venerdì 13 dicembre 2024

Da Nazaret a Betlemme e ritorno, di mons. Carlo Mazza

DA  NAZARET  A  BETLEMME  E  RITORNO

di Mons. Carlo Mazza (Vescovo emerito di Fidenza)




Da Betlemme: Dio si fa uomo

Intanto posiamo gli occhi su Betlemme. Che cosa suggerisce questo “luogo” dello spirito? Quale suggestione promana? Quali ricordi suscita nella nostra anima? Come è noto, Gesù nasce a Betlemme. Egli stranamente non ritorna più sul luogo della nascita. E’ probabile che l’interesse degli evangelisti (e delle prime comunità apostoliche), si sia subito spostato altrove dal punto di vista geografico. Di fatto, dopo gli antefatti di Betlemme, i trent’anni nascosti a Nazaret e gli inizi della predicazione in Galilea, lo sguardo della fede si concentra nello scenario unico e assoluto di Gerusalemme.

Se assumiamo il punto di vista degli sposi di Nazaret, Betlemme ricorda ben poco ed è configurata in una località marginale. Per loro Betlemme corrisponde solo ad un luogo davidico, secondo una memoria genealogica che risale alle origini del loro “casato”. Dunque si conosce come la sede “civile” di registrazione ai fini del censimento imperiale. Tuttavia essi stessi scopriranno, in un crescendo di stupore, che Betlemme non è un semplice luogo d’anagrafe.

In realtà risalire a Betlemme significava per loro riscoprire le “radici”, ciò che sta all’inizio di una “promessa” che veniva da lontano e dall’alto. Come in un pellegrinaggio quasi ancestrale, si immergono in una vicenda umana e familiare segnata da Dio, e dunque si innestano nel filone di una storia che poi, alla luce della fede, verrà denominata “storia della salvezza”.

E qui si può già intravvedere qualche cosa di misterioso e di grande, superiore alla loro immaginazione. Dalle Scritture ascoltate, rilette e commentate nella sinagoga del paese, Giuseppe e Maria, lungo il viaggio verso Betlemme, avranno ripassato nel ricordo il vaticinio del profeta Michea: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele” (Mic 5. 1, citato da Mt 2, 6). Di fatto le “citazioni” non sono mai pura coincidenza e assonanza.

Anche per i genitori di Gesù il richiamo profetico non si esaurisce semplicemente in una citazione erudita, ma esprime qualcosa di molto più allusivo: come un segno indicatore che svela un’intenzione di Dio. I “segni” sono sempre importanti nella storia della fede. Essi pongono in evidenza la continuità di un’alleanza e di una presenza attiva, che vanno oltre la consapevolezza dei soggetti. Per dire che tutto ciò che accade – a loro come a noi – prefigura nella visione provvidenziale della storia eventi portatori della speranza messianica (cfr. la “teologia della storia”).

Val bene annotare inoltre che Gesù non è riconosciuto dall’opinione pubblica del suo tempo come “betlemmita”, ma come “nazareno” (cfr. Mt 2, 23). Ciò significa che non sono sufficienti le origini biografiche o le “radici” umane per identificare una persona: intervengono altri fattori di conoscenza e di identificazione. Di fatto Betlemme è sì una radice, ma non è tutta la radice, definitiva ed esaustiva della personalità di Gesù. Di fatto non dimentichiamo che la “dimensione di umanità” di Gesù non esprime la totalità della persona di Gesù. Lui viene dalla “radice di Jesse” (betlemmita e padre di Davide), ma ciò non esaurisce la sua “identità” che rimanda ad altro livello, cioè alla sua filiazione divina (cfr. Annuncio a Maria, Lc 1, 26-38).

Risalendo a ritroso, verso le origini della vita di Gesù, si arriva dunque a Betlemme. Nelle Scritture del tempo dei Patriarchi, Betlemme emerge dalla memoria di Israele come la terra dove viene seppellita Rachele, la sposa di Giacobbe (cfr Gen 35, 16-20 e 48,7) e che Matteo richiama (Mt 2, 17-18) in riferimento alla strage dei bambini per opera di Erode:“Un grido in Rama si è udito, lamento e pianto d’amarezza! Rachele piange per i suoi figli”. L’evangelista evoca, collegandolo al passo di Ger 31,15, un oracolo nel quale si intravvedono eventi tragici per la sorte del popolo di Israele.

Di qui viene da pensare che la tragedia sia legata a questo piccolo villaggio. Al riguardo nel libro dei Giudici (19, 11-30) è ricordato un orrendo delitto consumato su una concubina di Betlemme da parte dei Beniamiti. Ancora una volta Betlemme è assunto come luogo di misfatti (cfr. AA.VV. Le immagini bibliche, ed. San Paolo, Milano, 2006, voce Betlemme, p. 194).

E nonostante questa nomea tragica, Betlemme nella tradizione biblica è ricordata soprattutto perché patria di Davide (cfr 1 Sam 17, 12.58; Gv 7, 42). Infatti in questo territorio il sacerdote Samuele sceglie il figlio di Jesse e lo unge re (1 Sam 16, 1-13). Qui è anche ambientata la vicenda di Rut, la Moabita, che sposa in seconde nozze Booz originario di Betlemme, incontrato nei campi mentre spigolava il grano dietro ai mietitori (cfr Rut, 1-2). Il riferimento del grano ci rivela che Betlemme significa “casa del pane”. Il profeta Michea, nel vaticinio citato, parlando di Betlemme, allunga lo sguardo al futuro discendente di Davide come dominatore e messia, capo e pastore, proveniente appunto da Betlemme, “così piccola per essere tra i villaggi di Giuda” (Mic 5, 1).

Di qui si sviluppa quella valenza tipologica tragica e regale di Betlemme che sarà colta dagli stessi evangelisti. Così Betlemme assurge a villaggio testimone di morte, nel contempo diventa origine e attuazione della speranza messianica, della gioia universale a motivo della nascita del Messia e infine fa di riferimento essenziale per apprendere il messaggio del “Vangelo dei piccoli”.

In tale carico di significati Betlemme, ultima tra le città della Giudea, acquista una straordinaria posizione di primato, secondo il detto del vangelo che “i primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi” (Mt 20, 16) e passerà alla storia non solo e non tanto di Israele ma del cristianesimo, costituendosi punto di partenza per i tempi nuovi del compimento delle promesse. La “piccolezza” vince sulla potenza: è “ciò che è debole che per il Signore diventa forte” (cfr 2 Cor 12, 10).

Dunque andare a Betlemme non designa una casualità, anche se scegliendo Betlemme, Maria e Giuseppe non pensano di rispondere ad un’esplicita chiamata di Dio. Essi lasciano Nazaret assecondando solo un ordine del potere degli uomini. In obbedienza civile, sottostanno alle leggi e alle disposizioni dell’imperatore di turno. Si vorrebbe insinuare che i genitori di Gesù non scelgono “l’obiezione di coscienza”, ma si collocano nel flusso delle circostanze più grandi di loro. Di fatto sono rispettosi e seguono la legalità ufficiale.

Si comprende allora che “andare a Betlemme” sprigiona significati più nascosti. Essi vanno ricercati negli intrecci che intercorrono tra i fatti, gli eventi e le persone protagoniste. E’ necessario perciò abituarsi a “guardare oltre” le semplici apparenze e le circostanze per saper cogliere il filo rosso di una rivelazione, di un disegno provvidenziale. E’ infatti nella semplicità e nella piccolezza di Betlemme che si va per contemplare l’evento dell’incarnazione, l’avvenimento che cambierà la storia del mondo.

Annunciato nelle loro case di Nazaret a Maria e a Giuseppe, sia pure in diverse e complementari modalità, l’evento, o meglio l’avvenimento dell’incarnazione accade a Betlemme. Ciò ci costringe a “vedere” il dispiegarsi dell’accondiscendenza di Dio tesa a istruirci su “Chi è Gesù”, apparso nella forma umana pur essendo Figlio di Dio (cfr. Fil 2, 6-11), visibile nell’umiltà disadorna di Betlemme, insieme, come è stato detto, tragica e regale. Secondo l’imperscrutabile disposizione di Dio, la nascita di Gesù si manifesta nel “segno” di un bambino “normale” (cfr Lc 2, 12). E tuttavia i “contorni” della nascita rivelano la sua radicale “diversità”, evidenziata e disposta dai racconti che riguardano i genitori, perché a loro sia resa evidente la comprensione del “mistero nascosto da secoli” (Ef 3, 9) attraverso “filtri” di gloria.

Nell’economia delle nostre riflessioni sono le figure genitoriali a prendere rilievo perché più direttamente capaci di interrogare l’identità, il ruolo, le funzioni proprie dei genitori. Nei racconti di Matteo e Luca (cfr i Vangeli dell’infanzia propri di Luca e Matteo), Maria e Giuseppe appaiono, o dovrebbero apparire, come “persone informate dei fatti”, anche se non compiutamente.

Essi in realtà vivono un’esperienza di cui conoscono a mala pena gli “estremi”, attraverso l’annuncio a Maria e il sogno a Giuseppe, ma non ne percepiscono con esattezza i contenuti, le prospettive, gli esiti. I loro occhi “vedono” e “non vedono”, la loro intelligenza intuisce ma non comprende. Come succede anche a noi credenti: “viviamo nella fede e non ancora in visione” (2 Cor 5, 7). Si attua una “iniziazione” ai “divini misteri” che crescerà nel tempo e nella fedeltà.

