martedì 8 ottobre 2019

Franca Maschio , Una pittura di " Luce "


Franca Maschio

Una pittura di " Luce "



" ... L'Arte , per me è sempre Sacra , perchè nobilita l'uomo . L'Arte è creazione e ci permette di lodare l'artefice di tante bellezze ! L'Arte è Chiesa , perchè entra nelle nostre case . L'Arte è saper leggere con gli occhi dell' Amore , la luce del Sole . Vorrei esprimere la musica del Vangelo con la naturalezza di un bimbo , che guarda incantato , lo splendore della verità . Vorrei dipingere le ali degli Angeli , come mantello luminoso che sfiora il nostro cammino . Con la grazia , questo potrà avvenire , perchè la vita è un miracolo continuo... " . Franca Maschio




















Premessa

Esiste un mondo di sguardi, di gesti, di suoni, di sapori che si è tramandato nel corso dei secoli, accompagnando la fatica delle generazioni che ci hanno preceduto, nutrendosi e caratterizzandosi delle gioie e delle tristezze dei nostri antenati. Questa è la pittura del primo periodo di Franca Maschio, dove le sue tele racchiudono paesaggi, volti e figure umane sottratti all’oblio del tempo dove il mistero della natura, la realtà oggettiva, ma soprattutto l’uomo è visto in tutta la sua dimensione esistenziale, che è poi solitudine, angoscia, tormento anche quando è parte di una collettività, di una folla.

La ricerca artistica di Franca Maschio è una esigenza interiore, è una volontà di trovare nuove ispirazioni, di cogliere nuovi nessi e legami intimi fra le cose, è capire meglio la realtà che ci circonda. In questa ottica diventa fondamentale anche la ricerca storica, lo studio delle tradizioni popolari. L’arte è studio dell’uomo e della natura. Ma anche l’uomo e la storia sono un connubio inscindibile. La storia è realizzata e raccontata dagli esseri umani, in questa dimensione si fondono tanti elementi. La storia è fatta dei grandi eventi ma anche da tante piccole storie, da tanti episodi di un microcosmo sconosciuto, da culture popolari, da tradizioni. Se da un lato la pittrice recupera i valori tradizionali di un mondo ormai perduto, dall’altra si rende conto che l’uomo moderno soffre di solitudine: di una solitudine demoralizzante, angosciosa, di una solitudine psicologica, di natura morale e spirituale, una difficoltà a comunicare con gli altri.

Ciascuno è talmente preso da se stesso, dai ritmi insostenibili della modernità, dai tristi riti del consumismo, da non riuscire più a condividere con gli altri le gioie più semplici e genuine in una società di massa, dove la folla domina incontrastata sull’individuo, svuotandolo di ogni significato. L’uomo anche se raffigurato all’interno di un gruppo o di una folla, rimane sempre solo, alla continua ricerca di una propria identità interiore. Il tema del “gruppo” che spesso la critica ha voluto interpretare, non sempre coerentemente o correttamente, con il tema della solitudine, è strumento per l’artista per studiare la figura umana in più prospettive in “visioni dinamiche di gruppo”, in rapporto ai movimenti, alla staticità. Due le caratteristiche di una seconda fase che non facilmente si riescono ad amalgamare con la personalità impulsiva e a volte contraddittoria dell’artista.

Attenzione all’attualità, all’ipocrisia dei tempi moderni e la raffigurazione dei manichini, non sono altro che caricature della tragedia umana. Ognuno di noi indossa una maschera: “L’essere umano” che, ridotto ad automa, apparentemente inespressivo, diventa simbolo di un mosaico dove ognuno di noi deve trovare una giusta allocazione come un tassello nell’universo. E la maschera di pirandelliana memoria indica il “ruolo” che viene recitato dall’uomo durante la vita di tutti i giorni, l’uomo è costretto a recitare e ad indossare una maschera per farsi accettare dalla società in cui vive. La ricerca continua della propria identità la quale non è possibile da individuare poiché in ogni individuo vi sono più personalità: ognuno ha più personalità che assume in base agli opportunismi della vita quotidiana e che la società, la collettività lo obbliga ad assumere. Altra tematica trattata dalla pittrice è la tragedia dei bambini non nati e ciò che sarebbero stati, e cosa avrebbero significato.

“Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli” (Mt 19,14; cfr. Lc 18:15-16); “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me” (Mc 9:37); “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18:3); “Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18:4).

In definitiva una pittura che nasce da un atteggiamento impulsivo, combattivo, e che proviene da un’anima sempre in tensione, in bilico in una lacerazione interiore, perché pura, sincera, cristallina, spesso insoddisfatta, protesa ad una voglia di continuo miglioramento, perché in definitiva Franca Maschio è innamorata della vita, sostenuta da quel élan vital: il supporto dell’arte autentica.

Michele Miano

Premessa al libro
FRANCA MASCHIO
Sentimento e Incisività
2019, pag.88 a colori, 18€,
Guido Miano Editore
mianoposta@gmail.com




La Perdonanza Celestiniana
Il 28 agosto, come tutti gli anni dal 1294, all’Aquila si celebra la Perdonanza Celestiniana, una sorta di giubileo permanente voluto da un eremita, Pietro da Morrone, diventato papa con il nome di Celestino V ed incoronato nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio. Il nome di Perdonanza deriva dalla “Bolla del perdono” che introduceva i concetti di pace, solidarietà e riconciliazione.
Per ottenere il perdono sono necessari l’ingresso nella basilica di Collemaggio e l’essere veramente pentiti e confessati. Il corteo della Bolla, che ancora oggi, ogni 28 agosto, sfila, in abiti d’epoca, per le strade della città, è coevo al rito del perdono: accompagna la bolla dell’indulgenza celestiniana dal palazzo del magistrato alla basilica di Santa Maria di Collemaggio.
Laura Serena Miano











Davanti alla Chiesa San Pietro in L'Aquila Gente di paese



FRANCA MASCHIO : biografia
Franca Maschio , nata a Conegliano Veneto (TV), vive ed opera a Milano - Studio 1 - viale Papiniano, 31 20123 Milano - Studio 2 - via Walder 9/L - Parco Ponti - 21100 Varese
Ha al suo attivo mostre personali e collettive in Italia e all’estero.
Collezioni presso privati in: Italia - Ginevra - Lugano - Amburgo - Buenos Aires - Rio de Janejro - Dayton (USA) - Tripoli (Libia).
Genere: Figurativo-moderno, ritratto, arte sacra.



Crete Toscane

Attualmente l'artista Franca Maschio sta ricercando su di un figurativo-critico nei confronti della società contemporanea, evidenziando le negatività di una esistenza contrastata e non in grado di esprimere e sviluppare armonicamente la propria vita. Le immagini denunciano lo squilibrio e l'inquietudine di oggi, fattori che si ripercuotono negativamente anche sui soggetti più puri e indifesi, come i bambini.









"QUESTI SONO I PIU' PICCOLI, QUELLI CHE CI OSSERVANO, I PICCOLI CHE SOFFRONO NEL MONDO, A LORO DEDICO LE PAROLE INCORAGGIANTI DEL SANTO PADRE: NON ABBIATE PAURA!!!!!!!!!!!!!!!!! " Franca Maschio



CONCORSI :

n 1972 Concorso Int.le “Lanzone da Corte” - Milano - Medaglia d’argento
n 1972 Concorso Int.le “ Il Pavone D’oro” - Milano - Medaglia d’argento
n 1973 Concorso Int.le “La Cornice D’oro” - Genova - Palazzo Doria - Med. argento
n 1973 Gran premio “La Simonetta” - Bergamo - Targa di bronzo
n 1975 Concorso Int.le “I Cent del Guast” - Milano - Medaglia d’oro
n 1975 Premio int.le “Lombardia 1975” - Milano - Targa di bronzo
n 1975 Palais de Beaux Art “Salon de l’Art libre” - Parigi - Medaglia d’argento
n 1976 Art Mondial Gallery - Milano - Cornice d’oro


MOSTRE COLLETTIVE :

n 1969 Galleria “Il Triedro” - Milano
n 1971 Galleria “La Montagnetta” - Milano
n 1971 Galleria “Il Bottegone” - Milano
n 1972 Galleria d’Arte “Gorsi” - Milano
n 1972 Galleria “Alba” - Ferrara
n 1973 “Art 4 - ‘73” - International Kuntmesse Art - Basilea
n 1973 “Devonshire Art Gallery” - Londra
n 1974 Palazzo del Turismo - “Mac 1974” - Milano
n 1977 “Adast Comune di Milano” - Museo della Scienza e della Tecnica - Milano
n 1977 “Runo per l’affresco” - Grande affresco per le vie di Runo - Runo (VA)
n 1985 Palazzo del Turismo, “Ex Arengario” - Sala delle colonne - Milano
n 2004 MercArt04 , Lugano
n 2004 D'Ars Agency , CVB SPACE , New York
n 2004 D'Ars Agency , Berliner Kunst Project , Berlino


MOSTRE PERSONALI:

n 1966 “12 Pannelli 2m x 1m” - Padiglione Costumi e Tradizioni - Fiera di Tripoli - Libia
n 1973 “Devonshire Art Gallery” - Londra
n 1976 Hotel San Michele - Val Formazza (NO)
n 1977 Palazzo del Comune - Runo (VA)
n 1978 Galleria “La Loggetta” - Jesolo Lido - Venezia
n 1982 Galleria “Coin d’Art” - Genova
n 1984 Hotel Touring - Sala Mostre – Milano
n 1985 “Comunità Cenacolo” - Mostra personale - Realizzazione Pala d’altare - Napoli
n 1987 Palazzo Comunale di Arese - “Pro Lega Italiana Tumori” - Cesano Maderno (MI)
n 1988 Galerie Du Cygne - Vieille ville - Ginevra
n 1989 Hotel Villa dei Tigli - Sala Esposizioni - Rodigo (MN)
n 1996 Palazzo D’Avalos - Patrocinio Comune di Vasto - Vasto(CH)
n 1996 Galleria d’Arte Magazzeni - Antiquariato - Giulianova (TE)
n 1998 Castello Cinquecentesco dell’Aquila “Forte Spagnolo”
n 2002 Elisir Art Gallery , Altopascio , Lucca
n 2003 Centro Arte Moderna , Pisa


BIBLIOGRAFIA:

n Agenda del Collezionista
n L’elicottero - Lugano
n La Nuova Rivista Europea - NRE
n Silarus
n “L’Anno Santo Straordinario 1983-1984” - Ed. Libreria Vaticana - Roma
n Comanducci - “Annuario 8-9-10-11-15-17”
n Comanducci - “Annuario 10” - in copertina
n Comanducci - I Profili - “Franca Maschio” - La donna nell’Arte
n Rimeco Art 1982-1983 - Lugano
n Comune di Milano - “ADAST Milano ieri, oggi e domani”
n “Maestri d’oggi” - Edizioni Piperno - Roma
n “Lexicon dell’Arte Italiana” - Ed Guido Miano - Milano

Numerosi articoli apparsi nei quotidiani: Il Giorno, Il Cittadino, La Prealpina, Il Centro, Il Messaggero Veneto, L’Idea di Napoli, Il Resto del Carlino, etc...



CRITICI D’ARTE CHE HANNO PARLATO DI LEI :

Ignazio Mormino ,Giorgio Falossi ,Luigi Valerio, Francois Perche , Bruno Gallo , Nino Miglierina , Umberto Ursomando , Mirella Taverna , Fabrizia Negri , Antonino De Bono , Dante Angeleri , Elio Marcianò , Eugenio Cutolo , Felice Ballerio , Simonetta Belghesini , Cristina Fasce , Adrj Stella , Luigi Braccilli , PMB , Grazia Felli


Critica d'arte :

«... Paesaggi assolati, figure che si muovono nella luce, proiettando sulla terra le loro ombre. Sono uomini, donne e contadini dalle mani grosse e callose, dagli sguardi profondi e la pelle scura, sono bambini che corrono tra i prati, sono cavalli che trainano il carro col fieno. Tutto palpita, tutto è vivo, inondato di luce in questa estate perenne. Dove appare il mare stupisce la trasparenza dell'acqua, quella stessa trasparenza che ritroviamo nei cieli limpidi che rischiarano la campagna. Ovunque, anche nelle immagini più statiche, compaiono la fatica ed il lavoro, la consapevolezza e la rassegnazione solo apparente ad un destino di fatica e nello stesso tempo l'inevitabilità di ciò che si compie in questa atmosfera lontanissima dalla vita caotica dei nostri giorni. Tutti questi elementi compongono le tele di Franca Maschio, pittrice dai tratti decisi e dai colori caldi... Di lei hanno scritto numerosissimi critici, tutti ribadendo come la scelta di queste scene di lavoro campestre rappresenti un modo per trasmettere sensazioni, un'occasione per far conoscere questo mondo popolaresco dove le piccole cose ed ogni gesto assumono un particolare significato, dove le parole perdono consistenza per lasciare libero sfogo alle impressioni visive, alle interprefazioni profonde ed incontaminate. Il paesaggio e le figure umane formano un tutt'uno, un insieme racchiuso in cui niente manca e niente è troppo, ma tutto volge ad un equilibrio, a semplicità non solo esteriore sintomo di un qualcosa che va al di là dello spazio e del tempo... ». Cristina Fasce

Il coinvolgimento emotivo è l'ascissa su cui Franca Maschio da la prima dimensione di una vibrante ispirazione. L'impatto con la sua pittura, che segna itinerari umani dolenti, è violento e appassionante. I protagonisti delle tele non hanno temporalità ne spazio. La loro vita ha la scansione inesorabile del lavoro-fatica biblico, dei ritorni dal sapore immutabile di un rito, delle attese ove consumare in dignitoso silenzio, i giorni. La terra è quella mediterranea, assolata, pregnante, sotto cieli luminosi; le figure, uomini e donne, hanno una interiore tensione, in cui si fondono ribellione e rassegnazione ad uno schema di società contadine, dagli eterni e conosciuti rituali.

