giovedì 26 dicembre 2019

Papa Paolo VI, L’omelia che Paolo VI tenne il 25 dicembre 1971 alla parrocchia di Santa Maria Regina Mundi a Torre Spaccata





Papa Paolo VI 



    L’omelia di Paolo VI
 del 25 dicembre 1971 alla parrocchia di Santa Maria Regina Mundi a Torre Spaccata


        È venuto per darci confidenza

    Fratelli e figli carissimi: perché sono venuto fra voi? Sono molte le ragioni, anche semplici, salvo una che semplice non è. Dunque sono venuto prima di tutto per conoscervi e per farmi conoscere: forse molti di voi non hanno visto ancora da vicino il Papa. Eccolo qua: è così lontano?
    No! Vuole essere vicino, vicino al popolo che il Signore gli ha dato che è il popolo di Roma. E sono quindi venuto per salutarvi e salutarvi tutti.
       Vedete abbiamo qui il cardinale Dell’Acqua, che è colui che fa le nostre veci per la vita pastorale in Roma e pubblicamente, davanti a lui, conoscendo il suo zelo e conoscendo quanto lui si prodiga per il bene della popolazione romana, io lo ringrazio nel nome del Signore che oggi celebriamo: lo incoraggio e lo benedico. E con lui i vescovi, vedete, sono qui i vescovi ausiliari, quelli che condividono con lui questa grande opera di evangelizzare e predicare la Parola del Signore, di assistere spiritualmente tutta questa grande città che continua a crescere e a dilatarsi e aumentare di popolazione, e abbiamo — io per primo e loro con me — il dovere e l’onore di servirvi, di essere vicini, di curare i vostri interessi spirituali e perciò io ringrazio e saluto quelli che in questa grande opera, che è l’opera di Dio, prestano il loro aiuto.
      Primo fra essi chi è? È il vostro parroco. Come lo chiamate voi? Padre Nazareno? Nazareno Mauri? Ecco, lo salutiamo davanti a voi, perché gli vogliate bene, perché cercate di assecondare le sue cure, perché abbiate cuore a chiedergli di assistervi: «Ci faccia pregare, ci insegni, ci renda buoni, ci renda cristiani, ci santifichi, ci renda degni del grande destino che a noi è prefisso, quello di andare tutti in Paradiso».
       Se non abbiamo chi ci dà una mano, chi ci dà questo ministero, questo servizio di Dio potremmo smarrirci, potremmo restare senza il grande scopo della nostra vita che è quello di salvare le nostre anime. E quindi anche lui, il vostro parroco, lo ringraziamo di dare tutto se stesso al vostro servizio, al vostro bene, e lo incoraggiamo, lui e i suoi confratelli, che lo aiutano in questa non piccola ma tanto degna fatica, e con lui estendiamo il nostro saluto reverente e grato a tutta la famiglia dei Padri Carmelitani dell’Antica Osservanza, che hanno loro affidato il servizio pastorale, il ministero parrocchiale di questa borgata.
     Io avrei tanto da dire su questi cari religiosi, perché? Ma perché la loro casa, come dire, centrale qui a Roma è San Martino ai Monti, e San Martino ai Monti era il titolo che Papa Giovanni aveva dato a me quando volle che fossi anch’io associato al Sacro Collegio, cioè diventato cardinale mi disse: «Tu avrai per titolo San Martino ai Monti» che è la chiesa dei carmelitani, che vi prestano servizio. E poi sono nostri amici perché hanno la chiesa della Traspontina, che è a due passi dal Vaticano e quindi siamo in stretta comunicazione, tanto che qualcuno di loro, e anche il vostro parroco per un tempo ha prestato servizio presso il nostro ufficio centrale, diciamo così, la Segreteria di Stato, e quindi è tutta la grande famiglia carmelitana — anche alle carmelitane, vero — a tutte queste anime che si stringono intorno al Carmelo, diamo il nostro saluto e la nostra benedizione questa mattina.
    Dicevo: sono venuto per conoscervi e conosco un po’ la vostra parrocchia. So che siete già una comunità. Che sarebbe una parrocchia se fosse una folla senza legame, senza coscienza della propria unità, senza gli organi che la debbono tenere insieme, che sono le associazioni?
    Sappiano di tutti quelli che appartengono alle associazioni parrocchiali, che sono tante, è vero: c’è l’Azione Cattolica, ci sono quelle spirituali, religiose, eccetera, quelle che si occupano degli altri, ci sono i catechisti mi dicono. Ebbene a tutti quelli che sono appunto in questa organizzazione e in questa nervatura che tiene insieme e fa corpo della vostra grande popolazione, io do un saluto speciale e incoraggiamento. Sento il dovere di ringraziare anche loro e di incoraggiarli, perché anche essi sono innestati nel grande sforzo che si fa per arrivare a tutti.
     Siete, mi dicono, qui quasi 30.000! Oh quanti… quanti! E qui non c’entrano neanche tutti; se tutti fossero qui. Voi porterete il mio saluto anche a quelli che sono rimasti a casa e che sono fuori. A tutto questo corpo. E ricordate che non abbiamo gli occhi chiusi neanche per quelli che hanno ancora bisogno delle cose elementari e indispensabili per la vita: la casa, il lavoro. Per tutti questi che sono qui, in questo quartiere, voglio lasciare un saluto e una benedizione e potrei anche lasciare una promessa, e cioè di fare quello che si può perché siano consolati e assistiti e siano lieti. Abbiamo qui anche le autorità cittadine che vengono appunto per attestare la loro buona volontà.
    Credetelo: vogliono fare per voi tutto quello che possono. È vero? E allora ringraziamo e benediciamo appunto quelli che impegnano il loro tempo, la loro vita, la loro capacità per aiutare la popolazione di Roma, specialmente quella che ha maggior bisogno di questo soccorso, che non è facile e lo sapete, ma credete però che dietro a questa difficoltà c’è un volere preciso, assoluto ed espresso di fare quanto è possibile per venire in aiuto di tutti. Ecco perché sono venuto.
     Sono venuto, vi confiderò una cosa, anche per consolare me stesso, cioè per fare un Natale bello; voglio dire che anche il Papa deve fare un buon Natale e il mio Natale più bello è quando posso essere insieme a quelli che il Signore mi ha dato per fratelli e per figli. Essere insieme nella mia famiglia spirituale: voi siete una parte di questa famiglia, avete una bella chiesa nuova. Non è ancora del tutta finita ma indica già, anche qui, uno sforzo per fare le cose nuove, proporzionate ai bisogni e tutto questo per me è una grande, una grande consolazione.
Voi forse immaginate che il Papa sia l’uomo più felice di questa terra? Non è vero: beh, «felice come un Papa» si dice. Se sapeste! Perché? Ma perché tutti i dolori di questo mondo, tutte le necessità, le guerre, le controversie fra gli uomini, e soprattutto il vedere tanti che sono lontani dal Signore, che tanti lo combattono, lo negano, lo offendono, e tutto questo viene a finire nel nostro cuore.
     E allora trovare una comunità come la vostra: migliaia di fedeli, di gente buona, di gente che spera e crede nel Signore, per me è una grandissima gioia, è una grandissima consolazione e perciò non siete voi che dovete ringraziare me di questa visita, ma sono io che debbo ringraziare voi per avermi accolto questa mattina per augurare a tutti proprio con il cuore aperto l’augurio di buon Natale … di buon Natale.
      È qui che si incentra la ragione precisa per la quale io sono venuto fra voi: per celebrare il Natale. Io vorrei avere qui alcuni ragazzi del catechismo per sentire da loro se sanno che cosa è il Natale. Beh, sì che lo sanno: c’è qui un bel presepio, sanno subito che Natale è la festa che commemora la nascita di Gesù, e fino a qui ci arriviamo tutti, anche i bambini del catechismo, i più piccoli possono dire: «Oggi è Natale, è venuto Gesù Bambino».
       Ma se io vado avanti con le domande: «Ma chi era Gesù Bambino?», «Gesù bambino è il figliolo della Madonna, è il figlio di Maria». Ed è tutto? Ecco, la grande cosa che dobbiamo avere presente nell’anima, facciamo uno sforzo, un po’, non dico per capire, ma almeno per farvi attenzione: Gesù, quel Gesù che vediamo nel presepio, quel bambino che vagisce lì, che non ha nessuna forza, nessuna espressione di sé, proprio perché è un bambino appena nato: quel Gesù è Figlio di Dio!
     Da dove viene? Ma viene dal cielo, dove, lo diremo adesso, fra poco cantando il Credo: descendit de caelis, «è disceso dal cielo», ha questa prerogativa, questa singolarità unica, misteriosa e immensa, che racchiude in sé due figliolanze: è Figlio di Maria e quindi è fratello nostro, è uomo, ed è figlio di Dio, è figlio di Dio! Viene dal cielo, in lui vive la divinità.
     Colui che ha creato il cielo e la terra, colui che è sempre stato e sempre sarà, colui che è la ragione, il principio dell’essere di tutte le cose, della nostra vita, della nostra esistenza, colui che conosce tutto, che vede nei nostri pensieri, colui che è presente a noi più che noi stessi, quello che si chiama Figlio di Dio, è venuto a farsi insieme figlio dell’uomo e allora la meraviglia deve essere la caratteristica di questa festività: siamo meravigliati, siamo ammirati, siamo sorpresi, siamo incantati per questo fatto che Dio si è fatto uomo, e che è in mezzo a noi.
     Tenetelo bene a mente, perché questo è quello che io vi volevo dire venendo fra voi.
     Il Natale è la visita fatta, non dal Papa che viene in mezzo a noi, non è che un simbolo questo, non è che un segno. È la visita, è la venuta di Cristo tra noi e Cristo è il Figlio di Dio fatto uomo. È la discesa di Dio in mezzo a noi. Come è lontano Iddio, cioè come è misterioso, come è inaccessibile, come è incomprensibile. Tanta gente non ci crede, perché? Ma perché non lo vede con gli occhi, perché non lo sente, perché non capisce, perché comprende una cosa: che se c’è Dio, Dio è un mistero senza confini e viene da questo mistero senza confini, da questo Dio nella profondità del tempo e dello spazio.
