ….
R. - Ci sembra di aver risposto proprio a quello che la Chiesa chiede a noi, cioè di non dire delle cose che non sono quelle che la Bibbia presenta. Quindi abbiamo accettato di affrontare le questioni, rispettando il livello di informazione che noi abbiamo dalla Scrittura. Ci sono delle domande che gli uomini pongono oggi che non trovano un’immediata e precisa risposta nelle Scrittura, perché le situazioni culturali del tempo antico non sono le nostre. Quindi noi formuliamo, anche in queste questioni, alcuni principi, come per esempio l’importanza della differenza che è iscritta nella creazione stessa, come un elemento per comprendere il disegno di Dio anche nei confronti di ogni singola creatura. Questo come un principio che può aiutare, forse, altre discipline teologiche, psicologiche, pastorali a svilupparle poi in maniera adeguata tenendo conto delle circostanze, delle culture, delle riflessioni che oggi vengono anche dal mondo sapienziale. Quindi la Bibbia offre alcuni principi, alcune indicazioni utili per una riflessione che però è affidata anche ad altri interpreti del pensiero cristiano, come i teologi, i moralisti, i pastori, per poter rispondere in maniera più adeguata alla domanda che l’uomo comunque rivolge alla Chiesa.
Oltre allo studio della Bibbia, il vostro lavoro è stato orientato anche dal magistero dei Papi?
R. - Abbiamo tenuto presente – com’è logico – tutta la tradizione cristiana, perché nessun pensiero nasce dal nulla. Nello stesso tempo abbiamo voluto fare un lavoro in qualche modo preliminare, cioè mostrare cosa realmente dice la Scrittura. Un lavoro che finora non era mai stato fatto, perché di solito il teologo cita qua e là qualche testo che ritiene utile ed importante per la sua argomentazione. Noi invece abbiamo voluto fare un lavoro sistematico; così da offrire un percorso di ciò che la Bibbia dice su tutta la complessità dell’essere umano. Offrendo questo percorso al teologo, suggeriamo di non prendere la Scrittura come un repertorio di affermazioni isolate, ma di tener conto effettivamente del valore delle singole affermazioni nel loro contesto fondamentale, dalla prima pagina della Scrittura fino all’ultima che è l’Apocalisse. Senza questa complessità, senza questa attenzione alla complessità dei problemi come la Bibbia la presenta, anche il discorso del magistero non sarebbe aiutato.
In altre parole il magistero dei Papi rimanda alla Bibbia e la Bibbia illumina il magistero...
R. - È il circolo ermeneutico: partiamo dalla coscienza di fede della Chiesa che noi abbiamo assimilato attraverso la nostra educazione cristiana, e nello stesso tempo però invitiamo gli stessi pensatori a ritrovare una sorgente, uno stimolo, una provocazione a pensare proprio a partire dai testi biblici nella loro qualità, prima di tutto di racconto – quindi di ritrovare una teologia anche narrativa e poi simbolica, perché il simbolo può apparire meno preciso del concetto ma ha in se una potenzialità di senso che può anche ispirare nuovi pensieri e far progredire la comprensione della fede secondo quello che Dio ci chiede nel nostro tempo.
Si può dire che in questa trattazione sistematica si trova l’originalità maggiore del documento?
R. - Credo di sì, perché non abbiamo cercato soltanto di precisare alcuni punti e magari fornire un’interpretazione un po’ più matura, più complessa anche di certi testi biblici. L’originalità sta nell’itinerario, nell’offrire ai teologi, a coloro che si occupano della trasmissione della fede, una comprensione dell’uomo più complessa, più organica, più conforme alla nostra tradizione biblica, senza sovrapporre immediatamente concezioni che riteniamo magari consolidate, ma che possono anche essere viste, alla luce della Parola di Dio, come una delle modalità possibili di comprendere il mistero di Dio. Ci sono degli aspetti che sono semplicemente culturali, cioè dipendono dai momenti storici in cui si vive. Ma qual è la verità? Cos’è la verità dell’uomo? La Bibbia dà alcune indicazioni che devono essere ritenute per tutti assolutamente fondamentali.
https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-12/bibbia-uomo-antropologia-pietro-bovati-libro-studio.html
domenica 12 gennaio 2020
Il battesimo di Gesù nell'anno XVI di Tiberio
Il battesimo di Gesù nell'anno XVI di Tiberio
Gesù aveva circa
trent’anni (Lc 3,23) quando iniziò il suo ministero. L’età di trent’anni
era significativa: dal libro dei Numeri (4,1-4) risulta che fosse
quella per essere protagonisti dei servizi religiosi: «Fate il
censimento dei figli di Keat, tra i figli di Levi, secondo le loro
famiglie e secondo i loro casati paterni, dall'età di trent'anni fino
all'età di cinquant'anni, di quanti fanno parte di una schiera e
prestano la loro opera nella tenda del convegno…».
