lunedì 20 luglio 2020

MUSICA TRA CULTURA E LITURGIA, di mons. Marco Frisina




MUSICA TRA CULTURA E LITURGIA

di mons. Marco Frisina 

  


La cultura contemporanea sembra spesso distogliere la nostra attenzione dal sacro, sembra sempre tesa a profanizzare, banalizzare, squalificare le espressioni sacre per renderle troppo quotidiane.

Certo questo spesso accade perché il cambiamento repentino delle categorie culturali ci ha spiazzato e ciò che profeticamente il Concilio Vaticano II aveva preveduto riguardo alla necessità di un dialogo culturale vivo con il mondo contemporaneo non lo abbiamo preso molto sul serio, facendoci trovare un po’ impreparati a traghettare le forme artistiche del sacro nella nuova situazione. Ma la storia non torna indietro, la comunicazione di Dio è ancora oggi prioritaria e le esigenze della evangelizzazione non ci permettono di rifugiarci in torri d’avorio più o meno distaccate dalla realtà che ci circonda. Dobbiamo proporre, dobbiamo esprimere, dobbiamo cantare Dio con questi nostri fratelli, con questo mondo, con questi mezzi.
Perdonatemi se insieme a voi percorrerò un piccolo itinerario per riflettere insieme su alcuni elementi fondamentali della musica e di quella sacra in particolare, per trovare una via nuova e nello stesso tempo antica per esprimere Dio attraverso la musica.

Il potere di comunicare

La musica ha un significato fondamentale nella storia della civiltà e nella cultura religiosa di ogni popolo. L’arte è capace di riassumere messaggi e significati importantissimi di una civiltà dando voce all’umanità che la produce in modo talmente profondo e alto da far sì che a volte le opere artistiche prodotte in un tempo e in un luogo preciso divengano patrimonio universale dell’umanità di ogni luogo e tempo. L’arte è capace di conoscere e far conoscere le profondità del cuore dell’uomo a ogni uomo e in ogni tempo: è grande il potere dell’arte e in modo speciale della musica che, a differenza delle altre arti, è la più effimera eppure la più profondamente radicata nella vita degli uomini, la più “eterea” eppure la più fisica delle arti.
La musica è fatta di vibrazioni fisiche a cui l’uomo accoppia misteriosamente sensazioni, ricordi, messaggi che derivano spesso dal suo inconscio più profondo o dalle sue esperienze dimenticate. Il “mistero” della musica sta nel fatto che di tutte le arti essa è la meno controllabile, la più istintiva pur avendo una struttura matematica e fisica fortissima. Si direbbe che il mondo delle sensazioni, dei sentimenti, dei ricordi, si unisce al mondo delle armonie, delle strutture, delle simmetrie, delle forme. Il piacere estetico della musica risulta infatti dall’incontro perfetto e armonico di queste due realtà, quella sensibile e quella intelligibile, quella fatta di timbri e sonorità e quella fatta di ritmo, struttura, forma.
La musica entra così a far parte di quell’insieme di realtà simboliche a allusive che, articolate tra loro, portano ad un linguaggio capace di comunicare e far comunicare. Come ogni linguaggio viene espresso attraverso una lingua che, per essere comunicativa, deve essere compresa dall’ascoltatore e può venire apprezzata più o meno a secondo della capacità e dall’educazione al linguaggio dell’ascoltatore. Se il linguaggio, ovvero sia la struttura e la coerenza interna della musica, e la lingua, ovvero tutto l’insieme di simbologie e allusioni comprensibili, sono armonicamente congiunti abbiamo la comunicazione musicale e di conseguenza la possibilità che la musica divenga tramite di valori e di pensiero, di poesia e di filosofia, a volte addirittura di politica o di informazione.
Il potere della musica non è mai stato ignorato nelle diverse civiltà e il suo uso è stato sempre tenuto in massima considerazione per la capacità che possiede di penetrare nell’intimità umana senza problemi di troppe mediazioni culturali o linguistiche. La musica riassume in sé moltissime cose e le porta con sé esprimendole in modo convincente al cuore di altri uomini, in modo diretto, senza bisogno di traduzioni e commenti.
La musica si è così espressa attraverso la vocalità e gli strumenti musicali. La voce umana è il mezzo principale e immediato della musica, è lo strumento per eccellenza in quanto è simbolo della comunicazione stessa in cui un uomo canta di sé a un altro uomo. E’ la prima musica che appare in tutte le culture fin dal loro sorgere. Attraverso il canto l’uomo parla in modo speciale, distingue, attraverso questo mezzo espressivo la comunicazione banale dalla poesia. Il canto è spesso riservato alle cose alte, alla preghiera e al rito, alla festa e alla gioia, all’amore che ha nel canto e nel lirismo la sua più normale espressione. Non bisogna però dimenticare tutto l’uso sociale del canto, dalle acclamazioni dello stadio ai cori politici fino ai canti di guerra e agli inni nazionali.
Ma nell’ambito rituale certamente il canto corale occupa un posto particolare, l’unione delle voci diverse ma fuse in un unico evento musicale sono un simbolo chiaro dell’unione del gruppo e del popolo davanti all’evento celebrato. Mentre il canto solistico, individuale, suppone un’autorevolezza, un ruolo specifico, diremmo noi oggi un “ministero” che la comunità accetta e a cui attribuisce un compito specifico.


Salmi e cantici nella Bibbia

Nella Sacra Scrittura l’uso della musica riflette l’uso del mondo antico ma con un’interpretazione nuova e fondamentale per il suo significato all’interno della liturgia cristiana.
E’ Dio stesso a suscitare il canto nel cuore dell’uomo e a innalzarlo con la lode fino a lui, è sempre lui a suggerire le parole e a sostenerne il canto fino a unirsi lui stesso, in Cristo, al grande canto della creazione rinnovata. I cantici dell’Antico Testamento sono sempre inseriti in modo molto preciso all’interno dell’evento narrato.
Se prendiamo ad esempio l’episodio del Miracolo del Mare in Es 14-15 notiamo che il racconto “in prosa” ci descrive il prodigio e le azioni dei protagonisti per poi fermarsi in una sorta di stasi contemplativa affidando al canto il commento dell’evento. Il canto del Mare di Es 15 diviene così un commento e un canto, una contemplazione e un inno di ringraziamento a Dio: in una parola è il “salmo responsoriale” che segue la proclamazione della lettura sacra precedente, che l’attualizza e la universalizza mettendo in bocca ad ogni uomo, che viene salvato dalle acque del peccato come Israele, “ Voglio cantare in onore del Signore perché ha mirabilmente trionfato…” L’evento salvifico si trasforma in canto, la lode nasce dal profondo della storia di salvezza per allargarsi al mondo.
Così per altri cantici come quello di Debora di Gdc 5, canto di guerra ed epopea di Israele; quello di Anna di 1Sam 2, canto di ringraziamento e di gioioso stupore della potenza salvifica del Signore che “fa partorire la sterile”; i salmi di Davide, sia quelli contenuti nei libri di Samuele che quelli estrapolati e confluiti nel Salterio, tutti con la loro ambientazione storica e l’evento a cui si riferiscono come il Miserere (Sal 51).
Il Salterio è infatti la raccolta di tutti quei canti che possono riassumere i diversi sentimenti, le diverse reazioni, le gioie e le sofferenze, la vita e la morte che si alternano nella vita dell’uomo. Tutto questo è posto dinanzi a Dio, in dialogo con Lui, in preghiera. Il Salmo 150, che chiude il Salterio, enumera tutti gli strumenti musicali che si uniscono alla lode del credente. I diversi strumenti sono simboli della creazione stessa, le pelli dei tamburi, le corde dei salterii e delle cetre, i legni e i metalli dei flauti e dei sistri, il corno d’ariete dello shophar, tutte le creature debbono simbolicamente esesre presenti nella lode a Dio insieme all’uomo e al suo canto.
Negli scritti profetici gli oracoli sono composti in poesia ritmica e probabilmente in canto. Così i libri come il Cantico dei cantici sono impensabili senza far riferimento alle strutture musicali interne ed esterne fondamentali alla sua stessa comprensione.
Il Nuovo Testamento si inserisce pienamente in questa tradizione soprattutto con Luca che, imitando lo stile greco dei LXX, ci mostra Maria cantare il suo Magnificat, come avevano fatto Anna, Debora e Giuditta, a commento gioioso delle parole profetiche di Elisabetta. Così fa anche Zaccaria con tono profetico nel suo Benedictus e il vecchio Simeone con il suo Nunc dimittis.
Gli angeli cantano il loro inno di lode in Betlem con il loro Gloria. Mentre Paolo di Tarso inserisce inn9i e cantici nelle sue lettere, canti sicuramente usati nelle liturgie delle primitive comunità cristiane.
La Scrittura quindi ci insegna a non staccare mai il canto dall’evento salvifico e a non dimenticare l’importanza di esprimere con la partecipazione totale dell’uomo al canto di Dio e della creazione redenta.