    Avete mai guardato il cielo? Avete mai pensato ai secoli che sono passati? Tutti gli esperimenti recenti di questi astronauti che vanno alla Luna ci hanno almeno abituati a guardare un po’ di più la volta stellata che sta sopra di noi. E pensare a queste distanze immense, a questi secoli senza numero, che segnano l’età dell’universo e quindi il Dio di questo universo. Ebbene il Dio di queste profondità, il Dio infinito, il Dio che sta nei cieli. «Padre nostro che sei nei cieli», che sei in questo tuo ... in questo immenso, immenso mistero; questo Dio che è inafferrabile ai nostri occhi, e così poco pensabile anche ai nostri cervelli, questo Dio vero.
      Lui è venuto in mezzo a noi e per farsi conoscere, per farsi direi afferrare da noi si è fatto nostro fratello, si è fatto uno di noi, si è rivestito di carne umana, si è fatto uomo, per venire proprio a essere nostro amico, nostro collega, nostro compagno. Per darci confidenza!
     Dio avrebbe potuto venire vestito di gloria, di splendore, di luce, di potenza, a farci paura, a farci sbarrare gli occhi dalla meraviglia. No, no! È venuto come il più piccolo degli esseri, il più fragile, il più debole. Perché questo? Ma perché nessuno avesse vergogna ad avvicinarlo, perché nessuno avesse timore, perché tutti lo potessero proprio avere vicino, andargli vicino, non avere più nessuna distanza fra noi e lui.
      C’è stato da parte di Dio uno sforzo di inabissarsi, di sprofondarsi dentro di noi, perché ciascuno, dico ciascuno di voi, possa dargli del tu, possa avere confidenza, possa avvicinarlo, possa sentirsi da lui pensato, da lui amato… da lui amato: guardate che questa è una grande parola! Se voi capite questo, se voi ricordate questo che vi sto dicendo, voi avete capito tutto il Cristianesimo.
      Che cosa è il Cristianesimo? Che cos’è questa nostra religione che ci fa costruire queste case, che ci organizza in parrocchie, che ci fa una famiglia sola, che ci fa diventare Chiesa sua? Che cosa è? È l’amore di Dio per noi. La capite questa parola: Dio ci ama, dilexit nos, ci ha voluto bene ancora prima che nascessimo; ha riconosciuto le nostre cose, e ha avuto un occhio, ha avuto un raggio di bontà e si è fermato sopra ciascuno di noi.
      Mi dite chi di voi può dire: «Io non sono amato da Dio». Un malato? Ma se il Signore è venuto per quelli che soffrono. Un bambino? Ma se si è fatto bambino. Una povera donna di famiglia? Ma se è venuto anche lui per vivere in questa nostra famiglia umana. Un povero? Ma se ha voluto essere anche lui un povero. Un operaio? Ma se è voluto essere lui un povero falegname in un piccolissimo paese, Nazareth, dove ha passato trent’anni della sua vita, la maggior parte, per essere nostro compagno, per condividere con noi questa fatica della esistenza umana.
     Gesù ha voluto venire tra di noi — Dio fatto uomo — perché comprendessimo il suo linguaggio, la sua parola divina, ma pronunciata non nel linguaggio misterioso con cui parla agli angeli e con cui parla nel silenzio degli spazi e dei secoli. Ha voluto assumere le nostra labbra per farsi capire e diventare… Come lo chiamiamo Gesù di solito? Maestro! È venuto per parlarci, per effondere la sua scienza, la sua sapienza. E come? Chissà che parole difficili che ha detto.
      Ma no! Sono parole fatte apposta per i nostri poveri cervelli, per la nostra povera intelligenza, ma sono sempre parole divine, immense, che scoppiano quando noi le riceviamo nella nostra anima, tanto sono grandi e ha detto il suo grande messaggio che è come un programma di tutto il Vangelo: «Beati voi poveri, perché di voi è il mio regno, beati voi che piangete e soffrite perché io sono venuto a consolarvi, beati voi che amate e soffrite per la giustizia, perché io vi sfamerò, vi darò questa giustizia, e beati voi puri di cuore perché voi vedrete Dio, avrete la simpatia e l’intuizione di che cosa sono le cose divine».
Questo è il linguaggio che ha usato il Signore e si è fatto quindi maestro, senza sedere sulla cattedra, ma in mezzo al popolo, seduto per terra, passeggiando con i suoi discepoli.
    E poi? Tutto qui? Guardate: è venuto Gesù, è venuto per dare la sua vita per noi. Non capiremo mai abbastanza Nostro Signore Gesù Cristo, se non comprenderemo questa sua intenzione, questo destino che segna davvero il perimetro della sua vita. Gesù è venuto per morire, ecco, è venuto per salvarci.
    Se uno di voi fosse stato salvato da un incidente che, ahimè, succede spesso sulla strada, avreste gratitudine per quel coraggioso che si è esposto al pericolo per salvare voi?
      Avete sentito la storia di quello che abbiamo beatificato qualche settimana fa, padre Kolbe? Forse sì. Però fatevela raccontare lo stesso, perché è tanto bella: un religioso francescano polacco, molto bravo, che ha fatto tanto bene parlare di sé per le opere grandi, riguardo la stampa specialmente, viene preso dai tedeschi e messo in un campo di concentramento.
    Un prigioniero fugge, non si trova dove sia questo, e allora — come era metodo di questa inumana gente — il sistema prevede: «Noi ne uccideremo dieci, per vendicarci di questo che è scappato». Ne hanno trovati nove. Il decimo era un padre di famiglia, che io ho veduto, sapete. Quando ho fatto la beatificazione in San Pietro lui c’era. «Sono stato io salvato da Massimiliano Kolbe».
     Perché? Perché questo prigioniero è uscito dalle file e si è presentato all’ufficiale e gli ha detto: «Questo è un povero padre di famiglia, lo lasci andare, prenda me», e hanno preso lui. Ed è morto per salvare questo polacco: è un gesto eroico, gratuito, spontaneo, senza nessuna gloria, senza nessuna ricompensa. Ebbene è morto per salvare questo padre di famiglia e Gesù è morto per salvare ciascuno di noi: Diléxit nos, et trádidit semetípsum pro nobis. Ha dato se stesso per noi.
    Io vorrei che vi restasse nel cuore, per ricordo di questo Natale, proprio questo pensiero. Se siamo stati amati da Cristo, da Dio in Cristo che dobbiamo fare? Rispondete voi. È una cosa che sembra semplice, ma comprende tutta la nostra vita: dobbiamo dare anche noi. Se è così ricco per noi, se è così buono con noi, se è stato così generoso con noi, se ha dato la sua vita per noi, allora gli vorrò bene, mi guarderò anch’io di volergli bene, mi sentirò cristiano, cioè legato dalla gratitudine, da riconoscenza, da amore a questo Gesù che ha dato la sua vita per me.
     Ed è tutto. Quelli che rispondono a questo amore sono cristiani.
    E avviene un secondo fatto. Se davvero siamo stati tutti amati in Gesù Cristo eccoci qua! Ci troviamo insieme, si produce una comunità, si produce una comunità, si produce una simultaneità, si produce un corpus, si produce una società: come si chiama? Si chiama Chiesa. Siamo noi la Chiesa. Noi che siamo i salvati di Cristo.
    Quindi due conseguenze da tutta questa meditazione.
    Primo: bisogna che davvero comprendiamo meglio, non essere distratti. Non siamo gente che dimentica e non siamo degli ingrati, perché la cosa più grave, più generale della nostra povera umanità è questa, di non avere la gratitudine, quanta dovrebbe avere per Dio che così ci ha amati. E amare Gesù vuol dire pregarlo, vuol dire venire in chiesa, vuol dire davvero essere religiosi, per via di amore.
    Tanti vedono nella religione una cosa che opprime, una cosa difficile, una cosa incomprensibile, una cosa noiosa: no! La religione, l’essere a contatto con Cristo e con Dio è una cosa che ci riempie di felicità, di gioia. Perché? Perché è l’amore.Il primo, il grande comandamento che il Signore ci ha lasciato è questo: ama, ama Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e tutte le tue forze. Anzi ha detto una parola che sembra, a me fa sempre tanta impressione e che anche a voi certo la farà: se ci pensate: «Amatevi». Come? Quel come che fa cascare le braccia: «Come io vi ho amato». Ma come è possibile amare come il Signore ci ha amato?
     Dov’è il nostro piccolo cuore, lui che ha il cuore che comprende tutto il mondo, lui che ci ha dato questo saggio di generosità, che è infinita, questa donazione eroica di sé. Ma posso io amare in questa misura?
     La misura no, ma l’esempio sì: come Signore tu hai amato me, io cercherò di amare te, la mia vita sarà tesa in questo desiderio di rispondenza, in questo desiderio di dialogo, di incontro, di amore con te. Voi sapete che cosa è l’amore, questo sentimento fondamentale della nostra vita verso Cristo e verso Dio. Siete cristiani che sarete salvati.
    E in secondo luogo su questo «amate ancora come io ho amato», Gesù ha amato tutti gli uomini, Gesù non ha detto di no a nessuno. Gesù non ha avuto odio nemmeno per colui che lo ha tradito, Giuda. Ha udito parole amare di condanna e quando Giuda col bacio, con la profanazione, con la ipocrisia più fiera e più crudele, lo ha tradito, Gesù che cosa ha detto? «Amico, amico, con un bacio tradisci il figlio dell’uomo», cioè Lui. Vedete chi è Gesù: lo conoscete adesso questo cuore di Cristo? Ebbene noi dovremmo imitare il cuore del Signore, cioè essere capaci anche noi di amare tutti.
      Vorrei fare delle domande e poi finisco. Per celebrate il Natale: avete fatto qualche opera buona? Avete perdonato a qualcheduno? Avete pregato per qualcheduno che ne ha bisogno? Avete detto una buona parola per consolare qualcuno? Avete dato un po’ di gioia a qualche bambino, a qualche parente o a qualche persona? Avete cercato di effondere e di trovare in fondo al vostro cuore un po’ di calore, un po’ di dolcezza da dare intorno a voi? Avete fatto un atto di amore per questa vostra comunità, questa nostra società spirituale, che è la parrocchia? Beh, fatelo con me adesso! Noi celebreremo la Messa proprio per questa parrocchia, perché diventi davvero una famiglia in Cristo, perché l’amore di Cristo regni, trionfi nella vostra comunità parrocchiale.
      L’amore deve essere il sole che illumina la nostra vita, il sole che scende e che dirige il nostro amore dal senso verticale al senso orizzontale: amiamo Dio e amiamo il prossimo.
     Se abbiamo capito questa chiave, questa sintesi del Cristianesimo, allora possiamo andare vicino al presepio, chiudere gli occhi e pensare a questo bambino che è venuto per essere il nostro Salvatore.

