venerdì 5 luglio 2019

La Trinità , di San Tommaso d'Aquino

 

LA TRINITA'
di San Tommaso d'Aquino
(tratto dal Compendio di Teologia)
 
Capitolo 37
Come intendere il Verbo in Dio
Da quanto è stato detto sopra si ricava che Dio pensa e ama se stesso; e ancora che in Dio il pensare e il volere non sono altra cosa che il suo essere. Ora, poiché Dio pensa se stesso, e ogni cosa pensata è in colui che pensa, bisogna ammettere che Dio sia in se stesso come la cosa pensata è in colui che pensa. Ma la cosa pensata, in quanto è in colui che pensa, è in un certo modo il verbo dell'intelletto. Noi infatti esprimiamo con la parola esterna ciò che comprendiamo interiormente: dice infatti il Filosofo che le parole sono segni dei pensieri. Dobbiamo quindi ammettere che in Dio vi sia il Verbo di se stesso.
Capitolo 38
In Dio il Verbo si dice "concezione"
Ciò che è contenuto nell'intelletto come verbo interiore, secondo il comune modo di parlare viene definito concezione dell'intelletto. Infatti si dice fisicamente concepito ciò che viene formato da una forza vitale nell'utero dell'animale vivente per l'azione attiva del maschio e passiva della femmina, nella quale avviene il concepimento; e in questo modo l'essere che viene concepito appartiene alla natura di entrambi, ed è ad essi conforme secondo la specie.
Ciò che invece pensa l'intelletto viene formato nell'intelletto fungendo l'intelligibile da agente e l'intelletto quasi da paziente. E ciò che è pensato dall'intelletto, esistendo nell'intelletto, è conforme sia all'intelligibile che muove (del quale è una similitudine), sia all'intelletto, che è passivo secondo che ha l'essere intelligibile. E così ciò che è compreso dall'intelletto viene chiamato giustamente concezione dell'intelletto.
Capitolo 39
In quale rapporto sia il Verbo nei confronti con il Padre
È qui necessario considerare che esiste una differenza. Essendo infatti ciò che concepisce l'intelligenza una similitudine della cosa pensata, e rappresentandone la specie, ne segue che può essere considerata come un suo figlio. Quando infatti l'intelletto pensa qualche cosa di diverso da sé, la cosa pensata può essere considerata come il padre del concetto che è concepito in esso, e l'intelligenza ha piuttosto la funzione della madre che ha il compito di concepire. Quando invece l'intelletto conosce se stesso, allora il verbo concepito è rispetto a colui che pensa come un figlio rispetto al padre. Di conseguenza, quando parliamo del Verbo secondo il quale Dio pensa se stesso, è necessario considerare lo stesso Verbo nei confronti di Dio, di cui è il Verbo, come il Figlio rispetto al Padre.
Capitolo 40
Come deve essere compresa la generazione del Verbo
Si comprende allora perché nella Regola della fede cattolica si insegni a confessare l'esistenza del Padre e del Figlio quando si dice: "Credo in Dio Padre e nel suo Figlio". E perché nessuno, sentendo il nome del Padre e del Figlio, possa pensare a una generazione carnale, come quando noi parliamo di padre e di figlio, l'evangelista S. Giovanni, al quale sono stati rivelati i segreti celesti, invece di Figlio scrive Verbo, affinché noi sappiamo riconoscere che si tratta di una generazione intellettuale.
Capitolo 41
Il Verbo (cioè il Figlio) ha lo stesso essere e la stessa essenza del Padre
Ma si deve tener presente che, essendo in noi distinto l'essere naturale dal pensare, il verbo concepito nel nostro intelletto, avendo soltanto l'essere intelligibile, è necessariamente di un'altra natura ed essenza dal nostro intelletto, che ha un essere naturale.
In Dio invece l'essere e il pensare sono la medesima cosa. Quindi il Verbo di Dio, che è in Dio, del quale è Verbo secondo l'essere intelligibile, ha lo stesso essere con Dio, del quale è Verbo. Di conseguenza deve essere della stessa natura ed essenza, e tutto ciò che si dice di Dio lo si deve dire anche del Verbo di Dio.
Capitolo 42
La fede cattolica insegna queste cose
Ecco perché nella regola della fede cattolica ci viene insegnato a confessare che il "Figlio è consostanziale al Padre". E in questo modo vengono esclusi due errori. Innanzitutto si sottolinea che il Padre e il Figlio non vanno intesi secondo la generazione carnale, perché questa comporta la separazione della sostanza del figlio da quella del padre: nel qual caso il Figlio non sarebbe consostanziale al Padre. Il secondo errore è questo: non si devono intendere il Padre e il Figlio secondo la generazione intelligibile, così come è concepito il verbo nella nostra mente, perché in noi esso sopravviene quasi accidentalmente all'intelletto, e non ha l'essere dalla sua essenza.
Capitolo 43
In Dio non vi è alcuna differenza del Verbo dal Padre, né di tempo o di specie o di natura
Nelle cose che sono identiche nell'essenza non è possibile che vi siano differenze nel tempo o nella specie o nella natura. Ora, essendo il Verbo consostanziale al Padre, necessariamente non vi sono differenze nei confronti del Padre secondo queste tre cose.
