venerdì 13 dicembre 2019

PAOLO VI , Angelus Domini, Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria SS.ma Martedì, 8 dicembre 1970

    
 
 PAOLO VI          
da Angelus Domini

Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria SS.ma Martedì,
8 dicembre 1970



    Questa festività dell’Immacolata ci deve essere molto cara, per le grandi verità religiose ed umane, che essa ci obbliga a ricordare: sulla sorte della natura umana, degradata dal peccato originale, sulla necessità della redenzione operata da Cristo, e sul prodigio unico e splendido che è toccato a Maria, quello di essere preservata, sempre per merito di Cristo, dalla contaminazione della macchia ereditaria, propria della generazione umana, e d’essere perciò immacolata, perfettissima, purissima, ottima come nessun altro, pura e candida, come una vera creatura innocente in cui si rispecchia con limpidezza di cristallo il pensiero ideatore e creatore di Dio.
    Chi è innamorato della bellezza umana e la va cercando nelle sue espressioni genuine o sofisticate, sempre deluso di trovarla pari all’idea, che essa dovrebbe realizzare, deve sostare nell’ammirazione e nel gaudio di poter salutare in Maria la bellissima, la veramente bella, la «tota pulchra», non foss’altro per la formula di bellezza completa, totale, l’unica veramente e pienamente, che in Maria si attesta realizzata.
    E cercando il segreto di questo splendore ci si accorge che esso non è soltanto estetico, ma è insieme morale e spirituale; è bellezza perché santità. La grazia è la più alta bellezza dell’anima. Questo ci consola e ci istruisce assai.
     Nel mistero dell’Immacolata ci è dato non solo il modello sublime della bellezza, ma il criterio altresì della bellezza stessa, che avevamo smarrito, e che, senza di esso, cerchiamo, talora a nostra confusione e a nostro danno, nelle espressioni o puramente estetiche e sensibili o sensuali e volgari, oggi spesso coonestate da una consueta licenza, ma non per questo non meno corrotte e corruttrici.
   Ritorniamo a Maria, all’umile e virginea figura della benedetta fra le donne; riaccendiamo la nostra pietà per l’immacolata Madre di Cristo; confortiamo il nostro proposito, auspice Maria, di onorare in ogni persona e in ogni immagine la dignità dell’anima e del corpo dell’uomo; e confidiamo in Maria, in cui veneriamo la forma primigenia dell’ideale umano, che in noi deve essere restaurato per Cristo suo Figlio. 

https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/angelus/1970/documents/hf_p-vi_ang_19701208.html

giovedì 12 dicembre 2019

Paolo VI, poeta dell’Immacolata

 

Paolo VI, poeta dell’Immacolata

di Antonio Tarallo


   Giovanni Battista Montini e l’Immacolata. Storia familiare, potremmo definirla. E l’aggettivo comprende bene due “sfere”: quella privata, di Giovanni Battista, e quella “familiare” dei Montini stessi. Il “vento mariano” è stato sempre presente nella sua casa natale, lì nel piccolo comune di Concesio, vicino Brescia. Se dovessimo pescare nella memoria personale del futuro Papa Paolo VI, troveremmo, in alcune note datate, 8 dicembre 1938 (chi le scrive è il quarantenne Sostituto alla Segreteria di Stato Vaticana) questa frase: “Disegno celeste: Cristo è venuto per rifare l’uomo nuovo – Maria è questa nuova creatura. Disegno terrestre: L’ha voluta Immacolata”.
   In fondo sarà Papa Paolo VI a dedicare proprio a Maria diversi documenti ufficiali. A partire dalle due encicliche – “Mense maio” del 1965, e “Christi Matri” del 1966 – che promuovevano la preghiera alla Vergine nei due mesi dell’anno a lei dedicati, quello di maggio e ottobre.  Abbiamo poi l’esortazione apostolica “Signum magnum” che porta la data simbolica del 13 maggio 1967, che si ricollega alla proclamazione di «Maria Madre della Chiesa». In questa, oltre all’approfondimento di tale concetto, è possibile trovare l’indicazione di Maria come modello delle virtù cristiane, alla luce del Vangelo. Con la “Recurrens mensis october”, esortazione del 7 ottobre 1969, il pontefice incoraggiava, inoltre, la preghiera a Maria, espressa soprattutto nella forma del Rosario. L’ultima e più celebre esortazione mariana, la “Marialis cultus” (2 febbraio 1974), ritenuta il documento mariano più importante di Paolo VI. Un ponte tra il passato della tradizione della venrazione mariana e le esigenze dell’Uomo moderno, contemporaneo.
   Ma veniamo, ora, alle sue parole. Quelle dedicate proprio alla festa dell’Immacolata. La cernita, come sempre, non è cosa facile. Non possiamo negarlo. Abbiamo scelto, allora, due importanti ricorrenze, per la loro importanza storica.
   La prima, riguarda l’otto dicembre del 1963. Sono le parole di un papa eletto da poco. sei mesi prima, infatti, Giovanni Battista Montini era divenuto Paolo VI.
Domenica, 8 dicembre 1963. Basilica di Santi Apostoli, in Roma.
   “Da Adamo in poi l’umanità non ha più avuto questa fortuna, salvo che in Nostro Signore Gesù Cristo e nella Madre sua Santissima. È questa nostra Sorella, questa eletta Figlia della stirpe di David, a rivelare il disegno originario di Dio sul genere umano, quando ci creò a sua immagine e somiglianza. Il ritratto, dunque, di Dio. Poterlo ammirare in Maria, finalmente ricostituito, finalmente riprodotto nella genuina e nativa bellezza e perfezione: ecco una realtà che ci incanta e rapisce, placando, si direbbe, l’accesa e inappagata nostalgia di bellezza che gli uomini portano nel cuore. Essi infatti ritengono, con moltiplicati sforzi - la vita moderna è tesa verso questo scopo - di poter raggiungere l’ideale allorché della bellezza dànno qualche forma, qualche espressione, senza però mai riuscire a portarla alle sue profonde, vere caratteristiche, che sono quelle non della forma, ma dell’essere”.

    E, nello stesso giorno, questa volta rivolgendosi ai fedeli radunati nella Basilica di Santa Maria Maggiore:

   “È felicemente abituale, continuo, il nostro omaggio alla Madonna: in quest’ora esso si illumina appieno e la sua luce pervade le nostre anime, presentandoci Maria con la sua prerogativa più bella, ideale, sublime: Immacolata sin dal primo istante, nella perfetta rispondenza della sua vita umana al pensiero divino che l’ha così voluta e creata. (…) Dobbiamo consentire alle nostre anime di inebriarsi in questa visione, sì che il nostro affetto acquisti una tenerezza ed un entusiasmo, tali da rinvigorire sempre ,più la nostra preghiera, la nostra devozione Mariana. Se poi - come è ovvio - aspiriamo a cogliere qualche particolare di questa mirabile visione della Madonna, penseremo che il Signore l’ha resa così eletta in virtù del Cristo Signor nostro. (…) La nostra devozione a Maria deve condurci a Cristo; e se davvero amiamo la Madonna, dobbiamo trovare, nel culto che a Lei tributiamo, un più intenso desiderio del Signore, un più alacre zelo nella fede e nella rispondenza a Lui. La Madonna ci conduce a Cristo. Ad Jesum per Mariam”.

     La seconda occasione si presenta, addirittura, a fine del Concilio Vaticano II. E’ sempre la Solennità dell'Immacolata, come al suo “incipit”. Piazza San Pietro Mercoledì, 8 dicembre 1965: “Il Nostro saluto perciò si fa ideale. Si fa sogno? si fa poesia? si fa iperbole convenzionale e vacua, come spesso avviene nelle nostre abituali effusioni augurali? No. Si fa ideale, ma non irreale. Un istante ancora della vostra attenzione. Quando noi uomini spingiamo i nostri pensieri, i nostri desideri verso una concezione ideale della vita, ci troviamo subito o nell’utopia, o nella caricatura retorica, o nell’illusione, o nella delusione. L’uomo conserva l’aspirazione inestinguibile verso la perfezione ideale e totale, ma non arriva da sé a raggiungerla, né forse col concetto, né tanto meno con l’esperienza e con la realtà. Lo sappiamo; è il dramma dell’uomo, del re decaduto. Ma. osservate che cosa si verifica questa mattina: mentre chiudiamo il Concilio ecumenico noi festeggiamo Maria Santissima, la Madre di Cristo, e perciò, come altra volta dicemmo, la Madre di Dio e la Madre nostra spirituale. Maria santissima, diciamo immacolata! cioè innocente, cioè stupenda, cioè perfetta; cioè la Donna, la vera Donna ideale e reale insieme; la creatura nella quale l’immagine di Dio si rispecchia con limpidezza assoluta, senza alcun turbamento, come avviene invece in ogni creatura umana. Non è forse fissando il nostro sguardo in questa Donna umile, nostra Sorella e insieme celeste nostra Madre e Regina, specchio nitido e sacro dell’infinita Bellezza, che può terminare la nostra spirituale ascensione conciliare e questo saluto finale? e che può cominciare il nostro lavoro Post-conciliare? Questa bellezza di Maria Immacolata non diventa per noi un modello ispiratore? una speranza confortatrice?”.


Antonio Tarallo 

https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/religione/paolo-vi-poeta-dell-immacolata-44465#.XhjAr_zSLIU

mercoledì 11 dicembre 2019

Eliana Versace, Montini e l’Immacolata. «È la festa della bellezza», di




Montini e l’Immacolata.
«È la festa della bellezza»


