sabato 29 maggio 2021

Lo Spirito: come nella Vergine così nella Liturgia, di Domenico Marcucci



LO SPIRITO: COME NELLA VERGINE COSI' NELLA LITURGIA

di Domenico Marcucci





È la presenza dello Spirito Santo che dà alle parole e ai gesti della Liturgia il potere di rendere presente ed operante l’opera della salvezza. Maria, con il suo mistero di cui è portatrice e con il suo atteggiamento, conferma, illumina l’opera dello Spirito.

In modo molto deciso il ben noto liturgista P. Achille Triacca afferma che «non c’è azione liturgica che non sia azione dello Spirito Santo» (Nuovo Dizionario di Liturgia, p. 1406). Prima, in modo più analitico, aveva affermato: «Nella sua dimensione discendente la liturgia è comunicazione dello Spirito Santo che attua la presenza di Cristo glorificato, il quale conferisce lo Spirito ai suoi fratelli. Nella sua dimensione ascendente la liturgia è "voce dello Spirito Santo in Cristo-Chiesa"» (p. 1405).


Tutto parte dalla Trinità e a lei torna

Ma forse è da fare un passo indietro e coinvolgere nel concetto di Liturgia lo stesso mistero trinitario, che è e rimane nello stesso tempo il punto di partenza e il punto di arrivo della storia della salvezza e quindi anche della sua celebrazione nella liturgia. Tutto, infatti, parte dalla Trinità e tutto ritorna alla Trinità, nel cui mistero l'uomo salvato – reso figlio del Padre per Cristo e nello Spirito Santo – entra, in modo inaudito, a far parte. Lo stesso Triacca afferma che la Liturgia «nel qui e adesso celebrativo avvera e realizza... il mistero pasquale nella sua pienezza» (o.c., p. 1409). Ora il mistero pasquale – inteso nel suo significato più ampio di mistero della salvezza – inizia con l'Incarnazione (o meglio ancora con lo stesso Adamo) e termina nella gloria del Cristo, seduto fra il Padre e lo Spirito Santo con il suo corpo di uomo, caparra della gloria del nostro stesso corpo. La gloria è sempre la gloria della Trinità ed è quella stessa che Cristo ci ha promesso: entrare a far parte della vita intratrinitaria, coinvolti nell'amore eterno del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Forse più di uno si sarà chiesto se le preghiere del Postcommunio della celebrazione eucaristica non siano eccessivamente monotone: finiscono infatti molto spesso con la preghiera rivolta al Padre di poter «godere dei beni eterni", o con espressioni equivalenti. La liturgia eucaristica (ma in fondo ogni altra celebrazione liturgica) ha lo scopo di far pregustare i beni eterni, in attesa che passi questo mondo e si manifesti definitivamente la gloria di Dio; il Vaticano II – ripreso alla lettera dal Catechismo della Chiesa Cattolica, afferma che «nella Liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola a quella celeste,... dove Cristo siede alla destra di Dio» (Sacrosanctum Concilium, 8) Nelda Vettorazzo, Croce di Pentecoste (ispirata a modelli orientali - @ Centro Russia Ecumenica).


L'azione dello Spirito nella liturgia

Stando a Mons. Mariano Magrassi, il compito della Liturgia, in estrema sintesi, è questo: far sì che «ciò che è accaduto in Cristo accada anche a noi, attraverso la celebrazione stessa» (Il Vivere Cristiano, p. 77); ora ciò che è accaduto a Cristo è «il suo passaggio da questo mondo al Padre» (cf. Gv 13,1), quindi il suo cammino, come Dio fatto uomo, attraverso l'incarnazione, la sofferenza e la morte verso la gloria. Questo cammino di Cristo, attraverso le celebrazioni e in modo proprio per ogni celebrazione, diventa il cammino del cristiano, il quale dalla caducità del mondo in cui ancora vive, sperimenta già adesso la gloria dei figli di Dio. Chiaramente anche il modo in cui è avvenuto tale "passaggio" in Cristo, deve verificarsi nel cristiano; ora tutta la vita di Cristo è tutto sotto l'azione dello Spirito. In particolare possiamo citare due episodi, che rappresentano delle vere e proprie liturgie. Il primo episodio è il battesimo nel Giordano Mt 3,13-17; Mc 1,9-11; Lc 3,21-22; Gv 1,31-34), durante il quale si aprono i cieli, «ed egli vide lo Spirito di Dio di Dio scendere come una colomba e venire su di lui» (Mt 3,16). Siamo all'inizio della vita pubblica: il Figlio nel battesimo accetta la condizione di uomo e la riposta di Dio avviene attraverso l'intervento delle altre due persone della Trinità, che si manifestano attraverso i segni della colomba (Spirito Santo ) e della voce (Padre). Il secondo episodio lo troviamo nel discorso di Gesù nella sinagoga di Nazareth (Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,14-30): qui abbiamo una celebrazione liturgica nel senso formale del termine, che quasi rappresenta una trasposizione terrena della precedente liturgia celeste: infatti Luca accosta i due episodi, anche dal punto di vista temporale, mettendone il luce la stretta connessione. Qui Cristo legge il passo di Isaia dove si afferma: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo (il Signore) mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto annuncio...» (Is 6,1-2). Poi Gesù aggiunge che proprio allora quella parola profetica si compiva. Quindi, attraverso la mediazione della parola di Dio annunciata si attua lo stesso mistero trinitario: il Padre che consacra, mediante lo Spirito, il Figlio per la missione: è esattamente quanto è avvenuto nel racconto del Battesimo. Aggiungiamo solo una semplice notazione, ma fondamentale: quando lo Spirito Santo si manifesta è sempre per esprimere la figliolanza di Cristo e la sua missione come atto di obbedienza al Padre, quindi sempre in un contesto trinitario.


Lo Spirito Santo nella Chiesa che celebra

La liturgia, come affermano gli autori, ha due dimensioni: discendente, in quanto esprime l'opera della Trinità attuata con la missione del Figlio, e ascendente, in quanto opera del Corpo mistico, di Cristo capo e delle sue membra. E' attraverso di essa che sale a Dio l'inno di lode e di benedizione da parte della Chiesa, la quale si unisce alla liturgia celeste. Come l'opera salvifica di Cristo avviene nello Spirito, così anche l'opera della Chiesa avviene nello Spirito. Basterebbe citare un solo passo: Gesù risorto, apparendo agli apostoli e dopo aver alitato su di loro (segno forte e tipico della trasmissione dello Spirito) dice: «Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23): quindi Gesù, donando il suo stesso Spirito, dona il suo stesso potere, in questo caso quello inaudito di rimettere i peccati e quindi di celebrare il sacramento della Riconciliazione. Nella liturgia occidentale si era un po' perso, anche a livello rituale, la cosapevolezza del ruolo fondamentale dello Spirito Santo, per cui, nella recente riforma liturgica, si è dovuto provveduto a rimettere in luce tale ruolo, soprattutto per l'epiclesi, o invocazione dello Spirito Santo sulle offerte nella celebrazione eucaristica. Quindi è lo Spirito Santo che fa sì che le parole e i gesti che la Chiesa compie nella liturgia, che per quanto ricercati e solenni, sono sempre semplici parole e poveri gesti, divengano capaci di esprimere e di attuare il mistero della salvezza e di essere accettati dal Padre come "sacrificio a lui gradito". Ma come agisce nella Chiesa e nel cristiano, lo Spirito Santo? Mons. Magrassi ci dà una indicazione preziosa: «La sua persona rimane misteriosa. Egli non agisce se non attraverso un'altra persona, prendendone possesso e trasformandola. Più che la sua persona, ci si rivela dunque la sua azione nel mondo e nell'uomo, quale energia divina che anima e sospinge avanti la storia verso il suo compimento». (O.c., p. 29-30). Lo Spirito trasforma e dà, anche dal punto di vista dei gesti esteriori, forza e coraggio; Gesù esorta i suoi a non avere paura quando saranno chiamati davanti a «governatori e re», perché «non sarete voi a parlare, ma lo Spirito Santo» (Mc 13,11). Lo stesso aviene nel'assemblea liturgica: lo Spirito prende possesso di essa e la rende capace di rendere attuale il mistero divino della salvezza.


L'azione dello Spirito in Maria

Il nostro compito era ed è quello di mettere in luce la presenza e il compito di Maria in questo mistero: siamo partiti da lontano, ma senza mai perdere di vista l'obiettivo. Abbiamo presenti due episodi del Nuovo Testamento significativi da questo punto di vista: l'Annunciazione e la Pentecoste; essi stessi possono essere intesi come vere e proprie liturgie, comunque sono oggetto di due solennità e quindi diventano il nostro mistero di salvezza attraverso l'attualizzazione liturgica. Prima di tutto, si è detto che lo scopo della liturgia è quello di far nascere e crescere in noi il figlio di Dio, l'altro Cristo e questo attraverso la parola annunciata ed attuata in quanto accolta nella fede. Nell'Annunciazione, alla parola dell'angelo accettata da Maria nel "fiat", segue l'incarnazione del Figlio di Dio nel suo seno. Ma questo non è tutto, perché come afferma in una celebre frase S. Agostino, Maria concepì più felicemente nel "cuore" che non nel "grembo", per cui tutta la sua persona (pur tenendo fermo il mistero dell'Immacolata Concezione) è divenuta un altro Cristo; in questo caso il mistero della salvezza (Incarnazione di Cristo) e il frutto di tale mistero (il dono all'uomo della filiazione divina) hanno coinciso perfettamente. Tutto questo perché lo Spirito Santo è sceso su di lei; Maria si è resa totalmente disponibile alla azione dello Spirito, quasi annullandosi in lui: proprio per questo è avvenuto in lei l'indicibile mistero. In Maria possiamo veramente contemplare e comprendere quanto sia potente l'azione dello Spirito Santo. Anonimo, Pentecoste. La discesa dello Spirito Santo trasforma Maria e gli Apostoli e li abilita alla missione; la stessa cosa avviene per la Chiesa attraverso l’intervento dello Spirito nella Liturgia.


Maria modello della Chiesa che celebra

Questo è l'aspetto discendente: il mistero che si compie. Ma Maria illumina anche l'aspetto ascendente, in quanto opera del Corpo mistico di Cristo. Di questo aspetto possiamo stabilire tre momenti:

A) La proclamazione-ascolto della parola
Sull'atteggiamento di ascolto di Maria – che significa anche attesa e docilità – si è detto tanto: qui vogliamo solo rilevare che esso rappresenta l'atteggiamento tipico del cristiano che si accosta alla liturgia. Gesù non poté fare miracoli fra i Nazaretani «a causa della loro incredulità» (Mt 13,58). Si tratta quindi di una disposizione di cuore che è frutto dello Spirito e che apre, nello stesso tempo, alla sua azione. Tutto è possibile a Dio, dice l'angelo e Maria, perché egli invierà il suo Spirito. Chi si accosta alla Liturgia non può farlo senza la fede nel potere dello Spirito di "trasformare" l'umano in divino. Dio attende il "fiat" di Maria, così come attende il nostro "fiat": senza di esso l'opera di Dio non si attua e l'uomo rimane uomo, nei suoi peccati.

B) La lode per le grandi cose operate da Dio
Lode per le grandi cose di Dio. La liturgia è lode al Padre nello Spirito per le grandi cose compite nel Figlio. Gesù esultò "nello Spirito"; altrettanto fa il cristiano nella liturgia, che trova il suo momento culminante nel canto angelico del "Santo", ripreso dalla visione di Isaia, quando egli assistette alla liturgia del Cielo (Is 6,1-3). La lode sorge quando uno sperimenta il mistero della salvezza; coloro che erano stati guariti da Gesù se ne andavano «glorificando e lodando Dio». Maria ha fatto altrettanto dopo l'incarnazione del Figlio di Dio nel suo grembo, intonando il "Magnificat", che giustamente è diventato il canto tipico di ringraziamento della Chiesa. Tuttavia, anche se i Vangeli non ce ne parlano, la lode più alta Maria l'avrà elevata dopo la Risurrezione del Figlio: forse ne abbiamo un'eco nella preghiera di lode degli Apostoli e di Maria dopo l'effusione dello Spirito Santo.

C) La missione, come ultimo atto della celebrazione liturgica che poi si prolunga nella vita
Una volta l'«Ite Missa est» significava presso a poco: «Finalmente possiamo andarcene»; in realtà significava: «Andate, questa è la missione», ma erano ben pochi coloro che lo intendevano così. Giustamente una delle formule di congedo consigliate dal muovo Messale dice: «Andate e annunciate le meraviglie del Signore». La missione fondamentalmente è annunciare quanto si è sperimentato; è quello che fanno gli apostoli subito dopo la Pentecoste, come frutto dello Spirito ricevuto. Gesù stesso, nel Battesimo, viene presentato dal Padre come il «Figlio prediletto» e quindi come suo inviato, dopo che lo Spirito è sceso su di lui. Lo Spirito Santo, quindi, "abilita" per la missione e a sua volte questa è lo sbocco naturale della liturgia: il suo anello di congiunzione con la vita, che diventa fondamentalmente un continuo e multiforme annuncio.

Il riferimento mariano inevitabilmente corre alla Visita ad Elisabetta: Maria, trasformata dallo Spirito Santo e "piena" del Verbo della vita, "corre" dalla cugina, non tanto e non solo per assisterla, ma soprattutto per condividere con lei la grazia che aveva ricevuto; ed Elisabetta, al solo saluto di Maria, comprende il mistero di cui lei è portatrice. Anche in questo caso, come sempre del resto, guardare a Maria significa essere immessi nel cuore del mistero salvifico; lei è testimone non solo di quello che opera tale mistero, ma anche di come a tale mistero ci si accosta, perché possa essere pienamente fruttuoso in noi. Perciò possiamo veramente concludere con l'esortazione di S. Ambrogio: «Dev'essere in ciascuno l'anima di Maria per magnificare il Signore, dev'essere in ciascuno il suo spirito per esultare in Dio».

 

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Fonte: PORTALE DI MARIOLOGIA - Lo Spirito: come nella Vergine così nella Liturgia (latheotokos.it). Articolo di Domenico Marcucci in Madre di Dio del 4 aprile 1998.

domenica 23 maggio 2021

I DONI E I FRUTTI DELLO SPIRITO SANTO



I DONI E I FRUTTI DELLO SPIRITO SANTO

a cura della Parrocchia SS. Redentore, Monserrato
Parroco don Sergio Manunza




I SETTE DONI DELLO SPIRITO SANTO

I doni dello Spirito Santo sono regali che Dio ci fa per affinarci di più a sé.
Troviamo questi doni enumerati nel Libro del profeta Isaia al capitolo 11 dove parlando del Messia che verrà il profeta dice che sarà ricoperto dello Spirito del Signore che è spirito di Sapienza ecc…
Essi sono: Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà, Timore di Dio.
Vediamo di darne una breve spiegazione:

Sapienza:
È l'esperienza gioiosa delle realtà soprannaturali. Ci da una conoscenza di Dio che non passa dalla conoscenza delle cose ma dalla condivisione della sua stessa vita. Serve a capire come funziona la vita e ad ordinare le cose secondo una classifica giusta riservando il primo posto a Dio. Spiega come le piccole e grandi gioie aiutano a vivere meglio ma non durano per sempre. Per questo la persona saggia costruisce la casa sulla roccia e non sulla sabbia.

