venerdì 21 febbraio 2020

Federica Grassini , poesia di sentimenti ed esperienze




FEDERICA GRASSINI

poesia di sentimenti ed esperienze

 



GUARDARE OLTRE.....................

Se ti guardi intorno c'è una strana luce,
non è facile vederla, né intravederla
ma è l'intravedere che in certi casi è davvero importante.
E' una parola chiave di lettura della realtà
che ti permette di passare il limite, il confine del nostro essere uomini.
In ciò esaltiamo la nostra intelligenza
con ciò nutriamo la nostra responsabilità...
E poi dobbiamo guardare oltre: oltre la paura, il dubbio, l'insoddisfazione, l'incertezza.
Guardare oltre la nostra piccolezza e finitezza
per volgere lo sguardo più in là, più in alto,
dove l'uomo incontra se stesso,
dove l'uomo promuove la vita
perché ha incontrato la Vita.
Ed è questa Vita che ci fa camminare sulle ali del vento,
facendoci raggiungere ogni angolo della terra.
Ed è quando esaltiamo la Vita
che la parola si fa ora immagine,
ora testo,
ora musica,
ora arte.
Ed è allora che se ti guardi intorno vedi quella strana luce
che non è facile vedere, né intravedere.




MISTERO

Ecco l'orizzonte dell'amore trinitario: è dallo Spirito che l'uomo è introdotto in questo orizzonte.
E per quanto sorprendente possa apparire, la Trinità può diventare familiare
e così amare Dio diventa più accessibile,
si vede l'amore che Lui ha riversato sull'uomo sino a farsi uomo Egli stesso.
Il Padre ci ha amati nel Figlio con tutto il suo Spirito,
ci ha suggerito sottovoce che amare Dio è un ricevere che spinge a dare:
il nostro amore ha origine divina,
è una partecipazione dell'amore di Dio che ci viene comunicato.
Solo così l'uomo può essere l'eterno roveto ardente di Dio,
e solo dove c'è dono, libertà, carità, prudenza
ci potrà essere giustizia.




CERTEZZA DI UN INCONTRO

Un infrangersi di onde,
un battito di ciglia,
un suono,
un sospiro.

Questa è la vita:
dono immenso,
breve,
intenso.

Può volare.

Può non passare mai
con la lentezza di un tempo tiranno,
a volte malvagio.

Io so che c'è una Vita oltre la vita,
io so che quando arriverò nel Regno
mio Padre sarà lì.

Mi accoglierà, mi abbraccerà
e io mi farò stringere.

Senza parlare.





MALINCONIA

Immagini nella mente e nel cuore.
 

Ricordi lontani, ma forti e ancora vivi.
Voci, odori, sapori.

La nonna che chiama,
io che corro, rumori di campagna.
In lontananza il grano viene battuto:
risa in mezzo a una caligine di pula.

Oppure nella vigna: uve strane per colore e per sapore.
Ceste tra i filari, acini che sfiorano il palato.
Uno ancora riesco ad assaporare: quello dell'uva-fragola... Strana sensazione !

E poi il pollaio... Scoccodare di galline,
il calore dell'uovo appena fatto: - un buchetto sopra e sotto -, bere l'energia, la vita...

Se chiudo gli occhi è tutto lì, come allora.

Ma ora non c'è più.




IL TEMPO

Tempo sacro e profano
definizione qualitativa e non quantitativa.

Chronos scandito dalla feria, il tempo del riposo.
Kairos scandito dalla festa, il tempo della grazia.

Il tempo non può essere solo misurato,
va definito sacralmente.




IL CRISTIANO

Il Cristiano, che essere strano,
in un mondo dove sembra giusto
ciò che in realtà non lo è.
Il valore è un disvalore,
l'amore è mera corporeità,
l'amicizia puro interesse,
il lavoro semplice guadagno,
la cultura quasi inutilità.

E il Cristiano grida in silenzio
il suo disagio,
urla senza parole
la sua rabbia,
lotta senza armi
in un mondo che disarma.
Contro il nulla è quasi impossibile combattere.

Ma il Cristiano alza la testa
e ama.
Ama tutto ciò che fa,
tutto ciò che è,
tutto ciò che ha.

Ama l'uomo, perché l'uomo è parte di Dio.
In Lui confida,
perché è di Lui che si fida.




ARIA

Respiro profondo, intenso,
vibra fino in fondo all’anima.

E’ aria, impalpabile,
ma soffio vitale,
è lo spirito di vita,
ruah.

E’ questa aria particolare
che è in ogni uomo:
un’aria fatta non solo di componenti materiali,
ma di un “qualcosa” che va al di là del nostro essere corporeo.

Respira, con tutta la tua forza,
con tutto il tuo cuore.

Respira.
C’è gioia.
C’è dolore.
Respira.
Sempre.





ESSERCI

                Il cielo, spazio immenso,
                sembra non dare alcun riferimento
                e perdersi è davvero facile….

Ma ecco: due stelle sono lì
ad indicarti il cammino,
la rotta da seguire,
sempre.

                 Bucano le nebbie, le nubi,
                 illuminano le notti, anche le più buie
                 e talvolta illuminano persino i giorni!

E se il viandante china la sua testa,
preso dalla fatica o dallo scoramento
sa che basta alzare lo sguardo
e le vedrà.

                Con gli occhi dell’amore
                perché quelle due stelle
                SONO
                i due occhi dell’amore.


 

E’ dedicata alle due “mie zie”……. Marzo 2009.


FAMIGLIA

Mare in tempesta.
Onde giganti, ti spingono sott’acqua,
provi a risalire,
senti che le forze ti abbandonano e stai per cedere.

Ma due mani sono lì:
ti afferrano, ti stringono forte, ti salvano.
Ora è tempo di bonaccia.



OCCHI

Ti guardo: la mia mente ripercorre momenti passati,
ma pur sempre vivi dentro di me.

Ti guardo: ripenso ai tuoi insegnamenti,
alle tue parole,
ai tuoi comportamenti
che mi hanno fatto diventare ciò che sono oggi.

Ti guardo: rivedo una donna forte,
paziente e coraggiosa.

Ti guardo: vedo una persona diversa ora,
ma nella tua fragilità di vetro
sei però il mio baluardo e la mia roccia.

Ti guardo: vorrei lasciarmi cullare da te
e rimanere tra le tue braccia per sempre.

Ti guardo: sento che un giorno
starò così.


Alla mia mamma, per la festa della mamma. Maggio 2009.



RIFLESSIONE

L’adolescenza, l’inizio di tutti gli inizi………………………

Passaggio necessario e difficile verso l’età adulta.

Poi ci voltiamo e vediamo che il passato è dietro di noi:
bisogna sempre farci i conti.

Il ricordo è bello, anche se può far male,
ma è il rimpianto che ci distrugge.

 




RUOLI

E la vita va avanti, la vita ci è stata donata,
la vita a nostra volta doniamo.

In un ciclo eterno……..

Ieri eri figlio, eri figlia,
oggi sei padre, sei madre.




SENTIMENTO

Un campo di papaveri,
rosso.
Il colore della passione.

Un campo di papaveri,
Maggio volgeva al termine
e qualcosa contemporaneamente nasceva:
un sentimento forte e tenero,
dolce e sconvolgente.

E io ti guardavo
e la mia mano sfiorava la tua, furtivamente.

Il cuore in accelerazione:
emozione,
paura,
curiosità.

Starti accanto era dare un nome all’amore.




TU


Tu che fai parte di me da sempre.
Tu che ti sei trovato ad un bivio e hai scelto me.
Tu che hai lottato per avermi.
Tu che mi hai reso donna, moglie, madre.
Tu che hai imparato ciò che non ti avevano insegnato
e che difendi quello che hai costruito.
Tu che sei stato forte e coraggioso,
tu che hai tagliato dei traguardi.
Tu che purtroppo hai vacillato,
tu che grazie all’amore sei rinato.



VITA

Si può vivere,
si può esistere,
non è la stessa cosa.
La vita non è mettere un giorno dietro l’altro,
è assaporare il senso,
gustare il piacere,
metabolizzare il dolore.
La vita non è una linea retta infinita,
né una linea curva chiusa….
Immagino la vita un angolo continuo:
ogni svolta è una sorpresa, un mistero.


MI CHIEDO

E' buio,
è freddo,
solitudine e paura
tutt'intorno.
Anche le stelle in cielo
sembrano spengersi.
Forse in lontananza
un leggero chiarore........



EPPURE C'E'

Anche quando sei nel silenzio
senti comunque qualche suono;
forse in lontananza
o semplicemente frutto della tua mente.
Anche quando chiudi i tuoi occhi
una flebile luce trapela,
qualche ombra ti danza davanti
creando strane figure
alle quali tu solo riesci a dare un senso, un contorno.

Non tutto ciò che intorno a noi, o parte di noi
può essere conoscibile, tangibile, comprensibile.
Proprio come Dio, proprio come l’amore;
proprio come il vento
che si sente ma non si vede,
che ti fa provare sensazioni armonicamente opposte:

piacere, paura, sollievo, imbarazzo.


“àNCORA”.........

Una nuova tempesta si è abbattuta su di noi.
Proviamo a respirare,
proviamo a sperare,
proviamo a non pensare....
Non c’è soluzione per ciò che è assurdo.
Il farsi “servizio” agli altri, specie a coloro che sono più fragili
può passare come opportunismo.
Nulla è più doloroso
del sentirsi schiacciare
da ciò che invece è stato fatto per alleggerire.
E’ un pesante fardello.
E non è neanche giusto dividerlo con le persone che ami.
Ma ancora una volta è solo l’amore che ci può salvare.

24 Giugno 2013




TEMPORALE ESTIVO


Nella calura estiva
il rimbombare dei tuoni
sembra un brontolio lontano
che piano piano si avvicina.
Poi ecco che cadono due gocce, quattro, otto.......
si moltiplicano rapidamente
e assomigliano a una danza.
Gli occhi sino a quel momento socchiusi per il riflesso forte del sole
cercano riposo nel cielo chiaro , ma non più accecante.
E’ in quel momento che nasce fulminea una sensazione di pace.

Arezzo, 5 Luglio 2016





PASSAGGIO

Ecco il mio saluto oggi.
Oggi che anche tu percorri quella via
lungo la quale hai visto camminare tanti dei tuoi cari.
Ma morire, anche se può sembrare una separazione,
in realtà è una creazione, quella di un mondo nuovo.

C’è però una via da percorrere
e una porta da aprire: ma come?
Talvolta si apre improvvisamente
facendo sbattere le imposte;
altre invece si apre lentamente,
lasciando intravedere dal suo spiraglio il dolore profondo
e la lentezza del tempo.

Una via. Una porta.

Noi lo sappiamo, che quando quella porta si apre ci viene incontro l’Amore.



Per la zia Elda Arezzo, 8 Febbraio 2018


 


SENZA VOI

Ancora mi chiedo: si chiama battigia o bagnasciuga?
Se potessi ritrovare sulla sabbia tutte le orme lasciate dalla mia famiglia,
mi piacerebbe metterci sopra il mio piede, come facevo da bambina.....
Tutto qua, in questo luogo, fa parte di me:
il soffio del vento,
il rumore del mare,
il suono della pioggia tra i pini,
l’odore della terra bagnata che beve e respira.
Non ci sono più le persone.
Ma continuano ad esserci le loro presenze.
E io non mi sento mai sola.


Milano Marittima, Luglio 2018
E’ il primo anno che sono in questi luoghi senza più nessuno della “vecchia” famiglia a cui pensare o di cui preoccuparmi.