    Cinquant’anni fa, il 21 novembre 1964, nella ricorrenza della Presentazione di Maria al Tempio, al termine della terza sessione del Concilio Vaticano II, Paolo VI durante l’allocuzione conclusiva attribuì solennemente alla Vergine Maria il titolo di «Madre della Chiesa». Per il Papa questo titolo trovava fondamento nella divina maternità della Vergine e nella presenza della Madonna nella storia della salvezza, mentre il fine del culto a Maria era principalmente quello di orientare le anime a Cristo (secondo la formula Ad Iesum per Mariam, espressa da Paolo VI all’Angelus del 4 ottobre precedente). Ma Montini aveva già adoperato pubblicamente questa definizione di Maria quale «Madre della Chiesa» durante gli anni del suo episcopato milanese, fin dall’omelia dell’8 settembre 1959, per la Natività di Maria, festa del Duomo di Milano. «La devozione mariana di Paolo VI – spiegava il suo segretario, monsignor Pasquale Macchi – è una delle caratteristiche che ben si può rilevare dai suoi discorsi e dalle sue preghiere» ed era maturata fin dagli anni giovanili, trascorsi nella casa bresciana situata accanto al Santuario mariano delle Grazie, soprattutto per influsso della madre Giuditta Alghisi. «Maria – aveva scritto la donna in una lettera al inedita al marito Giorgio, nel 1911 – è stata il punto di partenza, ora ha voluto il nostro nido all’ombra del suo Santuario; speriamo dunque nella sua protezione per sempre e per tutti».
    Negli anni in cui fu sostituto alla Segreteria di Stato il futuro Paolo VI diede un particolare rilievo alla festa dell’Immacolata, di cui quest’anno ricorre il 160° anniversario di proclamazione del dogma. Nelle note di Montini per la ricorrenza dell’8 dicembre 1938 si legge: «Disegno celeste: - Cristo è venuto per rifare l’uomo nuovo - Maria è questa nuova creatura. Disegno terrestre: L’ha voluta Immacolata». Sempre da sostituto, nell’Anno Santo del 1950 Montini visse la «rara fortuna di assistere il Santo Padre Pio XII, nella sua biblioteca, nel momento in cui egli firmò la bolla di definizione del dogma dell’Assunzione di Maria», provando «l’emozione singolare di assistere, se pure ad infimo livello, a quell’atto, formidabile nella sua semplicità, perché collegato con la rivelazione di Dio, con la gloria della Madonna, con le cose del Cielo e la storia evangelica, con la vita della Chiesa e con la fede delle anime». E ancora, ricordando la solenne proclamazione di quel dogma in una «limpida e radiosa mattinata di novembre, nella piazza San Pietro gremita di fedeli e davanti a centinaia di vescovi giunti da tutto il mondo», Montini definì quel momento come «l’ora più grande di quel lungo, travagliato e glorioso pontificato; fu il giorno più bello di tutto l’Anno Santo, fu l’avvenimento religioso più rilevante del nostro tempo».
   La riflessione montiniana sulla Madonna trovò approfondimento negli anni in cui il futuro Pontefice fu arcivescovo di Milano, e molti degli elementi più importanti del magistero pontificio mariano di Paolo VI si possono cogliere già nella sua predicazione milanese. Per Montini il culto a Maria doveva essere situato nel suo autentico posto nella Chiesa e praticato senza eccessi o negligenze, ma anche senza minimizzazioni. Attento a scoraggiare deviazioni e illusioni, Montini metteva in guardia da una devozione interessata o utilitaristica che avrebbe ridotto la religione e la fede a una «istituzione di mutuo soccorso» o a una «assicurazione contro la sfortuna». Similmente redarguiva quella pietà mariana che tendeva a separare Maria da Dio, presentandola come più buona e misericordiosa. Il culto alla Madonna invece avrebbe dovuto correttamente essere inteso e praticato come «introduzione e conseguenza del culto unico e sommo che dobbiamo a Gesù Nostro Signore».
Già da assistente della Fuci, nel 1930, Montini aveva scritto: «Non potremo comprendere la Madre senza il Figlio. Isolando queste due realtà storiche e spirituali non v’è modo di dare un significato della vita della Madonna. Ogni elemento della vita della Madonna conduce e si appoggia a Cristo. Tolto Cristo nulla resta. E ciò non è una diminuzione, ma un titolo di gloria per la Madre». Da arcivescovo di Milano Montini svolse una solenne predicazione in occasione delle festività mariane dell’Annunciazione, dell’Assunta, della Natività di Maria (festa del Duomo di Milano) e dell’Immacolata Concezione, considerata quest’ultima come «la festa della bellezza», intesa come bellezza morale di Maria, che è riflesso della bellezza di Dio. La Madonna era realmente tota pulchra, in senso globale, interiore ed esteriore, spirituale e fisico. La bellezza di Maria era pertanto quella dell’Immacolata, una bellezza dovuta all’assenza totale di peccato. Per Montini, che considerava estetica ed etica inseparabili, la vera bellezza non doveva mai separarsi dalla bontà. In quegli anni l’arcivescovo svolse due pellegrinaggi a Lourdes – il primo nell’estate del 1958, in ringraziamento per la Missione straordinaria cittadina del novembre 1957, l’altro nell’ottobre del 1962, promosso dal giornale cattolico milanese L’Italia – dal quale discende Avvenire – in occasione del cinquantesimo anniversario di fondazione del quotidiano. E sempre nell’ottobre 1962  Montini si recò a Gaeta visitando la cappella dell’Immacolata, chiamata pure «Grotta d’oro», ove pare che Pio XI avesse trovato ispirazione sul dogma dell’Immacolata Concezione.
   Negli anni del suo pontificato Paolo VI dedicò alla Madonna due encicliche e tre esortazioni apostoliche. E per iniziativa di Papa Montini la preghiera mariana dell’Angelus, recitata regolarmente già da Giovanni XXIII ogni domenica a mezzogiorno, venne preceduta da un messaggio di riflessione personale rivolto ai fedeli e generalmente ispirato alla liturgia domenicale, che Paolo VI scrisse sempre di suo pugno. Le due encicliche mariane – Mense maio del 1965 e Christi Matri del 1966 – non affrontavano aspetti particolari ma promuovevano la preghiera alla Vergine nei due mesi dell’anno a lei dedicati (maggio e ottobre), soprattutto con l’intento, urgente in un momento storico molto travagliato, di invocare la pace. Invece l’esortazione apostolica Signum magnum che porta la data del 13 maggio 1967 – festività della Madonna di Fatima e 25° anniversario della consacrazione dell’umanità al Cuore Immacolato di Maria compiuta da Pio XII – si ricollega alla proclamazione di «Maria Madre della Chiesa» e la approfondisce indicando Maria come modello delle virtù cristiane, alla luce del Vangelo. Con la Recurrens mensis october, esortazione del 7 ottobre 1969, Papa Montini incoraggiava la preghiera a Maria, espressa soprattutto nella forma del Rosario, perché, come evidenziava in alcune sue meditazioni giovanili, la recita del Rosario sviluppa uno spirito filiale e di semplicità. Ed era dunque «logica» pure la ripetizione delle preghiere sui grani della corona poiché «siamo sempre all’abc della vita spirituale» e «bisogna ribadire i concetti fondamentali, come a scuola». Così intesa, la recita del Rosario non era più una preghiera semplice, ma diventava difficile se fatta con vera fede, in quanto richiede un’intensa meditazione sui principali misteri della fede.
    L’ultima e più celebre esortazione mariana, la Marialis cultus, ritenuta il documento mariano più importante di Paolo VI e pubblicata quarant’anni fa, il 2 febbraio 1974, contempla aspetti sia teologici che pastorali. Il Papa intendeva adeguare la pietà mariana, considerata come «elemento intrinseco del culto cristiano», alle esigenze degli uomini contemporanei, nel rispetto della tradizione. Nell’esempio di Maria, esaltata sommamente per la sua umiltà, avrebbero potuto perciò trovare un costante riferimento anche le donne del nostro tempo in quanto, per Paolo VI, «Maria di Nazaret, pur completamente abbandonata alla volontà del Signore, fu tutt’altro che donna passivamente remissiva o di una religiosità alienante, ma donna che non dubita di proclamare che Dio è vindice degli umili e degli oppressi e rovescia dai loro troni i potenti del mondo». La Madonna dunque nella prospettiva che ci offre il documento di Paolo VI, e che si rivela ancor oggi di grande attualità, non è solo intesa come donna purissima, angelicata e verginale, ma rappresenta anche una «donna forte che conobbe povertà e sofferenza, fuga ed esilio: situazioni che non possono sfuggire all’attenzione di chi vuole assecondare con spirito evangelico le energie liberatrici dell’uomo e della società». 
 https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/montini-e-immacolata

OMELIA DI PAOLO VI, Solennità dell'Immacolata Concezione




OMELIA DI PAOLO VI
Solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria
Domenica, 8 dicembre 1963

 
 

Ai Santi Dodici Apostoli

Il Santo Padre inizia la paterna Esortazione col chiedersi: quali i motivi della Sua presenza nella storica e monumentale Basilica? Può subito rispondere che una delle ragioni è quella di salutare affettuosamente l’Em.mo Cardinale Tappouni, Patriarca di Antiochia dei Siri, titolare della Basilica, che è legata all’Oriente con tanti vincoli a cominciare dalla memoria del Cardinale Bessarione - le cui spoglie riposano in questo tempio - Padre insigne al Concilio Ecumenici di Firenze nel secolo XV.
L’Augusto Pontefice è lieto inoltre di incontrare e salutare il Cardinale Pro Vicario di Roma, il Cardinale Arciprete della Basilica Vaticana e, con essi, tutti gli altri ecclesiastici. Uno speciale affettuoso pensiero Egli rivolge alla Famiglia Religiosa dei Frati Minori Conventuali, che officiano la Basilica, a cominciare dal Ministro Generale, a quanti gli fanno corona o hanno qui dappresso dimora, pregando e svolgendo apostolato nello spirito di S. Francesco.
Infine la benedizione augurale del Vicario di Gesù Cristo è diretta all’intero popolo romano, di cui una folta rappresentanza Egli prevedeva oggi in questa chiesa, tanto gloriosamente innestata nella topografia, nella storia, nel cuore dell’Urbe.
Ma, soprattutto, il precipuo motivo della visita - che ogni altro avvalora ed innalza - è quello di presentare omaggio alla Vergine SS.ma al termine della tradizionale fervorosa novena, la quale richiama eccezionale numero di partecipanti in preparazione alla bellissima festa di domani: l’Immacolata Concezione.
È stato infatti preciso intento di Sua Santità rendere questo, benché semplice e familiare, pubblico atto di culto alla Madre di Dio, all’indomani della seconda Sessione del Concilio, durante la quale molto si è parlato della Madonna, con desiderio generale ardente di poter esprimere quello che tutti i Padri hanno nel cuore: un grande atto filiale, cioè, un singolare, sentitissimo omaggio alla celeste Regina. Ora, quasi in acconto di quanto avverrà - e si spera nella prossima Sessione - il Papa vuole, insieme con quanti Lo circondano, riaffermare illimitata devozione e fervida speranza a Maria. Tanto più - e tutti sicuramente abbiamo nel cuore questi pensieri - che la festa sì cara ed alta della Immacolata Concezione ci presenta Maria SS.ma in una luce, una prerogativa che non finiremmo mai di meditare e contemplare. Si rimane abbagliati dall’aspetto con cui la santa Liturgia, vale a dire la dottrina, la fede nostra, ci presenta il mistero della Immacolata Concezione: una soprannaturale, sublime bellezza che ci rende avidi di raggiungere meta così eccelsa.
La natura umana si è mai espressa in una forma completamente perfetta?
Da Adamo in poi l’umanità non ha più avuto questa fortuna, salvo che in Nostro Signore Gesù Cristo e nella Madre sua Santissima. È questa nostra Sorella, questa eletta Figlia della stirpe di David, a rivelare il disegno originario di Dio sul genere umano, quando ci creò a sua immagine e somiglianza. Il ritratto, dunque, di Dio. Poterlo ammirare in Maria, finalmente ricostituito, finalmente riprodotto nella genuina e nativa bellezza e perfezione: ecco una realtà che ci incanta e rapisce, placando, si direbbe, l’accesa e inappagata nostalgia di bellezza che gli uomini portano nel cuore. Essi infatti ritengono, con moltiplicati sforzi - la vita moderna è tesa verso questo scopo - di poter raggiungere l’ideale allorché della bellezza dànno qualche forma, qualche espressione, senza però mai riuscire a portarla alle sue profonde, vere caratteristiche, che sono quelle non della forma, ma dell’essere.
Maria è perfetta nel suo essere; è immacolata nella sua intima natura, dal primo istante della sua vita. Noi staremmo perciò ad ammirare di continuo un tale prodigioso riflesso della bellezza divina, fino a sentirci, ovviamente, pur tanto dissimili, arcanamente consolati.
Dissimili, perché Maria è l’unica, la privilegiata, e nessuno potrà mai non solo eguagliarla, ma neppure avvicinarla. Consolati, nondimeno, perché Maria è la Madre nostra; perché Ella ci ripresenta ciò che abbiamo tutti in fondo al cuore: l’immagine autentica dell’umanità, l’immagine dell’umanità innocente, santa. Ce ne svela i principii, poiché Maria è in assoluto rapporto con Dio mediante la Grazia; perché il suo essere è tutto armonia, candore, semplicità; è tutto trasparenza, gentilezza, perfezione; è tutto bellezza.
Che cosa diremo, allora, alla Madonna, in questo sguardo che diamo, rapiti e consolati, al mistero di innocenza e di santità? Diremo intanto ciò che abbiamo poco fa proferito: Tota pulchra est, Maria . . .!
Finalmente l’immagine della bellezza si leva sopra l’umanità senza mentire, senza turbare. Le creature tutte la rimirano ed esclamano: Sei veramente, sei realmente la bellezza: Tota pulchra es!
In secondo luogo, dopo aver considerato questo ineffabile dono di Dio in Maria, ci convinceremo che esso non è un sogno fallace, non è un tentativo vòlto ad aumentare ancora in noi acuta nostalgia e doloroso rammarico. Ci rianima, invece; e proclama che la perfezione è possibile; che a noi pure è accordato di ricostituire, - se non certo nella medesima completezza e uguale splendore, ma con le stesse energie, che sono quelle della Grazia, dei divini carismi, dello Spirito Santo - quel pensiero che Iddio ha avuto sopra di noi creandoci, per cui anche noi possiamo ,diventare buoni, virtuosi, santi, se viviamo il mistero della Grazia, il grande mistero di Maria.
Ognuno voglia - conclude con paterno cuore l’Augusto Pontefice - prefiggersi un tale programma di vita, quasi purificando nel proprio essere ciò che di torbido e di manchevole la vita - immersa nell’esperienza del mondo - ha prodotto attraverso le contaminazioni del secolo, e divenire, così, degni tutti di essere veramente quali per vocazione desideriamo: figli devoti e fedeli della Madonna Santissima.
Alla Basilica Liberiana
Nel rivolgere amabile saluto ai Cardinali, ai Prelati e ai numerosi fedeli che Lo ascoltano, il Santo Padre esprime viva letizia perché, nel solenne momento, è a tutti possibile offrire pieno, sincero, il sentimento personale di devozione alla Santissima Vergine. È felicemente abituale, continuo, il nostro omaggio alla Madonna: in quest’ora esso si illumina appieno e la sua luce pervade le nostre anime, presentandoci Maria con la sua prerogativa più bella, ideale, sublime: Immacolata sin dal primo istante, nella perfetta rispondenza della sua vita umana al pensiero divino che l’ha così voluta e creata.
Dobbiamo consentire alle nostre anime di inebriarsi in questa visione, sì che il nostro affetto acquisti una tenerezza ed un entusiasmo, tali da rinvigorire sempre ,più la nostra preghiera, la nostra devozione Mariana.
Se poi - come è ovvio - aspiriamo a cogliere qualche particolare di questa mirabile visione della Madonna, penseremo che il Signore l’ha resa così eletta in virtù del Cristo Signor nostro. Oggi la Chiesa inizia la sua prece con le parole: «Deus, qui per Immaculatam Virginis Conceptionem dignum Filio tuo habitaculum praeparasti . . .». L’Immacolata Concezione non è che una essenziale premessa alla Maternità Divina: vale a dire il presupposto adeguato alla venuta del Cristo sulla terra. In tal modo il Figlio di Dio si riservò, nella immensa palude che è la povera umanità, una zolla innocente, un’aiuola fiorita, fragrante su cui posarsi: la Madonna SS.ma.
Tutto ciò ricorda che la nostra devozione a Maria deve condurci a Cristo; e se davvero amiamo la Madonna, dobbiamo trovare, nel culto che a Lei tributiamo, un più intenso desiderio del Signore, un più alacre zelo nella fede e nella rispondenza a Lui.
La Madonna ci conduce a Cristo. Ad Jesum per Mariam.
Non dobbiamo quindi, dinanzi a tanta Madre, limitarci a un semplice atto di contemplazione, rimanendo meravigliati e sorpresi della sua eccezionale bellezza, quasi che ciò non costituisse alcuna relazione con noi. C’è, invece: e vasta, meravigliosa!
La Madonna assurge sopra di noi, in questo fulgore di luce, innocenza, virtù, bellezza, in così ineffabile congiungimento con la vita divina, per esserci modello, essendo proposta alla nostra imitazione. Se noi ci limitassimo ad innalzare voci di giubilo e preghiere a Maria, senza volere che la nostra vita ne venisse migliorata e modificata, la nostra devozione non sarebbe completa. È, invece, una devozione che deve agire nella maniera di vivere, di pensare: deve rendere puri, buoni: deve trasfondere innocenza, e consolidare la certezza che la virtù è possibile. Finché gli uomini non avevano la Madonna, avrebbero potuto essere disperati, poiché giammai essi, da soli, sarebbero riusciti a raggiungere la virtù, a seguire il bene. La Madonna, invece, gratia piena, cioè ricca della misericordia, ricolma della azione di Dio sopra di noi, ci dimostra come anche per noi c’è speranza, anche per noi c’è possibilità, e, se vogliamo, possiamo. Il grave pessimismo che attrista la coscienza del mondo, appunto perché ha sminuito la fede e ha perduto la visione tonificante e confortante della Madonna, non deve allignare in noi. Dobbiamo sempre credere alla possibilità di essere buoni, di migliorare, di diventare immuni, anche camminando in questo mondo così inquinato dal vizio e dalla corruzione, da colpe e cadute. È possibile essere puri, virtuosi, fedeli; è possibile, in una parola, imitare la Madonna.
In tale profondo, assoluto convincimento, la devozione a Maria, mentre ci unisce a Cristo, fa sì che la Madonna resti, materna, accanto a noi. Ecco una certezza ineffabilmente ristoratrice. Essa dimostra che l’atto di venerare Maria SS.ma non è una esaltazione estranea alla nostra vita, sia di fede sia di costume, ma ci rende davvero migliori, più vicini al Redentore, a Lui più fedeli.
E così sia - conclude il Santo Padre. - E così sia, figli carissimi, per la vostra schietta gioia, per la vostra completa consolazione, per la vostra incrollabile fiducia, per la materna benedizione con cui Maria Santissima Immacolata vi accompagnerà sicuramente nella vita. 