Prima di tutto il Verbo non può differire nel tempo. Essendo infatti il Verbo presente in Dio per il motivo che Dio pensa se stesso concependo intelligibilmente il suo Verbo, se per un certo tempo non fosse esistito il Verbo, Dio non avrebbe pensato se stesso; ma Dio ha sempre pensato se stesso, perché il suo intendere è il suo essere: quindi fu sempre presente in Dio il proprio Verbo. Per questo nella regola della fede cattolica diciamo che il Figlio di Dio è "nato dal Padre prima di tutti i secoli".
Né è possibile che il Verbo di Dio differisca da Dio secondo la specie, quasi che sia minore del Padre, dal momento che Dio pensa se stesso così come egli è, e non meno. E il Verbo ha la specie perfetta perché ciò di cui è Verbo pensa perfettamente: è quindi necessario che il Verbo sia del tutto perfetto nella specie della divinità. Vi sono invece alcune cose che procedono da altre ma che non raggiungono la specie perfetta delle cose dalle quali procedono. Ciò si verifica in un primo caso nelle generazioni equivoche: il sole, per esempio, non genera un altro sole, ma un qualche animale. Per escludere dunque tale imperfezione dalla divina generazione noi confessiamo che il Verbo è nato "Dio da Dio". In un secondo caso ciò si verifica quando una cosa che procede da un'altra ne differisce per un difetto di purezza. Come quando da una cosa che è in sé semplice per l'applicazione alla materia esterna viene prodotta un'altra cosa che è lontana dalla prima specie. Ad es. l'idea della casa nella mente dell'architetto è diversa dalla sua realizzazione; e così la luce proiettata su un corpo genera i colori, il fuoco aggiunto ad altri elementi genera qualcosa di misto e il raggio che colpisce un corpo provoca l'ombra. Per escludere dunque ciò dalla generazione divina si aggiunge "luce da luce". In un terzo caso ciò si verifica quando ciò che procede da altro non raggiunge la perfezione della specie per un difetto di verità, perché non riceve la stessa natura, ma solo una similitudine: come l'immagine dell'uomo riflessa in uno specchio o in una pittura o scultura; e così pure la similitudine di una cosa che è nell'intelletto o nel senso: infatti l'effige di un uomo non è detta uomo vero, ma suo ritratto, "né la pietra è nell'anima - come dice Aristotele -, ma soltanto l'immagine della pietra". Ora, affinché tutto ciò sia escluso dalla generazione divina si aggiunge "Dio vero da Dio vero".
È infine impossibile che il Verbo differisca da Dio, di cui è Verbo, secondo la natura, perché è naturale che Dio pensi se stesso. Ogni intelletto infatti conosce naturalmente alcune cose: ad es. il nostro intelletto conosce naturalmente i primi principi. Molto più dunque Dio, la cui intelligenza è il proprio essere, pensa naturalmente se stesso. Il Verbo dunque procede da Dio naturalmente: non come le realtà che sono prodotte fuori della loro causa naturale, come da noi procedono le realtà artificiali che noi diciamo di fare, mentre diciamo di generare quelle cose che procedono da noi naturalmente, come un figlio. Affinché dunque non si pensi che il Verbo non procede da Dio naturalmente, ma secondo il potere della sua volontà, si dice "generato, non creato".
Capitolo 44
Conclusione di quanto è stato premesso
Risulta chiaramente dalle premesse che tutte le predette condizioni della divina generazione mostrano che il Figlio è consostanziale al Padre, e perciò alla fine si aggiunge quasi in sintesi: "della stessa sostanza del Padre".
Capitolo 45
Dio è in se stesso come l'amato nell'amante
Come la cosa pensata è in colui che pensa in quanto è pensata, così anche l'amato è presente in colui che ama in quanto è amato. Infatti chi ama è in qualche modo mosso dall'amato per un'intima inclinazione: per questo, essendo colui che muove in contatto con la realtà mossa, necessariamente l'amato deve essere presente in colui che ama. Come quindi Dio pensa se stesso, così ama necessariamente se stesso: il bene pensato è infatti in se stesso amabile. Perciò Dio è in se stesso come l'amato nell'amante.
Capitolo 46
In Dio l'amore viene chiamato Spirito
Essendo la realtà pensata in colui che pensa e l'amato in colui che ama, dobbiamo ora considerare il diverso modo di essere nell'altro in entrambi i casi. La conoscenza infatti avviene per una certa assimilazione di colui che pensa all'oggetto pensato, per cui quest'ultimo deve essere presente in colui che pensa mediante una sua similitudine. L'amare invece provoca una certa mozione dell'amato su colui che ama: l'amato infatti attira a sé lo stesso amante. Perciò l'amore non si compie con la similitudine dell'amato, come invece la conoscenza si compie con la similitudine dell'oggetto inteso, ma si compie con l'attrazione dell'amante verso lo stesso amato. Ora, la trasmissione di una somiglianza avviene principalmente nella generazione univoca, quale si verifica nei viventi e nella quale colui che genera è chiamato padre e colui che è generato è chiamato figlio; e anche in essi la prima mozione avviene secondo uno spirito vitale. Perciò nella realtà divina, come il modo con il quale Dio è in Dio come pensato viene espresso chiamando Figlio il Verbo di Dio, così il modo con il quale Dio è in Dio come l'amato nell'amante viene espresso dicendo che vi è in Dio lo Spirito, che è l'Amore di Dio. Perciò secondo la regola della fede dobbiamo credere nello Spirito.