I genitori Maria e Giuseppe sanno che il bambino sta nascendo. Si preoccupano dunque di escogitare soluzioni organizzative e pratiche; cercano il meglio e poi si adattano alle circostanze. Non fanno tragedie per la precarietà del luogo; non imprecano né contro l’imperatore di Roma, né contro l’inospitalità degli albergatori di Betlemme, né contro la malvagità dei tempi. Sono sereni perché si fidano della fedeltà di Dio e appartengono al popolo dei “poveri” e più esattamente alla categoria dei “poveri di Javhè”.

Ciò deriva dal fatto che sono stati educati dalla Parola dei profeti e dei loro maestri sinagogali e dunque sono preparati nello spirito. Dalla frequentazione dei salmi hanno appreso il senso dell’abbandono. Sono istruiti dai racconti edificanti delle Scritture e dunque non temono contrattempi e trappole. Tutto quanto accade li coglie nella disponibilità e nella fiducia.

A Betlemme imparano la vita di coppia, come ci si deve ingegnare senza aspettarsi troppo dagli altri indaffarati, come uscire dall’imprevisto e affrontare le difficoltà, come adattarsi nella strettezza della vita, come organizzarsi quando nasce un figlio, come sovvenire da parte dello sposo la sposa in stato di partoriente: si avverte come la necessità acuisce l’ingegno e si nota come non manchi il senso della provvidenzialità.

Lontani dai parenti e dagli amici, sconosciuti in un paese estraneo ai loro orizzonti, i due sposini sbarcano il lunario con dignità e sobrietà, abituandosi ad uno “stile di vita” essenziale, secondo il loro stato sociale di poveri. Forse colpiti da una certa indifferenza della gente, non disdegnano di arrangiarsi in luoghi di emergenza.

E tuttavia non sono soli. Arrivano nell’evento i “pastori” (cfr Lc 2, 8-20). Sono un genere di sodali che si prestano a soccorrere i due genitori sprovveduti e ignoti, eppure così simili a loro. Come i Magi (cfr Mt 2, 1-12), i pastori sono i “lontani” che diventano i “vicini”. Sono i “volontari” ispirati da Dio che portano il necessario e si rendono testimoni dell’evento, secondo i principi-valori della gratuità e del dono operati in pura perdita e con gioia piena. Maria e Giuseppe si meravigliano e riflettono sui fatti che accadono tanto che ricorderanno per sempre quei giorni, quegli eventi straordinari e imprevedibili, quelle figure mattutine che sono convenute al luogo della nascita del loro figlio e lo racconteranno ai primi discepoli del Signore con cenni essenziali e ricchi di sapienza e di memoria veterotestanentarie.

Ma a Betlemme sopraggiungono anche rischi e prove drammatiche (cfr. Mt 2, 16-23), come era scritto nella “storia” del paese. La strage degli innocenti fa entrare in scena le sventure derivate dal potere politico, sempre in competizione e pronto a qualunque costo di vite umane pur di salvare gli interessi e gli appetiti oltre a qualsiasi giustizia e dignità. I potenti disprezzano il popolo e ne usano per i loro fini.

Dunque la famiglia di Giuseppe, Maria e Gesù sperimenta la durezza e i crimini di un potere forsennato e feroce, senza scrupoli e senza remore. Sulla loro pelle vivono l’esperienza dell’esilio (cfr. Mt 2, 13-15) e la traversata del deserto per trovare una casa accogliente in terra straniera. Fuga dalla patria, rifugio in qualche tenda, ricerca di un suolo, di una sopravvivenza e di un approdo.

Possiamo sintetizzare così l’“andare a Betlemme”: l’approdo casuale della coppia di Nazaret nel villaggio ultimo della Giudea prefigura lo stile dell’agire e la stessa volontà di Dio nel modo e nel luogo dove accade la nascita del “Figlio di Dio”, luogo di sofferenza, di morte, come di gioia e di speranza. I genitori, veri “poveri di Javhè”, percepiscono così di essere sotto la mano creatrice di Dio che attua le promesse messianiche mediante la loro disponibilità. Umili e poveri, essi accolgono la Parola con semplicità di cuore, rendendosi strumenti docili a Dio e a lui sottomessi. 

A Nazaret: Dio “educa” il Figlio

Nel tempo stabilito la famiglia rientra a Nazaret. Si riprende una vita semplice, si ricomincia una vita di famiglia. Stabilirsi al loro paese sarà stato motivo di esultanza, ricordando i salmi del loro popolo cantati nell’esodo e poi ripresi nella deportazione a Babilonia e fino al ritorno a Gerusalemme. Memoria di eventi vissuti nel dolore e nella gioia. Si può immaginare che la vita a Nazaret scorra secondo la normalità, ma altresì ricca di presagi, di futuro tutto da scoprire e da vivere. Il paese è collocato sulla “via del mare” dove passano mercanti e religioni, eserciti e culture, un territorio battuto da flussi orientali, da stili di vita diversi, voci e volti sollecitanti.

In tale contesto socio-culturale Luca annota, con uno stile quasi cronachistico, ma denso di significati, che “il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui” (Lc 2, 40). In realtà Luca traccia un abbozzo dell’identità di Gesù, in un ambiente familiare cadenzato dai ritmi del paese, sottolineando alcuni aspetti della sua personalità divino-umana. Ne segnalo tre.

Anzitutto Luca intende mostrare come la “crescita” umana di Gesù si sviluppi secondo le leggi della natura, secondo le consuetudini della Galilea, e secondo la tradizione della cultura ebraica. Si avverte un vero apprezzamento dell’umanità di Gesù nelle fasi di consolidamento generazionale e una sottolineatura della sua immersione nelle tradizioni, negli usi e nei costumi del suo paese, secondo quella sapienza popolare propria dell’ebraismo del suo tempo.

In secondo luogo il bambino Gesù non è diverso dagli altri per la configurazione evolutiva della persona. Passa infatti attraverso i gradi biologici e psicologici dello sviluppo. Tuttavia l’osservazione verbale “si fortificava” indica le modalità non tanto riferite ad un irrobustimento fisico, ma alla consapevolezza interiore, con la caratteristica del tutto constatabile della “sapienza”, nella forma della “pienezza”. Ciò rivela il dato di originalità inconfondibile e insinua come la “scuola di Nazaret” avvii ad un’autentica iniziazione nella conoscenza di Dio attraverso la storia del suo popolo.

In terzo luogo Luca sottolinea che “la grazia di Dio era su di lui”. L’annotazione dice uno stacco di qualità intrinseca, che lo differenzia dagli altri ragazzi, pertinente all’essere di Gesù (dato ontologico), atto a svelare la sua divinità derivata da Dio stesso in quanto “Figlio di Dio”. Non era dunque un ragazzo qualsiasi: in lui agiva un principio, distintivo rispetto agli altri, di carattere soprannaturale, trascendente. Luca intende introdurci nel mistero di Gesù, nella sua relazione filiale con il Padre.

Questi tre aspetti “esploderanno” nel viaggio-pellegrinaggio pasquale a Gerusalemme (Lc 2, 41-50), vera rivelazione prefigurativa degli eventi della salvezza. Le varie fasi del racconto di smarrimento e di ritrovamento sono disposte infatti al fine di condurre l’uditore-lettore verso l’apice della narrazione che si colloca nella dichiarazione di Gesù come inviato dal Padre e destinatario di una propria missione.

Le tre dimensioni accennate di nuovo vengono ribadite nella ripresa lucana della vita a Nazaret: “Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (cfr. Lc 2, 51-52). Nel riassunto sintetico della vita della famiglia di Nazaret, Luca ne sottolinea l’unità, accenna alla “sottomissione” di Gesù per avvertirci del suo “essere figlio” nella linea dell’umanità. L’inciso che riguarda la “madre” denota il ruolo speciale di Maria nell’“economia della salvezza” e nel suo cammino personale di fede.

In realtà l’insieme dei “racconti nazaretani”, riportati da Luca, ci insegnano che il tempo, lo spazio, la vita a Nazaret coincidono da una parte con un disegno provvidenziale che si inscrive nell’alleanza tra Dio e l’uomo e dall’altra con un periodo di “incubazione” dell’atto finale della redenzione predisposto dal Padre per il Figlio suo Gesù Cristo. Nel nascondimento di Nazaret matura la vocazione di Gesù, percepisce il suo “io” profondo, il suo mistero prende corpo, la sua missione compie i primi passi. Infatti c’è un tempo per ogni cosa in modo che Gesù “incorpora” gradualmente l’intera storia del suo popolo. C’è un territorio da esplorare alla luce di Dio, dove già si sono svolti i gesti, le vicende, i rapporti di Dio con Israele. C’è una vita da conoscere, educare, istruire, imparare per la futura missione del Figlio di Dio.

In tal modo Nazaret rappresenta le “radici” di Gesù, come Betlemme per Maria e Giuseppe, con gli elementi abituali di identificazione, quali la casa, la religiosità, gli affetti, la fede, le relazioni. Su queste basi si edifica la vita futura, dalle quali prendere il largo (cfr. Franco Giulio Brambilla, Perché mi cercavate? Famiglia e vocazione, in Rivista del Clero Italiano, 7/8, 2009).