CONCHIGLIE

Conchiglie abbandonate dal mare sulla spiaggia: tante e tutte diverse.
Alcune perfettamente integre, altre rotte, altre ancora frantumate.
Ognuno, camminando lungo la riva, cerca quella che corrisponde ai suoi bisogni e desideri.
Tanti passano, ma poi è solo uno che raccoglie quella conchiglia che aveva immaginato nella
sua testa.
Passeggiando, ad un tratto e improvvisamente l’onda ne scopre una.
E’ lei quella che cercavi, è lei quella che volevi, l’hai trovata, la prendi, ora è tua
e la devi custodire con gioia.
Lo stesso vale per l’amore.

Milano Marittima, 28 Luglio 2019





IMPARARE

Ci sono state guerre cha hanno segnato la storia
che hanno determinato la dominazione o la sudditanza.
Ora combattiamo una guerra diversa e silenziosa
e forse è proprio questo silenzio che ci annienta.
Abbiamo imparato però a distinguere il rumore dai suoni,
i ritratti dai volti
e abbiamo ancor più capito il valore delle parole.
Tre, per me, in particolare: vicinanza , collaborazione, priorità.
Ecco, ora non siamo più giganti in un delirio di onnipotenza,
siamo nani delle nostre debolezze e paure.
Ne usciremo stanchi?
Certo.
Ma forse, spero, migliori.

9 Aprile 2020
SIAMO IN EMERGENZA COVID 19





AGO DI PINO

L’azzurro del mare e il verde dei pini,
un incontro cromatico che ricorda le cupole di alcune Chiese,
incontro tra cielo e terra.
Il mare azzurro con il suo increspare
e le sue onde che sulla riva creano disegni che
appaiono e scompaiono.
I pini, quasi un cielo verde: anch’essi ondeggiano
spinti dal vento e cade una pioggia di aghi...
Toccando terra formano un tappeto morbido e uniforme.
Ma sono appuntiti e possono anche bucare e fare male.
Ago di pino, tu sei come la vita: se la guardi da lontano, 
rimanendo distaccato,
può apparire docile,
ma se la “prendi in mano” può ferirti.

Milano marittima, Agosto 2020





DICOTOMIA 

Cercare. Trovare.
Tuffarsi in ciò che è o che non è.
Il tutto o una parte.
Unici e irripetibili.
Isole e satelliti, persi nel nulla ?
Lottare e vincere.

Ottobre 2022.




RESA

Siamo come lettere
di un alfabeto profondamente muto:
ma cercare la Voce
è parte integrante della nostra umanità.
Talvolta però vince il silenzio.
Orizzonti lontani,
linee immerse nella nebbia,
onde spumeggianti e violente.
Non resta che assecondare il Tutto anziché osteggiarlo.

Gennaio 2023.



FRAGILITA’

Un soffio è tempesta.
Uno spiraglio è voragine.
Una collina è vetta.
La fragilità?
Talvolta è una forza
che ti trasmette un coraggio recondito.
Talvolta essa appare bruscamente
e ti senti una foglia sbattuta dal vento.
La fragilità?
La tempesta è un soffio.
La voragine è uno spiraglio.
La vetta è una collina.

6 Febbraio 2025



LACRIMA

Una lacrima parla.
Racconta una gioia, una paura, un dolore.
Una lacrima parla.
Sussurra dolci pensieri, soffici ricordi.
Una lacrima parla.
Chi la versa sa darle un peso, un valore e un senso.
Solo chi la versa, può.

14 Ottobre 2025



DUE META'

Una parte
e l’intero.
Una metà + una metà
non sempre fa un intero.
Dipende come quella nostra metà
viene vista, osservata, accettata e compresa.

Novembre 2025



FIAT LUX

Porte accostate, finestre socchiuse:
cosa c’è al di là di quell’orizzonte domestico?
Nuvole e tempeste, giorni grigi senza sole?
Lunghi autunni e lunghi inverni
dove il clima gelido fredda anche i cuori.
Ma poi si apre lentamente e pazientemente
un sottile, sottilissimo spiraglio
ed è allora che filtra quel raggio di luce
che ci illumina e ci rafforza.

Febbraio 2026



SABBIA

Quanti granelli di sabbia sulla spiaggia! 
Impossibile contarli, 
impossibile pensare di gestirli in alcun modo.
E invece le tue mani creano forme, 
diventano capolavori che però una unica onda può distruggere 
e tutta la fatica la senti sprecata 
e quasi ti disperi 
perché nulla è rimasto del tuo impegno e del tuo sudore.
Ma poi giocando con i granelli, 
così un po’ per vezzo, un po’ per passatempo, 
dalla sabbia emergono piccoli oggetti: 
un fermaglio per capelli, 
un soldatino, 
una biglia,
una matita.
Piccoli tesori che ti ricordano che se qualcosa ti viene portato via, 
qualcos’altro ti viene dato in altro modo.

Baia Etrusca, Agosto 2026



MARE, TU PUOI

Il mare, movimento incessante e continuo di onde.
Ora piccole e dolci, ora grandi e violente.
E’ così che il mare toglie,
è così che il mare dà.
Non lo puoi fermare anche se vuoi: lui allontana i ricordi con il suo ritmo
e poi te li riporta.
E tu non puoi fare nulla per ostacolarlo.
Puoi solo osservarlo e trovare un modo per non farti sommergere.
Cerca sempre l’onda piccola e dolce.
Lei ti salverà.

Baia Etrusca, Agosto 2026



IL VENTO

Una leggera brezza ti sussurra all’orecchio dolci parole.
Ti accarezza i capelli e ti ristora col soave suo soffio.
Improvvisamente aumenta la sua forza che tutto strappa,
che tutto porta via…
Dove sei tenero vento?
Perché ora invece fai così male?
Torna, ti prego, a calmare il mio spirito.

Baia Etrusca, Agosto 2026








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Note biografiche

Federica Grassini nata ad Arezzo il 20 giugno 1963, ha conseguito il Diploma di Maturità Classica e la laurea in Lingue e Letterature Straniere.
Successivamente si è diplomata in Scienze Religiose con specializzazione pedagogico-didattica. Docente di Religione Cattolica dall'anno scolastico 1991/1992 presso Istituti di istruzione secondaria superiore, attualmente è in servizio presso il Liceo Scientifico-Liceo Linguistico "Francesco Redi" di Arezzo.
Scrive Federica Grassini riguardo la sua attività educativa: "Insegno ciò in cui credo e credo in ciò che insegno".
E' sposata ed ha tre figli.
Curatrice del Vernissage dell'Artista Marisa Bergamasco tenutosi ad Arezzo nel 2002 dal titolo "Omaggio a Caravaggio".
Sensibile all'arte in tutte le sue forme e alla poesia in particolare, si dedica con passione a racchiudere in versi i suoi sentimenti e le sue esperienze in toni profondi e talvolta più leggeri e giocosi.
E-mail dell'Autrice: federicagrassini63@gmail.com

* * *
Fonte : si ringrazia l'Autrice Federica Grassini che ha gentilmente inviato la documentazione per questo articolo alla Redazione di ARTCUREL .



giovedì 20 febbraio 2020

In Cristo Dio si è mostrato come ragione e amore, di Papa Benedetto XVI



IN CRISTO DIO SI E' MOSTRATO COME RAGIONE E AMORE

di Papa Benedetto XVI



«In Cristo, Dio si è mostrato nella sua totale verità, ha mostrato che è ragione e amore, che la ragione eterna è amore e così crea». Lo ha detto Papa Benedetto XVI nella lectio divina svolta durante la visita al Pontificio Seminario Romano Maggiore, nella serata di venerdì 12 febbraio 2010.