Capitolo 47
Lo Spirito che è in Dio è Santo
Avendo presente che il bene amato ha ragione di fine, e che il moto della volontà è reso buono o cattivo dal fine, ne segue che l'amore con il quale è amato il sommo bene, che è Dio, ha necessariamente una bontà eminente. Ora, questa bontà prende il nome di santità, sia che si intenda "santo" nel senso di "puro" secondo l'uso greco, dato che in Dio la bontà è purissima, esente da ogni difetto, sia che si intenda "santo" nel senso latino di "fermo", perché in Dio la bontà è immutabile. Per questa ragione anche tutto ciò che ha riferimento a Dio si dice "santo", come il tempio, i vasi del tempio e tutto ciò che è destinato al culto divino. Opportunamente quindi lo Spirito, per mezzo del quale viene infuso in noi l'amore con il quale Dio ama Dio viene chiamato Spirito Santo; e per questo motivo la regola della fede cattolica chiama "Santo" il predetto Spirito quando dice: "Credo nello Spirito Santo".
Capitolo 48
L'amore in Dio non comporta nulla di accidentale
Come il pensare di Dio è il suo stesso essere, così anche il suo amare è il suo essere. Di conseguenza Dio non ama se stesso per mezzo di qualcosa che sopravvenga alla sua essenza, ma secondo la sua essenza. Amando dunque se stesso secondo che Egli è in se stesso come l'amato è nell'amante, Dio amato non è in Dio amante in un modo accidentale (come le cose amate sono in un modo accidentale in noi amanti), ma Dio è in se stesso come l'amato nell'amante in modo sostanziale.
Quindi lo stesso Spirito Santo, per mezzo del quale viene infuso in noi l'amore, non è qualcosa di accidentale in Dio, ma è una realtà sussistente nell'essenza divina, come il Padre e il Figlio. Per questa ragione nella regola della fede cattolica viene insegnato che lo Spirito Santo deve essere adorato e glorificato insieme con il Padre e il Figlio.
Capitolo 49
Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio
Bisogna ancora considerare che il pensare proviene dalla capacità intellettiva dell'intelletto, e quando l'intelletto pensa in atto l'oggetto pensato è presente nell'intelletto. Il fatto dunque che l'oggetto inteso sia in colui che intende procede dalla virtù intellettiva di quest'ultimo, e questo è il suo verbo, come si è detto. E similmente ciò che è amato è nell'amante in quanto è amato in atto. Ora, che una cosa sia amata in atto deriva e dalla capacità di amare di chi ama e dal bene amabile conosciuto dall'intelletto. Perciò che l'amato sia nell'amante proviene da due cose: dal principio che ama e dall'intelligibile appreso, cioè dall'idea concepita del bene amabile.
Siccome in Dio che pensa e ama se stesso il Verbo è il Figlio e Colui del quale è Verbo - come si è detto - è il Padre del Verbo, necessariamente lo Spirito Santo, che appartiene all'amore secondo che Dio è in se stesso come l'amato nell'amante, procede dal Padre e dal Figlio. Per cui nel Simbolo si dice: "che procede dal Padre e dal Figlio".
Capitolo 50
In Dio la Trinità delle Persone non ripugna all'unità dell'essenza
Da tutto quanto è stato detto finora dobbiamo concludere che in Dio vi è una Trinità, che tuttavia non ripugna all'unità e alla semplicità dell'essenza divina. Si deve infatti ammettere che Dio è, che esiste per la sua stessa natura, che conosce e ama se stesso. Ciò avviene però in modo diverso in Dio e in noi. Essendo infatti l'uomo nella sua natura una sostanza, mentre il suo pensare e amare non sono la sua sostanza, se si considera l'uomo secondo la sua natura esso è una realtà sussistente, ma se si considera ciò che vi è nel suo intelletto questo non è una realtà sussistente, ma l'idea di una realtà sussistente; e similmente in quanto l'uomo è in se stesso come l'amato nell'amante. Quindi, benché nell'uomo si possano considerare queste tre cose: l'uomo esistente nella sua natura, l'uomo esistente nel suo intelletto e l'uomo esistente nel suo amore, queste tre cose non sono una cosa sola, perché il suo pensare non è il suo essere e neppure lo è il suo amore. E di queste tre cose una sola è una realtà sussistente, cioè l'uomo esistente nella sua natura. In Dio invece essere, pensare e amare sono la stessa cosa. Perciò Dio esistente nel suo essere naturale, Dio esistente nel suo intelletto e Dio esistente nel suo amore sono una sola cosa, e tuttavia ognuna di esse è sussistente. E siccome le realtà sussistenti in una natura spirituale sono dette dai Latini persone e dai Greci ipostasi, per questa ragione i Latini parlano di tre Persone in Dio e i Greci di tre Ipostasi, cioè del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Capitolo 51
Sembra esservi incompatibilità nel porre in Dio la Trinità delle Persone
Da quanto è stato detto sembra però sorgere una certa incompatibilità con la ragione. Se infatti si pone in Dio il numero ternario e si considera che ogni numero comporta una divisione, bisognerà porre in Dio una qualche differenza in forza della quale i Tre siano fra loro distinti; ma in questo modo non ci sarebbe più in Dio la somma semplicità. Se infatti i Tre in qualche cosa convengono e in qualche altra differiscono, vi sarebbe necessariamente una composizione, il che va contro a quanto è stato detto.