Il paese rurale ritrova i costumi di ogni tempo. Le donne alla fonte, gli anziani all'osteria, la processione multicolore per la campagna, una vecchia seduta, le mani abbandonate nel grembo. Emana da tali espressioni, una sorta di sacralità, senza accenno alcuno alla pietà. E' una sottolineatura penetrante della vita semplice, legata ad un mondo forzatamente emarginato dalle leggi del consumismo della città. I colori lussureggianti delineano con prepotenza le stagioni della terra colta all'apice dell'esuberanza delle messi o dei contrasti riverberi autunnali. La luce gioca con sapienza con i personaggi si da dischiuderne le meditazioni più segrete, quasi la figura umana acquisti una presenza simbolica a datare un destino immutabile. Il momento descrittivo si consuma con accorata suggestione, senza scadimenti retorici; la Maschio intende così offrire un ampio motivo di riflessione che si può concretizzare in un ritorno alla dignità della vita. Fabrizia Negri

Franca Maschio, pittrice di comprovata meditazione ed elevato senso critico» si esprime in moderna chiave pittorica non rinunziando alla base veristica». Le sue opere, lette con scrupolosa attenzione» evidenziano la vita quotidiana duttile alle più comuni azioni dell'uomo di ieri e di oggi» L'uomo, principale essere dell'universo, padrone delle cose e schiavo della loro regolarizzazione viene elevato, dall'artista sta, al massimo idillio per la sua laboriosità e promozionalità umana.Franca Maschio recependo per intero il binomio "vita e lavoro" non sfugge alle conseguenti cause legate ad essi, ma ne comprova gli effetti derivanti» Di ciò ne danno testimonianza le sue tele "Giovani mondine" e "Gente di ieri"» Le sue impressioni pittoriche, articolate tra masse e piani, plasticità delle forme e della flessibilità del segno, reggono inconfutabilmente l'equilibrio della composizione ed il pieno possesso della tematica concettuale» La qualità cromatica, anch'essa di primaria importanza, che confluisce sulla stesura dell'opera, contribuisce a coinvolgere l'osservatore più acuto alla ricerca del fine esposto» Umberto Ursomando



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Fonte :
Carmelo Miano, Michele Miano , GUIDO MIANO EDITORE , mianoposta@gmail.com
www.francamaschio.com , sito ufficiale dell'artista Franca Maschio.
http://www.informusic.it , INFORMUSIC , il primo portale di musica cristiana , a cura di Paola Maschio .



mercoledì 18 settembre 2019

Benedetto XVI. Per una teologia dell'arte, di Lucio Coco


Benedetto XVI. Per una teologia dell'arte.
di  Lucio Coco



"L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito." Benedetto XVI.

1.Più volte durante il suo pontificato Benedetto XVI ha toccato il tema dell'arte. Talvolta si tratta solo di riferimenti in discorsi fatti in diverse circostanze (viaggi, domande e risposte con il clero delle diocesi, udienze), altre volte invece egli pone questo argomento al centro delle sue riflessioni in particolare nell'occasione dell'incontro con gli artisti del novembre 2009 e nei messaggi indirizzati alle istituzioni culturali della Santa Sede (Pontificio Consiglio della Cultura, Pontificie Accademie). E' lo stesso papa Ratzinger inoltre a inscrivere le coordinate dei suoi insegnamenti sull'arte ponendole in continuità con il magistero dei suoi predecessori. In questo senso la Lettera agli artisti di Giovanni Paolo II (4 aprile 1999) e il testo del Messaggio che Paolo VI indirizzò agli artisti in chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, l’8 dicembre 1965, sono documenti puntualmente richiamati da Benedetto XVI nei suoi interventi e anche il fatto che la Cappella Sistina sia stata lo scenario per accogliere gli artisti nell'incontro del 21 novembre 2009 trova un'altra importante corrispondenza e punto di contatto nella messa che in quella stessa sede papa Montini aveva celebrato per gli artisti il 7 maggio 1964.


2.Nel tessere il discorso sull'arte papa Benedetto non rinuncia mai a quella che è la sua impostazione di fondo nell'affrontare i temi teologici, ovvero il rapporto tra fede e ragione. La complessità di questa dialettica è sempre tenuta ben presente dal papa teologo: “La fede deve continuamente affrontare le sfide del pensiero di questa epoca, affinché essa non sembri una sorta di leggenda irrazionale che noi manteniamo in vita, ma sia veramente una risposta alle grandi domande; affinché non sia solo abitudine ma verità – come ebbe a dire una volta Tertulliano” (Discorso 6.8.08). Fede e ragione non sono in conflitto, ma la prima, se vissuta come servizio alla verità, è capace di allargare gli orizzonti della seconda. In questo senso la ragione, il logos, non è solo un logos tecnico, il logos di una razionalità asettica e prettamente scientifica, ma è un logos creatore. E in quanto ha questo carattere più ampio “esso è un logos che è amore e quindi tale da esprimersi nella bellezza e nel bene” (ib.). Pertanto se il confronto tra fede e ragione è quello che rende accessibile la via della verità, diversamente si rischierebbe di smarrire la strada e si finirebbe nell'errore, nel senso etimologico del termine di un errare che non conosce fine e destinazione, importante secondo Benedetto XVI è cogliere anche la relazione tra arte e fede “perché la verità, scopo e meta della ragione, si esprime nella bellezza e diventa se stessa nella bellezza” (Discorso, 6.11.10).


3.L'apertura al bello corrisponde dunque a un allargamento della facoltà razionali. Essa inserisce in ciò che è solamente logico qualcosa di imprevedibile, che ne scardina la rigidità e ne esalta, come avviene nell'opera d'arte, le potenzialità. In tal modo il bello diventa un complemento necessario, se non imprescindibile, del vero. E' l'altra via che si apre nella ricerca della verità. Non solo quella della speculazione filosofica e dell'indagine teologica – la cosiddetta via veritatis – ma quella “la via della bellezza”, la via pulchritudinis, che è “uno dei possibili itinerari, forse quello più attraente ed affascinante, per comprendere e raggiungere Dio” (Messaggio, 24.11.08). Dove c'è bellezza, c'è verità. Essa è quasi una prova a posteriori dell'esistenza di una forza creatrice all'origine di tutto: “Dove nascono cose del genere, – si chiede il papa a proposito di un'arte che a lui sta molto a cuore, la musica – c’è la Verità. Senza un’intuizione che scopra il vero centro creativo del mondo, non può nascere tale bellezza” (Discorso 6.8.08). Ma ugualmente, dove c'è verità c'è bellezza. In essa infatti traspare lo splendore della luce divina, il riflesso, come la definiva sant'Agostino, della “Bellezza immutabile” (Sermo CCXLI, 2: PL 38,1134). La via della bellezza è alla base di una esperienza spirituale che consente di “cogliere il Tutto nel frammento, l’Infinito nel finito, Dio nella storia dell’umanità” (Discorso, 21.11.09). Nella misura in cui si fa espressione di questo rimando alla Trascendenza, l'arte è sempre veicolo e strumento di un percorso religioso e di elevazione a Dio ed essa si presenta come una vera e propria forma mistica che permette di “avvicinarsi al Mistero di Dio” (Catechesi, 18.11.09). Il sublime dell'arte, è affermato con chiarezza, sta proprio “nell'esprimere irresistibilmente questa presenza della verità di Dio” (Catechesi, 31.8.11).


4.Dalle implicazioni tra arte e fede e tra arte e verità derivano altre importanti osservazioni di Benedetto XVI. Il bello infatti è percezione del vero, ma il vero è anche il bene, per cui la ricerca estetica è sempre anche una ricerca etica e valoriale. Il riferimento etimologico alla lingua greca aiuta il pontefice a chiarire meglio tale relazione. In questo idioma l'aggettivo kalón significa infatti indistintamente ciò che è bello e ciò che è buono. C'è dunque un rapporto intrinseco tra bellezza e bontà, tra estetica ed etica. E' la verità stessa, che si rivela nell'opera d'arte, a formare le coscienze e ad educare alla virtù. Il valore morale dell'arte è implicito nel suo legame con il vero e con il bello. Ed è questo un dato imprescindibile a meno di non voler ridurre tale relazione a un fatto del tutto esteriore e confinarla in una forma di “estetismo”, di una ricerca cioè fine a se stessa del bello che, separata dalla verità e dalla bontà, si trasforma in un percorso “che sfocia nell'effimero, nell'apparire banale e superficiale o addirittura in una fuga verso paradisi artificiali, che mascherano e nascondono il vuoto e l'inconsistenza interiore» (Messaggio, 24.11.08). L'arte perciò ha una sua esplicita funzione etica e morale nella misura in cui essa serve alla verità, rendendola manifesta e percepibile attraverso le diverse forme per mezzo di cui si realizza e si incarna (discipline pittoriche, plastiche, musica, letteratura) e, nello stesso tempo, ha una validità teologica, in quanto il grado di bellezza e di verità che attraverso tali espressioni viene raggiunto rimanda ad un “oltre, ad un’altra bellezza, verità e bontà che soltanto in Dio hanno la loro perfezione e la loro sorgente ultima” (ib.).


5.Per Benedetto XVI l'arte si configura dunque come un percorso di elevazione morale e spirituale verso Dio ovvero, parafrasando quel san Bonaventura che ha studiato nella sua giovinezza, come un itinerarium mentis in Deum. E tutte le arti costituiscono una prova di questo slancio verso l'Eterno e l'Infinito. Cosa sono, secondo papa Ratzinger, le cattedrali gotiche se non una testimonianza di pietra “dell'anelito delle anime verso Dio” (Catechesi, 18.11.09)? E le chiese romaniche non contengono esse stesse un invito più intimo a rivolgersi a Dio nelle forme “del raccoglimento e della preghiera” (Catechesi, 31.8.11)? Quante volte, si domanda ancora papa Benedetto in maniera appassionata, i quadri, gli affreschi, le pitture “ci spingono a rivolgere il pensiero a Dio e fanno crescere in noi il desiderio di attingere alla sorgente di ogni bellezza” (Catechesi, 31.8.11)? Come si è detto, per la sua formazione e per la sua personale inclinazione un posto particolare in questo itinerario in Deum è attribuito da Benedetto XVI alla musica. Essa, forse più di altre, ha il potere di “aprire le menti e i cuori alla dimensione dello spirito e condurre le persone ad alzare lo sguardo verso l’Alto, ad aprirsi al Bene e al Bello assoluti, che hanno la sorgente ultima in Dio” (Discorso, 29.4.10). Alla musica è sempre sottesa un'esperienza ed un'elevazione spirituale che possono portare la persona a un contatto più diretto con Dio. In tal senso la musica più di altre forme artistiche si avvicina alla preghiera: “Non è un caso – dice il pontefice a riprova di questa constatazione – che spesso la musica accompagni la nostra preghiera. Essa fa risuonare i nostri sensi e il nostro animo quando, nella preghiera, incontriamo Dio” (Discorso, 11.8.12).


6.L'estetica di papa Ratzinger può essere estesa a tutti i soggetti che fanno arte. Egli perciò non manca di rivendicare alla Chiesa il ruolo centrale che ha avuto nella storia delle arti. L'espressione artistica è un fatto costituivo della Chiesa (cfr Discorso, 6.11.10). E se ciò è stato vero per il passato, tanto più questo legame è necessario nella contemporaneità e nella post-modernità. Il dialogo tra arte e fede deve perciò continuare anche nel presente: un'arte infatti che smarrisse il contatto con la fede, che rinunciasse a quelle radici che l'hanno fatta grande e degna di ammirazione di fronte a tutte le culture e a tutte le civiltà del mondo, sarebbe un'arte lacunosa e sarebbe impropriamente arte: “L’arte che perdesse la radice della trascendenza, – è questa la sintesi folgorante di Benedetto XVI – non andrebbe più verso Dio, sarebbe un’arte dimezzata, perderebbe la radice viva; e una fede che avesse l’arte solo nel passato, non sarebbe più fede nel presente” (Discorso, 6.11.10). Arte dunque e teologia, arte e ricerca di Dio sono queste le istanze che rendono l'espressione artistica degna di tale nome, che le danno significato nella misura in cui si mettono e ci mettono sulle tracce di un Senso capace di restituire pienezza e valore alle nostre esistenze. E proprio di questo, può dire papa Benedetto indirizzandosi direttamente agli artisti nella Cappella Sistina, dobbiamo essere grati alle arti e a chi, impegnato attivamente in esse, si fa autenticamente interprete di quella esigenza eterna dell'anima umana “di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé... verso il Mistero di cui siamo parte e da cui possiamo attingere la pienezza, la felicità, la passione dell’impegno quotidiano” (Discorso, 21.11.09).

Lucio Coco



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Fonte:  www.fondazioneratzinger.va/content/fondazioneratzinger/it.html 

lunedì 2 settembre 2019

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI AGLI ARTISTI



CHIUSURA DEL CONCILIO VATICANO II 
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AGLI ARTISTI

1 Ora a voi tutti, artisti che siete innamorati della bellezza e che per essa lavorato: poeti e uomini di lettere, pittori, scultori, architetti, musicisti, gente di teatro e cineasti... A voi tutti la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici!
2 Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi. Voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. L’avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere comprensibile il mondo invisibile.
3 Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi. Essa vi dice con la nostra voce: non lasciate che si rompa un’alleanza tanto feconda! Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità divina! Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Santo!
4 Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani...
5 Che queste mani siano pure e disinteressate! Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo: questo basti ad affrancarvi dai gusti effimeri e senza veri valori, a liberarvi dalla ricerca di espressioni stravaganti o malsane.
6 Siate sempre e dovunque degni del vostro ideale, e sarete degni della Chiesa, la quale, con la nostra voce, in questo giorno vi rivolge il suo messaggio d’amicizia, di saluto, di grazie e di benedizione.