A Giovanni il battista la
Parola di Dio fu rivolta a quell’età, nel XV anno di Tiberio, dunque
tra il mese di settembre del 28 d.C. e del 29 d.C., anno 3789 del
calendario ebraico. Giovanni era maggiore di età di Gesù di più di 5
mesi (Gesù fu concepito in Maria nel sesto mese di Elisabetta).
Considerando che Gesù nacque alla fine del nostro 2 a.C. (per Ireneo,
Origene e Tertulliano nel 41° anno di Augusto; per Clemente
Alessandrino, Tertulliano ed Origene 15 anni prima della morte di
Augusto; per Tertulliano ed Eusebio 28 anni dopo la morte di Cleopatra),
i 30 anni di Giovanni furono all’inizio dell’estate del 29 d.C. e
quelli di Gesù alla fine di quell’anno, già entrati nel XVI anno di
Tiberio.
Il battesimo di Gesù avvenne qualche mese dopo: l’episodio è presente in tutti i Vangeli (Gv 1,29; Mt 3,13; Lc 3,21; Mc 1,9). È logico collocare il battesimo già nell’anno 30 d.C: ci volle qualche tempo perché Giovanni diventasse “famoso” e folle di penitenti accorressero a lui. I primi discepoli di Gesù erano in realtà dei discepoli del Battista (Gv 1,35-37) e seguirono il Nazareno in ragione della fiducia che nutrivano nel suo precursore. Il battesimo di Giovanni era di "penitenza" (Gesù si fa penitente con gli uomini) e non ancora "di morte e resurrezione" (un sacramento). L’immersione a cui si sottopone Gesù nel Giordano è un lavacro: il battesimo in Spirito santo e fuoco verrà a prezzo della Sua morte e resurrezione. Non è lo stesso battesimo, ma è lo stesso Padre ad inviare Giovanni e Gesù, il primo come precursore del Figlio; così la nascita di Giovanni da Elisabetta precede quella di Gesù da Maria. La voce dal cielo conferma: «Questi è il mio figlio diletto».
Chi sia davvero Gesù, Giovanni lo dice (Gv 1,19-34) sminuendo se stesso: «in mezzo a voi sta uno che non conoscete, uno che viene dopo di me, a cui non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali». Quando Giovanni vide Gesù, capì che era proprio lui: «ecco l'agnello di Dio...».
Lo ripetiamo ancora in ogni santa Messa. Il Battista vide una "specie"
di colomba (un qualcosa di volante, somigliante alla colomba) scendere e
posarsi su Gesù. Attesta: «Colui
che mi aveva mandato a battezzare nelle acque mi disse: quello su cui
vedrai scendere e posarsi lo spirito è colui che battezza in Spirito
Santo». Scendere e posarsi: non un
qualcosa di fraintendibile, ma una cosa ben precisa e circostanziata; e
non una qualsiasi colomba, ma lo Spirito Santo, «a guisa di colomba»...
L’attesa di popolo che circondava il Battista si spiega con la profezia di Daniele (le settanta settimane di anni). Per alcuni era intesa iniziare con il decreto di Artaserse (nel suo settimo anno) che portò Esdra (Esd 7,7) nel nisan del 458 a.C. a partire autorizzato dal re alla volta di Gerusalemme. Non l’unica interpretazione possibile, ma una candidatura assai solida. Nel 30 d.C. (l’anno zero non esiste) si compiva il 487° anno, nel mezzo dell’ultima “settimana”. Gesù vivrà “l’ora” nel nisan del 33 d.C., giusto allo scadere del 490° anno!
L’attesa di popolo che circondava il Battista si spiega con la profezia di Daniele (le settanta settimane di anni). Per alcuni era intesa iniziare con il decreto di Artaserse (nel suo settimo anno) che portò Esdra (Esd 7,7) nel nisan del 458 a.C. a partire autorizzato dal re alla volta di Gerusalemme. Non l’unica interpretazione possibile, ma una candidatura assai solida. Nel 30 d.C. (l’anno zero non esiste) si compiva il 487° anno, nel mezzo dell’ultima “settimana”. Gesù vivrà “l’ora” nel nisan del 33 d.C., giusto allo scadere del 490° anno!