Intelletto:
E' la risposta al bisogno di conoscenza e verità. Ci fa comprendere in maniera chiara quello che la luce della fede ci fa comprendere in maniera crepuscolare. Non si ferma al look, ma dà importanza a ciò che è "dentro. La persona intelligente non dà peso all'apparenza, ai pettegolezzi, alla banalità: cerca invece la verità nelle persone e nelle parole che ascolta e che dice. E' indispensabile nell'Evangelizzazione e nella catechesi, sia per chi parla che per chi ascolta. Fa capire in profondità la Parola di Dio e fa gustare la bellezza delle realtà rivelate. Il dono dell'intelletto coinvolge non solo la mente ma anche il cuore, la volontà, la passione, e persino l'azione. Per gli antichi Ebrei, sede dell'Intelletto non è il cervello ma il cuore perché la conoscenza che si raggiunge col cuore è più profonda di quella fredda del cervello.

Consiglio:
Offre un discernimento intuitivo e sicuro nelle scelte che facciamo per conoscere la volontà di Dio. Accresce la virtù della Prudenza. Fa sì che le nostre azioni siano degne di Dio; ci fa agire sempre per la gloria di Dio. Fondamento del consiglio è l'esperienza e siccome qui si parla di consiglio come dono di Dio è necessario far esperienza di Dio sia nella preghiera che nella coerenza di vita. Questo dono aiuta a conoscere ciò che Dio si aspetta da ognuno. Ci facilita la vita mettendoci accanto persone di Sua fiducia (genitori, catechisti, amici, suore, Don...) che indicano la strada giusta da seguire.

Fortezza:
Ci abilita a sopportare fatiche e sofferenze ma anche ad affrontare tentazioni e difficoltà. Sostiene la resistenza contro ogni tentazione che porta al male e fa realizzare il bene. Aiuta a mantenere gli impegni presi nei confronti nella vita, di noi stessi e con Dio. Dà ai ragazzi energia sufficiente per non comportarsi da "pecoroni" che imitano i modi sbagliati dei prepotenti. Questo dono insegna loro a sostituire l'amore per la forza con la forza per l'amore. E' necessaria contro lo scoraggiamento, le tentazioni, l'egoismo, ma è necessaria anche nel cammino spirituale di santificazione.

Scienza:
La scienza ci da la capacità di vedere le cose come le vede Dio. Fa sì che possiamo vedere sempre tutte le creature con gli occhi della fede. Fa percepire con sensibilità viva la presenza del Creatore nelle creature e la presenza di Gesù in tutti gli uomini. È sinonimo di conoscenza e di amore totale verso Dio. Se conosci Dio vedi le persone e le cose in relazione con Lui. L'amore per le creature deriva dall'amore per il Creatore. Per questa ragione rispetta la natura, comprende gli altri e con essi cammina verso la felicità, verso l'Amore (con la A maiuscola) che è alla base di ogni amore. Questo è il vero "scienziato" che migliora la sua vita e quella degli altri.

Pietà:
Ci fa sperimentare la tenerezza del Padre e ci fa sentire figli prediletti. Aiuta a riconoscere Dio come un padre buono che pensa a tutti, con cui si può dialogare volentieri e si fa il possibile per accontentarlo. Uno dei modi più belli è di riconoscere tutti i Suoi figli come fratelli e sorelle. Se li amiamo, ha detto Gesù, si ama anche il Padre che è nei cieli. Ci da il senso della Divina Provvidenza, che riconosce che siamo figli di Dio e che Lui provvede a tutto. E' l'amore dei figli verso il Padre. Esempio è Enea che fugge da Troia portando in spalle il padre. E' un dono che coinvolge volontà, azione, sentimenti delle persone. E' una sensibilità del cuore, di quel cuore di carne che Dio ha messo al posto del cuore di pietra. Diventa così importante perché prepara il terreno per tutti gli altri doni. E' cuore capace di ascoltare la parola del Signore e far sì che diventi impulso per le azioni.

Timore di Dio:
Il Timor di Dio ci fa capire che Dio deve essere rispettato. Non è un Tipo suscettibile che spaventa e castiga, ma neppure Uno che può essere facilmente ingannato e raggirato. E' il Dio Amore di cui bisogna parlare bene nei discorsi e nei fatti. Dio non vuole spaventare nessuno, vuole solo che noi ci assumiamo la nostra responsabilità, usiamo bene della nostra libertà aprendo a Lui il nostro cuore. Adorazione, lode, ringraziamento partono da qui. Non è la paura e non è neanche in contrasto con l'amore. Esso è prima di tutto rispetto, riconoscimento della sua grandezza, fiducia nella sua giustizia.




 


I DODICI FRUTTI DELLO SPIRITO SANTO

Lo Spirito Santo arriva nelle nostre anime nel giorno del nostro Battesimo, spargendo su di noi le tre virtù teologali: la Fede, la Speranza e la Carità. E arriva in un modo più solenne nel giorno in cui riceviamo il Sacramento della Cresima o della Confermazione, quando riceviamo l'effusione dello Spirito che sparge su di noi i sette doni: La Saggezza o Sapienza, l'Intelletto, il Consiglio, la Fortezza, la Scienza, la Pietà e il Timore di Dio.
Lo Spirito Santo, oltre a spargere i sette doni, conferisce al cristiano dodici frutti che sono: la Carità, la Gioia, la Pace, la Pazienza, la Benevolenza, la Bontà, la Longanimità, la Mitezza, la Fede, la Modestia, la Continenza e la Castità.
Definiamo, in brevi parole, i frutti dello Spirito Santo.

- La Carità è un frutto dello Spirito Santo. La carità è l'amore ed è il più grande di tutti i doni, perché essa non sparisce, esiste oltre morte.

- La Gioia o allegria è caratterizzata da quelle emozioni interiori, da quell'allegria interiore e dalla soddisfazione spirituale profonda che lo Spirito Santo sparge nel cuore e nell'anima. La persona sente una gioia inesplicabile.

- La Pace di cui parliamo non ha niente a che fare con i motivi o le sensazioni esterne, ma è una pace e una soavità interiore, così come disse Gesù ai suoi apostoli: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace".

- La Pazienza sopporta le avversità, le malattie, le contrarietà e le persecuzioni. La pazienza è il frutto essenziale affinché il cristiano perseveri nella sua fede. Il cristiano paziente difficilmente è allontanato dalla sua fede perché egli sopporta tutto con pazienza. L'anima paziente è docile e umile, non si ribella contro il suo Dio ma sopporta e accetta tutto.

- La Benevolenza è la bontà che va oltre la bontà, cioè, molte volte facciamo del bene, ma soltanto fino ad una certa misura. Tuttavia, la benevolenza è l'esecuzione di questo bene che va oltre ciò che dovrebbe essere fatto. Significa semplicemente vedere le necessità degli altri e rispondervi in maniera calda, amichevole.

- La Bontà consiste nel fare il bene, in modo disinteressato, agli altri. La persona che lo fa ha un cuore buono, che ama veramente. La risposta di colui che ama seriamente è: "Io amo perché amo."

- La Longanimità è la pazienza oltre la pazienza, è quando qualcuno continua ad essere paziente dopo essere messo a prova, tante e tante volte.

- La Mitezza è sempre associata all'umiltà e alla pazienza. Gesù dice, quando si riferisce a sé stesso: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero" (Mt 11, 28-30). La mitezza è contro l'ira e contro l'odio. In questo modo dobbiamo cercare di essere miti, imitando il Divino Maestro.

- La Fede, oltre ad essere il frutto dello Spirito Santo, è una delle virtù teologali. La fede è un dono molto importante, senza la quale ci disperiamo e ci scoraggiamo lungo il nostro cammino, fatto di alti e bassi e di molte difficoltà. Senza la fede il cristiano arriva fino ad un certo punto. La fede porta il cristiano a mantenersi fermo nel suo cammino, ma questa fede dev'essere conservata e protetta. Una delle maniere per farlo è la preghiera che aumenta e protegge la fede. La preghiera ci mantiene sulla strada della fede e sulla strada della salvezza, per questo motivo è indispensabile.

- La Modestia riguarda l'essere discreto. La modestia è contro l'ostentazione e l'esibizione. La modestia è il pudore che deve accompagnare ogni cristiano, poiché in lui abita Dio. Quindi dobbiamo rispettare il nostro proprio corpo, senza esporlo come un campionario. Questa virtù mantiene i nostri occhi, labbra, risa, movimenti, insomma, tutta la nostra persona, senza escludere gli abiti che la rivestono, nei giusti limiti. Sant'Agostino raccomanda particolare cura per la modestia esteriore, che tanto può edificare quanto scandalizzare coloro che ci circondano.

- La Continenza è un frutto dello Spirito Santo. L'uomo sa equilibrarsi, dominando la sua sessualità. Sa riguardarsi e proteggersi. La continenza è una grande virtù. Se gli uomini e le donne di oggi possedessero questa grande virtù, non vi sarebbero in molte famiglie tanta tristezza, tanti problemi, perché tutti saprebbero mantenere la castità e la purezza. La continenza è il dominio di sé stesso in relazione agli istinti sessuali.

- La Castità è un frutto che porta l'uomo o la donna a mantenere la purezza del corpo, e di conseguenza la purezza dell'anima, senza lasciarsi macchiare, cadendo nel peccato contro il 6º e il 9º Comandamento. Il sesto comandamento dice: "Osservate la castità nelle parole e nelle opere"; ed il nono comandamento dice: "Osservate la castità nei pensieri e nei desideri".

Questi dodici frutti dello Spirito Santo devono suscitare nel cristiano il desiderio e lo sforzo di conquistarli. Affinché ciò si realizzi dovrà chiederli e supplicarli allo Spirito Santo, perché a colui che li chiede Egli li darà. Se non li chiederai Egli rimarrà in attesa. Tuttavia, a causa delle preoccupazioni, della corsa di tutti i giorni e della lotta per la vita, molte volte ci dimentichiamo di valori così sublimi ed elevati.




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venerdì 21 maggio 2021

Il latino dei cristiani, di M. Morani



IL LATINO DEI CRISTIANI

di M. Morani




Il latino cristiano ha tutte le caratteristiche della lingua speciale, ricca di tecnicismi, spesso (ma non sempre) collegati con le novità di concezione della religione cristiana: tali tecnicismi (cristianismi) possono essere costituiti tanto da prestiti (dal greco o dalle lingue semitiche) quanto da innovazioni sorte internamente al latino (neologismi o risignificazione di termini già esistenti). Dal punto di vista linguistico il latino cristiano si può definire come una forma particolare di latino tardo che presenta al suo interno una discreta varietà di registri.

L’idea che la lingua parlata dai primi cristiani avesse dei caratteri propri che la definivano come una lingua speciale fu intuita dal francese F. Ozanam, i cui studi però, sia per la sua sensibilità personale sia per la mancanza di strumenti d’indagine adatti, rimasero confinati soprattutto all’ambito dello stile [1]. È merito del linguista olandese J. Schrijnen l’aver impostato lo studio del latino cristiano antico su basi più moderne: in questo fu avvantaggiato da una formazione di linguistica storica, da un interesse per le problematiche di linguistica teorica fornitogli dai suoi studi di Saussure e infine dall’attenzione con cui gli studiosi della sua generazione seguivano gli sviluppi dell’indagine sociolinguistica. L’esposizione in forma sintetica dei risultati a cui era approdato nei suoi studi, pubblicata nel 1932 col titolo Charakteristik der altchristlichen Latein [2], può essere considerata il manifesto della cosiddetta scuola di Nimega, che allo studio del latino cristiano antico (e, più tardi, anche del greco cristiano antico) ha dato un impulso notevolissimo [3].

Il formarsi di una lingua speciale dei cristiani fu favorita dalla visione del mondo della comunità cristiana primitiva, che in ogni momento tendeva a sottolineare il carattere particolare della sua presenza nel mondo: è l’affermazione di una condivisione e di una separatezza insieme, per cui i cristiani possono dire di sé cohabitamus hoc saeculum, navigamus et nos vobiscum et militamus et rusticamur et mercatus proinde miscemus [4], e nello stesso tempo, oltre ad affermare già con questo «noi» contrapposto a un «voi» irriducibile la propria diversità, ribadire il carattere transeunte della propria presenza sulla terra, da stranieri in una città che ci ospita solo temporaneamente, perché la patria vera e definitiva del cristiano è il cielo: licet convivere cum ethnicis, commori non licet [5]. Strumento delicato e sensibile ad ogni variazione di natura sociale e culturale, la lingua doveva necessariamente riflettere questa novità: i cristiani usano la lingua del paese in cui vivono, ma sulla loro bocca e nei loro scritti questa finisce per atteggiarsi in modo nuovo. In una parola, la lingua dei cristiani non è un dialetto distinto dalla lingua comune, bensì un’articolazione particolare di questa: una lingua speciale, per l’appunto. Anche chi, come Löfstedt, si è mostrato scettico nei confronti di quest’impostazione, e ha preferito sottolineare nel latino cristiano gli elementi di continuità rispetto alla tradizione pagana, così che in molti casi espressioni della lingua cristiana sarebbero il naturale sviluppo delle corrispondenti pagane in un’ottica più di trasformazione che di novità, deve poi ammettere il carattere «sorprendentemente vivo e naturale» del latino cristiano e il «contenuto nuovo e vivo» che esso veicola [6].

Circa il processo di formazione del latino cristiano possiamo dire poco. Il testo più antico che possediamo è costituito dagli Acta martyrum Scillitanorum, un verbale di un processo contro un gruppo di cristiani dell’Africa che risale al 180, a un’epoca dunque in cui il processo di evangelizzazione nel mondo di lingua latina aveva già un’estensione e una profondità notevole: nei più antichi testi letterari, le opere di Tertulliano, il latino cristiano ha già una tradizione dietro le spalle. Si è creduto a lungo, ma erroneamente, che Tertulliano avesse “inventato” il latino cristiano: si tratta di un errore di prospettiva: l’uso di molti termini nuovi o la risignificazione in senso cristiano di parole preesistenti si affaccia per la prima volta in Tertulliano solamente perché poco o nulla è sopravvissuto della letteratura cristiana precedente: almeno nella maggioranza dei casi si avrà a che fare, dunque, con la prima e più antica attestazione di un determinato termine, non con una innovazione assoluta. Quando Tertulliano scrive le sue opere, la lingua dei cristiani ha ormai già raggiunto una piena maturità espressiva.