8 dicembre 1965

 http://www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651208_epilogo-concilio-artisti.html

domenica 1 settembre 2019

LA CARITÀ COME MINISTERO ECCLESIALE, a cura della Caritas Diocesana Vicentina


LA CARITÀ COME MINISTERO ECCLESIALE

a cura della Caritas Diocesana Vicentina


Come affermazione preliminare diciamo subito che nessuna azione di Dio può incidere nella storia se non diventa libera azione della creatura. In concreto Dio suscita l’amore degli uomini, non li sostituisce. Ora in forza del Battesimo, l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori (= è lo Spirito Santo), per cui il nostro agire umano, le nostre relazioni, le nostre scelte diventano il luogo in cui la carità di Dio (l’amore effuso su di noi) si fa visibile ed efficace nella storia.
E’ vero però che la manifestazione storica della carità di Dio non si esaurisce nella testimonianza dei singoli credenti, ma trova la sua forma più completa ed efficace nella comunità cristiana entro cui il singolo credente vive la sua fedeltà al Vangelo.
Non è casuale che il cammino della Chiesa italiana in questi anni del dopo Concilio risulti un continuo invito alle chiese affinché progettino la loro azione pastorale alla luce di quell’obiettivo primario che punta a comunità che “annuncino”, “celebrino” e “testimonino il Vangelo della carità”. Sta di fatto però che, nonostante la progettualità ecclesiale e il cammino ufficiale fin qui portato avanti, delle tre funzioni che articolano l’azione pastorale, quella che maggiormente rischia ancora di essere trascurata ed emarginata nell’ambito della vita parrocchiale è proprio la “testimonianza della carità”. E’ necessario pertanto interrogarsi anzitutto sulla natura e l’identità della carità cristiana, nonché sulle conseguenze in ordine alla natura e alla missione delle singole comunità. Noi cercheremo di dare una risposta a queste due esigenze.

I. LA FONTE CRISTOLOGICO-TRINITARIA DELL’AMORE/AGAPE

E’ vero però che l’uso inflazionato del termine “carità” e del suo corrispettivo “amore”, ci obbliga a precisarne il significato. Quando parliamo della carità, che cosa intendiamo, a che cosa ci riferiamo? Diciamo subito che la “carità  cristiana” (l’agape) prima di avere una connotazione antropologica (= elemosina) ed ecclesiologica ha una decisa e specifica connotazione cristologico-trinitaria.

  1. Il carattere cristologico-trinitario

Dall’analisi  dell’Antico e del Nuovo Testamento risulta chiaro che il punto di partenza per ogni discorso sulla carità è Gesù, il Crocifisso-risorto. Gesù si pone come il “luogo teologico” per eccellenza in cui la Chiesa impara a conoscere che cos’è la “carità” (agape). Il termine “carità/agape” infatti si offre come termine sintetico per descrivere e per annunciare la totalità dell’evento/Cristo. Basta ricordare la 1Gv 3, 16: “Da questo abbiamo conosciuto l’agape: Egli ha dato la sua vita per noi”. L’amore, la carità è il Cristo in quanto comunicazione salvifica di Dio/Padre alla libertà dell’uomo, animata dallo Spirito Santo. Gesù Cristo è la descrizione più completa, la Parola insuperabile dell’amore di Dio. Tutta la sua vita è contrassegnata dall’amore, dall’amore  più grande“. Egli è la parabola dell’amore di Dio, è colui che narra l’amore di Dio per gli uomini. Ne è anche l’interprete più completo e più autorevole. S. Giovanni lo chiama “l’esegeta di Dio”: “Dio nessuno l’ha mai visto, proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (=exeghesato)”.
Ora due sono i tratti che qualificano la vita di Cristo: il suo “essere-per-il-Padre” e il suo “essere-per-gli-uomini”.

- Il suo“essere-per-il-Padre” in una reciprocità assoluta d’amore, emerge soprattutto nella prassi della sua preghiera. Essa rivela una intimità filiale con Dio che non ha precedenti nella storia religiosa d’Israele e che trova espressione nel termine “Abba” con il quale si rivolge a Dio. Concretamente questo “essere-per-il-Padre”, sulla Croce in particolare si manifesta come una volontà totale di dedizione e unità di intenti.
- L’essere-per-gli-uomini. Questa seconda dimensione della sua carità coincide con la libera e storica dedizione di sé per gli uomini. Essa però non è altro che l’espressione storica dell’amore di Dio/Padre verso gli uomini. E’ per amore del Padre che egli si offre agli uomini e si dona fino all’annientamento di sé.

  1. La Pasqua rivelazione della carità/agape.

Il momento più alto in cui Gesù manifesta e realizza questo suo amore nei confronti degli         uomini è la sua Pasqua di morte e di risurrezione.
-         Che cosa avviene nella Croce? Non è soltanto la conseguenza del tradimento di Giuda e delle responsabilità delle autorità religiose e politiche del tempo, ma attraverso quelle vicende umane avviene una misteriosa consegna che Gesù fa di se stesso al Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 45) , “e chinato il capo consegnò il suo spirito” (Gv 19, 30). Si tratta di una consegna che ha il sapore di una dolorosa offerta per amore nostro e al nostro posto.
-         Ma il quella offerta che Gesù fa di se stesso c’è anche l’offerta più misteriosa che il Padre fa del suo Figlio per noi. Ce lo dice S. Giovanni nella sua prima lettera: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi per primo ed a noi ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4, 10). La croce dunque rivela anche l’amore di Dio Padre.
-         Diciamo che anche lo Spirito Santo è operante nella Croce. C’è un’espressione molto significativa di S. Giovanni a proposito della morte di Gesù. Egli dice che Gesù “chinato il capo consegnò lo Spirito” (Gv 19, 30), cioè consegna la sua vita, se è vero che Gesù è il frutto dell’azione dello Spirito. Lo consegna al Padre, come espressione del suo amore e il Padre glielo ridà in pienezza nella risurrezione perché lo riversi su di noi. Ecco il senso della Pentecoste che per noi coincide con il Battesimo. Là siamo stati investiti dell’amore di Dio Padre a Pentecoste che per noi coincide con il  nostro battesimo. Nel battesimo infatti, l’amore di Dio é stato “riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo” (Rom 5, 5)”
Ecco che cos’è la croce. Essa è la piena e totale manifestazione dell’agape di Dio in Cristo per l’umanità intera. E’ la storia dell’amore di Dio Padre, del Figlio suo Gesù Cristo e dello Spirito Santo. Sulla croce questo amore è entrato nella storia del peccato, del dolore e della povertà degli uomini, per cui Dio non è dunque un oscuro spettatore del dolore e della povertà umana, ma è entrato in una solidarietà d’amore con la sofferenza umana.
  
  1. Rapporto tra la carità ecclesiale e la carità che è Dio (=Dio è carità)

Se questa è l’origine e la forma trinitaria di quella carità che è Dio stesso e che viene riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito non è difficile intravedere quale sia il rapporto tra la vita della chiesa, in particolare delle nostre comunità parrocchiali e il mistero dell’amore/agape di Dio.

  1. Essa si presenta anzitutto come l’icona della carità di Dio. Infatti, essa è la comunità di coloro che sono attratti dal Crocifisso: che guardano a Colui “che è stato trafitto” (Gv 19, 37) e in lui contemplano lo spettacolo della carità del Padre e del Figlio, accolgono il loro dono che è lo Spirito e liberamente decidono di seguire Cristo facendosi essi stessi promotori e trasmettitori del suo evento di carità nelle trame variegate della storia degli uomini. “Configurata alla Croce – dicono i Vescovi, in ETC – la Chiesa è il grande sacramento della carità di Dio nella storia degli uomini” (ETC 24). Come il Cristo è la narrazione dell’amore del Padre nella forza dello Spirito, così la  comunità ecclesiale nella forza del medesimo Spirito “racconta l’evento/carità che è Cristo per farlo diventare in pienezza storia degli uomini”. “Nelle molteplici forme del suo servizio, essa deve rivelare il volto di Dio e non se stessa” (RTC , 21).
  2. Ma la carità di Dio eccede ed è inesauribile rispetto alla carità della Chiesa. La Chiesa,  consapevole che mai è in grado di tradurre in pienezza e in totalità la carità che è Dio stesso, sa di dover continuamente attingere a questa sorgente dell’amore di Dio. Ecco perché essa continuamente accoglie e proclama la parola di Dio, celebra l’Eucarestia, i luoghi non unici in cui attinge a questa carità
  3. La carità della Chiesa è realizzazione parziale e  anticipata del Regno di Dio. “Ogni autentico gesto di carità – dicono ancora i Vescovi – rappresenta nella storia degli uomini una realizzazione anticipata del Regno di Dio (ETC n 18).

II. LA CARITA’ E LA VITA DELLA COMUNITA’ CRISTIANA

Dalla caratterizzazione trinitaria della carità di Dio nella storia degli uomini scaturiscono alcuni tratti fondamentali  della carità come legge di vita della Chiesa. Diciamo subito che la forma storica continuatrice dell’amore di Dio manifestatosi in Cristo Gesù non sono tanto i singoli credenti, ma la comunità cristiana, intesa come luogo umano entro cui nasce, vive e si esprime il singolo credente. Tutto ciò chiede che la Chiesa sia pensata e attivata nel segno della carità.
- Lo ricordava lo stesso Giovanni Paolo II in un suo Discorso ai partecipanti al Convegno: “Carità come ermeneutica teologica e metodologia pastorale” (Roma 1987): “Tutto dev’essere pensato e attivato nel segno della carità per recare…la buona novella dell’amore di Dio in Cristo Gesù per mezzo della Chiesa”. E’ la Chiesa dunque il primo soggetto che dev’essere pensato e attivato nel segno della carità. Non basta alla comunità cristiana che i singoli facciano gesti di carità, è necessario che la stessa comunità ne dia testimonianza, esprimendosi in termini di carità.
- Dicono i Vescovi italiani in ETC ( n. 26) che bisogna rifare con l’amore il tessuto cristiano della comunità ecclesiale: “L ‘evangelizzazione e la testimonianza della carità esigono come primo passo da compiere, la carità di una comunità che manifesti in se stessa, con la vita e con le opere il vangelo della Carità”. E poco sopra, al n. 24 dello stesso documento, affermano che: “Configurata alla Croce, la Chiesa è il grande sacramento della carità di Dio nella storia degli uomini”.
Dire che la Chiesa è “sacramento” vuol dire sostanzialmente, secondo la definizione catechistica tradizionale di sacramento, che essa è “segno e strumento” della carità di Dio. Volendo usare due termini equivalenti, più esistenziali, possiamo dire che la comunità cristiana deve costruirsi prima come “koinonia”, cioè come “comunione di amore” perché il suo servizio, cioè la sua “diakonia” di carità sia credibile.

1. La Chiesa come “Koinonia”

La prima conseguenza dell’affermazione della carità come “forma” della Chiesa è che la Chiesa deve costruirsi come “koinonia”, cioè come comunione solidale e fraterna. Vuol dire che all’interno della Chiesa non solo le relazioni interpersonali debbono essere permeate il più possibile dalla “forma caritatis”, ma anche le istituzioni ecclesiali, così come le ha volute Gesù Cristo (Sacramenti, annuncio, ecc.) e come storicamente la Chiesa le ha evolute, devono essere testimonianza viva e trasparenza dell’agape divina.
E’ vero che questa preoccupazione di essere una “comunione” non è mai venuta meno nel corso della storia, però è anche vero che la Chiesa si è preoccupata di costruirla a partire dall’unità della fede, dei sacramenti e soprattutto a partire dall’unità gerarchica; molto meno a partire dal principio divino dell’agape.
Forse è a partire da questa carenza che si può spiegare, sia pure parzialmente, la conturbante storia dell’intolleranza cristiana. La preoccupazione di salvaguardare il “dogma” cristiano ha totalmente impregnato di sé tutta la cultura e civiltà, così da ingenerare dolorosi conflitti, senza che il“principio-carità” sia riuscito a determinare una cultura di tolleranza, di pace e di amore.

Se ci chiediamo che cosa comporta per la Chiesa pensarsi e costruirsi secondo il principio dell’amore, mi sembra che emergano questi dinamismi:
- Anzitutto essa deve rendersi accogliente dell’amore di Dio, dell’agape, della “charis “. Sono tutti termini che dicono che la Chiesa è fatta da Dio, dalla sua azione, che poi coincide con il dono dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo infatti è il nome proprio della carità di Dio. Si tratta di una Chiesa che si costruisce in obbedienza allo Spirito.
- Il secondo dinamismo coincide con lo sforzo di far sì che le “relazioni” tra i credenti si costruiscano secondo il principio della carità. Dicono i Vescovi italiani: “Ciascuno, secondo il proprio ministero e il dono dello Spirito ricevuto, deve sentirsi impegnato in prima persona a edificare la comunità nell’amore” (ETC n. 26). Non sono pertanto solo quelle che sono chiamate le “relazioni corte” (immediate) a dover essere espressione della carità, ma anche le cosiddette “relazioni lunghe” o mediate e istituzionali.