Eminenza, Eccellenze, Cari amici,
ogni anno è per me una grande gioia essere con i seminaristi della diocesi di Roma, con i giovani che si preparano a rispondere alla chiamata del Signore per essere lavoratori nella sua vigna, sacerdoti del suo mistero. È questa la gioia di vedere che la Chiesa vive, che il futuro della Chiesa è presente anche nelle nostre terre, proprio anche a Roma.
In quest'Anno Sacerdotale, vogliamo essere particolarmente attenti alle parole del Signore concernenti il nostro servizio. Il brano del Vangelo ora letto parla indirettamente, ma profondamente, del nostro Sacramento, della nostra chiamata a stare nella vigna del Signore, ad essere servitori del suo mistero.
In questo breve brano, troviamo alcune parole-chiave, che danno l'indicazione dell'annuncio che il Signore vuole fare con questo testo. «Rimanere»: in questo breve brano, troviamo dieci volte la parola «rimanere»; poi, il nuovo comandamento: «Amatevi come io vi ho amato», «Non più servi ma amici», «Portate frutto»; e, finalmente: «Chiedete, pregate e vi sarà dato, vi sarà data la gioia». Preghiamo il Signore perché ci aiuti ad entrare nel senso delle sue parole, perché queste parole possano penetrare il nostro cuore e così possano essere via e vita in noi, con noi e tramite noi.
La prima parola è: «Rimanete in me, nel mio amore». Il rimanere nel Signore è fondamentale come primo tema di questo brano. Rimanere: dove? Nell'amore, nell'amore di Cristo, nell'essere amati e nell'amare il Signore. Tutto il capitolo 15 concretizza il luogo del nostro rimanere, perché i primi otto versetti espongono e presentano la parabola della vite: «Io sono la vite e voi i rami». La vite è un'immagine veterotestamentaria che troviamo sia nei Profeti, sia nei Salmi e ha un duplice significato: è una parabola per il popolo di Dio, che è la sua vigna. Egli ha piantato una vite in questo mondo, ha coltivato questa vite, ha coltivato la sua vigna, protetto questa sua vigna, e con quale intento? Naturalmente, con l'intento di trovare frutto, di trovare il dono prezioso dell'uva, del vino buono.
E così appare il secondo significato: il vino è simbolo, è espressione della gioia dell'amore. Il Signore ha creato il suo popolo per trovare la risposta del suo amore e così questa immagine della vite, della vigna, ha un significato sponsale, è espressione del fatto che Dio cerca l'amore della sua creatura, vuole entrare in una relazione d'amore, in una relazione sponsale con il mondo tramite il popolo da lui eletto.
Ma poi la storia concreta è una storia di infedeltà: invece di uva preziosa, vengono prodotte solo piccole «cose immangiabili», non giunge la risposta di questo grande amore, non nasce questa unità, questa unione senza condizioni tra uomo e Dio, nella comunione dell'amore. L'uomo si ritira in se stesso, vuole avere se stesso solo per sé, vuole avere Dio per sé, vuole avere il mondo per sé. E così, la vigna viene devastata, il cinghiale del bosco, tutti i nemici vengono, e la vigna diventa un deserto.
Ma Dio non si arrende: Dio trova un nuovo modo per arrivare ad un amore libero, irrevocabile, al frutto di tale amore, alla vera uva: Dio si fa uomo, e così diventa Egli stesso radice della vite, diventa Egli stesso la vite, e così la vite diviene indistruttibile. Questo popolo di Dio non può essere distrutto, perché Dio stesso vi è entrato, si è impiantato in questa terra. Il nuovo popolo di Dio è realmente fondato in Dio stesso, che si fa uomo e così ci chiama ad essere in Lui la nuova vite e ci chiama a stare, a rimanere in Lui.
Teniamo presente, inoltre, che, nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, troviamo il discorso sul pane, che diventa il grande discorso sul mistero eucaristico. In questo capitolo 15 abbiamo il discorso sul vino: il Signore non parla esplicitamente dell'Eucaristia, ma, naturalmente, dietro il mistero del vino sta la realtà che Egli si è fatto frutto e vino per noi, che il suo sangue è il frutto dell'amore che nasce dalla terra per sempre e, nell'Eucaristia, il suo sangue diventa il nostro sangue, noi diventiamo nuovi, riceviamo una nuova identità, perché il sangue di Cristo diventa il nostro sangue. Così siamo imparentati con Dio nel Figlio e, nell'Eucaristia, diventa realtà questa grande realtà della vite nella quale noi siamo rami uniti con il Figlio e così uniti con l'amore eterno.
«Rimanete»: rimanere in questo grande mistero, rimanere in questo nuovo dono del Signore, che ci ha reso popolo in se stesso, nel suo Corpo e col suo Sangue. Mi sembra che dobbiamo meditare molto questo mistero, cioè che Dio stesso si fa Corpo, uno con noi; Sangue, uno con noi; che possiamo rimanere — rimanendo in questo mistero — nella comunione con Dio stesso, in questa grande storia di amore, che è la storia della vera felicità. Meditando questo dono — Dio si è fatto uno con noi tutti e, nello stesso tempo, ci fa tutti uno, una vite — dobbiamo anche iniziare a pregare, affinché sempre più questo mistero penetri nella nostra mente, nel nostro cuore, e sempre più siamo capaci di vedere e di vivere la grandezza del mistero, e così cominciare a realizzare questo imperativo: «Rimanete».
Se continuiamo a leggere attentamente questo brano del Vangelo di Giovanni, troviamo anche un secondo imperativo: «Rimanete» e «Osservate i miei comandamenti». «Osservate» è solo il secondo livello; il primo è quello del «rimanere», il livello ontologico, cioè che siamo uniti con Lui, che ci ha dato in anticipo se stesso, ci ha già dato il suo amore, il frutto. Non siamo noi che dobbiamo produrre il grande frutto; il cristianesimo non è un moralismo, non siamo noi che dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo, ma dobbiamo innanzitutto entrare in questo mistero ontologico: Dio si dà Egli stesso. Il suo essere, il suo amare, precede il nostro agire e, nel contesto del suo Corpo, nel contesto dello stare in Lui, identificati con Lui, nobilitati con il suo Sangue, possiamo anche noi agire con Cristo.
L'etica è conseguenza dell'essere: prima il Signore ci dà un nuovo essere, questo è il grande dono; l'essere precede l'agire e da questo essere poi segue l'agire, come una realtà organica, perché ciò che siamo, possiamo esserlo anche nella nostra attività. E così ringraziamo il Signore perché ci ha tolto dal puro moralismo; non possiamo obbedire ad una legge che sta di fronte a noi, ma dobbiamo solo agire secondo la nostra nuova identità. Quindi non è più un'obbedienza, una cosa esteriore, ma una realizzazione del dono del nuovo essere.
Lo dico ancora una volta: ringraziamo il Signore perché Lui ci precede, ci dà quanto dobbiamo dare noi, e noi possiamo essere poi, nella verità e nella forza del nostro nuovo essere, attori della sua realtà. Rimanere e osservare: l'osservare è il segno del rimanere e il rimanere è il dono che Lui ci dà, ma che deve essere rinnovato ogni giorno nella nostra vita.
Segue, poi, questo nuovo comandamento: «Amatevi come io vi ho amato». Nessun amore è più grande di questo: «dare la vita per i propri amici». Che cosa vuol dire? Anche qui non si tratta di un moralismo. Si potrebbe dire: «Non è un nuovo comandamento; il comandamento di amare il prossimo come se stessi esiste già nell'Antico Testamento». Alcuni affermano: «Tale amore va ancora più radicalizzato; questo amare l'altro deve imitare Cristo, che si è dato per noi; deve essere un amare eroico, fino al dono di se stessi». In questo caso, però, il cristianesimo sarebbe un moralismo eroico. È vero che dobbiamo arrivare fino a questa radicalità dell'amore, che Cristo ci ha mostrato e donato, ma anche qui la vera novità non è quanto facciamo noi, la vera novità è quanto ha fatto Lui: il Signore ci ha dato se stesso, e il Signore ci ha donato la vera novità di essere membri suoi nel suo corpo, di essere rami della vite che è Lui. Quindi, la novità è il dono, il grande dono, e dal dono, dalla novità del dono, segue anche, come ho detto, il nuovo agire.
San Tommaso d'Aquino lo dice in modo molto preciso quando scrive: «La nuova legge è la grazia dello Spirito Santo» ( Summa theologiae , i-iiae, q. 106, a. 1). La nuova legge non è un altro comando più difficile degli altri: la nuova legge è un dono, la nuova legge è la presenza dello Spirito Santo datoci nel Sacramento del Battesimo, nella Cresima, e datoci ogni giorno nella Santissima Eucaristia. I Padri qui hanno distinto « sacramentum » ed « exemplum ». « Sacramentum » è il dono del nuovo essere, e questo dono diventa anche esempio per il nostro agire, ma il « sacramentum » precede, e noi viviamo dal sacramento. Qui vediamo la centralità del sacramento, che è centralità del dono.
Procediamo nella nostra riflessione. Il Signore dice: «Non vi chiamo più servi, il servo non sa quello che fa il suo padrone. Vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi». Non più servi, che obbediscono al comando, ma amici che conoscono, che sono uniti nella stessa volontà, nello stesso amore. La novità quindi è che Dio si è fatto conoscere, che Dio si è mostrato, che Dio non è più il Dio ignoto, cercato, ma non trovato o solo indovinato da lontano. Dio si è fatto vedere: nel volto di Cristo vediamo Dio, Dio si è fatto «conosciuto», e così ci ha fatto amici. Pensiamo come nella storia dell'umanità, in tutte le religioni arcaiche, si sa che c'è un Dio. Questa è una conoscenza immersa nel cuore dell'uomo, che Dio è uno, gli dèi non sono «il» Dio. Ma questo Dio rimane molto lontano, sembra che non si faccia conoscere, non si faccia amare, non è amico, ma è lontano. Perciò le religioni si occupano poco di questo Dio, la vita concreta si occupa degli spiriti, delle realtà concrete che incontriamo ogni giorno e con le quali dobbiamo fare i calcoli quotidianamente. Dio rimane lontano.
Poi vediamo il grande movimento della filosofia: pensiamo a Platone, Aristotele, che iniziano a intuire come questo Dio è l' agathòn , la bontà stessa, è l' eros che muove il mondo, e tuttavia questo rimane un pensiero umano, è un'idea di Dio che si avvicina alla verità, ma è un'idea nostra e Dio rimane il Dio nascosto.