D'altra parte, se è necessario ammettere un solo Dio - come si è visto -, e se nessuna cosa può procedere da se stessa, sembra impossibile che vi sia un Dio generato o un Dio che procede. È dunque falso porre in Dio il nome del Padre e del Figlio e dello Spirito che procede da entrambi.
Capitolo 52
Soluzione dell'obiezione. In Dio non vi è distinzione che secondo le relazioni
Per risolvere questa difficoltà occorre avere presente il principio secondo cui in realtà diverse vi è un modo diverso di nascere o di procedere. Infatti nelle realtà prive di vita che non muovono se stesse, ma possono essere mosse solo dall'esterno, una cosa nasce da un'altra quasi alterata e mutata dall'esterno: come dal fuoco ha origine il fuoco e l'aria dall'aria. Nei viventi invece, la cui proprietà è di muovere se stessi, ciò che è generato è in colui che genera, come il feto degli animali e il frutto delle piante. Nei viventi poi bisogna considerare il diverso modo di nascere secondo la diversità delle loro potenze e delle loro operazioni. Vi sono infatti in loro delle potenze le cui operazioni si estendono solo ai corpi, essendo materiali, come appare nelle potenze dell'anima vegetativa, quali la capacità di nutrirsi, di crescere e di generare. Ora, secondo questo genere di potenze dell'anima vegetativa non si genera se non qualcosa di corporeo, fisicamente distinto e tuttavia in qualche modo congiunto nei viventi a ciò da cui deriva. Vi sono però alcune facoltà le cui operazioni, benché non trascendano i corpi, tuttavia si estendono alle "specie" dei corpi ricevendole senza materia, come avviene nelle facoltà dell'anima sensitiva: il senso infatti, come dice il Filosofo, è ricettivo delle forme senza la materia. Tali facoltà comunque, benché ricevano in certo qual modo le forme delle cose immaterialmente, tuttavia non le ricevono senza un organo corporeo. Se si trova dunque in queste facoltà dell'anima una qualche processione, ciò che è generato non sarà qualcosa di corporeo, o fisicamente congiunto o distinto da ciò da cui deriva, ma sarà qualcosa che procede in certo qual modo incorporalmente e immaterialmente, benché non senza l'aiuto di un organo corporeo. Così infatti negli animali nascono le forme delle realtà immaginate, che si trovano nell'immaginazione non come un corpo in un corpo, ma in un certo modo spirituale: per cui anche S. Agostino chiama "spirituale" la visione immaginaria.
Ora, se già nell'operazione dell'immaginazione viene originato qualcosa non in modo corporale, a maggior ragione ciò avviene nell'operazione della parte intellettiva, che nella sua operazione non ha bisogno di un organo fisico, essendo la sua operazione del tutto immateriale. Infatti il verbo procede secondo l'operazione dell'intelletto come esistente nell'intelletto di colui che lo dice, non però contenuto quasi localmente, né fisicamente separato, ma esistente in esso secondo la potenza dell'operazione naturale, e tuttavia distinto secondo l'ordine dell'origine. E la stessa cosa si può dire della processione che si verifica nell'operazione della volontà, secondo la quale, come si è detto sopra, la realtà amata è in colui che ama.
Ora, benché le facoltà intellettuali e sensitive secondo la loro natura siano più nobili di quelle dell'anima vegetativa, tuttavia nel caso degli uomini o degli animali nella processione della parte immaginativa o sensitiva non si genera niente di sussistente nella medesima specie, ma ciò si verifica solo nella processione propria della vita vegetativa: e questo perché nei composti di materia e forma gli individui di una stessa specie si moltiplicano secondo la loro specie per la divisione della materia. Per questa ragione negli uomini e negli altri animali, essendo essi composti di materia e forma, gli individui si moltiplicano nella medesima specie secondo la divisione corporale propria della processione che è secondo l'operazione dell'anima vegetativa, e non nelle altre operazioni dell'anima. Invece nelle realtà che non sono composte di materia e forma non vi può essere se non una distinzione "formale". Ma se la forma per la quale una cosa si distingue dalle altre è la sostanza di quella cosa, necessariamente la distinzione è quella delle realtà sussistenti; il che non accade se la forma non è la sostanza della cosa.
Da quanto abbiamo detto risulta chiaramente che è comune a ogni intelletto il fatto che quanto viene concepito dall'intelletto proceda in qualche modo da colui che pensa in quanto pensa, e che in forza di questa sua processione sia distinto da lui così come il concetto dell'intelletto - che è l'intentio pensata - si distingue dall'intelletto che pensa. E così pure è necessario che l'affetto dell'amante, per il quale l'amato è nell'amante, proceda dalla volontà dell'amante in quanto ama.
Ma è proprio dell'intelletto divino, il cui pensare è il proprio essere, che la concezione dell'intelletto, che è l'intentio pensata, sia la sua sostanza; e lo stesso si dica dell'amore in Dio stesso che ama. Resta dunque provato che l'intentio dell'intelletto divino, che è il suo Verbo, non si distingue da Colui che lo produce in ciò che è l'essere sostanza, ma solo secondo la relazione di processione dell'uno dall'altro. E la medesima cosa va detta dell'affezione amorosa in Dio che ama, che riguarda lo Spirito Santo.