La “koinonia” pertanto come realizzazione storica dell’agape si deve tradurre a livello istituzionale: a) nel rapporto di collegialità e di primato tra il Vescovo di Roma e i singoli vescovi; b) nel rapporto tra i vescovi e i presbiteri all’interno del presbiterio diocesano; c) nel rapporto tra laici, vescovi e presbiteri; per non dire dei religiosi e delle religiose che sono appunto chiamati a rendere presente nel tessuto vivo della Chiesa e del mondo, attraverso l’amore reciproco, la carità di Dio.
Con molto realismo il documento dei vescovi (ETC) parla della comunione ecclesiale in termini di “riconciliazione”: “La Chiesa che nasce dalla carità di Dio, è chiamata ad essere carità nella concretezza quotidiana della vita e dei rapporti recipiroci fra tutti i suoi membri” (n. 27)
  
* Ora nella comunità cristiana ci sono delle riconciliazioni che devono partire dall’esigenza di “verità; sì perché una carità senza verità è ambigua, come è anche vero che una verità senza carità, non è la verità di Dio. I Vescovi ricordano tre situazioni di “non-verità” che hanno bisogno di essere riconciliate:
- superare le situazioni di cristiani che hanno una appartenenza solo parziale con la Chiesa ( es. cristiani divorziati, risposati, ecc.);
- la situazione di cristiani che vivono un pratico distacco o un esplicito dissenso dal suo insegnamento morale o dottrinale (es. aborto, divorzio, ecc.);
- la situazione di diffidenza, sfiducia, sospetto gli uni verso gli altri (es. movimenti, gruppi associazioni, ecc.).
* Ci sono poi delle riconciliazione che devono partire dalla carità. Qui il documento dei Vescovi non precisa nulla, ma è ovvio che andando agli orientamenti di questi anni la riconciliazione va nella linea della scelta preferenziale dei poveri. Non bisogna dimenticare l’invito ribadito più volte di “ripartire dagli ultimi”, una delle espressioni più forti e più impegnative che siano mai state dette e scritte. L’invito dei vescovi poi va anche nella linea delle “nuove povertà”, nella linea di “chi sbaglia”, dell’abbattimento delle barriere fisiche e linguistico-razziali.
Solo dunque una Chiesa che vive al suo interno la carità può soddisfare alla sua missione di essere “segno” credibile di quella carità che predica. Una Chiesa matrigna nei confronti dei suoi figli non può vantare credito quando annuncia l’amore di Dio. E’ in questo contesto che potrebbe essere opportuno una chiarificazione della dialettica “Fede-Carità”

Nb. La dialettica Fede-Carità:
Ovviamente le nostre osservazioni non riguardano l’analisi dell’atto di fede e di carità nei loro dinamismi intrinseci, ma si pongono là dove la carità e la fede passano nei segni, negli strumenti della comunicazione interpersonale, diventando così costitutivi di una comunione nella quale i singoli convergono per una riunione storica comune.
Quanto alla fede si è sempre sostenuto, e a ragione, che essa è il principio di aggregazione nella Chiesa, e questo in continuità con l’esperienza storica di Gesù e della Chiesa primitiva. Proprio per questo è chiaro che il criterio della carità e del!’amore non può sostituire quello della professione di fede come principio della esistenza della Chiesa e della sua comunione anche con il mondo.
E dobbiamo anche dire che la consapevolezza di questa priorità non è mai venuta meno nella coscienza della Chiesa. La purezza della fede, l’ortodossia ha sempre costituito un punto primario e decisivo nella vita e nella storia della Chiesa.
Il problema è di vedere se la ‘professione della fede” possa e debba intrecciarsi con la “professione della carità” in modo da costituire un unico principio dal quale scaturisca la Chiesa e il suo impegno.
Ora se noi analizziamo a fondo la natura della fede ci accorgiamo che essa non si esaurisce in un atto intellettuale ( la ‘fides fiducialis’ di ascendenza protestante) di adesione a delle verità astratte; essa è fondamentalmente accoglienza e traduzione storica dell’amore di Dio manifestatosi in Gesù Cristo.
La fede biblica è accoglienza di Cristo che, come dice Gv., è certamente verità, ma questa verità è ‘amore’ (cfr. I Gv. 4,7-8: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”). Pertanto a definire il cristiano, anche nella sua fede, è la sua capacità di amare. E’ la carità che genera la verità nei riguardi di Dio.
Se è la carità il criterio per definire l’autenticità della fede, si possono allora ipotizzare diversi casi nei quali la fede non è autentica:
- Chi, per es., riduce la fede a semplice “credenza”(= ritenere per vere le affermazioni rivelate) si illude di essere giusto.
- Come anche l’atteggiamento di chi, pur comportandosi onestamente, non è animato dalla “carità di Cristo”, non può essere considerato ‘giusto’. Non bastano i buoni comportamenti per avere la vita in pienezza. S. Paolo infatti ricorda che anche chi dona i propri beni, e la vita stessa per i fratelli, ma non è animato dalla “carità di Cristo” (= agape) agisce invano (1 Cor c. 13). Solo la fede intesa come accoglienza e manifestazione dell’amore di Dio, che in Gesù è diventato carne, introduce nel Regno. Alla luce di queste considerazioni appare chiaro che il principio che identifica il credente è costituito da un duplice movimento: a) dall’accoglienza dell’amore di Dio manifestato in Gesù Cristo; b) dalla manifestazione di questo stesso amore. Il Vangelo riassume bene il tutto dicendo: “fare la verità”: “Chi fa la verità viene alla luce”(Gv 3,21).
Le ricadute ecclesiologiche sono abbastanza ovvie. La Chiesa non può essere definita compiutamente con la espressione: “comunità dei credenti”, ma comunità di credenti che in nome di Dio amano. La Chiesa non è compiutamente costituita soltanto da chi ha una retta dottrina, ma da chi, oltre alla retta dottrina, manifesta l’amore di Dio agli uomini in modo efficace e storico.
Portando al paradosso la provocazione si potrebbe dire: Se nella Chiesa non vi fossero santi capaci di amare, ma vi fossero solo dottori dotati di profonde conoscenze, la Chiesa non sussisterebbe. Una comunità di credenti in cui non circola “la carità di Cristo” finisce per non essere “sacramento di salvezza” e non costituisce perciò la Chiesa di Cristo. Carità e Fede dunque non sono due realtà opposte, né due poli lontani, ma si richiamano vicendevolmente per una reciproca pienezza.

2. La Chiesa come “Diakonia”
La Chiesa però non si esaurisce nell’essere “segno” della carità di Dio; essa si realizza pienamente solo quando se ne fa anche “strumento “, quando cioè si fa “diakonia”, servizio di carità. La Chiesa cioè si deve far ministra di carità, riconoscendosi nella figura dell’apostolo Paolo che dice: “Dio ci ha resi ministri (= “diaconoi “) della Nuova Alleanza”( 2Cor 3, 6). La Chiesa tutta è dunque questo “ministero della Nuova Alleanza”.

a. Diakonia ed evangelizzazione
Questa prospettiva ci colloca di fronte al problema del rapporto tra “agape” e il compito pastorale della Chiesa, che il Papa Giovanni Paolo II evoca con il termine di “nuova evangelizzazione” e che, a suo dire, ha proprio nell’agape il suo cuore e il suo centro propulsore. Questa “nuova evangelizzazione”, rivolta non solo alle singole persone, ma anche a intere popolazioni nelle loro varie situazioni, ambienti e culture, è destinata alla formazione di “comunità ecclesiali mature”, nelle quali cioè la fede sprigioni e realizzi tutto il suo originario significato di adesione alla persona di Gesù Cristo e al suo vangelo, di incontro sacramentale con Lui e di esistenza vissuta nella carità e nel servizio.
In questa prospettiva la cosa più urgente è di superare alcune false “alternative” che, in forma più o meno consapevole, ostacolano l’azione evangelizzatrice. Si tratta di superare l’alternativa tra “promozione umana” e “salvezza integrale”; tra “testimonianza” e “annuncio”; tra “identità” e “dialogo”.
La “carità” si offre come quell’elemento capace di instaurare quella “circolarità ermeneutica e operativa” che permette di superare l’alternativa. Infatti, se da un lato non è possibile annunciare il vangelo della carità se non testimoniandolo e incarnandolo; dall’altro ogni testimonianza e incarnazione del vangelo della carità deve recare in sé la “linfa” teologale (trinitaria) dell’autentica e integrale agape cristiana “narrata” nell’annuncio e celebrata nei sacramenti.

b. Diakonia come azione ecclesiale
Questa diaconia della carità verso il bisognoso, non è affare solo di singoli, ma è un ministero soprattutto della comunità ecclesiale nella sua interezza ( non certo in polemica o in antitesi con le istituzioni pubbliche).
E’ evidente che una tale osservazione chiama in causa la qualità della vita delle comunità cristiane parrocchiali. In questa prospettiva il problema da discutere è quello di cercare le forme più efficaci che mediano l’azione caritativa.
Dire che il ministero della carità è un ministero di tutta la Chiesa non vuol dire misconoscere nella Chiesa l’esistenza di responsabilità diversificate. A questo proposito si pongono due problemi concreti, tra loro strettamente collegati:
- Ci si chiede se per esercitare la carità sono necessari riconoscimenti ufficiali (ministeri riconosciuti);
- Se quindi la carità è delegabile a persone, gruppi, istituzioni nella Chiesa.

Circa i “ministeri”. Nella comunità cristiana, in corrispondenza con le differenti funzioni nella Chiesa, si danno “ministeri” diversi. Infatti, in una visione ordinata, non è pensabile che nella comunità cristiana tutti facciano tutto. Pertanto, in ordine al ministero della carità si può ritenere, che se anche ci sono delle specifiche responsabilità, non si deve dimenticare che, poiché esse si radicano tutte nella comune responsabilità della Chiesa, non è necessaria alcun riconoscimento ufficiale. La comune Eucarestia, nella quale si radicano tutti i servizi della carità, impegna ciascuno a vivere la carità.
Quanto alla “delega“, è un fatto che possiamo ritrovare lungo tutta la storia della Chiesa. Basti pensare a tutte le diverse istituzioni caritative. Di fatto si osserva che ad un certo punto si attua una ripartizione di ruoli, che assume addirittura i tratti della separazione, per cui alcuni, a nome di tutti, nella Chiesa, sono delegati in ordine alle opere di carità. La cosa non è così condannabile se si pensa che l’intervento riabilitativo a cui tende l’opera caritativa, richiede una certa dedizione, una certa qual professionalità, almeno a certi livelli.
Da evitare è che l’affinamento professionale faccia perdere il senso della responsabilità ecclesiale. Certamente l’impegno caritativo è da differenziare, anche se la responsabilità rimane in ogni caso della comunità nella sua globalità. Solo che, a fronte della eventuale e legittima pluralità di servizi in campo caritativo si fa evidente la necessità dell’animazione e del coordinamento. Qui emerge il ruolo della “caritas” parrocchiale

3. Modalità per una carità evangelizzante

Si potrebbe, a questo proposito, fare un lungo discorso, ma è preferibile riandare alla figura del Buon Samaritano, che più di ogni discorso si offre come illustrazione persuasiva della carità cristiana. La parabola, oltretutto, è una allegoria di Gesù stesso e della sua misericordiosa azione salvifica verso gli uomini.
Nel Buon Samaritano Gesù dipinge se stesso nel suo rapporto di amore verso l’umanità. Gli elementi importanti da segnalare sono tre: a) Il “farsi prossimo” di quel Samaritano ad uno straniero; b) La “gratuità” assoluta; e) Il prendersi cura dell’effettivo bisogno.

- La prossimità: Certamente fu il bisogno di quel poveretto a muovere a compassione il Samaritano, ma la prima cosa che la parabola sottolinea è il suo approssimarsi a quel disgraziato: “lo vide, ne ebbe compassione, gli si fece vicino” (Lc 10, 34-35). L’importanza di questo “avvicinarsi” emerge ancor più evidente dalla precisazione, certamente polemica, nei confronti dei primi due passanti, un sacerdote e un levita,. Questi due “passarono oltre”, cioè presero le distanze, togliendo ogni prossimità. La “prossimità” infatti contraddistingue l’azione di Gesù nei confronti degli uomini. I poveri, i malati, coloro che erano disprezzati e ai margini non sono soltanto oggetto della sua compassione e beneficenza, il suo comportamento non si esaurisce in un atto di “elemosina”. Nei  poveri, i malati, i peccatori egli riconosce anzitutto il volto di un fratello. Ce lo ricorderà al giudizio finale: “ Qualunque cosa avrete fatto ad uno di questi miei fratelli..”. E’ proprio questo riconoscimento dell’altro come fratello che fonda l’esigenza della prossimità. Nel regno di Dio e quindi anche nella comunità i poveri, prima di essere degli indigenti, sono dei soggetti e non tanto ggetti della nostra compassione. Prima di ogni aiuto viene la solidarietà ed è proprio il riconoscimento della fraternità che è in grado di prefigurare la “vita nuova” di cui la comunità cristiana dev’essere come un anticipo.
     Il riconoscerli come fratelli è la condizione perché essi a loro volta ci riconoscano come               fratelli e non solo come dei benefattori. E’ il comandamento nuovo del Cristo: “Amatevi l’un l’altro come Io ho amato voi” (Gv 15, 12). La carità ha, per natura sua, una struttura di reciprocità 
Se la comunità cristiana, e in essa i cristiani, si limitano semplicemente ad alleviare le sofferenze, a curare le ferite, a favorire compensazioni sociali, la loro carità perde la connotazione cristiana e diventa parte dei servizi dello Stato sociale.. Ora, il limite cui va incontro ogni sistema sociale è quello di non riuscire ad esprimere nessuna prossimità di fronte alla malattia, alla vecchiaia, alla morte.
Essere prossimi infatti, non vuol dire  solo garantire degli interventi sociali, ma vuol dire riconoscere la condizione del povero come qualcosa che ci riguarda, qualcosa che ha un significato. E’ inutile che io sano incoraggi il fratello malato, handicappato, magari dicendogli che l’handicap è cosa di poco conto, che in fondo può fare molte cose che i sani possono fare, quando io poi di fatto ho il terrore dell’handicap e non ne voglio sentire parlare e quando mi capita lo considero solo una disgrazia. La vera carità è quella che riesce a dire una parola di “senso” là dove la società si chiude in un imbarazzante silenzio.
E’ solo una comunione di vita tra “emarginati e non”, tra sani e malati, tra giovani e vecchi, tra uomini e donne, per cui le persone sono accostate, certo a partire anche dai loro bisogni, ma  perché fratelli, figli di Dio, che si riesce a prefigurare il “mondo nuovo” dove sarà asciugata ogni lacrima. Bisogna in sostanza prefigurare un nuovo tipo di società se si vuole colpire il male alla radice, altrimenti il rischio è quello di omologarsi a questo tipo di società che in nome del benessere comune lascia ai margini chi non sta al ritmo, la quale distribuisce gratificazioni a quanti si fermano ai lati della strada per raccogliere i feriti e le vittime che essa produce inevitabilmente, ma che non intende cambiare assolutamente la qualità delle relazioni.