Sacro e liturgico

La Liturgia è il rinnovarsi dell’evento salvifico nella storia degli uomini, la porta aperta che ci mette in comunicazione diretta con la Redenzione di Cristo. Cantare questa redenzione è compito della musica liturgica che non solo è sempre sacra ma deve rispondere anche a canoni precisi dettati dalla Chiesa stessa che disciplina e sceglie l’uso della musica nella celebrazione dei misteri. La musica, come prima si diceva riguardo ai cantici biblici, è il linguaggio che sottolinea, interpreta e traduce in modo artistico e nello stesso tempo rituale l’evento teologico vissuto.
A questo punto occorre soffermarsi sulla distinzione tra musica sacra e musica per la liturgia, poiché negli ultimi secoli le due cose non sono andate sempre insieme in modo pacifico e chiaro. Se noi vorremmo eseguire tutto il repertorio sacro del 700-800 durante la liturgia ci troveremmo in difficoltà e a volte addirittura in imbarazzo, perché le strutture musicali non sono sempre compatibili con i ritmi e le caratteristiche della Liturgia. La stessa libertà di espressione di alcune partiture mal s’addice al senso stesso della Liturgia.
Il problema sta nel focalizzare bene il fatto dell’uso liturgico della musica e in questo ci viene in aiuto il canto gregoriano, che rimane in un certo senso normativo. Non che il canto gregoriano sia l’unica musica oppure che solo copiando quello stile e quel linguaggio si fa musica autenticamente liturgica, ma in senso più profondo e direi autenticamente strutturale il gregoriano è la testimonianza viva di secoli di canto liturgico in cui le esigenze della preghiera e della musica si sono incontrate e si sono evidenziate in diversi modi, ad es.:
il testo, deriva sempre dalla Scrittura e dalla teologia filtrata attraverso l’uso liturgico della Chiesa;
le forme: come l’antifona, l’inno, il salmo, il responsorio, la litania etc, tutte inserite nella viva prassi liturgica;
la distinzione dei ruoli: l’assemblea, il coro, i solisti, il salmista, il presidente;
l’andamento e la struttura musicale: la musica che segue il testo, gli archi melodici, le espressività diversificati a seconda del testo e del tempo liturgico. Queste ed altre caratteristiche fanno del gregoriano una norma per la musica nella liturgia. Non si tratta quindi di usare semplicemente forme melodiche da cui trarre armonie di mille anni fa o, per quanto riguarda la polifonia, fermarsi a considerare il linguaggio musicale solo fino al ‘600 per poi consacrarlo come l’unico possibile ma scoprire il senso che unisce e accomuna l’autentica musica liturgica del passato per poter comporre la nuova.

Oggi ci troviamo davanti a un nuovo inizio, occorre creare una nuova musica in linea con gli insegnamenti del Vaticano II, siamo in una situazione molto simile a quella in cui vennero a trovarsi i compositori subito dopo il Concilio di Trento, purtroppo forse siamo in forte ritardo.


Alcuni criteri

Ma prima di porsi all’opera occorre riscoprire il senso “forte” della musica e, di conseguenza, il senso forte della musica sacra, solo a questo punto potremo realizzare una musica autenticamente liturgica.
Non tutto ciò che è sacro è adatto per la liturgia, mentre tutta la musica scritta per la liturgia deve essere sacra. Ovvero nelle forme e nell’ispirazione, come nel testo e nelle emozioni interiori che suscita, la musica per la liturgia deve essere sempre sacra. I criteri fondamentali per questa distinzione sono a mio avviso abbastanza semplici in quanto il fine della musica sacra resta sempre il raggiungimento di una elevazione spirituale e di un rapporto interiore con Dio che la musica può indirizzare e sostenere; ma nella musica liturgica tutto questo diviene più oggettivo, universale, semplice, puro, non legato a gusti del momento, capace di far sentire dentro di essa tutti i duemila anni di arte cristiana e nello stesso tempo capace di essere musica di oggi.
La musica sacra scritta per la liturgia o quella libera frutto di una meditazione poetica del compositore deve sempre rispondere ad alcuni criteri:
il testo: deve essere sempre sacro e comunque teologico;
le forme: una musica non scritta espressamente per la liturgia può avere libertà di forme anche se queste non devono esulare dal loro fine: aiutare l’anima a raggiungere Dio, a conoscerlo, ad amarlo.
può riflettere in modo anche drammatico le difficoltà del credere con una espressività più libera. In questo caso però si tratta di composizioni da non considerarsi liturgiche anche se a volte possono benissimo essere annoverate tra i capolavori ma esprimono semplicemente una fortissima carica religiosa.

Quello che è stato detto non esime però il compositore di musica per la liturgia dal rispettare alcune esigenze strettamente musicali:
la qualità: la musica per la liturgia non può separarsi dal contesto più ampio della musica pura, deve essere sempre di qualità alta proprio per il suo uso: nella lode a Dio si dà il meglio;
semplicità: non è nella complessità e nella difficoltà la qualità di una musica, ciò vale soprattutto per la liturgia che deve poter essere sempre comprensibile ed eseguibile sia dal coro che, nei casi in cui viene coinvolta, anche dall’assemblea. (Su questo occorrerebbe soffermarsi in un convegno a parte…)
efficacia: un canto liturgico che non muove il cuore verso Dio non coglie la sua finalità. Se addirittura disturba o per la sua astrusità o per la sua complessità o per il suo stile troppo fuorviante è da evitare;
rispetto della struttura delle celebrazioni: la musica è per la liturgia e non viceversa. Le composizioni che non trovano spazio nella liturgia devono prepararla o seguirla.


Tra cultura e liturgia

La musica sacra si trova quindi a respirare con due polmoni: da una parte, come musica che parla di Dio e con Dio è musica, poesia, canto dell’uomo che vive il suo tempo, che come arte non può non volare al di là degli orizzonti consueti per scoprire ed esplorare nuove frontiere e nuovi linguaggi; d’altra parte se è usata nella liturgia deve rispondere alle esigenze della celebrazione liturgica, ai suoi tempi, alle sue strutture, ai suoi limiti, perché è la Chiesa che prega con la musica. Il compositore non può piegare la preghiera della Chiesa alla sua espressione musicale ma deve piegare la sua arte musicale all’uso liturgico che la Chiesa ne fa.
Tutto ciò non significa che non c’è più spazio per la musica sacra di qualità o addirittura, come a volte si sente dire, non c’è più la musica in Chiesa. Tutti gli abusi che in questi decenni si sono perpetrati nei confronti della musica liturgica nascono da alcuni equivoci che hanno visto allontanare i musicisti dalla composizione liturgica semplicemente perché non vi trovavano le strutture solite del “genere sacro”. La Chiesa di oggi, proiettata come è nel mondo e non semplicemente, come un tempo incentrata sulla cultura europea, respira le culture dei popoli e vive, come tutti noi, in un mondo totalmente nuovo, in cui non abbiamo più gli stessi riferimenti di un tempo. La comunicazione dei riferimenti simbolici del linguaggio musicale, il senso del passato e della storia, la tecnologia e l’economia, la comunicazione mediatica invadente, fanno del discorso musicale non più un fatto elitario ma di massa con tutti i vantaggi e gli svantaggi della cosa.
In casi come questi non possiamo fare i “laudatores temporis acti”, non possiamo rifugiarci nello sterile rimpianto del passato, occorre lavorare oggi, con i mezzi, i linguaggi, le forme di oggi per comunicare la nostra fede e per celebrarla rimanendo in equilibrio tra la cultura che viviamo e il contenuto di fede che dobbiamo comunicare, fermo restando che nella liturgia noi viviamo una situazione molto diversa da quella della composizione libera. Nella musica liturgica la celebrazione ha caratteristiche di universalità e non semplicemente soggettive, la liturgia respira il tempo della Chiesa che non è semplicemente la contemporaneità ma è l’”oggi” di Cristo risorto, è l’”oggi” di una tradizione sempre viva come testimonianza della fede dei nostri padri.
Secondo me il problema più grave è soprattutto l’assenza di autentica musica sacra fuori della liturgia. Non di musica che vuole cimentarsi sul “genere sacro” ma di musica che esprime autenticamente la fede di chi la scrive. La sincerità del compositore qui è d’obbligo e, nonostante le dichiarazioni di intenti, non sempre queste composizioni riflettono una fede o un tormento autentico, una ricerca appassionata e sincera, una lode o una meditazione profonde. Questo accade non per colpa dell’artista ma per quell’equivoco che pone il sacro sempre in “sacrestia” più che nel cuore degli uomini, che relega la musica sacra tra i generi formali e non tra le ispirazioni poetiche vive anche nel mondo contemporaneo.
Questo tempo che noi viviamo, nonostante le sue contraddizioni è a mio avviso il tempo propizio per riproporre un arte musicale forte in cui Dio sia nuovamente al centro della comunicazione artistica, dove si può sentire l’uomo di oggi e di sempre cantare il suo essere creatura con tutta la sua forza e tutto il suo tormento. La musica liturgica ne avrebbe sicuramente un grandissimo giovamento perché potrebbe interpretare tutto questo purificandolo e semplificandolo divenendo autentica sintesi della fede del mondo dinanzi a Dio.




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I SALMI: preghiera di Cristo e della Chiesa, di Pedron Lino



I SALMI: preghiera di Cristo e della Chiesa

di Pedron Lino



Introduzione

Di s. Francesco d’Assisi è stato scritto: “Non tam orans, quam oratio factus; non era soltanto uno che pregava, ma era diventato preghiera” (Tommaso da Celano, Seconda vita di s. Francesco, 95). E noi? La qualità della nostra preghiera è la misura della qualità della nostra vita. “Chi impara a pregare impara a vivere” (s. Agostino). La preghiera è il punto chiave della nostra esperienza spirituale. “La fedeltà alla preghiera o il suo abbandono sono il paradigma della vitalità o della decadenza della vita cristiana” (Paolo VI). “Il mondo va male, perché si prega poco; andrà meglio, quando tutti pregheranno di più” (Don Luigi Orione). Quindi non solo la qualità della nostra vita spirituale, ma l’andamento del mondo intero dipende dalla preghiera, purché la preghiera non sia evasione, disimpegno, rimettere tutto nelle mani di Dio per abbandonarci alla pigrizia. La preghiera è il momento in cui, immergendoci in Dio, riceviamo la forza per impegnarci in collaborazione con lui.