Gesù subito dopo il battesimo si
ritira nel deserto (Mt 4; Lc 4; Mc 1,12): considerando il profondo
rispetto per le usanze del proprio popolo, questo ritiro ben si attaglia
alla festa dello yom kippur, entrando nel 3791 ebraico. Ancora Gesù è
defilato, quasi “privato”. Ben più “protagonista” continua a essere
Giovanni il battista. Il particolare descritto in Gv 1,35 è molto
interessante: il giovane evangelista è uno dei testimoni dell’episodio,
consolidando il valore anche storico del quarto vangelo, l’unico a
descrivere questo periodo della vita di Gesù, all’inizio della sua vita
pubblica, ma in un’epoca in cui «non è ancora la sua ora»
(Gv 2,1: le nozze di Cana). Giovanni l'evangelista fu testimone di
prima mano: infatti il giorno dopo, all'ora decima (le sedici), il
discepolo prediletto iniziò la sua sequela che lo portò con Maria a
restare ai piedi della croce e con la Madre a non dubitare della
resurrezione...
All’epoca del battesimo
e dei mesi successivi, i discepoli di Gesù non erano ancora stabilmente
con lui, e non erano nemmeno ancora dodici. Tuttavia i primi discepoli
galilei, tra i quali Giovanni, hanno modo di presenziare all’episodio di
Cana, che è ricordato a ridosso di una pasqua ebraica (Gv 2,13),
logicamente quella di fine marzo del 31 d.C., con la prima cacciata dei
mercanti dal tempio. Gesù all’epoca ha da poco compiuto 31 anni. Il
Battista è ancora libero (Gv 3,24). In Giovanni c’è il capitolo 4: Gesù e
la samaritana (4,1) con l’annotazione dei campi che già biondeggiano
(aprile: quattro mesi dalla mietitura), e poi il secondo miracolo di
Cana. Quello di Giovanni è un vangelo fortemente storico…
C’è
stato un momento in cui anche i discepoli di Gesù (Gv 3,25) iniziano a
battezzare, come stava facendo Giovanni. Nei vangeli sinottici l’inizio
della predicazione pubblica di Gesù coincide proprio con l’uscita di
scena del Battista, conseguente al suo arresto ad opera di Erode Antipa,
tetrarca di Galilea. Siamo nella seconda metà del 31 d.C.
In
Luca 4 c’è il discorso inaugurale di Nazaret, con temi e toni da anno
giubilare, collocabile attorno al capodanno ebraico, 1 tishri: Gesù ora
si palesa senza remore. Da qui inizia il racconto dei sinottici, dopo
che Matteo-Levi è diventato uno dei dodici e che Pietro e gli altri
pescatori hanno abbandonato le barche, per pescare uomini insieme al
Maestro.
https://lanuovabq.it/it/il-battesimo-di-gesu-nellanno-xvi-di-tiberio
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II, Festa del Battesimo del Signore
1. "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto" (Mt 3, 17).
Nell'odierna festa del Battesimo di Gesù, risuonano queste parole
solenni. Esse ci invitano a rivivere il momento in cui Gesù, battezzato
da Giovanni, esce dalle acque del fiume Giordano e Dio Padre lo presenta
come il suo Figlio unigenito, l'Agnello che prende su di sé il peccato
del mondo. Una voce si fa sentire dal cielo, mentre lo Spirito Santo in
forma di colomba si posa su Gesù, che dà pubblico avvio alla sua
missione di salvezza; missione caratterizzata dallo stile del servo
umile e mite, pronto alla condivisione ed alla totale dedizione di sé: "Non
griderà, né alzerà il tono . . . non spezzerà una canna incrinata, non
spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto con
fermezza" (Is 42, 2-3).
La Liturgia ci fa rivivere la suggestiva scena evangelica: tra la
folla che avanza penitente verso Giovanni Battista per ricevere il
battesimo vi è anche Gesù. Ecco, la promessa sta per realizzarsi e
un'era nuova si apre per l'intera umanità. Quest'uomo, che all'apparenza
non è diverso da tutti gli altri, in realtà è Dio venuto fra noi per
dare a quanti l'accoglieranno il potere di "diventare figli di Dio: a
quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di
carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati" (Gv 1, 12-13).
2. "Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo!" (Canto al Vangelo).
Oggi, quest'annuncio e quest'invito, ricchi di speranza per
l'umanità, risuonano particolarmente per i bambini che, tra poco,
mediante il sacramento del Battesimo, diventeranno nuove creature. Resi
partecipi del mistero di morte e risurrezione di Cristo, saranno
arricchiti col dono della fede e verranno incorporati nel popolo della
Nuova e definitiva Alleanza, che è la Chiesa. Il Padre li renderà in
Cristo suoi figli adottivi, svelando per loro un singolare progetto di
vita: ascoltare come discepoli il suo Figlio, per essere chiamati ed
essere realmente suoi figli.