L'Osservatore Romano, 24 dicembre 2014.

 http://ilsismografo.blogspot.com/2014/12/vaticano-i-natali-di-montini.html

    

Gianfranco Ravasi, A Natale ascoltiamo il silenzioso Giuseppe


 
A Natale ascoltiamo il silenzioso Giuseppe
di Gianfranco Ravasi
 
 
    Se nel villaggio di Nazaret in Galilea ci fosse stato un ufficio dell’anagrafe, nel registro di uno degli anni attorno all’inizio dell’era attuale si sarebbe trascritto come residente un certo Giuseppe figlio di Giacobbe o di Eli (paternità discussa), sposato a una Maria, con un figlio di nome Gesù, di professione naggara’, che nella lingua locale, l’aramaico, poteva significare «carpentiere» o «falegname», in greco (l’inglese di allora) téktôn.
    Sono questi i dati personali che possiamo ricavare dai Vangeli riguardo al personaggio che l’evangelista Matteo presenta come attore principale della nascita e dell’infanzia di Gesù, a differenza del collega Luca che privilegia la madre Maria.
    Una figura modesta, quindi, nonostante la conclamata discendenza davidica, documentata da una genealogia posta in apertura al Vangelo di Matteo (1,1-17) e confermata da un dato storico piuttosto problematico, un censimento imperiale romano imposto dal governatore di Siria Quirinio secondo un canone etnico e non residenziale. Concretamente ci si doveva registrare nella sede originaria dell’ascendenza del clan familiare. È Luca a segnalare, allora, che «Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazaret, dovette salire in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme perché apparteneva al casato e alla famiglia di Davide» (2,4). Parlavamo di una questione storica problematica sia perché le genealogie erano nell’antichità elaborate con modalità molto libere e simboliche, sia perché la cronologia di quel censimento è un rebus quasi insolubile, affidato a un’intera biblioteca di studi, ricerche, ipotesi degli esegeti, un enigma che evitiamo di affrontare.
   Noi ci accontenteremo di gettare uno sguardo sull’esperienza piuttosto sconcertante vissuta da questo artigiano in occasione della nascita del figlio, avvenuta appunto durante i giorni di quel censimento, forse il 7/6 a.C., in un alloggio di fortuna a Betlemme. Ritorniamo, perciò, al testo di Matteo: «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
    Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (1,18-21).
    C’è una componente circostanziale da chiarire. Nell’antico Israele il matrimonio comprendeva due fasi distinte ma connesse. La prima era il fidanzamento ufficiale la cui ratifica aveva un rilievo particolare per la donna: pur continuando a risiedere nella casa paterna, essa era considerata già sposa del futuro marito, per cui ogni infedeltà era rubricata come adulterio. La seconda fase comprendeva la celebrazione nuziale col trasferimento alla casa dello sposo con canti, danze e banchetti, evento evocato da una suggestiva parabola di Cristo, quella delle ragazze sagge e sbadate (si legga Matteo 25,1-13).
   Il racconto sopra citato si colloca nella fase del fidanzamento: «prima che andassero a vivere insieme», la fidanzata-sposa Maria «si trovò incinta». Giuseppe è di fronte a una scelta drammatica, quella del “ripudio” in senso stretto, tant’è vero che Matteo usa il verbo greco apolýsai, il termine tecnico del divorzio, con tutte le conseguenze penali e civili persino drammatiche per la donna. Per fortuna non sempre nel giudaismo si applicava il comma della legge biblica che era implacabile: «Se la fidanzata non è stata trovata in stato di verginità, allora la faranno uscire all’ingresso della casa paterna e la gente della sua città la lapiderà a morte» (Deuteronomio 22,20-21). È facile rimandare alla scena che si è consumata sulla spianata del tempio di Gerusalemme con l’adultera in procinto d’essere lapidata e salvata da Gesù con la celebre frase: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Giovanni 8,1-11).
    Giuseppe è innamorato di Maria e non sa come rendere meno atroce per lei la condanna. Da uomo giusto, cioè corretto (non può avallare col suo nome un bambino di padre ignoto) ma anche mite e compassionevole per quella che di per sé era già la sua donna, opta per un ripudio segreto, senza la procedura legale ufficiale, evitando la consegna formale del “libello di ripudio”, diminuendo così anche l'eventuale rischio del ricorso alla lapidazione da parte del parentado. Mentre è lacerato interiormente, la sua oscurità interiore è squarciata da un lampo di luce che è espresso in una forma classica già nell’Antico Testamento. L’angelo nella Bibbia è segno di una rivelazione divina e Giuseppe ne sperimenterà la presenza a più riprese nel racconto dei due capitoli di Matteo dedicati alla nascita e all’infanzia di Gesù.
    Si tratta, quindi, di una forte esperienza interiore che lo spinge a una scelta diversa: egli dovrà condurre a termine anche la seconda fase del matrimonio «prendendo con sé Maria sua sposa» perché in quella donna è accaduto un evento unico e straordinario, un seme divino (lo Spirito di Dio stesso) l’ha fecondata. A lui toccherà il compito di essere il padre legale di quel bimbo, registrandolo all’anagrafe col nome di Gesù, che significa «il Signore salva (aiuta, dà vittoria)».
Una prassi, quella della paternità legale o putativa, confermata anche in altri casi della Bibbia, come per il cosiddetto «levirato» (dal latino levir, cognato), così formulato dalla legge: «Quando uno dei fratelli di una famiglia morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto si unirà con un suo cognato che se la prenderà in moglie... Il primogenito che ella genererà, avrà il nome del fratello morto, perché il nome di questi non si estingua in Israele» (Deuteronomio 25,5-6; si legga anche Matteo 22,23-33).
   Matteo cita la nascita di Gesù a Betlemme solo in un paio di righe, a differenza di Luca che però, come si diceva, punta il suo obiettivo sulla figura della madre Maria, e conclude: «Prese con sé la sua sposa e, senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù» (1,24-25). Letteralmente il testo greco suona così: Giuseppe «prese con sé la sua sposa e non la conobbe finché partorì e gli generò un figlio...». È noto che «conoscere» è un eufemismo biblico per l’atto sessuale. Il passo originario, a prima vista, sembrerebbe alludere a successivi rapporti di Giuseppe con Maria, così da giustificare la generazione dei cosiddetti «fratelli e sorelle di Gesù».
   A livello strettamente filologico, però, Matteo non affronta tale questione (che ha complesse implicazioni storiche, esegetiche e teologiche che non possiamo ora trattare). Infatti, nelle lingue moderne quando si dice che una cosa non succede “fino a” un certo tempo, di solito si suppone che abbia luogo dopo: Giuseppe non ha avuto rapporti con Maria fino alla nascita di Gesù, ma in seguito avrebbe potuto generare con lei figli. In realtà il greco eos ou, “finché non”, e una sua eventuale matrice aramaica, sottesa al greco usato da Matteo, vogliono marcare solo ciò che accade fino alla scadenza di quel “finché”. Giuseppe non ebbe rapporti con Maria, eppure nacque Gesù. Il tema che all’evangelista premeva sottolineare era quello teologico della generazione di Cristo non da seme e da scelta umana ma da un atto trascendente divino. È questo anche il senso sia della verginità di Maria sia della maternità di Maria.
    Abbiamo scelto di accompagnare questo Natale con una figura che diverrà cara alla tradizione cristiana, nonostante appaia solo agli esordi della vita di Gesù. Inizi per altro drammatici, avvolti nel sangue della strage dei bambini di Betlemme imposta da Erode e con l’esperienza amara di profugo che egli sperimenterà assieme alla sua famigliola, divenuta emigrante e clandestina in Egitto, una terra che in passato non era stata certo benevola con gli Ebrei. Giuseppe – che tra l’altro non parla mai e che scompare subito di scena nei Vangeli – ha invece avuto un successo non marginale nei Vangeli apocrifi, al punto tale che esiste persino una deliziosa (e piuttosto fantasiosa) Storia di Giuseppe il falegname, scritta in greco in Egitto nei primi secoli, giunta a noi solo nelle versioni araba e copta e pubblicata del 1722 dallo svedese G. Wallin. Ma questa è veramente un’altra storia... A noi sono bastati i Vangeli canonici, tenendo forse davanti agli occhi l’immagine del forte capofamiglia Giuseppe che incombe sulla sposa Maria e il piccolo Gesù nel michelangiolesco Tondo Doni degli Uffizi.
 
 https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2018/12/ravasi-natale-ascoltiamo-il-silenzioso.html

mercoledì 25 dicembre 2019

La Natività di Gesù spiegata dai Profeti di Gianfranco Ravasi



La Natività di Gesù spiegata dai Profeti
di Gianfranco Ravasi
 


    Natale. Gli oracoli dell’Antico Testamento servirono da guida agli evangelisti per leggere e interpretare gli eventi portentosi legati alla nascita e alle fasi iniziali della vita di Cristo 
Era stata Selma Lagerlöf, Nobel nel 1909, a favorire la fuga a Stoccolma della poetessa tedesca ebrea Nelly Sachs, per sottrarla ai lager e forse alle camere a gas naziste. Nella capitale svedese, ove morirà nel 1970 a 79 anni, dopo aver ricevuto anche lei nel 1966 il Nobel, Nelly potrà comporre le sue opere maggiori spesso ibridate di forme, ritmi e temi biblici. E sono proprio alcuni versi di una sua lirica, simile a una ballata, intitolata Le stelle si oscurano che adottiamo a epigrafe per proporre una sorta di «Natale dei profeti».
    Ecco le sue parole: «Se i profeti irrompessero per le porte della notte, / incidendo ferite nei campi della consuetudine, / se i profeti irrompessero per le porte della notte / e cercassero un orecchio come patria, / orecchio degli uomini, ostruito di ortiche, / sapresti ascoltare?». Nella notte oscura della storia risuona la voce dei profeti. Essa incide in profondità come un aratro, ferendo la superficie sassosa e gelata dell’indifferenza e della banalità. Purtroppo, però, gli orecchi delle persone sono ostruiti dalle chiacchiere e dalla sordità dell’egoismo e non lasciano irrompere le parole incandescenti della profezia.
     Ebbene, l’evangelista Matteo per interpretare gli eventi del Natale di Gesù si è affidato proprio a queste figure bibliche che il filosofo Karl Jaspers considerava uno dei fenomeni spirituali e culturali più originali dell’umanità. Il metodo ermeneutico sotteso alla mente dell’evangelista è quello “prospettico”, come suggeriva anche Pascal: «La prova più grande di Gesù Cristo sono le profezie...
Esse sono la preparazione della nascita di Gesù Cristo, il cui Vangelo doveva essere creduto in tutto il mondo. Era necessario che ci fossero le profezie per farlo credere» (Pensieri 706, ed. Brunschvicg). Il profeta intravede e prevede già il futuro messianico di Cristo.
    In questa linea per ben cinque volte, all’interno di un breve racconto fatto di soli 31 versetti nei capitoli 1 e 2 del suo Vangelo, Matteo ribadisce che i fatti della vita del piccolo Gesù sono il «compimento» di un annuncio profetico remoto. In realtà, il profeta – come suggerisce l’etimologia del termine – è per eccellenza un uomo pubblico che «parla» (in greco phemí) davanti (pro-) a tutti provocando reazioni morali «in vece» (pro-), cioè a nome di Dio. Certo è che il suo sguardo è proteso verso il futuro messianico, è capace di intuire «prima» (pro-) le traiettorie di orientamento della storia, ma non nei dettagli concreti quasi fosse un indovino.
    Potremmo, allora, dire meglio che in realtà lo sguardo matteano è “retrospettivo”: sugli atti presenti della famiglia di Nazaret egli getta la luce della profezia, interpretandoli secondo pagine anticotestamentarie più adatte a quello scopo. Il primo passo profetico selezionato è Isaia 7,14: la generazione verginale e quindi divina avviene «perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi» (Matteo 1,22-23). Isaia probabilmente pensava al figlio di Acaz, il re di allora, un erede di nome Ezechia in cui il profeta porrà molte speranze.
    Per questo nell’originale ebraico, per indicare la madre, si ha il vocabolo ‘almah, «giovane donna», e non «vergine» (betûlah). L’antica versione greca biblica detta «dei Settanta», scelse questo secondo significato traducendo parthénos, «vergine», e così offrì a Matteo la base per fondare la cristologia del Figlio di Dio, nato sì da una donna, ma non «da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio» (Giovanni 1,13). In tal modo, al concreto re-«messia» (in ebraico la parola significa «consacrato») atteso da Isaia subentra il Messia per eccellenza, pienezza della presenza di Dio nell’umanità («Emmanuele»).
   Il secondo ricorso alla profezia avviene quando gli esperti gerosolimitani delle Scritture segnalano al sospettoso Erode – che dai Magi ha avuto notizia della nascita di un nuovo «re dei Giudei» – la località ove questo evento si sarebbe compiuto, cioè Betlemme, la patria di Davide. Il rimando di quegli scribi è a un profeta contemporaneo a Isaia (VIII sec. a.C.), Michea, che annunciava in chiave messianico-davidica: «E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te, infatti, uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele» (Matteo 2,6; Michea 5,1-3). Anche in questo caso il profilo davidico, emblema del Messia, viene applicato al neonato Gesù.
    L'ossessione di Erode per il potere aveva già generato stragi di pretendenti persino all’interno della sua famiglia. Ecco, allora, la scelta preventiva di Giuseppe, il padre legale di Gesù, di rifugiarsi col neonato e la sposa Maria in Egitto. Agli occhi di Matteo si presenta l’occasione per la terza citazione, questa volta da un altro profeta dell’VIII sec. a.C., Osea, dalla storia familiare piuttosto tormentata. Egli metteva in bocca a Dio questo oracolo, evocato dall’evangelista: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Matteo 2,15; Osea 11,1). Evidente è il richiamo all’esodo di Israele dall’oppressione faraonica, ora applicata al «figlio» Gesù che ripercorrerà le vie calcate dagli antenati del suo popolo, sia pure in senso inverso, dalla terra promessa all'Egitto.
   La furia sanguinaria di Erode si scatena con la celebre «strage degli innocenti». Matteo, di fronte al grido disperato di quelle madri (chi non ricorda l’affresco di Giotto nella cappella padovana degli Scrovegni?), fa echeggiare il lamento di Rachele, l’amata sposa del patriarca biblico Giacobbe-Israele, che si erge come una Mater dolorosa statuaria a Rama, luogo della sua morte per parto. Da quella località, secoli dopo, si stanno avviando le colonne degli Ebrei superstiti, suoi figli ideali, deportati a Babilonia in esilio, dopo la distruzione del tempio e della città santa nel 586 a.C. Ora è Geremia a offrire a Matteo la sua voce: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più» (Matteo 2,18; Geremia 31,15).
     Morto Erode, la sacra famiglia rientra a Nazaret, un villaggio ignoto all’Antico Testamento.
     L’evangelista per collocare anche questo dato sotto l’ombrello della profezia ricorre a una formula vaga: «perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: Sarà chiamato Nazareno» (2,23). Arduo è, infatti, decifrare l’allusione matteana: forse egli appella al vocabolo ebraico nazir, «consacrato», applicato a chi praticava un voto descritto nel libro dei Numeri (c. 6), oppure a nezer, «virgulto», un simbolo messianico (Isaia 11,1) o a nazûr, «il resto» degli Ebrei fedeli a Dio, nonostante le prove (Isaia 42,6). Paradossale in questo passo evangelico è che Gesù sia legittimato come Messia non sulla base di Betlemme, la città di Davide, ma sulla sua dimora nell’oscuro e dimenticato paesino di Nazaret, ignorato dalle Scritture.
   Si chiude qui il «Natale dei profeti». Già nel II secolo, in un affresco delle catacombe romane di Priscilla sulla via Salaria, un anonimo artista raffigurava la Madonna seduta che regge in grembo il neonato Gesù e che si volge con intensità a un profeta. Costui indica in alto una stella: per alcuni potrebbe essere un profeta pagano, Balaam, che nella Bibbia anziché maledire Israele come vorrebbe un re nemico del popolo ebraico, lo benedice ed esalta, e in uno dei suoi quattro oracoli propone questo annuncio regale messianico: «Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele» (Numeri 24,17).
   È ciò che farà anche la prima tradizione cristiana, quando curiosamente ricorrerà alla IV Egloga di Virgilio (I sec. a.C.) che evoca un’èra di pace nella quale è in scena un Bambino di origine divina, accompagnato da una Vergine, mentre sono cancellate «le tracce della colpa». Già san Girolamo, però, faceva notare che Virgilio non parla di un parto da una vergine e l’atmosfera simbolica del testo è più imperiale che teologica. Rimane, quindi, l'Antico Testamento come palinsesto ermeneutico ideale per leggere gli eventi iniziali della vita di Cristo, proiettando su di essi la luce degli antichi oracoli profetici.
   E come abbiamo iniziato con la voce di una poetessa e di un filosofo per celebrare la forza provocatoria, purtroppo disattesa, della profezia, concludiamo con questa parabola del Diario del filosofo danese Soeren Kierkegaard riguardante l’equivoco e l’insuccesso a cui spesso va incontro il profeta. «Un direttore di teatro si presenta trafelato sulla scena per avvertire il pubblico che è scoppiato un incendio. Gli spettatori, però, credono che la sua comparsa faccia parte della farsa che stanno guardando: così, quanto più quello urla, tanto più forte si leva il loro applauso».
 