Poco tempo fa, mi ha scritto un professore di Regensburg, un professore di fisica, che aveva letto con grande ritardo il mio discorso all'Università di Regensburg, per dirmi che non poteva essere d'accordo con la mia logica o poteva esserlo solo in parte. Ha detto: «Certo, mi convince l'idea che la struttura razionale del mondo esiga una ragione creatrice, la quale ha fatto questa razionalità che non si spiega da se stessa». E continuava: «Ma se può esserci un demiurgo — così si esprime —, un demiurgo mi sembra sicuro da quanto Lei dice, non vedo che ci sia un Dio amore, buono, giusto e misericordioso. Posso vedere che ci sia una ragione che precede la razionalità del cosmo, ma il resto no». E così Dio gli rimane nascosto. È una ragione che precede le nostre ragioni, la nostra razionalità, la razionalità dell'essere, ma non c'è un amore eterno, non c'è la grande misericordia che ci dà da vivere.
Ed ecco, in Cristo, Dio si è mostrato nella sua totale verità, ha mostrato che è ragione e amore, che la ragione eterna è amore e così crea. Purtroppo, anche oggi molti vivono lontani da Cristo, non conoscono il suo volto e così l'eterna tentazione del dualismo, che si nasconde anche nella lettera di questo professore, si rinnova sempre, cioè che forse non c'è solo un principio buono, ma anche un principio cattivo, un principio del male; che il mondo è diviso e sono due realtà ugualmente forti: e che il Dio buono è solo una parte della realtà. Anche nella teologia, compresa quella cattolica, si diffonde attualmente questa tesi: Dio non sarebbe onnipotente. In questo modo si cerca un'apologia di Dio, che così non sarebbe responsabile del male che troviamo ampiamente nel mondo. Ma che povera apologia! Un Dio non onnipotente! Il male non sta nelle sue mani! E come potremmo affidarci a questo Dio? Come potremmo essere sicuri nel suo amore se questo amore finisce dove comincia il potere del male?
Ma Dio non è più sconosciuto: nel volto del Cristo Crocifisso vediamo Dio e vediamo la vera onnipotenza, non il mito dell'onnipotenza. Per noi uomini potenza, potere è sempre identico alla capacità di distruggere, di far il male. Ma il vero concetto di onnipotenza che appare in Cristo è proprio il contrario: in Lui la vera onnipotenza è amare fino al punto che Dio può soffrire: qui si mostra la sua vera onnipotenza, che può giungere fino al punto di un amore che soffre per noi. E così vediamo che Lui è il vero Dio e il vero Dio, che è amore, è potere: il potere dell'amore. E noi possiamo affidarci al suo amore onnipotente e vivere in questo, con questo amore onnipotente.
Penso che dobbiamo sempre meditare di nuovo su questa realtà, ringraziare Dio perché si è mostrato, perché lo conosciamo in volto, faccia a faccia; non è più come Mosé che poteva vedere solo il dorso del Signore. Anche questa è un'idea bella, della quale San Gregorio Nisseno dice: «Vedere solo il dorso vuol dire che dobbiamo sempre andare dietro a Cristo». Ma nello stesso tempo Dio ha mostrato con Cristo la sua faccia, il suo volto. Il velo del tempio è squarciato, è aperto, il mistero di Dio è visibile. Il primo comandamento che esclude immagini di Dio, perché esse potrebbero solo sminuirne la realtà, è cambiato, rinnovato, ha un'altra forma. Possiamo adesso, nell'uomo Cristo, vedere il volto di Dio, possiamo avere icone di Cristo e così vedere chi è Dio.
Io penso che chi ha capito questo, chi si è fatto toccare da questo mistero, che Dio si è svelato, si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto, trova una fonte di gioia permanente. Possiamo solo dire: «Grazie. Sì, adesso sappiamo chi tu sei, chi è Dio e come rispondere a Lui». E penso che questa gioia di conoscere Dio che si è mostrato, mostrato fino all'intimo del suo essere, implica anche la gioia del comunicare: chi ha capito questo, vive toccato da questa realtà, deve fare come hanno fatto i primi discepoli che vanno dai loro amici e fratelli dicendo: «Abbiamo trovato colui del quale parlano i Profeti. Adesso è presente». La missionarietà non è una cosa esteriormente aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa. Chi ha visto, chi ha incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve dire agli amici: «Lo abbiamo trovato, è Gesù, il Crocifisso per noi».
Continuando poi, il testo dice: «Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il frutto vostro rimanga». Con questo ritorniamo all'inizio, all'immagine, alla parabola della vite: essa è creata per portare frutto. E qual è il frutto? Come abbiamo detto, il frutto è l'amore. Nell'Antico Testamento, con la Torah come prima tappa dell'autorivelazione di Dio, il frutto era compreso come giustizia, cioè vivere secondo la Parola di Dio, vivere nella volontà di Dio, e così vivere bene.
Ciò rimane, ma nello stesso tempo viene trasceso: la vera giustizia non consiste in un'obbedienza ad alcune norme, ma è amore, amore creativo, che trova da sé la ricchezza, l'abbondanza del bene. Abbondanza è una delle parole chiave del Nuovo Testamento, Dio stesso dà sempre con abbondanza. Per creare l'uomo, crea questa abbondanza di un cosmo immenso; per redimere l'uomo dà se stesso, nell'Eucaristia dà se stesso. E chi è unito con Cristo, chi è ramo nella vite, vive di questa legge, non chiede: «Posso ancora fare questo o no?», «Devo fare questo o no?», ma vive nell'entusiasmo dell'amore che non domanda: «questo è ancora necessario oppure proibito», ma, semplicemente, nella creatività dell'amore, vuole vivere con Cristo e per Cristo e dare tutto se stesso per Lui e così entrare nella gioia del portare frutto. Teniamo anche presente che il Signore dice: «Vi ho costituiti perché andiate»: è il dinamismo che vive nell'amore di Cristo; andare, cioè, non rimanere solo per me, vedere la mia perfezione, garantire per me la felicità eterna, ma dimenticare me stesso, andare come Cristo è andato, andare come Dio è andato dall'immensa sua maestà fino alla nostra povertà, per trovare frutto, per aiutarci, per donarci la possibilità di portare il vero frutto dell'amore. Quanto più siamo pieni di questa gioia di aver scoperto il volto di Dio, tanto più l'entusiasmo dell'amore sarà reale in noi e porterà frutto.
E finalmente giungiamo all'ultima parola di questo brano: «Questo vi dico: “Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda”». Una breve catechesi sulla preghiera, che ci sorprende sempre di nuovo. Due volte in questo capitolo 15 il Signore dice «Quanto chiederete vi do» e una volta ancora nel capitolo 16. E noi vorremmo dire: «Ma no, Signore, non è vero». Tante preghiere buone e profonde di mamme che pregano per il figlio che sta morendo e non sono esaudite, tante preghiere perché succeda una cosa buona e il Signore non esaudisce. Che cosa vuol dire questa promessa? Nel capitolo 16 il Signore ci offre la chiave per comprendere: ci dice quanto ci dà, che cosa è questo tutto, la charà , la gioia: se uno ha trovato la gioia ha trovato tutto e vede tutto nella luce dell'amore divino. Come San Francesco, il quale ha composto la grande poesia sul creato in una situazione desolata, eppure proprio lì, vicino al Signore sofferente, ha riscoperto la bellezza dell'essere, la bontà di Dio, e ha composto questa grande poesia.
È utile ricordare, nello stesso momento, anche alcuni versetti del Vangelo di Luca, dove il Signore, in una parabola, parla della preghiera, dicendo: «Se già voi che siete cattivi date cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre nel cielo darà a voi suoi figli lo Spirito Santo». Lo Spirito Santo — nel Vangelo di Luca — è gioia, nel Vangelo di Giovanni è la stessa realtà: la gioia è lo Spirito Santo e lo Spirito Santo è la gioia, o, in altre parole, da Dio non chiediamo qualche piccola o grande cosa, da Dio invochiamo il dono divino, Dio stesso; questo è il grande dono che Dio ci dà: Dio stesso. In questo senso dobbiamo imparare a pregare, pregare per la grande realtà, per la realtà divina, perché Egli ci dia se stesso, ci dia il suo Spirito e così possiamo rispondere alle esigenze della vita e aiutare gli altri nelle loro sofferenze. Naturalmente, il Padre Nostro ce lo insegna. Possiamo pregare per tante cose, in tutti i nostri bisogni possiamo pregare: «Aiutami!». Questo è molto umano e Dio è umano, come abbiamo visto; quindi è giusto pregare Dio anche per le piccole cose della nostra vita di ogni giorno.
Ma, nello stesso tempo, il pregare è un cammino, direi una scala: dobbiamo imparare sempre più per quali cose possiamo pregare e per quali cose non possiamo pregare, perché sono espressioni del mio egoismo. Non posso pregare per cose che sono nocive per gli altri, non posso pregare per cose che aiutano il mio egoismo, la mia superbia. Così il pregare, davanti agli occhi di Dio, diventa un processo di purificazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri. Come dice il Signore nella parabola della vite: dobbiamo essere potati, purificati, ogni giorno; vivere con Cristo, in Cristo, rimanere in Cristo, è un processo di purificazione, e solo in questo processo di lenta purificazione, di liberazione da noi stessi e dalla volontà di avere solo noi stessi, sta il cammino vero della vita, si apre il cammino della gioia.
Come ho già accennato, tutte queste parole del Signore hanno un sottofondo sacramentale. Il sottofondo fondamentale per la parabola della vite è il Battesimo: siamo impiantati in Cristo; e l'Eucaristia: siamo un pane, un corpo, un sangue, una vita con Cristo. E così anche questo processo di purificazione ha un sottofondo sacramentale: il sacramento della Penitenza, della Riconciliazione nel quale accettiamo questa pedagogia divina che giorno per giorno, lungo una vita, ci purifica e ci fa sempre più veri membri del suo corpo. In questo modo possiamo imparare che Dio risponde alle nostre preghiere, risponde spesso con la sua bontà anche alle preghiere piccole, ma spesso anche le corregge, le trasforma e le guida perché possiamo essere finalmente e realmente rami del suo Figlio, della vite vera, membri del suo Corpo.
Ringraziamo Dio per la grandezza del suo amore, preghiamo perché ci aiuti a crescere nel suo amore, a rimanere realmente nel suo amore.