- La gratuità assoluta. E’ significativo che a farsi prossimo al malcapitato della parabola sia uno straniero, un Samaritano appunto. Ci si aspetterebbe che fosse il sacerdote o il levita a fermarsi, in forza dei legami razziali e religiosi (=era un ebreo), e invece è uno straniero che in assoluta libertà e gratuità, mosso a compassione, si fa prossimo e si prende cura di quell’uomo. La gratuità è uno dei tratti più significativi della carità cristiana. Essa implica anzitutto la presa di distanza da quella che sociologi e psicologi chiamano la “sindrome del soccorritore”, una tentazione sempre in agguato per il credente e la stessa comunità cristiana. Parlando più chiaramente, l’agire caritativo, inteso come un “farsi prossimo”, non cerca gratificazioni personali e neppure  gratificazioni per l’istituzione ecclesiastica (parrocchia o diocesi) e neppure si propone come veicolo del messaggio cristiano  Si tratta del superamento dell’autoreferenzialità. La carità cristiana vale per se stessa e non tanto per i frutti che essa produce, vale per quel potenziale d’amore che si sviluppa nel viverla (cfr. l’elemosina).

- Il prendersi cura dell’effettivo bisogno. Rimane che l’iniziativa caritativa ha pure come proprio obiettivo la “riabilitazione” della persona. Essa mira a restituire al soggetto il proprio equilibrio di vita, fare in modo che essa si riappropri delle sue capacità fisiche, psichiche e spirituali e si possa sentire bene. Per questo l’azione caritativa deve passare attraverso l’intelligenza e la programmazione. Occorre che essa individui l’oggetto reale al quale dirigere il suo intervento caritativo, altrimenti si finisce per muoversi, magari con tanta generosità, ma con il rischio di fare cose inutili, quando non si finisce per aggravare la situazione. Il Samaritano della parabole è un uomo che ragiona e programma. Vede un uomo pestato dai ladroni ai lati della strada e pone chiaramente gli interventi in relazione alla situazione: lo media, lo carica sulla sua cavalcatura, lo porta alla locanda, lascia dei soldi perché lo si curi, e si propone di far ritorno per saldare i conti. Dunque non si accontenta di compiere un gesto, ma programma il suo intervento.

E nel caso di situazioni irreversibili?  Nel caso di condizioni di disagio e di sofferenza irrimediabilmente compromesse sul piano fisico, quale dev’essere la direzione dell’azione caritativa? Si deve rinunciare ad essere efficaci? Ed eventualmente di che tipo di efficacia si può parlare in questi casi? Pensiamo a chi si trova a vivere situazioni di handicap irreversibile o addirittura di fronte alla prospettiva della morte. Io credo che neppure di fronte a situazioni di questo genere la carità cristiana si ritira sconfitta. E potremmo pensare al confronto con questo tipo di disagio in termini di “resistenza” e “resa”: a) “resistenza” nel senso di una protesta operosa contro la sofferenza , valorizzando anche le ultime gocce di vita; b) “resa” nel senso che la prossimità, l’accompagnamento aiutano il fratello a scoprire e a consegnarsi a quel “di più” che anche in queste situazioni è presente. Ancora una volta è la “prossimità” che diventa decisiva.

4. Esercizio della carità e identità della comunità cristiana

L’intima connessione tra comunità e solidarietà fraterna è uno dei tratti caratteristici della prassi cristiana fin dai suoi inizi, al punto che un S. Ignazio di Antiochia usava i termini ecclesìa e agape come sinonimi. La divaricazione che, nel corso dei secoli, si è a più riprese venuta producendo, la distanza cioè tra attenzione agli ultimi, delegata ad alcune categorie specifiche, e la prassi corrente è una delle contraddizioni pastorali più evidenti.
Ora un vero rinnovamento è impensabile senza una modificazione, non solo periferica, ma che vada a toccare il cuore medesimo della concezione orale della comunità cristiana. E’ necessario, al di là della retorica sulla “communio”, riattivare la diakonia nella comunità cristiana.
Ora perché questo avvenga, vorrei segnalare un’altra questione che condiziona un tal proposito: Non ogni modello di comunità si mostra idoneo alla realizzazione concreta e corretta della prassi cristiana di solidarietà. Se è vero che l’azione caritativa trasforma il volto della comunità e l’agire pastorale complessivo, è anche vero che l’azione caritativa ecclesiale si configura in corrispondenza dei lineamenti della comunità.
a) In un modello solo amministrativo di parrocchia, in cui la conduzione è decisamente accentrata, la partecipazione laicale sconosciuta, o ammessa nella forma di collaborazione solo esecutiva, è evidente che la prassi caritativa finisce per essere libera iniziativa dei singoli e una sua forma organizzata finisce per assumere il carattere di delega di tipo esecutivo.
b) In un modello di parrocchia fortemente organizzata e attiva, fioriscono certamente molteplici e articolate iniziative, la collaborazione laicale è ampiamente sollecitata e diffusa, ma la generalità dei cristiani rimane in posizione di ammirazione ricettiva. Pur non essendo piramidale, la strutturazione delle varie iniziative ruota attorno alla figura del presbitero. La comunicazione interpersonale sul vissuto ecclesiale, il discernimento critico e la stessa progettazione finiscono per essere deboli e poco approfondito lo stesso riferimento di fede, che rimane nello sfondo. Il rischio è quello di un impegno ben organizzato e generoso ma esposto a omologarsi ai criteri della società civile, perdendo la capacità critica nei confronti delle sue distorsioni.
c. Il modello comunionale. Il modello in grado di sviluppare una prassi caritativa corretta è il modello “comunionale”, là dove le diverse funzioni (carismi e ministeri) e gli apporti dei singoli tendono alla costruzione di rapporti fraterni tra le persone. In tale comunità la prassi di solidarietà è sentita come componente inscindibile dell’esistenza stessa della comunità. Essa trova il proprio luogo significativo eminente nella celebrazione dell’eucarestia in cui la comunità si costruisce e la solidarietà nasce e si esprime compiutamente. In questo tipo di comunità si realizza una proficua interazione tra i diversi momenti che fanno della parrocchia una comunità.

Conclusione
Momento dell’agire pastorale complessivo la cura per il povero ne condivide le sorti. Risente dell’appannarsi delle sorti e prende forza dalla ripresa di iniziativa. Ma è anche capace di un suo influsso sull’immagine pastorale globale, alimentando la vivacità della fede o distraendo su percorsi soltanto umani l’impegno cristiano. La sua potenzialità ma anche la sua ambivalenza chiedono un vigile discernimento.
Ciò che conta è, dal punto di vista operativo, porsi nella prospettiva giusta, adottare un modello di pastorale generale e di comunità parrocchiale pertinente, sul quale verificare con coraggio le singole decisioni di una azione ecclesiale di carità che si coestenda alla realtà ecclesiale



IL VANGELO DELLA CARITA’ NELLA CHIESA
Premessa:

Io vorrei soffermarmi sulle forme attuali dell’azione caritativa evidenziandone i tratti più significativi, ben consapevole che esse sono il frutto maturo di un’esperienza millenaria, lunga quanto la storia della Chiesa, se è vero che, come dice Giovanni Paolo Il, “la carità è il cuore della Chiesa; senza la carità la Chiesa non è la Chiesa di Gesù Cristo”. Se le cose stanno così, la storia della Chiesa è ancora tutta da riscrivere, perché l’abbiamo ricostruita a partire quasi esclusivamente dalla sua missione di custode della ortodossia della fede (la storia dei dogmi, delle eresie, ecc.).
La ricostruzione dei tratti significativi dell’azione caritativa ha il pregio di conferire concretezza al discorso sulla carità. Infatti sulla base di una sua conoscenza, si può meglio procedere ad una ulteriore esplorazione della sua natura e delle problematiche che essa comporta.

Le forme attuali dell’esperienza caritativa

Se noi ci confrontiamo con l’opera caritativa attuale della Chiesa, osserviamo che essa si confronta con le molte forme del bisogno. Essa cioè sviluppa il suo intervento in tutte quelle aree dell’umano in cui il desiderio di una vita vissuta in pienezza e responsabilità corre il rischio di essere frustrato. Se osserviamo più in dettaglio rileviamo che le attenzioni più pressanti sono rivolte ai minori e ai giovani a rischio da un lato e agli anziani dall’altro. Sono privilegiati in concreto i due estremi dell’arco della vita. Ma è notevole pure l’impegno a favore dei portatori di handicap di natura fisica e psichica; è pure notevole l’investimento di energie sul fronte della tossicodipendenza. Il fenomeno immigratorio, e connesso con questo quello della aumentata prostituzione, sta a sua volta sollecitando interventi ancora più massicci. Non mancano iniziative di supporto per i nomadi e per quanti sono senza fissa dimora (i barboni,).

L’attenzione è rivolta anche alle famiglie che per le loro disastrate condizioni economiche o esistenziali non sono in grado o stentano a far fronte ai compiti umani ed educativi propri della famiglia. Pure la realtà del carcere è motivo di interessamento per l’azione caritativa, sia per una sua umanizzazione sia per dare effettivamente corso all’intenzione abilitativa della pena e al reinserimento sociale dell’ex detenuto.

Altro ambito che stimola l’azione caritativa è la malattia, specie quando lo stato di salute si fa problematico e mette a dura prova l’equilibrio umano della persona impone carichi di assistenza non indifferenti alla famiglia.
Praticamente si deve dire che tutte le aree del bisogno, così come affiorano nella nostra società, sono frequentate dall’azione caritativa. Se le vecchie povertà hanno suscitato forme di impegno caritativo ormai consolidate e che necessitano eventualmente di essere “riviste”, l’impatto delle nuove povertà, indicatrici delle carenze umane ed esistenziali emergenti, spinge in continuità l’azione caritativa a riformulare le proprie impostazioni e a ristrutturare le iniziative. Emerge così un dato tipico dell’attuale esperienza caritativa: cioè la capacità di attivare contestualmente “attività” ricevute dal passato e interventi innovativi, la qual cosa permette all’esperienza caritativa di mantenere una posizione di rilievo nel campo dell’attività sociale.

Lo stile di intervento
E’ prevalentemente di tipo assistenziale, teso a dare risposte immediate ai bisogni e impegnato a gestire situazioni difficili o problematiche. Tuttavia non mancano atteggiamenti più innovativi, guidati da obiettivi di prevenzione e che perseguono intenti di reinserimento e di integrazione sociale, nello spazio di promozione delle condizioni di vita delle persone interessate.

Ad essere più precisi dovremmo dire che:
a) mentre gli interventi curativi e di assistenza caratterizzano per lo più le istituzioni caritative con una storia più lunga alle spalle, cioè le istituzioni classiche;
b) i “servizi emergenti” che fronteggiano le nuove povertà sono maggiormente mossi da intenzioni di ascolto e di accoglienza.

Protagonista rilevante dell’azione caritativa è il “volontariato ‘ In prima approssimazione esso si caratterizza per la gratuità della prestazione, la consapevolezza delle intenzioni e l’elevato grado di motivazioni. Al momento attuale, la sua estensione ne fa una risorsa insostituibile per l’azione caritativa. Sena le prestazioni del volontariato difficilmentte l’opera caritativa potrebbe mantenersi ai livelli raggiunti.
Con la sua presenza inoltre, il volontariato innesca obiettivamente una tensione benefica tra l’assunzione consapevole della carità come dimensione della vita cristiana e l’esigenza di una professionalità in certo modo rigorosa nell’intervento sociale.
Motivazioni vocazionali e capacità professionali si incontrano nella figura del volontario, configurando le componenti dell’agire dell’agire caritativo. Al punto che si può dire che la rigenerazione stessa dell’esperienza caritativa conosce un punto di non ritorno nella promozione del volontariato e nello sforzo di una sua continua qualificazione.

Dal punto di vista delle strutture e delle iniziative.

Le “opere di carità esprimono una tipologia differenziata:
Ci sono istituzioni “pesanti”, che hanno a loro vantaggio un alto indice di strutturazione e di stabilità.
Queste convivono con iniziative più “flessibili”, che per la loro maggiore dinamicità di impostazione permettono di raggiungere con tempestività e in modo ravvicinato le situazioni inedite di disagio.
Nel suo insieme l’agire caritativo configura un’esperienza sufficientemente articolata ed elastica, in grado di proporsi in ultima analisi come interlocutore affidabile nei confronti delle situazioni di povertà materiale e sociale presenti nel territorio.