 http://www.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1963/documents/hf_p-vi_hom_19631208.html

martedì 10 dicembre 2019

«Torniamo amici»: Paolo VI e gli artisti




 
   La rassegna realizzata dalla Galleria d'arte sacra dei contemporanei di Milano presenta 50 lavori di autori quali Carpi, Messina, Longaretti, Consadori, Bodini e molti altri, che testimoniano il forte legame instauratosi fra Montini e il mondo dell'arte.
   «Rifacciamo la pace? Vogliamo ritornare amici?». Possiamo solo immaginare la sorpresa, l’emozione, la commozione perfino, da parte degli artisti di fronte a queste inattese parole di Paolo VI. Con urgenza e con premura, nella festa dell’Ascensione del 1964, a neppure un anno dalla sua elezione, papa Montini aveva invitato nella Cappella Sistina pittori, scultori, musicisti, poeti, scrittori. E li aveva chiamati a sé, fatto inaudito, non per una pratica ragione di committenza né per una <predica> di circostanza, e neanche per dettare loro indicazioni o linee guida, ma per un vero, cordiale, franco dialogo chiarificatore. Come accade tra persone il cui rapporto si è incrinato fino alla rottura, ma che si rendono conto che bisogna fare di tutto per recuperarlo.
  Proprio quelle parole – «Torniamo amici» – diventano oggi il titolo di una mostra realizzata dalla Galleria d’arte sacra dei contemporanei (Gasc), con il patrocinio della diocesi di Milano e dell’Associazione musei ecclesiastici italiani, che intende raccontare, da vari punti di vista, l’intensa e duratura relazione fra san Paolo VI e gli artisti. Cinquanta lavori, tra dipinti, disegni, sculture, bozzetti, grafiche, raramente esposti al pubblico o del tutto inediti, pertinenti alla Galleria milanese stessa, ma provenienti anche dai Musei Vaticani e dalla Collezione Paolo VI di Concesio, di autori che sono stati protagonisti del panorama culturale italiano della seconda metà del ventesimo secolo.
  L’interesse di Montini per l’arte, del resto, non fu occasionale né limitato nel tempo. Giovane sacerdote e brillante studente, Giovanni Battista aveva “scoperto” i saggi su arte e scolastica di Jacques Maritain (di cui rimarrà amico per tutta la vita), diffondendoli tra gli universitari della Fuci e arrivando a comporre nel 1931 un vero e proprio “Manifesto per l’arte sacra futura”.
   Ma fu proprio a Milano, nel 1955, che il neo arcivescovo ebbe l’occasione di venire in contatto e instaurare un rapporto di amicizia e di collaborazione con un gruppo di artisti attenti a coniugare i temi del sacro con i linguaggi espressivi del Novecento. E luogo di tale incontro fu appunto Villa Clerici, la nobile dimora di Niguarda dove la Compagnia di San Paolo, accanto alla Casa di redenzione sociale, aveva inaugurato una galleria dedicata all’arte sacra, ma rigorosamente “contemporanea” (ed era un’assoluta novità), attraverso il contributo di alcuni dei nomi più in vista dell’epoca. Artefice di tutto ciò era Dandolo Bellini, il cui entusiasmo e la cui competenza colpirono subito Montini, che una volta diventato papa lo chiamerà per realizzare una simile collezione anche in Vaticano.
  Di quel “cenacolo” ambrosiano facevano parte artisti come Aldo Carpi, docente all’Accademia di Brera e sopravvissuto all’orrore dei campi di sterminio nazisti; Francesco Messina e Luciano Minguzzi, tra i maggiori scultori del secondo dopoguerra; Silvio Consadori e Luigi Filocamo, pittori di primissimo piano, capaci di rielaborare con sensibilità moderna la bimillenaria tradizione cristiana; Lello Scorzelli ed Ettore Calvelli, la produzione medaglistica è ancor oggi ammirata per qualità e bellezza; Floriano Bodini, “ritrattista” per eccellenza di Paolo VI; Trento Longaretti, autentico interprete dello spirito del Concilio Vaticano II, recentemente scomparso dopo aver festeggiato il secolo… Senza dimenticare altri autori come Angelo Biancini, mosaicista di una raffinatezza pari a quella di Eros Pellini nel plasmare forme e figure; o lo stesso Enrico Manfrini, che aveva il suo studio proprio in Villa Clerici, oggi “ereditato” da Mario Rudelli.
   Artisti, tutti, di cui la rassegna milanese in corso presenta grandi opere accanto a lavori meno noti, ma legati direttamente alla sensibilità e al magistero di Paolo VI. Insieme alla gentile e accurata mano femminile di Dina Bellotti, la cui litografia con papa Montini che sorridente alza le mani ad abbracciare idealmente il mondo intero diventa immediato quanto efficace manifesto della mostra stessa.
   Dopo decenni di reciproca diffidenza, dopo dure accuse di tradimenti da entrambe le parti, dopo una lunga serie di vicendevoli incomprensioni e allontanamenti, quel giorno di 55 anni fa, tra le pareti affrescate da Michelangelo e dagli altri straordinari protagonisti del Rinascimento, san Paolo VI segnava dunque una svolta epocale nel rapporto fra la Chiesa e il mondo dell’arte contemporanea. Tornare amici, tornare alleati, chiedeva papa Montini agli artisti: «Il nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché la vostra arte è propria quella di carpire dal cielo dello Spirito i suoi tesori e rivestirli di parole, di colori, di forme, di accessibilità».

 https://www.chiesadimilano.it/news/arte-cultura/torniamo-amici-paolo-vi-e-gli-artisti-256839.html

lunedì 9 dicembre 2019

I Papi del passato e la festa dell’Immacolata

 