“Pregare non è tanto ottenere quanto piuttosto diventare” (Kierkegaard). La preghiera è il momento in cui ci trasformiamo in meglio. Il colloquio con Dio trasforma e trasfigura l’orante (Es 34, 29-35). La preghiera non serve per cambiare Dio e la sua volontà nei nostri riguardi, ma per cambiare noi e la nostra volontà nel suoi (Mt 6, 10; 26, 42). La preghiera non abbassa Dio al nostro livello, ma innalza noi al suo; non umanizza Dio, ma divinizza l’uomo.

L’efficacia del nostro apostolato dipende dalla qualità della nostra unione con Dio.

Le formule non sono preghiera, ma solo un mezzo per pregare. Se la preghiera o il canto fossero una ripetizione distratta, meccanica e vuota di formule anche ispirate e bellissime, “il latrato dei cani sarebbe più gradito a Dio che non l’orazione dei sacerdoti” (s. Agostino).

“Come vuoi che Dio ti ascolti se nemmeno tu ascolti quello che dici quando preghi?” (s. Cipriano).

Dio ci metta nel cuore un profondo desiderio di rinnovare lo stile della nostra preghiera.


Alla scuola dei Salmi

Ci sono tanti libri modernissimi di preghiera, ci sono scuole di preghiera all’ultimo grido. Perché metterci proprio alla scuola dei salmi, che sono un libro di preghiera dell’Antico Testamento, lontano millenni da noi? La Chiesa, con ostinata fedeltà, continua ad usare i salmi come intelaiatura essenziale della sua preghiera. Quindi ci mettiamo alla scuola dei salmi perché sono un testo divinamente ispirato da preferirsi certamente a tutti gli altri testi umanamente escogitati.

I salmi sono l’unico libro di preghiera della Bibbia. Negli altri libri ci sono frammenti di preghiera, i cantici, la grande preghiera sacerdotale di Gesù nell’ultima cena (Gv 17), la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnata: il Padre nostro. Il libro dei salmi è tutto e solo preghiera.

Il Padre nostro è la “sintesi del vangelo” (Tertulliano) ed è il riassunto del libro dei salmi. Non si può recitare bene il Padre nostro se non si passa per la strada dei salmi. Senza salmi non saremmo capaci di cogliere tutto lo spessore delle richieste del Padre nostro.

“Attraverso i salmi si apre un sentiero verso Dio” (s. Gregorio Magno).
“Dio, volendo essere lodato dagli uomini, si è lodato da se stesso; e poi ha messo nelle nostre mani questa lode (i salmi) perché la facciamo nostra” (s. Agostino).

(tutto questo vale anche per la Musica, per l’Arte, per la Poesia e per tutte le espressioni artistiche che Dio, per mezzo degli artisti, ha messo nelle nostre mani perché posiamo “cantare” la Sua Gloria! – ndr)

Usare i salmi significa utilizzare la strada che Dio stesso ha preparato per il nostro cammino verso di lui. I salmi sono parola di Dio e “solo Dio parla bene a Dio” (Pascal).

Un primo grande aspetto dei salmi è il loro carattere “cattolico”, il senso di universalità: essi esprimono la voce del mondo intero, parlano tutte le lingue, cantano la grandezza e la miseria umana. Nei salmi c’è tutto il mondo umano che dice la sua speranza, grida il suo dolore, canta la sua gioia.

Tutto questo complesso di interessi e di esperienze viene immediatamente trasformato in preghiera. I salmi diventano lo specchio dell’umanità in preghiera. Gli uomini di ieri, coloro che hanno scritto queste composizioni e coloro che le hanno pregate prima di noi, diventano i nostri fratelli di oggi.

Perché i salmi diventino preghiera, devo uscire dal piccolo orizzonte del mio io, rinunciare alla pretesa di essere sempre al centro di quello che prego e riuscire a farmi un’anima universale.

Perché la preghiera sia vera deve partire dalla esperienza personale e inserirsi nel grande dramma della Redenzione che riempie tutta la storia. Nei salmi prega Cristo, il fratello universale, l’Uomo in cui si riassume tutta l’umanità. “Riconosciamo in lui (Cristo) la nostra voce e in noi la sua voce” (s. Agostino).

I salmi sono la mia preghiera, la preghiera dell’umanità, la preghiera di Cristo. Entrare dunque nei salmi non è un lusso per pochi, ma è una esigenza profonda per tutti se si vuol vivere una autentica vita di preghiera. La “Liturgia delle Ore” non è soltanto il libro dei sacerdoti, ma di tutti i fedeli che devono essere introdotti in questo sentiero che porta a Dio.


I grandi temi dei salmi

Tutti i salmi nascono da un fatto unico: il dramma dell’incontro dell’uomo con Dio, dell’uomo concreto, con tutti i suoi problemi, che va alla ricerca del Dio vivente. L’esperienza del credente è tutta una ricerca del volto di Dio: “Il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 27, 8); “Mostrami la tua Gloria” (Es 33, 18); “Signore, mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14, 8).

Tutte le realtà del mondo da trasformare in preghiera si riducono a cinque.

1. La natura, l’universo delle cose, che rivela il Dio della gloria

2. Il mondo della storia, la grande storia del popolo e la piccola storia di ogni uomo, che rivela il Dio della fedeltà.

3. Il mondo delle anime, della vita interiore, che ci fa incontrare il Dio della misericordia.

4. Il mondo del Regno, che ci fa incontrare il Dio della speranza.

5. Cristo nel quale Dio si rivela l’Emanuele, il Dio con noi.

Se sapremo metterci a questa scuola, impareremo a fare di tutta la nostra vita una preghiera. Se preghiamo con la vita, non sospenderemo mai la nostra preghiera. E così adempiremo il comando del Signore (Lc 18,1; 21,36).

La grande lezione dei salmi è questa: trasformare in preghiera tutto quello che viviamo nella concretezza quotidiana.

Ogni salmo ha il suo titolo. Il titolo del salmo dice subito qual è il suo contenuto, a quale dei cinque grandi temi esso va collegato. È molto importante capire fin dal principio il “mondo” interiore del salmo, anche perché i salmi non sono composizioni razionali, con affermazioni concatenate logicamente tra loro. Il salmo è simile a una sinfonia in cui c’è un motivo dominante modulato e variato all’infinito. Per gustare il salmo bisogna cogliere immediatamente questo motivo dominante.

Tutto nei salmi si fa preghiera


Il mondo della Natura, rivela il Dio della Gloria


Noi siamo profondamente legati al mondo e alla sua sorte. Questo mondo della natura occupa uno spazio enorme nei salmi. Lo consideriamo per primo.

I salmi sono poesia. Nei salmi la natura non è interpretata scientificamente, ma poeticamente. Tra poesia e preghiera c’è una grande affinità.

Poesia e preghiera a cosa servono? Molti dicono che pregare e poetare è tempo perso. Carmina non dant panem: non si campa di poesia. Il mondo della natura con tutto ciò che il Signore vi ha disseminato ci richiama proprio il tema della gratuità che è comune alla preghiera e alla poesia.

Nel salmi tutto il creato viene associato alla preghiera, tutto acquista trasparenza. Il cuore delle cose emerge attraverso i salmi: “I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento” (Sal 19, 2); “Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome” (Sal 147, 4). Nelle creature esiste un linguaggio muto che diventa esplicito attraverso la mediazione dell’uomo che capta quelle voci e le riesprime in termini di “eucaristia”. Ne nasce una specie di lode cosmica in cui tutte le creature sono chiamate a raccolta.

Noi oggi siamo troppo razionalisti e ci sentiamo estranei alle cose. Solo pochi e raramente sanno captarne il linguaggio meraviglioso. Il salmista, invece, trasfigura le cose e si lascia prendere dalla loro bellezza. Per recitare nel modo giusto i salmi, dobbiamo lasciarci avvolgere in quest’onda poetica. Senza un pizzico di poesia non si possono gustare i salmi.

In questo modo il lirismo diventa atto di fede e la preghiera si fa contemplazione. Fede e poesia si sposano. Il creato diventa una grande sinfonia. Così la natura si apre davanti a noi come un mondo amico in cui tutti cantano: dal mugghiare del mare, all’urlo della tempesta, allo scintillio delle stelle. Il regno della natura esprime il volto del Dio della gloria.