 in “Il Sole 24 Ore” del 22 dicembre 2019
 https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2019/12/gianfranco-ravasi-la-nativita-di-gesu.html
 

martedì 24 dicembre 2019

 Inni nisibeni, 3,80-134 
 Efrem il Siro 


Il miracolo della nascita di Cristo 

Un grande stupore si impossessa dell’uomo quando considera il miracolo che Dio scese prendendo dimora in un seno materno, che la sua somma essenza assunse un corpo umano e per nove mesi abitò nell’utero della madre senza contrarietà, e che quel seno di carne fu in grado di portare il fuoco, che la fiamma abitò nel corpo delicato senza bruciarlo. Proprio come il roveto sull’Oreb portava Dio nella fiamma, così Maria portò Cristo nel suo seno verginale. Attraverso l’udito, Dio entrò senza danni nel ventre materno e il Figlio di Dio poi ne uscì con purezza. La vergine concepì Dio e la sterile (Elisabetta) concepì il vergine (Giovanni), anzi il figlio della sterilitàspuntò prima del germoglio della verginità.Un miracolo nuovo Dio ha compiuto tra gli abitanti della terra: egli che misura il cielo con la spanna, giace in una mangiatoia d’una spanna; egli che contiene il mare nel cavo della mano conobbe la propria nascita in un antro. Il cielo è pieno della sua gloria e la mangiatoia è piena del suo splendore. Mosè desiderò contemplare la gloria di Dio, ma non gli fu possibile vederla come aveva desiderato. Potrebbe oggi venire a vederla, perché giace nella cuna in una grotta. Allora nessun uomo sperava di vedere Dio e r e s t a r e i n v i t a ; o g g i t u t t i c o l o r o c h e l’hanno visto sono sorti dalla seconda morte alla vita.Mosè prefigurò il mistero, vedendo un fuoco in un roveto; i magi portarono a compimento il mistero, vedendo laluce in una cuna. A gran voce dal roveto Dio impose a Mosè di togliersi le scarpe dai piedi; la stella invitò tacitamente i magi a giungere al luogo santo. Mosè non poté vedere Dio come realmente è; i magi invece entrarono e videro il Figlio di Dio fatto uomo. Il volto di Mosè splendeva perché Dio gli aveva parlato e un velo ricoprì il suo viso perché il popolo non poteva guardarlo; così nostro Signore si è circondato, nel seno materno, con il velo della carne e ne è uscito e si è mostrato: e i magi lo videro e gli offrirono i loro doni.E’grande il prodigio che si è compiuto sulla nostra terra: il Signore di tutto è disceso su di essa, Dio si è fatto uomo, l’Antico è diventato fanciullo; il Signore si è fatto uguale al servo, il figlio del re si è reso come un povero errabondo. L’essenza eccelsa si è abbassata ed è nata nella nostra natura, e ciò che era estraneo alla sua natura lo ha assunto per il nostro bene. Chi non contemplerà con gioia il miracolo che Dio si è abbassato assoggettandosi alla nascita? Chi non si meraviglierà vedendo che il Signore degli angeli è stato partorito? Credilo senza dubitarne e sii convinto che tutto in verità si è svolto proprio così! 

Da: Inno per la nascita di Cristo, 1

Inno sulla Natività (1,88-95.99) di s. Efrem il Siro (ca. 306-373)


 Inno sulla Natività (1,88-95.99) di s. Efrem il Siro (ca. 306-373)



Questa è notte di riconciliazione,
non vi sia chi è adirato o rabbuiato.
In questa notte, che tutto acquieta,
non vi sia chi minaccia o strepita.
Questa è la notte del Mite,
nessuno sia amaro o duro.
In questa notte dell'Umile
non vi sia altezzoso o borioso.
In questo giorno di perdono
non vendichiamo le offese.
In questo giorno di gioie
non distribuiamo dolori.
In questo giorno mite
non siamo violenti.
In questo giorno quieto
non siamo irritabili.
In questo giorno della venuta
di Dio presso i peccatori,
non si esalti, nella propria mente,
il giusto sul peccatore.
In questo giorno della venuta
del Signore dell'universo presso i servi,
anche i signori si chinino
amorevolmente verso i propri servi.
In questo giorno,
nel quale si è fatto povero per noi il Ricco
anche il ricco renda partecipe il povero della sua tavola.
Oggi si è impressa
La divinità nell'umanità,
affinché anche l'umanità
fosse intagliata nel sigillo della divinità.

I Inno sulla Natività (1,88-95.99) di s. Efrem il Siro (ca. 306-373)

" MARIA NEL NATALE ", di padre Raniero Cantalamessa


PADRE RANIERO CANTALAMESSA 

"MARIA NEL NATALE" 

Estratto dalla TERZA PREDICA DI AVVENTO 2019

 

 

 Palermo, Cappella Palatina, Natività di Cristo, 1148 circa

  
   I «passi» che stiamo compiendo sulle orme di Maria corrispondono, abbastanza fedelmente, allo svolgersi anche storico della vita di lei, come esso risulta dai Vangeli. La meditazione su Maria «piena di fede» ci ha riportato al mistero dell’Annunciazione; quella sul Magnificat, al mistero della Visitazione, e ora quella di Maria «Madre di Dio» al Natale. Fu nel Natale, infatti, nel momento in cui diede alla luce il suo figlio primogenito (Lc 2, 7), non prima, che Maria divenne veramente e pienamente Madre di Dio.
  Nel parlare di Maria, la Scrittura mette costantemente in risalto due elementi, o momenti, fondamentali, che corrispondono, del resto, a quelli che anche la comune esperienza umana considera essenziali perché si abbia una vera e piena maternità. Essi sono: concepire e partorire. Ecco – dice l’angelo a Maria – concepirai nel seno e partorirai un figlio (Lc 1, 31). Questi due momenti sono presenti anche nel racconto di Matteo: Quel che è «generato» in lei, è dallo Spirito Santo ed essa «partorirà» un figlio (cf Mt 1, 20 s). La profezia di Isaia, in cui tutto ciò era stato preannunciato, si esprimeva allo stesso modo: Una vergine concepirà e partorirà un figlio (Is 7, 14). Ecco perché dicevo che solo a Natale, quando dà alla luce Gesù, Maria diventa, in senso pieno, Madre di Dio.
Dei due momenti, il titolo in uso nella Chiesa latina «Genitrice di Dio» (Dei Genitrix) mette più in rilievo il primo momento, quello relativo alla concezione; il titolo Theotókos, in uso nella Chiesa greca, mette più in rilievo il secondo momento, il partorire (tíkto significa infatti, in greco, partorisco). Il primo momento (fuori del caso unico di Maria) è comune sia al padre che alla madre, mentre il secondo, il partorire, è esclusivo della madre.
Madre di Dio è il titolo che esprime uno dei misteri e, per la ragione, uno dei paradossi più alti del cristianesimo. È il più antico e importante titolo dogmatico della Madonna, essendo stato definito dalla Chiesa nel Concilio di Efeso nel 431, come verità di fede da credersi da tutti i cristiani. È il fondamento di tutta la grandezza di Maria. È il principio stesso della mariologia. Per esso, Maria non è, nel cristianesimo, solo oggetto di devozione, ma anche di teologia; entra cioè nel discorso stesso su Dio, perché Dio è direttamente implicato nella maternità divina di Maria.