Così è chiaro che niente proibisce al Verbo di Dio, che è il Figlio, di essere una sola cosa con il Padre quanto alla sostanza, e tuttavia di distinguersi da Lui secondo la relazione di processione, come si è detto. Per cui è evidente che una cosa non nasce né procede da se stessa, perché il Figlio procedendo dal Padre è da Lui distinto; e la stessa ragione vale dello Spirito Santo rispetto al Padre e al Figlio.
Capitolo 53
Le relazioni per le quali si distinguono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono reali e non solo di ragione
Queste relazioni per le quali il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo si distinguono a vicenda sono reali, e non solo di ragione. Le relazioni di ragione infatti sono quelle che non nascono da qualcosa che è nella natura delle cose, ma da qualcosa che è solo nella mente: come per una pietra la "destra" o la "sinistra" non sono relazioni reali, ma solo di ragione, perché non derivano da una proprietà reale esistente nella pietra, ma dal punto dal quale viene vista la pietra: ad es. è "a sinistra" perché è a sinistra di un animale. Per un animale invece la "sinistra" o la "destra" sono relazioni reali, perché provengono da determinate proprietà esistenti in determinate parti dell'animale.
Ora, essendo le predette relazioni per le quali si distinguono il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo realmente esistenti in Dio, tali relazioni devono essere reali e non soltanto di ragione.
Capitolo 54
Queste relazioni non sono accidentalmente inerenti all'essenza divina
Non è possibile d'altra parte che tali relazioni siano accidentalmente inerenti all'essenza divina, sia perché le operazioni alle quali seguono direttamente le relazioni sono la stessa sostanza di Dio, sia perché, come abbiamo già mostrato, in Dio non vi possono essere accidenti. Perciò, se le predette relazioni sono realmente in Dio, non possono inerire in modo accidentale, ma solo essere sussistenti. Come poi ciò che nelle altre cose è accidente possa trovarsi in Dio sostanzialmente, è manifesto da quanto è stato detto.
Capitolo 55
Per le predette relazioni viene costituita in Dio la distinzione delle Persone
Poiché in Dio la distinzione avviene per le relazioni, che non sopraggiungono a modo di accidenti, ma sono sussistenti, e poiché in ogni natura intellettuale la distinzione delle realtà sussistenti è personale, necessariamente in Dio la distinzione delle Persone è costituita dalle predette relazioni. Quindi il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo sono tre Persone, e similmente tre Ipostasi, perché "hypostasis" significa qualcosa di "sussistente e di completo".
Capitolo 56
È impossibile che in Dio vi siano più di Tre Persone
È impossibile che in Dio vi siano più di Tre Persone, non essendo possibile moltiplicare le divine Persone per divisione della sostanza, ma solo per la relazione di una qualche processione; e non di una qualsiasi processione, ma solo di quella che non termina a qualcosa di estrinseco. Se infatti la processione terminasse a qualcosa di estrinseco non avrebbe la natura divina, e quindi non potrebbe essere la Persona o l'Ipostasi divina. Ora, in Dio la processione che non termina all'esterno può essere considerata o secondo l'operazione intellettuale dalla quale procede il Verbo, o secondo l'operazione della volontà dalla quale procede l'Amore, come risulta chiaramente da quanto abbiamo detto. Non vi può essere dunque nessuna persona divina che procede se non come Verbo, che noi chiamiamo Figlio, o come Amore, che noi chiamiamo Spirito Santo.
Ancora. Poiché Dio con un solo intuito della sua intelligenza comprende tutte le cose, e similmente con un solo atto della sua volontà ama tutte le cose, è impossibile che in Dio vi siano più verbi o più amori: se quindi il Figlio procede come Verbo e lo Spirito Santo come Amore è impossibile che in Dio vi siano più Figli o più Spiriti Santi.
Parimenti. Perfetto è ciò al di fuori del quale nulla esiste: pertanto ciò che suppone al di fuori di sé un'altra realtà dello stesso genere non è perfetto in senso assoluto; per questo motivo le realtà che per la loro natura sono perfette in assoluto non sono moltiplicate numericamente: come Dio, il sole, la luna e altre cose del genere. Ma sia il Figlio che lo Spirito Santo sono in assoluto perfetti, essendo come si è visto entrambi Dio: dunque è impossibile che vi siano più Figli o più Spiriti Santi.
Inoltre, ciò per cui una realtà sussistente è distinta dalle altre non può essere moltiplicato numericamente, perché l'individuo non può essere predicato di molti. Ma per la filiazione il Figlio è questa Persona divina in sé sussistente e distinta dalle altre, così come per i principi individuanti Socrate è questa persona umana. Come dunque i principi individuanti per i quali Socrate è "questo uomo" non possono convenire che a uno solo, così la filiazione in Dio non può convenire che a uno solo. E la stessa cosa si può dire della relazione del Padre e dello Spirito Santo. È quindi impossibile che in Dio vi siano più Padri o Figli o Spiriti Santi.
Ancora. Le cose che sono uno per la forma non si moltiplicano numericamente se non per la materia: come la bianchezza si moltiplica perché si trova in molti soggetti. Ma in Dio non c'è materia. Così dunque, tutto ciò che è uno per specie o forma in Dio è impossibile che si moltiplichi numericamente. Ma tali sono la paternità, la filiazione e la processione dello Spirito Santo: è dunque impossibile che in Dio vi siano più Padri o Figli o Spiriti Santi.