Laura De Luca

 I Papi del passato e la festa dell’Immacolata

   Da festa popolare a dogma teologico: la purezza di Maria, unica creatura umana nel corso della storia priva di macchia, ha variamente sollecitato nel corso dei secoli il magistero dei Papi. Una festa “che nasconde la profondità del mistero”.
   Fu Papa Pio IX l'8 dicembre 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, a sancire come la Vergine Maria sia stata preservata dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento.
«[...] dichiariamo, affermiamo e stabiliamo che è stata rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria, nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale; pertanto, questa dottrina dev'essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.»
   Solo quattro anni dopo, apparendo a Bernadette Soubirous e auodefinendosi Immacolata Concezione, la Madonna confermerà l'esatto significato teologico di quanto affermato dal dogma. Ma il primo atto formale di un Pontefice nei confronti dell’Immacolata risale agli anni “rivoluzionari” e in parte frivoli del Rinascimento: è il 1484 quando Papa Sisto IV introduce a Roma la festa liturgica della Concezione. Sarà poi Clemente XI, nel 1708, a rendere universale la festa dell'Immacolata, già celebrata dal popolo a Roma e in altre zone della cristianità.
   Paolo VI, nel pieno degli anni di piombo del XX secolo, l’8 dicembre di quel terribile 1974 insanguinato da vari attentati, insiste sul mistero del male a fronte del quale la presenza dell’Immacolata offre un decisivo sollievo: "L’Immacolata: questa festività della Madonna mette nei nostri animi un vivo entusiasmo, che in un certo senso nasconde la profondità del mistero; il mistero del peccato originale, la disgrazia universale ereditata dal genere umano dal padre Adamo, la quale ci ha staccati da Dio, ha prodotto un disordine funzionale nel nostro essere che nemmeno il battesimo del tutto guarisce, ha ridato alla nostra vita naturale la morte, e ha lasciato in fondo alle nostre aspirazioni inestinguibili la nostalgia d’una perfezione che non riusciamo più a raggiungere, anche da parte dei migliori fra noi, i buoni, i grandi, i sapienti e i santi perfino. Siamo infelici, siamo decaduti: mistero della devastazione dilagata sulla progenie umana. Ma oggi una grande meraviglia ci invade, una grande letizia: una creatura, una sola, ma nostra, colei che sarebbe stata la Madre di Cristo, da Cristo stesso fu in anticipo redenta e restituita alla perfezione primigenia, tipica e sublime, della creatura «piena di grazia», una donna, la «benedetta fra tutte le donne». Il suo nome è Maria". 
     Tre anni dopo la promulgazione della bolla Ineffabilis Deus, l’8 dicembre del 1857, Papa Pio IX, inaugura e benedice a Roma il monumento dell'Immacolata, che ancora oggi ammiriamo, comunemente detto “di Piazza di Spagna”: in realtà si trova nell'adiacente Piazza Mignanelli e venne interamente pagato dal re Ferdinando II delle Due Sicilie. Fu Pio XII, a iniziare la tradizione di inviare fiori a questa statua nel giorno dell'Immacolata; il suo successore, Papa Giovanni XXIII, nel 1958, uscì dal Vaticano e si recò personalmente a deporre ai piedi della Vergine un cesto di rose bianche, per poi recarsi in visita alla basilica di Santa Maria Maggiore. La consuetudine fu mantenuta poi da tutti i successori. Ma ecco le parole di Papa Giovanni l’8 dicembre 1960. All’alba di quel decennio che porterà decisivi cambiamenti di costume in Italia e in Europa, l’accento di Papa Roncalli è proprio sul modello di temperanza e di purezza che l’Immacolata propone ai fedeli, particolarmente alle donne.
 "La dottrina cattolica che riguarda l'immacolato concepimento di Maria e ne esalta gli splendori è familiare ad ogni buon cristiano: delizia ed incanto per le anime più nobili. (…) E’ nelle voci dei Padri della Chiesa, è nel sospiro ansioso di tanti cuori che intendono farle onore, rendendo il profumo della loro purezza, ardore di apostolato per la elevazione del buon costume privato e pubblico. Oh ! Venerabili Fratelli e figli diletti, che grande compito è veramente questo per noi: cooperare tutti, con la grazia di Maria Immacolata e nella luce dei suoi insegnamenti, alla purificazione del pubblico e privato costume! Sappiamo di toccare una nota triste; ma è la coscienza che Ce lo impone. Veramente l'oblio della purezza, il pervertimento del costume posto in esibizione ed in esaltazione, attraverso tante forme di seduzione e di prevaricazione, sono motivo di sgomento dell'anima sacerdotale — e pensate quanto più amaramente — dell'anima del Papa che vi parla. Ecco. Risalendo lungo il corso della Nostra lunga vita e, richiamando incontri e impressioni varie, di tempi lontani, Ci sentiamo come penetrati ancora da intima e trepida commozione al ricordo di schiere senza numero di spose e di madri, di umili donne di casa e di vergini consacrate, il cui servizio di carità e di prudenza era robustezza e nobiltà vera delle famiglie e cooperazione del ministero sacerdotale. Tutto questo loro silenzioso operare avveniva nella luce della legge divina, nella espressione delle virtù umane e cristiane, fiorite dalla dignità e purezza del costume".
  Anche nei difficili anni di Paolo VI, fitti di rivendicazioni e rivolgimenti, la purezza rappresenta ancora un modello da seguire. Sempre dall’Angelus del 8 dicembre 1974: "Oh figli; oh fratelli, delusi e disperati forse dalle indagini psicanalitiche moderne per la scoperta delle inguaribili contaminazioni delle profondità dell’essere umano, restaurate con fiducia il concetto dell’innocenza e la speranza d’una purità perfetta di questo nostro essere composito di carne e di spirito: il «caso», il miracolo, di Maria riabilita in noi l’immagine della perfezione dell’opera di Dio, quale noi siamo, e del quale un modello intatto e purissimo ci è presentato: sì, è Maria".
   Da poco Pontefice, il Papa mariano per eccellenza, Giovanni Paolo II, non esita ad assumere l’usanza romana dell’omaggio floreale, sentendosi in questo pienamente vescovo di Roma e dunque pienamente romano 8 dicembre 1979. I suoi accenti sono spontanei e filiali.
 "Veniamo oggi in questo luogo soprattutto noi Romani, abitanti di questa città, che la Provvidenza Divina ha scelto ad essere la sede di Pietro e dei suoi Successori. Veniamo numerosi da quando Pio XII iniziò questo gesto di filiale omaggio, quasi un secolo dopo che Pio IX benedisse questo monumento all’Immacolata. Veniamo tutti, anche se non siamo qui tutti presenti fisicamente; siamo però presenti con lo spirito.
  
Anziani e giovani, genitori e figli, sani e malati, rappresentanti dei diversi ambienti e professioni, sacerdoti e religiosi e religiose, autorità civili della città di Roma, della provincia del Lazio, tutti riteniamo come un particolare privilegio l’essere oggi qui insieme col Vescovo di Roma, accanto a questa Colonna Mariana, per circondarti, Madre, della nostra venerazione e del nostro amore.
Accoglici, così come siamo, qui accanto a te, in questo annuale incontro! Accoglici! Guarda nei nostri cuori! Accogli le nostre sollecitudini e le nostre speranze! Aiutaci, tu, piena di Grazia, a vivere nella Grazia, a perseverare nella Grazia e, se fosse necessario, a ritornare alla Grazia del Dio Vivente, che è il più grande e soprannaturale bene dell’uomo.
   Tra breve noi tutti ci allontaneremo da questo luogo. Desideriamo però ritornare alle nostre case con questa gioiosa certezza che sei con noi, Tu, Immacolata, tu da secoli prescelta per essere Madre del Redentore. Sei con noi. Sei con Roma. Sei con la Chiesa e con il mondo".
   Per Benedetto XVI il riferimento all’Immacolata getta una luce decisiva sulla complessa attuazione del Concilio. Al suo primo omaggio alla statua, si ricollega, nel nome di Maria, a quel grande evento ecclesiale che vide la sua partecipazione come consulente e si richiama al predecessore che, pur nel nome di Maria, chiuse il Concilio…
    "In questo giorno dedicato a Maria sono venuto, per la prima volta come Successore di Pietro, ai piedi della statua dell’Immacolata qui, a Piazza di Spagna, ripercorrendo idealmente il pellegrinaggio tante volte fatto dai miei Predecessori. Sento che mi accompagna la devozione e l’affetto della Chiesa che vive in questa città di Roma e nel mondo intero. Porto con me le ansie e le speranze dell’umanità di questo nostro tempo, e vengo a deporle ai piedi della celeste Madre del Redentore.In questo giorno singolare, che ricorda il 40° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II, torno con il pensiero all’8 dicembre del 1965 quando, proprio al termine dell’omelia della Celebrazione eucaristica in Piazza San Pietro, il Servo di Dio Paolo VI ebbe a rivolgere il suo pensiero alla Madonna "la Madre di Dio e la Madre nostra spirituale … la creatura nella quale l’immagine di Dio si rispecchia con limpidezza assoluta, senza alcun turbamento, come avviene invece in ogni creatura umana". Il Papa si chiedeva poi: "Non è forse fissando il nostro sguardo in questa Donna umile, nostra Sorella e insieme celeste nostra Madre e Regina, specchio nitido e sacro dell’infinita Bellezza, che può … cominciare il nostro lavoro post-conciliare? Questa bellezza di Maria Immacolata non diventa per noi un modello ispiratore? Una speranza confortatrice?". E concludeva: "Noi lo pensiamo per noi e per voi; ed è questo il Nostro saluto più alto e, Dio voglia, il più valido!" (Insegnamenti di Paolo VI, III 1965, p. 746). Paolo VI proclamò Maria "Madre della Chiesa", e a Lei affidò per il futuro la feconda applicazione delle decisioni conciliari. Tu, che abbracciando senza riserve la volontà divina, ti sei consacrata con ogni tua energia alla persona e all’opera del Figlio tuo, insegnaci a serbare nel cuore e a meditare in silenzio, come hai fatto Tu, i misteri della vita di Cristo".

 https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2019-12/papi-festa-immacolata.html


domenica 8 dicembre 2019

PAOLO VI, Solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, 8 dicembre 1965




EPILOGO DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II
OMELIA DI SUA SANTITÀ PAOLO VI
 
Solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria
Piazza San Pietro - Mercoledì, 8 dicembre 1965

   
     Signori Cardinali! Venerati Fratelli!
     Rappresentanti dei Popoli! Signori della Città di Roma!
     Autorità e Cittadini d’ogni parte del mondo!
    voi, Osservatori appartenenti a tante diverse denominazioni cristiane!
    e voi, Fedeli e Figli qui presenti, e anche voi, sparsi sulla terra
    ed a Noi uniti nella fede e nella carità!


 
    Ascolterete tra poco, al termine di questa Santa Messa, la lettura di alcuni messaggi, che il Concilio ecumenico, alla conclusione dei suoi lavori, rivolge a varie categorie di persone, intendendo in quelle considerare le innumerevoli forme in cui la vita umana si esprime; e ascolterete altresì la lettura del Nostro Decreto ufficiale, col quale dichiariamo finito e chiuso il Concilio ecumenico vaticano secondo. Questo è perciò il momento - un breve momento - dei saluti. Dopo, la Nostra voce tacerà. Il Concilio è del tutto terminato; questa immensa e straordinaria riunione si scioglie.
  Il saluto perciò che Noi vi rivolgiamo acquista un particolare significato, che Ci permettiamo appena di indicare, non per distrarre dall’orazione, ma per meglio impegnare la vostra attenzione alla presente celebrazione.
    Questo saluto è, innanzi tutto, universale. Si rivolge a voi tutti, qui assistenti e partecipanti a questo sacro rito; a voi, Venerati Fratelli nell’Episcopato, a voi Persone rappresentative, a voi, Popolo di Dio; e si estende, si allarga a tutti, al mondo intero. Come potrebbe essere altrimenti, se questo Concilio si è definito ed è stato ecumenico, cioè universale? Come un suono di campane si effonde nel cielo, e arriva a tutti ed a ciascuno nel raggio di espansione delle sue onde sonore, così il Nostro saluto, in questo momento, a tutti ed a ciascuno si rivolge. A quelli che lo accolgono, ed a quelli che non lo accolgono: risuona ed urge all’orecchio d’ogni uomo. Da questo centro cattolico romano nessuno è, in via di principio, irraggiungibile; in linea di principio tutti possono e debbono essere raggiunti. Per la Chiesa cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano. Ognuno, a cui è diretto il Nostro saluto, è un chiamato, un invitato; è, in certo senso, un presente. Lo dica il cuore di chi ama: ogni amato è presente! E Noi, specialmente in questo momento, in virtù del Nostro universale mandato pastorale ed apostolico, tutti, tutti Noi amiamo! Diciamo perciò questo a voi, anime buone e fedeli, che, assenti di, persona da questo foro dei credenti e delle genti, siete qui presenti col vostro spirito, con la vostra preghiera: anche a voi pensa il Papa, e con voi celebra questo istante sublime di comunione universale.
  Diciamo questo a voi, sofferenti, quasi prigionieri della vostra infermità, e che, se a voi mancasse il conforto di questo Nostro intenzionale saluto, sentireste raddoppiare, a causa della spirituale solitudine, il vostro dolore.
   E questo diciamo specialmente a voi, Fratelli nell’Episcopato, che non per vostra colpa mancaste al Concilio e ora lasciate nelle file dei Confratelli ed ancor più nel loro cuore e nel Nostro un vuoto, che Ci fa tanto soffrire e che denuncia il torto che vincola la vostra libertà; e fosse soltanto quella che vi mancò per venire al nostro Concilio! Saluto a voi, Fratelli, tuttora ingiustamente trattenuti nel silenzio, nell’oppressione e nella privazione dei legittimi e sacri diritti, dovuti ad ogni uomo onesto, e tanto più a voi, di null’altro operatori che di bene, di pietà e di pace! La Chiesa, o Fratelli impediti e umiliati, è con voi! è con i vostri fedeli e con quanti vi sono associati nella vostra penosa condizione! e così lo sia la coscienza civile del mondo! E infine questo Nostro universale saluto rivolgiamo anche a voi, uomini che non Ci conoscete; uomini, che non Ci comprendete; uomini, che non Ci credete a voi utili, necessari, ed amici; e anche a voi, uomini, che, forse pensando di far bene, Ci avversate! Un saluto sincero, un saluto discreto, ma pieno di speranza; ed oggi, credetelo, pieno di stima e di amore.
   Questo il Nostro saluto. Ma fate attenzione quanti Ci ascoltate. Vi preghiamo di considerare come il Nostro saluto, a differenza di quanto comunemente avviene per i saluti della conversazione profana, i quali servono a mettere fine ad un rapporto di vicinanza, o di discorso, il Nostro saluto tende a rafforzare, a produrre se necessario, il rapporto spirituale, donde trae il suo senso e la sua voce. Il Nostro è un saluto non di congedo che distacca, ma di amicizia che rimane, e che, se del caso, ora vuol nascere. Anzi è proprio in questo suo pronunciamento estremo, che esso, il Nostro saluto, vorrebbe, da un lato, arrivare al cuore d’ognuno, entrarvi come un ospite cordiale e dire nel silenzio interiore dei vostri singoli spiriti la parola, consueta e ineffabile del Signore: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace, ma non come la dà il mondo» (Io. 14, 27); (Cristo ha un suo modo unico e originale di parlare nel segreto dei cuori); dall’altro, il Nostro saluto tende ad un altro e superiore rapporto, perché non è solo scambio di voci bilaterale, tra noi, gente di questa terra, ma esso chiama in causa un altro Presente, il Signore stesso, invisibile sì, ma operante nel tessuto dei rapporti umani; e lo invita, lo prega a suscitare in chi saluta e in chi è salutato dei beni nuovi, di cui primo e sommo è la carità.
   Ecco, questo è il Nostro saluto: possa esso accendere questa nuova scintilla della divina carità nei nostri cuori; una scintilla, la quale può dar fuoco ai principii, alle dottrine e ai propositi, che il Concilio ha predisposti, e che, così infiammati di carità, possono davvero operare nella Chiesa e nel mondo quel rinnovamento di pensieri, di attività, di costumi, e di forza morale e di gaudio e di speranza, ch’è stato lo scopo stesso del Concilio.
   Il Nostro saluto perciò si fa ideale. Si fa sogno? si fa poesia? si fa iperbole convenzionale e vacua, come spesso avviene nelle nostre abituali effusioni augurali? No. Si fa ideale, ma non irreale. Un istante ancora della vostra attenzione. Quando noi uomini spingiamo i nostri pensieri, i nostri desideri verso una concezione ideale della vita, ci troviamo subito o nell’utopia, o nella caricatura retorica, o nell’illusione, o nella delusione. L’uomo conserva l’aspirazione inestinguibile verso la perfezione ideale e totale, ma non arriva da sé a raggiungerla, né forse col concetto, né tanto meno con l’esperienza e con la realtà. Lo sappiamo; è il dramma dell’uomo, del re decaduto. Ma. osservate che cosa si verifica questa mattina: mentre chiudiamo il Concilio ecumenico noi festeggiamo Maria Santissima, la Madre di Cristo, e perciò, come altra volta dicemmo, la Madre di Dio e la Madre nostra spirituale. Maria santissima, diciamo immacolata! cioè innocente, cioè stupenda, cioè perfetta; cioè la Donna, la vera Donna ideale e reale insieme; la creatura nella quale l’immagine di Dio si rispecchia con limpidezza assoluta, senza alcun turbamento, come avviene invece in ogni creatura umana.
    Non è forse fissando il nostro sguardo in questa Donna umile, nostra Sorella e insieme celeste nostra Madre e Regina, specchio nitido e sacro dell’infinita Bellezza, che può terminare la nostra spirituale ascensione conciliare e questo saluto finale? e che può cominciare il nostro lavoro Post-conciliare? Questa bellezza di Maria Immacolata non diventa per noi un modello ispiratore? una speranza confortatrice?
    Noi, o Fratelli e Figli e Signori, che Ci ascoltate, Noi lo pensiamo; per Noi e per voi; ed è questo il Nostro saluto più alto e, Dio voglia, il più valido! 