Possiamo sintetizzare i diversi insegnamenti tratti dal “mistero” di Nazaret (cfr. Paolo VI, Discorso a Nazaret, 1964): la vita di Nazaret apre la mente e il cuore ad una visione trascendente della vita, guidata da Dio, illuminata dalla rivelazione, accolta nella semplicità di un contesto familiare, storico, culturale e sociale. La vita non è mai fenomeno casuale ma rivela una vocazione e prospetta una precisa missione. In tale dinamica divino-umana, la famiglia di Nazaret adempie alla sua naturale funzione, ma nel contempo la trascende. Di fatto la famiglia è “tramite” del disegno di Dio e si inserisce nella “storia della salvezza”, come storia di morte e di resurrezione. 

E ritorno...

Il percorso da Betlemme a Nazaret richiede un epilogo. Non è così. Da Nazaret infatti si riparte per un “ritorno”. Ma verso dove? Non certo verso Betlemme, villaggio che ha esaurito la sua missione. Il viaggio della salvezza porta verso Gerusalemme. Là si svolge il compimento della vita di ogni profeta, là si conclude ogni pellegrinaggio di vita, là finalmente si adempie la volontà di Dio.

In realtà è Gerusalemme il fine del ritorno. Perché rappresenta il luogo della divina presenza, dove Gesù attua il dono di sé e la definitiva consegna al Padre. Qui si realizza il destino di gloria del Figlio di Dio, crocifisso e risorto, per la salvezza dei singoli e delle nazioni. Il nostro viaggio “Da Betlemme a Nazaret e ritorno” approda a Gerusalemme e qui scopriamo, con luce incandescente, il senso ultimo della nostra vita, redenta da Cristo, e delle nostre famiglie, luoghi di vera comunione con Cristo, sposo della Chiesa. E ultimamente acquista senso compiuto la vicenda umana, totalmente assunta dal Cristo, che si dispiega tra esperienze di “tragedia” e di “esultanza” come dall’evento della croce fino allo splendore della Pasqua.

+ Carlo, Vescovo


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mercoledì 11 dicembre 2024

Vivere l'Avvento con lo sguardo di Maria, di P. Luigi Polvere icms

Vivere l'Avvento con lo sguardo di Maria

di P. Luigi Polvere icms

Icona Madonna di Montevergine (particolare)

Il tempo di Avvento, da poco iniziato, lo possiamo definire un tempo fortemente mariano. Maria Santissima, infatti, lo ha vissuto nella sua carne come ogni donna incinta che sa bene cosa significa essere “in attesa”. Il suo sguardo era più rivolto dentro di sé che fuori, e così guardando a lei ogni uomo può essere aiutato a non perdere di vista l’Essenziale di questa festa.

In questo periodo tutto si colora di luci, di addobbi, l’atmosfera diventa più “romantica”, tutto ci parla di festa, di allegria; eppure se rileggiamo i racconti di questi eventi, di ciò che è successo nei giorni che precedettero quella notte, ci accorgiamo che di romantico c’è ben poco. I Vangeli ci raccontano di una storia molto difficile di un fidanzamento e di una miracolosa gravidanza (spiegalo tu ai vicini…) di una donna e di suo marito che sono costretti a dare alla luce un figlio in una povera grotta perché non c’era posto nell’albergo (pensate all’ansia di S. Giuseppe) e di una strage assurda e inspiegabile e di una fuga in un paese straniero. Insomma, per vivere a fondo il Natale dovremmo anzitutto spogliare questa festa della sua apparente poesia e accorgerci che, dietro questi fatti, ci sono persone concrete, con le loro storie, con i loro dubbi, con le loro sofferenze, con la loro umanità perfettamente uguale alla nostra. Ciò, invece di mostrarcelo come un ricordo passato, lo avvicina molto alle nostre esistenze. Tutto questo grande mistero, infatti, accade nella normale quotidianità di due vite, quella di Maria e di Giuseppe, che, con la loro libertà, permettono a Dio di entrare nel mondo.

Pertanto vivere l’Avvento significa saper tornare ad apprezzare la nostra normalità, perché quello è il luogo in cui Dio ci parla e a noi si rivela. Noi spesso passiamo tutta la vita a evadere dalla nostra realtà di ogni giorno, perché questa ad un certo punto ci annoia (le stesse cose, persone…) e così pensiamo sempre che la felicità si trovi in qualcosa di eccezionale che deve ancora arrivare (anche il peccato ha questa logica di evasione). Tuttavia il Natale ci ricorda che l’evento più grande della storia, ciò che dà senso a tutto, è accaduto senza attirare l’attenzione. Allora, la buona notizia di questa festa è scoprire che da quando Dio ha preso la mia carne, il mio respiro, il mio stesso cuore, la mia stessa fatica, le mie stesse lacrime… quella normale vita che spesso ci annoia e ci stanca è, in realtà, il luogo dove Dio ha nascosto qualcosa di infinitamente grande: la continua possibilità di amarlo e di incontrarlo e forse mai ce ne siamo resi conto. Dobbiamo chiedere che Dio ci apra gli occhi, che sappia curare la nostra cecità; dobbiamo chiedergli non di avere una vita diversa da quella che abbiamo, ma di avere occhi diversi. Per arrivare a questo sono tre gli atteggiamenti che, sull’esempio di Maria, possiamo provare a riscoprire in questo tempo di avvento.

Anzitutto, il Vangelo ci dice che “Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel proprio cuore”. Il silenzio non è soltanto assenza di parole, ma digiuno di tutte quelle piccole cose che ci rallentano e ci appesantiscono nel cammino verso Dio e i fratelli. L’Avvento è allora come un cambio di stagione. Occorre fare attenzione a ciò che ci riveste, a ciò di cui riempiamo la nostra vita, affinché non ci capiti di scoprirci improvvisamente inadeguati a vivere il tempo che ci è concesso o di sprecare le occasioni che Dio ci offre per prepararci alla sua venuta. Quanto è essenziale recuperare questa capacità di un silenzio orante che ci aiuta a mettere in ordine i pezzi della nostra vita lasciando che Dio ci mostri le cose che ci accadono nella sua luce.

Il secondo atteggiamento è uno spirito di preghiera. Più entriamo in relazione con Dio, più capiamo chi siamo...perché come dice un salmo “è nella Tua luce Signore che vediamo la luce”. La preghiera ci aiuta ad accogliere e a fare tesoro di ciò che ci sta accadendo. Dio ci parla sempre attraverso la nostra vita: problemi, cose belle o brutte, cose che vorremmo o non vorremmo. Allora, seguire Maria significa vivere fino in fondo le cose che ci succedono e che tante volte non abbiamo scelto... Imparare a dire di sì a ciò che ci accade: questo è il primo modo di capire che cosa il Signore ci sta dicendo. La preghiera dovrebbe portarci a non scappare davanti a tutto quello che la vita ci sta riservando, perché, soltanto se prendiamo sul serio la vita, cominciamo a capire anche qual è la volontà di Dio per ciascuno di noi. La ragione della nostra infelicità, della nostra fatica ad amare ad essere autentici parte proprio da questo errore di fondo: non rispettare le cose per come sono e pensare a come “dovrebbero essere”.

Terza e ultimo atteggiamento... Credo che la modalità più concreta per non vivere anestetizzati dalle cose di questo mondo è prenderci cura di qualcuno. Impariamo in questo avvento a coltivare uno spirito di servizio e di obbedienza alle cose che la vita ci riserva e alle persone che Dio ci affida, che sono sempre l’occasione per uscire fuori da noi stessi e liberarci dal nostro egoismo e incontrare Gesù che lì è presente. Come Maria anche noi abbiamo “un Elisabetta” di cui prenderci cura... un bene concreto che solo noi possiamo realizzare e che ci attende. Si, perché la felicità è sempre una cosa molto concreta ed è sempre legata al prendere sul serio la vita che ci è stata consegnata e a non vivere superficialmente, non lamentandoci e aspettando il “momento migliore” che non esiste e mai esisterà, ma iniziando a metterti in cammino oggi, con quello che hai e possiedi, che non è mai poco. La grazia inizia sempre così, e Dio lo incontri iniziando con piccole cose concrete, con il poco che hai perché a Dio basta vedere una piccola apertura del tuo cuore per entrarvi con tutta la Sua potenza. Quanto sono preziosi davanti a Lui i nostri poveri “si” detti con amore.

A voi tutti un buon cammino di Avvento!


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lunedì 9 dicembre 2024

Verso il Natale con Maria, donna dell'attesa, di Giulia Taddei

Verso il Natale con Maria, donna dell'attesa

di Giulia Taddei




Santa Maria, Vergine dell’attesa, donaci del tuo olio perché le nostre lampade si spengono. Vedi: le riserve si sono consumate. Non ci mandare ad altri venditori. Riaccendi nelle nostre anime gli antichi fervori che ci bruciavano dentro quando bastava un nonnulla per farci trasalire di gioia. Se oggi non sappiamo attendere più, è perché siamo a corto di speranza. Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio. E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano, rischiamo di non aspettarci più nulla neppure da quelle promesse ultraterrene che sono state firmate col sangue dal Dio dell’alleanza.