Su ciascuno di loro scenderà lo Spirito Santo e, com'è avvenuto per
noi nel giorno del nostro Battesimo, anch'essi godranno di quella vita
che il Padre dona ai credenti attraverso Gesù, il Redentore dell'uomo.
Da così immensa ricchezza di doni scaturirà per loro, come per ogni
battezzato, un unico compito, che l'apostolo Paolo non si stanca di
indicare ai primi cristiani con le parole: "Camminate secondo lo Spirito" (Gal 5, 16), vivete cioè ed operate costantemente nell'amore di Dio.
Formulo l'augurio che il Battesimo, oggi ricevuto da questi piccoli,
possa renderli nel corso dell'intera loro vita coraggiosi testimoni del
Vangelo. Ciò sarà possibile grazie al loro costante impegno. Sarà, però,
necessaria anche la vostra opera educativa, cari genitori, che oggi
rendete grazie a Dio per i doni straordinari che egli accorda a questi
vostri figli, come necessario sarà pure il sostegno dei padrini e delle
madrine.
3. Raccogliete, carissimi Fratelli e Sorelle, l'invito che la Chiesa
vi rivolge: siate i loro "educatori nella fede", perché si sviluppi in
essi il germe della vita nuova e giunga alla sua piena maturità.
Aiutateli con le vostre parole e soprattutto con il vostro esempio.
Da voi imparino presto ad amare Cristo, a pregarlo senza sosta, ad
imitarlo con costante adesione alla sua chiamata. Voi avete ricevuto a
nome loro, nel simbolo del cero, la fiamma della fede: abbiate cura che
essa sia continuamente alimentata, perché ciascuno di loro, nella
conoscenza e nell'amore di Gesù, operi sempre secondo la sapienza
evangelica. Diventeranno in tal modo veri discepoli del Signore ed
apostoli gioiosi del suo Vangelo.
Affido alla Vergine Maria ognuno di questi bambini e le rispettive
famiglie. La Madonna aiuti tutti a percorrere con fedeltà il cammino
inaugurato con il sacramento del Battesimo.
CONFERIMENTO DEL BATTESIMO A 19 NEONATI
Cappella Sistina - Domenica, 10 Gennaio 1999
http://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1999/documents/hf_jp-ii_hom_19990110.html
Gianfranco Ravasi, Il calice e il battesimo
Gianfranco Ravasi
Il calice e il battesimo
"Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?". (Marco 10,38)
Giovanni e Giacomo sono ancora avvolti nel fumo delle illusioni politiche che avevano accompagnato l’entrata in campo di Gesù, acclamato come Messia: non riescono, infatti, a concepire il regno di Dio se non in termini di potere. Ecco, allora, la richiesta anticipata di due posizioni di prestigio nel futuro organigramma: uno alla destra di Gesù e l’altro alla sua sinistra in quell’ideale consiglio dei ministri del regno dei cieli. La replica di Cristo è severa: «Voi non sapete quello che chiedete». E subito dopo, attraverso due immagini, mostra quanto diversa sia la logica del progetto che egli sta realizzando, stracciando così ogni concezione messianica nazionalistica.
Per essere ammessi al regno che Gesù sta instaurando, c’è innanzitutto un “calice” da bere. Di per sé l’immagine nella Bibbia e nel giudaismo è ambivalente. Da una parte, c’è il calice della gioia, della consolazione offerta alle persone in lutto dopo i funerali; c’è il calice dell’ospitalità (Salmo 23,5) o quello del rito pasquale.
"Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?". (Marco 10,38)
Giovanni e Giacomo sono ancora avvolti nel fumo delle illusioni politiche che avevano accompagnato l’entrata in campo di Gesù, acclamato come Messia: non riescono, infatti, a concepire il regno di Dio se non in termini di potere. Ecco, allora, la richiesta anticipata di due posizioni di prestigio nel futuro organigramma: uno alla destra di Gesù e l’altro alla sua sinistra in quell’ideale consiglio dei ministri del regno dei cieli. La replica di Cristo è severa: «Voi non sapete quello che chiedete». E subito dopo, attraverso due immagini, mostra quanto diversa sia la logica del progetto che egli sta realizzando, stracciando così ogni concezione messianica nazionalistica.
Per essere ammessi al regno che Gesù sta instaurando, c’è innanzitutto un “calice” da bere. Di per sé l’immagine nella Bibbia e nel giudaismo è ambivalente. Da una parte, c’è il calice della gioia, della consolazione offerta alle persone in lutto dopo i funerali; c’è il calice dell’ospitalità (Salmo 23,5) o quello del rito pasquale.
D’altra parte, però, c’è anche il calice dell’ira
di Dio, espressione di una prova lacerante, della
sofferenza e del giudizio sul male: «Nella mano del
Signore è un calice ricolmo di vino drogato. Egli ne
versa: fino alla feccia ne berranno tutti gli empi della
terra» (Salmo 75,9).