Fonte: http://www.osservatoreromano.va/it/news/in-cristo-dio-si-e-mostrato-come-ragione-e-amore




venerdì 14 febbraio 2020

Santi Cirillo e Metodio



14 febbraio


SANTI CIRILLO, monaco e METODIO, vescovo (sec. IX)

Patroni d'Europa 




Preghiera del mattino


 O Santi Cirillo e Metodio, che con ammirevole dedizione avete portato ai popoli assetati di verità e di luce la fede: fate che la Chiesa tutta proclami sempre il Cristo crocifisso e risorto, Redentore dell’uomo!



O Santi Cirillo e Metodio, che nel vostro difficile e duro apostolato missionario siete rimasti sempre profondamente legati alla Chiesa di Costantinopoli e alla Sede Romana di Pietro: fate che le due Chiese sorelle, la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa, superati nella carità e nella verità gli elementi di divisione, possano raggiungere la piena unione auspicata!



O Santi Cirillo e Metodio, che, con sincero spirito di fraternità, avete avvicinato i popoli diversi per portare a tutti il messaggio di amore universale predicato da Cristo: fate che i popoli del Continente Europeo, consapevoli del loro comune patrimonio cristiano, vivano nel reciproco rispetto dei giusti diritti e nella solidarietà e siano operatori di pace tra tutte le nazioni del mondo!
 

Cirillo e Metodio, fratelli, nativi di Salonicco, inviati in missione presso gli Slavi dalla Chiesa di Bisanzio, compirono la loro missione traducendo la Bibbia in lingua slava e celebrando in tale lingua la liturgia. Gettarono così le basi di una vera cultura cristiana popolare. Gravi difficoltà, in particolare le lotte violente fra Germani e Slavi, ostacolarono il loro apostolato. Poiché Bisanzio non sosteneva sufficientemente i suoi missionari impegnati in tali problemi, essi cercarono personalmente appoggio a Roma. Papa Adriano II autenticò la loro missione e accettò il loro metodo apostolico, specialmente la loro liturgia.
Cirillo morì a Roma; Metodio, fatto vescovo dal papa, continuò la missione fra crescenti difficoltà, come Legato apostolico.
Calunniato per le sue iniziative, e ostacolato dalle opposizioni tra Oriente e Occidente e dai conflitti fra principi slavi e germanici, non si scostò mai dalle regole essenziali dell’apostolato cristiano: adattamento del messaggio alla cultura del popolo, valorizzazione dei punti di aggancio del Vangelo con la mentalità della gente, rigetto della uniformità nella ricerca dell’unità.
Dalla «Vita» in lingua slava di Costantino  (Cap. 18; Denkschriften der kaiserl. Akademie der Wissenschaften, 19, Vienna 1870, p. 246)  
Costantino Cirillo, stanco dalla molte fatiche, cadde e malato e sopportò il proprio male per molti giorni. Fu allora ricreato da una visione di Dio, e cominciò a cantare così. Quanto mi dissero: «andremo alla casa del Signore», il mio spirito si è rallegrato e il mio cuore ha esultato (cfr. Sal 121, 1).
Dopo aver indossato le sacre vesti, rimase
per tutto il giorno ricolmo di gioia e diceva: «Da questo momento non sono più servo né dell'imperatore né di alcun uomo sulla terra, ma solo di Dio onnipotente. Non esistevo, ma ora esisto ed esisterò in eterno. Amen».

Il giorno dopo vestì il santo abito messianico e aggiungendo luce a luce si impose il nome di Cirillo. Così vestito rimase cinquanta giorni.
Giunta l'ora della fine e di passare al riposo eterno, levate le mani a Dio, pregava tra le lacrime, dicendo: «Signore, Dio mio, che hai creato tutti gli ordini angelici e gli spirito incorporei, che hai steso i cieli e resa ferma le terra e hai formato dal nulla tutte le cose che esistono, tu che ascolti sempre coloro che fanno la tua volontà e ti temono e osservano i tuoi precetti; ascolta la mia preghiera e conserva nella fede il tuo gregge, a capo del quale mettesti me, tuo servo indegno ed inetto.
Liberali dalla malizia empia e pagana di quelli che ti bestemmiano; fà crescere di numero la tua Chiesa e raccogli tutti nell'unità.
Rendi santo, concorde nella vera fede e nella retta confessione il tuo popolo, e ispira nei cuori la parola della tua dottrina. E' tuo dono infatti l'averci scelti a predicare il Vangelo del tuo Cristo, a incitare i fratelli alle buone opere ed a compiere quanto ti è gradito.
Quelli che mi hai dato, te li restituisco come tuoi; guidali ora con la tua forte destra, proteggili all'ombra delle tue ali, perché tutti lodino e glorifichino il tuo nome di Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen».
Avendo poi baciato tutti col bacio santo, disse: «Benedetto Dio, che non ci ha dato in pasto ai denti dei nostri invisibili avversari, ma spezzò la loro rete e ci ha salvati dalla loro voglia di mandarci in rovina».
E così, all'età di quarantadue anni, si addormentò nel Signore.
Il papa comandò che tutti i Greci che erano a Roma ed i Romani si riunissero portando ceri e cantando e che gli dedicassero onori funebri non diversi da quelli che avrebbero tributato al papa stesso; e così fu fatto.

 
 
MESSALE
Antifona d'Ingresso
Questi soni i santi, amici di Dio,
gloriosi araldi del Vangelo.


Isti sunt viri sancti facti amíci Dei, divínæ veritátis præcónio gloriósi.
 
Colletta
O Dio, ricco di misericordia, che nella missione apostolica dei santi fratelli Cirillo e Metodio hai donato ai popoli slavi la luce del vangelo, per la loro comune intercessione fa' che tutti gli uomini accolgano la tua parola e formino il tuo popolo santo concorde nel testimoniare la vera fede. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Deus, qui per beátos fratres Cyríllum et Methódium Slavóniæ gentes illuminásti, da córdibus nostris tuæ doctrínæ verba percípere, nosque pérfice pópulum in vera fide et recta confessióne concórdem. Per Dóminum.
  
    
LITURGIA DELLA PAROLA
 
Prima Lettura  At 13,46-49
Noi ci rivolgiamo ai pagani.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, [ad Antiòchia di Pisìdia] Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono [ai Giudei]: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore:
“Io ti ho posto per essere luce delle genti,
perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».
Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione.


Oppure, in Quaresima:
 
Is 52,7-10
Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.

Dal
libro del profeta Isaia
Come sono belli sui monti
i piedi del messaggero che annuncia la pace,
del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza,
che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».
Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce,
insieme esultano,
poiché vedono con gli occhi
il ritorno del Signore a Sion.
Prorompete insieme in canti di gioia,
rovine di Gerusalemme,
perché il Signore ha consolato il suo popolo,
ha riscattato Gerusalemme.
Il Signore ha snudato il suo santo braccio
davanti a tutte le nazioni;
tutti i confini della terra vedranno
la salvezza del nostro Dio
    
Salmo Responsoriale  Salmo 116
Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo.
   