Uno degli aspetti che più colpiscono il lettore in latino è la straordinaria quantità di grecismi che i primi testi cristiani presentano. La ragione prima di questo risiede nel fatto che il Cristianesimo ebbe origine e si propagò inizialmente in terre ove il greco era da secoli la lingua veicolare. I cristiani di Roma e delle province di lingua latina appresero la nuova religione da greci. In una situazione di radicato e diffuso bilinguismo, come era quella dell’impero romano nel I secolo, poche persone vi dovevano essere nella metà orientale dell’impero che non avessero una nozione, sia pur minima, di latino (se non altro per le ovvie necessità di natura amministrativa legate alla dominazione politica di Roma), e nelle terre di madre lingua latina pochi dovevano essere completamente digiuni di greco. Ma, per ragioni facilmente comprensibili, a Roma e nell’occidente dell’impero un’opera di evangelizzazione in profondità non poteva essere svolta che in latino. È stata spesso affermata, con enfasi persino eccessiva, l’idea che la primitiva diffusione del Cristianesimo riguardasse strati sociali molto bassi: in realtà fin da epoca antica le adesioni e le nuove conversioni alla religione cristiana tagliavano trasversalmente la composizione sociale romana, e cristiani si trovavano anche negli strati più elevati culturalmente e socialmente [7]. I grecismi che s’incontrano in abbondanza nei testi latini sono dovuti, almeno inizialmente, a ragioni contingenti che non hanno nulla a che vedere col presunto basso livello culturale dei primi convertiti: la prima predicazione è svolta da non latini, che conoscono il latino e lo sanno anche parlare, ma sempre come lingua straniera o seconda. Vi era innanzitutto l’incombenza di produrre una versione latina delle Scritture e dei primi testi cristiani, tutti scritti in greco: man mano che il Cristianesimo si diffondeva in Occidente, s’iniziava un lavoro febbrile di traduzione: ma all’entusiasmo con cui questo lavoro veniva affrontato non sempre corrispondeva la perizia linguistica dei traduttori. Agostino descrive bene questo intenso lavorio di appropriazione dei testi cristiani da parte dei latini: ut enim cuique primis fidei temporibus in manus venit codex Graecus, et aliquantulum facultatis sibi utriusque linguae habere videbatur, ausus est interpretari “nei primi tempi della fede, appena a uno veniva nelle mani un codice greco e aveva l’impressione di avere un po’ di competenza in entrambe le lingue, osava tradurre” [8]. Queste prime traduzioni, e in modo particolare le traduzioni delle Scritture, esercitarono un influsso profondo sullo sviluppo successivo del latino cristiano, in quanto costituivano un punto di riferimento da cui prendeva avvio una tradizione che doveva segnare profondamente la lingua. Il fatto che molte di queste prime versioni siano andate perdute, via via sostituite da altre versioni che, pur non potendosi definire perfette, sono comunque opere di persone che possiedono maggiore perizia nel tradurre e più piena competenza della lingua, ne dimostra il carattere essenzialmente pratico. La vitalità dei grecismi cristiani è mostrata dalla loro adattabilità al contesto latino e dalla loro capacità di dar vita a serie derivative: da apostolus si ha apostolica verba o apostolica doctrina, da angelus si ha angelica gaudia; in qualche caso il modello greco è sotteso e facilmente percepibile, anche se il materiale di cui ci si serve è latino, come nel caso dell’espressione dominica verba, la cui prima parola è evidentemente un calco del gr. kuriakój.

Un secondo aspetto altrettanto notevole è l’impressione di prossimità al parlato che la maggior parte di questi testi presenta. Non si tratta di un’impressione ingannevole: studi documentati hanno mostrato che questa propensione è una realtà. Si è notato ad esempio che nelle opere di Agostino precedenti il battesimo la presenza di costrutti o termini caratteristici del parlato è assai meno ampia di quanto avvenga nelle opere successive alla conversione. Si confrontino questi dati: il rapporto tra accusativi con l’infinito (costruzione pripria quasi esclusivamente della lingua letteraria) e subordinate dichiarative introdotte da quod è di 1 a 55 nelle opere precedenti il battesimo (De vita beata, Contra Academicos), 1 a 11 nelle Confessiones e nelle Epistulae, 1 a 2 nei Sermones; non solo, ma nelle prime l’uso del quod è limitato a proposizioni col congiuntivo, mentre nelle seconde si hanno costruzioni sia con l’indicativo sia col congiuntivo [9]. Il motivo di questa propensione non risiede né in una deliberata volontà di allontanarsi dalla lingua della letteratura pagana e di valorizzare la lingua dei ceti umili né in un’incapacità della lingua letteraria di adeguarsi alle necessità espressive dei cristiani. La ragione starà piuttosto nel fatto che la lingua speciale cristiana si forma e assume una fisionomia attraverso un’intensa attività di predicazione, ed è dunque inevitabile che questa sua origine e questo suo svilupparsi a stretto contatto col parlato si rifletta anche nei documenti scritti.

Altro motivo che caratterizza la lingua cristiana, rispetto alla coeva lingua pagana, e la accomuna ad altre lingue speciali, è la preminenza degli interessi pratici sugli interessi stilistici: poiché anche l’attività letteraria è vista in funzione dell’azione pastorale della Chiesa, l’assoluta prevalenza della comunicazione e della trasmissione di contenuti dottrinali finiva per porre in seconda linea le esigenze di natura formale e letteraria: in questo senso i caratteri del latino cristiano non sono diversi da quelli di altre lingue speciali, posto che in molti testi tecnici in tutte le lingue (e il latino, come abbiamo visto sopra, non fa eccezione) l’interesse per la forma è secondario. Ciò non significa che all’interno stesso del latino cristiano non si abbiano scarti anche ampi: vi sono autori e scritti in cui l’attenzione formale e la volontà di adeguamento alla tradizione ciceroniana è forte (si pensi al caso di Gerolamo, la cui attrazione per lo stile di Cicerone era talmente forte da essere vissuta addirittura in modo lacerante, come un venire meno ai propri doveri di cristiano [10]), e altri in cui la necessità o l’opportunità di adeguarsi al modello non è ritenuta imperativa. Anche in questo caso, al di fuori dei testi più antichi, spesso dovuti ad autori di madre lingua diversa dal latino, l’ingresso di elementi propri del parlato o la scelta (più o meno spinta a seconda degli autori e delle circostanze) di una lingua dal tono meno elevato non è dovuta all’incultura di chi scrive. L’esempio dei Sermones di Agostino è interessante: se la scelta di parole o costrutti della lingua corrente è un dato di fatto inoppugnabile, è altresì vero che nel procedere e nello sviluppo delle argomentazioni il peso dei modelli retorici classici è rilevantissimo. L’autore si rivolge al popolo e afferma esplicitamente che la necessità di essere capito può portare alla violazione di qualche norma grammaticale (al barbarismo insomma): ma innanzitutto si rivolge a un pubblico che è in grado di capire un discorso in latino sostenuto, in secondo luogo l’uso di figure retoriche si propone di conferire una maggiore vivacità al discorso e fa sì che risulti più agevole seguire lo sviluppo delle idee. In sostanza: se l’influsso del parlato e una certa volontà di adeguarvisi è indiscutibile, sarebbe eccessivo sia affermare che i Sermones sono un documento in latino volgare, sia all’opposto concludere, come fa Löfstedt, che «con la lingua del popolo essi hanno ben poco da spartire» [11].

La modalità con cui Gerolamo revisionò il testo delle precedenti versioni bibliche [12] fornisce informazioni di grande interesse, in quanto documenta dal vivo come nella sua epoca la lingua cristiana avesse ormai assunto una fisionomia definitiva. Il suo intervento è di natura filologica e critica più che linguistica (mirato com’è a eliminare gli errori di traduzione o gli errori che discendono dall’uso di antecedenti greci poco affidabili o deturpati da errori di copiatura) e non tocca il tono generale delle versioni precedenti, che rimangono comunque qualcosa di originale e di diverso rispetto alla tradizione della prosa d’arte latina (alla quale pure si rifanno altri scritti di Gerolamo). Per fare un solo esempio, s’incontrano nella Vulgata costruzioni tipiche del latino meno elevato come le dichiarative introdotte da quia: recordati vero sunt discipuli eius quia scriptum est [13]. L’atteggiamento di rispetto con cui Gerolamo si accosta al testo biblico impedisce di operare quei cambiamenti che sarebbero necessari per adattare le precedenti versioni al tono e al lessico della tradizione letteraria colta: il carattere sacro del testo impedisce all’interprete di rimodulare secondo i suoi gusti letterari l’originale, di cui si deve conservare ogni sfumatura, compreso l’ordine delle parole. Molti volgarismi delle antiche versioni si ritrovano così nella Vulgata: Gerolamo si limitò a ripulire i testi da ciò che la coscienza linguistica comune considerava errore e a migliorarne la resa (soprattutto nella sintassi) laddove ciò era necessario per una migliore perspicuità. Si ha dunque una scelta consapevole in favore della resa verbum de verbo, ma insieme si ha cura di evitare qualunque sciatteria. Ad es. in Mc. 14, 35-36 per 1legen dell’originale non si trova più la resa letterale dicebat, come nell’Itala, bensì il più esatto dixit; per il participio aoristo proelq`wn non più il participio presente adcedens, come nell’Itala, bensì il più preciso cum processisset. Un fatto sorprendente è che, mentre rispetto alle precedenti versioni vi è stato un lavoro in profondità per eliminare le scorrettezze formali [14], d’altro canto risulta che certi cristianismi si sono ormai radicati nella lingua, tanto che il loro uso, tendenzialmente evitato nelle versioni precedenti, non crea più problemi. Ad es. in Lc. 18, 9-10 il gr. e%ipen ... t`hn parabol`hn taúthn è reso nell’Itala e nell’Afra con dixit autem ... similitudinem istam: nella Vulgata leggiamo in luogo di similitudinem il grecismo parabolam.

Difficili problemi linguistici dovette risolvere la comunità cristiana primitiva, nel momento in cui la diffusione del Cristianesimo in occidente imponeva la creazione di una terminologia nuova. Se si segue la classificazione di Schrijnen si deve distinguere fra cristianismi assoluti e cristianismi relativi [15]: con la prima espressione si indicano termini che non ricorrono al di fuori degli autori cristiani, con la seconda termini che si ritrovano con significato analogo in autori non cristiani, anche se la loro frequenza è molto superiore nei testi cristiani (p.es. sepultor, subintrare, honorificare, supereminentissimus). Inoltre all’interno dei cristianismi assoluti si deve distinguere fra cristianismi diretti e indiretti [16], cioè fra termini che servono a designare fatti e idee caratteristiche del Cristianesimo (trinitas, incarnatio, missa, evangelium, martyr, sanctificare) e termini d’importazione greca ed ebraica che, pur non designando elementi caratteristici del Cristianesimo, devono il loro ingresso nella lingua latina alla predicazione o all’influsso cristiano (p.es. eremus).

Di mano in mano che la nuova religione penetrava nel tessuto della società romana, si faceva più pressante l’urgenza di sostituire gradualmente la terminologia di provenienza greca o con nuove formazioni schiettamente latine (cioè con derivazioni, per mezzo di suffissi produttivi, da radici o da temi noti) o con la risignificazione di parole già esistenti: in questo secondo caso però si dovevano evitare quelle parole e quei termini che apparivano troppo marcati in senso pagano per potere essere riutilizzati senza nessuno scrupolo. Lo studio dei testi più antichi mostra come sussistessero a lungo incertezze ed esitazioni nella scelta del termine latino, e in qualche caso l’accettazione del termine greco risultò più comoda, e alla fine vincente.

Ad esempio per indicare il luogo di culto nessuno dei termini presenti (templum, fānum, delūbrum) si poteva prestare a una riutilizzazione [17]: questo spiega perché la parola greca ecclesia, che designa a un tempo il luogo di culto e l’assemblea dei fedeli, finì per prevalere. Per lo stesso motivo non si utilizzarono, per tradurre swt{hr, servātor o cōnservātor: questa parola si trovava nella titolatura pagana di Giove, essendo il latino Iuppiter servātor l’equivalente di Zeùj swt{hr, e questo bastava per rendere inutilizzabile il vocabolo. Si ricorse a salvificator (Tertulliano), sospitator (Arnobio), salvator, e alla fine prevalse quest’ultimo, anche per la trasparenza del suo collegamento con salus, che a sua volta si era imposto come traduzione corrente di swthría: la vittoria di salvator non fu però senza resistenza, e non dovettero mancare le critiche dei grammatici, come si desume da un passo di Agostino (serm. 299, 6): Christus, inquit, Iesus, id est Christus Salvator. Hoc est enim Latine Iesus. Nec quaerant grammatici quam sit Latinum, sed Christiani quam verum. Salus enim Latinum nomen est. Salvare et salvator non fuerunt haec Latina, antequam veniret salvator: quando ad Latinos venit, et haec Latina fecit. Parallelo all’affermarsi di salvator è quello del verbo dal quale deriva, salvāre: questo verbo non apparteneva alla lingua letteraria, e nella latinità pagana ha una circolazione limitata: nelle lingue romanze salvare ricopre la maggior parte dei valori che precedentemente spettavano a servare, la cui estensione semantica appare assai meno ampia: in it. serbare è parola (peraltro desueta) che ha un’estensione semantica ristretta (‘risparmiare, salvaguardare’) [18], in rum. sărba vale ‘festeggiare’, cioè propriamente ‘osservare la festa (il precetto festivo)’. Altro caso è quello di cōnfessiō: al tempo di Tertulliano ancora non era a disposizione un equivalente latino per il sacramento della confessione, in greco ;exomológhsij: is actus, qui magis Graeco vocabulo exprimitur et frequentatur, exomologesis est, qua delictum nostrum Domino confitemur (de paen. 9, 2). Emerge da questo passo che la via per trovare un equivalente di exomologesis non sarebbe stata difficile: bastava dare un contenuto nuovo a un termine preesistente, vale a dire al verbo cōnfiteor e al suo derivato cōnfessiō, già impiegati dai cristiani per la professione della propria fede: nella Passione dei martiri Scillitani alla domanda del funzionario romano che li interrogava sulla loro fede ceteri confessi sunt [19].