Capitolo 57
Le proprietà o nozioni in Dio. Quante sono nel Padre
Stabilito in questo modo il numero delle Persone divine, è necessario che anche le proprietà delle Persone, per cui, si distinguono fra di loro, siano in un certo numero. Ora, esse convengono necessariamente al Padre: una per la quale si distingue dal solo Figlio, e questa è la paternità; una seconda per la quale si distingue da entrambi, cioè dal Figlio e dallo Spirito Santo, e questa è la innascibilità, perché il Padre non è Dio procedente da altro, mentre il Figlio e lo Spirito Santo procedono da un'altra Persona; la terza per la quale lo stesso Padre assieme al Figlio si distingue dallo Spirito Santo, e questa è chiamata spirazione comune.
Non è invece necessario assegnare una proprietà per la quale il Padre si distingua dal solo Spirito Santo perché, come si è detto, il Padre e il Figlio sono un unico principio dello Spirito Santo.
Capitolo 58
Le proprietà del Figlio e dello Spirito Santo. Quali e quante sono
Al Figlio convengono necessariamente due proprietà: una per cui si distingue dal Padre, ed è la filiazione; l'altra per cui assieme al Padre si distingue dallo Spirito Santo, ed è per la seconda volta la spirazione comune. Non è necessario invece assegnare una proprietà per la quale il Figlio si distingua dal solo Spirito Santo perché, come si è detto, il Figlio e il Padre sono uno stesso principio dello Spirito Santo. E così pure non è il caso di assegnare una proprietà per la quale lo Spirito Santo e il Figlio si distinguano assieme dal Padre: il Padre infatti si distingue da loro per un'unica proprietà, cioè per l'innascibilità, in quanto non procede. Siccome invece il Figlio e lo Spirito Santo procedono non con un'unica processione, ma con più processioni, ne viene che essi sono distinti dal Padre per due proprietà. Lo Spirito Santo infine ha una sola proprietà, per la quale si distingue simultaneamente dal Padre e dal Figlio e che è detta processione. Da quanto è stato detto appare poi chiara la ragione per cui non vi può essere una proprietà per la quale lo Spirito Santo si distingue dal solo Figlio o dal solo Padre.
Vi sono dunque cinque proprietà che vengono attribuite alle Persone, cioè l'innascibilità, la paternità, la filiazione, la spirazione comune e la processione.
Capitolo 59
Per quale ragione queste proprietà sono dette nozioni
Queste cinque proprietà possono essere dette nozioni perché per mezzo di esse noi possiamo conoscere in Dio la distinzione delle Persone; tuttavia queste cinque nozioni non possono essere dette proprietà se nel concetto di "proprietà" si considera "proprio" ciò che conviene a uno solo: infatti la spirazione comune conviene al Padre e al Figlio. Ma se noi intendiamo "proprio" di alcune cose ciò che è in riferimento ad altro, come l'uomo e l'uccello sono bipedi rispetto ai quadrupedi, niente proibisce di chiamare "proprietà" anche la spirazione comune.
Tuttavia, siccome in Dio le Persone si distinguono per le sole relazioni, mentre le nozioni consentono solo di conoscere la distinzione delle Persone, necessariamente tutte le nozioni appartengono in qualche modo alle relazioni. Di queste però quattro sono vere relazioni per le quali le Persone divine si trovano in rapporto reciproco; la quinta nozione invece, cioè l'innascibilità, appartiene sì alla relazione, ma come negazione della relazione: infatti le negazioni si riconducono al genere delle affermazioni e le privazioni al genere degli abiti, come il "non uomo" al genere dell'uomo ed il "non bianco" al genere della bianchezza.
È necessario tuttavia sapere che fra le relazioni per le quali le Persone sono in reciproco rapporto, alcune hanno un nome, come la paternità e la filiazione, che significano propriamente una relazione; altre invece non hanno un nome, e sono quelle relazioni per le quali il Padre e il Figlio sono in rapporto con lo Spirito Santo e lo Spirito Santo con loro: in questo caso al posto delle relazioni usiamo i nomi di origine. È infatti chiaro che la spirazione comune e la processione significano l'origine, ma non le relazioni che sono conseguenti all'origine. Il che invece si può arguire dalle relazioni del Padre e del Figlio. Generazione infatti significa l'origine attiva dalla quale deriva la relazione di paternità, mentre nascita significa l'origine passiva del Figlio dalla quale deriva la relazione di filiazione. Similmente dalla spirazione comune segue una relazione, e così dalla processione; siccome però queste relazioni non hanno nome, al posto dei nomi delle relazioni usiamo i nomi dei loro atti.