Le diverse tipologie

Vista sotto il profilo del “sociale”, l’azione caritativa si colloca in corrispondenza dell’area socio-assistenziale. Essa infatti si caratterizza per l’intenzione di soccorso all’indigente nel suo disagio esistenziale. Proprio questo rilievo permette di introdurre una differenziazione a proposito dell’attività caritativa. Nel campo multiforme delle opere di carità si muovono insieme: il socio-assitenziale, il socio-sanitario, l’educativo. Li accomuna l’unica passione per l’incremento delle possibilità di pienezza di vita per i soggetti. ovviamente si differenziano per le differenti condizioni in cui si trova l’interlocutore: mentre il “povero” chiama in causa l’azione caritativa nella sua valenza socio.assitenziale; il “malato” sollecita l’intervento socio-sanitario, l’educativo invece non si confronta anzitutto con situazioni critiche di vita, ma intende sostenere il soggetto in quel processo di crescita che è connaturale all’uomo. Si interessa perciò dei processi di inculturazione dei soggetti.

Le prevedibili interferenze fra i tre ambiti non devono rimuovere le differenze. Se in altre epoche e in altri contesti (es. Missioni) le condizioni culturali e ambientali davano luogo a scambi assai stretti fino a configurare una circolarità fra questi diversi momenti, nell’attuale e nostra situazione di vita la distinzione è quanto mai opportuna.
Già a livello di linguaggio il “caritativo” si dice diversamente a seconda degli ambiti in cui si esprime. In ogni caso l’articolazione distinta dei diversi profili della carità permette di coglierne la ricchezza significativa sotto i diversi punti di vista determinati, evitando un appello confuso e indiscriminato alla carità.

Rapporto con la Chiesa

Merita di essere sottolineato un altro aspetto e cioè il rapporto con la Chiesa. Il vissuto caritativo che noi andiamo indagando trae la propria origine dalla carità cristiana, di cui è una peculiare espressione. Perciò il rapporto con la Chiesa gli è connaturale; ispirazione cristiana e appartenenza ecclesiale qualificano in linea di principio l’azione caritativa.

Il riferimento alla chiesa è peraltro molto diversificato.
- Esistono opere che promanano dalla istituzione ecclesiastica o collegate con questa a livello giuridico.
- Si danno pure iniziative che sono espressione della fede dei cristiani e dunque caratterizzate da un rapporto di fatto con la Chiesa, anche se meno istituzionalizzato. A volte ci possono essere aspetti di problematicità, se non addirittura di conflittualità più o meno latente, nel rapporto di queste opere con l’istituzione ecclesiastica.
In ogni caso la dimensione cristiana si riconosce nelle intenzioni di costruire relazioni di “prossimità” in una società dove sembrano prevalere rapporti di natura funzionale e burocratica.

Sempre in merito al riferimento ecclesiastico si deve segnalare un altro fatto. Il fatto che la “carità operosa” si colloca a cerniera tra vita cristiana e realtà sociale, introduce nella sua effettiva e concreta realizzazione degli elementi di precarietà:
a) per esempio la tentazione di estraniarsi dal contesto della comunità locale, quasi a costituire un corpo a sé che con la comunità locale mantiene solo rapporti estrinseci o addirittura conflittuali. Una tal tentazione trova la sua giustificazione o il suo alibi, nella reale tendenza alla delega, che ha segnato per larghi tratti i rapporti di comunità locale e iniziativa caritativa.
Cioè l’iniziativa caritativa non è assunta in quanto tale dalla comunità, se non in casi eccezionali, mentre normalmente è lasciata ad associazioni o gruppi esplicitamente dedicati alle “opere di carità”.
b) Un altro elemento di precarietà è dato dalla tendenza, non sempre prontamente superata, dell’azione caritativa di omologarsi all’intervento dello “stato sociale”, con il rischio della burocratizzazione, non solo, ma anche della competitività che può diventare conflittualità o sovrapposizione. Ovviamente si tratta di strade senza sbocco per l’azione caritativa. Per evitarle, l’esperienza caritativa non può che riprendere le prospettive di “competenza” e “responsabilità”, animazione e dedizione presenti nell’esperienza del volontariato.

C’è ancora un rilievo da fare che riguarda l’aspetto comunitario che deve caratterizzare l’azione caritativa. Cioè l’azione caritativa è pervasa da una trama di “prossimità”, di “vicinanza” che mette insieme, attenzione al povero e vita della comunità e si traduce tendenzialmente nella sensibilizzazione della comunità nel suo insieme. In questa maniera si creano le condizioni in cui si può attivare un circolarità tra solidarietà primarie, immediate e servizi organizzati, un circolo che vede una reciprocità tra soggetti e comunità nel suo insieme. La valorizzazione strutturale di tutti i soggetti, dà cpsi concretezza a quell’idea della “cultura del prendersi cura” di cui l’opera caritativa è espressiva.
E’ chiaro che in questo scenario di rapporti sociali e civili, l’azione caritativa è obbiettivamente impegnata a ridefinire la propria immagine per salvaguardare la sua autenticità, il suo volto cristiano.
Presa nel gioco della domanda e della risposta, l’opera caritativa è impegnata:
a) in un discernimento attento ed esigente sia delle domande perché non sempre esse corrispondono al bisogno effettivo; sia delle risposte che spesso vanno nella linea non dell’effettivo bisogno, ma dell’utilizzo delle risorse disponibili;
b) Inoltre ad essa incombe l’esigenza di collegare tra di loro i rapporti tra iniziativa caritativa e territorio. Si tratta di ambientare il servizio nel territorio e di sensibilizzare il territorio ai servizi da prestare;
c) Siccome la cura cristiana del povero mira a dare senso al vivere dell’uomo, lo scambio comunicativo tra servizio e territorio rientra in questo sforzo, cioè dare senso.





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Fonte : CARITAS DIOCESANA VICENTINA










mercoledì 21 agosto 2019

Scienza e teologia a confronto alle soglie del duemila, di Alberto Strumia



SCIENZA E TEOLOGIA A CONFRONTO ALLE SOGLIE DEL DUEMILA

di
Alberto Strumia

1. Una premessa sul rapporto scienza–teologia - 2. Origine e destino - 3. Le nuove problematiche della scienza recente - 4. Conclusioni

1. Una premessa sul rapporto scienza–teologia

Il rapido approssimarsi della scadenza storica dell’avvento del terzo millennio cristiano sta suscitando numerose riflessioni sul tema del destino dell’universo e, quindi congiuntamente, anche sulla sua origine. Spesso si tratta di riflessioni dal tenore escatologico, quando non addirittura apocalittico, volte a scoprire e a mettere in luce, insieme alle questioni riguardanti l’universo, quelle riguardanti l’uomo, che dell’universo è elemento intelligente e in certa misura responsabile. Domandarsi qual è il destino dell’universo equivale, in larga parte, a chiedersi qual è il destino dell’uomo e, analogamente, per quanto riguarda la domanda sull’origine.
E oggi, a chi si possono rivolgere queste domande fondamentali se non alla scienza e insieme ad essa alla teologia?
— Alla scienza in quanto detentrice del potere di conoscere e manipolare proprio della modernità;
— alla teologia come privilegiato interlocutore che da sempre detiene il primato dell’indagine sul Mistero.
Ma su quale base scienza e teologia possono e devono confrontarsi e collaborare? Il semplice confronto — più o meno antagonisticamente concepito — tra scienza e teologia, sui loro rispettivi e ben distinti terreni, sembra poter, oggi, essere superato verso una vera e propria collaborazione su un terreno di lavoro comune, atto ad offrire alcuni fondamenti metodologici alla scienza come alla teologia sistematica.
1.1. Il concordismo
Tra i diversi metodi del confronto tra la scienza e la teologia, che sono ora di superare perché inadeguati, un primo modo — quello più ingenuo che, pur essendo spesso criticato, ancora viene, di fatto, seguito come fosse del tutto corretto, sia da coloro che si schierano a favore della fede e della teologia che da quanti ne vogliono dimostrare l’inconsistenza — è quello del concordismo. Il concordismo può assumere diverse forme, più o meno sofisticate, ma nella sua sostanza consiste nel tentativo di stabilire delle corrispondenze tra le affermazioni di alcune teorie scientifiche e le affermazioni contenute nella rivelazione biblica,[1] o in altre tradizioni,[2] o anche, all’opposto, nelle tesi ateistiche.[3] È ormai classico l’accostamento–identificazione tra il big–bang della cosmologia scientifica e il fiat lux biblico, per citare solo un esempio. È certamente suggestivo, spontaneo, e in un certo senso può essere anche legittimo tentare degli accostamenti di questo tipo, ma non si può sostenere di averne dimostrato la correttezza, se non altro perché non disponiamo di una meta–scienza sul terreno della quale condurre una tale dimostrazione.
Purtroppo, oltre alle questioni di principio, si aggiungono spesso, anche ulteriori complicazioni dovute ad una inadeguata non conoscenza delle teorie scientifiche da parte di filosofi e teologi, da una parte, come ad un uso assolutamente erroneo della terminologia teologica da parte di taluni scienziati. Per fare solo un esempio si equivoca sul termine creazione  intendendo, meccanicisticamente, la creazione come un semplice avvio della macchina dell’universo, pensando che se l’universo fosse ab aeterno non occorrerebbe alcuna creazione e quindi sarebbe inutile l’azione di un Dio. Inoltre si identifica spesso ciò che i fisici chiamo vuoto con ciò che filosofi e teologi chiamano nulla. Tutto ciò ha portato anche scienziati  di fama internazionale a sostenere la tesi ridicola secondo cui se l’universo ha avuto origine da una fluttuazione quantistica del vuoto esso è venuto dal nulla e quindi non occorre un Creatore.[4]
Probabilmente solo quando saremo nello stato della visione ultraterrena la concordanza e l’integrazione tra le diverse forme di conoscenza sarà totale e perfettamente chiarita, perché le diverse forme di conoscenza saranno tutte vere e certe, mentre ora, molte delle nostre conoscenze, comprese quelle scientifiche, sono solamente ipotesi, anche se talvolta fortemente corroborate dal controllo sperimentale. In ogni caso, nel corso della storia, questo tentativo concordista, di fatto, non ha mai dato dei buoni risultati:
— anzitutto perché è quasi sempre viziato metodologicamente, in quanto è guidato troppo spesso da una pregiudiziale ideologica: quella di voler provare una tesi teista o ateista già assunta aprioristicamente,strumentalizzando in qualche modo sia la scienza che il contenuto della rivelazione;
— secondariamente perché sia le teorie scientifiche che i metodi dell’ermeneutica scritturistica, essendo ipotetici, evolvono, lasciando le tesi concordiste, quindi, sempre nella precarietà.
Sembra, dunque, necessario un terreno più rigoroso per un confronto, che non dia troppo spazio ai preconcetti, ma si fondi su di una razionalità dimostrativa. Pare, a questo proposito, di poter rinvenire, in alcune delle problematiche epistemologiche emergenti dalle ricerche scientifiche più recenti, alcune linee sulla base delle quali scienza, filosofia e teologia, più che cercare punti di accordo, possano e debbano collaborare alla costruzione diun’epistemologia, di una logica, e di un’assiomatica ampliate, che sia scienza che teologia possano utilizzare come base per le loro dimostrazioni.
— Per quanto riguarda il mondo della scienza, anzitutto muovendosi sul terreno del problema dei fondamenti delle sue teorie;
— per quanto riguarda il mondo della filosofia e della teologia, muovendosi alla ricerca di una rinnovata sistematicità, basata su metodi dimostrativi, per quanto possibile, oltre che descrittivi.
Una dilatazione della razionalità scientifica, dunque, che superi in certo modo lo schema univoco delle matematiche e delle scienze galileiane — senza ben inteso escludere queste ultime — aprendosi a quell’approccioanalogico che per un’autentica filosofia e una teologia sistematica è sempre stato fondamentale. Oggi questo modo di procedere sembra meno remoto di qualche decina di anni fa, soprattutto da parte di alcuni settori delle scienze che, mi pare, stiano rivedendo profondamente  il loro modo di procedere, spinte da un’esigenza intrinseca di maturazione.
Ma riprenderemo questo argomento tra poco.
1.2. Il parallelismo
Abbiamo dunque accennato al concordismo come ad una delle piste, che potremmo definire insidiose, sulle quali troppo spesso si è avviato il confronto tra le scienze e la teologia.
Ora vorrei spendere una parola su una seconda via, che del concordismo non è che il rovescio della medaglia, e che è quella che istituisce un assoluto parallelismo tra scienza e teologia, considerate come due binari senza possibilità alcuna di incontro e quindi di accordo, o di conflitto. È la scelta, in apparenza, più comoda per evitare il ripetersi di spiacevoli incidenti che segnino ulteriormente la storia dopo la questione galileiana. Si afferma che le discipline hanno metodi diversi e tra loro incommensurabili, quindi le loro conclusioni non devono essere raffrontate. È giusta, a mio parere, l’affermazione di un’autonomia di metodo, ma non è forse eccessiva l’affermazione della totale incommensurabilità? Non si rischia di appoggiarsi alla dottrina della doppia verità e quindi di nessuna verità? La conseguenza è necessariamente la negazione di ogni valore conoscitivo sia alla conoscenza scientifica che a quella teologica, è lo strumentalismo[5] assoluto.
In questo caso il confronto è escluso a priori. Anche questo risulta essere un atteggiamento insufficiente e, alla fine, controproducente.
1.3. Un’epistemologia organica
Una breve nota storica che può essere utile, a questo punto, almeno per informazione, ma certamente non solo per informazione.
Nel quadro delle scienze pre–galileiane — delle quali alcune oggi non sono più considerate scienze, come la metafisica e la filosofia della natura, mentre altre lo sono tuttora come la logica e la matematica — il problema del rapporto fra le diverse discipline veniva chiarito fin dall’inizio, in quanto alcune di esse costituivano per altre, qualcosa di simile a quelle che noi oggi chiamiamo meta–scienze in quanto ad esse fornivano i fondamenti e almeno alcune regole di metodo.[6]
Oggi non è più così: le scienze galileiane e logico–matematiche non ricevono i fondamenti dalle discipline filosofiche e tantomeno teologiche. Tuttavia il problema dei fondamenti è rimasto ed è sempre più forte. La novità che oggi — quando dico oggi mi riferisco principalmente a questi ultimi trenta, quaranta anni di ricerca scientifica — appare con maggiore evidenza, sembra risiedere nel fatto che le stesse scienze logiche, matematiche, informatiche, fisiche e chimiche, per non parlare di quelle biologiche — e ancor più le scienze umane, — sembrano richiedere dei fondamenti più ampi, ma non per questo meno rigorosi, per poter affrontare i loro stessi oggetti, via via più complessi e strutturati. In particolare appare del tutto insufficiente quell’epistemologia riduzionistica che, nella linea delle scienze sperimentali, vuole la biologia ricondotta ultimamente alla chimica, la chimica alla fisica. Nella linea delle scienze formali già con la pubblicazione dei teoremi di Gödel[7] questa insufficienza era stata dimostrata in ordine al progetto di Russell e Whitehead di ridurre l’aritmetica alla logica.[8]
Forse proprio le ricerca dei fondamenti di teorie matematiche, fisico–chimiche e biologiche più ampie di quelle passate ci potrà portare verso una nuova epistemologia di tipo organico, per certi aspetti simile a quella antica, oltre il rigido schema riduzionistico, ma capace di ospitare le scienze più moderne e avanzate, dotate ciascuna di un suo propium irriducibile, ed insieme di ospitare una teologia scientifica che procede, secondo regole proprie, ma dimostrativamente. Sembra allora che anche il confronto tra le scienze, la filosofia e la teologia potrà avvalersi di tale epistemologia e di tali scienze ampliate.
Il problema principale, allora, non appare più essere tanto quello della conquista di un predominio delle scienze sulla teologia, o viceversa, né quello della difesa del proprio terreno, quanto quello dell’identificazione di un terreno comune sul quale costruire insieme una meta–scienza comune, fondante sia per le scienze che per la teologia.