Le due parole esaminate, salvator e confessio, mostrano concretamente i due principali procedimenti di cui la lingua cristiana si è avvalsa per arricchire il proprio vocabolario: derivazione e risignificazione. Non sempre però (e l’abbiamo notato con ecclesia) l’equivalente latino era destinato a prevalere sul termine greco. I motivi che portano all’affermarsi del termine greco sono vari: possono esservi ragioni di economia, oppure un radicamento ormai troppo forte della parola greca, oppure l’acquisizione da parte di questa di un valore tecnico molto preciso. A nulla approdano ad esempio i tentativi (soprattutto dei poeti, che per comprensibili ragioni non possono abusare di grecismi) di sostituire episcopus con antistes [20]: simili finezze sono più apprezzate dagli autori pagani, come Ammiano [21], che dai cristiani, i quali percepiscono in episcopus un forte contenuto tecnico il suo equivalente latino non possiede. In qualche caso la tecnica del calco può essere attuata senza problemi: virtūtēs può estendere il proprio significato, sul modello del gr. Þretaí, e passare al significato di ‘fatto miracoloso, miracolo’, come s’incontra con frequenza nel latino cristiano e poi medievale.

Il caso di parabola è significativo [22]: più di una ragione ha indotto Gerolamo a preferire il grecismo parabola rispetto alla parola schiettamente latina similitudo: innanzitutto parabola non era stata introdotta in latino dal Cristianesimo, trovandosi già in autori dell’età neroniana come Seneca [23], anche se un purista come Quintiliano può avanzare delle riserve [24]; in secondo luogo parabol{h nella versione dei Settanta era venuta ad assumere un significato più vasto di quello che aveva in greco classico, in quanto ricopriva tutta l’area semantica dell’ebr. māšāl, che non vale solo ‘paragone’, ma anche ‘proverbio, modo di dire’: l’uso che si fa di parabola in ambiente cristiano è coerente col significato che parabol{h aveva preso nel greco biblico-cristiano, come risulta dal fatto che il titolo del libro dei Proverbi, in greco Paroimíai SalwmÏntoj, nella Vulgata suona Parabolae Salomonis: il trapasso verso il valore di ‘parola, detto’ è già praticamente compiuto nel testo biblico, ove troviamo espressioni come assumpta parabola dixit (Num. 23, 7). Ma la ragione principale sta nel fatto che parabola nel senso di ‘parola’ si stava rapidamente diffondendo nella lingua della Chiesa, poiché, a mano a mano che il lat. verbum assumeva il valore pregnante di ‘parola divina, Verbo’ (in corrispondenza del gr. lógoj) [25], diveniva palese la necessità di trovare una parola adatta per l’espressione dell’area semantica di gr. ×Öma ‘parola, fatto’. Nelle lingue romanze parabola è continuato nell’it. parola, fr. parole, prov. paraula, sp. e port. palabra: in area italiana e francese si ha anche il verbo derivato parabolare (da cui it. parlare, fr. parler, prov. paraular) [26].

Un altro caso interessante è quello di baptizare. Nei primi scrittori cristiani il tentativo di sostituire il termine greco con tinguere è frequente. Nelle citazioni bibliche che si trovano nel testo di Tertulliano spesso si trova la parola latina: p.es. bapt. 13 tinguentes (citazione di Mt. 28, 19); bapt. 14 non ... me ad tinguendum Christus misit (citazione di I Cor. 1, 14); de resurrect. 47 in Christum Iesum tincti sumus (citazione di Rm. 6, 3): in tutti e tre i passi le versioni anteriori alla Vulgata hanno baptizare. E ancora cfr. ad Marc. 4, 27, in un passo che non deriva immediatamente dal testo biblico, cur non prius tinctus esset. La fortuna di baptizare è dovuta in parte al contenuto fortemente tecnico del verbo, che designa un’azione e un concetto che non esistono al di fuori del Cristianesimo, e meritano quindi una parola appropriata ed esclusiva (come rileva Agostino, dando prova, come spesso, di un’acuta sensibilità linguistica [27]), e in parte al contenuto negativo che aveva già assunto nel latino pagano tingere, che andava sviluppando in senso sempre più netto il valore di ‘alterare’ (ad esempio nell’espressione tingere nummos ‘falsificare la moneta’) [28]. L’esistenza della coppia di termini e l’accezione negativa percepita in tingere ha dato modo agli scrittori cristiani di attuare un’interessante specializzazione terminologica: con baptizare si indica il battesimo conferito dalla Chiesa, con tingere il battestimo degli eretici: cfr. Cipr., ep. 72 foris extra ecclesiam tincti o 71 ut putent eos, qui apud haereticos tincti sunt, quando ad nos venerint, baptizari non oportere.

Si è parlato finora di fatti lessicali. Ma anche la sintassi merita almeno un accenno. Lo spunto può venire da un esame delle versioni bibliche. In Lc. 18, 14 il greco ha légw ømîn, katébh o*utoj dedikaiwménoj eêj tòn o%ikon a÷toû parƒækeînon: il secondo termine di paragone è reso sia nell’Itala sia nell’Afra con magis quam ille: nella Vulgata leggiamo invece ab illo, vale a dire un grecismo che a sua volta rappresenta un semitismo sintattico (in ebr. il secondo termine di paragone è introdotto da min, cioè ‘da’ e non si hanno per l’aggettivo differenziazioni formali fra grado positivo e comparativo [29]). L’espressione del secondo termine di paragone in un modo non consueto nel latino classico è quindi più familiare alla lingua del tempo di Gerolamo che alla lingua delle prime versioni bibliche: questo costrutto si trova usato talora nella Vulgata in modo molto ardito, tale da mettere in imbarazzo il lettore che non abbia accesso al testo originale, come in Ps. 4, 7 s. dedisti laetitiam in corde meo, a fructu frumenti (‘più del raccolto di frumento’) et vini et olei sui multiplicati sunt. Ma costruzioni con ab s’incontrano anche al di fuori della versione della Bibbia: basti il rinvio a Aug., serm. 12, 3 melius a daemonibus.

Il patrimonio di parole e di idee che il Cristianesimo tramanda alle età successive fino ai nostri giorni è non solo imponente, ma costitutivo del tessuto stesso della società e della cultura. La risignificazione di molte parole cristiane è l’unica ad aver séguito nelle età successive ed ha valore ancora oggi. Un termine come cāritas appartiene al vocabolario latino più antico, e lo si trova in Catone e poi abbondantemente e con diverse sfumature negli autori dell’ultima età repubblicana, ma il suo uso attuale non sarebbe neppure concepibile al di fuori del significato che l’uso cristiano gli ha conferito. Né si tratta unicamente di vocaboli: spesso la risignificazione della parola che il latino cristiano consegna alle età successive ha la sua origine in una metafora. È il noto caso di follis, che, avendo il significato di ‘pallone’, e più precisamente di ‘sacco gonfio d’aria’, viene usato da Tertulliano col valore di ‘corpo’ (l’involucro dell’anima) [30]: ma l’approdo definitivo al valore attuale si ha nel famoso passaggio di Agostino (serm. 127, 2) adhuc tumes, follis inflatus? Deus est humilis, et tu superbus. Altro noto caso quello di massa. Nei passi delle Lettere di S. Paolo da cui prende avvio il processo che porta al significato attuale la parola ha ancora il suo valore di ‘impasto’: Rom. 11, 16 si delibatio sancta est et massa, et si radix sancta et rami; I Cor. 5, 6 = Gal. 5, 9 modicum fermentum totam massam corrumpit. Estrapolata dal contesto, un’espressione come sancta massa facilmente si reinterpreta nel senso di ‘grande quantità di persone sante’: da qui espressioni che si trovano con frequenza negli autori cristiani come massa paenitentitum (Optat. 2, 26) o conlatis candida massa martyribus (Paol. Nol., carm. 19, 144).

Si realizza così un processo che non ha equivalenti nella storia dell’umanità: una lingua speciale, inizialmente appannaggio di un ristretto gruppo di persone, intrisa di tecnicismi e obbligata a creare una grande quantità di neologismi per la radicale novità delle idee che deve esprimere, diviene in un volgere di tempo relativamente breve la lingua comune, e si appropria in modo inconsueto anche della lingua colta e letteraria già esistente, piegandola naturalmente, senza nessun arbitrio e nessuna forzatura, all’espressione dei concetti cristiani [31].



Osservazioni.

Merita di essere considerato anche il rapporto tra il latino cristiano e altre lingue speciali [32]. La concezione della vita cristiana come militia determina un apporto non indifferente della terminologia militare nel linguaggio cristiano: cfr. sacramentum ‘giuramento del soldato’ (> fr. serment), ma anche ‘sacramento’ nel senso cristiano; statio ‘turno di guardia’, nel linguaggio cristiano ‘luogo di riunione’; desertor è l’apostata. Anche l’uso di paganus proviene probabilmente dalla lingua militare: pagani sono nel linguaggio militare i civili [33], e quindi nell’ambito cristiano indica coloro che non sono ‘combattenti di Cristo’, ‘persone che non hanno prestato il giuramento di fedeltà a Dio e a Cristo’ [34]. Dalle lingue dei mestieri possono provenire termini come eradicatio ‘estirpazione (della miscredenza)’, aedificatio, ecc.




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[1] Cfr. soprattutto F. Ozanam, Comment la langue latine devint chrétienne, in Oeuvres complètes, II, Paris 18734, pp. 133 ss.. [Per leggere la versione italiana dello scritto clicca qui]
[2] Disponibile anche in una traduzione italiana arricchita da aggiornamenti bibliografici e da uno scritto di Chr. Mohrmann, Dopo quarant’anni, pp. 96-119, in cui si traccia un’analisi critica del lavoro di Schrijnen e una panoramica degli sviluppi a cui ha dato avvio. Altri scritti dello stesso autore sono contenuti nel volume miscellaneo Collectanea Schrijnen, Nijmegen-Utrecht 1939 (fra questi Le latin chrétien devenu langue commune, pp. 241-267). Di notevole importanza per lo studio del latino cristiano anche i numerosi scritti di Chr. Mohrmann, parte dei quali raccolti in Latin vulgaire, latin des Chrétiens, latin médiéval, Paris 1955 e nei quattro volumi Études sur le latin des Chrétiens, Roma 1961-1977. Di interesse più generale V. Loi, Origini e caratteristiche della latinità cristiana, Roma 1978 e O. García De La Fuente, Latín bíblico y latín cristiano, Madrid 19942. Rappresentazione sintetica in A. Blaise, Manuel du latin chrétien, Strasbourg 1955. Panoramica della questione con utili riflessioni in Norberg, pp. 28 ss. e Poli, pp. 410 ss. (con bibliografia).
[3] Tra le attività della scuola di Nimega va ricordata la pubblicazione della rivista «Vigiliae Christianae» e della serie Latinitas Christianorum primaeva (il cui primo volume è costituito proprio dalla monografia di Schrijnen), a cui si è affiancata a partire dal 1962 la serie Graecitas Christianorum primaeva.
[4] Tertull., ap. 42, 2.
[5] Tertull., idol. 14, 5.
[6] Rimandiamo al capitolo L’influsso cristiano del Löfstedt (pp. 99-125), ove si troveranno anche ulteriori indicazioni bibliografiche.
[7] Su quest’argomento cfr. M. Sordi, I Cristiani e l’impero romano, Milano 1983, p. 35 ss..
[8] August., doctr. Christ. II 11, 16. Cfr. anche J. Quasten, Patrologia (tr. it. di Patrology, Utrecht 19803), vol. I, Casale Monferrato 1980, pp. 490 e ss., con ulteriore bibliografia.
[9] Lo studio sistematico di questi dati fu fatto da Th. Dokkum, De constructionis analyticae vicem accusativi cum infinitivo fungentis usu apud Augustinum, Groningen 1900. Cfr. anche Schrijnen, pp. 28-29. Revisione critica delle conclusioni di Dokkum in P. Cuzzolin, Sull’origine della costruzione dicere quod: aspetti sintattici e semantici, Firenze 1994, pp. 245 ss. (la maggior estensione della costruzione con quod è dovuta al fatto che «comincia a prendere fisionomia definitiva la tendenza insita nel sistema»; in realtà lo scarto è troppo ampio perché se ne possa rendere ragione sulla base di considerazioni puramente diacroniche, senza tener conto di complesse motivazioni stilistiche, e anche psicologiche: secondo Cuzzolin, p. 285, «Agostino non innova qualitativamente, ma solo quantitativamente»).
[10] Cfr. Hieron., epist. XXXII, in cui Gerolamo narra di un sogno in cui si era visto comparire davanti al tribunale divino, e veniva rimproverato di essere «ciceroniano, non cristiano».
[11] Löfstedt, p. 103.
[12] Un’introduzione a tutta questo problematica è nel libro di G. Ceresa-Gastaldo, Il latino delle antiche versioni bibliche, Roma 1975. Il testo della versione latina biblica approntata da Gerolamo è noto col nome di Vulgata. Si dà invece il nome di Itala e di Afra alle versioni che precedono la Vulgata e circolavano rispettivamente nelle province occidentali e nell’Africa.
[13] Ioh. 2, 17. Le precedenti versioni hanno quia (Itala) e quoniam (Afra).
[14] Volgarismi soprattutto fonetici (nell’Afra si hanno forme come aoru per adoro, discendo per descendo, vobes per vobis, e così via), ma anche sintattici: in coi nomi di città e con l’ablativo per indicare movimento (in Hierosolymis), ecc..
[15] Schrijnen, p. 39.
[16] Schrijnen, p. 40.
[17] Quanto ad es. fanum sia marcato in senso pagano si può apprezzare ad es. da Prudenzio, cor. mart. II 1: Roma è chiamata antiqua fanorum parens.
[18] La debolezza di serbare (al di fuori di alcune espressioni fisse come serbare traccia, serbare memoria o simili) è dovuta anche al suo isolamento nel lessico: l’unico derivato di una certa importanza è serbatoio, che è comunque semanticamente molto lontano.
[19] Cfr. Löfstedt, p. 112 ss. per ulteriori informazioni su questo gruppo di parole.
[20] P.es. Aug., retract. II 1, 1 antistes ... ecclesiae Mediolanensis; Damas., epist. 1 (PL 13, 348 B) Dei antistites.
[21] Cfr. XV 7, 6 (Liberius Christianae legis antistes); XXII 5, 3; XXVII 3, 15.
[22] Su parabola (e su altri termini che hanno visto mutare il proprio significato per influsso ebraico) cfr. l’articolo di J. Wackernagel, Lateinisches-Griechisches, «IF» 31 (1912/13), pp. 251-271 (a parabola è dedicato il paragrafo 3, pp. 262-267). Cfr. anche Löfstedt, pp. 117-121.
[23] Sen., ep. 59, 6 scriptores antiqui ... parabolis referti sunt.
[24] Cfr. Quint. V 11, 23 parabole, quam Cicero conlationem vocat. Nel linguaggio tecnico della retorica parabol{h, che Cicerone ricalca con conlatio (p.es. de invent. I 49), non ricopre esattamente il valore di similitudo, in quanto ha il senso specifico di ‘paragone implicito’. L’opposizione fra similitudo e parabola si coglie (anche se la lezione è dubbia e il senso non chiarissimo) p.es. in Quint. VI 3, 59 adhibetur autem similitudo interim palam, interim <inseri> solet parabol[a]e.
[25] Aug., c. Iul. 6, 9, 26 verbum baptizare ex Graeco Latina consuetudo sic habet, ut non soleat alibi nisi in sacramento refrigerationis intellegi.
[26] Il verbo s’incontra per la prima volta in un testo di età merovingica, la Visio Baronti, 1: ille nihil homini voluit parabolare sed digito gulam ei mo9nstrabat. Cfr. Norberg, p. 31.
[27] In area romanza il lat. verbum è continuato in sardo (log. bervos) col valore di ‘formula magica’.
[28] L’idea che il tingere la lana costituisca una corruzione della sua natura originaria è fortemente avvertita dalla poesia pagana: cfr. Virg., ecl. 4, 62 (mentiri ... colores); georg. II 465; ecc..
[29] Cfr. Ex. 18, 11 magnus Dominus super omnes deos.
[30] Tert., apol. 50 tunde ... Anaxarchi follem.
[31] Per una valutazione dell’impronta che la «civiltà greco-romana-giudeo-cristiana» ha lasciato, da un punto di vista semantico, sull’evoluzione futura della civiltà e della lingua, si veda L. Spitzer, Critica stilistica e semantica storica, Bari 1966, pp. 217 ss. (in particolare pp. 225 s.). Il processo per cui i tecnicismi cristiani e in genere la lingua speciale cristiana passa dal rango di parole al rango di langue è tratteggiato in modo succinto, ma originale da Giacomelli 1993, pp. 198-203.
[32] Cfr. Schrijnen, pp. 67 ss. (ma si vedano le riserve della Mohrmann, in appendice allo stesso volume di Schrijnen, pp. 113 ss.).
[33] Cfr. Tac., hist. I 53 inter paganos corruptior miles; Veget., epit. rei milit. II 23 si doctrina cesset armorum, nihil paganus distat a milite; Plin., ep. X 86 B, 18 et milites et pagani.
[34] Cfr. A. v. Harnack, Militia Christi, Tübingen 1905 e Löfstedt, pp. 108 ss. per ulteriori precisazioni sulla vicenda di questa parola. Si aggiunga S. Boscherini, Pagano, «Lingua Nostra» 17 (1956), pp. 101-107.