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Fonte: https://fcrosti.com/video/category/bellezza-dei-salmi/



martedì 14 luglio 2020

L'AFFASCINANTE BELLEZZA DI ESSERE CRISTIANI, del Card. Stanislaw Rylko



L'AFFASCINANTE BELLEZZA DI ESSERE CRISTIANI

del Card. Stanislaw Rylko 

(Discorso conclusivo di S.Em il card. Stanisław Ryłko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, 
alla XXVIII Assemblea plenaria del dicastero)


1. Siamo giunti al momento conclusivo della XXVIII Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici,1 un’Assemblea storica in quanto l’ultima del dicastero nella sua attuale configurazione. Non è facile concludere un evento di questa portata e così significativo. Ma credo ci possano aiutare in queste riflessioni conclusive alcune espressioni di Sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e padre della Chiesa. Nella sua Lettera ai cristiani di Magnesia scriveva: “Non basta essere chiamati cristiani, ma bisogna esserlo davvero...”.2 E mentre era in cammino verso Roma, dove avrebbe subito il martirio, il santo vescovo scriveva ai fedeli di quella città: “Per me chiedete solo la forza interiore ed esteriore, perché non solo parli, ma anche voglia, perché non solo mi dica cristiano, ma lo sia realmente”.3 Notiamo che è un vescovo che scrive e chiede ai cristiani di pregare affinché non solo porti il nome di cristiano, ma lo sia veramente. Sant’Ignazio non chiede che preghino perché sia un bravo vescovo, ma invita a pregare affinché sia fedele alla sua vocazione cristiana. Ciò evidenzia la grande dignità dell’essere cristiano e l’importanza di essere fedeli alla nostra identità cristiana che scaturisce dal sacramento del Battesimo.
Oggi noi viviamo in un “mondo liquido”, che produce “identità liquide”, incoerenti, identità “fai da te”, selettive, frutto delle scelte arbitrarie e di comodo. E per questo nel nostro lavoro al Pontificio Consiglio per i Laici, la parola identità cristiana ha costituito sempre una bussola del nostro servizio al laicato cattolico nel mondo. E durante le nostre Assemblee plenarie in questi anni abbiamo cercato innanzitutto di motivarci a vicenda - vescovi, sacerdoti e laici - affinché la nostra identità cristiana non venisse meno, non si sbiadisse davanti alle numerose sfide di questo mondo. Non vogliamo portare solo il nome di cristiani, ma vogliamo esserlo realmente!
L’identità cristiana come sfida fondamentale per ogni battezzato di oggi… San Giovanni Paolo II ha detto che l’identità vuol dire: “So chi sono”; e poi: “Assumo la responsabilità di ciò che sono”… La prima domanda che ciascuno di noi deve porre a sé stesso è dunque: Chi sono?, per divenire consapevole di ciò che sono come persona, ma ancor più come battezzato, come cristiano, come discepolo e missionario di Cristo. Il secondo aspetto è assumere la responsabilità di ciò che sono. Questo significa essere capace di dire: “Sono cristiano, voglio esserlo e voglio essere fedele alla mia verità di cristiano…”.

2. Papa Francesco nelle sue omelie delle celebrazioni mattutine nella Casa Santa Marta, all’inizio del suo pontificato, ha abbozzato una tipologia di cristiani o meglio di pseudo-cristiani del nostro tempo. Il Santo Padre ha parlato dei cosiddetti cristiani “ma non troppo”; dei cristiani “part-time”, coloro che sono cristiani solo in certi momenti della vita; i cristiani “satelliti”, cristiani cioè che hanno anche una certa ammirazione per Gesù, ma a distanza, non vogliono immischiarsi molto con lui; cristiani “in poltrona”, in pantofole sono invece coloro che accettano il Vangelo nella misura in cui fa comodo e non sconvolge molto la vita; i cristiani “di pasticceria”, che vorrebbero un cristianesimo senza croce, un cristianesimo addolcito, dimenticando che Gesù ha detto: voi siete il sale della terra, non il miele…! Ci sono ancora – elenca Papa Bergoglio – i cristiani “da salotto” che amano i dotti dibattiti, sono educati, ma non sanno fare figli alla Chiesa con l’annuncio e il fervore apostolico; i cristiani “a parole”; i cristiani “dal balcone”, che non si sporcano le mani e guardano la realtà della vita dal “balcone”. Ci sono poi nel mondo tanti cristiani “invisibili”, completamente omologati dalla mondanità che minaccia ogni persona nella Chiesa.
È questa una tipologia di cristiani molto interessante anche per poter fare un esame di coscienza. A quale categoria di cristiani mi avvicino? E Papa Francesco, che ha l’anima di un pastore e conosce le sue pecore, quali cristiani auspica per la Chiesa dei nostri tempi? Credo che per il Santo Padre nel mondo odierno occorrono cristiani “in cammino”, che non stanno fermi, ma portano nel cuore la profonda inquietudine di “essere sempre di più”, di essere sempre più discepoli e missionari di Cristo; uomini e donne che non hanno paura di rischiare, di sporcarsi le mani, non hanno paura di sbagliare e sanno andare sempre avanti.4 “Abbiamo bisogno di laici con visione del futuro, non chiusi nelle piccolezze della vita”5 ha affermato di recente il Santo Padre.

3. Spesso poi Papa Francesco dice che il cristiano dev’essere una persona decentrata. Ma cosa vuol dire questo in concreto? Significa che al centro della nostra esistenza non dobbiamo mettere il nostro io, a volte gonfiato dall’individualismo e dall’egocentrismo, ma dev’esserci la persona di Cristo. Solo ponendo Lui al centro della nostra vita, possiamo dirci veramente cristiani. Quanto è importante quindi vigilare perché siano la persona di Gesù Cristo e la sua parola a motivare ogni nostra scelta! Quanto è necessario custodire quella sana inquietudine del cuore che ci spinge a metterci continuamente in cammino per trovare il Signore. Ricordiamo le parole di Sant’Agostino: “Ci hai fatti per Te [Signore] e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te”.6
Un altro aspetto importante per la nostra vita cristiana è saper ritornare sempre a quel primo amore di cui parla l’Apocalisse.7 Coloro che sono sposati possono capire più facilmente cosa significhi ritrovare nel grigiore della quotidianità della vita coniugale la bellezza e la freschezza del primo amore. Oggi una delle minacce più grandi per la nostra vita cristiana è la routine, il déjà-vu, l’incapacità di stupirsi. Un poeta polacco Jan Twardowski ha intitolato una delle sue poesie: “Impara a stupirti nella Chiesa”. Dobbiamo ridestare in noi la capacità di stupirci della bellezza della Chiesa, della bellezza di essere cristiani. Prima della Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia nel 2005, un giornalista chiese a Papa Benedetto XVI: “Santo Padre, quale il messaggio specifico che lei vuole portare ai giovani che da tutto il mondo vengono a Colonia? Qual è la cosa più importante che lei vuole trasmettere loro?”. E il Papa rispose semplicemente: “Vorrei fare capire loro che è bello essere cristiani!”. E ciò che anche noi – membri e consultori – abbiamo tentato di fare in questi anni di lavoro insieme: credere sempre più profondamente che essere cristiani è bello.
Se in questi anni, le varie Assemblee plenarie del nostro dicastero hanno aiutato tutti noi – laici, sacerdoti, vescovi – a essere più cristiani, più fedeli alla nostra identità di battezzati, allora la ragion d’essere di questo Consiglio è stata realizzata e tutto il resto è secondario.

4. A questo punto vorrei offrirvi, come indicatori di strada per il cammino che ci attende, tre parole, ciascuna accompagnata dalla figura di un Pontefice.
La prima parola è fede a cui associo la figura di Papa Benedetto XVI. Nel corso del suo viaggio apostolico in Portogallo, Papa Ratzinger disse: “Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?”.8 Ciò evidenzia la necessità di prenderci cura della nostra fede, quale fondamento della nostra vita. Papa Benedetto XVI ci ha insegnato che tra le varie crisi che affliggono il mondo odierno - crisi finanziarie, economiche e altre – la più importante è la crisi di Dio che porta inevitabilmente a una crisi dell’uomo (una crisi antropologica), perché solo in Dio il mistero dell’uomo trova la sua piena spiegazione. Nel mondo di oggi dunque i cristiani sono chiamati a essere innanzitutto uomini di Dio, uomini di preghiera. Il cristiano del futuro o sarà un contemplativo o non sarà affatto un cristiano.

5. La seconda parola è santità e ad essa possiamo collegare la figura di San Giovanni Paolo II. Quando Papa Wojtyła tracciò la via per la Chiesa verso il Terzo Millennio, ribadì la necessità di ripartire da Cristo e dalla santità. “Se il Battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio – scrisse nella Novo Millennio Ineunte - attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale. Chiedere a un catecumeno: «Vuoi ricevere il Battesimo?» significa al tempo stesso chiedergli: «Vuoi diventare santo?». Significa porre sulla sua strada il radicalismo del discorso della Montagna: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Come il Concilio stesso ha spiegato, questo ideale di perfezione non va equivocato come se implicasse una sorta di vita straordinaria, praticabile solo da alcuni «geni» della santità. Le vie della santità sono molteplici, e adatte alla vocazione di ciascuno. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di beatificare e canonizzare, in questi anni, tanti cristiani, e tra loro molti laici che si sono santificati nelle condizioni più ordinarie della vita. È ora di riproporre a tutti con convinzione questa «misura alta» della vita cristiana ordinaria”.9 San Giovanni Paolo II invitò poi in particolare i giovani ad avere il coraggio di puntare a traguardi alti ed esigenti, perché il cristiano autentico dev’essere esigente con sé stesso. La mediocrità, la superficialità, la distrazione sono infatti le grandi minacce che indeboliscono la testimonianza dei cristiani nel mondo e la privano di credibilità. Un cristiano mediocre è come un sale che non dà sapore! Occorre dunque tener viva in noi la fiamma del desiderio di santità, nell’umile consapevolezza della nostra fragilità e debolezza umana. Siamo peccatori, ma confidando nella misericordia di Dio vogliamo far vivere Cristo nella nostra vita.

6. La terza parola è gioia e con essa pensiamo alla figura dell’attuale Pontefice, Papa Francesco. Nell’Evangelii gaudium, il Santo Padre ha scritto: “Possa il mondo del nostro tempo – che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo”.10 Cristiani dunque che abbiano in loro la gioia di Cristo… A tal riguardo il filosofo Friedrich Nietzsche diceva: “Se Cristo è risorto, perché siete così tristi? Voi cristiani non avete un volto da persone redente”. Quante volte infatti i nostri volti contraddicono ciò che siamo in quanto cristiani; quante volte i nostri sguardi sono spenti e tristi, incapaci di trasmettere la gioia e la speranza cristiana. Manifestiamo dunque al mondo la nostra fede e facciamolo con gioia e con umile fierezza, colmi di gratitudine per il dono straordinario, stupendo, immeritato che abbiamo ricevuto. Ma di quale gioia si tratta? Non è senza dubbio una gioia facile, superficiale, ma è una gioia che non ci abbandona mai neanche nei momenti di prova, anche quando siamo costretti a evangelizzare con le lacrime agli occhi.