Santa Maria, donaci un’anima vigilare. Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’attesa. E il Signore che viene, Vergine dell’avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano».

Questi alcuni passi della splendida preghiera «Maria, donna dell’attesa» di don Tonino Bello che ho scelto per introdurre una mia riflessione sull’Avvento come periodo d’attesa, come cammino che ci porta a celebrare un evento antico ma sempre nuovo: il Natale di Cristo. Quella nascita, infatti, è «nuova» per più ragioni, di cui la prima è il fatto che viene al mondo una natura umana in cui si trova la pienezza della divinità. In questa fede, la Chiesa chiede di essere partecipe della stessa santa «novità». Ma quanto chiede la preghiera liturgica, lo celebriamo già attuato in Maria, la quale è concepita nella santa novità del Natale di Cristo. Infatti, è generata nel possesso pieno della vita soprannaturale: è la prima creatura ammessa a fare esperienza della grazia divina.

Maria che dal momento dell’annuncio dell’Angelo attende come ogni donna la nascita del figlio, Maria è la donna in attesa per eccellenza, perché in Lei l’attesa è incondizionata, al di fuori della logica umana, è senza tempo e senza fine perché è l’attesa di Dio, della realizzazione del suo piano salvifico per l’uomo e con l’uomo. Ma la sua attesa è anche sorprendentemente umana, come ogni donna che porta in grembo una nuova vita si pone in condizione di attesa e di accoglienza, ma non passiva, ma in maniera responsabile e partecipata, dialogando con il frutto del suo seno e «serbando e meditando in sé» le cose che le accadono e i fatti di cui è testimone. «Serbare e meditare» appartengono all’azione complementare di cuore e mente: Maria è una donna che accoglie con il cuore e custodisce la meraviglia dell’amore fatto carne, ma valuta, ragiona, discerne gli eventi in attesa di conferme future. Tutto ciò che vive e le accade, anche se straordinario, non avviene mai senza il suo consenso, è sempre il suo «Si» che apre alla fiducia totale verso Dio su cui poi si fonda l’azione propulsiva e rigenerativa dell’amore.

Maria è stata preparata a questo: era pronta all’attesa di Gesù, quel Gesù che veniva da Dio, quel Gesù che si faceva uomo per farci conoscere il volto umano di Dio. E se l’Avvento è il tempo dell’attesa di Dio, ebbene è anche il tempo della Speranza. Maria quindi spera, cioè attende che Dio operi in lei e che manifesti di volta in volta la sua volontà, indicandole i percorsi da seguire e allo stesso tempo si mette in ascolto attivo e intraprendente. Lascia che sia Dio a fornirle i mezzi necessari alla missione, senza adoperare strumenti inappropriati e fallaci. E tutto questo non avviene certo in una situazione in cui è facile coltivare la speranza: il suo stato di gravidanza per opera dello Spirito Santo le costa illazioni e pregiudizi da parte della gente, umiliazioni, rischi e perfino la perplessità del suo promesso sposo. E tuttavia lei non cessa di sperare nel Signore perché totale è la fede in Lui riposta. Maria celebra la novità insperata: Dio si è fatto vicino, solidale con l’uomo. È il Dio fedele: Colui che fa alleanza con gli uomini e resta fedele al suo patto.

Maria vive di questa certezza. Sperare è proprio questo: entrare nella promessa di Dio. Maria vive nella speranza, dal momento che l’angelo partì da Lei, la vita di Maria è conformata dall’attesa e forgiata dal silenzio. Ella attende che la presenza di suo Figlio si sveli pienamente. Attenderà per tutta la vita, con intensità sempre maggiore. Maria ci aiuta a comprendere che il silenzio corrisponde alla nostra natura profonda, perché è l’attesa di qualcosa che deve accadere. L’atteggiamento originale dell’uomo consiste nella tensione al rapporto con Dio. Assumere la posizione della Madonna significa dunque ritrovare la nostra natura originale, il nostro cuore è stato concepito per attendere e accogliere Dio così come una madre dal momento del concepimento attende e accoglie la vita dentro sé.



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sabato 7 dicembre 2024

Il Dogma dell'Immacolata Concezione e il suo significato attuale, di Fra Pierre Sampula


Il Dogma dell'Immacolata Concezione e il suo significato attuale

di Fra Pierre Sampula




Oggi, se bisogna parlare del dogma dell’Immacolata Concezione, c’è di che interrogarsi su ciò che la dottrina della Chiesa vorrebbe esprimere con questo termine. Per questa ragione, è opportuno anzitutto aprire questa esposizione con alcune osservazioni che permettono di dissipare i malintesi in quanto al significato di questo dogma. Poi si dirà ciò che significa per noi e cosa c’insegna. Parlando del dogma dell’Immacolata Concezione, non dobbiamo riportarlo alla concezione verginale di Gesù nel seno di Maria, né all’idea secondo la quale Maria avrebbe concepito il Cristo senza che la sua maternità l’abbia macchiata di peccato; questo dogma è lontano da esprimere questa realtà. Non significa neanche che la nascita di Maria abbia presentato alcune differenze dal punto di vista fisico rispetto a quella degli uomini o che Maria avrebbe ricevuto un privilegio per evitare ogni sozzura che accompagna la nascita di un essere umano generato dell’amore coniugale di due esseri umani.


Il contenuto teologico del dogma dell’Immacolata Concezione

Promulgato dal Papa Pio IX nel 1854 nella bolla Ineffabilis Deus, questo dogma dichiarava che: “La Beata Vergine e Madre di Dio, Maria, è stata, in considerazione dei meriti di Gesù Cristo suo figlio, e dunque a causa della redenzione operata da suo figlio, gratificata da Dio, fin dal primo istante della sua esistenza, della grazia santificante e, di conseguenza, non ha conosciuto lo stato del peccato originale” (DZ, n°2803). La dottrina della chiesa, attraverso questo dogma, vorrebbe e vuole proclamare semplicemente che la Beata Vergine Maria è stata concepita nel seno di Anna, sua madre, senza che essa contraesse il minimo peccato originario. Detto diversamente, è stata esentata dal peccato originale per l’amore e la misericordia di Dio. Risulta che per meglio cogliere il senso ed il significato del dogma dell’Immacolata Concezione, si rivela necessario conoscere ciò che è il peccato originale, e in quale modo si contrae. La dottrina teologica del peccato originale c’insegna che tutti gli uomini, fin dal loro concepimento, sono già colpiti dal peccato originale e, alla nascita, vengono al mondo privi della grazia divina, e questo a causa del peccato commesso dal primo uomo. Ciò mostra che il peccato originale non è un peccato personale dovuto ad un’azione cattiva fatta dall’uomo con la sua piena responsabilità. Si tratta, al contrario, di un peccato di natura che ogni uomo contrae a partire dalla sua nascita e fin dalla sua concezione per il fatto proprio di appartenere in maniera solidale ad un’umanità peccatrice che, fin dalle sue origini, aveva scelto la disobbedienza al posto della sottomissione a Dio. Andando nello stesso senso, J. Bur fa questa affermazione: “lo stato di peccato originale alla nascita significa che la nostra condizione nativa non comporta in se stessa l’amicizia con Dio né la partecipazione effettiva alla sua vita divina. Questa sarà conferita, dopo la nascita, dalla rinascita filiale in Gesù Cristo, operata dal sacramento del Battesimo o da quello che lo supplisce”. Presentato sotto questa prospettiva, non concepiamo il peccato originale come una macchia che si cancella con il battesimo. Ammettiamo semplicemente che per il peccato originale l’uomo è privato, fin dalla sua concezione ed alla nascita, della grazia santificante che gli sarà data solamente attraverso il Battesimo. Allo stato del peccato originale, l’uomo è consegnato a due attrattive opposte, l’attrattiva verso il bene e l’attrattiva verso il male. Nel linguaggio cristiano, questa ultima attrattiva è chiamata concupiscenza. Per quel che riguarda Maria, la teologia cattolica afferma che non è stata segnata dal peccato originale e non ha conosciuto, di conseguenza, neanche la concupiscenza. Inoltre, “non ha provato mai nessuna tendenza a fare il male” (Leysbeth). Ammettere che Maria è stata preservata, fin dalla sua concezione, dal peccato originale, vuole dire semplicemente che Maria è stata santificata fin dal primo istante della sua esistenza dalla grazia della vita divina. Così, si può dire che l’immacolata concezione di Maria consiste nel possesso, fin dall’inizio della sua esistenza, della vita della grazia divina che gli è data senza merito da parte sua, ma per la grazia premurosa di Dio, che è accordata agli altri uomini solo dopo la loro nascita. Perché questa differenza e quali sono le ragioni?


Le ragioni del Privilegio dell’Immacolata Concezione

Se Maria ha ricevuto fin dalla sua concezione la grazia santificante, è a causa della sua maternità divina. Numerosi sono quelli che sostengono che se colui che doveva nascere da lei era Uomo-Dio, senza peccato, era inconcepibile che fosse concepito in una natura portatrice di peccato. Dio non poteva dunque fare altro che preparare al suo Figlio beneamato una dimora degna di lui. È anche ciò che ci rivela l’orazione di apertura della messa dell’Immacolato Concezione: “Tu hai preparato a tuo Figlio una dimora degna di lui, per la concezione Immacolata della Vergine Maria (…)”. La seconda ragione del privilegio dell’immacolata concezione per Maria gli viene in virtù della redenzione operata da Cristo, perché, di Maria, la chiesa insegna che appartiene alla comunità dei redenti. Ciò che vuole dire che anche lei fu come noi, redenti in virtù dei meriti di Cristo. Ma bisogna sottolineare che “la sua redenzione fu preservatrice, mentre la nostra è riparatrice”. Possiamo ora interrogarci su cosa significa l’Immacolata concezione per noi.