 http://www.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1965/documents/hf_p-vi_hom_19651208_epilogo-concilio-immacolata.html

sabato 7 dicembre 2019

OMELIA DI PAOLO VI, Solennità dell'Immacolata Concezione




I ANNIVERSARIO DELLA CHIUSURA DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

OMELIA DI PAOLO VI

Solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria
Giovedì, 8 dicembre 1966
 
Quanti pensieri affollano il Nostro spirito in questa festa dolcissima di Maria Immacolata, nel primo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, in questa Basilica, che ne ospitò la celebrazione sulla tomba dell’Apostolo Pietro, posto da Cristo a fondamento della sua Chiesa, presenti, oggi, le schiere delle Religiose di Roma, quasi per tradurre qua in immagine di spirituale bellezza e di biblica reminiscenza quel Popolo di Dio, che il Concilio descrisse e cantò, e che noi non vanamente aspiriamo ad essere, mentre il ricordo del mondo, in cui siamo, della storia, che stiamo vivendo, dinamica, formidabile, tremenda, non mai ci abbandona!
NEGLI SPLENDORI DI MARIA IMMACOLATA
L’INNO ALLA «MATER ECCLESIAE»
Quanti pensieri! Ci basti metterli in fila, e presentarli semplicemente alla vostra considerazione, che saprà prolungarli in meditazione, oltre quest’ora benedetta, per l’avvenire, per la vita.
Diciamo dunque che oggi la nostra pietà onora il mistero della Immacolata Concezione di Maria: il mistero del privilegio, il mistero dell’unicità, il mistero della perfezione di Maria Santissima. Maria, la sola creatura umana, che per divino disegno (quanta sapienza, quanto amore esso contiene!), in virtù dei meriti di Cristo, unica sorgente della nostra salvezza, fu preservata da ogni imperfezione, da ogni contagio della colpa originale, da ogni deformazione del modello primigenio dell’umanità; la sola perciò in cui l’idea creatrice di Dio si rispecchia fedelmente ed in cui la definizione intatta ed autentica dell’uomo si realizza: immagine di Dio! Luce, intelligenza, dolcezza, profondità d’amore, bellezza, in una parola, sono sul volto candido e innocente della Madonna, che noi onoriamo: Tota pulchra es, Maria! Basterebbe questo pensiero per inebriare i nostri spiriti, che tanto più sono avidi di umana bellezza, quanto più falsa, più impudica, più deforme, più dolente, la sembianza umana ci è oggi presentata nella molteplice e quasi ossessionante visione dell’arte figurativa. Si fermi a questo pensiero chi vuole, per restaurare la scienza della bellezza e per scoprirne i suoi trascendenti rapporti, e per il gaudio interiore e per il costume esteriore ritrovi in Maria la più alta, la più vera, la più tipica figura dell’estetica spirituale umana.
Per noi ora è sufficiente ristorare a questa fontana purissima la nostra sete di umanità buona e bella ad un tempo, di umanità, in cui la grazia opera il suo prodigio rigeneratore, di umanità cristiana, in una parola. E siamo al Nostro secondo pensiero, quello che ci richiama all’anniversario del Concilio, che di questa economia della salvezza fu grande discorso, quasi un poema.
BRILLA IL CONCILIO
FRA I GRANDI AVVENIMENTI DEL CRISTIANESIMO
Ad un anno di distanza noi cominciamo a meglio comprenderne l’enorme importanza; esso si iscrive fra i grandi avvenimenti del cristianesimo, anzi della vita religiosa dell’umanità, per la sua coerenza storica, per la sua felice celebrazione, per la sua ricchezza dottrinale, per la sua fecondità pratica, per la sua profondità spirituale, per la sua apertura universale. Non dobbiamo chiudere gli occhi su fatto di tale natura e di tale rilievo; non lo possiamo classificare fra le cose passate, quando per ogni verso ci segue, ci stimola, ci illumina, ci impegna. Perciò, mentre lo stupore per il suo carattere straordinario e la comprensione per il suo valore ecclesiale vanno crescendo nei nostri spiriti, un primo dovere avvertiamo da ciò derivare: quello di ringraziare il Signore che ci ha concesso di partecipare e di assistere a questo grande episodio dei suoi provvidenziali disegni nella storia della salvezza; e il rito, che stiamo celebrando, ancor più che semplicemente commemorativo, vuol essere espressivo della nostra riconoscenza al Signore, che ha guidato la sua Chiesa alla testé compiuta celebrazione conciliare.
Un secondo dovere succede a quello della riconoscenza, ed anche questo subito noi promettiamo di compiere; ed è la fedeltà al Concilio. Esso ci impegna. Dobbiamo comprenderlo; dobbiamo seguirlo. E, professando questo proposito di fedeltà a quanto il Concilio c’insegna e ci prescrive, sembra a Noi doversi evitare due possibili errori: primo quello di supporre che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo rappresenti una rottura con la tradizione dottrinale e disciplinare che lo precede, quasi ch’esso sia tale novità da doversi paragonare ad una sconvolgente scoperta, ad una soggettiva emancipazione, che autorizzi il distacco, quasi una pseudo-liberazione, da quanto fino a ieri la Chiesa ha con autorità insegnato e professato, e perciò consenta di proporre al dogma cattolico nuove e arbitrarie interpretazioni, spesso mutuate fuori dell’ortodossia irrinunciabile, e di offrire al costume cattolico nuove ed intemperanti espressioni, spesso mutuate dallo spirito del mondo; ciò non sarebbe conforme alla definizione storica e allo spirito autentico del Concilio, quale lo presagì Papa Giovanni XXIII. Il Concilio tanto vale quanto continua la vita della Chiesa; esso non la interrompe, non la deforma, non la inventa; ma la conferma, la sviluppa, la perfeziona, la «aggiorna».
RICCHEZZA DI INSEGNAMENTI
E PROVVIDENZIALE FECONDITÀ RINNOVATRICE
E altro errore, contrario alla fedeltà che dobbiamo al Concilio, sarebbe quello di disconoscere l’immensa ricchezza di insegnamenti e la provvidenziale fecondità rinnovatrice che dal Concilio stesso ci viene. Volentieri dobbiamo attribuire ad esso virtù di principio, piuttosto che compito di conclusione; perché, se è vero ch’esso storicamente e materialmente si pone come epilogo complementare e logico del Concilio Ecumenico Vaticano Primo, in realtà esso rappresenta altresì un atto nuovo e originale di coscienza e di vita della Chiesa di Dio; atto che apre alla Chiesa stessa, per il suo interno sviluppo, per i rapporti con i Fratelli tuttora da noi disgiunti, per le relazioni con i seguaci d’altre religioni, col mondo moderno quel è, - magnifico e complesso, formidabile e tormentato -, nuovi e meravigliosi sentieri.
Ed è questa avvertenza della Chiesa viva che ci richiama in questa circostanza, ad un altro dovere verso il Concilio, quello della nostra interiore e personale riforma mediante la quale la professione della religione cristiana, a cui tutto il Concilio si riferisce, diventa per ogni singolo fedele una sincera ragione di vita, diventa un ritorno al Vangelo, diventa un incontro con Cristo, diventa un combattimento per la santità.
Ed eccoCi allora con voi, Religiose qui presenti, Nostre dilette figlie in Cristo. Voi Ci documentate, con la vostra vita ed oggi, qui, con la vostra assistenza, che vi sono anime nella Chiesa di Dio, le quali, al suo invito di fare della vita presente un perpetuo tirocinio alla santità, a cui appunto il Concilio esorta il Popolo di Dio, rispondono un sì totale, un sì assoluto, un sì definitivo; anime perciò che realizzano, tendenzialmente almeno, una pienezza di sapienza, di generosità, di carità, che illumina, che edifica, che conforta, che purifica, che santifica tutta la comunità ecclesiale. 