   Uno sguardo storico al formarsi del dogma
   Nel Nuovo Testamento non troviamo esplicitamente il titolo «Madre di Dio» dato a Maria. Vi troviamo però delle affermazioni che, nella riflessione della Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, mostreranno, in seguito, di contenere già, in nuce, tale verità. Di Maria si dice che ha concepito e generato un figlio, il quale è Figlio dell’Altissimo, santo e Figlio di Dio (cf Lc 1, 31-32.35). Dai Vangeli risulta, dunque, che Maria è la madre di un figlio, di cui si sa che è il Figlio di Dio. Ella è chiamata correntemente nei Vangeli: la madre di Gesù, la madre del Signore (cf Lc 1, 43), o semplicemente «la madre» e «sua madre» (cf Gv 2, 1-3).
   Bisognerà che la Chiesa, nello sviluppo della sua fede, chiarisca a se stessa chi è Gesù, prima di sapere di chi è madre Maria. Maria non comincia certo a essere Madre di Dio nel concilio di Efeso del 431, come Gesù non comincia a essere Dio nel concilio di Nicea del 325, che lo definì tale. Lo era anche prima. Quello è piuttosto il momento in cui la Chiesa, nello svilupparsi ed esplicitarsi della sua fede, sotto la spinta dell’eresia, prende piena coscienza di questa verità e prende posizione a suo riguardo. Avviene come nella scoperta di una nuova stella: essa non nasce nel momento in cui la sua luce giunge sulla terra ed è vista dall’osservatore, ma esisteva già da prima, forse da migliaia di anni luce. La definizione conciliare è il momento in cui la lucerna viene messa sul candelabro che è il credo della Chiesa.
   In questo processo che porta alla proclamazione solenne di Maria Madre di Dio, possiamo distinguere tre grandi fasi. All’inizio e per tutto il periodo dominato dalla lotta contro l’eresia gnostica e docetista, la maternità di Maria viene vista quasi solo come maternità fisica. Questi eretici negavano che Gesù avesse un vero corpo umano, o, se l’aveva, che questo corpo umano fosse nato da una donna, o, se era nato da una donna, che fosse tratto veramente dalla carne e dal sangue di lei. Contro di essi bisognava dunque affermare con forza che Gesù era figlio di Maria e «frutto del suo grembo» (Lc 1, 42), e che Maria era vera e naturale Madre di Gesù.
    La maternità di Maria, in questa fase più antica, serve, più che altro, a dimostrare la vera umanità di Gesù. Fu in questo periodo e in questo clima che si formò l’articolo del credo: «Nato (o incarnato) per opera dello Spirito Santo da Maria Vergine». Esso, all’origine, voleva dire semplicemente che Gesù è Dio e uomo: Dio, in quanto generato secondo lo Spirito, cioè da Dio, e uomo in quanto generato secondo la carne, cioè da Maria.
    In questa fase antica, già con Origene, fa la sua comparsa il titolo di Theotókos. D’ora in poi, sarà proprio l’uso di questo titolo a condurre la Chiesa alla scoperta di una maternità divina più profonda. Avvenne durante l’epoca delle grandi controversie cristologiche del V secolo, quando il problema centrale, intorno a Gesù Cristo, non è più quello della sua vera umanità, ma quello dell’unità della sua persona. La maternità di Maria non viene più vista solo in riferimento alla natura umana di Cristo, ma, com’è più giusto, in riferimento all’unica persona del Verbo fatto uomo. E siccome quest’unica persona che Maria genera secondo la carne non è altro che la persona divina del Figlio, di conseguenza, ella appare vera «Madre di Dio».
   Tra Maria e Cristo non c’è più solo una relazione di ordine fisico, ma anche di ordine metafisico, e questo la colloca a una altezza vertiginosa, creando un rapporto singolare anche tra lei e il Padre. Con il Concilio di Efeso, questa cosa diventa per sempre una conquista della Chiesa. In un testo da esso approvato si dice: «Se qualcuno non confessa che Dio è veramente l’Emmanuele e che perciò la Santa Vergine, avendo generato secondo la carne il Verbo di Dio fatto carne, è la Theotókos, sia anatema».
    Fu un momento di grande giubilo per tutto il popolo di Efeso, che aspettò i Padri fuori dell’aula conciliare e li accompagnò, con fiaccole e canti, alle loro dimore. Tale proclamazione determinò una esplosione di venerazione verso la Madre di Dio che non venne meno mai più, né in Oriente né in Occidente, e che si tradusse in feste liturgiche, icone, inni e nella costruzione di innumerevoli chiese a lei dedicate. Fu in questo clima che fu costruita la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.
   Ma anche questo traguardo non era definitivo. C’era un altro livello da scoprire nella maternità divina di Maria, dopo quello fisico e quello metafisico. Nelle controversie cristologiche, il titolo di Theotókos era valorizzato più in funzione della persona di Cristo che di quella di Maria, pur essendo un titolo mariano. Da tale titolo non si tiravano ancora le conseguenze logiche riguardanti la persona di Maria e, in particolare, la sua santità unica. Theotókos rischiava di divenire un’arma di battaglia tra opposte correnti teologiche, anziché l’espressione della fede e della pietà della Chiesa verso Maria.
   Fu questo il grande apporto degli autori latini e in particolare di sant’Agostino. La maternità di Maria è vista come una maternità nella fede, come maternità anche spirituale. Siamo all’epopea della fede di Maria. A proposito della parola di Gesù: Chi è mia Madre…, Agostino risponde attribuendo a Maria, in grado sommo, quella maternità spirituale che viene dal fare la volontà del Padre: « Forse che non fece la volontà del Padre la Vergine Maria, che per fede credette, per fede concepì, che fu scelta perché da lei nascesse per gli uomini la salvezza, che fu creata da Cristo, prima che in essa venisse creato Cristo? Certo che fece la volontà del Padre santa Maria e perciò è cosa più grande per Maria essere stata discepola di Cristo, che essere stata Madre di Cristo» .
      La maternità fisica di Maria e quella metafisica vengono ora coronate dal riconoscimento di una maternità spirituale, o di fede, che fa di Maria la prima e la più santa figlia di Dio, la prima e più docile discepola di Cristo, la creatura della quale – scrive ancora sant’Agostino – «per l’onore dovuto al Signore, non si deve neppure far menzione quando si parla del peccato». La maternità fisica o reale di Maria, con l’eccezionale e unico rapporto che crea tra lei e Gesù e tra lei e la Trinità tutta intera resta, da un punto di vista oggettivo, la cosa più grande e il privilegio ineguagliabile, ma essa è tale proprio perché trova un riscontro soggettivo nell’umile fede di Maria. Per Eva costituiva certo un privilegio unico essere la «madre di tutti i viventi»; ma poiché non ebbe fede, a nulla le giovò e anziché beata, divenne sventurata.
  Madre di Dio, titolo ecumenico Maria è l’unica, nell’universo, a poter dire, rivolta a Gesù, ciò che dice a lui il Padre celeste: «Tu sei mio figlio; io ti ho generato!» (cf Sal 2, 7; Eb 1, 5). Sant’Ignazio d’Antiochia dice, con tutta semplicità, quasi senza accorgersi in che dimensione sta proiettando una creatura, che Gesù è «da Dio e da Maria» . Quasi come noi diciamo di un uomo che è figlio del tale e della tale. Dante Alighieri ha racchiuso il duplice paradosso di Maria che è «Vergine e Madre» e «madre e figlia », in un solo verso: «Vergine Madre, figlia del tuo Figlio!» Il titolo «Madre di Dio» basta da solo a fondare la grandezza di Maria e a giustificare l’onore a lei tributato. Si rimprovera talvolta ai cattolici di esagerare nell’onore e nell’importanza attribuiti a Maria e a volte bisogna riconoscere che il rimprovero era giustificato, almeno per il modo e lo spirito con cui ciò avveniva. Ma non si pensa a ciò che ha fatto Dio. Dio si è portato talmente avanti nell’onorare Maria facendola Madre di Dio, che nessuno può dire di più, “anche se avesse tante lingue quante sono le foglie d’erba.
Il titolo di «Madre di Dio» è anche oggi il punto d’incontro e la base comune a tutti i cristiani, da cui ripartire per ritrovare l’intesa intorno al posto di Maria nella fede. Esso è l’unico titolo ecumenico, non solo di diritto, perché definito in un Concilio ecumenico, ma anche di fatto perché riconosciuto da tutte le Chiese. Lutero ha scritto: «L’articolo che afferma che Maria è Madre di Dio è vigente nella Chiesa fin dagli inizi e il Concilio di Efeso non l’ha definito come nuovo, perché è già una verità sostenuta nel Vangelo e nella Sacra Scrittura… Queste parole (Lc 1, 32; Gal 4, 4) con molta fermezza sostengono che Maria è veramente la Madre di Dio».
    Un altro iniziatore della Riforma, Zuinglio, scrive: «Maria è giustamente chiamata, a mio giudizio, Genitrice di Dio, Theotókos». Egli chiama altrove Maria «la divina Theotókos, eletta prima ancora di avere la fede». Calvino, a sua volta, scrive: «La Scrittura ci dichiara esplicitamente che colui che dovrà nascere dalla Vergine.
   Maria sarà chiamato Figlio di Dio (Lc 1, 32) e che la Vergine stessa è Madre del nostro Signore». Madre di Dio, Theotókos, è dunque il titolo al quale bisogna sempre ritornare, distinguendolo da tutta l’infinita serie di altri nomi e titoli mariani. Se esso fosse preso sul serio da tutte le Chiese e valorizzato di fatto, oltre che riconosciuto di diritto in sede dogmatica, basterebbe a creare una fondamentale unità intorno a Maria ed ella, anziché occasione di divisione tra i cristiani, diventerebbe, dopo lo Spirito Santo, il più importante fattore di unità ecumenica, colei che, con il suo carisma materno, aiuta a «riunire tutti i figli di Dio che sono dispersi» (cf Gv 11, 52).
  Madri di Cristo: l’imitazione della Madre di Dio Il nostro modo di procedere, in questo cammino verso Natale sulle orme di Maria, consiste nel contemplare i singoli «passi» da lei compiuti per poi imitarli nella nostra vita. Ma come imitare questo tratto della Madonna di essere Madre di Dio? Può Maria essere « figura della Chiesa», cioè suo modello, anche in questo punto? Non solo ciò è possibile, ma ci sono stati uomini, come Origene, sant’Agostino, san Bernardo, i quali sono arrivati a dire che, senza questa imitazione, il titolo di Maria sarebbe inutile per me: «Che giova a me – dicevano – che Cristo sia nato una volta da Maria a Betlemme, se non nasce anche per fede nella mia anima?»
   Dobbiamo richiamare alla mente che la maternità divina di Maria si realizza su due piani: su un piano fisico e su un piano spirituale. Maria è Madre di Dio non solo perché l’ha portato fisicamente nel grembo, ma anche perché l’ha concepito prima nel cuore con la fede. Noi non possiamo, naturalmente, imitare Maria nel primo senso, generando di nuovo Cristo, ma possiamo imitarla nel secondo senso, che è quello della fede. Gesù stesso iniziò questa applicazione alla Chiesa del titolo di « Madre di Cristo », quando dichiarò: Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (Lc 8, 21; cf Mc 3, 31 s; Mt 12, 49).
   Nella tradizione, questa verità ha conosciuto due livelli di applicazione complementari tra di loro. In un caso, si vede realizzata questa maternità, nella Chiesa presa nel suo insieme, in quanto «sacramento universale di salvezza »; nell’altro, tale maternità si vede realizzata in ogni singola persona o anima che crede. Il Concilio Vaticano II si colloca nella prima prospettiva quando scrive: «La Chiesa… diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figlioli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio» .
    Ma ancora più chiara è, nella tradizione, l’applicazione personale ad ogni anima: «Ogni anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio… Se secondo la carne una sola è la Madre di Cristo, secondo la fede, tutte le anime generano Cristo quando accolgono la parola di Dio». Un altro Padre fa eco dall’oriente: «Il Cristo nasce sempre misticamente nell’anima, prendendo carne da coloro che sono salvati e facendo dell’anima che lo genera una madre vergine».

    Come concepire e partorire di nuovo Cristo
    Concentriamoci sull’applicazione del titolo Madre di Dio che ci riguarda anche singolarmente. Proviamo a vedere come si diventa, in concreto, madre di Gesù. Come ci dice Gesù che si diventa sua madre? Attraverso due operazioni: ascoltando la Parola e mettendola in pratica. Ripensiamo, per capire, a come divenne madre Maria: concependo Gesù e partorendolo.
    Vi sono due maternità incomplete o due tipi di interruzione di maternità. Una è quella, antica e nota, dell’aborto. Essa avviene quando si concepisce una vita, ma non si partorisce, perché, nel frattempo, o per cause naturali o per il peccato degli uomini, il feto è morto. Fino a poco fa, questo era l’unico caso che si conosceva di maternità incompleta. Oggi se ne conosce un altro che consiste, all’opposto, nel partorire un figlio senza averlo concepito. Così avviene nel caso di figli concepiti in provetta e immessi, in un secondo momento, nel seno di una donna, e nel caso desolante e squallido dell’utero dato in prestito per ospitare, magari a pagamento, vite umane concepite altrove. In questo caso, quello che la donna partorisce, non viene da lei, non è concepito « prima nel cuore che nel corpo».
    Purtroppo anche sul piano spirituale ci sono queste due tristi possibilità. Concepisce Gesù senza partorirlo chi accoglie la Parola, senza metterla in pratica, chi continua a fare un aborto spirituale dietro l’altro, formulando propositi di conversione che vengono poi sistematicamente dimenticati e abbandonati a metà strada; chi si comporta verso la Parola come l’osservatore frettoloso che guarda il suo volto nello specchio e poi se ne va dimenticando subito com’era (cf Gc 1, 23-24). Insomma, chi ha la fede, ma non ha le opere.
    Partorisce, al contrario, Cristo senza averlo concepito chi fa tante opere, anche buone, ma che non vengono dal cuore, da amore per Dio e da retta intenzione, ma piuttosto dall’abitudine, dall’ipocrisia, dalla ricerca della propria gloria e del proprio interesse, o semplicemente dalla soddisfazione che dà il fare. Insomma, chi ha le opere, ma non ha la fede.