Significato attuale del dogma dell’Immacolata Concezione

Attraverso il dogma dell’Immacolata concezione comprendiamo che il principio di ogni essere spirituale è stabilito da Dio. È Dio solo che possiede il nostro destino ed è solo Lui che lo traccia. Noi non possiamo mai ritornare al di sotto del principio che Dio ci ha fissato. Questo dogma ci mostra anche che Dio avvolge tutta la vita dell’uomo col suo amore redentore e con la sua fedeltà amante. Ricorda anche che “Dio che ha l’iniziativa è sempre al di là delle nostre rappresentazioni, delle nostre attese, in una chiarezza che intravediamo solamente man mano” (Rouet). Un altro autore (Fairweather) è più chiaro quando dichiara che “non bisogna comprendere l’immacolata Concezione come una purezza morale, come facevano i giansenisti, ma piuttosto come l’espropriazione di un essere da parte di Dio e come l’accettazione, nella fede, da parte di questa persona, a collaborare al progresso divino che gli è progressivamente svelato”. A partire da questo dogma abbiamo un’idea di ciò che era l’uomo prima della caduta. Notiamo che Sant’Anselmo, San Bernardo e San Tommaso d’Aquino hanno rifiutato l’immacolata Concezione per la sola ragione che contraddice, secondo loro, l’universalità del peccato originale; mentre San Bonaventura e Giovanni Duns Scoto l’hanno difesa con tanta energia.




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Fonte: https://www.latheotokos.it/modules.php?name=News&file=print&sid=1976

giovedì 5 dicembre 2024

I pilastri della prima comunità cristiana, di fra Maurizio Erasmi


I PILASTRI DELLA PRIMA COMUNITA' CRISTIANA

di fra Maurizio Erasmi




(Atti 2, 42-47)

“Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo”.

La chiesa delle origini è sempre il modello di ogni comunità cristiana, modello che bisogna tenere sempre davanti ai nostri occhi come ideale. Questo modello ha quattro fondamenti sui quali si regge la vita della comunità cristiana.

Consideriamo innanzitutto il contesto nel quale Luca colloca la prima comunità di Gerusalemme. Il contesto lo troviamo al cap 2 quando Pietro si alza nell’assemblea e, fortificato dallo Spirito Santo, fa il suo discorso che si conclude con questa affermazione fondamentale: «Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni». Il discorso di Pietro all’assemblea raggiunge, con questo versetto, il suo nucleo principale. E’ il Kerigma, il primo che risuona dalla bocca di Pietro in un contesto liturgico assembleare. Questo Kerigma o annuncio della salvezza, è costituito da tre elementi:

Storico: Gesù di Nazaret è morto sulla croce. L’annuncio della salvezza parte da questo dato inconfutabile. Il Figlio di Dio è Gesù di Nazaret, un uomo concreto, vissuto in Palestina, che a motivo della sua predicazione è stato condannato alla crocifissione. Anche Tacito nelle Annales ci riporta questo evento, dicendo che i cristiani sono i seguaci di un certo “Cristo” morto sulla croce perché si è fatto re dei giudei. Questo è il primo elemento del Kerigma perché la nostra fede non si appoggia su qualcosa, su una dottrina imparata a memoria o su una filosofia di pensiero, ma su Qualcuno e questo Qualcuno è un uomo realmente esistito che ci ha parlato di Dio e ce l’ha fatto vedere. Noi abbiamo fatto esperienza di Dio mediante l’uomo Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio.

Teologico: questo Gesù che è morto sulla croce Dio, il Padre, lo ha risuscitato. E qui c’è il movimento dell’azione di Dio. Dio è la vita, la pienezza della vita, e risvegliando il Figlio dalla morte rivela che Egli dona la vita.

Ecclesiologico: quando Pietro in assemblea dice: “e noi tutti ne siamo testimoni”, egli sta dicendo che l’ha visto crocifisso, morto e risorto e per questo lo può raccontare. Il Kerigma è il grido della fede convinta e convincente. Da qui nasce la Chiesa!

Dinanzi a questo proclamo di Pietro c’è una reazione: «All’udire tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: che cosa dobbiamo fare fratelli?» Dinanzi all’annunzio del Kerigma così esposto quella adunanza si sente provocata e si pone in un atteggiamento di ricerca: cosa dobbiamo fare?

Questa domanda lasciata lì da Luca nei libri degli Atti trova risposte concrete che toccano il fare. Quattro risposte, i quattro pilastri che reggono la vita della comunità cristiana:

Ascoltare l’insegnamento degli apostoli (la didachè)
L’unione fraterna (la koinonia)
La frazione del pane
Le preghiere (i salmi e il Padre Nostro)


1. L’insegnamento degli Apostoli: Che cosa insegnavano gli apostoli? La loro esperienza accanto al Signore Gesù. Un’esperienza che traduce gesti che sono stati visti e parole che sono state ascoltate. Quindi la didachè è il magistero di Gesù, tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto. Gli apostoli lo ricevono e lo trasmettono. Qui inizia la “tradizione”, il “tradere”. I discepoli annunziano, proclamano tutto quello che hanno udito e visto. Troviamo un parallelo interessante in Luca 24,13ss: i discepoli di Emmaus. Questo misterioso viandante che si accosta ai due discepoli “litigiosi”- che stavano litigando perché ognuno voleva avere ragione – e in una situazione di litigio, di dissidio, di incomprensione Gesù si accosta ma loro non lo riconoscono. E quando si accorgono che era Lui dicono: «Non ci ardeva il cuore nel petto mentre ci spiegava le Scritture?». Spiegava, cioè faceva l’esegesi di tutta la Parola a partire da quello che Lui era e aveva fatto a Gerusalemme. La Scrittura parlava di Lui, della sua Pasqua e i discepoli dovevano svegliarsi da quel torpore, da quella delusione e da quella contestazione e ricordare quello che avevano visto e udito.

2. L’unione fraterna: rappresenta lo stare insieme in un certo modo. E per essere concreti Luca ci dice in che modo i primi cristiani stavano insieme. In due modi: tenevano ogni cosa in comune a tal punto che chi teneva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti secondo il bisogno di ciascuno. Questo è il primo modo, cioè, la condivisione di quello che avevano. Il secondo modo: Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio, spezzavano il pane a casa – non in chiesa – prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la stima di tutto il popolo. Questo viene ripreso anche al cap 4, 32-35: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della resurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano e portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno». È un tratto caratteristico la condivisione di quello che si ha. Non solo. La condivisione di quello che si è. La preghiera che unisce l’uno all’altro perché preghiamo insieme e stiamo insieme sotto lo stesso Dio. La preghiera dice la nostra identità, il nostro essere. Siccome siamo tutti figli suoi, di conseguenza, noi siamo fratelli. Ed è nella preghiera, nella lode a Dio che scopriamo la fraternità, la Koinonia. Vediamo qui la praticità: fare ed essere. Quello che ho lo condivido e condivido anche quello che sono. Preghiera e azione.

3. La frazione del pane, questo ritrovarsi insieme nelle case perché la casa è il luogo, è la piccola chiesa domestica. La casa, luogo della relazione, della vita insieme, diventa anche luogo della liturgia perché quello che noi viviamo lo mettiamo sull’altare perché tutto ciò che c’è nella casa venga offerto e salga gradito a Dio. La casa, il luogo dell’eucaristia, dello spezzare il pane.

4. Le preghiere, la spiritualità orazionale contraddistingue la fisionomia della prima comunità cristiana che pregava secondo i tempi della tradizione ebraica nelle tre ore prestabilite: terza, sesta e nona, perché tutta la giornata era articolata e ritmata dalla preghiera: I salmi, il salterio ai quali si aggiungeva la preghiera insegnata da Gesù: il Pater.

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Questi quattro pilastri che reggono la vita della prima comunità cristiana, cosa possono dirci a noi che viviamo in una comunità cristiana?

1. In che modo io posso ascoltare l’insegnamento degli apostoli?

L’esperienza ci dice che molte volte, per mancanza di tempo o per la molteplicità dei servizi che siamo chiamati a svolgere nell’istituto e a nome dell’istituto, ci capita di disattendere l’ascolto della didachè. La nostra vita a volte è molto frazionata e frammentata da tante cose che sono buone, belle, giuste ma .. la didachè l’ascolto?. E ascoltare la didachè significa formare il mio spirito e formare lo spirito della comunità a partire da quello che Gesù ha detto e ha fatto. Significa che io devo trovare un momento per confrontarmi con Lui, per mettermi davanti a Lui e chiederGli che cosa devo fare. E questo vale anche per la comunità, dobbiamo trovare un momento per confrontarci con Lui, per fermarci insieme davanti al Signore, per ascoltare cosa pensa Lui di noi, cosa dice Lui sul nostro lavoro, sul nostro apostolato. Confrontare, ad esempio, la mia idea di povertà, di aiuto alle forme di precarietà esistenziali con quello che è scritto nel Vangelo, con quello che ha detto Lui sui poveri, con quello che ha fatto Lui a favore dei poveri. Perché noi non siamo degli imprenditori, siamo dei consacrati. Confrontare, ad esempio, la nostra idea di giustizia perché io ho la mia idea di giustizia, la comunità ha la sua idea di giustizia, ma sappiamo qual è il pensiero del Signore sulla giustizia?. Bisogna ricuperare l’ascolto e l’incontro con la didachè a livello personale e a livello comunitario.