Custodiamo quindi nel nostro cuore quella salutare inquietudine che ci spinge a essere sempre più cristiani, sempre più ciò che siamo in quanto battezzati e viviamo e testimoniamo la nostra fede con gratitudine e gioia. Nella Chiesa e nella società di oggi ci sono tanti profeti di sventura, ma il mondo ha bisogno di profeti di speranza, una speranza che sia forte, radicata e costruita sulla roccia. “Non lasciatevi rubare la speranza!” dice spesso il Santo Padre Francesco. E questo è anche il mio augurio per tutti voi – membri e consultori - mentre concludiamo quest’ultima Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici.



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1 Discorso conclusivo di S.Em il card. Stanisław Ryłko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, alla XXVIII Assemblea plenaria del dicastero.
2 Cfr. Sant’Ignazio di Antiochia, Dalla lettera ai cristiani di Magnesia, IV, 1.
3 Cfr. Sant’Ignazio di Antiochia, Dalla lettera ai Romani, III,1.
4 Cfr. Francesco, Ai partecipanti all’Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici, in “L’Osservatore Romano”, 18 giugno 2016, p. 8.
5 Ibidem.
6 Agostino, Le Confessioni, I,1,1
7 Cfr. Ap 2,4-5.
8 Benedetto XVI, La concelebrazione eucaristica al Terreiro do Paço a Lisbona, in: “Insegnamenti”, VI, 1 (2010), p. 673.
9 Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, n. 31
10 Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 10.


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Fonte: http://www.laici.va/content/laici/it/messaggio-del-presidente/plenaria2016.html



La bellezza di Dio, di Lucia Antinucci



LA BELLEZZA DI DIO

di Lucia Antinucci


La ricerca del ‘Bello’, nel suo valore più elevato, è sempre stata un itinerario di avvicinamento al divino, come ha scritto Simone Weil: “[…] in tutto ciò che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello c’è come una specie di incarnazione di Dio […]; quindi tutta l’arte di prim’ordine è per essenza religiosa [in quanto] testimonianza in favore dell’Incarnazione. Una melodia gregoriana testimonia quanto la morte di un martire”. Come leggiamo infatti nell’Idiota di Fedor M. Dostoevskij, “La Bellezza salverà il mondo”. La Bibbia testimonia ampiamente lo stupore dell’uomo dinanzi al fascino della Bellezza di Dio, che supera ogni bellezza umana, poiché sempre fragile, sottoposta alla caducità. Nella Bibbia si parla anzitutto della bellezza degli elementi  del creato, che rimanda  a quella del Creatore.  Per la Bibbia il bello (tov / buono), riferito alle cose o alle persone, significa ciò che è ordinato, senza difetti, proporzionato e armonioso in tutte le sue parti. La bellezza è anche la tenerezza dei sentimenti, la verità, ma è soprattutto espressione della santità divina (cf Sal 25,8), perché è Dio la bellezza-bontà sperimentabile quasi in modo sensoriale: “Assaporate e gustate quanto è buono (bello) Jhwh” (Sal 27,13). Il mondo biblico, volendo esprimere la felicità delle origini della creazione, ricorre all’immagine della bellezza dell’Eden: “Il Signore Dio piantò un giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva modellato; fece spuntare dal terreno ogni sorta di alberi, attraenti per la vista e buoni da mangiare” (Gn 2,8-9). Anche dell’albero proibito si dice che il frutto ”era buono da mangiare, seducente per gli occhi e attraente” (Gn 3,6). La  bellezza di Dio nella Bibbia viene espressa anche con il tema della Sapienza divina che è vitale, feconda, benefica. Essa è come le piante più belle della flora palestinese (come il cedro e l’umile rosa di Gerico), con il loro lussureggiante fogliame, con i fiori, i frutti, che rimandano al godimento spirituale che viene donato dalla Sapienza (cf Sir 24,12-17). Tutte le opere della creazione di Dio sono buone (belle): ”Dio vide tutto quello che aveva fatto ed ecco era molto buono” (Gn 1,31). La bellezza del Creatore emerge soprattutto nell’uomo, creato a sua immagine e somiglianza (cf Gn 1,26-27); ne riflette meglio il suo splendore, la sua gloria e la sua grandezza (cf Sal 8). Tale bellezza si manifesta soprattutto attraverso i personaggi che hanno avuto un ruolo particolare nel piano salvifico di Dio, sono più vicini al suo cuore. I personaggi biblici che hanno grandi qualità morali e spirituali, sono sempre presentati con la caratteristica della bellezza fisica.

Nel Nuovo Testamento  il binomio bellezza-bontà è del tutto assente. Coloro che vengono chiamati da Dio per realizzare il suo disegno salvifico (Maria, Giovanni Battista, Giuseppe), sono persone comuni, di cui si evidenziano anche i difetti, la vita di peccato (Matteo, la Maddalena) e non c’è nessun riferimento all’aspetto fisico. Sul monte Tabor la gloria di Dio si manifesta attraverso la luce e il candore delle vesti. Ciò dipende dal fatto che nel Nuovo Testamento emerge la sapienza della croce, per cui è grande e bello dinanzi a Dio tutto ciò che è stoltezza e realtà sgradevole dinanzi agli uomini. Ciò che conta non è il vigore fisico, ma la debolezza accettata per testimoniare la fede, non la potenza e la forza, ma la mitezza, l’umiltà, la povertà e la semplicità, non la ricchezza e lo splendore agli occhi degli uomini. La bellezza di Dio si manifesta soprattutto nell’uomo dei dolori, nel Crocifisso che è lo stesso Unigenito del Padre Celeste. Il Nuovo Testamento evidenzia quindi che Gesù è l’icona del Padre (cf Col 1,15), è l’irradiazione della gloria divina (cf Eb 1,3), perchè è passato per l’annientamento, rinunciando allo splendore divino: “Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2,6). La bellezza di Dio si manifesta nel Cristo, per il fatto che ha donato tutto se stesso per amore dell’umanità, come il pastore buono che dà la vita per le pecore (cf Gv 10,11.14), e si è fatto servo di tutti. Gesù ci manifesta che la bellezza di Dio è quella dell’amore. Lo splendore dell’alba di Pasqua, che supera le tenebre del venerdì santo, attesta il fulgore della vita che vince la morte, della riconciliazione che vince l’odio e la separazione. Per il cristianesimo la “bellezza si è compiuta una volta per sempre nel giardino fuori di Gerusalemme: sulla roccia del Calvario sta la Croce della Bellezza […]” (B. Forte). Il Verbo si è sottoposto alla kenosis; Colui che “è il più bello tra i figli degli uomini” (Sal 45,3) è diventato Colui che “non aveva più né bellezza, né decoro” (Is 53,2). S. Agostino ha sottolineato il motivo di questo mistero paradossale: “Egli non aveva bellezza né decoro per dare a te bellezza e decoro. Quale bellezza? Quale decoro? L’amore della carità, affinchè tu possa correre amando e amare correndo […]. Guarda a Colui dal quale sei stato fatto bello”. L’amore infinito di Colui che ha il volto sfigurato, lo rende il più bello tra i figli degli uomini. Egli ha rinunciato alla sua bellezza divina per rendere noi belli, non secondo l’aspetto fisico, bensì nell’amore, nel servizio, nella testimonianza. L’umanità spesso smarrisce il vero senso della bellezza; si lascia prendere dalla vertigine di ciò che è appariscente,  e trasforma il bello in spettacolo, in bene di consumo, abbandonandosi all’immediatamente fruibile. La bellezza che si è resa trasfigurata e crocifissa ci redime dalla seduzione dell’effimero. Il grido di abbandono del più bello tra i figli degli uomini (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Mc 14,34) ci libera dall’abbaglio delle bellezze caduche, per rivelarci il vero Bello, il volto del Padre misericordioso, che per amore ci dona il Figlio Crocifisso (cf Rm 8,32) e lo Spirito di Amore (cf Gv 19,30), Autore della rinascita nella vera bellezza. La vittoria pasquale del Crocifisso dà senso anche alle fragili bellezze terrene, che sono un segno della bellezza divina, nonostante il loro limite, quando rispecchiano la Sapienza divina e il suo progetto salvifico. Un’icona della trasfigurazione della bellezza terrena è Maria di Nazareth, la giovane e umile donna totalmente protesa all’accoglienza della bellezza divina. Maria non è un mito, non è un’astrazione, ma una donna concreta che è vissuta nella società ebraica. E’ questa concreta femminilità che rivela la bellezza dell’Eterno; è l’incontro tra la bellezza terrena e quella divina. La Vergine Madre figlia del suo Figlio, coperta dall’ombra dello Spirito (cf Lc 1.35), diventa la dimora santa del Verbo di Dio fra gli uomini. Maria è l’icona della Bellezza trinitaria, è “il santuario e il riposo della Santissima Trinità” (San Luigi Maria Grignion de Monfort), il grembo della Bellezza divina (H.U. von Balthasar). In Maria tota pulchra, la Donna Bella secondo il piano salvifico di Dio, si rende presente in modo eminente l’esistenza umana redenta, protesa alla contemplazione del Bello Assoluto.