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1.S. Cirillo Alessandrino, Anatematismo I contro Nestorio, en Enchiridion Symbolorum, nr. 252.
2.S. Agostino, Discorsi 72 A (=Denis 25), 7 (Miscelánea Agustiniana, I, p. 162).
3.S. Agostino, De natura et gratia 36, 42 (CSEL 60, p. 263 s).
4.S. Ignazio d’Antiochia, Lettera agli Efesini 7, 2.
5.Dante Alighieri, Paradiso XXXIII, 1
6.Lutero, Commento al Magnificat (ed. Weimar 7, p. 572 s).
7.Lutero, Dei Concili della Chiesa (ed. Weimar, 50, p. 591 s).
8.H. Zwingli, Expositio fidei, en Zwingli Hauptschriften, der Theologe III, Zurigo 1948, p. 319.
9.Calvino, Institutiones II, 14, 4 .
10.Cfr. Origene, Commento al Vangelo di Luca, 22, 3 (SCh 87, p. 302).
11.Lumen Gentium 64
12.S. Ambrogio, Expositio in Lucam, II, 26.
13.S. Massimo Confessore, Commento al Padre nostro (PG 90, 889).
14.S. Francesco d’Assisi, Lettera a tutti i fedeli, 1 (Fonti Francescane nr. 178).
15.S. Bonaventura, De quinque festivitatibus Pueri Jesu (ed. Quaracchi 1949, pp. 207 ss).
16.S. Agostino, Confessioni, VIII, 8, 19





La fonte: http://kairosterzomillennio.blogspot.com/




Gianfranco Ravasi, Il nostro Natale, il rinascere dello Spirito



                                          Gianfranco Ravasi



   “Spesso siamo attraversati all’improvviso da una stanchezza
che non è del corpo, ma dell’anima.
Essa nase dal troppo fare, avere, girare, dalla superficialità
e dalla banalità. Si ha bisogno di sostare in silenzio,
di placare il cuore e di pregare, di ritrovare la verità ultima
e profonda della vita, il significato dell’esistere.
E’ questo il nostro Natale, il rinascere dello Spirito!”

domenica 22 dicembre 2019

Fabrizio Bisconti, Le grotte di Betlemme Memorie lontane e recenti restauri

     

Le grotte di Betlemme 
   Memorie lontane e recenti restauri 

di Fabrizio Bisconti
Particolare della decorazione musiva della navata della basilica della Natività



   La topografia, i luoghi e la storia di Betlemme ci parlano di diversi santuari, che si dislocano nel villaggio e nel suo hinterland, a cominciare dal sito riferito alla memoria dell’annuncio ai pastori da parte di un angelo, secondo il luogo lucano (2, 8-12). Il sito doveva essere ben conosciuto, già al tempo di Girolamo, che, ricordando il percorso della sua seguace Paola, in occasione del suo primo viaggio a Betlemme, descrive il santuario sorto nell’area (Epistola 147).
   Al tramonto del IV secolo, dunque, un santuario, circondato da un recinto e con un altare al centro della grotta, che costituiva il luogo nevralgico del complesso, monumentalizzava il campo dei pastori. Fonti, più o meno attendibili, riferiscono a Elena, la madre di Costantino, la costruzione del primo santuario, da collocare a circa un miglio a est del villaggio, laddove sorsero, prima un monastero con una chiesa dedicata a san Giuseppe. La memoria continua in epoca crociata e, con il tempo, il sito fu identificato con il villaggio di Beit Sahur (casa dei guardiani e dei vigilanti), proprio sul lato orientale della collina su cui sorge Betlemme. Se il padre Bagatti, in seguito ad alcuni piccoli scavi, identificò il sito del campo dei pastori in quest’area, il padre Corbo individuò il santuario nel terreno di Khirbet Siyar El-Ghanam, dove venivano collocate le sepolture stesse dei pastori, proprio e ancora in una grotta. In questi due siti e in quello di Der er Ra’wat, dove pure è stato situato il campo dei pastori, sono state intercettate, al di sotto dei santuari, di difficile lettura, almeno due fasi, rispettivamente riferite al tempo di Costantino e a quello di Giustiniano, in perfetta coincidenza con la successione delle più importanti memorie della Terra Santa.
   Ancora più sfuggente e suggestiva risulta la tradizione della grotta del latte, segnalata, a partire dal Medioevo, a sud del complesso della Natività. Anche in questo caso, tutto nasce attorno a un edificio di culto con una grotta annessa, dove si poteva praticare la liturgia, in riferimento all’abitazione della Sacra Famiglia, anche per ispirazione degli scritti apocrifi dell’Infantia Salvatoris e, in particolare, del Protovangelo di Giacomo.
   Tutte queste memorie, spesso avvolte in una affabulazione leggendaria, che moltiplica i luoghi e rende spesso ingiudicabile la genesi e le prime forme del culto, convocano attenzione e strutture monastiche maschili e femminili, secondo una dinamica assai diffusa in Terra Santa e in tutto l’ecumene tardoantico.
    Il fenomeno più significativo è, senza dubbio, costituito dalla basilica della Natività, ora tornata alla ribalta per il progetto di recupero, che ha preso avvio con il bando che il governo palestinese emanò nel 2009, in vista del restauro globale del complesso, da articolare nel tempo, tanto è vero che, ancora ai nostri giorni, certe lavorazioni sono in fieri. L’input venne dall’urgenza del restauro del tetto della basilica, ma l’impresa poteva e doveva prevedere tutta una serie di studi e interventi preliminari, che hanno convocato diverse specializzazioni: da quella propriamente architettonica a quella strutturale, da quella squisitamente storica a quella archeologica.
   Il bando, vinto dal consorzio ricerche dell’università di Ferrara, coordinato da Claudio Alessandri, ha permesso di coinvolgere molti specialisti, a livello internazionale. In questo gruppo di lavoro, gli archeologi dell’architettura dell’università di Siena hanno colto l’occasione di rileggere le strutture con l’intento di dislocarle nel tempo e di giustificarne le diverse funzioni.
   Come è noto, la basilica e il complesso che si è agglutinato attorno all’edificio di culto è suddiviso tra la comunità francescana, ortodossa e armena. La simultanea disponibilità delle tre comunità ha rappresentato il presupposto indispensabile per dare avvio all’ambizioso progetto.
    L’ingresso alla basilica avviene dalla piccola “porta dell’umiltà”, l’unico accesso superstite dei tre che si aprivano nel sontuoso nartece all’edificio, scandito in cinque navate per una lunghezza di 54 metri e una larghezza di 36 metri. Il corpo basilicale si conclude con una imponente desinenza triabsidata, distinta da un ampio transetto, che raccoglie, nel cuore della struttura gli accessi alle grotte della Natività.
    Il luogo della nascita di Gesù era stato già localizzato nelle grotte, che si aprono nelle colline del Wadi el-Charubeh. Il padre Bagatti raccolse, a suo tempo, le testimonianze della tradizione patristica (da Giustino a Origene), di quelle dei pellegrini e di Eusebio di Cesarea, che precisa come l’imperatore Costantino fece costruire una basilica proprio sulla grotta all’indomani del concilio di Nicea del 325, tanto che il pellegrino di Bordeaux, nel 333, poté ammirare il santuario, in tutto il suo splendore.
   In seguito, la basilica, secondo gran parte della critica, fu revisionata e ricostruita al tempo di Giustiniano. Gli scavi archeologici, avviati, in maniera intermittente, alla fine del xix secolo, intercettarono, innanzi tutto, la cosiddetta “grotta del lavacro”, non lontano dall’abside orientale, nel giardino dei limoni, laddove una scala di pochi gradini conduceva verso una vasca, situata, appunto in una caverna. Tutto il sottosuolo della basilica, d’altra parte, alla luce degli scavi degli anni Trenta del secolo scorso e le più recenti analisi archeologiche delle architetture, è interessato da una vera e propria rete di grotte, tra le quali risulta eminente e centrale quella della Natività, nel cuore dell’area presbiteriale, che, in età giustinianea, fu dotata di nuove scale a settentrione e a meridione. Proprio a meridione del giardino ortodosso, si riconosce la scala di accesso alle cosiddette “grotte degli innocenti”. In corrispondenza dell’abside centrale, infine, è situata la “grotta del lavacro”, di cui si è ragionato.
    Ma torniamo alla “grotta della Natività”, collocata al centro del presbiterio dell’attuale basilica e, dunque, di quella di impianto costantiniano. La grotta ha una pianta rettangolare ed è provvista del cosiddetto “altare della mangiatoia” situato in una nicchia nel settore meridionale, mentre, a oriente, si situa la stella d’argento, che la tradizione identifica con il luogo preciso della Nascita di Gesù.
  Nel versante settentrionale della basilica, si collocano infine le “grotte di san Girolamo”, estremamente complesse e articolate. Il controllo archeologico dettagliato sembra dimostrare che il complesso di tutte le grotte preesiste al cantiere più antico della basilica, dimostrando come la tradizione evangelica attraversi i secoli e ispiri i primi committenti di un santuario toccato dagli itinerari dei pellegrini di tutti i tempi.

http://www.osservatoreromano.va/it/news/le-grotte-di-betlemme
22 dicembre 2018

giovedì 19 dicembre 2019

Paolo VI e l’arte



Paolo VI e l’arte nei ricordi di Barbara Jatta

     Un rapporto fecondo e sincero con il mondo dell’arte. Paolo VI era anche questo, come testimonia la Collezione di Arte Religiosa Moderna nei Musei Vaticani istituita nel 1973. 
     Perché Paolo VI viene considerato il Papa degli artisti? Cerchiamo di rispondere a questa domanda nell’ultima puntata del nostro WebDoc che termina nel segno della bellezza. Insieme al direttore dei Musei Vaticani Barbara Jatta ci concentriamo sull’istituzione della cosiddetta ‘Carm’, la Collezione d’Arte Religiosa Moderna. Un salto che ci porta al 23 giugno 1973, data dell’inaugurazione, quando Montini tenne un discorso davvero denso di spunti.

Artista profeta e poeta
      Nell’occasione, presso la Cappella Sistina, Paolo VI definì l’artista “profeta e poeta, a suo modo, dell’uomo d’oggi, della sua mentalità, della società moderna”. E come nelle puntate precedenti, è altamente suggestivo l’ascolto dell’audio originale del Papa tratto dagli archivi della Santa Sede. Il direttore dei Musei Vaticani ci ha spiegato che la Collezione è frutto di una raccolta di opere che Paolo VI fece personalmente durante i primi 10 anni del suo pontificato grazie a donazioni di celebri artisti e collezionisti.

   L’apertura all’arte contemporanea

   “Testimoniare la religiosità e i valori spirituali della fede cattolica”. È questo – precisa Jatta – il filo comune della Collezione che raccoglie diverse forme espressive e artisti di differenti nazionalità. “Non è vero - affermò Montini nel suo discorso - che i criteri direttivi dell’arte contemporanea siano segnati soltanto dall’impronta della follia, della passionalità, dell’astrattismo puramente cerebrale e arbitrario”. Per il direttore dei Musei Vaticani, Paolo VI è “un pontefice che solo adesso viene capito per la sua modernità e la sua profondità culturale”.

