venerdì 2 agosto 2019

BELLEZZA E TRASFIGURAZIONE , di Enzo Bianchi



BELLEZZA E TRASFIGURAZIONE
di Enzo Bianchi


Nell’episodio della trasfigurazione è certamente presente il nucleo evangelico più denso e pregnante circa la visione cristiana della bellezza. Ci chiediamo: Quale bellezza emerge dalla trasfigurazione di Gesù? E quale rapporto può avere con la salvezza? La trasfigurazione è mistero di bellezza anzitutto in quanto mostra che la bellezza è dimensione in Dio che si rivela in Cristo: Cristo narra la bellezza di Dio con la luminosità irradiante del suo volto trasfigurato. Il Dio che «abita una luce inaccessibile» (1 Tm 6,16) ha comunicato agli uomini la sua luce in Cristo, dunque in un corpo umano, nel viso di un uomo: così, tramite il Figlio, che è «irradiazione della gloria del Padre» (Eb 1,3), l’uomo può conoscere il Dio che nessuno ha mai visto né può vedere e può avere comunione con lui. Al cuore della trasfigurazione, come della salvezza, vi è il dono di Dio: la bellezza si declina pertanto come donazione e grazia di Dio cui l’uomo risponde con la gratuità. La bellezza cristiana è l’evento di una relazione di grazia, e la vita cristiana, in quest’ottica, si configura come vita eucaristica posta sotto il primato del dono e non della prestazione, come esperienza di luce e avventura di libertà e amore, dove luce, libertà e amore trovano in Cristo la loro oggettivazione. Diventare somigliantissimi al Cristo partecipando alla bellezza della sua vita è quindi il compito dei discepoli. Bellezza e santità sono sinonimi! E la santità cristiana si declina come comunione. Come la trasfigurazione, infatti, è evento di comunione tra prima e nuova alleanza (Mosè ed Elia e i tre discepoli), tra cielo e terra e tra l’uomo e tutto il creato e il cosmo (l’alta montagna), tra viventi e trapassati che nel Cristo ricevono la possibilità di comunicare, così anche la bellezza cristiana, che nasce dalla rinuncia alla concupiscenza, al possesso e all’abuso, trova nella comunione un suo criterio decisivo. Avvenuta nella carne umana di Gesù di Nazaret, la trasfigurazione non è riducibile a esperienza gnostica ma si oppone a ogni spiritualità dualistica, di rottura: essa non vuole suscitare rotture con il mondo né evasioni dalla storia, non richiede cinismo verso ciò che è corporeo e materiale e neppure vuole negare o diminuire l’umano, ma chiede di accogliere positivamente tutte queste realtà in Cristo per mantenerle o restituirle alla loro bontà e bellezza radicali. E così la bellezza apre alla contemplazione, alla purificazione dello sguardo sulle realtà tutte, considerate come tempio di Dio, luogo della sua presenza. La trasfigurazione è poi celebrazione del volto, anzitutto il volto luminoso di Cristo, ma poi i volti di coloro che lo attorniano – Mosè, Elia, Pietro, Giacomo, Giovanni -, e questo ricorda ai credenti che la comunione ecclesiale è compagnia di volti e nomi precisi, cioè di libertà personali, e che la chiesa ha la responsabilità di essere un luogo di libertà e di umanità, che bandisce la paura e tut­to ciò che attenta alla piena dilatazione dell’umano e, soprattutto, della libertà. In particolare la trasfigurazione ricorda che il volto di ogni figlio di Adamo, di ogni uomo creato a immagine e somiglianza di Dio è portatore di un riflesso dello splendore divino e ha insita in sé la vocazione alla bellezza, a vivere una vita bella, buona e felice. Ora, la luce e lo splendore di bellezza che abitano l’umanità di Cristo preannunciano il regno escatologico in cui non vi sarà più alcuna bruttezza e in cui l’umanità tutta sarà resa dimora di Dio, bella come una sposa pronta per il suo sposo (cf. Ap 21,2-3). Se il regno di Dio è la perfetta bellezza, è cioè il mondo pienamente rispondente allo sguardo e alla volontà di Dio, la chiesa ha nella storia il compito di annunciare la bellezza, o meglio, ha la vocazione di essere bella, «senza macchia né ruga, senza difetti» (Ef 5,27). Per far questo deve essere chiaro che la bellezza da perseguire è certamente già stata narrata da Cristo, ma