Ora Cristo nella sua passione e morte, assumendo su di
sé il peccato dell’umanità, berrà questo calice
terribile. Ne proverà disgusto, tant’è vero che
implorerà Dio così:
«Abba’, Padre, tutto a te è possibile, allontana da me questo calice!» (Marco 14,36). Ma alla fine non esiterà nella scelta. A Pietro, che con la spada tenta di impedire la sua cattura nel Getsemani, replicherà: «Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?» (Giovanni 18,11). È, dunque, questa la via, tutt’altro che trionfale, che conduce alla gloria e quel calice verrà presentato anche ai discepoli se lo vorranno seguire sulla via della croce.
L’altra immagine è quella del “battesimo” che è assunta da Gesù nel suo significato etimologico di base: il termine deriva dal verbo greco bápto o baptízein, “immergere”. Siamo, perciò, in presenza di un’immersione non tanto nell’acqua rigeneratrice e vitale del Battesimo cristiano, quanto piuttosto nelle onde tumultuose e tenebrose di un abisso di sofferenze, del mare tempestoso delle prove. Si ritorna, così, al simbolo del calice a cui sono chiamati anche i seguaci di Cristo, se vogliono essere ammessi alla gloria del regno di Dio.
Gesù, a questo punto, convocati anche gli altri dieci apostoli, impartisce loro una lezione sulla vera “carriera” cristiana (Matteo 10,41-45).
Essa è paradossalmente modellata sul suo esempio di “servo”, che «è venuto non per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita», ed è sintetizzata in questo “codice” ideale ben diverso da quello che si assegnano i politici e i potenti della terra: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti».
«Abba’, Padre, tutto a te è possibile, allontana da me questo calice!» (Marco 14,36). Ma alla fine non esiterà nella scelta. A Pietro, che con la spada tenta di impedire la sua cattura nel Getsemani, replicherà: «Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?» (Giovanni 18,11). È, dunque, questa la via, tutt’altro che trionfale, che conduce alla gloria e quel calice verrà presentato anche ai discepoli se lo vorranno seguire sulla via della croce.
L’altra immagine è quella del “battesimo” che è assunta da Gesù nel suo significato etimologico di base: il termine deriva dal verbo greco bápto o baptízein, “immergere”. Siamo, perciò, in presenza di un’immersione non tanto nell’acqua rigeneratrice e vitale del Battesimo cristiano, quanto piuttosto nelle onde tumultuose e tenebrose di un abisso di sofferenze, del mare tempestoso delle prove. Si ritorna, così, al simbolo del calice a cui sono chiamati anche i seguaci di Cristo, se vogliono essere ammessi alla gloria del regno di Dio.
Gesù, a questo punto, convocati anche gli altri dieci apostoli, impartisce loro una lezione sulla vera “carriera” cristiana (Matteo 10,41-45).
Essa è paradossalmente modellata sul suo esempio di “servo”, che «è venuto non per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita», ed è sintetizzata in questo “codice” ideale ben diverso da quello che si assegnano i politici e i potenti della terra: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti».
https://www.novena.it/catechesi/catechesi65.htm
Il Battesimo di Gesù
Battesimo di Gesù,
guida alla festa che chiude il tempo di Natale
La
festa del Battesimo di Gesù conclude il tempo liturgico del Natale e
cade la domenica dopo la solennità dell’Epifania. I Padri della Chiesa
dicevano che Gesù scendendo nelle acque del Giordano, ha idealmente
santificato le acque di tutti i Battisteri; dal più semplice e moderno,
posto all’ingresso delle chiese, a quelli che si innalzano a gloria
imperitura del Sacramento e dell’arte, vicino alle grandi cattedrali dei
secoli scorsi. Gesù stesso nel Vangelo di Marco (16,16) dice: “Chi
crederà e sarà battezzato, sarà salvo, ma chi non crederà sarà
condannato”. L’episodio del Battesimo di Gesù è narrato nel Vangelo di
Marco (1,9-11), di Matteo (3,13-17) e Luca (3,21-22) mentre il Vangelo
di Giovanni presenta la testimonianza da parte di Giovanni Battista
della discesa sullo Spirito Santo su Gesù ma non parla del suo
battesimo.
Nella chiesa ortodossa il battesimo del Signore non costituisce una
festa separata dall'Epifania, ma viene commemorato, secondo l'uso
antico, il giorno stesso dell'Epifania.
Battesimo di Cristo di Giovanni Bellini (1500-1502), chiesa di Santa Corona, Vicenza
Qual è l’evento storico raccontato dai Vangeli?