SALUTO ALLE ANIME
CONSACRATE AL SERVIZIO GENEROSO DEL SIGNORE
Beate voi, figlie in Cristo carissime, che tale posizione, tale missione avete assunto nella Chiesa. Voi, le seguaci umili ed ardite, che tutto avete osato per seguire, come le donne del Vangelo, i passi frettolosi e ardimentosi di Cristo; voi, le generose, che non solo le vostre cose, i vostri nomi e i vostri servizi gli avete offerto, ma i vostri cuori, le vostre vite; voi, le vergini consacrate, che S. Ambrogio chiama «piae hostias castitatis», vittime della pia castità (Exhortatio virginitatis, 94), e dell’amore avete fatto pieno a Cristo olocausto; voi, le piissime, le oranti, le silenziose, le contemplative, non mai tarde a pregare e ad intessere con Gesù l’interiore colloquio; voi, le ancelle sollecite, voi, le api «argumentosae», instancabili ad ogni cura, ad ogni assistenza, ad ogni umana e cristiana pietà, ad ogni fatica scolastica e ospedaliera; voi, le discepole e le apostole, docili, sagge e forti, che vediamo presenti e operanti dove Cristo è predicato, nelle attività benefiche ed apostoliche, nelle parrocchie, nelle missioni; voi, perciò quasi le ultime, e voi perciò quasi le prime nella comunità ecclesiale, siate salutate, siate benedette. Cantando oggi alla Madonna, la benedetta fra voi tutte, le acclamazioni bibliche: «Tu gloria Ierusalem, tu laetitia Israel, tu honorificentia populi nostri»; sembra a Noi di veder scendere su di voi stesse queste lodi, come se il manto di Maria tutte vi coprisse della sua bontà, della sua bellezza, della sua dignità, della sua santità. Siate tutte salutate, siate benedette!
Né la candida visione di questo giardino di anime fedeli distoglie dal Nostro spirito un altro pensiero, il pensiero del mondo, che ci circonda e di cui tutti facciamo parte. Due circostanze specialmente ravvivano in Noi questo pensiero: il Natale che viene, e la guerra, che in un angolo remoto del mondo, ma per tutto il mondo dolorosa e minacciosa, la guerra che continua. Come sono incompatibili questi due termini, questi due fatti: il Natale e la guerra!
LA PACE VERA PORTATA DA CRISTO
È OPERA DELLA GIUSTIZIA
Noi non possiamo dimenticare, in questo momento ed in questo luogo, che i Padri del Concilio, sul punto di lasciare Roma, dopo anni di preghiera e di studio, hanno desiderato di rivolgere un rispettoso saluto ed una parola anche a «coloro che sono i depositari del potere temporale» per invitarli ad essere promotori dell’ordine e della pace, chiedendo loro, in pari tempo, per la Chiesa, la libertà di diffondere «ovunque e senza ostacoli» la, «buona novella di Cristo». Questo Messaggio evangelico, «in armonia con le aspirazioni e gli ideali più elevati del genere umano, risplende in questa nostra epoca di rinnovato fulgore, poiché esso proclama beati i promotori della pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Gaudium et Spes, 77 Pass.). Ma la pace, la pace vera che Cristo ha portato al mondo - «Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis» (Io. 14, 27) - è opera della giustizia. Essa è ancora - proclama il Concilio Vaticano II rifacendosi alla definizione di S. Agostino - frutto di quell’ordine che è stato impresso nell’umana società dal suo stesso Creatore, e che potrà essere attuato dagli uomini che aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta, fondata nella decisa volontà di rispettare la libertà e la dignità dei popoli e degli individui (Gaudium et Spes, 78). Quanto a Noi, chiamati da Cristo a governare la sua Chiesa, fin dall’inizio del Nostro apostolico ministero, nulla abbiamo trascurato per sostenere e promuovere, nella misura delle Nostre possibilità, la causa della pace, e per invitare insistentemente a comporre dissidi e divergenze tra le nazioni mediante sincere e leali trattative, senza che alcun indebito egoismo nazionale ed alcuna ambizione di supremazia abbia a prevalere, mentre profondo rispetto è dovuto a tutta la umanità, avviata ormai così laboriosamente verso una maggiore unità.
Era perciò Nostra intenzione profittare di questa ricorrenza per rinnovare il Nostro invito ad entrambe le parti contendenti a deporre le armi, almeno durante le feste natalizie, restituendo ad esse il senso morale e religioso che esse hanno e devono avere ormai universalmente nella coscienza dell’umanità.
Ma siamo stati prevenuti, felicemente prevenuti, come voi tutti sapete. La tregua d’armi nel Vietnam, da una parte e dall’altra, è già stata annunciata! La Nostra voce, tante volte piangente e implorante, si fa esultante e riconoscente. Noi vogliamo gridare il Nostro plauso, il Nostro ringraziamento. Sentiamo d’interpretare il sentimento del mondo. Mandiamo ai Capi responsabili, che hanno il merito di questo atto pio e cavalleresco, l’espressione dell’universale compiacenza. 

LA PROSSIMA TREGUA NEL VIETNAM
SI TRASFORMI IN ARMISTIZIO E QUINDI IN LEALI TRATTATIVE
Tuttavia questa temporanea sospensione non soddisfa del tutto l’attesa dell’umanità, perché essa è breve, perché è passeggera, perché lascia intravedere, con maggiore rammarico, la ripresa delle ostilità. Ci sia pertanto concesso di augurare che la tregua si trasformi in armistizio, che l’armistizio offra l’opportunità a leali trattative e che queste conducono alla pace. Più che augurare: chiedere, supplicare. Se, come è annunciato, dopo la tregua natalizia un’altra poco dopo sarà parimente concessa, perché non saldare da entrambe le parti in conflitto l’una tregua con l’altra, in un solo spazio continuato di tempo, in modo che possano essere esplorate nuove vie per un’intesa onorifica e risolutiva del conflitto?
Noi sappiamo che a questa ipotesi non manca il suffragio di uomini autorevoli; perché non dovrebbe essa raccogliere l’adesione di tutti? Quanto ciò sarebbe meritorio e glorioso per tutti, altrettanto sarebbe grave di responsabilità e di pericoli perdere la buona occasione per superare questo doloroso episodio della storia contemporanea.
Non permetta il Signore che cada nel vuoto il Nostro invito, a cui fanno eco l’ansia, le aspirazioni ed i voti dei fratelli cristiani, da Noi separati, i quali, come tutti i fedeli cattolici, auspicano per il diletto popolo vietnamita il ritorno alla tranquillità ed all’ordine.
Per questo, dilette figlie, vi invitiamo ad elevare con Noi nuove suppliche, perché il Signore datore di ogni bene ispiri nelle menti dei governanti saggi pensieri e propositi di pace, e dia loro la forza di seguire con coraggio la via che porterà al raggiungimento della pace.
E perché la nostra preghiera sia più efficace, affidiamola alla Vergine Immacolata, Madre di Dio e degli uomini, e Regina della pace. Ella, che è «segno di sicura speranza e di consolazione per il Popolo di Dio fino a quando verrà il giorno del Signore» (Lumen Gentium, VIII, 68), interceda presso il Trono del Figlio suo e ci ottenga che tutti i popoli della terra, nella giustizia, nella libertà e nella pace, formino una sola famiglia, quale è nei disegni del Padre di tutte le genti.

La donna vestita di sole e il suo feroce avversario




   La donna vestita di sole e il suo feroce avversario


   Cari fratelli e sorelle!La grande festa di Maria Immacolata ci invita ogni anno a ritrovarci qui, in una delle piazze più belle di Roma, per rendere omaggio a Lei, alla Madre di Cristo e Madre nostra. Con affetto saluto tutti voi qui presenti, come pure quanti sono uniti a noi mediante la radio e la televisione. E vi ringrazio per la vostra corale partecipazione a questo mio atto di preghiera.Sulla sommità della colonna a cui facciamo corona, Maria è raffigurata da una statua che in parte richiama il passo dell’Apocalisse appena proclamato: “Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 12,1). Qual è il significato di questa immagine? Essa rappresenta nello stesso tempo la Madonna e la Chiesa.Anzitutto la “donna” dell’Apocalisse è Maria stessa. Ella appare “vestita di sole”, cioè vestita di Dio: la Vergine Maria infatti è tutta circondata dalla luce di Dio e vive in Dio. Questo simbolo della veste luminosa chiaramente esprime una condizione che riguarda tutto l’essere di Maria: Lei è la “piena di grazia”, ricolma dell’amore di Dio. E “Dio è luce”, dice ancora san Giovanni (1 Gv 1,5). Ecco allora che la “piena di grazia”, l’“Immacolata” riflette con tutta la sua persona la luce del “sole” che è Dio.Questa donna tiene sotto i suoi piedi la luna, simbolo della morte e della mortalità. Maria, infatti, è pienamente associata alla vittoria di Gesù Cristo, suo Figlio, sul peccato e sulla morte; è libera da qualsiasi ombra di morte e totalmente ricolma di vita. Come la morte non ha più alcun potere su Gesù risorto (cfr Rm 6,9), così, per una grazia e un privilegio singolare di Dio Onnipotente, Maria l’ha lasciata dietro di sé, l’ha superata. E questo si manifesta nei due grandi misteri della sua esistenza: all’inizio, l’essere stata concepita senza peccato originale, che è il mistero che celebriamo oggi; e, alla fine, l’essere stata assunta in anima e corpo nel Cielo, nella gloria di Dio. Ma anche tutta la sua vita terrena è stata una vittoria sulla morte, perché spesa interamente al servizio di Dio, nell’oblazione piena di sé a Lui e al prossimo. Per questo Maria è in se stessa un inno alla vita: è la creatura in cui si è già realizzata la parola di Cristo: “Io sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).Nella visione dell’Apocalisse c’è un altro particolare: sul capo della donna vestita di sole c’è “una corona di dodici stelle”. Questo segno rappresenta le dodici tribù d’Israele e significa che la Vergine Maria è al centro del Popolo di Dio, di tutta la comunione dei santi. E così questa immagine della corona di dodici stelle ci introduce alla seconda grande interpretazione del segno celeste della “donna vestita di sole”: oltre a rappresentare la Madonna, questo segno impersona la Chiesa, la comunità cristiana di tutti i tempi. Essa è incinta, nel senso che porta nel suo seno Cristo e lo deve partorire al mondo: ecco il travaglio della Chiesa pellegrina sulla terra, che in mezzo alle consolazioni di Dio e alle persecuzioni del mondo deve portare Gesù agli uomini.E’ proprio per questo, perché porta Gesù, che la Chiesa incontra l’opposizione di un feroce avversario, rappresentato nella visione apocalittica da “un enorme drago rosso” (Ap 12,3). Questo dragone ha cercato invano di divorare Gesù – il “figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni” (12,5) –, invano perché Gesù, attraverso la sua morte e risurrezione, è salito verso Dio e si è assiso sul suo trono. Perciò il dragone, sconfitto una volta per sempre nel cielo, rivolge i suoi attacchi contro la donna – la Chiesa – nel deserto del mondo. Ma in ogni epoca la Chiesa viene sostenuta dalla luce e dalla forza di Dio, che la nutre nel deserto con il pane della sua Parola e della santa Eucaristia. E così in ogni tribolazione, attraverso tutte le prove che incontra nel corso dei tempi e nelle diverse parti del mondo, la Chiesa soffre persecuzione, ma risulta vincitrice. E proprio in questo modo la Comunità cristiana è la presenza, la garanzia dell’amore di Dio contro tutte le ideologie dell’odio e dell’egoismo.L’unica insidia di cui la Chiesa può e deve aver timore è il peccato dei suoi membri. Mentre infatti Maria è Immacolata, libera da ogni macchia di peccato, la Chiesa è santa, ma al tempo stesso segnata dai nostri peccati. Per questo il Popolo di Dio, peregrinante nel tempo, si rivolge alla sua Madre celeste e domanda il suo aiuto; lo domanda perché Ella accompagni il cammino di fede, perché incoraggi l’impegno di vita cristiana e perché dia sostengo alla speranza. Ne abbiamo bisogno, soprattutto in questo momento così difficile per l’Italia, per l’Europa, per varie parti del mondo. Maria ci aiuti a vedere che c’è una luce al di là della coltre di nebbia che sembra avvolgere la realtà. Per questo anche noi, specialmente in questa ricorrenza, non cessiamo di chiedere con fiducia filiale il suo aiuto: “O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che a te ricorriamo”. Ora pro nobis, intercede pro nobis ad Dominum Iesum Christum. 

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venerdì 6 dicembre 2019

Beata Colei che ha creduto! Maria nell'Annunciazione, Avvento 2019, predica di p. Raniero Cantalamessa




Beata Colei che ha creduto! Maria nell'Annunciazione.
Avvento 6 dicembre 2019
predica di p. Raniero Cantalamessa



Ogni anno la liturgia ci prepara al Natale con tre grandi guide: Isaia, Giovanni Battista e Maria; il profeta, il precursore, la madre. Il primo lo annunciò da lontano, il secondo lo additò presente al mondo, la madre lo portò in grembo. Per questo Avvento 2019 ho pensato di affidarci interamente alla Madre. Nessuno meglio di lei ci può predisporre a celebrare spiritualmente la nascita del Redentore.
Lei non ha celebrato l’Avvento, lo ha vissuto nella sua carne; come ogni donna incinta, Maria sa cosa significa essere “in attesa” e può aiutare anche noi ad attendere, in senso forte ed esistenziale, la venuta del nostro Redentore. Contempleremo la Madre di Dio nei tre momenti nei quali la stessa Scrittura ce la presenta al centro degli avvenimenti : l’Annunciazione, la Visitazione e il Natale.