2. La sfida della Koinonia, l’unione fraterna.

Essere in comunione, perché noi lo siamo, perché c’è qualcuno che ci ha messo insieme per essere in comunione. Una comunione espressa a partire di ciò che sei e a partire di ciò che hai. Quello che io sono e come sono; quello che io so fare e che fa parte del mio patrimonio lo metto in comunione con te che vivi con me. Ma qui il punto di partenza, e che fa la differenza, è la FEDE in Dio. Se tu hai un problema in comunità è perché hai un problema con Dio. Se tu non vai d’accordo con qualcuno che ti sta antipatico… il problema non è quello lì che ti sta antipatico, ma il problema è che tu hai una fatica con Dio. La radice è la nostra relazione personale con Dio, perché se io credo che Dio è mio Padre e io sono figlia sua e anche l’altra è figlia di Dio, allora siamo sorelle.
Come è il mio rapporto con il Signore? Credo che veramente Dio è mio Padre e che io sono figlia sua?. Ripartiamo da qui, questa è la base della koinonia, da qui parte la fraternità: dalla paternità di Dio.

3. La frazione del pane

L’eucaristia costituisce l’elemento cardine della nostra giornata, dovrebbe essere vissuta come “il momento” di tutta la giornata perché tutto parte da lì, da quel pane spezzato. Cerchiamo quindi di essere “sveglie” per vivere bene questo momento significativo della nostra vita personale e comunitaria. È importante celebrare insieme, mettendo sull’altare le gioie e le fatiche, i momenti belli del nostro stare insieme come gratitudine a Dio per il dono della comunità. Anche l’intercessione è importante, quando la comunità è un po’ scollata, divisa, frazionata, quando ci sono i conflitti.. pregare il Signore che venga a stare in mezzo a noi, a guarirci, a illuminarci… La gratitudine dunque e l’intercessione per la vita insieme, mettere sull’altare tutta la vita comunitaria, quello che siamo e quello che facciamo. E concretizzare tutto ciò in alcuni momenti particolari con dei segni, dei gesti che rendano più concreto e più visibile il mistero che celebriamo insieme. Fare ad alta voce anche delle preghiere per le consorelle e per i momenti di particolare difficoltà che si possono vivere. La preghiera insieme GUARISCE!. Ci crediamo?

4. Nelle preghiere

Ogni versetto del Padre Nostro è un motivo per entrare nel mistero di Dio con il cuore del Figlio, ma anche nel mistero dell’uomo con il cuore da figlio. Il Padre Nostro è la preghiera più bella, più completa, più profonda perché ci parla di Dio e ci parla di noi, ci dice chi è Dio e chi siamo noi. Sarebbe interessante pensare un programma di vita comunitaria spirituale a partire dal Padre Nostro che è la preghiera di Dio e dei figli di Dio, la preghiera della Chiesa.

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Che il Signore Gesù possa confermare la nostra vocazione, che stiamo vivendo in comunità, nel nostro Istituto, a partire da questi quattro pilastri e se qualche pilastro è un po’ pericolante cerchiamo di rinforzarlo perché ognuno di essi è indispensabile perché la comunità possa reggersi e perché possa rispondere a quella vocazione che ha ricevuto dal Signore. Amen



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lunedì 2 dicembre 2024

Discorso sulla Dedicazione della Sacra Famiglia e la mia attività di scultore, di Sotoo Etsuro


Discorso sulla Dedicazione della Sacra Famiglia e la mia attività di scultore (Premio Ratzinger 2024)

di Sotoo Etsuro




Eminentissimo cardinale Pietro Parolin, eminentissimo cardinale Gianfranco Ravasi, eccellentissimo monsignor Salvatore Fisichella, Reverendo padre Federico Lombardi,

Cari signori, signore e amici,

Oggi, nel ricordare quel giorno indimenticabile in cui la Sagrada Familia fu consacrata da Papa Benedetto XVI, il 7 novembre 2010, avverto ancora una volta le sue parole risuonare in me, come un’eco sacra in ogni pietra, in ogni dettaglio di quest’opera vivente. La sua omelia non è stata solo un messaggio di fede e di speranza, è stata come la nota di una melodia; penso che noi siamo semplicemente parte di una nota della partitura divina, un alito che sembrava dare vita al tempio e a noi stessi. Ho sentito in quel momento, come lo sento oggi, che lavorare alla Sagrada Familia non è solo un progetto architettonico o artistico, ma una chiamata, uno scopo divino. La dedicazione ha significato molto più di una cerimonia religiosa. È stata un momento in cui ognuno di noi, dagli architetti, scultori e artigiani, fino al visitatore più umile, si è fatto testimone della trascendenza di quest’opera e ha avvertito che quel giorno avevamo ricevuto un grande compenso. Percepivamo di stare costruendo qualcosa che non appartiene solo a Barcellona, alla Catalogna o alla Spagna, ma a tutta l’umanità, un dono rivolto a noi tutti. È apparsa evidente l’universalità di questa chiesa, che si erge non solo come un simbolo di fede, ma come invito alla pace, all’incontro tra culture e credenze. Quel giorno ho capito, in modo molto personale, che il sogno di Gaudí, creare una «cattedrale del popolo», aveva smesso di essere un sogno. Era diventato realtà!

Quando giunsi per la prima volta a Barcellona dal Giappone, nel 1978, ricordo di essermi sentito come uno straniero in terra straniera. Ogni strada, ogni angolo, appariva pieno di storie e simboli che, all’inizio, mi erano estranei. Tuttavia, quando ho cominciato a lavorare la pietra, quando ho preso lo scalpello e ho cominciato a scolpire, sapevo che la pietra ha un suo linguaggio, un linguaggio che non ha bisogno di traduzione, per questo sono venuto a cercare la pietra dal Giappone all’Europa. La pietra è grande arte o qualcosa di più. L’arte, nella sua forma più pura, è un universo di pietra, fino alla fine dell’universo dove nessuno è andato e non possiamo andare, ma so che la pietra c’è.

Lavorare alla Sagrada Familia mi ha fatto capire che, pur provenendo da culture diverse, condividiamo un’essenza comune che può essere espressa non solo attraverso l’arte, perché ho scoperto che Gaudí aveva un intuito un po’ orientale. Col tempo ho cominciato a sentire che le mie radici giapponesi e questa terra catalana erano connesse, come due rami dello stesso albero, che s’incontrano nella spiritualità della creazione. Voglio spiegare i frutti e le foglie che ho lavorato: più di 200 pezzi, ognuno più o meno di una tonnellata, ogni pezzo terminato in cinque giorni, cioè lunedì portavo la pietra e venerdì la consegnavo. Nessuno allora sapeva che senso avessero. I discepoli di Gaudí mi avevano ordinato di metterci frutti con sotto foglie, i frutti in pietra; sopra i frutti, colorato mosaico veneziano, e al di sotto frutti e foglie in pietra. Ma perché, che cosa significa? Capirlo mi era necessario per scolpire, perché uno scultore non si limita a tagliare la pietra senza senso e senza significato, e se non lo comprendevo non potevo lavorare. Quindi ho indagato, ma poiché nessuno lo sapeva, ho dovuto inventare. Noi cresciamo grazie alle parole. E noi stessi siamo frutti, lo dico con parole di papa Ratzinger: «Siamo frutti della natura». Non dobbiamo solo rispettare la natura, Gaudí ha detto che la natura è la sua maestra, per esempio i frutti e le foglie. In Giappone, in natura senza foglie i frutti non nascono né maturano. In Giappone noi cresciamo e maturiamo grazie alle parole, perché le parole le scriviamo con i segni. L’ideogramma per Kotoba, parola è composto da due segni: “dire” e “foglie”, e letteralmente significa “fare del dire una foglia”.

Il mio cuore mi dice che con questa verità le persone sentono o imparano, e che qui si cela il segreto che animava Gaudí: foglie e frutti come simbolo della crescita della nostra anima, perché questo tempio è uno strumento per farci crescere. Immagino che Gaudí non conoscesse la lingua giapponese, ma poiché egli ha imparato dalla natura, cioè la natura è stata la sua maestra, e anche la nostra cultura viene dalla natura, arriviamo alla medesima risposta. È così che mi sono immerso nello spirito di quest’opera, sentendomi profondamente giapponese e allo stesso tempo figlio di questa città, come un seme che nato in Giappone è volato fino a Barcellona, città mediterranea, terra ricca dove cresce adattandosi e sviluppandosi ben oltre le mie aspettative. In ogni scultura, in ogni figura che ho sbozzato, ho voluto trasmettere qualcosa di quella dualità, di quell’incontro tra mondi che arricchisce, somma e approfondisce la nostra identità, perché quanto più sono diverse le culture che si uniscono, più nuova e più forte è la cultura che nasce.