Nell’anno XV del regno di
Tiberio (cioè tra il 28 e il 29, oppure tra il 27 e il 28 d.C.),
Giovanni Battista il Precursore, l’ultimo dei Profeti del Vecchio
Testamento, giunse nel deserto meridionale di Giuda, nei pressi del Mar
Morto, dove confluisce il fiume Giordano, a predicare l’avvento del
Regno di Dio, esortando alla conversione e amministrando un battesimo di
pentimento per il perdono dei peccati.
Ciò avveniva con l’immersione nell’acqua del fiume, secondo quanto
profetizzava Ezechiele: “Le nazioni sapranno che io sono il Signore,
quando mostrerò la mia santità in voi davanti a loro. Vi prenderò dalle
genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi
aspergerò con acqua e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le
vostre sozzure e da tutti i vostri idoli”.
Il profeta Ezechiele spiegava ad Israele che se dopo il peccato verso
Dio, che gli ha meritato l’esilio, vuole rivivere in relazione di nuovo
con il suo Dio e ricevere il suo Spirito, deve essere totalmente
rifatto, purificato, pronunciando il simbolismo dell’acqua, “vi
aspergerò con acqua e sarete purificati”.
Perché Gesù, pur essendo senza peccato, riceve il Battesimo?
E
con questo spirito di purificazione che Giovanni battezzava, quanti
accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalle regioni
intorno al Giordano.
E duemila anni fa sulla sponda del fiume comparve anche il giovane Gesù,
di circa 30 anni, cittadino della Galilea che era una provincia del
vasto Impero Romano e osservava la folla dei penitenti che si avviavano
al rito di purificazione e di perdono; mentre Giovanni diceva a tutti,
perché si mormorava che fosse il Messia: “Io vi battezzo con acqua; ma
viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di
sciogliere neppure il legaccio dei sandali; costui vi battezzerà in
Spirito Santo e fuoco…”.
Anche Gesù, innocente da ogni colpa, volle avvicinarsi per ricevere il
Battesimo, per solidarizzare con quei penitenti alla ricerca della
salvezza dell’anima e santificare con la sua presenza l’atto, che non
sarà più di sola purificazione, ma anche la venuta in ognuno dello
Spirito di Dio e rappresenterà la riconciliazione divina con il genere
umano, dopo il peccato originale.
Giovanni riconosciutolo, si ritrasse dicendo: “Io ho bisogno di essere
battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù rispose: “Lascia fare per
ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia”. Allora Giovanni
lo battezzò; appena uscito dall’acqua, si aprirono i cieli ed egli vide
lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed una
voce dal cielo disse: “Questo è il Figlio mio prediletto, nel quale mi
sono compiaciuto” (Mt 3, 13-17).
Gesù pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e si ritirò nel
deserto per quaranta giorni in meditazione, prima di iniziare la sua
vita pubblica, in Galilea.
Completiamo queste brevi note, che vanno comunque approfondite
consultando le riflessioni dei competenti studiosi, con il descrivere
l’importanza assunta quale Sacramento nella Chiesa Cattolica.
In cosa consiste il Rito del Battesimo?
Istituito da Gesù Cristo con
il suo diretto Battesimo, il rito consiste in un’abluzione accompagnata
dalla formula trinitaria: “Io ti battezzo nel nome del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo”; la materia del Battesimo è l’acqua
naturale e il suo uso come già detto è simbolo della purificazione
dell’anima; può essere applicata in tre modi diversi “per immersione” in
uso nelle Chiese Orientali e nella liturgia ambrosiana; per “infusione”
cioè acqua versata sulla testa del battezzato (generalmente usata dal
XV secolo nella Chiesa Occidentale); “per aspersione” (acqua gettata
sulla persona del battezzato, in casi particolari).
Battesimo di Cristo di Andrea
del Verrocchio, Leonardo da Vinci e altri (1475-1478), Galleria degli
Uffizi, Firenze
Quali sono gli effetti di questo Sacramento?
Il battesimo cancella il peccato originale e le colpe commesse fino al giorno in cui si riceve, rimette tutte le pene, rende il battezzato partecipe della grazia di Dio, capace della fede, membro della Chiesa; imprimendogli il carattere indelebile di cristiano.È il primo dei setti Sacramenti; viene amministrato ai bambini fino all’età della ragione, con il solo consenso dei genitori e alla presenza di almeno un padrino, con il quale il battezzato contrae una parentela spirituale; gli adulti lo ricevono dietro loro richiesta, dopo aver ricevuto un’opportuna istruzione religiosa.
Il Sacramento è amministrato ordinariamente dai ministri del culto (vescovo, sacerdote, diacono), ma in caso di pericolo di morte, qualsiasi persona anche non cristiana, può battezzare, purché agisca secondo l’intendimento della Chiesa.