“ Eccomi, sono la serva del Signore… “
Iniziamo dall’Annunciazione. Quando Maria giunse da Elisabetta, questa l’accolse con grande gioia e, “piena di Spirito Santo”, esclamò: Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore (Lc l, 45). L’evangelista san Luca si serve dell’episodio della Visitazione come di un mezzo per portare alla luce ciò che si era compiuto nel segreto di Nazareth e che solo nel dialogo con un’interlocutrice poteva essere manifestato e assumere un carattere oggettivo e pubblico.
La cosa grande che è avvenuta a Nazareth, dopo il saluto del¬l’angelo, è che Maria “ha creduto “ ed è diventata così “ Madre del Signore “. Non c’è dubbio che questo aver creduto si riferisce alla risposta di Maria all’angelo: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto (Lc 1, 38). Con queste poche e semplici parole si è consumato il più grande e decisivo atto di fede nella storia del mondo. Questa parola di Maria rappresenta il vertice di ogni comportamento religioso davanti a Dio. Con questa sua risposta – scrive Origene – è come se Maria dicesse a Dio: “Eccomi, sono una tavoletta da scrivere: lo Scrittore scriva ciò che vuole, faccia di me ciò che vuole il Signore di tutto” . Egli paragona Maria alla tavoletta cerata che si usava, al suo tempo, per scrivere. Maria, diremmo noi oggi, si offre a Dio come una pagina bianca, sulla quale egli può scrivere tutto ciò che vuole.
“In un istante che non tramonta mai più e che resta valido per tutta l’eternità, la parola di Maria fu la parola dell’umanità e il suo “sì”, l’amen di tutta la creazione al “sì” di Dio “ (K. Rahner). In lei è come se Dio interpellasse di nuovo la libertà creata, offrendole una possibilità di riscatto. È questo il senso profondo del parallelismo: Eva – Maria, caro ai Padri e a tutta la tra-dizione. “Ciò che Eva aveva legato con la sua incredulità, Maria l’ha sciolto con la sua fede “ .
Dalle parole di Elisabetta: “Beata colei che ha creduto”, si vede come già nel Vangelo, la maternità divina di Maria non è intesa soltanto come maternità fisica, ma come ma¬ternità anche spirituale, fondata sulla fede. Su ciò si basa sant’Agostino quando scrive: “La Vergine Maria partorì credendo, quel che aveva concepito credendo… Dopo che l’angelo ebbe parlato, ella, piena di fede (fide plena), concependo Cristo prima nel cuore che nel grembo, rispose: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola “ 6. Alla pienezza di grazia da parte di Dio, corrisponde la pienezza della fede da parte di Maria; al “gratia plena“, il “fide plena“.

Sola con Dio
A prima vista, quello di Maria fu un atto di fede facile e perfino scontato. Diventare madre di un re che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe, madre del Messia! Non era quello che ogni fanciulla ebrea sognava di essere? Ma questo è un modo di ragionare assai umano e carnale. La vera fede non è mai un privilegio o un onore, ma è sempre un po’ un morire, e così fu soprattutto la fede di Maria in questo momento. Anzitutto, Dio non inganna mai, non strappa mai alle creature dei consensi surrettiziamente, nascondendo loro le conseguenze, ciò cui andranno incontro.
Lo vediamo in tutte le grandi chiamate di Dio. A Geremia preannuncia: Ti muoveranno guerra (Ger l, 19) e di Saulo, dice ad Anania: Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome (At 9, 16). Solo con Maria, per una missione come la sua, avrebbe agito diversamente? Nella luce dello Spirito Santo, che accompagna la chiamata di Dio, ella ha certamente intravisto che anche il suo cammino non sarebbe stato diverso da quello di tutti gli altri chiamati. Del resto, Simeone, ben presto, darà espressione a questo presentimento, quando le dirà che una spada le avrebbe trapassato l’anima.
Ma già sul piano semplicemente umano, Maria viene a trovarsi in una totale solitudine. A chi può spiegare ciò che è avvenuto in lei? Chi le crederà quando dirà che il bimbo che porta nel grembo è “opera dello Spirito Santo“? Questa cosa non è avvenuta mai prima di lei e non avverrà mai dopo di lei. Maria conosceva certamente ciò che era scritto nella legge di Mosè, e cioè che la fanciulla che al momento delle nozze non fosse stata trovata in stato di verginità, doveva essere fatta uscire all’ingresso della casa del padre e lapidata dalla gente del villaggio (cfr. Dt 22, 20 s).
Noi parliamo volentieri oggigiorno del rischio della fede, intendendo, in genere, con ciò, il rischio intellettuale; ma per Maria si trattò di un rischio reale! Carlo Carretto, nel suo li¬bretto sulla Madonna, intitolato Beata te che hai creduto (Ed. Paoline 1986), narra come giunse a scoprire la fede di Maria. Quando viveva nel deserto, aveva saputo da alcuni suoi amici Tuareg che una ragazza dell’accampamento era stata promessa sposa a un giovane, ma che non era andata ad abitare con lui, essendo troppo giovane. Aveva collegato questo fatto con quello che Luca dice di Maria. Perciò ripassando, dopo due anni, in quello stesso accampamento, chiese notizie della ragazza. Notò un certo imbarazzo tra i suoi interlocutori e più tardi uno di loro, avvicinandosi con grande segretezza, fece un segno: passò una mano sulla gola con il gesto caratteristico degli arabi quando vogliono dire: “E stata sgozzata “. Si era scoperta incinta prima del matrimonio e l’onore della famiglia esigeva quella fine. Allora ripensò a Maria, agli sguardi impietosi della gente di Nazareth, agli ammiccamenti, capì la solitudine di Maria, e quella notte stessa la scelse come compagna di viaggio e maestra della sua fede .
Maria è l’unica ad aver creduto “in situazione di contemporaneità”, cioè mentre la cosa accadeva, prima di ogni conferma e di ogni convalida da parte degli eventi e della storia . Ha creduto in totale solitudine. Gesù disse a Tommaso: Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno! (Gv 20, 29): Maria è la prima di coloro che hanno creduto senza aver ancora visto.
Di Abramo, in una situazione simile, quando anche a lui fu promesso un figlio benché in tarda età, la Scrittura dice, quasi con aria di trionfo e di stupore: Abramo ebbe fede in Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia (Gn 15, 6). Oh, quanto ciò ora si dice più trionfalmente, presso di noi, di Maria! Maria ebbe fede in Dio e ciò le fu accreditato come giustizia. Il più grande atto di giustizia mai compiuto sulla terra da un essere umano, dopo quello di Gesù, che però è anche Dio.
San Paolo dice che Dio ama chi dona con gioia (2 Cor 9, 7) e Maria ha detto a Dio il suo “ sì “ con gioia. Il verbo con cui Maria esprime il suo consenso, e che è tradotto con “ fiat “ o con “ si faccia “, nell’originale, è all’ottativo (génoito); esso non esprime una semplice rassegnata accettazione, ma vivo desiderio. Come se dicesse: “ Desidero anch’io, con tutto il mio essere, quello che Dio desidera; si compia presto ciò che egli vuole “. Davvero, come diceva sant’Agostino, prima ancora che nel suo corpo ella concepì Cristo nel suo cuore.
Ma Maria non disse “fiat” che è parola latina; non disse neppure “ génoito “ che è parola greca. Che cosa disse allora? Qual è la parola che, nella lingua parlata da Maria, corrisponde più ‘ da vicino a questa espressione? Cosa diceva un ebreo quando voleva dire “ così sia “? Diceva “ amen! “ Se è lecito cercare di risalire, con pia riflessione, all’ipsissima vox, alla parola esatta uscita dalla bocca di Maria – o almeno alla parola che c’era, a questo punto, nella fonte giudaica usata da Luca -, questa deve essere stata proprio la parola “ amen “. Amen – parola ebraica, la cui radice significa solidità, certezza – era usata nella liturgia come risposta di fede alla parola di Dio. Ogni volta che, al termine di certi Salmi, nella Volgata si legge “ fiat, fiat “ (nella versione dei Settanta: génoito, génoito), l’originale ebraico, cono¬sciuto da Maria, porta: Amen, amen!
Con l’Amen si riconosce quel che è stato detto come parola ferma, stabile, valida e vincolante. La sua traduzione esatta, quando è risposta alla parola di Dio, è questa: “Così è e così sia“. Indica fede e obbedienza insieme; riconosce che quel che Dio dice è vero e vi si sottomette. E dire “ sì “ a Dio. In questo senso lo troviamo sulla bocca stessa di Gesù: “ Sì, amen, Padre, perché così è piaciuto a te… “ (cf Mt 11, 26). Egli anzi è l’Amen personificato: Così parla l’Amen… (Ap 3, 14) ed è per mezzo di lui che ogni altro “ amen “ pronunciato sulla terra sale ormai a Dio (cf 2 Cor l, 20). Come il “ fiat “ di Maria precorre quello di Gesù nel Getsemani, così il suo “amen” precorre quello del Figlio. Anche Maria è un “ amen” personificato a Dio.