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Fonte : Riportiamo in questa pagina alcuni stralci dal volume di M. Morani, Introduzione alla linguistica latina, München 2000, relativi alla formazione e alla caratteristiche del latino cristiano.
Il latino dei cristiani: formazione e caratteristiche (rivistazetesis.it)





giovedì 20 maggio 2021

La rivoluzione semantica del cristianesimo

 


LA RIVOLUZIONE SEMANTICA DEL CRISTIANESIMO




Un capitolo a parte è costituito dai molti grecismi introdotti dal Cristianesimo. Questa religione veniva infatti dall’Oriente dove la lingua della cultura era il greco. La sua forza dirompente ha minato alle fondamenta l’impero romano, negando i valori su cui si fondava. Data la necessità dell’evangelizzazione, inoltre, il Cristianesimo ha significato anche una forte apertura verso le masse popolari. Greca, pertanto, è la lingua della dogmatica e della liturgia; il latino, non va dimenticato, divenne lingua liturgica in Occidente solo alla fine del II secolo. Al greco quindi, e non al latino, dobbiamo i termini della teologia, come baptismus (> it. battesimo) o eucharistia (> it. eucarestia).

D’altra parte, anche se portato più alla riflessione morale e all’attività pastorale che alle sottili questioni dottrinali, l’Occidente latino non sempre accettò passivamente i termini greci, che talvolta entrarono nell’uso con una certa fatica. È il caso di battesimo a cui si cercò di opporre, ma senza successo, il latino lavacrum (> it. lavacro). La stessa cosa, in fondo, accade oggi coi termini dell’informatica che si impongono in tutto il mondo in inglese perché provengono dagli Stati Uniti, il Paese a tecnologia più avanzata. Angelo (< gr. ángelos = messaggero) ha un’origine più complessa, perché è la traduzione dell’ebraico biblico mal’ak che voleva dire «inviato di Dio»: non esistendo in greco alcun termine corrispondente, fu attribuito ad ángelos, che aveva il valore di «messaggero», il significato particolare di «messaggero di Dio». Ebraiche invece, senza ulteriori trasformazioni, sono pasqua, la ricorrenza più importante dell’anno liturgico, e sabato, il nome di un giorno della settimana che interrompe la serie dedicata agli dèi pagani iniziata con lunedì (< lat. Lunae dies) e anticipa la dominica (dies) (= il giorno del Signore). Dominicus (–a –um), aggettivo che nel latino classico designava «ciò che è del padrone», assume ora un significato pregnante, perché il signore per antonomasia è Dio.

Il Cristianesimo ha lasciato tracce anche in vocaboli che sono al di fuori dell’ambito religioso. Ad esempio parola viene da parabola, il genere di racconto a cui Gesù spesso affidava il suo insegnamento, e sostituisce verbum che resta in italiano (verbo) soltanto in ambito grammaticale, e in ambito religioso a designare il Cristo (Verbo traduce il greco Lógos del Vangelo di Giovanni). Simile è il caso di tribolo, nome di una pianta spinosa (che entra nel latino e poi nell’italiano attraverso la locuzione spinae et tribuli, attestata nel Vangelo di Matteo) passato poi a significare anche sofferenza fisica e morale. Massa, infine, parola così importante nel mondo moderno («società di massa»), ha origine da un passo di San Paolo, che la usa in riferimento alla pasta fermentata, metafora che sta a indicare un gruppo di persone.

La rivoluzione operata dal Cristianesimo si misura anche dalla profonda trasformazione semantica che hanno subito alcuni termini che indicavano i valori ‘ideali’ su cui poggiava la cultura pagana. Così fides, spes, caritas, che prima significavano la «lealtà», la «speranza», la «benevolenza», diventano le tre virtù teologali: la fede nella Rivelazione, la speranza nella salvezza, la carità cioè l’amore verso Dio e verso il prossimo. Virtus («valore nelle armi») diventa virtù in senso morale, oratio (in origine «discorso») diventa «preghiera», il colloquio con Dio. In italiano, peraltro, accanto al nuovo significato religioso, resta anche traccia di quello antico, che è talvolta in polemica con l’accezione cristiana. Un caso per tutti: virtù, parola usata da Machiavelli nel XVI secolo per indicare – spesso in contrasto con la morale tradizionale – tutte le qualità che il principe deve possedere se vuole acquistare e mantenere uno Stato.

Negli ultimi anni dell’impero si verificano numerosi cambiamenti nella lingua, sintomo di una grave crisi politica che porta alla progressiva ‘marginalizzazione’ del ristretto gruppo di dotti in grado di controllare la situazione, e al prevalere delle parole popolari provenienti dai ceti più bassi. Così, caduta la sensibilità per la quantità vocalica, os (con o breve = «osso») rischia di confondersi con os (con o lungo = «bocca»): al posto di queste due parole, poco resistenti anche perché monosillabiche, si affermano rispettivamente ossum (> it. osso) e bucca (> it. bocca), che prima significava gota. E vicino a capo (< lat. caput) si sviluppa testa, che designava in origine un vaso di terracotta. Parallelamente, si diffonde l’uso dei diminutivi, che sostituiscono, nell’esito italiano, i sostantivi ‘normali’; la frequenza dei diminutivi, tratto tipico della lingua d’uso latina (sia arcaica che classica) torna nella fase ‘tarda’ della lingua. Così, auricula viene usato al posto di auris ed è l’antecedente dell’italiano orecchio (attraverso auricla che presenta un altro fenomeno tipico, cioè la sincope della vocale atona). Lo stesso si può dire di cultellus, diminutivo di culter da cui l’italiano coltello. Sono di questo periodo anche i diminutivi di nomi propri, come «Giulietta», creato grazie a un suffisso popolare per i nomi femminili in –itta (< lat. Iulitta).

Tutto questo riguarda il latino parlato; ma fin da ora bisogna porre l’accento sull’incidenza del lessico latino che si trasmette attraverso la tradizione scritta, molto più consistente, a cominciare da quest’epoca, soprattutto nell’ambito giuridico-amministrativo – con parole come ultimare (> it. ultimare), intimare (> it. intimare), secretarius (> it. segretario) – o in quello filosofico-teologico – con parole come scibilis (> it. scibile), scientificus (> it. scientifico), incorruptibilis (> it. incorruttibile). Questo apporto sarà una costante nella storia della lingua italiana.

Dopo il 476, con le invasioni barbariche inizia una nuova fase. Sappiamo che, di fatto, alla disgregazione politica non corrispose la fine della civiltà latina. I motivi sono essenzialmente due: l’inferiorità culturale dei popoli che occuparono l’Italia, inferiorità che permise la loro assimilazione alla cultura del Paese occupato, e il ruolo egemone, sul piano civile, politico, e di conseguenza linguistico, della Chiesa. Il latino, così, non solo rimase la lingua della cultura dei Paesi dell’Europa che un tempo facevano parte dell’impero, ma fu importato insieme al Cristianesimo presso quei popoli che solo allora emergevano dal buio di una vita tribale.

In questo periodo abbiamo il progressivo diversificarsi delle lingue romanze dal comune tronco latino. Fino all’VIII secolo assistiamo a una lenta alterazione del latino parlato che, a causa della profonda decadenza culturale, è sempre meno vincolato dalla norma scritta. Un momento cruciale in questo processo è rappresentato dalla politica scolastica di Carlo Magno. Preoccupato per la dilagante ignoranza del clero a cui era demandato il delicato compito di trasmettere la conoscenza delle lettere sacre, il re si fa ispiratore di una riforma – realizzata da Alcuino, dotto monaco anglosassone e figura di spicco della cosiddetta Rinascenza carolingia – che consiste nel ritorno alle forme classiche del latino (come lingua dei dotti), corrotto dalla licenza dei secoli precedenti. Per l’Italia abbiamo poi l’importante decreto di Lotario dell’825, che riguarda l’istituzione di scuole regie in otto città del centro-nord (Torino, Ivrea, Pavia, Cremona, Vicenza, Cividale, Firenze, Fermo). Al tempo stesso, però, il Concilio di Tours, indetto da Carlo Magno nell’813, stabilisce che le omelie siano tenute nella lingua del popolo, che ormai non è più il latino ma la rustica Romana lingua (il francese) e la thiotisca lingua (il tedesco). Trent’anni più tardi la situazione si è ormai definita: nell’842 la formula dei Giuramenti di Strasburgo viene pronunciata dai due fratelli eredi dell’impero carolingio, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, in due lingue (la romana e la theudisca), perché sia capita dai rispettivi eserciti.

I cambiamenti intervenuti nell’italiano in questo periodo sono dovuti in primo luogo allo sganciarsi del latino parlato da quello scritto che era stato riportato, come abbiamo visto prima, alle forme classiche. Lasciata libera, la lingua parlata tende a modificarsi. Per quanto riguarda la fonologia, la morfologia e la sintassi si fissano quei fenomeni già annunciati nel latino parlato dell’età imperiale, come la sparizione del costrutto dell’accusativo con l’infinito, che si riduce ad alcuni residui causativi (del tipo «far fare»); a questi fenomeni se ne aggiungono altri, nuovi. Tra i più importanti possiamo citare il dittongamento di e breve in ie (pedem > it. piede) e di o breve in uo (focus > it. fuoco) in sillaba aperta, cioè che non termina in consonante; la comparsa del condizionale (un modo che non esisteva in latino) modellato sul futuro latino, con l’infinito e il perfetto del verbo habere (avere); la trasformazione progressiva è amare habui > amare hebui > amare ei > it. amerei.


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Fonte :  Leggere e scrivere (mondadorieducation.it)



sabato 1 maggio 2021

Lettera Apostolica CANDOR LUCIS AETERNAE, di S.S. Papa Francesco

 

LETTERA APOSTOLICA

CANDOR LUCIS AETERNAE

DEL SANTO PADRE
FRANCESCO

NEL VII CENTENARIO DELLA MORTE
DI DANTE ALIGHIERI




Splendore della Luce eterna, il Verbo di Dio prese carne dalla Vergine Maria quando Ella rispose “eccomi” all’annuncio dell’Angelo (cfr Lc 1,38). Il giorno in cui la Liturgia celebra questo ineffabile Mistero è anche particolarmente significativo per la vicenda storica e letteraria del sommo poeta Dante Alighieri, profeta di speranza e testimone della sete di infinito insita nel cuore dell’uomo. In questa ricorrenza, pertanto, desidero unirmi anch’io al numeroso coro di quanti vogliono onorare la sua memoria nel VII Centenario della morte.

Il 25 marzo, infatti, a Firenze iniziava l’anno secondo il computo ab Incarnatione. Tale data, vicina all’equinozio di primavera e nella prospettiva pasquale, era associata sia alla creazione del mondo sia alla redenzione operata da Cristo sulla croce, inizio della nuova creazione. Essa, pertanto, nella luce del Verbo incarnato, invita a contemplare il disegno d’amore che è il cuore stesso e la fonte ispiratrice dell’opera più celebre del Poeta, la Divina Commedia, nella cui ultima cantica l’evento dell’Incarnazione viene ricordato da San Bernardo con questi celebri versi: «Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore» (Par. XXXIII, 7-9).*

Già nel Purgatorio Dante rappresentava, scolpita su una balza rocciosa, la scena dell’Annunciazione (X, 34-37.40-45).

Non può dunque mancare, in questa circostanza, la voce della Chiesa che si associa all’unanime commemorazione dell’uomo e del poeta Dante Alighieri. Molto meglio di tanti altri, egli ha saputo esprimere, con la bellezza della poesia, la profondità del mistero di Dio e dell’amore. Il suo poema, altissima espressione del genio umano, è frutto di un’ispirazione nuova e profonda, di cui il Poeta è consapevole quando ne parla come del «poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra» (Par. XXV, 1-2).

Con questa Lettera Apostolica desidero unire la mia voce a quelle dei miei Predecessori che hanno onorato e celebrato il Poeta, particolarmente in occasione degli anniversari della nascita o della morte, così da proporlo nuovamente all’attenzione della Chiesa, all’universalità dei fedeli, agli studiosi di letteratura, ai teologi, agli artisti. Ricorderò brevemente questi interventi, focalizzando l’attenzione sui Pontefici dell’ultimo secolo e sui loro documenti di maggior rilievo.