La bellezza del Crocifisso risplende particolarmente attraverso la testimonianza di coloro che si sono conformati a lui; non si può non far riferimento al cantore della bellezza di Dio: Francesco d’Assisi. Egli è stato folgorato dalla bellezza divina, immergendosi in essa fino all’unione estatica. Nella bellezza delle creature il Poverello di Assisi contempla il Bellissimo che le possiede e le riempie, per cui uno dei titoli che attribuisce a Dio è proprio quello della Bellezza. Il Giullare di Dio contempla e loda la Bellezza del Padre celeste, come emerge dalle Lodi di Dio Altissimo, scritte per ringraziarLo del dono della bellezza delle stimmate. ‘Tu sei Bellezza” (FF 261,4). Il Celano nella Vita Seconda attesta che il Santo assisiate “nelle cose belle riconosce la Bellezza somma” (FF 750). La gioia estatica invade l’animo dell’Araldo del Gran Re nel contemplare la bellezza dei fiori e della natura in genere, recuperando il messaggio biblico della contemplazione del creato: “E quale estasi pensi gli procurasse la bellezza dei fiori quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza? Subito rivolgeva l’occhio del pensiero alla bellezza di quell’altro Fiore il quale spuntando luminoso nel tempo della fioritura dalla radice di Jesse, con il suo profumo richiama alla vita migliaia e migliaia di morte” (FF 460).  Anche il fuoco suscita la sua ammirazione: “Frate mio focu, di bellezza invidiabile fra tutte le creature, l’Altissimo ti ha creato vigoroso, bello e utile”  (FF 752). Egli ammirava a tal punto la bellezza e l’utilità del fuoco che “non voleva mai impedire la sua azione”  (FF 1816), come quella volta che, prendendo fuoco il suo abito, impedì che venisse spento. La bellezza di tutte le creature viene espressa da Francesco particolarmente nel Cantico di Frate Sole (FF 263). La bellezza di Dio si manifesta per lui soprattutto attraverso il sole, che è Luce radiosa, Vita, Bontà, Amore. Sull’esempio di Cristo povero e umile egli ha ammirato la bellezza di ciò che umanamente è considerato spregevole, e per questo ha amato intensamente Madonna Povertà (cf FF 641). Francesco contempla soprattutto nel Crocifisso di San Damiano la Bellezza di Dio, come pure  nell’esperienza personale della Passione del Figlio di Dio. Due anni prima della fine del suo pellegrinaggio terreno gli fu concesso di contemplare la Bellezza sconvolgente della gloria del Cristo Crocifisso: è l’esperienza della Verna, della visione del Serafino trafitto in croce (FF 1225), della Bellezza radiosa e sfigurata dalla Passione nello stesso tempo. Come segno di tutto ciò, egli che in vita non aveva avuto alcuna bellezza, essendosi del tutto assimilato al Crocifisso, dopo l’incontro con sorella morte ottiene il dono della trasfigurazione del suo corpo, segno della bellezza futura (cf FF 1247). E’ questo il premio eterno che viene donato a coloro che sanno rinunciare alle bellezze effimere per amore della Bellezza che viene da altrove, dalla Patria trinitaria, a cui anela fortemente chi si pone senza compromessi alla sequela del Cristo, l’Uomo dei dolori, irradiazione dello splendore celeste. In base alla testimonianza delle Scritture ebraiche, delle Scritture cristiane, della Chiesa, possiamo quindi concludere che “la bellezza che salverà il mondo non è ‘l’armonia’ delle parti, o una ‘forma’ qualsiasi che esprime il senso personale del piacere. Né si riduce alle assenze asimmetriche nella vita sociale e politica di un popolo. Non è bello ciò che piace, ma ciò che riconcilia. Il Cristo, Crocifisso-Risorto, è la Bellezza che salverà il mondo, l’orizzonte ultimo della nostra visione, il possesso finale dei redenti” (E. Scognamiglio). 


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lunedì 6 luglio 2020

L’Arte specchio della fede e sua manifestazione, di Sante Babolin




L’Arte specchio della fede e sua manifestazione
 
di Sante Babolin 


Lo svolgimento del tema richiede che si definisca l’arte e che si determini come la fede possa dirsi nell’arte e con l’arte. Impossibile quindi non pronunciarsi su quando un’arte si possa dire cristiana.

1. La parola dell’arte
Storicamente l’arte fu definita come fenomeno di conoscenza (Aristotele) o di godimento (Platone); a me piace definirla dal versante della conoscenza, come fenomeno di linguaggio; e questo non esclude una presenza di fruizione nella conoscenza dell’arte che, comunque, provoca sempre un’attitudine contemplativa in colui che l’ammira. È proprio per questo che alcuni amano vedere nell’arte un’azione ludica o, come oggi si ama dire, una fiction, nel senso che ci porta in un mondo di apparenze, che però svelano le realtà proprie dell’uomo: l’arte è rivelazione dell’uomo all’uomo, in tutte le sue potenzialità positive e negative. Per questa ragione l’artista gode – direi – di uno spirito profetico, di uno sguardo penetrante: «Il pittore è pittore, perché vede ciò che altri solo sente o intravede, ma non vede» (1). Siamo così condotti a focalizzare lo specifico della creazione artistica. Propriamente parlando, la creazione compete unicamente a Dio: l’uomo non crea, ma sfiora alla superficie l’essere, plasmandolo secondo suoi modelli mentali. Con ciò riconosciamo che l’arte viene da un atto creativo dell’uomo, che lo rende un po’ simile a Dio, in quanto essa crea nuovi mondi, nei quali la realtà naturale e culturale viene interpretata, trasformata e trasferita in un significato nuovo; «l’arte rapisce le cose alla vicenda naturale, cui sono sottoposte, e le sottomette ad un’altra vicenda che essa governa in assoluta libertà» (2); in una parola, l’arte ri-crea la materia che lavora: la pietra perde il suo peso, la sua durezza e freddezza; la tela perde ogni rugosità e opacità; le parole e i suoni perdono ogni rumore; i colori, ogni loro proprio splendore. È per questo processo che il mondo della fede può entrare nella creazione artistica. In forza di questa profonda analogia tra l’atto creativo dell’artista e quello di Dio, l’arte in genere può favorire l’incontro dell’uomo con il suo creatore, purché ciò non sia positivamente escluso, altrimenti l’uomo rischia di considerare se stesso creatore assoluto di tutto; e il rischio è serio: il problema dell’idolatria, nell’arte e dell’arte, è più grave e più ampio del problema della verità e della moralità nell’arte e dell’arte. L’arte infatti, per se stessa, apre l’uomo verso la fonte dell’essere, di cui gli fa cogliere l’inesauribile novità: in fondo, l’artista è un esecutore della creazione di Dio e può eseguirla bene o male. Con ciò possiamo affermare che il mondo della bellezza e dell’arte, poco o tanto, sempre ha a che fare con la religione (e anche l’ateismo è una religione). La ragione di questo inevitabile collegamento è che «il concetto dell’essere, nella sua assolutezza, condiziona il concetto del nostro rapporto con l’essere, nell’esperienza artistica ed estetica. Il Dio-Demiurgo, che plasma le cose guardando le idee e imprimendone il conio sulla materia informe, condiziona l’estetica della visione e dell’imitazione. Il Dio-Intelletto di Aristotele condiziona l’estetica dei tipi intellettivi e della verosimiglianza. Il Dio-Spirito del cristianesimo condiziona l’estetica dell’espressione e della creazione, l’estetica della parola assoluta» (3). Se poi teniamo presente che la bellezza è intrinseca all’arte, quest’ultima o sarà un’espressione della bellezza o sarà un’espressione bella di ciò che bello non può essere. Con L. Stefanini ritengo però che, nella concezione cristiana della vita, l’arte è soprattutto una parola assoluta, un’espressione definitiva, un microcosmo; la sua specifica qualifica è l’assolutezza, rispetto ad ogni altro tipo di espressione o espressività. Questa connotazione rende l’arte una forma simbolica che contiene in se stessa la chiave della sua interpretazione. L’arte non può quindi essere compresa come semplice fatto semiotico, né può essere interpretata o eseguita con una semplice operazione di decodifica; e questo è decisivo per capire come l’arte influisca sulla costruzione o distruzione di una comunità: l’arte consolida la persona e realizza intesa e comunione tra le persone. Pur riconoscendo che l’arte è un’espressione della bellezza, si deve avere presente che anche il brutto entra nel campo estetico, così come il male entra nel campo etico: male e brutto sono idee negative, perché dicono privazione di bene e di bello. Perciò l’arte cristiana è innanzitutto un fatto espressivo di un bello sublime, di un bello che deve misurarsi con il brutto: assumendo una terminologia di Nietzsche, possiamo dire che nell’arte cristiana c’è posto più per una bellezza dionisiaca che per una bellezza apollinea. Per dare ragione di questa affermazione, che può sorprendere, è necessario definire il sublime e riconoscerlo come elemento costitutivo della bellezza cristiana. Conclusione: nell’arte cristiana è più importante la verità che la bellezza. Seguendo l’estetica metafisica del mio maestro e predecessore, il padre J. B. Lotz (4), considero il bello come il trascendentale sintetico dell’essere, anzi l’essere dell’essere, la perfezione di ogni possibile perfezione. Ciò significa che il bello è la pienezza dell’essere e, in particolare, la pienezza di verità e bontà: bello è il vero che più vero non può essere nella sua intrinseca identità, è il bene che più buono non può essere nella sua intrinseca unità. Ora il sublime non è – come di solito si pensa – il bello che più bello non può essere, ma è invece il bello che supera il brutto, la luce che elimina le tenebre, la vita che vince la morte. Il sublime implica l’idea della forza, non della forma. A questo punto è chiaro che alla realtà cristiana si addice più l’idea del sublime che l’idea del bello. Per un’arte cristiana è evidente infatti che la bellezza celebrata sarà sempre, più o meno direttamente, la bellezza di colui che è «il più bello tra i figli dell’uomo», di Gesù Cristo, rivelazione del Padre. Però si tratterà sempre di una rivelazione che si attua pienamente nel mistero pasquale, mediante la morte e la risurrezione di Cristo; di qui la connotazione di sublimità, che informa tutta l’arte cristiana, convertendola in una mistagogia permanente fino a far divampare, nel cuore del credente, la perfetta somiglianza con Cristo. Un’arte, quindi, è cristiana quando esprime il novum christianum che è l’incarnazione (passione, morte e risurrezione) del Verbo di Dio, l’unione ipostatica della natura umana e divina nella persona del Figlio di Dio, la congiunzione energetica del divino e dell’umano in Gesù Cristo. Ora, l’espressione di questa singolare bellezza si compie nella tradizione viva della chiesa; tradizione nel senso del dono della salvezza sempre donato (traditum), posto nella chiesa dal Cristo e da essa offerto a ogni uomo. Però la tradizione si attua storicamente dentro una cultura e diventa così espressione particolare di una civiltà: si direbbe che la tradizione è un dono culturalmente confezionato. Perciò alla tradizione viva della chiesa si accede attraverso le tradizioni, che variano nel tempo, nello spazio e nello strutturarsi del loro contenuto antropologico che le veicola. L’arte cristiana è una di queste tradizioni e può assumere diverso spessore, nella misura in cui è impegnata nella testimonianza di quella fede che deve essergli intrinseca. Per capire meglio questo fatto, ritengo importante distinguere un’arte cristiana sacra (o di culto) e un’arte religiosa (o di devozione) (5): la prima, esprime quello che le sacre Scritture e i testi liturgici annunciano con parole, e lo rende presente per l’azione sacramentale della chiesa; la seconda, invece, l’arte di devozione, esprime la fede personale dell’artista. L’arte sacra nasce dalla fede della chiesa, espressa e celebrata nell’azione liturgica, e vive per essa, mentre l’arte religiosa nasce più dalla fede d’un singolo credente e ne perpetua, in qualche modo, la sua personale testimonianza. Ovviamente tutta l’arte sacra è anche religiosa, mentre non vale il contrario. In breve, possiamo dire che tra arte religiosa e arte sacra c’è la medesima differenza che esiste tra una poesia e un inno liturgico, al limite tra religione e fede.