Aggiungiamo che la teologia ufficiale riconosce anche il battesimo di desiderio, ossia la grazia battesimale ottenuta col voto di ricevere il battesimo, anche se le circostanze lo impedirono; poi il battesimo di sangue, cioè il martirio avvenuto prima che lo si ricevesse.
Con la cerimonia del battesimo si impone al battezzato il nome, per lo più cristiano, scelto dai genitori se è minorenne.
Il Battesimo costituì, per quanto riguarda l’Occidente, la registrazione ufficiale della nascita di un bambino, negli archivi parrocchiali; attiva nei primi secoli, questa pratica fu poi abbandonata per essere ripresa dal XV secolo, divenendo legge con il Concilio di Trento. In Italia la registrazione negli uffici parrocchiali, funzionò finché non venne istituito l’Ufficio dello “Stato civile” da parte del Regno d’Italia.
Ritornando al Battesimo di
Gesù, esso fu soggetto privilegiato degli artisti di tutti i secoli
cristiani e la scena ruota normalmente intorno alle due figure di Gesù e
di san Giovanni, e si svolge all’aria aperta; inizialmente Gesù era
raffigurato immerso nell’acqua e poi successivamente lo si è raffigurato
seminudo, con il Battista che gli versa l’acqua sulla testa.
https://www.famigliacristiana.it/articolo/battesimo-di-gesu-guida-alla-festa-che-chiude-il-tempo-di-natale.aspx
Benedetto XVI, FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE
Benedetto XVI
FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE
SANTA MESSA E BATTESIMO DEI BAMBINI
SANTA MESSA E BATTESIMO DEI BAMBINI
Cappella Sistina
Domenica, 11 gennaio 2009
Domenica, 11 gennaio 2009
Cari fratelli e sorelle!
Le parole che l’evangelista Marco riporta all’inizio del suo Vangelo: "Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento" (1,11) ci introducono nel cuore dell’odierna festa del Battesimo del Signore, con cui si conclude il tempo di Natale. Il ciclo delle solennità natalizie ci fa meditare sulla nascita di Gesù annunciata dagli angeli circonfusi dallo splendore luminoso di Dio; il tempo natalizio ci parla della stella che guida i Magi dall'Oriente fino alla casa di Betlemme, e ci invita a guardare il cielo che si apre sul Giordano mentre risuona la voce di Dio.
Sono tutti segni tramite i quali il Signore non si stanca di ripeterci: "Sì, sono qui. Vi conosco. Vi amo. C'è una strada che da me viene a voi. E c'è una strada che da voi sale a me". Il Creatore ha assunto in Gesù le dimensioni di un bambino, di un essere umano come noi, per potersi far vedere e toccare. Al tempo stesso, con questo suo farsi piccolo, Iddio ha fatto risplendere la luce della sua grandezza. Perché, proprio abbassandosi fino all'impotenza inerme dell'amore, Egli dimostra che cosa sia la vera grandezza, anzi, che cosa voglia dire essere Dio.
Il significato del Natale, e più in generale il senso dell'anno liturgico, è proprio quello di avvicinarci a questi segni divini, per riconoscerli impressi negli eventi d’ogni giorno, affinché il nostro cuore si apra all’amore di Dio.
E se il Natale e l'Epifania servono soprattutto a renderci capaci di vedere, ad aprirci gli occhi e il cuore al mistero di un Dio che viene a stare con noi, la festa del battesimo di Gesù ci introduce, potremmo dire, alla quotidianità di un rapporto personale con Lui. Infatti, mediante l’immersione nelle acque del Giordano, Gesù si è unito a noi.
Il Battesimo è per così dire il ponte che Egli ha costruito tra sé e noi, la strada per la quale si rende a noi accessibile; è l'arcobaleno divino sulla nostra vita, la promessa del grande sì di Dio, la porta della speranza e, nello stesso tempo, il segno che ci indica il cammino da percorrere in modo attivo e gioioso per incontrarlo e sentirci da Lui amati.
Cari amici, sono veramente contento che anche quest’anno, in questo giorno di festa, mi sia data l’opportunità di battezzare dei bambini. Su di essi si posa oggi il "compiacimento" di Dio. Da quando il Figlio unigenito del Padre si è fatto battezzare, il cielo è realmente aperto e continua ad aprirsi, e possiamo affidare ogni nuova vita che sboccia alle mani di Colui che è più potente dei poteri oscuri del male. Questo in effetti comporta il Battesimo: restituiamo a Dio quello che da Lui è venuto. Il bambino non è proprietà dei genitori, ma è affidato dal Creatore alla loro responsabilità, liberamente e in modo sempre nuovo, affinché essi lo aiutino ad essere un libero figlio di Dio.