1. Le parole dei Pontefici Romani dell’ultimo secolo su Dante Alighieri

Un secolo fa, nel 1921, in occasione del VI Centenario della morte del Poeta, Benedetto XV, raccogliendo gli spunti emersi nei precedenti Pontificati, particolarmente di Leone XIII e San Pio X, commemorava l’anniversario dantesco sia con una Lettera Enciclica,[1] sia promuovendo lavori di restauro alla chiesa ravennate di San Pietro Maggiore, popolarmente chiamata di San Francesco, dove furono celebrate le esequie dell’Alighieri e nella cui area cimiteriale egli fu sepolto. Il Papa, apprezzando le tante iniziative volte a solennizzare la ricorrenza, rivendicava il diritto della Chiesa, «che gli fu madre», di essere protagonista in tali commemorazioni, onorando il «suo» Dante.[2] Già nella Lettera all’Arcivescovo di Ravenna, Mons. Pasquale Morganti, con la quale approvava il programma delle celebrazioni centenarie, Benedetto XV motivava così la sua adesione: «Inoltre (e ciò è più importante) si aggiunge una certa particolare ragione per cui riteniamo che sia da celebrare il suo solenne anniversario con memore riconoscenza e con grande concorso di popolo, per il fatto che l’Alighieri è nostro. […] Infatti, chi potrà negare che il nostro Dante abbia alimentato e rafforzato la fiamma dell’ingegno e la virtù poetica traendo ispirazione dalla fede cattolica, a tal segno che cantò in un poema quasi divino i sublimi misteri della religione?».[3]

In un momento storico segnato da sentimenti di ostilità alla Chiesa, il Pontefice ribadiva, nell’Enciclica citata, l’appartenenza del Poeta alla Chiesa, «l’intima unione di Dante con questa Cattedra di Pietro»; anzi, affermava che la sua opera, pur essendo espressione della «prodigiosa vastità e acutezza del suo ingegno», traeva «poderoso slancio d’ispirazione» proprio dalla fede cristiana. Per questo, proseguiva Benedetto XV, «in lui non va soltanto ammirata l’altezza somma dell’ingegno, ma anche la vastità dell’argomento che la religione divina offerse al suo canto». E ne tesseva l’elogio, rispondendo indirettamente a quanti negavano o criticavano la matrice religiosa della sua opera: «Spira nell’Alighieri la stessa pietà che è in noi; la sua fede ha gli stessi sentimenti. […] Questo è il suo elogio principale: di essere un poeta cristiano e di aver cantato con accenti quasi divini gli ideali cristiani dei quali contemplava con tutta l’anima la bellezza e lo splendore». L’opera di Dante – proseguiva il Pontefice – è un eloquente e valido esempio per «dimostrare quanto sia falso che l’ossequio della mente e del cuore a Dio tarpi le ali dell’ingegno, mentre lo sprona e lo innalza». Per questo, sosteneva ancora il Papa, «gli insegnamenti lasciatici da Dante in tutte le sue opere, ma specialmente nel suo triplice carme» possono servire «quale validissima guida per gli uomini del nostro tempo» e particolarmente per studenti e studiosi, poiché «egli, componendo il suo poema, non ebbe altro scopo che sollevare i mortali dallo stato di miseria, cioè dal peccato, e di condurli allo stato di beatitudine, cioè della grazia divina».

Al VII Centenario della nascita, nel 1965, si collegano, invece, i diversi interventi di San Paolo VI. Il 19 settembre, egli fece dono di una croce dorata per arricchire il tempietto ravennate che custodisce il sepolcro di Dante, fino ad allora privo «d’un tale segno di religione e di speranza».[4] Il 14 novembre inviò a Firenze, affinché fosse incastonata nel Battistero di San Giovanni, un’aurea corona d’alloro. Infine, alla conclusione dei lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II, volle donare ai Padri Conciliari un’artistica edizione della Divina Commedia. Ma soprattutto onorò la memoria del Sommo Poeta con la Lettera Apostolica Altissimi cantus,[5] in cui ribadiva il forte legame tra la Chiesa e Dante Alighieri: «Che se volesse qualcuno domandare, perché la Chiesa Cattolica, per volere del suo visibile Capo, si prende a cuore di coltivare la memoria e di celebrare la gloria del poeta fiorentino, facile è la nostra risposta: perché, per un diritto particolare, nostro è Dante! Nostro, vogliamo dire della fede cattolica, perché tutto spirante amore a Cristo; nostro perché molto amò la Chiesa, di cui cantò le glorie; e nostro perché riconobbe e venerò nel Pontefice Romano il Vicario di Cristo».

Ma tale diritto, proseguiva il Papa, lungi dall’autorizzare atteggiamenti trionfalistici, rappresenta anche un impegno: «Dante è nostro, possiamo ben ripetere; e ciò affermiamo non già per farne ambizioso trofeo di gloria egoista, quanto piuttosto per ricordare a noi stessi il dovere di riconoscerlo tale, e di esplorare nell’opera sua gli inestimabili tesori del pensiero e del sentimento cristiano, convinti come siamo che solo chi penetra nell’anima religiosa del sovrano Poeta può a fondo comprenderne e gustarne le meravigliose spirituali ricchezze». E tale impegno non esime la Chiesa dall’accogliere anche le parole di critica profetica pronunciate dal Poeta nei confronti di chi doveva annunciare il Vangelo e rappresentare non sé stesso ma il Cristo: «Né rincresce ricordare che la voce di Dante si alzò sferzante e severa contro più d’un Pontefice Romano, ed ebbe aspre rampogne per istituzioni ecclesiastiche e per persone che della Chiesa furono ministri e rappresentanti»; tuttavia, appare chiaro che «tali fieri suoi atteggiamenti non abbiano mai scosso la sua ferma fede cattolica e la sua filiale affezione alla santa Chiesa».

Paolo VI illustrava, quindi, le caratteristiche che fanno del poema dantesco una fonte di ricchezze spirituali alla portata di tutti: «Il Poema di Dante è universale: nella sua immensa larghezza, abbraccia cielo e terra, eternità e tempo, i misteri di Dio e le vicende degli uomini, la dottrina sacra e quella attinta dal lume della ragione, i dati dell’esperienza personale e le memorie della storia». Ma soprattutto individuava la finalità intrinseca all’opera dantesca e particolarmente alla Divina Commedia, finalità non sempre chiaramente apprezzata e valutata: «Il fine della Divina Commedia è primariamente pratico e trasformante. Non si propone solo di essere poeticamente bella e moralmente buona, ma in grado di cambiare radicalmente l’uomo e di portarlo dal disordine alla saggezza, dal peccato alla santità, dalla miseria alla felicità, dalla contemplazione terrificante dell’inferno a quella beatificante del paradiso».

Il Papa aveva a cuore, in un momento storico denso di tensioni tra i popoli, l’ideale della pace e trovava nell’opera del Poeta una riflessione preziosa per promuoverla e suscitarla: «Questa pace dei singoli, delle famiglie, delle nazioni, del consorzio umano, pace interna ed esterna, pace individuale e pubblica, tranquillità dell’ordine, è turbata e scossa, perché sono conculcate la pietà e la giustizia. E a restaurare l’ordine e la salvezza sono chiamate a operare in armonia la fede e la ragione, Beatrice e Virgilio, la Croce e l’Aquila, la Chiesa e l’Impero». In questa linea definiva così l’opera poetica nella prospettiva della pace: «Poema della pace è la Divina Commedia: lugubre canto della pace per sempre perduta è l’Inferno, dolce canto della pace sperata è il Purgatorio, trionfale epinicio di pace eternamente e pienamente posseduta è il Paradiso».

In tale prospettiva, proseguiva il Pontefice, la Commedia «è il poema del miglioramento sociale nella conquista di una libertà, che è franchigia dall’asservimento del male, e che ci conduce a trovare e ad amare Dio […] professando un umanesimo, le cui qualità riteniamo ben chiarite». Ma Paolo VI ribadiva ulteriormente quali fossero le qualità dell’umanesimo dantesco: «In Dante tutti i valori umani (intellettuali, morali, affettivi, culturali, civili) sono riconosciuti, esaltati; e ciò che è ben importante rilevare, è che questo apprezzamento e onore avviene mentre egli si sprofonda nel divino, quando la contemplazione avrebbe potuto vanificare gli elementi terrestri». Da qui nasce, affermava il Papa, a ragione, l’appellativo di Sommo Poeta e la definizione di divina attribuita alla Commedia, come pure la proclamazione di Dante quale «signore dell’altissimo canto», nell’incipit della Lettera Apostolica stessa.

Valutando, inoltre, le straordinarie qualità artistiche e letterarie di Dante, Paolo VI ribadiva un principio tante altre volte da lui affermato: «La teologia e la filosofia hanno con la bellezza un altro rapporto consistente in questo: che prestando la bellezza alla dottrina la sua veste e il suo ornamento, con la dolcezza del canto e la visibilità dell’arte figurativa e plastica, apre la strada perché i suoi preziosi insegnamenti siano comunicati a molti. Le alte disquisizioni, i sottili ragionamenti sono inaccessibili agli umili, che sono moltitudine, essi pure famelici del pane della verità: senonché anche questi avvertono, sentono e apprezzano l’influsso della bellezza, e più facilmente per questo veicolo la verità loro brilla e li nutre. È quanto intese e fece il signore dell’altissimo canto, a cui la bellezza divenne ancella di bontà e verità, e la bontà materia di bellezza». Citando infine la CommediaPaolo VI esortava tutti: «Onorate l’altissimo poeta!» (Inf. IV, 80).

Di San Giovanni Paolo II, che più volte nei suoi discorsi ha ripreso le opere del Sommo Poeta, desidero rievocare solo l’intervento del 30 maggio 1985 all’inaugurazione della mostra Dante in Vaticano. Anch’egli, come Paolo VI, sottolineava la genialità artistica: l’opera di Dante è interpretata come «una realtà visualizzata, che parla della vita dell’oltretomba e del mistero di Dio con la forza del pensiero teologico, trasfigurato dallo splendore dell’arte e della poesia, insieme congiunte». Il Pontefice si soffermava, poi, a esaminare un termine chiave dell’opera dantesca: «Trasumanare. Fu questo lo sforzo supremo di Dante: fare in modo che il peso dell’umano non distruggesse il divino che è in noi, né la grandezza del divino annullasse il valore dell’umano. Per questo il Poeta lesse giustamente la propria vicenda personale e quella dell’intera umanità in chiave teologica».

Benedetto XVI ha spesso riproposto l’itinerario dantesco, attingendo dalle sue opere spunti di riflessione e di meditazione. Ad esempio, parlando della sua prima Enciclica Deus caritas est, partiva proprio dalla visione dantesca di Dio, in cui «luce e amore sono una cosa sola» per riproporre una sua riflessione sulla novità dell’opera di Dante: «Lo sguardo di Dante scorge una cosa totalmente nuova […]. La Luce eterna si presenta in tre cerchi ai quali egli si rivolge con quei densi versi che conosciamo: “O luce etterna che sola in te sidi, / sola t’intendi, e da te intelletta / e intendente te ami e arridi!” (Par. XXXIII, 124-126). In realtà, ancora più sconvolgente di questa rivelazione di Dio come cerchio trinitario di conoscenza e di amore è la percezione di un volto umano – il volto di Gesù Cristo – che a Dante appare nel cerchio centrale della Luce. […] Questo Dio ha un volto umano e – possiamo aggiungere – un cuore umano».[6] Il Papa evidenziava l’originalità della visione dantesca nella quale si comunica poeticamente la novità dell’esperienza cristiana, scaturita dal mistero dell’Incarnazione: «La novità di un amore che ha spinto Dio ad assumere un volto umano, anzi ad assumere carne e sangue, l’intero essere umano».[7]

Da parte mia, nella prima Enciclica, Lumen fidei,[8] ho fatto riferimento a Dante per esprimere la luce della fede, citando un verso del Paradiso in cui essa è descritta come «favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace, / e come stella in cielo in me scintilla» (Par. XXIV, 145-147). Per i 750 anni dalla nascita del Poeta, ho voluto onorare la sua memoria con un messaggio, auspicando che «la figura dell’Alighieri e la sua opera siano nuovamente comprese e valorizzate»; e proponevo di leggere la Commedia come «un grande itinerario, anzi come un vero pellegrinaggio, sia personale e interiore, sia comunitario, ecclesiale, sociale e storico»; infatti, «essa rappresenta il paradigma di ogni autentico viaggio in cui l’umanità è chiamata a lasciare quella che Dante definisce “l’aiuola che ci fa tanto feroci” (Par. XXII, 151) per giungere a una nuova condizione, segnata dall’armonia, dalla pace, dalla felicità».[9] Ho, quindi, additato la figura del Sommo Poeta ai nostri contemporanei, proponendolo come «profeta di speranza, annunciatore della possibilità del riscatto, della liberazione, del cambiamento profondo di ogni uomo e donna, di tutta l’umanità».[10]

Infine, ricevendo, il 10 ottobre 2020, la Delegazione dell’Arcidiocesi di Ravenna-Cervia, in occasione dell’apertura dell’Anno Dantesco, e annunciando questo documento, osservavo come l’opera di Dante possa anche oggi arricchire la mente e il cuore di tanti, soprattutto giovani, che accostandosi alla sua poesia «in una maniera per loro accessibile, riscontrano, da una parte, inevitabilmente, tutta la lontananza dell’autore e del suo mondo; e tuttavia, dall’altra, avvertono una sorprendente risonanza».[11]

2. La vita di Dante Alighieri, paradigma della condizione umana

Con questa Lettera Apostolica desidero anch’io accostarmi alla vita e all’opera dell’illustre Poeta per percepire proprio tale risonanza, manifestandone sia l’attualità sia la perennità, e per cogliere quei moniti e quelle riflessioni che ancora oggi sono essenziali per tutta l’umanità, non solo per i credenti. L’opera di Dante, infatti, è parte integrante della nostra cultura, ci rimanda alle radici cristiane dell’Europa e dell’Occidente, rappresenta il patrimonio di ideali e di valori che anche oggi la Chiesa e la società civile propongono come base della convivenza umana, in cui possiamo e dobbiamo riconoscerci tutti fratelli. Senza addentrarmi nella complessa vicenda storica personale, politica e giudiziaria dell’Alighieri, vorrei ricordare solo alcuni momenti ed eventi della sua esistenza, per i quali egli appare straordinariamente vicino a tanti nostri contemporanei e che sono essenziali per comprendere la sua opera.