Genti tutte, lodate il Signore,
popoli tutti, cantate la sua lode.

Perché forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore dura per sempre.
  

Canto al Vangelo   Lc 4,18
Alleluia, alleluia.
Oppure in tempo di Quaresima: Lode e onore a te, Signore Gesù.
Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione.
Alleluia.
  

    Nel 1880 Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) con l’enciclica “Grande Munus” ricordò a tutta la Chiesa gli straordinari meriti dei SS. Cirillo e Metodio per l'evangelizzazione degli slavi.
     Il 31 dicembre del 1980 con la lattera apostolica Egregiae virtutis Giovanni Paolo II proclamò i Santi Cirillo e Metodio i Patroni d'Europa

Per approfondimenti, leggere la Catechesi di Papa Benedetto XVI:

LETTERA APOSTOLICA EGREGIAE VIRTUTIS di GIOVANNI PAOLO II

 
 
 
LETTERA APOSTOLICA EGREGIAE VIRTUTIS DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO IICON LA QUALE I SANTI CIRILLO E METODIO
VENGONO PROCLAMATI COMPATRONI D'EUROPA


1. Alle illustri figure dei santi Cirillo e Metodio si rivolgono di nuovo i pensieri ed i cuori in quest'anno in cui ricorrono due centenari particolarmente significativi. Si compiono infatti cent'anni dalla pubblicazione della lettera enciclica «Grande Munus» del 30 settembre 1880, con la quale il grande pontefice Leone XIII ricordava a tutta la Chiesa le figure e l'attività apostolica di questi due santi e, al tempo stesso, ne introduceva la festività liturgica nel calendario della Chiesa cattolica [1]. Ricorre inoltre l'XI centenario della lettera «Industriae Tuae» [2], inviata dal mio predecessore Giovanni VIII al principe Svatopluk nel giugno dell'anno 880, nella quale veniva lodato e raccomandato l'uso della lingua slava nella liturgia, affinché «in quella lingua fossero proclamate le lodi e le opere di Cristo nostro Signore» [3].
Cirillo e Metodio, fratelli, greci, nativi di Tessalonica, la città dove visse e operò san Paolo, fin dall'inizio della loro vocazione, entrarono in stretti rapporti culturali e spirituali con la Chiesa patriarcale di Costantinopoli, allora fiorente per cultura e attività missionaria alla cui alta scuola essi si formarono [4]. Entrambi avevano scelto lo stato religioso unendo i doveri della vocazione religiosa con il servizio missionario, di cui diedero una prima testimonianza recandosi ad evangelizzare i Cazari della Crimea.
La loro preminente opera evangelizzatrice fu, tuttavia, la missione nella Grande Moravia tra i popoli, che abitavano allora la penisola balcanica e le terre percorse dal Danubio; essa fu intrapresa su richiesta del principe di Moravia Roscislaw, presentata all'imperatore e alla Chiesa di Costantinopoli. Per corrispondere alle necessità del loro servizio apostolico in mezzo ai popoli slavi tradussero nella loro lingua i libri sacri a scopo liturgico e catechetico, gettando con questo le basi di tutta la letteratura nelle lingue dei medesimi popoli. Giustamente perciò essi sono considerati non solo gli apostoli degli slavi ma anche i padri della cultura tra tutti questi popoli e tutte queste nazioni, per i quali i primi scritti della lingua slava non cessano di essere il punto fondamentale di riferimento nella storia della loro letteratura.
Cirillo e Metodio svolsero il loro servizio missionario in unione sia con la Chiesa di Costantinopoli, dalla quale erano stati mandati, sia con la sede romana di Pietro, dalla quale furono confermati, manifestando in questo modo l'unità della Chiesa, che durante il periodo della loro vita e della loro attività non era colpita dalla sventura della divisione tra l'oriente e l'occidente, nonostante le gravi tensioni, che, in quel tempo, segnarono le relazioni fra Roma e Costantinopoli.
A Roma Cirillo e Metodio furono accolti con onore dal Papa e dalla Chiesa romana e trovarono approvazione e appoggio per tutta la loro opera apostolica ed anche per la loro innovazione di celebrare la liturgia nella lingua slava, osteggiata in alcuni ambienti occidentali. A Roma concluse la sua vita Cirillo (14 febbraio 869) e fu sepolto nella Chiesa di san Clemente, mentre Metodio fu dal Papa ordinato arcivescovo dell'antica sede di Sirmio e fu inviato in Moravia per continuarvi la sua provvidenziale opera apostolica, proseguita con zelo e coraggio insieme ai suoi discepoli e in mezzo al suo popolo sino al termine della sua vita (6 aprile 885).
2. Cento anni fa il papa Leone XIII con l'enciclica «Grande Munus» ricordò a tutta la Chiesa gli straordinari meriti dei santi Cirillo e Metodio per la loro opera di evangelizzazione degli slavi. Dato però che in quest'anno la Chiesa ricorda solennemente il 1500° anniversario della nascita di san Benedetto, proclamato nel 1964 dal mio venerato predecessore, Paolo VI, patrono d'Europa, è parso che questa protezione nei riguardi di tutta l'Europa sarà meglio messa in risalto, se alla grande opera del santo patriarca d'occidente aggiungeremo i particolari meriti dei due santi fratelli, Cirillo e Metodio. A favore di questo ci sono molteplici ragioni di natura storica, sia di quella passata come di quella contemporanea, che hanno la loro garanzia sia teologica che ecclesiale, come pure culturale nella storia del nostro continente europeo. E perciò prima ancora che si chiuda quest'anno dedicato al particolare ricordo di san Benedetto, desidero che per il centenario della enciclica leoniana, si valorizzino tutte queste ragioni, mediante la presente proclamazione dei santi Cirillo e Metodio a compatroni d'Europa.
3. L'Europa, infatti, nel suo insieme geografico è per così dire frutto dell'azione di due correnti di tradizioni cristiane, alle quali si aggiungono anche due diverse, ma al tempo stesso profondamente complementari, forme di cultura. San Benedetto, il quale con il suo influsso ha abbracciato non solo l'Europa, prima di tutto occidentale e centrale, ma mediante i centri benedettini è arrivato anche negli altri continenti, si trova al centro stesso di quella corrente che parte da Roma, dalla sede dei successori di san Pietro. I santi fratelli da Tessalonica mettono in risalto prima il contributo dell'antica cultura greca e, in seguito, la portata dell'irradiazione della Chiesa di Costantinopoli e della tradizione orientale, la quale si è così profondamente iscritta nella spiritualità e nella cultura di tanti popoli e nazioni nella parte orientale del continente europeo.
Poiché oggi, dopo secoli di divisione della Chiesa tra oriente e occidente, tra Roma e Costantinopoli a partire dal Concilio Vaticano II sono stati intrapresi passi decisivi nella direzione della piena comunione, pare che la proclamazione dei santi Cirillo e Metodio a compatroni d'Europa, accanto a san Benedetto, corrisponda pienamente ai segni del nostro tempo. Specialmente se ciò avviene nell'anno nel quale le due Chiese, cattolica ed ortodossa, sono entrate nella tappa di un decisivo dialogo, che si è iniziato nell'isola di Patmos, legata alla tradizione di san Giovanni apostolo ed evangelista. Pertanto questo atto intende anche rendere memorabile tale data.
Questa proclamazione vuole in pari tempo essere una testimonianza, per gli uomini del nostro tempo, della preminenza dell'annuncio del Vangelo, affidato da Gesù Cristo alle Chiese, per il quale hanno faticato i due fratelli apostoli degli slavi. Tale annuncio è stato via e strumento di reciproca conoscenza e di unione fra i diversi popoli dell'Europa nascente, ed ha assicurato all'Europa di oggi un comune patrimonio spirituale e culturale.
4. Auspico, quindi, che per opera della misericordia della santissima Trinità, per l'intercessione della Madre di Dio e di tutti i santi, sparisca ciò che divide le Chiese come pure i popoli e le nazioni; e le diversità di tradizioni e di cultura dimostrino invece il reciproco completamento di una comune ricchezza.
Che la consapevolezza di questa spirituale ricchezza, diventata su strade diverse patrimonio delle singole società del continente europeo, aiuti le generazioni contemporanee a perseverare nel reciproco rispetto dei giusti diritti di ogni nazione e nella pace, non cessando di rendere i servizi necessari al bene comune di tutta l'umanità e al futuro dell'uomo su tutta la terra.
Pertanto, con sicura cognizione e mia matura deliberazione, nella pienezza della potestà apostolica, in forza di questa lettera ed in perpetuo costituisco e dichiaro celesti compatroni di tutta l'Europa presso Dio i santi Cirillo e Metodio, concedendo inoltre tutti gli onori ed i privilegi liturgici che competono, secondo il diritto, ai patroni principali dei luoghi.
Pace agli uomini di buona volontà!

Dato a Roma, presso san Pietro, sotto l'«anello del pescatore», il giorno 31 del mese di dicembre dell'anno 1980, terzo di Pontificato.


[1] Leonis XIII «Acta», vol. II, pp. 125-137.
[2] Cfr. Magna Moraviae Fontes Historici, t. III, Brno 1969, pp. 197-208
[3] ibid, p. 207.
[4] cfr. Costantinus et Methodius Thessalonicenses, Fontes,  ed  F. Grivec - F. Tomšič: Radovi Staraslovenskog, Instituta IV, Zagabria, 1960.


 http://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_letters/1980/documents/hf_jp-ii_apl_31121980_egregiae-virtutis.html

LEONE PP. XIII LETTERA ENCICLICA GRANDE MUNUS sui Santi Cirillo e Metodio





GRANDE MUNUS

LETTERA ENCICLICA

DI SUA SANTITÀ

LEONE PP. XIII


A tutti i Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati,


Arcivescovi e Vescovi del mondo cattolico

che hanno grazia e comunione con la Sede Apostolica.
Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.