Forse non c’è esempio migliore del Portale della Natività, dove gli angeli musicanti e il coro dei bambini celebrano la nascita di Gesù Bambino. Per me queste sculture non sono solo figure di pietra. Sono un canto alla vita, un tentativo di catturare quei bambini nella pietra come se fossero i miei figli vivi, come se ogni figura stesse per muoversi, ballare o cantare. Questo è il segreto di Gaudí: egli cercava sempre forme che facessero sembrare la statua di pietra viva, in movimento. Molte persone discutono di arte. L’arte non è tale per la sua antichità, tantomeno per il prezzo che le si attribuisce, ma perché è sempre viva, così che ogni volta che vediamo quadri, leggiamo libri, ascoltiamo musica, sentiamo sempre qualcosa di nuovo: questo è arte. E Gaudí diceva: «La bellezza è lo splendore della verità». Per questo il coro dei bambini occupa un posto molto speciale nel mio cuore. C’è un bambino birichino che sembra voler scendere ad accarezzare Gesù Bambino, un gesto così semplice e umano e, allo stesso tempo, così sacro. Quando iniziai a lavorare la pietra, venne a trovarmi un signore molto anziano, e mi disse: «Quel bambino sono io, quando avevo nove o dieci anni giocavo a palla davanti alla Sagrada Familia e ogni volta che passava il signor Gaudí interrompevamo il gioco, ci fermavamo in segno di rispetto. Un giorno questo signor Gaudí si avvicinò a me e, mettendomi una mano sulla testa, mi disse: “Ti darò una caramella se farai da modello”. Io non sapevo che cos’è un modello, con i miei amici sono andato a visitare il suo studio». Non mi aspettavo di poter vedere un modello vivente di quella facciata, pensavo che fossero tutti morti, e sono anche felice di aver reso qualcosa di molto simile a quell’uomo. Non è quello che sentiamo tutti dentro? Quell’impulso ad avvicinarsi, a toccare il divino. Non stiamo semplicemente realizzando una figura e tanto meno un monumento, ma dobbiamo realizzare qualcosa di vero. Il Gesù Bambino che è lì non è di pietra, tutti vogliono vederlo come duemila anni fa, là dove davvero esisteva, tutti vogliono esserci, insieme ai Magi, presenti all’evento più importante e magnifico di quel momento.

Credo che in quel gesto sia racchiuso il messaggio vivo di Gaudí, il suo desiderio che la Sagrada Familia fosse un luogo d’incontro tra il celeste e l’umano. In quei piccoli dettagli, in quelle espressioni di tenerezza e curiosità, ho voluto lasciare un messaggio a tutti coloro che visiteranno questa chiesa: che l’amore, nella sua forma più pura, è ciò che ci unisce tutti. Questa facciata-pala d’altare, che normalmente si troverebbe all’interno del tempio, è stata posta all’esterno per invitare le persone, siano o non siano interessate; chiama tutti. Il modello in gesso a grandezza naturale che ho impiegato dieci anni a trasformare in pietra ora si trova a Kyoto, in Giappone, dove il prossimo dicembre verrà inaugurato nella Kyoto City Fine Arts University, che è accanto alla stazione di Kyoto: se un giorno andate in Giappone e visitate Kyoto, potrete vederla gratuitamente.

La gente si chiede come si possa continuare a costruire senza Gaudí. L’arte non è che qualcuno ha sbagliato e noi seguiamo questa strada sbagliata, l’arte è, come la scienza, ricerca della risposta giusta, perché anche se Gaudí non c’è più e non ha lasciato dati, se guardiamo dove guardava Gaudí, troviamo sempre la risposta corretta. Questo è il mio modo di costruire la Sagrada Familia. Oggi, dopo quasi un secolo e mezzo da quando Gaudí iniziò a lavorare, siamo più vicini che mai a vedere la Sagrada Familia completata. Ma mi chiedo: anche quando il progetto architettonico verrà portato a termine, è davvero possibile che un’opera come questa sia terminata? Si può dire completato qualcosa che sta crescendo?

La Sagrada Familia non è solo una costruzione; è un simbolo della nostra capacità di creare qualcosa più grande di noi, qualcosa che dura, che trascende. Gaudí ha detto: «Quanto più ci mettiamo, meglio è, perché il padrone di quella casa non ha fretta». Aggiungo che questo tempio è uno strumento eterno che costruisce noi: Papa Benedetto ha detto nella sua omelia che «la Chiesa non ha consistenza da se stessa; è chiamata ad essere segno e strumento». Personalmente so che la mia missione in quest’opera non è terminata. Ci sarà sempre qualcosa in più da fare, qualche dettaglio da perfezionare, qualche spazio da riempire di significato, qualcosa da restaurare e migliorare. Diceva Gaudí che il suo vero committente era Dio e credo che, in qualche modo, tutti noi che lavoriamo qui sentiamo questa stessa vocazione. Il mio lavoro non è solo scolpire la pietra, ma darle vita, trasmettere attraverso di essa la fede e l’amore che Gaudí ha sognato. Pensando sempre: come possiamo dare felicità a questo grande cliente, Dio? La risposta è: «Cerchiamo semplicemente di rendere felici noi stessi, come ogni genitore si sente felice quando vede i propri figli felici, amati». Pertanto, finché ci sarà una scintilla di creatività, finché ci sarà una pietra in attesa di essere scolpita, resterò qui, a servire quest’opera con umiltà e devozione.

Nel frattempo cerchiamo di migliorare il lavoro, imparando, costruendo noi stessi come esseri umani. Per me la Sagrada Familia non è solo un edificio in costruzione: è una preghiera che si eleva, un canto che celebra la grandezza di Dio e la nobiltà dello spirito umano. E so che, in questo luogo, troverò sempre una casa, una ragione per andare avanti, uno scopo che mi riempie il cuore. Siamo semplicemente una nota all’interno della partitura che armonizza la musica di Dio. Quando vedo i visitatori meravigliarsi davanti alle sculture, fermarsi a osservare ogni dettaglio, so che il mio lavoro, il nostro lavoro, acquista significato. L’opera della Sagrada Familia è un invito al dialogo con Dio, alla pace, alla comunione. Ed è questo, alla fine, che mi dà la forza. Sento che la mia vita, la mia cultura, la mia storia e ciascuno dei giorni che ho dedicato a questa Basilica non solo sono valsi la pena, ma mi sento costruito da essa, non lei da me. La Sagrada Familia continuerà a essere un faro di speranza e di amore per tutti coloro che la visiteranno. E io, finché Dio e il destino lo permetteranno, resterò qui, a prendermi cura di lei, scolpendo, sognando e lavorando affinché ogni angolo di questo tempio rifletta la luce divina, quella luce che ci unisce e ci ricorda che, alla fine, «tutti siamo uno nell’amore».

Un aneddoto di quel 7 novembre 2010: dopo la solenne cerimonia mi chiesero di aspettare Papa Benedetto XVI «Ratzinger» sul percorso verso la Porta della Natività, che Gaudí aveva iniziato a costruire e io avevo portato a termine. Prima che Papa Ratzinger andasse a rivolgersi alla gente, dovevo avere una breve udienza con lui. Ma quando il Papa era quasi arrivato, a un passo da dov’ero io, una giovane guardia venne e si fermò proprio davanti a me. E il Papa, vedendola, con un gesto che immediatamente compresi, aprì le braccia e con il suo sguardo, con quel gesto mi disse: «Non si può evitare», e mi passò davanti, fissandomi (pensai di dare un calcio nel tallone alla giovane guardia, ma non l’ho fatto). Perché è andata così? Mi sento ancora oggi stupito e impotente. Tuttavia, grazie a tutti voi che siete qui oggi, mi sento fortemente abbracciato da Papa Ratzinger, ciò che era stato impossibile allora, e sono profondamente commosso. Le persone sono imperfette. Vorrei aggiungere «per fortuna». Il motivo è che non importa quanto lo desideri o quanto ci provi, non sempre le cose si realizzano. Tuttavia, se aspetti obbedientemente, ci sarà sempre un risultato che gli esseri umani non possono produrre attraverso i calcoli, a cui gli esseri umani non potrebbero mai pensare. Gaudí lo chiamava Gozo, «Gioia», e sperava che la Basilica fosse piena di Gozos. Inoltre, anche le «parole» sono imperfette, il che dimostra che lo siamo anche noi esseri umani.