Alla città di Firenze, dove nacque nel 1265 e in cui si sposò con Gemma Donati generando quattro figli, fu dapprima legato da un forte senso di appartenenza che, però, a causa dei dissidi politici, nel tempo si trasformò in aperto contrasto. Tuttavia, non venne mai meno in lui il desiderio di ritornarvi, non solo per l’affetto che comunque continuò a nutrire per la sua città, ma soprattutto per essere incoronato poeta là dove aveva ricevuto il battesimo e la fede (cfr Par. XXV, 1-9). Nelle intestazioni di alcune sue Lettere (III, V, VI e VII) Dante si definisce «florentinus et exul inmeritus», mentre nella XIII, indirizzata a Cangrande della Scala, precisa «florentinus natione non moribus». Egli, guelfo di parte bianca, si trova coinvolto nel conflitto tra Guelfi e Ghibellini, tra Guelfi bianchi e neri, e dopo aver rivestito cariche pubbliche sempre più importanti, fino a diventare Priore, per le avverse vicende politiche, nel 1302, viene esiliato per due anni, interdetto dai pubblici uffici e condannato al pagamento di una multa. Dante rifiuta il verdetto a suo avviso ingiusto, e il giudizio nei suoi confronti si fa ancora più severo: esilio perpetuo, confisca dei beni e condanna a morte in caso di ritorno in patria. Comincia così la dolorosa vicenda di Dante, il quale cerca invano di poter ritornare nella sua amata Firenze, per la quale aveva combattuto con passione.

Egli diventa così l’esule, il “pellegrino pensoso”, caduto in una condizione di «dolorosa povertade» (Convivio, I, III, 5) che lo spinge a cercare rifugio e protezione presso alcune signorie locali, tra cui gli Scaligeri di Verona e i Malaspina in Lunigiana. Nelle parole di Cacciaguida, antenato del Poeta, si percepiscono l’amarezza e lo sconforto di questa nuova condizione: «Tu lascerai ogne cosa diletta / più caramente; e questo è quello strale / che l’arco de lo essilio pria saetta. / Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale» (Par. XVII, 55-60).

Non accettando, poi, le umilianti condizioni di un’amnistia che gli avrebbe consentito il rientro a Firenze, nel 1315 viene nuovamente condannato a morte, questa volta insieme ai suoi figli adolescenti. L’ultima tappa del suo esilio fu Ravenna, dove venne accolto da Guido Novello da Polenta, e dove morì, di ritorno da una missione a Venezia, all’età di 56 anni, nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. La sua sepoltura in un’arca presso San Pietro Maggiore, a ridosso del muro esterno dell’antico chiostro francescano, fu poi trasferita nell’attiguo tempietto settecentesco, dove, dopo tormentate vicende,  nel 1865 furono ricollocate le sue spoglie mortali. Il luogo è ancor oggi meta di innumerevoli visitatori e ammiratori del Sommo Poeta, padre della lingua e della letteratura italiana.

Nell’esilio, l’amore per la sua città, tradito dagli «scelleratissimi fiorentini» (Ep. VI, 1), si trasformò in triste nostalgia. La delusione profonda per la caduta dei suoi ideali politici e civili, insieme alla dolorosa peregrinazione da una città all’altra in cerca di rifugio e sostegno non sono estranee alla sua opera letteraria e poetica, anzi ne costituiscono la radice essenziale e la motivazione di fondo. Quando Dante descrive i pellegrini che si mettono in cammino per visitare i luoghi santi, in qualche modo rappresenta la sua condizione esistenziale e manifesta i suoi più intimi sentimenti: «Deh, peregrini che pensosi andate…» (Vita Nova, 29 [XL (XLI), 9], v. 1). Il motivo ritorna più volte, come nel verso del Purgatorio: «Sì come i peregrin pensosi fanno, / giugnendo per cammin gente non nota, / che si volgono ad essa e non restanno» (XXIII, 16-18). La struggente malinconia di Dante pellegrino ed esule si percepisce anche nei celebri versi dell’VIII Canto del Purgatorio: «Era già l’ora che volge il disio / ai navicanti e ‘ntenerisce il core / lo dì c’han detto ai dolci amici addio» (VIII, 1-3).

Dante, riflettendo profondamente sulla sua personale situazione di esilio, di incertezza radicale, di fragilità, di mobilità continua, la trasforma, sublimandola, in un paradigma della condizione umana, la quale si presenta come un cammino, interiore prima che esteriore, che mai si arresta finché non giunge alla meta. Ci imbattiamo, così, in due temi fondamentali di tutta l’opera dantesca: il punto di partenza di ogni itinerario esistenziale, il desiderio, insito nell’animo umano, e il punto di arrivo, la felicità, data dalla visione dell’Amore che è Dio.

Il Sommo Poeta, pur vivendo vicende drammatiche, tristi e angoscianti, non si rassegna mai, non soccombe, non accetta di sopprimere l’anelito di pienezza e di felicità che è nel suo cuore, né tanto meno si rassegna a cedere all’ingiustizia, all’ipocrisia, all’arroganza del potere, all’egoismo che rende il nostro mondo «l’aiuola che ci fa tanto feroci» (Par. XXII, 151).

3. La missione del Poeta, profeta di speranza

Dante, dunque, rileggendo soprattutto alla luce della fede la propria vita, scopre anche la vocazione e la missione a lui affidate, per cui, paradossalmente, da uomo apparentemente fallito e deluso, peccatore e sfiduciato, si trasforma in profeta di speranza. Nell’Epistola a Cangrande della Scala chiarisce, con straordinaria limpidezza, la finalità della sua opera, che si attua e si esplica non più attraverso azioni politiche o militari ma grazie alla poesia, all’arte della parola che, rivolta a tutti, tutti può cambiare: «Bisogna dire brevemente che il fine del tutto e della parte è rimuovere i viventi in questa vita da uno stato di miseria e condurli a uno stato di felicità» (XIII, 39 [15]). Tale finalità mette in moto un cammino di liberazione da ogni forma di miseria e di degrado umano (la “selva oscura”) e contemporaneamente addita la meta ultima: la felicità, intesa sia come pienezza di vita nella storia sia come beatitudine eterna in Dio.

Di questo duplice fine, di questo ardito programma di vita, Dante è messaggero, profeta e testimone, confermato nella sua missione da Beatrice: «Però, in pro del mondo che mal vive, / al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, / ritornato di là, fa che tu scrive» (Purg. XXXII, 103-105). Anche Cacciaguida, suo antenato, lo esorta a non venir meno alla sua missione. Al Poeta, che ricorda brevemente il suo cammino nei tre regni dell’aldilà, e che fa presente la difficoltà di comunicare quelle verità che fanno male, che sono scomode, l’illustre avo ribatte: «Coscïenza fusca / o de la propria o de l’altrui vergogna / pur sentirà la tua parola brusca. / Ma nondimen, rimossa ogne menzogna / tutta tua visïon fa manifesta; / e lascia pur grattar dov’è la rogna» (Par. XVII, 124-129). Un identico incitamento a vivere coraggiosamente la sua missione profetica viene rivolto a Dante nel Paradiso da San Pietro, là dove l’Apostolo, dopo una tremenda invettiva contro Bonifacio VIII, così si rivolge al Poeta: «E tu, figliuol, che per lo mortal pondo / ancor giù tornerai, apri la bocca, / e non asconder quel ch’io non ascondo» (XXVII, 64-66).

Nella missione profetica di Dante si inseriscono, così, anche la denuncia e la critica nei confronti di quei credenti, sia Pontefici sia semplici fedeli, che tradiscono l’adesione a Cristo e trasformano la Chiesa in uno strumento per i propri interessi, dimenticando lo spirito delle Beatitudini e la carità verso i piccoli e i poveri e idolatrando il potere e la ricchezza: «Ché quantunque la Chiesa guarda, tutto / è de la gente che per Dio dimanda; / non di parenti né d’altro più brutto» (Par. XXII, 82-84). Ma attraverso le parole di San Pier Damiani, di San Benedetto e di San Pietro, il Poeta, mentre denuncia la corruzione di alcuni settori della Chiesa, si fa portavoce di un rinnovamento profondo e invoca la Provvidenza perché lo favorisca e lo renda possibile: «Ma l’alta provedenza, che con Scipio / difese a Roma la gloria del mondo, / soccorrà tosto, sì com’io concipio» (Par. XXVII, 61-63).

Dante esule, pellegrino, fragile, ma ora forte della profonda e intima esperienza che lo ha trasformato, rinato grazie alla visione che dalle profondità degli inferi, dalla condizione umana più degradata, lo ha innalzato alla visione stessa di Dio, si erge dunque a messaggero di una nuova esistenza, a profeta di una nuova umanità che anela alla pace e alla felicità.

4. Dante cantore del desiderio umano

Dante sa leggere in profondità il cuore umano e in tutti, anche nelle figure più abiette e inquietanti, sa scorgere una scintilla di desiderio per raggiungere una qualche felicità, una pienezza di vita. Egli si ferma ad ascoltare le anime che incontra, dialoga con esse, le interroga per immedesimarsi e partecipare ai loro tormenti oppure alla loro beatitudine. Il Poeta, partendo dalla propria condizione personale, si fa così interprete del desiderio di ogni essere umano di proseguire il cammino finché non sia raggiunto l’approdo finale, non si sia trovata la verità, la risposta ai perché dell’esistenza, finché, come già affermava Sant’Agostino,[12] il cuore non trovi riposo e pace in Dio.

Nel Convivio analizza proprio il dinamismo del desiderio: «Lo sommo desiderio di ciascuna cosa, e prima da la natura dato, è lo ritornare al suo principio. E però che Dio è principio de le nostre anime […], essa anima massimamente desidera di tornare a quello. E sì come peregrino che va per una via per la quale mai non fue, che ogni casa che da lungi vede crede che sia all’albergo, e non trovando ciò essere, dirizza la credenza a l’altra, e così di casa in casa, tanto che a l’albergo viene; così l’anima nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra, dirizza gli occhi al termine del suo sommo bene, e però, qualunque cosa vede che paia in sé avere alcuno bene, crede che sia esso» (IV, XII, 14-15).

L’itinerario di Dante, particolarmente quello illustrato nella Divina Commedia, è davvero il cammino del desiderio, del bisogno profondo e interiore di cambiare la propria vita per poter raggiungere la felicità e così mostrarne la strada a chi si trova, come lui, in una “selva oscura” e ha smarrito “la diritta via”. Appare inoltre significativo che, sin dalla prima tappa di questo percorso, la sua guida, il grande poeta latino Virgilio, gli indichi la meta a cui deve giungere, spronandolo a non cedere alla paura e alla stanchezza: «Ma tu perché ritorni a tanta noia? / perché non sali il dilettoso monte / ch’è principio e cagion di tutta gioia?» (Inf. I, 76-78).

5. Poeta della misericordia di Dio e della libertà umana

Si tratta di un cammino non illusorio o utopico ma realistico e possibile, in cui tutti possono inserirsi, perché la misericordia di Dio offre sempre la possibilità di cambiare, di convertirsi, di ritrovarsi e ritrovare la via verso la felicità. Significativi, a tal proposito, alcuni episodi e personaggi della Commedia, che manifestano come a nessuno in terra sia preclusa tale via. Ecco, ad esempio, l’imperatore Traiano, pagano ma collocato nel Paradiso. Dante così giustifica questa presenza: «Regnum celorum vïolenza pate / da caldo amore e da viva speranza, / che vince la divina volontate; / non a guisa che l’omo a l’om sobranza, / ma vince lei perché vuole essere vinta, / e, vinta, vince con sua beninanza» (Par. XX, 94-99). Il gesto di carità di Traiano nei confronti di una «vedovella» (45), o la «lagrimetta» di pentimento versata in punto di morte da Buonconte da Montefeltro (Purg. V, 107) non solo mostrano l’infinita misericordia di Dio, ma confermano che l’essere umano può sempre scegliere, con la sua libertà, quale via seguire e quale sorte meritare.

In questa luce, significativo è il re Manfredi, collocato da Dante nel Purgatorio, che così rievoca la propria fine e il verdetto divino: «Poscia ch’io ebbi rotta la persona / di due punte mortali, io mi rendei, / piangendo, a quei che volontier perdona. / Orribil furon li peccati miei; / ma la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei» (Purg. III, 118-123). Sembra quasi di scorgere la figura del padre della parabola evangelica, con le braccia aperte pronto ad accogliere il figlio prodigo che a lui ritorna (cfr Lc 15,11-32).

Dante si fa paladino della dignità di ogni essere umano e della libertà come condizione fondamentale sia delle scelte di vita sia della stessa fede. Il destino eterno dell’uomo – suggerisce Dante narrandoci le storie di tanti personaggi, illustri o poco conosciuti – dipende dalle sue scelte, dalla sua libertà: anche i gesti quotidiani e apparentemente insignificanti hanno una portata che va oltre il tempo, sono proiettati nella dimensione eterna. Il maggior dono di Dio all’uomo perché possa raggiungere la meta ultima è proprio la libertà, come afferma Beatrice: «Lo maggior don che Dio per sua larghezza / fesse creando, e a la sua bontade / più conformato, e quel ch’e’ più apprezza, / fu de la volontà la libertate» (Par. V, 19-22). Non sono affermazioni retoriche e vaghe, poiché scaturiscono dall’esistenza di chi conosce il costo della libertà: «Libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta» (Purg. I, 71-72).

Ma la libertà, ci ricorda l’Alighieri, non è fine a sé stessa, è condizione per ascendere continuamente, e il percorso nei tre regni ci illustra plasticamente proprio questa ascesa, fino a toccare il Cielo, a raggiungere la felicità piena. L’«alto disio» (Par. XXII, 61), suscitato dalla libertà, non può estinguersi se non davanti al traguardo, alla visione ultima e alla beatitudine: «E io ch’al fine di tutt’i disii, / appropinquava, sì com’io dovea, / l’ardor del desiderio in me finii» (Par. XXXIII, 46-48). Il desiderio si fa poi anche preghiera, supplica, intercessione, canto che accompagna e segna l’itinerario dantesco, così come la preghiera liturgica scandisce le ore e i momenti della giornata. La parafrasi del Padre Nostro che il Poeta propone (cfr Purg. XI, 1-21) intreccia il testo evangelico con il vissuto personale, con le sue difficoltà e sofferenze: «Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, / ché noi ad essa non potem da noi. […] Dà oggi a noi la cotidiana manna, / sanza la qual per questo aspro diserto / a retro va chi più di gir s’affanna» (7-8.13-15). La libertà di chi crede in Dio quale Padre misericordioso, non può che affidarsi a Lui nella preghiera, né da questa è minimamente lesa, ma anzi rafforzata.