Nella scia di Maria
Come la scia di un bel vascello va allargandosi fino a sparire e a perdersi all’orizzonte, ma comincia con una punta, che è la punta stessa del vascello, così è dell’immensa scia dei credenti che formano la Chiesa. Essa comincia con una punta e questa punta è la fede di Maria, il suo “ fiat “. La fede, unitamente alla sua sorella, la speranza, è l’unica co¬sa che non comincia con Cristo, ma con la Chiesa e perciò con Maria, che ne è il primo membro, in ordine di tempo e in ordine di importanza. Gesú non può essere il soggetto della fede cristiana perché ne è l’oggetto. La lettera agli Ebrei ci dà una lista di colo¬ro che hanno avuto fede: Per fede Abele… Per fede, Abramo… Per fede, Mosè… (Eb 11, 4 ss). Ma questa lista non include Gesù. Gesù è chiamato “autore e perfezionatore della fede” (Eb 12, 2), non uno dei credenti, sia pure il primo.
Per il solo fatto di credere, noi ci troviamo dunque nella scia di Maria e vogliamo ora approfondire cosa significa seguire davvero la sua scia. Nel leggere ciò che riguarda la Madonna nella Bibbia, la Chiesa ha seguito, fin dal tempo dei Padri, un criterio che si può esprimere così: “Maria, vel Ecclesia, vel anima “, Maria, ossia la Chiesa, ossia l’anima. Il senso è che quello che nella Scrittura si dice specialmente di Maria, va inteso universalmente della Chiesa e ciò che si dice universalmente della Chiesa va inteso singolarmente per ogni anima credente.
Attenendoci anche noi a questo principio, vediamo ora ciò che la fede di Maria ha da dire prima alla Chiesa nel suo insieme e poi a ciascuno di noi, cioè a ogni singola anima. Mettiamo in luce prima le implicazioni ecclesiali o teologiche della fede di Maria e poi quelle personali o ascetiche. In questo modo, la vita della Madonna non serve solo ad accrescere la nostra privata devozione, ma anche la no¬stra comprensione profonda della Parola di Dio e dei problemi della Chiesa.
Anzitutto Maria ci parla dell’importanza della fede. Non c’è suono, né musica là dove non c’è un orecchio capace di ascolta¬re, per quanto risuonino nell’aria melodie e accordi sublimi. Non c’è grazia, o almeno la grazia non può operare, se non trova la fede ad accoglierla. Come la pioggia non può far germogliare nulla finché non trova una terra che l’accoglie, così la grazia se non trova la fede. È per la fede che noi siamo “ sensibili “ alla grazia. La fede è la base di tutto; è la prima e la più “buona” delle opere da compiere. Opera di Dio è questa, dice Gesù: che crediate (cf Gv 6, 29). La fede è così importante perché è l’unica che mantiene alla grazia la sua gratuità. Non cerca di invertire le parti, facendo di Dio un debitore e dell’uomo un creditore. Per questo essa è tanto cara a Dio che fa dipendere dalla fede praticamente tutto, nei suoi rapporti con l’uomo.
Grazia e fede: sono posti, in tal modo, i due pilastri della salvezza; sono dati all’uomo i due piedi per camminare o le due ali per volare. Non si tratta però di due cose parallele, quasi che da Dio venisse la grazia e da noi la fede, e la salvezza dipendesse così, in parti eguali, da Dio e da noi, dalla grazia e dalla libertà. Guai se uno pensasse: la grazia dipende da Dio, ma la fede dipende da me; insieme, io e Dio facciamo la salvezza! Avremmo fatto di nuovo, di Dio, un debitore, uno che dipende in qualche modo da noi, e che deve condividere con noi il merito e la gloria. San Paolo toglie ogni dubbio quando dice: Per grazia siete salvi mediante la fede e ciò (cioè il credere, o, più globalmente, l’essere salvi per grazia mediante la fede, che è la stessa cosa) non viene da voi, ma è dono di Dio perché nessuno possa vantarsene (Ef 2, 8 s). Anche in Maria l’atto di fede fu suscitato dalla grazia dello Spirito Santo.
Quello che ora ci interessa è mettere in luce alcuni aspetti della fede di Maria che possono aiutare la Chiesa di oggi a credere più pienamente. L’atto di fede di Maria è quanto mai per-sonale, unico e irrepetibile. È un fidarsi di Dio e un affidarsi completamente a Dio. E un rapporto da persona a persona. Questo si chiama fede soggettiva. L’accento è qui sul fatto di credere, più che sulle cose credute. Ma la fede di Maria è anche quanto mai oggettiva, comunitaria. Ella non crede in un Dio soggettivo, personale, avulso da tutto, e che si rivela solo a lei nel segreto. Crede invece al Dio dei Padri, al Dio del suo popolo. Riconosce nel Dio che le si rivela, il Dio delle promesse, il Dio di Abramo e della sua discendenza.
Ella si inserisce umilmente nella schiera dei credenti, diventa la prima credente della nuova alleanza, come Abramo era stato il primo credente del¬l’antica alleanza. Il Magnificat è tutto pieno di questa fede basa¬ta sulle Scritture e di riferimenti alla storia del suo popolo. Il Dio di Maria è un Dio dai tratti squisitamente biblici: Signore, Potente, Santo, Salvatore. Maria non avrebbe creduto all’angelo, se le avesse rivelato un Dio diverso, che ella non avesse potuto riconoscere come il Dio del suo popolo Israele. Anche esternamente, Maria si adegua a questa fede. Si assoggetta infatti a tutte le prescrizioni della legge; fa circoncidere il Bambino, lo presenta al tempio, si sottopone lei stessa al rito della purificazione, sale a Gerusalemme per la Pasqua.
Ora tutto questo è per noi di grande insegnamento. Anche la fede, come la grazia, è andata soggetta, lungo i secoli, a un fenomeno di analisi e di frantumazione, per cui si hanno innumerevoli specie e sottospecie di fede. I fratelli protestanti, per esempio, valorizzano di più quel primo aspetto, soggettivo e personale, della fede. “ Fede – scrive Lutero – è una fiducia viva e audace nella grazia di Dio “; è una “ ferma fiducia “ 13. In alcune correnti del protestantesimo, come nel Pietismo, dove questa tendenza è portata all’estremo, i dogmi e le cosiddette verità di fede non hanno quasi alcuna rilevanza. L’atteggiamento interiore, personale, verso Dio è la cosa più importante e quasi esclusiva.
Nella tradizione cattolica e ortodossa ha avuto invece, fin dall’antichità, un’importanza grandissima il problema della retta fede o dell’ortodossia. Il problema delle cose da credere prese, ben presto, il sopravvento sull’aspetto soggettivo e personale del credere, cioè sull’atto di fede. I trattati dei Padri, intitolati “ Sulla fede “ (De fide) non accennano nemmeno alla fede come atto soggettivo, come fiducia e abbandono, ma si preoccupano di stabilire quali sono le verità da credere in comunione con tutta la Chiesa, in polemica contro gli eretici. In seguito alla Riforma, in reazione all’accentuazione unilaterale della fede-fiducia, questa tendenza si è accentuata nella Chiesa cattolica. Credere significa principalmente aderire al credo della Chiesa. San Paolo diceva che “ con il cuore si crede e con la bocca si fa la professione di fede “ (cf Rm 10, 10): la “professione “ della retta fede ha preso spesso il sopravvento sul “ credere con il cuore “.
Maria ci spinge a ritrovare, anche in questo campo, “ l’intero “ che è tanto più ricco e più bello di ogni singola parte. Non basta avere una fede solo soggettiva, una fede che sia un abbandonarsi a Dio nell’intimo della propria coscienza. È tanto facile, per questa strada, rimpicciolire Dio alla propria misura. Questo avviene quando ci si fa una propria idea di Dio, basata su una propria interpretazione personale della Bibbia, o su l’interpretazione del proprio ristretto gruppo, e poi si aderisce ad essa con tutte le forze, magari anche con fanatismo, senza accorgersi che ormai si sta credendo in se stessi più che in Dio e che tutta quella incrollabile fiducia in Dio, altro non è che una incrollabile fiducia in se stessi.
Non basta però neppure una fede solo oggettiva e dommatica, se questa non realizza l’intimo, personale contatto, da io a tu, con Dio. Essa diventa facilmente una fede morta, un credere per interposta persona o per interposta istituzione, che crolla non appena entra in crisi, per qualsiasi ragione, il proprio rap¬porto con l’istituzione che è la Chiesa. È facile, in questo modo, che un cristiano arrivi alla fine della vita, senza aver mai fatto un atto di fede libero e personale, che è l’unico che giustifichi il nome di “ credente “.
Bisogna dunque credere personalmente, ma nella Chiesa; credere nella Chiesa, ma personalmente. La fede dommatica della Chiesa non mortifica l’atto personale e la spontaneità del credere, ma anzi lo preserva e permette di conoscere e abbracciare un Dio immensamente più grande di quello della mia povera esperienza. Nessuna creatura infatti è capace di abbracciare, con il suo atto di fede, tutto quello che, di Dio, si può conoscere. La fede della Chiesa è come il grande angolare che permette di cogliere e fotografare, di un panorama, una porzione molto più vasta del semplice obiettivo. Nell’unirmi alla fede della Chiesa, io faccio mia la fede di tutti quelli che mi hanno preceduto: degli apostoli, dei martiri, dei dottori. I Santi, non potendo portare con sé in cielo la fede – dove essa non serve più -, l’hanno lasciata in eredità alla Chiesa.
C’è una potenza incredibile racchiusa in quelle parole: “Io credo in Dio Padre Onnipotente..”. Il mio piccolo “ io “, unito e fuso con quello grande di tutto il corpo mistico di Cristo, passato e presente, forma un grido più potente del fragore del mare che fa tremare dalle fondamenta il regno delle tenebre.

Crediamo anche noi!
Passiamo ora a considerare le implicazioni personali e ascetiche che scaturiscono dalla fede di Maria. Sant’Agostino, dopo aver affermato, nel testo citato sopra, che Maria “ piena di fede, partorì credendo quel che aveva concepito credendo “, trae da questo un’applicazione pratica dicendo: “ Maria credette e in lei quel che credette si avverò. Crediamo anche noi, perché quel che si avverò in lei possa giovare anche a noi” .
Crediamo anche noi! La contemplazione della fede di Maria ci spinge a rinnovare anzitutto il nostro personale atto di fede e di abbandono in Dio. Di qui l’importanza decisiva di dire a Dio, una volta nella vita, un “ si faccia, fiat “, come quello di Maria. Quando questo avviene, esso è un atto avvolto nel mistero perché coinvolge insieme grazia e libertà; è una specie di concepimento. La creatura non può farlo da sola; Dio perciò l’aiuta senza toglierle la sua libertà.
Che si deve dunque fare? E’ semplice: dopo averci pregato, perché non sia una cosa superficiale, dire a Dio con le parole stesse di Maria: “Eccomi, sono il servo, o la serva, del Signore: si faccia di me secondo la tua parola! “. Dico amen, sì, mio Dio, a tutto il tuo progetto, ti cedo me stesso!
Dobbiamo però ricordarci che Maria disse il suo “ fiat “ all’ottativo, con desiderio e gioia. Quante volte noi ripetiamo quelle parole in uno stato d’animo di mal celata rassegnazione, come chi, chinando la testa, dice a denti stretti: “ Se proprio non si può farne a meno, ebbene si faccia la tua volontà! “. Maria ci insegna a dirlo diversamente. Sapendo che la volontà di Dio a nostro riguardo è infinitamente più bella e più ricca di promesse, di ogni nostro progetto; sapendo che Dio è amore infinito e che nutre per noi “ progetti di pace e non di afflizione” (cf Ger 29, 11), noi diciamo, pieni di desiderio e quasi con impazienza, come Maria: “ Si compia presto su di me, o Dio, la tua volontà di amore e di pace! “.
Con ciò si realizza il senso della vita umana e la sua più grande dignità. Dire “ sì “, “ amen “, a Dio non umilia la dignità dell’uomo, come pensa talvolta l’uomo d’oggi, ma la esalta. Del resto, qual è l’alternativa a questo “ amen “ detto a Dio? Proprio il pensiero contemporaneo che ha fatto dell’analisi dell’esistenza il suo oggetto primario, ha dimostrato chiaramente che dire “ amen “ bisogna e se non si dice a Dio che è amore, lo si deve dire a qualcos’altro che è solo fredda e paralizzante necessità: al destino, al fato.

“ Il mio giusto vivrà di fede “
Tutti devono e possono imitare Maria nella sua fede, ma in modo particolare deve farlo il sacerdote e chiunque è chiamato, in qualche modo, a trasmettere ad altri la fede e la Parola. “Il mio giusto – dice Dio – vivrà di fede “ (cf Ab 2, 4; Rm 1, 17): questo vale, a un titolo speciale, per il sacerdote: Il mio sacerdote – dice Dio – vivrà di fede. Egli è l’uomo della fede. Il peso specifico di un sacerdote è dato dalla sua fede. Egli inciderà nelle anime nella misura della sua fede. I1 compito del sacerdote o del pastore in mezzo al popolo, non è solo quello di distributore di sacramenti e di servizi, ma anche quello di suscitatore e testimone della fede. Egli sarà veramente uno che guida, che trascina, nella misura con cui crederà e avrà ceduto la sua libertà a Dio, come Maria.
Il grande essenziale segno, ciò che i fedeli colgono immediatamente in un sacerdote e in un pastore, è se “ ci crede “: se crede in ciò che dice e in ciò che celebra. Chi dal sacerdote cerca anzitutto Dio, se ne accorge subito; chi non cerca da lui Dio, può essere facilmente tratto in inganno e indurre in inganno lo stesso sacerdote, facendolo sentire importante, brillante, al passo coi tempi, mentre, in realtà, è anche lui, come si diceva nel capitolo precedente, un uomo “ vuoto “. Perfino il non credente che si accosta al sacerdote in uno spirito di ricerca, capisce subito la differenza. Quello che lo provocherà e che potrà metterlo salutarmente in crisi, non sono in genere le più dotte discussioni della fede, ma la semplice fede. La fede è contagiosa. Come non si contrae contagio, sentendo solo parlare di un virus o studiandolo, ma venendone a contatto, così è con la fede.
La forza di un servitore di Dio è proporzionata alla forza del¬la sua fede. A volte si soffre e magari ci si lamenta in preghiera con Dio, perché la gente abbandona la Chiesa, non lascia il peccato, perché parliamo parliamo, e non succede niente. Un giorno gli apostoli tentarono di cacciare il demonio da un povero ragazzo ma senza riuscirvi. Dopo che Gesù ebbe cacciato, lui, lo spirito cattivo dal ragazzo, si accostarono a Gesù in di¬sparte e gli chiesero: Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo? E Gesù rispose: Per la vostra poca fede (Mi 17, 19-20).
Il mondo, abbiamo detto, è solcato, come il mare, dalla scia di un bel vascello, che è la scia di fede aperta da Maria. Entriamo in questa scia. Crediamo anche noi perché quel che si avverò in lei si avveri anche in noi. Invochiamo la Madonna con il dolce titolo di Virgo fidelis: Vergine credente, prega per noi!

1.Origene, Commento al vangelo di Luca, framm. 18 (GCS, 49, p. 227).
2.S. Ireneo, Adv. Haer III,22,4.
3.S. Agostino, Discorsi, 215,4 (PL 38,1074).


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