  Il grande compito di diffondere il nome cristiano, affidato in modo particolare al Beato Pietro, Principe degli Apostoli, ed ai suoi successori, spinse i Pontefici Romani a mandare annunziatori del Santo Vangelo in tempi diversi ai vari popoli della terra, come era richiesto dalle circostanze e dalla volontà del misericordioso Iddio. Pertanto, come destinarono Agostino curatore di anime presso gli Inglesi, Patrizio presso gli Irlandesi, Bonifacio presso i Germani, Villebrordo presso i Frisii, i Batavi e i Belgi, ed altri sovente presso altri popoli, così concessero a Cirillo e a Metodio, uomini santissimi, di esercitare l’apostolico ministero presso i popoli Slavi, i quali, grazie alla loro premura e al loro impegno, conobbero la luce del Vangelo, e da una vita selvatica furono condotti ad una società umana e civile.
   Se gli Slavi, memori dei benefici, non cessarono mai di celebrare Cirillo e Metodio, Apostoli nobilissimi, con non minore studio la Chiesa Romana li ebbe sempre in grande culto, rendendo onore all’uno e all’altro in molte occasioni mentre vissero, e custodendo le ceneri di uno di essi quando morì.  
   Fin dall’anno 1863 agli Slavi della Boemia, Moravia e Croazia, i quali solevano festeggiare ogni anno Cirillo e Metodio il 9 marzo, fu concesso dalla benignità di Pio IX, Nostro Predecessore di immortale memoria, di celebrare per l’avvenire quella festa il 5 luglio, e di onorare la memoria di Cirillo e Metodio con la sacra officiatura. Né passò molto tempo che, all’epoca del grande Concilio Vaticano, molti Vescovi supplicarono questa Sede Apostolica affinché il culto di quei Santi e la decretata solennità si estendessero a tutta la Chiesa. Ma poiché la proposta fino ad oggi non ha avuto seguito, ed essendosi in quelle contrade mutato lo stato della cosa pubblica, Ci parve giunta l’opportunità di soddisfare i popoli Slavi, della cui incolumità e salute siamo grandemente solleciti. Dunque, poiché non possiamo permettere che in alcuna cosa venga meno ad essi la Nostra paterna carità, vogliamo ampiamente estendere ed accrescere il culto religioso di quegli uomini santissimi, i quali, come una volta, spargendo il seme della fede cattolica tra le genti Slave, le richiamarono dalla morte alla salvezza, così ora col celeste loro patrocinio le difenderanno validamente. E perché più chiaramente emerga quali sono questi personaggi che proponiamo alla venerazione ed al culto dell’orbe cattolico, Ci piace narrare brevemente la storia delle loro gesta. 
 Cirillo e Metodio, fratelli germani, nati a Tessalonica da nobilissima famiglia, in tenera età si trasferirono a Costantinopoli per imparare le umane discipline nella principale città dell’Oriente. Né stette nascosta la scintilla dell’ingegno, che già fin d’allora splendeva nei due giovanetti; infatti l’uno e l’altro impararono moltissimo e rapidamente, soprattutto Cirillo, il quale conseguì nelle scienze tale lode che in segno di onore singolare fu chiamato Filosofo. Non andò molto che Metodio si fece monaco. Cirillo fu poi ritenuto degno dall’imperatrice Teodora, su consiglio del Patriarca Ignazio, di istruire nella fede cristiana i Khazari, che abitavano oltre il Chersoneso, i quali avevano chiesto a Costantinopoli ministri idonei nelle cose sacre. Egli accettò tale incarico di buon grado. Pertanto, recatosi in Crimea tra i Tauri, studiò per qualche tempo, come alcuni affermano, la lingua di quel popolo, e nello stesso tempo gli avvenne, e fu ottimo auspicio, di trovare le ceneri di San Clemente I P. M., che non gli fu difficile riconoscere, sia per il ricordo degli anziani, sia per l’ancora con la quale quel fortissimo martire fu gettato in mare per ordine dell’imperatore Traiano e, come si sapeva, successivamente tumulato. 
 Impadronitosi di questo tesoro così prezioso, penetrò nelle città e nelle case dei Khazari; i quali, istruiti dai suoi precetti e mossi dalla grazia di Dio, distrutte le tante superstizioni, furono da lui condotti a Gesù Cristo. Ottimamente costituita questa nuova comunità cristiana, egli diede una memorabile prova di temperanza e di carità, rifiutando tutti i doni offerti dagli indigeni, eccettuato l’affrancamento degli schiavi che professassero il cristianesimo. Poscia Cirillo ritornò rapidamente a Costantinopoli e si rinchiuse nel monastero di Policrone, nel quale Metodio si era già ritirato. 
 Frattanto la fama delle cose da lui felicemente operate presso i Khazari era giunta a Ratislao, Principe della Moravia. Questi, mosso dall’esempio dei Khazari, chiese all’imperatore Michele III alcuni operai evangelici di Costantinopoli; né ebbe difficoltà ad ottenere quello che richiedeva. Pertanto la virtù nobilitata da tanti fatti e la manifesta volontà che Cirillo e Metodio avevano di giovare al prossimo fecero sì che essi venissero destinati alla missione nella Moravia. Mentre viaggiavano per la Bulgaria, già iniziata alla religione cristiana, in nessun luogo si lasciarono sfuggire l’opportunità di diffondere la religione. Incontrati ai confini del Principato da gran moltitudine di popolo, furono ricevuti in Moravia da moltissima disponibilità e con straordinaria gioia. Né tardarono un momento dall’intraprendere ad educare gli animi nelle dottrine cristiane ed a confortarli con la speranza dei beni celesti. Ciò fecero con tanta efficacia e con tanto operoso impegno, che in poco tempo il popolo Moravo abbracciò con tutto l’animo la religione di Gesù Cristo. 
 A tale opera non poco giovò la conoscenza della lingua Slava, che Cirillo aveva imparato prima, e molto servirono i libri del nuovo e dell’antico Testamento che egli aveva tradotto nella lingua di quel popolo. Per la qual cosa tutta la nazione degli Slavi deve moltissimo a questo uomo, poiché da lui ricevette non solo il beneficio della fede cristiana, ma anche quello della civiltà: infatti Cirillo e Metodio trovarono per primi quelle lettere con le quali è rappresentata ed espressa la lingua Slava, della quale, non a torto, sono ritenuti i padri. 
 Da così lontane e separate province la fama aveva recato a Roma il felice annunzio di quelle imprese. E avendo Nicolò I, Pontefice Massimo, ordinato ai due ottimi fratelli di venire a Roma, questi senza indugio obbedirono e, messisi in viaggio per Roma, portarono con sé le reliquie di San Clemente. A tale notizia, Adriano II, che era succeduto al defunto Nicolò, accompagnato dal Clero e dal popolo per testimoniare un grande onore, uscì incontro agli illustri ospiti. Il corpo di San Clemente, glorificato da improvvisi prodigi, con solenne pompa fu portato nella Basilica innalzata al tempo di Costantino sui ruderi della casa paterna del coraggiosissimo martire. Poi Cirillo e Metodio, presente il Clero, resero conto al Pontefice Massimo dell’Apostolica missione alla quale santamente e laboriosamente si erano dati. E poiché fu loro contestato che avevano operato contro il costume degli antichi e contro regole santissime, in quanto avevano usato la lingua Slava negli uffici sacri, addussero ragioni così forti e sicure che il Pontefice e tutto il Clero li lodarono ed approvarono.     Allora ambedue, dopo aver fatto, secondo la formula cattolica, la professione di fede e aver giurato che si sarebbero mantenuti fedeli al Beato Pietro e ai Romani Pontefici, furono creati e consacrati Vescovi dallo stesso Adriano, e molti loro discepoli furono iniziati a vari gradi dei sacri Ordini. 
 Era però divinamente stabilito che Cirillo finisse in Roma il corso della sua vita il 14 febbraio 869, maturo più nella virtù che negli anni. Furono fatti pubblici funerali, e con magnifico apparato, quello stesso che si usa per i Romani Pontefici; fu posto con ogni onore in quel sepolcro che Adriano aveva preparato per se stesso. Il sacro corpo del defunto, poiché il popolo romano non permise che si trasportasse a Costantinopoli, benché ne facesse accorata domanda la madre, fu portato alla Chiesa di San Clemente e sepolto vicino alle ceneri di questi, che Cirillo aveva per tanti anni custodite con venerazione. E mentre si portava la sua salma per la città, tra il canto solenne dei salmi, con una pompa piuttosto di trionfo che di funerale, parve che il popolo romano volesse tributare all’uomo santissimo un saggio degli onori celesti. 
 Ciò fatto, Metodio, per ordine e sotto gli auspici del Pontefice Massimo, ritornò Vescovo in Moravia, ad esercitarvi i consueti uffici del ministero apostolico. In quella provincia, divenuto con tutto l’animo un esemplare del gregge, si diede tutto agl’interessi cattolici con uno zelo che cresceva di giorno in giorno; resistette fortemente a faziosi innovatori, perché con insane opinioni non guastassero il nome cattolico; istruì nella religione il principe Suentopolco che era succeduto a Ratislao; ammonì il medesimo, che non curava il proprio dovere, lo riprese e infine lo punì con l’interdetto da ogni cosa sacra. Per tali motivi si attirò l’odio dell’empio e impurissimo tiranno, dal quale fu cacciato in esilio. Ma richiamato dopo poco tempo, con opportune esortazioni ottenne che il Principe desse segno di ravvedimento e comprendesse il bisogno di riacquistare con un nuovo tenore di vita l’antico comportamento. È poi meraviglioso che la vigilante carità di Metodio, superati i confini della Moravia, come già ai tempi di Cirillo era arrivata ai Croati e ai Serbi, così ora abbracciava gli Ungari, il cui Principe, di nome Cocelo, egli istruì nella religione cattolica e mantenne nella carica; i Bulgari, i quali unitamente al loro re Bogoris confermò nella fede cristiana; i Dalmati, con i quali divideva e ai quali comunicava i celesti carismi, e i Carinzi, per i quali molto operò al fine di condurli alla conoscenza ed al culto dell’unico vero Dio.  
 Ma ciò gli procurò dei guai. Infatti, alcuni della nuova comunità cristiana, portando invidia ai fatti preclari e alla virtù di Metodio, intervennero presso Giovanni VIII, successore di Adriano, accusando lui, innocente, di sospetta fede e di violata tradizione dei maggiori, i quali nelle sacre funzioni avevano solitamente usato soltanto la lingua latina o la greca, e nessun’altra. Allora il Pontefice, assai preoccupato dell’integrità della fede e dell’antica disciplina, comandò a Metodio di recarsi a Roma per difendersi e liberarsi delle accuse. Questi, sempre pronto a obbedire e confortato dalla testimonianza della propria coscienza, nell’anno 880, presentatosi dinanzi a Giovanni, ad alcuni Vescovi ed al Clero urbano, facilmente provò che egli aveva sempre professato ed insegnato quella fede che, in presenza di Adriano e con la sua approvazione, aveva dichiarato e confermato con giuramento presso il sepolcro del Principe degli Apostoli. Quanto alla lingua Slava, usata nelle sacre funzioni, lo aveva fatto per giuste ragioni, con il consenso dello stesso Pontefice Adriano, non contraddicendovi le Sacre Scritture. Con tale discorso egli si liberò da ogni sospetto, tanto che il Pontefice subito lo abbracciò, e di buon grado gli conferì la potestà arcivescovile e approvò la sua missione nella Slavonia. 
 Inoltre, scelti alcuni Vescovi che dovevano dipendere da Metodio, e della cui opera egli si sarebbe giovato nell’amministrazione delle cose sacre, il Pontefice, munitolo di lettere commendatizie, lo rimandò in Moravia con pieni poteri. Tutte queste cose il Sommo Pontefice volle poi confermare con lettere mandate a Metodio, quando di nuovo egli dovette subire l’invidia dei malevoli.  
 Pertanto, sicuro nell’animo, unito con strettissimo vincolo di carità e di fede al Sommo Pontefice e alla Chiesa Romana, Metodio perseverò con sempre maggior impegno ad espletare la missione assegnatagli; né il positivo frutto della sua opera si fece a lungo desiderare. Infatti, avendo dapprima egli stesso condotto alla fede cattolica Borzivoio, Principe dei Boemi, e poscia Ludmilla, sua moglie, con l’aiuto di un sacerdote, in breve ottenne che fra quella gente il nome cristiano si divulgasse assai e per ogni dove.  Nello stesso tempo si adoperò per introdurre la luce del Vangelo nella Polonia, dove entrò e dove fondò la sede episcopale di Leopoli, dopo avere attraversato la Galizia. Successivamente, come alcuni raccontano, recatosi nella Moscovia propriamente detta, fondò il trono pontificale di Kiev. Con questi allori non certo caduchi, tornò ai suoi in Moravia. Sentendo avvicinarsi la morte, scelse il proprio successore, e dopo avere esortato alla virtù il Clero e il popolo con le ultime raccomandazioni, placidamente uscì da quella vita che per lui era stata la via verso il cielo.  
 Come Roma pianse Cirillo, così la Moravia pianse la morte di Metodio; celebrò con dolore la sua perdita e onorò in tutti i modi i suoi funerali. 
 Di questi fatti, Venerabili Fratelli, torna a Noi graditissimo il ricordo; Ci commuoviamo non poco quando osserviamo splendidamente iniziata fin da tempi remoti l’unione delle genti Slave con la Chiesa Romana. 
 Effettivamente questi due propagatori del nome cristiano, dei quali abbiamo parlato, se ne andarono da Costantinopoli presso popoli pagani, tuttavia fu necessario che la loro missione fosse intieramente comandata da questa Sede Apostolica, centro dell’unità cattolica, o regolarmente e santamente approvata, come fu fatto più volte. Infatti qui, nella città di Roma, essi resero ragione dell’opera intrapresa e risposero alle accuse; qui, presso i sepolcri di Pietro e Paolo effettuarono il giuramento della fede cattolica e ricevettero la consacrazione episcopale, insieme con il potere di costituire la sacra gerarchia, conservando la diversità degli Ordini. 
 Infine, qui fu autorizzato l’uso della lingua Slava nei santissimi riti, e quest’anno si compie il decimo secolo dacché Giovanni VIII, Pontefice Massimo, scrisse a Suentopolco, Principe della Moravia, queste parole: "Approviamo giustamente che le lodi dovute a Dio risuonino nella lingua slava, e comandiamo che nella medesima lingua si narrino gli elogi e le opere di Gesù Cristo Signor Nostro.  Né alcunché si oppone alla sana fede o alla dottrina, sia che si cantino le messe nella stessa lingua slava, si che si leggano il santo Vangelo o le lezioni divine del Nuovo e Antico Testamento, bene tradotte ed interpretate, e si salmeggi nelle altre ore della ufficiatura". Dopo molte vicende, Benedetto XIV sanzionò tale consuetudine con lettera apostolica del 25 agosto 1754. I Pontefici Romani, poi, tutte le volte che furono richiesti di aiuto dai Principi che comandavano sui popoli convertiti al cristianesimo per opera di Cirillo e Metodio, non permisero mai che si avesse a desiderare la loro benignità nel soccorrere, la loro umanità nell’istruire, la loro benevolenza nel consigliare, la loro buona volontà in tutte le cose che potevano. Fra gli altri, Ratislao, Suentopolco, Cocelo, santa Ludmilla, Bogoris sperimentarono, secondo le circostanze e il tempo, l’insigne carità dei Nostri Predecessori. 
 Né con la morte di Cirillo e di Metodio cessò o si indebolì la paterna sollecitudine dei Romani Pontefici per i popoli Slavi, ma sempre rifulse nel tutelare presso di loro la santità della religione e nel conservare la prosperità pubblica. Infatti Nicolò I mandò da Roma, presso i Bulgari, sacerdoti che istruissero il popolo, e i Vescovi di Populonia e di Porto perché ordinassero quella nuova comunità di cristiani. Del pari, a proposito delle frequenti controversie dei Bulgari intorno al diritto sacro diede amorevolissime risposte, nelle quali anche coloro che per nulla sono favorevoli alla Chiesa Romana, lodano ed ammirano la somma prudenza. E dopo la luttuosa calamità dello scisma, è merito di Innocenzo III l’avere riconciliato con la Chiesa Cattolica i Bulgari; e poi di Gregorio IX, di Innocenzo IV, di Nicolò IV, di Eugenio IV di averli mantenuti nella compiuta riconciliazione. Similmente verso i popoli della Bosnia e dell’Erzegovina, ingannati dal contagio di prave opinioni, in modo insigne risplendette la carità dei Nostri Predecessori, cioè di Innocenzo III e di Innocenzo IV, i quali si adoperarono per sradicare l’errore dagli animi; di Gregorio IX, Clemente VI e Pio II, che si adoperarono per fermare stabilmente in quelle regioni i gradi della sacra gerarchia. 
 Né si deve credere che Innocenzo III, Nicolò IV, Benedetto XI e Clemente V abbiano rivolto piccola od ultima parte delle loro cure ai Serbi, dai quali tennero provvidissimamente lontane le frodi, escogitate astutamente per contaminarne la religione. Anche i Dalmati e i Liburni, per la costanza nella fede e per l’adempimento dei loro doveri, si meritarono singolare favore e grandi lodi da Giovanni X, Gregorio VII, Gregorio IX e Urbano IV. Infine, nella stessa Chiesa di Srijem, distrutta nel sesto secolo da invasioni barbariche e successivamente ricostruita con amorosa pietà da Santo Stefano I, re dell’Ungheria, sono molti i monumenti della benevolenza di Gregorio IX e di Clemente XIV. 
 Pertanto Ci pare doveroso rendere grazie a Dio che Ci ha offerto l’occasione opportuna di far cosa gradita alla gente Slava e di esserle utile certamente con non minore premura di quella che mostrarono in ogni tempo i Nostri Predecessori. A questo Noi miriamo, questo desideriamo unicamente: di adoperarci in ogni modo affinché tutte le genti Slave vengano istruite dal maggior numero di Vescovi e di Sacerdoti; affinché si confermino nella professione della vera fede, nell’obbedienza alla vera Chiesa di Gesù Cristo e ogni giorno di più sentano per esperienza quanta ricchezza di beni ridondino dalle istituzioni della Chiesa Cattolica sulla società domestica e su tutti gli ordini della cosa pubblica. 
 Quelle Chiese certamente esigono gran parte delle Nostre cure; né vi è cosa che più desideriamo quanto il provvedere alla loro comodità e alla loro prosperità, a unirle tutte a Noi con quel perpetuo legame di concordia che è il massimo e migliore vincolo di salute. Resta che Iddio, ricco di tutte le misericordie, arrida ai Nostri propositi e assecondi quanto abbiamo intrapreso. Frattanto Noi poniamo quali intercessori presso di Lui Cirillo e Metodio, maestri della Slavonia, dei quali, come vogliamo amplificarne il culto, così confidiamo non Ci mancherà il patrocinio celeste. 
 Pertanto ordiniamo che il 5 luglio, giorno stabilito da Pio IX di felice memoria, sia inserita nel Calendario Romano e della Chiesa universale e si faccia ogni anno la festa dei santi Cirillo e Metodio con Officio e Messa propria, di rito doppio minore, come venne approvato dalla Sacra Congregazione dei Riti. 
 A Voi tutti poi, Venerabili Fratelli, ordiniamo che curiate la pubblicazione di questa Nostra Lettera e comandiate che le cose in essa prescritte siano osservate da tutti i sacri ministri che celebrano l’Ufficio divino della Chiesa Romana, ciascuno nelle proprie chiese, province, città, diocesi e case dei Regolari. Infine vogliamo che per Vostra esortazione e Vostro consiglio, in tutto il mondo si preghino Cirillo e Metodio, perché con quel favore di cui godono presso Dio, in tutto l’Oriente tutelino gli interessi cristiani, implorando costanza per i cattolici e il proposito di riconciliarsi con la vera Chiesa per i dissidenti. 
 Queste cose, come furono sopra scritte, così comandiamo siano stabili e ferme, nonostante le Costituzioni apostoliche emanate dal Pontefice San Pio V, Nostro Predecessore, e da altri sulla riforma del Breviario e del Messale romano, e nonostante gli statuti e le consuetudini, anche immemorabili, e ogni altra cosa contraria. 
 Auspice dei doni celesti e pegno della Nostra particolare benevolenza, a Voi tutti, Venerabili Fratelli, e a tutto il Clero e al popolo affidato ad ognuno di Voi, impartiamo con tutto l’affetto nel Signore la Benedizione Apostolica. 