6. L’immagine dell’uomo nella visione di Dio

Nell’itinerario della Commedia, come già sottolineato da Papa Benedetto XVI, il cammino della libertà e del desiderio non porta con sé, come forse si potrebbe immaginare, una riduzione dell’umano nella sua concretezza, non aliena la persona da sé stessa, non annulla o tralascia ciò che ne ha costituito l’esistenza storica. Perfino nel Paradiso, infatti, Dante rappresenta i beati – le «bianche stole» (XXX, 129) – nel loro aspetto corporeo, rievoca i loro affetti e le loro emozioni, i loro sguardi e i loro gesti, ci mostra, insomma, l’umanità nella sua compiuta perfezione di anima e corpo, prefigurando la risurrezione della carne. San Bernardo, che accompagna Dante nell’ultimo tratto del cammino, mostra al Poeta i bambini presenti nella rosa dei beati e lo invita a osservarli e ascoltarli: «Ben te ne puoi accorger per li volti / e anche per le voci püerili, / se tu li guardi bene e se li ascolti» (XXXII, 46-48). Appare commovente come questo mostrarsi dei beati nella loro luminosa umanità integrale sia motivato non solo da sentimenti di affetto per i propri cari, ma soprattutto dal desiderio esplicito di rivederne i corpi, le sembianze terrene: «Ben mostrar disio d’i corpi morti: / forse non pur per lor, ma per le mamme, / per li padri e per li altri che fuor cari / anzi che fosser sempiterne fiamme» (XIV, 63-66).

E infine, al centro della visione ultima, nell’incontro col Mistero della Santissima Trinità, Dante scorge proprio un Volto umano, quello di Cristo, della Parola eterna fatta carne nel seno di Maria: «Ne la profonda e chiara sussistenza / de l’alto lume parvermi tre giri / di tre colori e d’una contenenza […]. Quella circulazion che sì concetta / pareva in te come lume reflesso, / da li occhi miei alquanto circunspetta, / dentro da sé, del suo colore stesso, / mi parve pinta de la nostra effige» (XXXIII, 115-117.127-131). Solo nella visio Dei si placa il desiderio dell’uomo e termina tutto il suo faticoso cammino: «La mia mente fu percossa / da un fulgore in che sua voglia venne. / A l’alta fantasia qui mancò possa» (140-142).

Il mistero dell’Incarnazione, che oggi celebriamo, è il vero centro ispiratore e il nucleo essenziale di tutto il poema. In esso si realizza quello che i Padri della Chiesa chiamavano “divinizzazione”, l’admirabile commercium, il prodigioso scambio per cui, mentre Dio entra nella nostra storia facendosi carne, l’essere umano, con la sua carne, può entrare nella realtà divina, simboleggiata dalla rosa dei beati. L’umanità, nella sua concretezza, con i gesti e le parole quotidiane, con la sua intelligenza e i suoi affetti, con il corpo e le emozioni, è assunta in Dio, nel quale trova la felicità vera e la realizzazione piena e ultima, meta di tutto il suo cammino. Dante aveva desiderato e previsto questo traguardo all’inizio del Paradiso: «Accender ne dovria più il disio / di veder quella essenza in che si vede / come nostra natura e Dio s’unio. / Lì si vedrà ciò che tenem per fede, / non dimostrato, ma fia per sé noto / a guisa del ver primo che l’uom crede» (II, 40-45).

7. Le tre donne della Commedia: Maria, Beatrice, Lucia

Cantando il mistero dell’Incarnazione, fonte di salvezza e di gioia per l’intera umanità, Dante non può non cantare le lodi di Maria, la Vergine Madre che, con il suo “sì”, con la sua piena e totale accoglienza del progetto di Dio, rende possibile che il Verbo si faccia carne. Nell’opera di Dante troviamo un bel trattato di mariologia: con accenti lirici altissimi, particolarmente nella preghiera pronunciata da San Bernardo, egli sintetizza tutta la riflessione teologica su Maria e sulla sua partecipazione al mistero di Dio: «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’etterno consiglio, / tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ’l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura» (Par. XXXIII, 1-6). L’ossimoro iniziale e il susseguirsi di termini antitetici evidenziano l’originalità della figura di Maria, la sua singolare bellezza.

Sempre San Bernardo, mostrando i beati collocati nella mistica rosa, invita Dante a contemplare Maria, che ha dato le sembianze umane al Verbo Incarnato: «Riguarda omai ne la faccia che a Cristo / più si somiglia, ché la sua chiarezza / sola ti può disporre a veder Cristo» (Par. XXXII, 85-87). Il mistero dell’Incarnazione è ancora una volta evocato dalla presenza dell’Arcangelo Gabriele. Dante interroga San Bernardo: «Qual è quell’angel che con tanto gioco / guarda ne li occhi la nostra regina, / innamorato sì che par di foco?» (103-105); e quegli risponde: «elli è quelli che portò la palma / giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio / carcar si volse de la nostra salma» (112-114). Il riferimento a Maria è costante in tutta la Divina Commedia. Lungo il percorso nel Purgatorio, è il modello delle virtù che si contrappongono ai vizi; è la stella del mattino che aiuta a uscire dalla selva oscura per incamminarsi verso il monte di Dio; è la presenza costante, attraverso la sua invocazione – «il nome del bel fior ch’io sempre invoco / e mane e sera» (Par. XXIII, 88-89) – che prepara all’incontro con Cristo e col mistero di Dio.

Dante, che non è mai solo nel suo cammino, ma si lascia guidare dapprima da Virgilio, simbolo della ragione umana, e quindi da Beatrice e da San Bernardo, ora, grazie all’intercessione di Maria, può giungere alla patria e gustare la gioia piena desiderata in ogni momento dell’esistenza: «E ancor mi distilla / nel core il dolce che nacque da essa» (Par. XXXIII, 62-63). Non ci si salva da soli, sembra ripeterci il Poeta, consapevole della propria insufficienza: «Da me stesso non vegno» (Inf. X, 61); è necessario che il cammino si faccia in compagnia di chi può sostenerci e guidarci con saggezza e prudenza.

Appare significativa in questo contesto la presenza femminile. All’inizio del faticoso itinerario, Virgilio, la prima guida, conforta e incoraggia Dante a proseguire perché tre donne intercedono per lui e lo guideranno: Maria, la Madre di Dio, figura della carità; Beatrice, simbolo di speranza; Santa Lucia, immagine della fede. Così, con parole commoventi, si presenta Beatrice: «I’ son Beatrice che ti faccio andare; / vegno del loco ove tornar disio; / amor mi mosse, che mi fa parlare» (Inf. II, 70-72), affermando che l’unica sorgente che può donarci la salvezza è l’amore, l’amore divino che trasfigura l’amore umano. Beatrice rimanda, poi, all’intercessione di un’altra donna, la Vergine Maria: «Donna è gentil nel ciel che si compiange / di questo ’mpedimento ov’io ti mando, / sì che duro giudicio là sù frange» (94-96). Quindi interviene Lucia, che si rivolge a Beatrice: «Beatrice, loda di Dio vera, / ché non soccorri quei che t’amò tanto, / ch’uscì per te de la volgare schiera?» (103-105). Dante riconosce che solo chi è mosso dall’amore può davvero sostenerci nel cammino e portarci alla salvezza, al rinnovamento di vita e quindi alla felicità.

8. Francesco, sposo di Madonna Povertà

Nella candida rosa dei beati, al cui centro brilla la figura di Maria, Dante colloca anche numerosi santi, dei quali tratteggia la vita e la missione, per proporli come figure che, nella concretezza della loro esistenza e anche attraverso le numerose prove, hanno raggiunto il fine della loro vita e della loro vocazione. Rievocherò brevemente solo quella di San Francesco d’Assisi, illustrata nel Canto XI del Paradiso, dove si parla degli spiriti sapienti.

C’è una profonda sintonia tra San Francesco e Dante: il primo, insieme ai suoi, uscì dal chiostro, andò tra la gente, per le vie di borghi e città, predicando al popolo, fermandosi nelle case; il secondo fece la scelta, incomprensibile all’epoca, di usare per il grande poema dell’aldilà la lingua di tutti e popolando il suo racconto di personaggi noti e meno noti, ma del tutto uguali in dignità ai potenti della terra. Un altro tratto accomuna i due personaggi: l’apertura alla bellezza e al valore del mondo creaturale, specchio e “vestigio” del suo Creatore. Come non riconoscere in quel «laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore / da ogne creatura» della dantesca parafrasi al Padre Nostro (Purg. XI, 4-5) un riferimento al Cantico delle creature di San Francesco?

Nell’XI canto del Paradiso tale consonanza appare in un nuovo aspetto, che li rende ancora più simili. La santità e la sapienza di Francesco spiccano proprio perché Dante, guardando dal cielo la nostra terra, scorge la grettezza di chi confida nei beni terreni: «O insensata cura de’ mortali, / quanto son difettivi silogismi / quei che ti fanno in basso batter l’ali!» (1-3). Tutta la storia o, meglio, la «mirabil vita» del santo è imperniata sul suo rapporto privilegiato con Madonna Povertà: «Ma perch’io non proceda troppo chiuso, / Francesco e Povertà per questi amanti / prendi oramai nel mio parlar diffuso» (73-75). Nel canto di San Francesco si ricordano i momenti salienti della sua vita, le sue prove, e infine l’evento in cui la sua conformità a Cristo, povero e crocifisso, trova l’estrema, divina conferma nell’impronta delle stimmate: «E per trovare a conversione acerba / troppo la gente e per non stare indarno, / redissi al frutto de l’italica erba, / nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo, / che le sue membra due anni portarno» (103-108).

9. Accogliere la testimonianza di Dante Alighieri

Al termine di questo sintetico sguardo all’opera di Dante Alighieri, una miniera quasi infinita di conoscenze, di esperienze, di considerazioni in ogni ambito della ricerca umana, si impone una riflessione. La ricchezza di figure, di narrazioni, di simboli, di immagini suggestive e attraenti che Dante ci propone suscita certamente ammirazione, meraviglia, gratitudine. In lui possiamo quasi intravedere un precursore della nostra cultura multimediale, in cui parole e immagini, simboli e suoni, poesia e danza si fondono in un unico messaggio. Si comprende, allora, perché il suo poema abbia ispirato la creazione di innumerevoli opere d’arte di ogni genere.

Ma l’opera del Sommo Poeta suscita anche alcune provocazioni per i nostri giorni. Cosa può comunicare a noi, nel nostro tempo? Ha ancora qualcosa da dirci, da offrirci? Il suo messaggio ha un’attualità, una qualche funzione da svolgere anche per noi? Ci può ancora interpellare?

Dante – proviamo a farci interpreti della sua voce – non ci chiede, oggi, di essere semplicemente letto, commentato, studiato, analizzato. Ci chiede piuttosto di essere ascoltato, di essere in certo qual modo imitato, di farci suoi compagni di viaggio, perché anche oggi egli vuole mostrarci quale sia l’itinerario verso la felicità, la via retta per vivere pienamente la nostra umanità, superando le selve oscure in cui perdiamo l’orientamento e la dignità. Il viaggio di Dante e la sua visione della vita oltre la morte non sono semplicemente oggetto di una narrazione, non costituiscono soltanto un evento personale, seppur eccezionale.

Se Dante racconta tutto questo – e lo fa in modo mirabile – usando la lingua del popolo, quella che tutti potevano comprendere, elevandola a lingua universale, è perché ha un messaggio importante da trasmetterci, una parola che vuole toccare il nostro cuore e la nostra mente, destinata a trasformarci e cambiarci già ora, in questa vita. Il suo è un messaggio che può e deve renderci pienamente consapevoli di ciò che siamo e di ciò che viviamo giorno per giorno nella tensione interiore e continua verso la felicità, verso la pienezza dell’esistenza, verso la patria ultima dove saremo in piena comunione con Dio, Amore infinito ed eterno. Anche se Dante è uomo del suo tempo e ha sensibilità diverse dalle nostre su alcuni temi, il suo umanesimo è ancora valido e attuale e può certamente essere punto di riferimento per quello che vogliamo costruire nel nostro tempo.

Perciò è importante che l’opera dantesca, cogliendo l’occasione propizia del Centenario, sia fatta conoscere ancor di più nella maniera più adeguata, sia cioè resa accessibile e attraente non solo a studenti e studiosi, ma anche a tutti coloro che, ansiosi di rispondere alle domande interiori, desiderosi di realizzare in pienezza la propria esistenza, vogliono vivere il proprio itinerario di vita e di fede in maniera consapevole, accogliendo e vivendo con gratitudine il dono e l’impegno della libertà.

Mi congratulo, pertanto, con gli insegnanti che sono capaci di comunicare con passione il messaggio di Dante, di introdurre al tesoro culturale, religioso e morale contenuto nelle sue opere. E tuttavia questo patrimonio chiede di essere reso accessibile al di là delle aule scolastiche e universitarie.

Esorto le comunità cristiane, soprattutto quelle presenti nelle città che conservano le memorie dantesche, le istituzioni accademiche, le associazioni e i movimenti culturali, a promuovere iniziative volte alla conoscenza e alla diffusione del messaggio dantesco nella sua pienezza.

Incoraggio, poi, in maniera particolare, gli artisti a dare voce, volto e cuore, a dare forma, colore e suono alla poesia di Dante, lungo la via della bellezza, che egli percorse magistralmente, e così comunicare le verità più profonde e diffondere, con i linguaggi propri dell’arte, messaggi di pace, di libertà, di fraternità.

In questo particolare momento storico, segnato da molte ombre, da situazioni che degradano l’umanità, da una mancanza di fiducia e di prospettive per il futuro, la figura di Dante, profeta di speranza e testimone del desiderio umano di felicità, può ancora donarci parole ed esempi che danno slancio al nostro cammino. Può aiutarci ad avanzare con serenità e coraggio nel pellegrinaggio della vita e della fede che tutti siamo chiamati a compiere, finché il nostro cuore non avrà trovato la vera pace e la vera gioia, finché non arriveremo alla meta ultima di tutta l’umanità, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par. XXXIII, 145).

Dal Vaticano, 25 marzo, Solennità dell’Annunciazione del Signore, dell’anno 2021, nono del mio pontificato.
 

Francesco

 

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* Per le citazioni delle opere di Dante si fa riferimento all’Edizione Nazionale.


[1] In praeclara summorum (30 aprile 1921): AAS 13 (1921), 209-217.

[2] Cfr ibid.: 210.

[3] Ep. Nobis, ad Catholicam (28 ottobre 1914): AAS 6 (1914), 540.

[4] Discorso al Sacro Collegio e alla Prelatura Romana (23 dicembre 1965): AAS 58 (1966), 80.

[5] Cfr AAS 58 (1966), 22-37.

[6] Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio “Cor Unum” (23 gennaio 2006): Insegnamenti 2006 II/1, 92-93.

[7] Ibid., 93.

[8] Cfr n. 4: AAS 105 (2013), 557.

[9] Messaggio al Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura (4 maggio 2015): AAS 107 (2015), 551-552.

[10] Ibid.: 552.

[11] L’Osservatore Romano, 10 ottobre 2020, p. 7.

[12] Cfr Conf., I, I, 1: PL 32, 661.


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Fonte: Lettera apostolica “Candor lucis aeternae” in occasione del settimo centenario della morte di Dante Alighieri (25 marzo 2021) | Francesco (vatican.va)


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