Capitolo 60
Benché in Dio le relazioni sussistenti siano quattro, tuttavia non vi sono che Tre Persone
Dobbiamo ora considerare perché in Dio non vi possano essere, secondo il numero delle relazioni, quattro o cinque persone, pur costituendo le relazioni sussistenti, come si è visto, le Persone divine. Il numero infatti comporta una certa distinzione, poiché come l'unità è indivisibile o indivisa, così la pluralità è divisibile o divisa. Ora, per la pluralità delle Persone si richiede che le relazioni abbiano la forza distintiva a motivo dell'opposizione. Infatti la distinzione formale è data solo dall'opposizione. Se noi dunque esaminiamo le predette relazioni vediamo che la paternità e la filiazione hanno fra loro un'opposizione relativa e non sono compatibili in uno stesso soggetto: quindi la paternità e la filiazione sono necessariamente due Persone sussistenti. L'innascibilità invece è opposta sì alla filiazione, ma non alla paternità; per cui la paternità e l'innascibilità possono convenire a una sola e medesima Persona. Similmente la spirazione comune non è opposta né alla paternità né alla filiazione e neppure all'innascibilità. Nulla vieta quindi che la spirazione comune si trovi sia nella Persona del Padre che in quella del Figlio, e per questa ragione la spirazione comune non è una Persona sussistente distinta dal Padre e dal Figlio. La processione invece ha un'opposizione relativa alla spirazione comune per cui, convenendo la comune spirazione sia al Padre che al Figlio, la processione sussistente è una Persona distinta da quelle del Padre e del Figlio.
È allora chiaro perché non si possa dire che Dio è "quino" perché le nozioni sono cinque, ma bensì "Trino" per la Trinità delle Persone: le cinque nozioni non sono infatti cinque realtà sussistenti, mentre lo sono le Tre Persone.
Benché tuttavia più nozioni o proprietà convengano a una Persona, tuttavia solo una è costitutiva della Persona: infatti la Persona non è costituita quasi della composizione di più proprietà, ma per il fatto che la proprietà relativa sussistente è Persona: se quindi si dovessero intendere le diverse proprietà separatamente come per sé sussistenti, sarebbero più persone e non una. Bisogna dunque comprendere che di più proprietà o nozioni solo quella che procede secondo l'ordine della natura è costitutiva della Persona; le altre proprietà che convengono a una persona vanno invece comprese come inerenti alla Persona già costituita. È chiaro così che l'innascibilità non può essere la prima nozione del Padre che costituisce la sua persona, sia perché la negazione non costituisce nulla, sia perché secondo natura l'affermazione precede la negazione. E così la spirazione comune presuppone secondo l'ordine di natura la paternità e la filiazione; come pure la processione dell'Amore presuppone quella del Verbo, per cui nemmeno la spirazione comune può essere la prima nozione del Padre, e neppure del Figlio.
Di conseguenza bisogna dire che la prima nozione del Padre è la paternità, quella del Figlio è la filiazione, mentre dello Spirito Santo solo la processione è nozione. Si conclude perciò dicendo che tre sono le nozioni che costituiscono le Persone, vale a dire la paternità, la filiazione e la processione. E necessariamente queste nozioni sono anche proprietà: infatti ciò che costituisce una persona deve convenire solo a quella, dato che i principi individuanti non possono convenire a più di un oggetto. Per questa ragione le predette tre nozioni si chiamano "proprietà personali", come costituenti le persone nel modo predetto; le altre due vengono invece dette "proprietà o nozioni delle persone", e non personali, perché non costituiscono una persona.
Capitolo 61
Se si fa astrazione dalle proprietà personali non rimangono le ipostasi
Da ciò risulta che se si fa astrazione dalle proprietà personali non rimangono le ipostasi. Infatti nell'astrazione fatta dall'intelletto, separata la forma, resta il soggetto della forma: come astratto il bianco rimane la superficie, e fatta astrazione dalla superficie rimane la sostanza, e rimossa la forma resta la materia prima; se invece si rimuove il soggetto non resta niente. Ora, le proprietà personali sono le stesse Persone come sussistenti; né costituiscono le Persone come se si aggiungessero a dei soggetti preesistenti, perché in Dio niente di ciò che è detto in modo assoluto può essere distinto, ma solo ciò che è detto in modo relativo. Si può dunque concludere che se l'intelletto fa astrazione dalle proprietà personali non rimangono più le ipostasi; mentre invece se vengono rimosse le nozioni non personali le ipostasi distinte rimangono.
Capitolo 62
Rimosse con l'astrazione le proprietà personali rimane l'essenza divina
Se uno poi domandasse se, rimosse con l'astrazione dell'intelletto le proprietà personali, resti l'essenza divina, bisogna dire che secondo un aspetto l'essenza divina rimane e secondo un altro no.
Vi sono infatti per l'intelletto due modi di fare astrazione. Nel primo modo si astrae la forma dalla materia: e secondo questo modo si procede da ciò che è più formale a ciò che è più materiale: infatti ciò che è il primo soggetto rimane ultimo, mentre si rimuove per prima l'ultima forma. Nel secondo modo invece si astrae l'universale dal particolare seguendo in qualche modo l'ordine inverso: infatti prima sono rimosse le condizioni materiali individuanti per cogliere ciò che è comune. Ora, sebbene in Dio non vi sia materia né forma universale o particolare, vi è tuttavia ciò che è comune e ciò che è proprio, e vi è il supposito di una natura comune: infatti, secondo il nostro modo di intendere, le Persone sono paragonate all'essenza come i suppositi propri alla natura comune. Perciò secondo il primo modo con cui l'intelletto astrae, rimosse le proprietà personali, che sono le stesse Persone sussistenti, non rimane la natura comune, mentre invece l'essenza divina rimane nel secondo modo di astrarre.