2. Origine e destino

2.1. L’approccio cosmologico
Ma prima di accostare queste problematiche epistemologiche recenti — e che sono molto interessanti anche per il filosofo della scienza e il teologo, e sembrano poter fare parte del metodo stesso presupposto a un serio dialogo tra scienza e teologia, così come tra scienza e filosofia — vorrei evidenziare un altro versante che riguarda in maniera diretta il problema dell’origine e del destino dell’universo e dell’uomo.
Entrambi i problemi sono antichi quanto l’uomo, e si sono riproposti regolarmente alla scienza e alla filosofia di tutte le epoche storiche. Ciò che è interessante notare è il fatto che alcuni periodi della storia del pensiero hanno visto privilegiare l’approccio cosmologico, mentre in altre epoche si è privilegiato quello antropologico, e questo in conseguenza delle alterne vicende della razionalità.
Tendenzialmente l’approccio cosmologico ha avuto la sua maggiore fortuna in quelle epoche della storia del pensiero in cui si è guardata con fiducia la conoscenza sperimentale, come fonte primaria di informazione per l’uomo. In queste epoche si è sostenuto che la conoscenza nasce primariamente dall’esterno dell’uomo e viene alla mente umana attraverso i sensi. L’intelletto ne ricava, poi, mediante astrazione, dei concetti universali ed elabora delle teorie che possono essere anche molto lontane dalla primitiva esperienza. Successivamente l’uomo riflette sulla propria esperienza e da tale riflessione ricava una teoria sul suo stesso modo di pensare ed elaborare le conoscenze, e infine su se stesso (è quella che oggi chiameremmo una conoscenza di tipo esistenziale). Dunque un cammino che va dal mondo verso l’uomo e verso Dio. È indicativo il fatto che tra le prove classiche dell’esistenza di Dio vi fossero le prove cosmologiche. Alcuni storici della scienza, a cominciare da Alexandre Koyré — schematizzando un po’ drasticamente, ma assai significativamente, la storia del pensiero, — hanno qualificato come risalente alla tradizione aristotelica questo tipo di approccio fondato sull’esperienza sensibile, mentre hanno qualificato come platonico quello opposto, che è proprio del pensiero filosofico moderno.[9]
2.2. L’approccio antropologico
La filosofia moderna — intendo con questo termine la storia del pensiero che va all’incirca da Cartesio in poi — è connotata, al contrario, da una progressiva perdita di fiducia nella conoscenza empirica, con un forte accento sulla conoscenza interiore dell’io. Se la conoscenza dell’oggetto è possibile, essa deve essere fondata sulla conoscenza del soggetto. Si parte allora dall’uomo per arrivare a dimostrare l’esistenza del mondo e di Dio. L’epoca contemporanea ha visto poi sgretolarsi anche la possibilità di una conoscenza intellettuale, lasciando aperta solo la strada della volontà, degli imperativi, dei sentimenti per accostare quelle realtà che la vita impone, in qualche modo, all’evidenza e non possono essere escluse dalla riflessione, come se non esistessero. In questo senso, si deve parlare di una protestantizzazione propria del pensiero moderno. E non a caso il fideismo costituisce una tentazione sempre forte per lo scienziato credente: la razionalità è solo quella della scienza matematizzata, dicono alcuni, la fede è una questione di sentimento, di volontà, non di intelligenza. La Chiesa cattolica, al contrario, ha sempre difeso il valore della ragione, dell’intelligenza che giudica e riconosce come atto ragionevole l’adesione della fede.
Se la filosofia ha seguito questa strada che l’ha portata all’idealismo prima e al nichilismo poi — e la teologia ne ha risentito di conseguenza — le scienze, per loro fortuna, hanno camminato in maniera abbastanza indipendente, a parte gli influssi idealisti della Scuola di Copenaghen sull’interpretazione della meccanica quantistica, che oggi comincia forse per la prima volta ad essere messa seriamente in discussione.
Ecco che con l’avvento della cosmologia scientifica, resa possibile dalla relatività generale di Einstein, là dove la filosofia aveva abbandonato da parecchio tempo la cosmologia, — intesa come teoria delle origini dell’universo — è la scienza, oggi, a riproporla soprattutto in questi ultimi anni, dopo la scoperta della radiazione cosmica di fondo da parte di Penzias e Wilson negli anni sessanta. Il molitplicarsi dell’editoria divulgativa e semi–divulgativa sull’argomento ne è una conferma.[10]
La recentissima collaborazione, poi, tra cosmologia e teoria delle particelle elementari, nell’intento di dare una descrizione dei “primi istanti dell’universo”, segnata inevitabilmente da estrapolazioni e ipotesi molto coraggiose, ha spinto verso interpretazioni dei modelli cosmologici delle origini che sono interamente “metafisiche” e “teologiche”. Le varie forme di concordismo con le più diverse tradizioni religiose e gnostiche, sono sempre dietro l’angolo e si fondano quasi sempre su equivoci anche nell’uso di termini come creazione, vuoto, nulla, ecc. che nel contesto metafisico e teologico hanno un significato ben preciso quasi mai rispettato nelle interpretazioni spontanee dei divulgatori delle cosmologie scientifiche.