Solo se i genitori maturano tale consapevolezza riescono a trovare il giusto equilibrio tra la pretesa di poter disporre dei propri figli come se fossero un privato possesso plasmandoli in base alle proprie idee e desideri, e l’atteggiamento libertario che si esprime nel lasciarli crescere in piena autonomia soddisfacendo ogni loro desiderio e aspirazione, ritenendo ciò un modo giusto di coltivare la loro personalità.
Se, con questo sacramento, il neo-battezzato diventa figlio adottivo di Dio, oggetto del suo amore infinito che lo tutela e difende dalle forze oscure del maligno, occorre insegnargli a riconoscere Dio come suo Padre ed a sapersi rapportare a Lui con atteggiamento di figlio. E pertanto, quando, secondo la tradizione cristiana come oggi facciamo, si battezzano i bambini introducendoli nella luce di Dio e dei suoi insegnamenti, non si fa loro violenza, ma si dona loro la ricchezza della vita divina in cui si radica la vera libertà che è propria dei figli di Dio; una libertà che dovrà essere educata e formata con il maturare degli anni, perché diventi capace di responsabili scelte personali.
Cari genitori, cari padrini e madrine, vi saluto tutti con affetto e mi unisco alla vostra gioia per questi piccoli che oggi rinascono alla vita eterna. Siate consapevoli del dono ricevuto e non cessate di ringraziare il Signore che, con l’odierno sacramento, introduce i vostri bambini in una nuova famiglia, più grande e stabile, più aperta e numerosa di quanto non sia quella vostra: mi riferisco alla famiglia dei credenti, alla Chiesa, una famiglia che ha Dio per Padre e nella quale tutti si riconoscono fratelli in Gesù Cristo. Voi dunque oggi affidate i vostri figli alla bontà di Dio, che è potenza di luce e di amore; ed essi, pur tra le difficoltà della vita, non si sentiranno mai abbandonati, se a Lui resteranno uniti. Preoccupatevi pertanto di educarli nella fede, di insegnar loro a pregare e a crescere come faceva Gesù e con il suo aiuto, "in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini" (cfr Lc 2,52).
Tornando ora al brano evangelico, cerchiamo di comprendere ancor più quel che oggi qui avviene. Narra san Marco che, mentre Giovanni Battista predica sulle rive del fiume Giordano, proclamando l’urgenza della conversione in vista della venuta ormai prossima del Messia, ecco che Gesù, confuso tra la gente, si presenta per essere battezzato. Quello di Giovanni è certo un battesimo di penitenza, ben diverso dal sacramento che istituirà Gesù. In quel momento, tuttavia, si intravede già la missione del Redentore poiché, quando esce dall’acqua, risuona una voce dal cielo e su di lui scende lo Spirito Santo (cfr Mc 1,10): il Padre celeste lo proclama suo figlio prediletto e ne attesta pubblicamente l’universale missione salvifica, che si compirà pienamente con la sua morte in croce e la sua risurrezione. Solo allora, con il sacrificio pasquale, si renderà universale e totale la remissione dei peccati. Con il Battesimo non ci immergiamo allora semplicemente nelle acque del Giordano per proclamare il nostro impegno di conversione, ma si effonde su di noi il sangue redentore del Cristo che ci purifica e ci salva. E’ l’amato Figlio del Padre, nel quale Egli ha posto il suo compiacimento, che ci riacquista la dignità e la gioia di chiamarci ed essere realmente "figli" di Dio.
Tra poco rivivremo questo mistero evocato dall’odierna solennità; i segni e simboli del sacramento del Battesimo ci aiuteranno a comprendere quel che il Signore opera nel cuore di questi nostri piccoli, rendendoli "suoi" per sempre, dimora scelta del suo Spirito e "pietre vive" per la costruzione dell’edificio spirituale che è la Chiesa.
La Vergine Maria, Madre di Gesù, il Figlio amato di Dio, vegli su di loro e sulle loro famiglie, li accompagni sempre, perché possano realizzare fino in fondo il progetto di salvezza che con il Battesimo si compie nelle loro vite. E noi, cari fratelli e sorelle, accompagniamoli con la nostra preghiera; preghiamo per i genitori, i padrini e le madrine e per i loro parenti, perché li aiutino a crescere nella fede; preghiamo per tutti noi qui presenti affinché, partecipando devotamente a questa celebrazione, rinnoviamo le promesse del nostro Battesimo e rendiamo grazie al Signore per la sua costante assistenza. Amen!
http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2009/documents/hf_ben-xvi_hom_20090111_battesimo.html
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