2. Il dirsi della fede nell’arte
Ogni arte, anche profana, è parola; ed è vivificata da una dichiarazione che dall’artista, per quel dono di natura che si usa chiamare genio, passa all’opera e dall’opera continua a parlare; questo è il processo che produce l’arte. Da ciò si comprende subito come l’arte sia anche un mezzo di comunicazione e di dialogo tra l’artista e i fruitori della sua opera, in quanto essa consente a chiunque la percepisca di ri-vivere l’ispirazione che la fa esistere, di condividere quindi il mondo interiore dell’artista. L’arte sacra, che è tale in senso stretto, esprime una «parola», suggerita all’artista dalla celebrazione della fede nella comunità ecclesiale; ovviamente l’artista può immetterla nell’opera, nella misura in cui tale parola è diventata sua parola, attraverso l’assimilazione spirituale nella condivisione della fede. Perciò l’arte sacra rappresenta un archetipo o una visione che trascende l’artista e che è un dato vissuto dalla comunità dei fedeli cui egli appartiene. Perciò l’artista, nella produzione dell’arte sacra, svolge un servizio o ministero a favore della sua comunità di fede; ministero che non lo declassa a puro strumento ma che lo eleva a servitore della parola, del credo che sostenta la fede di tutti. Per questo un simile artista offre il suo talento (genio) a tutta la comunità: anche il suo carisma, nella coralità dei doni, va a beneficio di tutto il corpo mistico di Cristo. Qualcosa di analogo avviene anche nella produzione dell’arte di devozione, però con una piccola ma significativa differenza: la parola espressa viene più dall’artista che dalla celebrazione comunitaria della fede. Si può dare il caso che posteriormente la chiesa celebrante riconosca come sua tale parola, come quando una poesia viene assunta a inno liturgico; mi piace pensare che questa diacronia simpatica (discontinuità di percezione) sia un sintomo di quella connotazione profetica che, ritengo, sia intrinseca a ogni autentico talento artistico; perciò si dovrebbe prestare attenzione all’arte per capire i segni dei tempi.

3. Il comunicarsi della fede per l’arte
La comunicazione umana è certamente legata alla parola e all’istituzione intenzionale dei segni. Già sant’Agostino sosteneva che il fine principale del parlare, per gli uomini, è «significare ad altri tutto quello che meditano in cuor loro (quaecumque animo concipitur)» (6). Ora, proprio nell’uso dei segni si determina la differenza dei processi comunicativi; a me interessa richiamare i due vettori fondamentali della comunicazione umana, secondo la classica distinzione posta da S. Kierkegaard: il vettore diretto e quello indiretto. La comunicazione diretta avviene tra uno che parla (loquens) e uno che ascolta (audiens), come nel caso emblematico del maestro che istruisce il discepolo. Si sa che per insegnare bene si deve conoscere ciò che si insegna e colui al quale si insegna, però questo non richiede al maestro, e tanto meno al discepolo, di manifestare esteriormente tutto ciò che sente o pensa nel suo animo. Questo significa che si utilizzano delle nozioni (e quindi concetti e argomentazioni), che s’intendono comunicare; pertanto la comunicazione diretta è intenzionale e concettuale. Per questa ragione Kierkegaard, cui interessa chiarire come si comunica la fede, lega la comunicazione diretta al pensiero oggettivo (7); e la comunicazione è diretta, anche quando «si dà un segno per effondere e trasferire nell’animo di un altro ciò che ha nel proprio animo colui che dà il segno (ad depromendum et traiciendum in alterius animum id quod animo gerit qui signum dat)» (8). In breve, la comunicazione diretta privilegia l’uso dei concetti e si può verificare e valutare.  La comunicazione indiretta, invece, si attua con il coinvolgimento personale dei comunicanti, senza intenzionalità e senza la chiarezza e la forza delle nozioni e delle argomentazioni: è l’espressione di un’interiorità che si lascia dire, con l’unica attenzione a pronunciare parole vere, a riflettere su quanto si dice o non si dice, non solo avendo attenzione ai protocolli di comportamento o alle reazioni dell’interlocutore (prima riflessione), ma anche a quello che si vive e si pensa interiormente (seconda riflessione); e questo significa accogliere le esigenze di una doppia riflessione (9). Impossibile quindi una comunicazione indiretta senza quella diretta, come è impossibile una seconda riflessione senza la prima riflessione. In altre parole, il vero parlare è un dire che si lascia dire; un lasciarsi dire reso possibile da una riflessione, che va oltre l’espressione verbale e verifica continuamente il rapporto esistente tra quello che si dice (verbum oris) e quello che resta da dire (verbum mentis). Perciò la parola è vera (autentica), quando il parlante concede all’interlocutore la possibilità di entrare nel santuario della sua interiorità; e quando si toglie questa apertura, il parlare diventa recitare; e gli interlocutori normalmente avvertono quando chi parla recita. Anche nell’opera d’arte c’è un’interiorità che va oltre ciò che è immediatamente fruibile; quando questo «oltre» manca o è quasi assente, abbiamo qualcosa che si chiama arte ma arte non è. Nel caso dell’arte cristiana, l’attenzione deve cadere proprio sulla profondità del mistero rappresentato. Per questa via si può capire il fascino, che ancor oggi esercitano le icone su credenti e non credenti: attrae la profonda interiorità del credente che continua a vibrare nella rappresentazione del mistero che l’icona offre. Non a caso l’icona veniva considerata «preghiera», perché faceva (e fa tutt’ora) pregare; è questa elevazione dell’animo che rende mistagogica l’arte sacra. E qui si rende necessaria una riflessione sulla funzione mistagogica e didascalica dell’arte cristiana. Come nella comunicazione abbiamo costatato che i vettori diretto e indiretto sono inseparabili, analogamente nell’arte cristiana le dimensioni didascalica e mistagogica sono inseparabili; vedo però necessario individuare un giusto equilibrio nella loro compresenza. Qui può esserci utile il riferimento all’equilibrio che raggiunge, nel rito funzionante, la compresenza della parola e del gesto: come la parola non riduce al minimo il gesto (né il gesto, la parola), analogamente l’intento catechetico (didascalia) non dovrebbe ridurre al minimo l’elevazione dell’animo (mistagogia). Mi sembra che questo giusto equilibrio si sia attuato nell’arte iconografica tradizionale, nel canto gregoriano e nelle chiese (fino allo stile gotico), mentre mi sembra stenti a manifestarsi in tanti tentativi dell’arte cristiana odierna. Anche nelle soluzioni notoriamente apprezzate spesso manca esattamente la dimensione mistagogica: nei casi più felici, c’è un’arte che si fa ammirare, ma che non fa pregare; e questo in un tempo in cui gli uomini cercano la preghiera. Le cause culturali della perdita di questa dimensione mistagogica sono molte e lontane nel tempo. Per iniziare una riflessione più approfondita, potremmo partire dall’ultima riforma liturgica, che ha privilegiato, giustamente, la parola, trascurando però il linguaggio delle immagini, dei gesti e dei simboli (10), e che di fatto non ha ancora provocato un vero rinnovamento liturgico, capace di dare senso e colore alla vita quotidiana dei fedeli che ancora frequentano la messa domenicale. Se riconosciamo – come sostiene B. Croce – che abbiamo l’arte che siamo, il problema della presenza di un’arte sacra, per l’uomo d’oggi, si risolverà favorendo la rinascita del senso del sacro (11), più che attraverso interventi mirati sugli artisti o sulle opere d’arte, anche se sarebbe sempre auspicabile una formazione specifica per quei fedeli che mettono a disposizione della ritualità liturgica e della fede cristiana il loro talento artistico. Quest’ultimo aspetto suggerisce che una ri-vitalizzazione dell’arte sacra non è possibile se non si riscopre il cammino mistagogico nella ritualità cristiana, compresi gli spazi e i tempi sacri. Credo che questa esigenza abbia una forte giustificazione antropologica e meriti perciò una particolare attenzione. Per concludere, credo che si debba insistere sul rinnovamento liturgico, privilegiando ora il linguaggio dei simboli. L’operazione è un po’ difficile, perché esige, innanzitutto, una chiara conoscenza della dinamica esistente tra concetti e simboli (e tra simboli e archetipi), in modo che sia equilibrata e indovinata la loro presenza. Infatti, una presenza dei concetti, che riduca al minimo i simboli, provoca un rito da proscenio, un’arte concettuale, una gestualità insignificante e un’atmosfera arida; mentre una presenza dei simboli, che riduca al minimo i concetti (come spesso e incautamente si fa nella catechesi), provoca un rito incomprensibile, un’arte ermetica, una gestualità fantasiosa e un’atmosfera surreale. Soltanto il ritorno corretto dei simboli favorirà l’avvento di un’arte sacra che risponda alle esigenze dell’uomo d’oggi.