3. Le nuove problematiche della scienza recente

Ma che cosa c’è di veramente nuovo, dal punto di vista epistemologico, nelle ricerche di questi ultimi venti o trent’anni e che colpisce anche chi non è direttamente coinvolto nell’attività scientifica, ma osserva attentamente, come filosofo e teologo, quanto sta avvenendo nel mondo delle scienze?
La prima cosa che colpisce consiste nel fatto che, proprio là dove la filosofia sembra essersi spenta riguardo ad alcune questioni fondamentali di logica e metafisica, sembra che siano proprio le scienze a riproporre tali questioni, certamente con un linguaggio e una formulazione diversa da quella antica, ma pur sempre ben riconoscibili. Dunque non si tratta di questioni , o peggio ancora di raccomandazioni, proposte dal filosofo, dal teologo e dal moralista allo scienziato dall’esterno della scienza, come una sorta di “predica”, ma di domande che nascono dall’interno, come condizione per sviluppare nuove teorie e nuove metodologie.
Mi limiterò a prendere in considerazione i due filoni più emergenti di queste grosse questioni: il filone che va sotto il nome generico di problema della complessità e quello riguardante il problema del finalismo nelle teorie scientifiche.
3.1. La complessità e la crisi dell’epistemologia riduzionista
Il termine complessità è molto generico e non è ancora facilmente definibile: con esso si intende, genericamente identificare quelle problematiche o quei fenomeni, emergenti in qualunque ambito scientifico, che si presentano come non riducibili, cioè non scomponibili in problemi o fenomeni più elementari e già risolti. Per questo si afferma che la complessità ha messo in crisi lo schema riduzionistico. Sembra che un po’ in tutte le scienze si stia manifestando uno strano comportamento della natura che rivela come dei livelli gerarchizzati differenziati di organizzazione. Una sorta di stratificazione dell’essere secondo gradi differenziati.
Non credo valga la pena, né è di mia competenza il farlo, entrare qui nel dettaglio tecnico di questioni che agli specialisti sono bene note e ai non addetti ai lavori risulterebbero comunque ostiche, quanto il mettere in evidenza alcune questioni epistemologiche che sono di comune interesse sia per lo scienziato che per il filosofo e il teologo e che emergono da questo filone scientifico. E questo perché anche il filosofo e il teologo riconoscono gradi differenziati e irriducibili tra loro nella realtà delle cose. Ciò che è interessante è che questa ipotesi dell’esistenza di livelli differenziati di organizzazione sembra emergere proprio dalle scienze come necessaria per spiegare scientificamente ciò che si osserva.
Mi limiterò qui a degli accenni.
— Le scienze biologiche, ad esempio, si trovano da sempre di fronte al vivente che mostra delle proprietà che, anche dal punto di vista chimico–fisico appaiono nuove rispetto a quelle del non vivente. Il vivente, anche il più semplice, non è descrivibile interamente mediante la sola analisi delle sue parti componenti. Un’affermazione del genere, vista nell’ottica riduzionistica era considerata, fino a non molto tempo fa, con sospetto e tacciata di vitalismo perché sembrava introdurre un fattore animistico nella scienza della vita, e forse in quel momento poteva essere così. Oggi si è scoperto e riconosciuto che, nell’organizzazione stessa della materia, una volta raggiunto un certo grado di strutturazione organica (complessità), la materia stessa, se opportunamente sollecitata, tende a manifestare un livello nuovo di ordine non presente, di per sé, nei componenti presi separatamente[11]A questo livello non basta più l’analisi delle parti componenti — che è stata comunque utile e necessaria fino a tal punto — ma occorre un’indagine del nuovo livello d’insieme, del nuovo tutto complesso.
— La chimica. Anche a per la chimica mi limito ad un accenno. Fino a quando sono stati solo i biologi ad avvertire il problema del tutto, che non è riducibile alla somma delle sue parti, non solo le altre scienze naturali e matematiche non si sono sentite più di tanto interpellate sulla questione, ma addirittura il problema ha giocato a scapito della dignità scientifica della biologia stessa che sembrava faticare a lasciarsi integrare nello schema chimico–fisico. Ma ad un certo punto lo studio approfondito della molecola, più o meno complessa, così come quello dei reticoli cristallini nei solidi, o del ruolo delle impurezze ai fini delle proprietà elettriche di un intero semiconduttore (per citare solo alcuni esempi) hanno messo in evidenza come anche nella chimica del non vivente le proprietà d’insieme di una struttura composta complessa non siano del tutto deducibili dalle proprietà degli atomi componenti. L’esistenza di orbitali molecolari con elettroni completamente condivisi non permette di pensare più ad elettroni che appartengono ad un solo atomo. In un conduttore elettrico gli elettroni di conduzione vengono condivisi addirittura tra tutti gli atomi del reticolo. Esistono, dunque, anche a livello chimico delle proprietà d’insieme che il progredire delle ricerche rivela essere sempre più significative.
— La fisica. Nell’ambito della fisica la questione della complessità ha certamente un aggancio diretto con l’impiego di tecniche matematiche non lineari, a causa delle quali si è affacciato prepotentemente all’orizzonte il problema del cosiddetto caos deterministico, già scoperto da Henri Poincaré,[12] e oggi ripreso finalmente in seria considerazione grazie anche all’impiego del computer. Ma non mancano altri aspetti come quello della non separabilità in meccanica quantistica.
— La matematica. Nell’ambito della matematica il problema della complessità, si presenta con molta chiarezza sotto almeno due aspetti.
primo aspetto. La non riducibilità del tutto alla “somma” delle sue parti. Per un fisico questo significa, di conseguenza, il venir meno del principio di sovrapposizione a causa della non linearità.
secondo aspetto. L’ndistinguibilità delle parti dal tutto: il tutto si ritrova in ogni sua parte, in quanto ogni parte ha lo stesso grado di complessità del tutto. Un esempio tipico di questo secondo aspetto ci è offerto dalla geometria frattale[13]
— La logica. Nell’ambito della logica il problema del rapporto tra il tutto e le parti si presenta principalmente quando il tutto è rinvenibile, in qualche modo, come parte di se stesso, come accade nelle collezioni di oggetti che contengono se stesse, o negli enunciati che parlano di se stessi (o autoreferenziali). Già da qualche tempo si sta studiando la possibilità di costruire delle assiomatiche che rendano possibile l’autoreferenzialità senza contraddizione.[14] È interessante rilevare come gli Scolastici medioevali — come del resto già i Greci — conoscessero molto bene le nozioni che includono se stesse in quanto includono le loro differenze, come ente, uno, vero, buono, i cosiddetti trascendentali, e avessero proprio su questa autoinclusività fondato la loro dottrina dell’analogia nel campo della logica e del linguaggio teologico, e della partecipazione nel campo della metafisica e della teologia dogmatica e morale. Dottrina che è stata basilare per tutta la loro teologia e, lo è ancora. È veramente interessante il fatto che proprio la scienza, oggi, più che la filosofia; sembri scoprire, con tecniche modernissime, risultati che sembrano potersi raffrontare con conoscenze antiche, e che questi risultati siano necessari alla scienza per accrescersi.
— Informatica. Sembra essere stata proprio l’informatica a rendere attuali le ormai classiche problematiche di logica matematica, come quelle legate ai teoremi di Gödel sulla coerenza e la completezza dei sistemi assiomatici. Le indagini sulla cosiddetta intelligenza artificiale hanno permesso di comprendere che l’informazione si può annidare a vari livelli e che esistono delle gerarchie di informazione: il livello inferiore risiede nella struttura hardware della macchina, i livelli superiori nel software; il linguaggio di programmazione, a sua volta, contiene informazioni significative per il programmatore che ricadono in istruzioni di livello inferiore eseguibili meccanicamente dai circuiti senza percepirle come significative; il programma stesso nel suo insieme contiene un’informazione di livello superiore legata allo scopo per cui è stato scritto, che risiede nella mente del programmatore e in quella dell’utente, e così via.
In tutte le scienze sembra comparire una struttura gerarchizzata di informazioni legate al grado di complessità e quindi di unitarietà della struttura chiamata in causa.
3.2. Il problema del finalismo nelle teorie scientifiche
L’altro grande problema — accuratamente escluso dalla scienza moderna per evitare contaminazioni teologiche — che si sta, invece riaffacciando dall’interno della scienza stessa, è la questione del finalismo. Anche in questo caso, però, e questo è l’elemento nuovo e più importante, il problema nasce dall’interno della scienza e non come elemento teologico imposto dall’esterno per ragioni ideologiche. In fondo anche la sua esclusione è stata una scelta ideologica e quindi non scientifica. Comincia ad affacciarsi l’idea che una corretta scientificità, dovendo tenere conto di tutti i fattori in gioco nella natura, non possa escludere quel dato osservativo che mostra un orientamento verso un fine di certi comportamenti sia nel mondo vivente, come in quello non vivente e nel cosmo intero. Ciò è particolarmente evidente in biologia, ma non mancano anche nella fisica e nella chimica comportamenti finalizzati.
A dire il vero, un certo cripto–finalismo è stato sempre presente nelle scienze, anche se opportunamente occultato. Il meccanicismo ha preteso illusoriamente di spiegare il mondo fisico in termini di sole cause efficienti, mentre in realtà le scienze si servono, per esprimersi con il linguaggio antico, simultaneamente:
— della causalità materiale quando ricercano la spiegazione degli elementi costitutivi del mondo fisico;
— della causalità formale, e soprattutto di questa, quando utilizzano la matematica come strumento di spiegazione teorica e strumento deduttivo.
La causalità finale è entrata in scena, nella fisica, già con la termodinamica che, essendo una teoria macroscopica, formula le sue leggi in termini finalistici non potendo offrire direttamente una descrizione dei “meccanismi” intimi dei processi. I processi che la natura realizza sono quelli che raggiungono due fini:
i) la conservazione dell’energia (primo principio)
ii) l’aumento di entropia (secondo principio).
Per questo la termodinamica non piaceva ai meccanicisti che hanno cercato una spiegazione in termini di cause efficienti, cioè meccaniche, alla termodinamica attraverso la teoria cinetica e la meccanica statistica.
Ma anche nella meccanica stessa tutte le leggi di conservazione possono essere lette in chiave finalistica: il moto tende a mantenere costante una certa quantità (quantità di moto, energia meccanica, momento angolare, o altro).
 Anche la formulazione matematicamente più potente delle leggi meccaniche e fisiche in genere, offerta dai principi variazionali, acquista un sapore finalistico. I principi variazionali, infatti, affermano che la natura si comporta in maniera tale da raggiungere lo scopo di rendere minimo un certo integrale d’azione.
Nell’ambito della meccanica non lineare, poi, sono spesso presenti delle soluzioni delle equazioni che governano il sistema, che non dipendono dalle condizioni iniziali (cicli limite stabili), venendo raggiunte come approdo finale del sistema da qualunque stato esso parta.
Se certe considerazioni sul finalismo cominciano ad essere prese in considerazione anche dai fisici, non sembra più così scandaloso che i biologi si stiano ponendo seriamente il problema di accogliere il finalismo come prospettiva adeguata di spiegazione dell’evoluzione, almeno a livello globale e macroscopico, in una maniera somigliante alle leggi della termodinamica.
3.3. Il principio antropico
In questo contesto si sta facendo strada, da diversi anni, anche il cosiddetto principio antropico, [15] con le diverse varianti spesso denominate forma debole e forma forte. Si tratta di un principio finalistico vero e proprio che appare a molti troppo filosofico per poter essere considerato interno alla scienza. Tuttavia, anch’esso coinvolge quantità fisicamente misurabili come le costanti fondamentali della fisica e la stessa struttura delle leggi fisiche. Esso è tanto più significativo quanto più l’evoluzione dell’universo appare un fenomeno altamente sensibile ai valori di tali costanti e alla struttura delle leggi.

4. Conclusioni

Tirando le somme di questa esposizione che cosa si deve dire, dunque?
Tenterei di fissare alcune conclusioni nei seguenti punti:
— l’antica inimicizia tra scienza e teologia è superata almeno per quanto riguarda i principi
— Esistono aperture nello sviluppo delle teorie scientifiche a tutti i livelli, dovute all’affronto della complessità, che richiedono la messa a punto di un’epistemologia e di un’assiomatica ampliate oltre il riduzionismo;
— la logica-matematica sta dilatandosi in modo da poter formulare in maniera rigorosa una teoria dell’autoreferenzialità che sembra comprendere, in qualche modo almeno alcuni aspetti dell’antica teoria dell’analogia. Anche se, sul piano della metafisica, in ogni caso, l’analogia non può essere che la descrizione della partecipazione e questo la scienza, ovviamente, non lo dice;
— la comparsa di approcci di tipo finalistico avvicina ulteriormente l’impostazione scientifica e quella teologica;
— la teologia necessità però di un metodo più dimostrativo di quello che ha attualmente, prevalentemente descrittivo.
Il campo di ricerca è vasto, aperto ed entusiasmante.
Ma intanto che noi facciamo queste riflessioni che cosa ne sarà dell’universo? Avremo il tempo di portarle avanti?
Ciò che la scienza dice sulle origini e il destino dell’universo è in realtà molto di meno di quello che i divulgatori le fanno dire: in ogni caso, allo stato attuale la teoria più accreditata è che l’universo abbia avuto un’origine nel tempo e che il tempo sia nato con l’universo; quanto al destino sembra che l’universo sia soggetto ad una espansione continua e la sua energia si trovi al limite per salvarsi dalla ricaduta per contrazione. Tutte le stime della curvatura dell’universo sembrano garantire che la sua curvatura riemanniana è perfettamente nulla e quindi è nulla la sua energia totale: un perfetto equilibrio tra energia di espansione e di attrazione gravitazionale. Dunque niente cicli cosmologici, ma origine nel tempo e morte termodinamica dell’universo.
 Ma fino a che punto le stime in cosmologia sono attendibili? E le estrapolazioni  non sono troppo grandi per essere vendute come certezze?
Comunque, accettando questi risultati, bisogna ammettere che anche il buon vecchio concordismo può dirsi soddisfatto.



[1] Si può vedere come esempio emblematico di concordismo radicale G.L. Schroeder, Genesi e big bang. Uno straordinario parallelo fra cosmologia moderna e Bibbia, tr. it. Interni, Milano 1991. Si tratta di uno studio che si serve addirittura della dilatazione del tempo einsteiniana per accordare la creazione del mondo in sette giorni con i tempi cosmologici stimati dalle cosmologie recenti.
[2] Oggi non mancano forme di concordismo tra scienza e induismo o scienza e buddismo. Esemplare in questo senso, e forse il più noto, è lo studio ormai classico di F. Capra, Il Tao della fisica, tr. it.. Adelphi, Milano 1982.
[3] Considerazioni concordiste in senso atesita si trovano un po’ in tutto il diffusissimo libro di S. Hawking, Dal big bang ai buchi neri, Rizzoli, Milano, 1988.
[4] Un’analisi più dettagliata di questi equivoci terminologici e interpretativi si può trovare in A. Strumia, “Il problema della creazione e le cosmologie scientifiche”, Divus Thomas (1992), 94, relazione tenuta al Convegno Internazionale “Le origini dell’universo”, Venezia, 5 settembre 1994.
[5] Intendo qui parlare di strumentalismo nel senso in cui ne parla abitualmente K.R. Popper. Si può vedere a questo proposito K.R. Popper, Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica, tr. it. Il Mulino, Bologna 1972, p.186 e sgg.
[6] Una presentazione di questo quadro epistemologico medioevale si può trovare in J. Maritain, Distinguere per unire. I gradi del sapere, tr. it. Morcelliana, Brescia 1974, capp.I, II.
[7] Una presentazione dei teoremi di Gödel con il relativo inquadramento storico e testi originali si può trovare in S.G. Shanker, Il teorema di Gödel. Una messa a fuoco, tr. it. Muzzio ed., Padova 1988.  Una lettura notevolmente ponderosa, ma estremamente gustosa è offerta da D.R. Hofstadter, Gödel, Escher e Bach: un’eterna ghirlanda brillante, Adelphi, Milano 1984.
[8] B. Russell, A.N. Whitehead, Principia Mathematica, Cambridge 1925.
[9] Cfr.  A. Koyré, Études d Histoire de la pensée scientifique, ed. Gallimard, Paris 1972,  p.83.
[10] Una buona esposizione dello svilupparsi della cosmologia recente si trova in M. Hack, L'universo alle soglie del duemila. Dalle particelle elementari alle galassie, ed. Rizzoli, Milano 1992. Per chi vooesse accostare, invece, un bel corso di cosmologia scientifica, didattico e al contempo rigorosamente matematico, suggerirei F. Lucchin, Introduzione alla cosmologia, ed. Zanichelli, Bologna 1994.
[11] Si noti come gli stessi medioevali non negavano il fatto che la stessa vita risiedesse nelle potenzialità della materia, tanto è vero che credevano addirittura nella possibilità della generazione spontanea che avveniva quando la materia veniva sollecitata da una causa adeguata, come il calore del sole.
[12] Le opere scientifiche di H. Poincaré sono state raccolte in traduzione italiana nel volume Geometria e caso. Scritti di matematica e fisica, ed; Boringhieri, Torino 1995.
[13] Un volume dalle tavole in un certo senso artistiche, con relativa trattazione matematica, sulla geometria frattale, ormai divenuto un classico, è quello di H.O. Peitgen e P.H. Richter, La bellezza dei frattali, Bollati Boringhieri, Torino 1987. In Internet si veda anche il sito WWW all’indirizzo http://eulero.ing.unibo.it/~strumia/Menu.html che oltre a mostrare delle immagini offre anche una serie di spiegazioni didattiche e tecniche.
[14] È davvero rilevante per le sue implicazioni filosofiche questo filone di ricerca, aperto da alcuni decenni da Ennio de Giorgi e dai suoi collaboratori alla Normale di Pisa a proposito della possibilità di costruire un’assiomatica “ampia” che ospiti senza contraddizione l’autoreferenzialità, le qualità le relazioni di diversi tipi, comprese le relazioni unidirezionali (come in teologia la relazioni dalla creatura al Creatore che non ha reciproca). Tutta questa indagine è nata dall’esigenza, sorta con l’impiego del computer, di sviluppare un’assiomatica  che non escluda l’autoreferenzialità, in quanto le operazioni iterative, tipiche dell’informatica, sono autoreferenziali. Si veda, ad esempio: E. De Giorgi, M. Forti e G. Lenzi, Una proposta di teorie di base dei Fondamenti della Matematica, Rend. Mat. Acc. Lincei, ser.9, (1994) 11-22; (1994) 117-128; 6 (1995) 79-92; E. De Giorgi e G. Lenzi,La Teoria ’95, una proposta di teoria aperta e non riduzionista dei Fondamenti della Matematica, memoria presentata da E. De Giorgi, Pisa 13-11-1995 E. DE Giorgi, “Dal superamento del riduzionismo insiemistico alla ricerca di una più ampia e profonda comprensione tra matematici e studiosi di altre discipline scientifiche ed umanistiche”, memoria presentata da E. De Giorgi, Pisa, 25-3-1996.
[15] Si può vedere a proposito del principio antropico N. Dallaporta, Scienza, metascienza e metafisica, ed. Cedam, Padova 1994, cap.II, §2.1.





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Fonte : www.albertostrumia.it/?q=content/scienza-e-teologia-confronto-alle-soglie-del-duemila







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