per la chiesa è a-venire, è la bellezza del regno, del Cristo quando verrà nella sua gloria. La dimensione escatologica è costitutiva della trasfigurazione. Scrive Basilio: «Pietro, Giacomo e Giovanni conobbero la bellezza di Cristo sul monte: era bellezza che splendeva più del sole, ed essi furono resi degni di cogliere con gli occhi un anticipo della sua gloriosa seconda venuta». La trasfigurazione è promessa, promessa del regno, della ricapitolazione di tutte le cose in Cristo, della Pasqua eterna, della salvezza universale, della venuta nella gloria del Figlio dell’uomo, e anche la bellezza è sempre una promessa: essa apre il futuro, ma non è mai totalmente fruibile, non può essere esaurita, abbracciata completamente. Altrimenti sarebbe un idolo. Anche l’esperienza umana di bellezza ha questo connotato: la bellezza dischiude una promessa di felicità suscitando così una tensione vitale nell’uomo. La bellezza ci visita, di essa noi possiamo parlare solo in termini di evento e di avvento, mai di dato! La trasfigurazione configura dunque la salvezza come vita con Cristo, come un essere con lui («È bello per noi stare qui»: Mt 17,4): essa apre al credente la via della partecipazione alla vita divina attraverso l’ascolto («Questi è il mio Figlio … Ascoltatelo!»: Mt 17,5) e dunque connota la bellezza della vita cristiana anche nella sua dimensione di interiorità: si tratta di «rendere bello l’uomo nascosto nel cuore» (1 Pt 3,4), cioè di dare radici interiori e profonde alla bellezza. Nessuna comunione con gli altri uomini e con le creature se non si vive questa dimensione interiore di comunione con Dio che richiede la pacificazione e l’unificazione del cuore! Il «comportamento bello» (1 Pt 2,12) dei cristiani, il loro «comportamento santo» (1 Pt 1,15-16), la loro condotta eticamente responsabile e irreprensibile trova la sua radice nell’innesto vitale della prassi nel mistero pasquale e si nutre di interiorità, di silenzio, di solitudine, di attesa, di lacrime, di preghiera… non di sola efficienza vive l’uomo, ma anche, e soprattutto, di gratuità, di perdono, di carità. È questa comunione fra Dio e uomo, fra l’umano e lo spirituale, fra uomo e uomo, fra l’uomo e il cosmo e tutte le creature che costituisce il cuore della trasfigurazione come esperienza di bellezza e di salvezza. La splendida Gerusalemme celeste descritta nell’Apocalisse non sarà forse esperienza di comunione piena, senza più ombre e opacità? E ciò che si celebra nell’eucaristia non è forse anche magistero di bellezza per le vite dei cristiani? Vite troppo spesso tentate di spegnere il fuoco del vangelo con la timidezza e perfino la pavidità, di frenare l’irruenza del vento dello Spirito con un’etica delle buone maniere, di rendere insipido il sale della buona novella con l’edulcorazione delle esigenze evangeliche, di imprigionare la follia della croce nella camicia di forza della razionalità, della prudenza e del buon senso. E tutto questo fa sì che ci si debba porre una domanda: Che ne abbiamo fatto, noi cristiani, della chiamata a vivere la bellezza? Ma dalla trasfigurazione discende anche un imperativo per le chiese. La trasfigurazione è una festa amatissima dall’oriente cristiano e da li assunta in occidente a partire dal XII secolo (con Pietro il Venerabile, abate di Cluny): essa visibilizza quello scambio dei doni tra chiese sorelle che dovrebbe condurre alla ricomposizione dell’unità visibile tra i credenti in Cristo. Perché è proprio questa divisione che deturpa la bellezza a cui è chiamata la chiesa. E smentendone la bellezza ne indebolisce la forza di segno salvifico, ne spegne la dimensione profetica, ne infiacchisce la capacità testimoniale. E infatti nell’essere uno come il Padre e il Figlio sono uno nel seno della Trinità divina, che i cristiani possono dare al mondo la loro «bella testimonianza». La loro vocazione è essere riflesso della bellezza trinitaria.



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Fonte :   https://www.monasterodibose.it

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