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NOTE
1. B. Croce, Estetica, Laterza, Bari 1958, p.13 (ed. or. 1902).
2. L. Stefanini, Estetica e teologia, in Estetica e cristianesimo. VII Convegno giovanile di Assisi, Pro Civitate Christiana, Assisi 1953, p. 135.
3. L. Stefanini, I fondamenti dell’estetica, in Estetica. Atti del VII Convegno di studi filosofici cristiani di Gallarate, Liviana, Padova 1952, p. 46.
4. J.-B. Lotz, Ästhetik aus der ontologischen Differenz, Berchmans Verlag, München 1974.
5. Distinzione fatta da K. Kerényi e attribuita a R. Guardini: «La cosciente esperienza religiosa di un bios religioso tuttora vivente, è condizione necessaria per trattare scientificamente altri indirizzi religiosi che non sono più afferrabili come esperienza propria. Romano Guardini, che ha tale esperienza ed è anzi un maestro della forma di esistenza cristiano-cattolica, considerava indispensabile distinguere almeno due specie di immagini nel bios vissuto dei cristiano-cattolici; ha fatto questa distinzione in una lettera aperta diretta a uno storico dell’arte e concernente le immagini di culto (Kultbilder) e le immagini di devozione (Andachtsbilder) [...]. L’immagine di culto, secondo Guardini, sotto la superficie dipinta o scolpita nella sua concretezza, ha una profondità che esiste soltanto per il credente e per lui esiste davvero. Invece non si può dire la stessa cosa, secondo Guardini, dell’immagine di devozione; questa non ha nessuna profondità propria, ma semplicemente fa sua la profondità di colui che la guarda» (K. Kerényi, Agalma, Eikon, Eidolon, in «Archivio di Filosofia» 1-2 [1962] 163. 164; anche in Id., Scritti italiani [1955-1971], Guida, Napoli 1993).
6. S. Agostino, De doctrina christiana, II, III, 4, in M. Simonetti [ed.], L’istruzione cristiana, Mondadori, Verona 1994, pp. 78-79).
7. «Il pensiero oggettivo, osserva ancora Kierkegaard, è completamente indifferente verso la soggettività e con ciò anche verso l’interiorità e l’appropriazione: la sua comunicazione pertanto è diretta. Di conseguenza esso non ha affatto bisogno di essere facile; esso è diretto, non ha l’astuzia e l’arte della riflessione doppia, non ha quella sollecitudine nel comunicare, umana e piena di timor di Dio, propria del pensiero soggettivo, si lascia capire direttamente, si lascia recitare a filastrocca. Il pensiero oggettivo è pertanto attento soltanto a se stesso e perciò non costituisce comunicazione alcuna, almeno nessuna comunicazione in senso tecnico, nel senso in cui sempre si esige di pensare a colui che riceve e di badare alla forma della comunicazione rispetto al fraintendimento del ricevente» (S. Kierkegaard, Postilla conclusiva non scientifica, parte 2ª, cap. 2º, § 1, in Id., Opere, II, Piemme, Casale M. 1995, p. 192).
8. S. Agostino, De doctrina christiana, II, II, 3, in Simonetti [ed.], L’istruzione cristiana, cit., pp. 76-77.
9. «La riflessione doppia si trova già nell’idea stessa della comunicazione. Questa assume che la soggettività esistente nell’interiorità dell’isolamento vuole comunicarsi, e quindi vuole a un tempo avere il proprio pensiero nell’interiorità della sua esistenza soggettiva e tuttavia comunicarsi. Questa contraddizione non può trovare la sua espressione in una forma diretta [...]. Un innamorato, per esempio, per il quale il suo amore è propriamente la sua interiorità, può certamente volersi comunicare, ma non direttamente, precisamente perché l’interiorità dell’amore è per lui la cosa principale» (Kierkegaard, Postilla conclusiva, cit., pp. 192-193).
10. Quanto alle immagini, si pensi a come si sono «pulite» le chiese, dopo il concilio Vaticano II, per porvi successivamente, nei casi migliori, immagini stilizzate del Crocifisso, della Madonna e dei santi; immagini senza volto, che con la loro forma suggeriscono soltanto l’idea di quello che non si osa più rappresentare. Quanto ai gesti, mi sembra che non si abbia più attenzione a quei comportamenti che contribuirebbero a nutrire il senso del sacro; si pensi al silenzio in chiesa, a come la gente (soprattutto i ragazzi) prende la comunione nelle mani, ecc. Quanto ai simboli, si è persa la capacità di distinguere quelli profondi, radicati negli archetipi, da quelli più leggeri che propriamente sono segni convenzionali; e mentre nella ritualità liturgica avviene questo, si costata, con una certa mestizia, che gli spot pubblicitari sanno fare bene questa distinzione.
11. È noto a tutti che il senso del sacro può anche non essere cristiano e pertanto non coincide con il senso o sentimento del santo. Però il sentimento del santo prende forma nel senso del sacro; svalutando continuamente il senso del sacro, per evitare sbandamenti superstiziosi e favorire la purezza della fede, lentamente si fa scomparire anche il rispetto e la venerazione per le realtà sante.

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domenica 21 giugno 2020

Preghiera di Giovanni Paolo II a San Luigi Gonzaga



Preghiera di Giovanni Paolo II a San Luigi Gonzaga




1. San Luigi, povero in spirito, 
a te con fiducia ci rivolgiamo, 
benedicendo il Padre celeste, 
perché in te ci hai offerto una prova eloquente 
del suo amore misericordioso. 
Umile e confidente adoratore 
dei disegni del Cuore divino, 
ti sei spogliato sin da adolescente 
di ogni onore mondano 
e di ogni terrena fortuna. 
Hai rivestito il cilicio della perfetta castità, 
hai percorso la strada dell’obbedienza, 
ti sei fatto povero per servire Iddio, 
tutto a Lui offrendo per amore. 


2. Tu, “puro di cuore”,

rendici liberi da ogni mondana schiavitù. 
Non permettere che i giovani 
cadano vittime dell’odio e della violenza; 
non lasciare che essi cedano alle lusinghe 
di facili e fallaci miraggi edonistici. 
Aiutali a liberarsi da ogni sentimento torbido, 
difendili dall’egoismo che acceca, 
salvali dal potere del Maligno. 
Rendili testimoni della purezza del cuore. 


3. Tu, eroico apostolo della carità, 
ottienici il dono della divina misericordia, 
che smuova i cuori induriti dall’egoismo 
e tenga desto in ciascuno l’anelito verso la santità. 
Fa’ che anche l’odierna generazione 
abbia il coraggio di andare contro corrente, 
quando si tratta di spendere la vita, 
per costruire il Regno di Cristo. 
Sappia anch’essa condividere 
la tua stessa passione per l’uomo, 
riconoscendo in lui, chiunque egli sia, 
la divina presenza di Cristo. 


4. Con te invochiamo Maria, 
la Madre del Redentore. 
A Lei affidiamo l’anima e il corpo, 
ogni miseria e angustia, 
la vita e la morte, 
perché tutto in noi, 
come avvenne in te, 
si compia a gloria di Dio, 
che vive e regna 
per tutti i secoli dei secoli. 
Amen!


O Angelico S. Luigi, che fra le delizie e i pericoli della corte, ad una meravigliosa innocenza e purità di vita uniste una meravigliosa mortificazione e penitenza; deh! Otteneteci che, non avendovi noi per nostra sventura imitato innocente, v'imitiamo penitente.

Pater, Ave, Gloria.


O Serafino in terra, S.Luigi, cui il Signore accese di tanto ardore di carità che ne venne consumata la vostra vita, che naturalmente breve può pareggiarsi alla più lunga vita, perchè feconda di opere di divina carità; deh! fateci crescere nell'amor di Dio e nell'esercizio delle cristiane virtù in modo, che, riparando al tempo perduto, possiamo anche noi adunare nel cielo un ricco tesoro di meriti.

Pater, Ave, Gloria.


O martire della carità, S.Luigi, che fatto religioso, ne aveste sublime spirito di sacrificio pel bene del prossimo aiutandolo in ogni maniera nel tempo della peste in Roma: deh! otteneteci una carità così generosa pel nostro prossimo, che ci renda veri imitatori di Gesù Cristo morto per la salute degli uomini.

Pater, Ave, Gloria.



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