Solo la Parola di Dio è perfetta e dice la verità. Ciò che Dio desidera veramente sono persone che continuino a imparare mentre la Basilica viene costruita con la sincerità. Dobbiamo costruirla come noi stessi eternamente! Per aiutare gli esseri umani imperfetti e le loro parole instabili, Gaudí ha utilizzato tanti nuovi simbolismi per trasmettere direttamente al mondo, soprattutto ai giovani, il significato della Bibbia, che va oltre le parole, oltre il linguaggio. Secondo la parola del Papa Benedetto: «Non con parole, ma con pietre». Questa è la missione moderna del costruire la Basilica della Sagrada Familia. Attualmente sto lavorando e aspetto che sia finito il progetto degli interni della Torre di Gesù, la torre più grande e importante dell’intera Sagrada Familia. Qui i miei riflessi del firmamento moderno richiamano l’idea dell’essenza semplice: «Padre, Figlio e Spirito Santo». Sono 60 metri di altezza, un unico spazio da riempire di messaggi di Dio e fisica e quantistica, con più di 32.000 pezzi di ceramica colorata. Rispecchierà tutti gli elementi che Dio ci ha dato. Per via del regolamento della Sagrada Familia non posso ancora mostrare le foto al pubblico, ma l’anno prossimo sarà completata con dei colori in ceramica, un sistema che ho inventato, simili all’acquerello, e sarà possibile visitarla. Inoltre sto lavorando su alcuni simboli delle chiavi della volta del chiostro, su entrambi i lati della Facciata della Natività; uno è nuovo per la Vergine di Montserrat e sull’altro lato c’è la continuazione della Vergine del Rosario, che Gaudí costruì come un testamento a cui teneva molto, ma purtroppo venne distrutta durante la Guerra Civile spagnola e l’ho restaurata su richiesta dei discepoli di Gaudí. Sono un messaggio molto importante per proseguire, camminare, verso il futuro dell’umanità. Inoltre supervisionando il monumento enorme che è in fase di completamento come nuovo simbolo del cristianesimo, accanto alla Torre di Gesù, poiché Gaudí non ha lasciato nulla, è compito mio creare un nuovo simbolo, di acqua, fuoco e vento. E la terra rappresenta la Torre della Vergine Maria. Lavoro lì da 46 anni e continuerò a farlo con ancora più forza grazie a questo premio e al vostro supporto.
Molte grazie. 
Sotoo Etsuro

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sabato 30 novembre 2024

Anno cristiano come anno liturgico, di mons. Giuseppe Liberto

ANNO CRISTIANO COME ANNO LITURGICO

di mons. Giuseppe Liberto




Per chi non lo sapesse o per chi non lo volesse capire, la Chiesa di Cristo con il Concilio Vaticano II riprende in mano la sua Divina Liturgia. Le celebrazioni liturgiche, afferma il Vaticano II, costituiscono il vertice di tutte le azioni della Chiesa e la sorgente di santificazione dei cristiani. Guardando però certi orientamenti dell’attuale situazione, vien da pensare che i Padri del Concilio furono vittime di allucinazioni comunitarie.

Oggi esiste il pericolo che molti cristiani continuano ad avere una concezione pagana del “tempo” e del “culto”. Il Concilio istruisce che il vero culto cristiano celebrato nelle coordinate storiche è sublime dialogo d’amore tra Dio e l’uomo. Dio, essendosi rivelato nel Figlio incarnato, attende dall’uomo non solo la risposta orante e adorante di lode e di rendimento di grazie, ma anche la preghiera filiale di richiesta. Partecipare dunque alle azioni liturgiche non significa assistere a un rito vuoto, ma accogliere i doni della salvezza affinché siano offertori di vita attraverso l’entusiasmo di una “piena, consapevole e attiva partecipazione”.

Il culto cristiano, essendo offerta di tutta la vita messa a servizio dell’evangelizzazione, deve sapere armonizzare catechesi, liturgia, mistagogia e carità. Gli Atti degli Apostoli ci tramandano che i primi cristiani «erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere… lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» (2,42.47). La Chiesa degli inizi celebrava soltanto la “Domenica”. A metà del secondo secolo, scelse la Pasqua come prima Festa. Poi, dalla Pasqua, si svilupparono i cinquanta giorni del tempo pasquale e gradualmente iniziarono a essere celebrati la Quaresima, il Natale, l’Epifania e poi, a Roma, l’Avvento che preparava il Natale cristiano come una sorta di cristianizzazione della festa pagana del Sole vittorioso nel solstizio d’inverno, simbolo di Cristo vincitore delle tenebre del male e della morte. I Padri della Chiesa, specialmente san Leone Magno, collegavano la venuta del Signore a Betlemme con il suo secondo avvento glorioso alla fine dei tempi. Celebrare il Natale di Gesù, pur attraverso l’umiltà del presepio, è già festa di trionfo connessa con il trionfo redentivo della croce e con il trionfo finale del suo ritorno.

L’Attesa dell’Avvento è attesa reale perché aspettiamo l’attualizzazione dell’Incarnazione e, nella gioia della speranza, attendiamo la sua seconda venuta. Non vi è speranza senza fede e senza amore, si crede e si ama perché si spera. La speranza nutre la fede e rafforza l’amore, la fede e l’amore suscitano la speranza che è certezza di ciò che già possediamo e tocchiamo, e così il non vedere illumina la fede e ravviva l’amore. Purtroppo, si corre sempre il grave pericolo del formalismo religioso dato dall’oscurità della fede, dalla falsa speranza e dalla cecità dell’amore.

L’Avvento ci istruisce che bisogna stare sempre in attesa vigilante e operosa perché non sappiamo né il giorno né l’ora della venuta del Signore. L’attesa è l’atmosfera che caratterizza tutto il corso storico del popolo d’Israele orientato verso la venuta del Messia non soltanto d’Israele ma dell’universo intero. Profezie e Salmi descrivono il giorno definitivo della venuta di Dio che, per un popolo smarrito, sarà incontro di perdono, purificazione e rinnovamento. Il Servo di Jahvè verrà per portare su di sé il peccato del mondo e stabilire l’Alleanza definitiva (cf Is 53,4-5.11). L’attesa d’Israele era tensione ardente verso l’incontro trasfigurante con il suo Dio. La speranza era ricordo del passato in attesa dell’avvenire nella pazienza del presente. La visione di Isaia, rievocando, i primi giorni del paradiso terrestre, profetizzava che la pace si sarebbe stabilita finalmente in terra (cf Is 11,6-9).

Celebrando la Liturgia dell’Avvento, il cristiano condivide la speranza di Isaia che invocava l’evento tanto sospirato dell’incontro con Dio: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (63,19). La spiritualità dell’Avvento non può basarsi su un Dio che ancora non ha inviato nel mondo il Figlio suo. Per il cristiano, il Messia si è incarnato nel grembo verginale di Maria e si è fatto uomo. Con la sua morte e risurrezione, abbiamo ottenuto la salvezza totale e il dono della vita eterna che raggiungeremo quando, alla fine dei tempi, Cristo ritornerà nella gloria. Se l’attesa d’Israele si trova tra il peccato originale e la venuta del Messia, la fede del cristiano si situa tra la sua venuta storica e l’attesa del suo secondo avvento. La fede d’Israele e quella del cristiano s’incontrano, ciascuna a suo modo, nel vivere le due speranze con diversa intensità.

Nell’attesa dell’ultimo giorno e a sostegno del nostro cammino verso la Terra promessa, Gesù ci ha lasciato il suo Corpo da mangiare e il suo Sangue da bere. Il nutrimento del suo Corpo e del suo Sangue fa vivere il cristiano in uno stato di ardente tensione che lo prepara all’incontro con il Signore che è venuto, verrà e continua la sua misteriosa presenza nel venire-restare dolcissimo all’interno della sua Chiesa.

Non possiamo celebrare l’Avvento senza l’Eucaristia che è pregustazione del Paradiso. Non possiamo vivere il presente avendo soltanto la visione della caducità del mondo pensando solo alla “fine” come “la fine di tutto”. Questa mancata speranza immerge l’uomo in uno stato di disperazione e, abbassando i livelli dell’esistenza, cade nel complesso d’inutilità di ogni cosa votata al fallimento. L’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio sta al centro della creazione perché tutto ciò che lo circonda è stato creato per lui. Soltanto il peccato frantuma ogni cosa. L’Incarnazione, la Croce e Risurrezione sono descritte da san Paolo con la parola “ricapitolazione” di tutto il creato. L’Avvento di Dio nella storia dell’Antico e del Nuovo Testamento è intervento di “restaurazione” di tutto ciò che esiste.

La Liturgia della Chiesa ha la funzione di attualizzare per l’umanità il gesto redentore di Cristo. È questa la funzione essenziale della celebrazione eucaristica, “culmine e fonte” della vita cristiana. L’assemblea liturgica che celebra la Divina Eucaristia è chiamata, per Cristo, con Cristo e in Cristo, a elevare l’uomo per la ri-creazione di tutto l’universo. Anche se il peccato, il dolore e la morte resteranno il retaggio umano, la speranza cristiana farà passare la creatura dalla morte alla vita. San Paolo ci assicura che, alla fine dei tempi, saremo assunti nella gloria, dopo avere passato il crogiolo della prova. Nella lettera ai Romani, afferma: «Ritengo, infatti, che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio… Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza, infatti, siamo stati salvati. Ora ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo ciò che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8,18-19;22-25).

Per l’incontro con Cristo alla fine dei tempi, le esigenze sono: la forza della Fede, lo splendore della Speranza, l’efficacia della Carità. Non siamo stati creati per vanificarci nel nulla. Anche se il Vangelo ci parla di “servi addormentati”, incapaci di vegliare per collaborare alla realizzazione del Regno di Dio, Gesù ci esorta: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento» (Mc 13,33). Senza avere alcuna paura, il nostro Signore e Maestro chiede ai credenti la massima vigilanza nella paziente attesa della fine dei tempi.



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