Capitolo 63
Il rapporto degli atti personali rispetto alle proprietà personali
Da quanto è stato detto appare chiaro quale sia l'ordine, secondo l'intelletto, tra gli atti personali e le proprietà personali. Le proprietà personali infatti sono le Persone sussistenti. Ora, la persona sussistente, in qualsiasi natura, agisce comunicando la propria natura in virtù della propria natura: infatti la forma di una specie è il principio della generazione di ciò che è simile secondo la specie. Siccome dunque gli atti personali appartengono alla comunicazione della natura divina, bisogna che la Persona sussistente comunichi la natura comune in virtù della stessa natura.
Da ciò si possono trarre due conseguenze. La prima è che la potenza generativa nel Padre è la stessa natura divina: infatti qualsiasi potenza di agire è il principio in virtù del quale qualcosa è fatto. La seconda è che l'atto personale, cioè la generazione, secondo il nostro modo di intendere, presuppone e la natura divina e la proprietà personale del Padre, che è l'ipostasi stessa del Padre, benché tale proprietà, in quanto relazione, sia conseguente all'atto. Ragione per cui, se si considera nel Padre la Persona sussistente si può dire: perché è Padre genera; se invece si considera la relazione sembra di dover dire il contrario: è Padre perché genera.
Capitolo 64
Come bisogna intendere la generazione rispetto al Padre e rispetto al Figlio
Bisogna tuttavia sapere che la generazione attiva rispetto alla paternità deve essere intesa in un modo diverso dalla generazione passiva o nascita rispetto alla filiazione. Infatti la generazione attiva presuppone, secondo l'ordine della natura, la persona del generante, mentre la generazione passiva o nascita, secondo l'ordine della natura, precede la persona generata, dato che la persona generata ha l'essere dalla nascita. Così dunque, secondo il nostro modo di intendere, la generazione attiva presuppone la paternità in quanto è costitutiva della Persona del Padre; la nascita invece non presuppone la filiazione in quanto è costitutiva della Persona del Figlio, ma, secondo il nostro modo di intendere, la precede in entrambi i modi, sia in quanto è costitutiva della Persona, sia in quanto è relazione. E allo stesso modo dobbiamo comprendere ciò che riguarda la processione dello Spirito Santo.
Capitolo 65
Come gli atti nozionali non differiscono dalle Persone se non secondo una distinzione di ragione
Dal rapporto stabilito fra gli atti nozionali e le proprietà nozionali non segue che gli atti nozionali differiscano dalle proprietà personali realmente, ma solo secondo il nostro modo di intendere; come infatti il pensare di Dio è lo stesso Dio che pensa, così la generazione del Padre è lo stesso Dio che genera, benché sia indicato in modo diverso. Similmente, sebbene una sola Persona abbia più nozioni, non vi è tuttavia in essa alcuna composizione: l'innascibilità infatti, essendo una proprietà negativa, non può comportare alcuna composizione. Le due relazioni poi che sono nella Persona del Padre, cioè la paternità e la spirazione comune, sono identiche nella realtà in quanto sono riferite alla Persona del Padre: come infatti la paternità è lo stesso Padre, così anche la spirazione comune nel Padre è il Padre e nel Figlio è il Figlio. Differiscono invece tra di loro secondo le Persone a cui si riferiscono: infatti per la paternità il Padre si trova in relazione con il Figlio e per la spirazione comune con lo Spirito Santo; e similmente il Figlio per la filiazione è in relazione con il Padre e per la spirazione comune con lo Spirito Santo.
Capitolo 66
Le proprietà relative sono la stessa essenza divina
Bisogna ancora dire che le proprietà relative sono la stessa essenza divina. Infatti le proprietà relative sono le stesse Persone sussistenti; ma la Persona sussistente, in Dio, non può essere altro che la divina essenza, la quale è lo stesso Dio, come si è visto sopra; per cui si deve concludere che le proprietà relative sono identiche all'essenza divina.
Ancora. Tutto ciò che è in un altro al di fuori della sua essenza inerisce in modo accidentale; ma in Dio non vi può essere alcun accidente, come si è dimostrato: perciò le proprietà relative non sono nella realtà qualcos'altro dall'essenza divina.
Capitolo 67
Le relazioni non sono qualcosa di aggiunto dall'esterno, come hanno detto i Porretani
Non si può tuttavia dire che le predette proprietà non siano nelle Persone, ma siano ad esse aggiunte dall'esterno, come dissero i Porretani. Infatti nelle cose che sono tra loro in relazione le relazioni devono essere reali: come è evidente nelle creature, nelle quali le relazioni reali sono come accidenti nei soggetti. Ora, come si è visto, in Dio queste relazioni per le quali si distinguono le Persone sono relazioni reali, per cui è necessario che siano nelle Persone divine, non però come accidenti. Infatti anche altre cose che nelle creature sono accidenti, trasferite in Dio perdono il loro carattere di accidenti, come la sapienza, la giustizia e altro, come si è visto sopra.
Inoltre in Dio non vi può essere distinzione se non per le relazioni: infatti tutto ciò che si dice in modo assoluto è comune alle Persone. Se quindi le relazioni fossero esterne alle Persone non resterebbe nelle stesse Persone alcuna distinzione. Le proprietà relative sono dunque nelle Persone, così tuttavia da essere le stesse Persone e anche la stessa essenza divina. Allo stesso modo infatti si dice che la sapienza e la bontà sono in Dio e sono lo stesso Dio e l'essenza divina, come si è detto sopra.
 










 

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