   Lo stupore dei visitatori

   Paolo VI dunque accolse volentieri gli esiti creativi di importanti artisti contemporanei mettendo fine alle lacerazioni del passato nel rapporto fra Chiesa e arti figurative. “Codesta Arte – disse il pontefice - è documento che non solo ci interessa, ma ci obbliga a conoscerla”. Ciò che ne deriva – aggiunge Jatta – è uno straordinario dialogo con la modernità. E alla direzione dei Musei Vaticani giungono costantemente messaggi di stupore da parte di visitatori che scelgono di raggiungere la Cappella Sistina passando appunto dall’appartamento Borgia dove ha sede la Carm.

 https://www.avvenire.it/multimedia/pagine/paolo-vi-il-papa-degli-artisti

mercoledì 18 dicembre 2019

Gianfranco Ravasi, San Giovanni Evangelista

   

Cardinale Gianfranco Ravasi

San Giovanni Evangelista

    Dell’apostolo Giovanni (nome ebraico che significa “Il Signore dona la sua grazia”) è nota nei Vangeli la famiglia: suo padre era Zebedeo, suo fratello l’apostolo Giacomo; di professione era pescatore, o forse membro di una società familiare di pesca a cui probabilmente collaboravano anche altri due fratelli, gli apostoli Simone Pietro e Andrea. La sua vocazione era appunto avvenuta nell’ambiente di lavoro e da quel momento Giovanni era stato cooptato da Gesù nel gruppo ristretto dei tre testimoni privilegiati comprendente anche Pietro e Giacomo. Sono loro ad assistere in esclusiva alla risurrezione della figlia di Giairo, alla trasfigurazione, alla preghiera del Getsemani.
Cristo imporrà anche un soprannome ai due fratelli, Giovanni e Giacomo, Boanerghes, “figli del tuono”, di solito collegato al loro carattere veemente ma forse da considerare in senso positivo, essendo il tuono nella Bibbia simbolo della voce potente di Dio: essi, allora, avrebbero il compito di attestare con forza e autorità la parola divina. Giovanni riappare negli Atti degli Apostoli, spesso in connessione con Pietro, e con la missione di evangelizzatore. Paolo lo colloca, invece, tra le “colonne” della Chiesa madre di Gerusalemme, insieme con Pietro e Giacomo “fratello del Signore”. In sintesi possiamo dire che Giovanni costituisce una delle figure di più alto spicco all’interno del collegio apostolico dei Dodici.
Una considerazione a parte merita la figura misteriosa del “discepolo che Gesù amava”: essa entra in scena nel quarto Vangelo solo alla fine, quando sta per compiersi l’“ora” della passione, morte e glorificazione pasquale di Cristo. È convinzione tradizionale che sia un autoritratto dello stesso apostolo Giovanni. C’è, però, una difficoltà: questo “discepolo amato”, chiamato anche “l’altro discepolo” (rispetto a Pietro), stando allo stesso racconto evangelico, “era noto al sommo sacerdote”. Come era possibile che questo accadesse a un pescatore della Galilea, seppure partecipe di un’azienda ittica propria? Tuttavia altri tentativi di identificazione risultano sostanzialmente impraticabili. Per questo si è ancora fermi alla linea tradizionale che cerca di sovrapporre il volto di Giovanni a quello del “discepolo amato” che “aveva riposato sul petto di Gesù”. Forse si potrebbe immaginare una puntualizzazione ulteriore facendo riferimento alla complessa storia della redazione del quarto Vangelo.
   Soffermiamoci, allora, su questo scritto assegnato a Giovanni e contrassegnato dal simbolo dell’aquila, sulla base dell’attribuzione tradizionale ai quattro evangelisti dei quattro esseri viventi dell’Apocalisse. Composto di 15.416 parole greche e di 879 versetti (il terzo per lunghezza dopo Luca e Matteo), questo Vangelo si caratterizza per un linguaggio teologico molto raffinato, tanto da aver meritato la definizione di “Vangelo spirituale”. Si usano, infatti, nelle sue pagine, termini con accezioni specifiche. Così, “verità” è la rivelazione che Cristo offre; “segni” e “opere” sono i miracoli (e il quarto evangelista ne seleziona sette molto originali ed emblematici); l’“ora” per eccellenza è, come si è detto, la morte e la risurrezione di Cristo, definite anche come “esaltazione” e “glorificazione”. Fitto è pure il vocabolario processuale usato per descrivere lo scontro tra Cristo e il male: “testimonianza, giustizia, giudizio, Paraclito (cioè difensore)” e così via. Termini cari a Giovanni sono anche “amore, amare, conoscere, vita, mondo, dimorare-rimanere, luce, Io sono (titolo divino biblico attribuito a Cristo)”. Sembra, quindi, che questa opera sia frutto di un’elaborazione accurata, posteriore a quella degli altri Vangeli, da collocare sullo scorcio del I secolo, forse nell’area dell’Asia Minore, dove appunto erano fiorite comunità che si riferivano alla predicazione dell’apostolo Giovanni.
    Gli studiosi hanno cercato di approfondire la genesi dello scritto, proponendo ricostruzioni molto complesse. Certo è che alla base del quarto Vangelo si ha la testimonianza dell’apostolo stesso che aveva condiviso la vita pubblica di Gesù da un angolo di visuale privilegiato. È lui a dare il via, attraverso le sue parole, a uno scritto che forse ebbe l’aiuto di un redattore qualificato che compose il Vangelo sulla base di quella testimonianza orale, ma anche con la sua esperienza, la sua preparazione spirituale e culturale, la sua abilità letteraria. Per alcuni studiosi potrebbe essere costui il “discepolo amato”, associato a Giovanni. Comunque stiano le cose, è indubbio che il quarto Vangelo rivela un’opera di formazione progressiva, tant’è vero che ci incontriamo con due finali diversi, segno almeno di un’ulteriore “riedizione”. L’insieme, però, del Vangelo rivela una sua compattezza e un’identità teologica ben netta. Per questo, esso fu particolarmente amato dalla tradizione che esaltava i grandiosi discorsi di Gesù contenuti in quelle pagine; i miracoli, “segni” del mistero profondo di Cristo; la grandiosa narrazione della Passione che vede la croce come il trono della gloria del Redentore; l’indimenticabile e stupendo prologo dove si celebra l’Incarnazione del Verbo; gli incontri di Gesù con personaggi che rappresentano altrettanti modelli di vita, come Nicodemo o la Samaritana; il tema reiterato dell’amore e così via.
Non per nulla un grande scrittore cristiano del III secolo, Origene, affermava: “Il fiore di tutta la Sacra Scrittura è il Vangelo e il fiore del Vangelo è il Vangelo trasmesso a noi da Giovanni, il cui senso profondo e riposto nessuno potrà mai pienamente cogliere”. Proprio perché Giovanni, l’apostolo, fu considerato alla sorgente di una tradizione ecclesiale, pastorale e teologica, a lui vengono ricondotte anche altre opere del Nuovo Testamento. Da un lato, ci sono le tre Lettere di Giovanni (la prima è, in realtà, uno splendido trattato sulla fede e sull’amore, mentre le altre due sono una sorta di brevi biglietti); d’altro lato, ecco quel capolavoro che è l’Apocalisse, la quale però riflette caratteristiche proprie che la rendono autonoma.
    Ma attorno a Giovanni è fiorita anche una tradizione popolare molto vivace che si è basata su testi apocrifi e su vere e proprie leggende. Secondo queste memorie Giovanni, durante la persecuzione di Domiziano, sarebbe stato condotto da Efeso a Roma ove, a Porta Latina, sarebbe stato immerso in una caldaia di olio bollente, da cui uscì illeso. Sarebbe stato allora relegato nell’isola-prigione di Patmos nell’Egeo, ove avrebbe scritto l’Apocalisse. Da lì, trasferito a Efeso, avrebbe convertito un filosofo e, costretto dagli orefici di quella città – i quali producevano ex voto per la dea Artemide – a bere una coppa di veleno, con un segno di croce l’avrebbe purificata facendone uscire una serpe. A lui verranno attribuite risurrezioni di morti, miracoli e discorsi e la sua figura entrerà trionfalmente nella storia della teologia e della pietà popolare, esaltato come “vergine” e “teologo”. Una lunga sequenza iconografica lo accompagnerà nei secoli: mentre l’Oriente lo rappresenta anziano, calvo e barbuto, l’Occidente medievale lo preferisce giovane e imberbe. Il suo Vangelo rimarrà, comunque, la stella polare della sua presenza nella storia della cristianità che lo festeggerà il 27 dicembre, in connessione col Natale da lui esaltato nella meditazione sull’Incarnazione che affiora nelle sue pagine. Il patriarca greco-ortodosso Atenagora dichiarava: “Giovanni è all’origine della nostra più alta spiritualità. Come lui, i ‘silenziosi’ conoscono quel misterioso scambio dei cuori, invocano la presenza di Giovanni, e il loro cuore s’infiamma”.
Gianfranco Ravasi

https://www.ariberti.it/irc/irc-testi/ravasi-gianfranco-san-giovanni-evangelista.html

martedì 17 dicembre 2019

ANNUNCIO DI NATALE: Dio cerca una tenda ! , di don Claudio Traverso




ANNUNCIO DI NATALE: Dio cerca una tenda !
 

di don Claudio Traverso


Cristo viene per aiutarci a vivere e crescere in meglio, perché il mondo cresca in meglio, per questo viene ogni anno. Ogni anno viene e cerca una tenda dove restare. Stringiamoci un po’ per fargli posto nella nostra tenda.
La prima condizione per poter vivere questo momento speciale è la coscienza di essere creature. Significa essere coscienti di non essere noi la fonte della verità, la ragione del bene, di non essere noi la vita che pure viviamo.
Significa avere esperienza che tutto ciò che siamo è dono, è offerta accolta: noi siamo perché siamo sostenuti…
Eppure ci illudiamo sempre: la tentazione dell’autonomia, dell’orgoglio, dei soldi, del potere…
C’è una dignità nel nostro essere creature: non è solo riconoscere la nostra povertà, la nostra insufficienza… ma è anche riconoscere la grandezza della chiamata; l’essere certi che non siamo ancora quello che dovremmo essere, ma che tutto questo è possibile perché un Amore ci avvolge, perché una Parola ci chiama, perché un messaggio vitale ci sostiene costantemente.
Se Dio viene attraverso le creature “devo” incontrare le creature ! Devo vivere la storia, ma con la coscienza che non è il posto, il potere, che non sono le cose, che non è il mio lavoro che porta la vita…
Arriviamo a comprendere che, anche attraverso le cose e le persone, solo Dio è il Vivente, solo Lui è la Verità, solo Lui è il Bene.
Abbiamo bisogno di andare oltre le apparenze. Invece ci fermiamo spesso ai messaggi superficiali. Eppure è importante entrare in sintonia profonda con la realtà, per non essere solo coloro che ripetono l’annuncio di salvezza: il cristiano è colui che “diventa annuncio”, per essere davvero apostoli, testimoni.
Se non prende corpo in qualcuno, cioè se non si fa carne, la Parola oggi non viene annunciata, il lieto messaggio non diventa vita. Per questo Gesù ha mandato degli apostoli, cioè degli uomini vivi, che sapessero cogliere il senso profondo della realtà e delle situazioni, e “con la loro vita” l’annunciassero.
Così il luogo della preghiera e dell’ascolto non è tanto il tempio, ma l’uomo ! Il luogo dove risuona la voce è il cuore dell’uomo !
Dio viene quando c’è qualcuno capace, vivendo, di vibrare così alla sua Parola, da diventare, in quel luogo, in quel tempo, la sua venuta !
Felice Natale di cuore !
                                                                                    Don Claudio