Dato a Roma, presso San Pietro, il 30 settembre 1880, anno terzo del Nostro Pontificato.

Sui Santi Cirillo e Metodio BENEDETTO XVI nell'Udienza generale



Per la festa di Santi Cirillo e Metodio


BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 17 giugno 2009



Santi Cirillo e Metodio
Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei parlare dei Santi Cirillo e Metodio, fratelli nel sangue e nella fede, detti apostoli degli slavi. Cirillo nacque a Tessalonica dal magistrato imperiale Leone nell’826/827: era il più giovane di sette figli. Da ragazzo imparò la lingua slava. All’età di quattordici anni fu mandato a Costantinopoli per esservi educato e fu compagno del giovane imperatore Michele III. In quegli anni fu introdotto nelle diverse materie universitarie, fra le quali la dialettica, avendo come maestro Fozio. Dopo aver rifiutato un brillante matrimonio, decise di ricevere gli ordini sacri e divenne “bibliotecario” presso il Patriarcato. Poco dopo, desiderando ritirarsi in solitudine, andò a nascondersi in un monastero, ma fu presto scoperto e gli fu affidato l’insegnamento delle scienze sacre e profane, mansione che svolse così bene da guadagnarsi l’appellativo di “Filosofo”. Nel frattempo, il fratello Michele (nato nell’815 ca.), dopo una carriera amministrativa in Macedonia, verso l’anno 850 abbandonò il mondo per ritirarsi a vita monastica sul monte Olimpo in Bitinia, dove ricevette il nome di Metodio (il nome monastico doveva cominciare con la stessa lettera di quello di battesimo) e divenne igumeno del monastero di Polychron.
Attratto dall’esempio del fratello, anche Cirillo decise di lasciare l’insegnamento per recarsi sul monte Olimpo a meditare e a pregare. Alcuni anni più tardi però, (861 ca.), il governo imperiale lo incaricò di una missione presso i khazari del Mare di Azov, i quali chiedevano che fosse loro inviato un letterato che sapesse discutere con gli ebrei e i saraceni. Cirillo, accompagnato dal fratello Metodio, sostò a lungo in Crimea, dove imparò l’ebraico. Qui ricercò pure il corpo del Papa Clemente I, che vi era stato esiliato. Ne trovò la tomba e, quando col fratello riprese la via del ritorno, portò con sé le preziose reliquie. Giunti a Costantinopoli, i due fratelli furono inviati in Moravia dall’imperatore Michele III, al quale il principe moravo Ratislao aveva rivolto una precisa richiesta: “Il nostro popolo – gli aveva detto – da quando ha respinto il paganesimo, osserva la legge cristiana; però non abbiamo un maestro che sia in grado di spiegarci la vera fede nella nostra lingua”. La missione ebbe ben presto un successo insolito. Traducendo la liturgia nella lingua slava, i due fratelli guadagnarono una grande simpatia presso il popolo.
Questo, però, suscitò nei loro confronti l’ostilità del clero franco, che era arrivato in precedenza in Moravia e considerava il territorio come appartenente alla propria giurisdizione ecclesiale. Per giustificarsi, nell’867 i due fratelli si recarono a Roma. Durante il viaggio si fermarono a Venezia, dove ebbe luogo un’animata discussione con i sostenitori della cosiddetta “eresia trilingue”: costoro ritenevano che vi fossero solo tre lingue in cui si poteva lecitamente lodare Dio: l’ebraica, la greca e la latina. Ovviamente, a ciò i due fratelli si opposero con forza. A Roma Cirillo e Metodio furono ricevuti dal Papa Adriano II, che andò loro incontro in processione per accogliere degnamente le reliquie di san Clemente. Il Papa aveva anche compreso la grande importanza della loro eccezionale missione. Dalla metà del primo millennio, infatti, gli slavi si erano installati numerosissimi in quei territori posti tra le due parti dell’Impero Romano, l’orientale e l’occidentale, che erano già in tensione tra loro. Il Papa intuì che i popoli slavi avrebbero potuto giocare il ruolo di ponte, contribuendo così a conservare l’unione tra i cristiani dell’una e dell’altra parte dell’Impero. Egli quindi non esitò ad approvare la missione dei due Fratelli nella Grande Moravia, accogliendo e approvando l’uso della lingua slava nella liturgia. I libri slavi furono deposti sull’altare di Santa Maria di Phatmé (Santa Maria Maggiore) e la liturgia in lingua slava fu celebrata nelle Basiliche di San Pietro, Sant’Andrea, San Paolo.
Purtroppo a Roma Cirillo s’ammalò gravemente. Sentendo avvicinarsi la morte, volle consacrarsi totalmente a Dio come monaco in uno dei monasteri greci della Città (probabilmente presso Santa Prassede) ed assunse il nome monastico di Cirillo (il suo nome di battesimo era Costantino). Poi pregò con insistenza il fratello Metodio, che nel frattempo era stato consacrato Vescovo, di non abbandonare la missione in Moravia e di tornare tra quelle popolazioni. A Dio si rivolse con questa invocazione: “Signore, mio Dio…, esaudisci la mia preghiera e custodisci a te fedele il gregge a cui avevi preposto me… Liberali dall’eresia delle tre lingue, raccogli tutti nell’unità, e rendi il popolo che hai scelto concorde nella vera fede e nella retta confessione”. Morì il 14 febbraio 869.
Fedele all’impegno assunto col fratello, nell’anno seguente, 870, Metodio ritornò in Moravia e in Pannonia (oggi Ungheria), ove incontrò di nuovo la violenta avversione dei missionari franchi che lo imprigionarono. Non si perse d’animo e quando nell’anno 873 fu liberato si adoperò attivamente nella organizzazione della Chiesa, curando la formazione di un gruppo di discepoli. Fu merito di questi discepoli se poté essere superata la crisi che si scatenò dopo la morte di Metodio, avvenuta il 6 aprile 885: perseguitati e messi in prigione, alcuni di questi discepoli vennero venduti come schiavi e portati a Venezia, dove furono riscattati da un funzionario costantinopolitano, che concesse loro di tornare nei Paesi degli slavi balcanici. Accolti in Bulgaria, poterono continuare nella missione avviata da Metodio, diffondendo il Vangelo nella «terra della Rus’». Dio nella sua misteriosa provvidenza si avvaleva così della persecuzione per salvare l’opera dei santi Fratelli. Di essa resta anche la documentazione letteraria. Basti pensare ad opere quali l’Evangeliario (pericopi liturgiche del Nuovo Testamento), il Salterio, vari testi liturgici in lingua slava, a cui lavorarono ambedue i Fratelli. Dopo la morte di Cirillo, a Metodio e ai suoi discepoli si deve, tra l’altro, la traduzione dell’intera Sacra Scrittura, il Nomocanone e il Libro dei Padri.
Volendo ora riassumere in breve il profilo spirituale dei due Fratelli, si deve innanzitutto registrare la passione con cui Cirillo si avvicinò agli scritti di san Gregorio Nazianzeno, apprendendo da lui il valore della lingua nella trasmissione della Rivelazione. San Gregorio aveva espresso il desiderio che Cristo parlasse per mezzo di lui: “Sono servo del Verbo, perciò mi metto al servizio della Parola”. Volendo imitare Gregorio in questo servizio, Cirillo chiese a Cristo di voler parlare in slavo per mezzo suo. Egli introduce la sua opera di traduzione con l’invocazione solenne: “Ascoltate, o voi tutte genti slave, ascoltate la Parola che venne da Dio, la Parola che nutre le anime, la Parola che conduce alla conoscenza di Dio”. In realtà, già alcuni anni prima che il principe di Moravia venisse a chiedere all’imperatore Michele III l’invio di missionari nella sua terra, sembra che Cirillo e il fratello Metodio, attorniati da un gruppo di discepoli, stessero lavorando al progetto di raccogliere i dogmi cristiani in libri scritti in lingua slava. Apparve allora chiaramente l’esigenza di nuovi segni grafici, più aderenti alla lingua parlata: nacque così l’alfabeto glagolitico che, successivamente modificato, fu poi designato col nome di “cirillico” in onore del suo ispiratore. Fu quello un evento decisivo per lo sviluppo della civiltà slava in generale. Cirillo e Metodio erano convinti che i singoli popoli non potessero ritenere di aver ricevuto pienamente la Rivelazione finché non l’avessero udita nella propria lingua e letta nei caratteri propri del loro alfabeto.
A Metodio spetta il merito di aver fatto sì che l’opera intrapresa col fratello non fosse bruscamente interrotta. Mentre Cirillo, il “Filosofo”, era propenso alla contemplazione, egli era piuttosto portato alla vita attiva. Grazie a ciò poté porre i presupposti della successiva affermazione di quella che potremmo chiamare l’«idea cirillo-metodiana»: essa accompagnò nei diversi periodi storici i popoli slavi, favorendone lo sviluppo culturale, nazionale e religioso. E’ quanto riconosceva già Papa Pio XI con la Lettera apostolica Quod Sanctum Cyrillum, nella quale qualificava i due Fratelli: “figli dell’Oriente, di patria bizantini, d’origine greci, per missione romani, per i frutti apostolici slavi” (AAS 19 [1927] 93-96). Il ruolo storico da essi svolto è stato poi ufficialmente proclamato dal Papa Giovanni Paolo II che, con la Lettera apostolica Egregiae virtutis viri, li ha dichiarati compatroni d’Europa insieme con san Benedetto (AAS 73 [1981] 258-262). In effetti, Cirillo e Metodio costituiscono un esempio classico di ciò che oggi si indica col termine “inculturazione”: ogni popolo deve calare nella propria cultura il messaggio rivelato ed esprimerne la verità salvifica con il linguaggio che gli è proprio. Questo suppone un lavoro di “traduzione” molto impegnativo, perché richiede l’individuazione di termini adeguati a riproporre, senza tradirla, la ricchezza della Parola rivelata. Di ciò i due santi Fratelli hanno lasciato una testimonianza quanto mai significativa, alla quale la Chiesa guarda anche oggi per trarne ispirazione ed orientamento. 


http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2009/documents/hf_ben-xvi_aud_20090617.html

giovedì 13 febbraio 2020

La presentazione più antica nella basilica di Santa Maria Maggiore di F. Bisconti



Fabrizio Bisconti



La presentazione più antica
nella basilica di Santa Maria Maggiore

 

   All’indomani del concilio di Efeso del 431, allorquando venne proclamata la divina maternità di Maria, Madre di Dio, il pontefice Sisto III (432-440) fece costruire sull’Esquilino il primo sontuoso santuario romano, che raccoglie molti motivi di riflessione riguardo l’infanzia del Salvatore: dal presepe di Arnolfo di Cambio alle sacre e singolari reliquie della culla del Bambino, dagli straordinari mosaici dell’arco trionfale, su cui torneremo, alla suggestiva icona della Salus populi romani, tanto cara a Papa Francesco
Santa Maria Maggiore. Arco Trionfale «Il sogno di Giuseppe» (V secolo)
  Nell’area dell’Esquilino, d’altra parte, insisteva un’altra basilica paleocristiana fatta erigere da Papa Liberio (352-366), secondo quanto ricorda il Liber Pontificalis: Hic fecit basilicam nomini suo iuxta macellum Libiae, non lontana dal santuario di Papa Sisto III, che, sempre secondo la medesima fonte hic basilicam sanctae Mariae, quae ab antiquis Liberii cognominabatur, iuxta macellum Libiae.
  Il macellum Libiae (=Liviae) non era altro che un grande mercato, dedicato a Livia, la moglie di Augusto, presso la porta Esquilina della cerchia muraria serviana, presso la basilica di San Vito. In quest’area, dunque, sorgeva la grande basilica dedicata a Maria, che ancora oggi possiamo ammirare e che mostra ancora l’impianto paleocristiano, corretto, specialmente nella porzione absidale, da Papa Niccolò IV (1288-1292), che fece demolire l’antica abside, per crearne una nuova, decorata da Jacopo Torriti, nel torno di anni che dalla fine del 1280 giunge al 1295, e che comporta la maestosa incoronazione di Maria.
   La primitiva abside sistina, quindi, è andata perduta, anche se doveva accogliere sicuramente un tema mariano. A essa si agganciava la rivoluzionaria decorazione di un arco, allora absidale, che doveva trattare un vero e proprio trattato mariologico. I temi della tradizione sono supportati e ampliati dall’apporto degli scritti apocrifi, a cominciare dalla scena dell’Annunciazione, ispirata al vangelo dello Pseudo-Matteo (IX, 2), che coglie la Vergine nel momento in cui fila la porpora per il Tempio. Senza soluzione di continuità, appare Giuseppe che ascolta un angelo annunziatore secondo quanto evocato da Matteo (1, 20-21), che richiama la scena del sogno, situata all’estremità destra del registro, che racconta il momento in cui si ordina la fuga in Egitto (Matteo 2, 13).
   L’arco trionfale è campito, al centro, dal trono dell’Etimasia in clipeo, tra Pietro e Paolo. Proprio a destra di questo gruppo apocalittico, rafforzato dalla solenne epigrafe di autentica pontificia (Xystus Episcopus plebi Dei), si stende la storia della presentazione al Tempio: Maria, seguita da due angeli, in abito da sovrana, entra nel portico del Tempio di Gerusalemme. Ha il bambino tra le braccia. Giuseppe, si volge a guardare Maria e leva le braccia, nel gesto dell’accoglienza. Si riconoscono, poi, la profetessa Anna, Simeone e un gruppo di anziani. Sullo sfondo si staglia la fronte del Tempio, dinanzi al quale sono una coppia di colombe e una di tortore pronte per il sacrificio. La scena, come si diceva, si aggancia al sogno di Giuseppe.
     Nei registri inferiori sfilano le scene dell’Adorazione dei Magi, dell’incontro di Gesù con Afrodisio a Sotine, della strage degli innocenti, dei Magi dinanzi a Erode, delle rappresentazioni di Gerusalemme e Betlemme. Nella navata, entro riquadri, ancora musivi, scorrono le storie di Abramo, di Lot, di Giacobbe, di Isacco, di Esaù, di Mosè, di Giosuè.
    Il Vecchio e il Nuovo Testamento si intrecciano, la prefigurazione veterotestamentaria trova la sua soluzione nell’Infantia Salvatoris e Maria rappresenta l’anello di congiunzione di questo racconto continuo e infinito.
   Torniamo al quadro della presentazione al Tempio, che proprio nella basilica mariana trova la sua prima rappresentazione. L’episodio evangelico, narrato da Luca (2, 22-39), rievoca il momento in cui Maria e Giuseppe recano il Bambino al Tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo la sua nascita, per “offrirlo” a Dio, in ossequio all’ordine dell’Esodo (13, 2). Simultaneamente si celebrava la purificazione della madre, con un’offerta, a cui fa già cenno il Levitico (12, 6-8). In quell’occasione, la piccola famiglia incontrò il vecchio Simeone, a cui era stato predetto che non sarebbe morto senza aver visto il Messia. Luca riferisce anche della presenza dell’anziana vedova e profetessa Anna, che, pure, riconobbe il Messia.
  L’episodio “fotografa”, simultaneamente, l’offerta del primogenito, simbolicamente effettuata con i volatili, e la purificazione della puerpera e anticipa il sacramento del battesimo.
   La presentazione al Tempio viene celebrata dalla Chiesa cattolica il 2 febbraio ed è collegata alla suggestiva festa della candelora, durante la quale si benedicono le candele, simboli di illuminazione e purificazione. Questo rito popolare, un tempo, veniva celebrato il 14 febbraio, ossia quaranta giorni dopo l’Epifania, secondo quanto ricorda la nobile pellegrina Egeria, che, nella sua Peregrinatio, racconta di una festa solenne e assai suggestiva, che si assimila al rito del “lucernario”, allorquando «si accendono tutte le lampade e i ceri, provocando, così, una luce grandissima» (Peregrinatio Aetheriae 24, 4), recuperando l’antico rito romano dei Lupercalia, che si celebrava a metà febbraio, con una grande fiaccolata, proprio con l’intenzione rigenerativa della purificazione.


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