lunedì 16 dicembre 2019

Gianfranco Ravasi, La donna vestita di sole




La donna vestita di sole
Gianfranco Ravasi


    La solennità dell’Assunzione di Maria dà occasione di presentare il misterioso personaggio della donna «vestita di sole» che compare al capitolo 12 dell’Apocalisse: "Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle…». L’intero capitolo è dominato anche da un altro “segno”, quello dell’enorme drago rosso con sette teste e dieci corna e alle teste sette diademi», ed è tutto intarsiato di allusioni a testi biblici.
   Avremo occasione di ritornare altre volte sull’Apocalisse, un libro di grande fascino ma vittima di molti equivoci nella sua corretta interpretazione.Ora fissiamo il nostro sguardo su quella tavola pittorica quale sembra essere la raffigurazione della donna ammantata della luce del sole come lo è Dio nel Salmo 104,2. Una tavola letteraria che è diventata infinite volte dipinto nella storia dell’arte. Di fronte all’immagine mirabile della donna fasciata di luce, sospesa sulla luna, coronata da una costellazione di dodici astri, allusione alle tribù d’Israele e agli apostoli, potremmo domandarci come si fa nel Cantico dei Cantici davanti a una figura simile: «Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, splendente come il sole?» (6,10).
  Numerose sono le risposte date nei secoli dai lettori dell’Apocalisse.
La più comune in ambito cristiano tradizionale è quella che identifica nella donna Maria che genera il Cristo. Il primo a proporla fu sant’Epifanio, vescovo di Salamina nell’isola di Cipro, ma nato nei pressi di Gaza in Palestina attorno al 315. Petrarca inizia così una sua famosa canzone alla Vergine: «Vergine bella, che di sol vestita, / coronata di stelle, al sommo Sole / piacesti sì che ‘n te sua luce ascose…». E Savonarola in un sonetto a Maria cantava: «Salve, Regina, virgo gloriosa, ne la cui fronte e! Sol soa luce prende…». E così via in centinaia e centinaia di testimonianze della letteratura cristiana, dell’arte, della liturgia e della pietà popolare d’Occidente e d’Oriente, fino appunto alla liturgia dell’Assunzione.
In realtà il pensiero di Giovanni - che, tra l’altro, più avanti ci presenterà due altre donne, simboli di altrettante città, la Prostituta Babilonia e la Sposa Gerusalemme - è probabilmente orientato in altra direzione.
Alcuni ipotizzano che si tratti di una personificazione di Gerusalemme o della Sapienza divina oppure di Eva, la prima madre, dalla quale deriva l’intera umanità a cui è promessa la salvezza (vedi Genesi 3,15). Ma è più corretto pensare che in questa donna, per l’autore dell’Apocalisse, si intreccino due figure: da un lato, l’Israele fedele, sposa di Dio (Osea 2; Isaia 54), dalla quale proviene Gesù Messia; d’altro lato, la Chiesa che lotta per mantenersi fedele a Dio che la libera del Male: al suo interno Cristo nasce continuamente attraverso la parola evangelica e l’eucaristia. È appunto per questo che essa è raffigurata come incinta e pronta a generare un figlio contro il quale si scatenerà la violenza del drago color rosso sangue.

IL MONDO ASPETTA LA VISITA DI MARIA
     Dalla Gerusalemme ebraica moderna una strada conduce a un sobborgo immerso in un panorama dolce e fresco. Il suo nome è Am Karim, che significa “sorgente della vigna”. Da una fonte un viottolo ci porta a un santuario francescano, eretto nel 1939 su vestigia di edifici precedenti bizantini e crociati. Il nome di questo santuario evoca un episodio evangelico, la Visitazione della Vergine Maria a Elisabetta (Luca 1,39-45).
Eravamo già stati in pellegrinaggio ideale a questo luogo quando abbiamo presentato una pagina bella dei Vangeli, il Magnflcat che risuona, proprio in occasione di quella visita, sulle labbra di Maria. Siamo ritornati qui a parlare ora di altre parole “belle”: è la “benedizione” che Elisabetta pronunzia vedendo apparire davanti a sé la parente di Galilea, Maria. Incinta di Giovanni Battista, essa proclama: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!» (1,42).
Ebbene, come tutti sanno, queste parole sono state intrecciate con quelle pronunziate dall’angelo Gabriele nell’annunciazione di Maria, un episodio narrato anch’esso da Luca: «Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te» (1,28). L’intreccio ha dato origine al nucleo fondamentale della più celebre preghiera mariana, l’Ave Maria. Abbiamo voluto evocarla dopo aver puntato nelle scorse settimane la nostra attenzione alla preghiera cristiana per eccellenza, il Padre nostro. La seconda parte dell’Ave Marta - che in questo mese dedicato dalla devozione popolare al Rosario ha un significato particolare - è invece attribuita al papa Celestino I, che in occasione del Concilio di Efeso (431) difese la divina maternità di Maria contro Nestorio.
La preghiera fu definitivamente fissata nella forma che noi oggi usiamo nel XVI secolo da san Pio V, e da allora ebbe infinite trascrizioni musicali: Tomas da Victoria, Schubert, Gounod, Bruckner, Liszt (ne compose sei!), Verdi (tre, delle quali la più celebre è intonata da Desdemona nell’ultimo atto dell’Otello), Kodaly, il cantante francese Georges Brassens, Claude Ballif (Chapelet, cioè “rosario”) e così via elencando. Anche un poeta ateo come Louis Aragon nella sua opera Museo Grévin faceva ripetere l’Ave Maria ai prigionieri di Auschwitz. E tutta la storia di Maria, da quell’inizio sorprendente nella sua modesta casa di Nazaret, è stata trascritta in modo “laico” e per molti versi “scandaloso” dal film Je vous salue Maria dijean-Luc Godard (1985).
Noi, invece, sostiamo davanti alla scena dell’Annunciazione, immortalata dal Beato Angelico nell’affresco del convento di S. Marco a Firenze, con le parole di san Bernardo: «L’angelo aspetta la tua risposta, Maria! Stiamo aspettando anche noi, Signora, questo tuo dono, che è dono di Dio. Rispondi presto, o Vergine! Pronunzia, Signora, la parola che terra e inferi e persino il cielo aspettano!».

RALLEGRATI, MARIA!
    Aveva un volto bellissimo, un profilo ideale per interpretare il fra Cristoforo dei Promessi sposi: ho conosciuto a Gerusalemme padre Bellarmino Bagatti, francescano e archeologo. Fu lui a isolare all’interno di una modesta casa di Nazaret del I-Il secolo un graffito che recava le lettere greche XE MAPIA, cioè “Ave Maria”, Rallegrati Maria, le parole che l’angelo Gabriele rivolge alla futura madre di Gesù nel racconto dell’annunciazione secondo Luca (1,26-38).
     Modellata sui racconti biblici degli annunzi di nascita di personaggi importanti come Sansone o il re-Emmanuele (Isaia 7,10-17), questa pagina evangelica dolce e intensa ha al centro una vera e propria professione di fede cristologica: «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce, Io chiamerai Gesù. Sarà grande e sarà chiamato figlio dell’Altissimo. Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine… Lo Spirito Santo scenderà su di te, la potenza dell’Altissimo stenderà su te la sua ombra; colui che nascerà da te sarà santo e chiamato Figlio di Dio» (1,32-35).
Noi tutti abbiamo in mente la scena dell’annunciazione con i colori teneri ed estatici del Beato Angelico nel convento di San Marco a Firenze. Nell’ultimo dei suoi Canti spirituali il grande poeta tedesco Novalis (1772-1801) confessava però una sensazione che era di tutti: «In mille immagini, Maria, ti vedo / amabilmente ritratta. / Ma nessuna di esse può fissarti / come ti vede la mia anima».
     È per questo che si sono moltiplicate non solo le Annunciazioni pittoriche, ma anche quelle letterarie (ad esempio, L’annuncio a Maria di Paul Claudel, 1912) e musicali (L’Angelo a Maria di Mussorgskij e Cajkovskij, 1887).
   Il saluto dell’angelo ha generato l’Ave Maria, la preghiera mariana più popolare, ininterrottamente ripetuta nella forma che fu codificata definitivamente, così come oggi è recitata, da papa Pio V nel ‘500, preghiera musicata infinite volte.
    Una preghiera deformata in quella terribile e disperata ripresa dello scrittore americano Hemingway: «Ave, Nulla, pieno di nulla, il nulla sia con te!». Ma alla sostanza teologica che sta nel cuore di questa invocazione sono state dedicate tante riflessioni. Ne scegliamo due molto lontane tra loro, eppure entrambe suggestive.
San Bernardo nel XII secolo si rivolgeva così a Maria: «L’angelo aspetta la tua risposta, o Maria! Stiamo aspettando anche noi, Signora, questo tuo dono, che è dono di Dio. Sta nelle tue mani il prezzo del nostro riscatto. Rispondi presto, o Vergine! Pronunzia, o Signora, la parola che terra e inferi e persino il cielo aspettano!».
L’altra testimonianza è del filosofo tedesco Johann G. Fichte che nel 1786 esclamava:
«Ci sembra poco che fra tutti i milioni di donne della terra soltanto Maria fosse l’unica eletta che doveva partorire l’Uomo-Dio Gesù? Ci sembra poco l’esser madre di Colui grazie al quale l’uomo sarebbe divenuto un’immagine della divinità e l’erede di tutte le sue beatitudini?».

ANNA LA STERILE CONCEPISCE MARIA

    Nell’antico santuario di Silo la folla si sta accalcando per una festa, forse quella autunnale delle Capanne, la solennità della vendemmia. Il sacerdote-capo, Eli, controlla che tutto si svolga con compostezza.
All’improvviso nota una donna che, in disparte, prega muovendo le labbra ma senza emettere voce, come è prescritto per la preghiera pubblica. La sua reazione è dura: egli sospetta che la festa dell’uva abbia avuto qualche conseguenza e apostrofa la donna con asprezza.
Le dice: “Fino a quando rimarrai ubriaca? Liberati dal vino che hai bevuto!”.
      Ma quella donna, profondamente infelice, gli replica: “No, io sono solo una donna affranta e non ho bevuto vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogandomi davanti al Signore!”. Protagonista di questo piccolo dramma, che si svolge nell’XI secolo a.C., è Anna, un nome che in ebraico evoca il chinarsi amoroso e “grazioso” di Dio sulla sua creatura.
   A prima vista questo nome sembra essere smentito dalla storia di chi lo porta: Anna è la moglie sterile di Elkana, un uomo delle montagne centrali della Terrasanta. In Oriente la donna sterile era considerata un ramo secco e inutile ed èper questo che il dolore di Anna è così intenso, anche se suo marito non le fa pesare questa sua situazione.
   Abbiamo introdotto Anna nella nostra galleria di personaggi biblici perché la liturgia di questa domenica è dominata proprio dal tema della preghiera. E Anna è una sorta di simbolo dell’orante, tant’è vero che a lei dobbiamo anche uno splendido cantico che è citato nel capitolo 2 del secondo Libro di Samuele. Sì, perché alla fine Dio si chinerà su questa sua fedele e le donerà la grazia di un figlio, compiendo in tal modo il significato del nome “Anna”. L’inno di ringraziamento intonato dalla donna è, in realtà, un salmo autonomo di taglio regale-messianico (in finale si esalta il re e il Messia).
   Tuttavia ben s’adatta alla situazione di Anna il cui grembo sterile, simile a una tomba, è fatto germogliare di vita: “La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita. il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire” (versetti 5-6).
    Ma c’è di più. Questo cantico è stato definito il Magnifìcat dell’Antico Testamento non solo per il suo avvio che lo rende simile al ben noto inno di Maria (il mio cuore esulta nel Signore…”), ma anche perché la madre di Gesù modellerà la sua preghiera di lode proprio su questo canto antico. Si legga, perciò, subito dopo il salmo di Anna, il Magnifìcat di Maria (Luca 1,45-55).
    Forse è anche per questo che la tradizione cristiana ha attribuito alla madre di Maria il nome di Anna (che festeggeremo il prossimo 26 luglio). Il figlio della prima Anna sarà il grande profeta e sacerdote Samuele e il nome “Anna” sarà portato dalla moglie di Tobia e da una vedova di 84 anni che nel tempio di Gerusalemme accoglierà il neonato Gesù (Luca 2,36-38).
    Diverrà anche un nome maschile perché in pratica Anna è in ebraico il diminutivo di “Giovanni” e “Anania”. Così, si chiamerà Anna il sommo sacerdote coinvolto nel processo di Gesù, anche se non più in carica (Giovanni 18,12-24).

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