Catechesi del Santo Padre Giovanni Paolo II sui doni dello Spirito Santo
"Regina Coeli" e "Angelus" pronunciati dal Santo Padre nel 1989
- Riflessione sui sette doni dello Spirito Santo (2 Aprile 1989)
- Dono della Sapienza (9 Aprile 1989)
- Dono dell'Intelletto (16 Aprile 1989)
- Dono della Scienza (23 Aprile 1989)
- Dono del Consiglio (7 Maggio 1989)
- Dono della Fortezza (14 Maggio 1989)
- Dono della Pietà (28 Maggio 1989)
- Dono del Timor di Dio (11 Giugno 1989)
REGINA COELI
Domenica, 2 Aprile 1989
Carissimi fratelli e sorelle!
1. In
questa seconda domenica di Pasqua risuonano in tutta la Chiesa le parole rivolte
da Cristo risorto agli apostoli la sera della sua Risurrezione, parole che sono
dono e promessa: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,23).
Siamo
ormai immersi nel clima gioioso del tempo pasquale, la nuova stagione di grazie
che nel ciclo liturgico congiunge il mistero della Risurrezione con quello della
Pentecoste.
2. La
Risurrezione ha realizzato in pienezza il disegno salvifico del Redentore,
l'effusione illimitata dell'amore divino sugli uomini. Spetta ora allo Spirito
coinvolgere i singoli in tale disegno d'amore. Per questo c'è una stretta
connessione tra la missione di Cristo e il dono dello Spirito Santo, promesso
agli apostoli, poco prima della Passione, come frutto del sacrificio della
Croce: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga
con voi per sempre, lo Spirito di verità... egli vi insegnerà ogni cosa e vi
ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,16.17.26).
Significativamente, già sulla Croce il Cristo morente «emise lo Spirito» come
primizia della Redenzione (cfr. Gv 19,30).
In un
certo senso, pertanto, la Pasqua può ben dirsi la prima Pentecoste - «Ricevete
lo Spirito Santo» - in attesa della sua effusione pubblica e solenne, dopo
cinquanta giorni, sulla comunità primitiva, raccolta nel Cenacolo.
3. «Lo
Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti» (Rm 8,11) deve
abitare in noi e portarci ad una vita sempre più conforme a quella del Cristo
risorto. Tutto il mistero della salvezza è evento dell'amore trinitario,
dell'amore che intercorre tra Padre e Figlio nello Spirito Santo. La Pasqua ci
introduce in questo amore mediante la comunicazione dello Spirito Santo, «che è
il Signore e dà la vita» («Symbolum nichoem-constantin.»).
Perciò,
nel nostro appuntamento domenicale per la recita della preghiera mariana di
Pasqua, il «Regina Coeli», noi mediteremo sui doni dello Spirito Santo. E
invocheremo l'intercessione della Vergine Maria perché ci sia dato di
comprendere più a fondo tali doni, ricordando con fede che su di lei per prima è
sceso lo Spirito Santo ed ha steso la sua ombra la potenza dell'Altissimo (cfr.
Lc 1,35); ricorderemo, altresì, che proprio Maria è stata partecipe
dell'assidua preghiera della Chiesa nascente in attesa della Pentecoste.
REGINA COELI
Domenica, 9 Aprile 1989
Carissimi fratelli
e sorelle.
1. Nella prospettiva
della solennità di Pentecoste, verso cui ci sta avviando il periodo pasquale,
vogliamo insieme riflettere sui sette doni dello Spirito Santo, che la
Tradizione della Chiesa ha costantemente proposto in base al testo famoso di
Isaia, riguardante lo «Spirito del Signore» (cfr. Is 11,1-2).
Il primo e più alto
di tali doni è la sapienza, la quale è una luce che si riceve dall'Alto: è una
speciale partecipazione a quella conoscenza misteriosa e somma, che è propria di
Dio. Leggiamo, infatti, nella Sacra Scrittura: «Pregai e mi fu elargita la
prudenza; implorai e venne in me lo spirito della sapienza. La preferii a
scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto» (Sap 7,7-8).
Questa superiore
sapienza è la radice di una conoscenza nuova, una conoscenza permeata di carità,
grazie alla quale l'anima acquista, per così dire, dimestichezza con le cose
divine e ne prova gusto. San Tommaso parla appunto di «un certo sapore di Dio»
(«Summa Theologiae» II°-II°, q. 45, a. 2, ad 1), per cui il vero sapiente non è
semplicemente colui che sa le cose di Dio, ma colui che le sperimenta e le vive.
2. La conoscenza
sapienziale, inoltre, ci dà una speciale capacità di giudicare delle cose umane
secondo il metro di Dio, nella luce di Dio. Illuminato da questo dono, il
cristiano sa vedere dentro le realtà del mondo: nessuno meglio di lui è in grado
di apprezzare i valori autentici della creazione, guardandoli con gli occhi
stessi di Dio.
Di questa superiore
percezione del «linguaggio della creazione» troviamo un esempio affascinante nel
«Cantico delle creature» di san Francesco di Assisi.
3. Grazie a questo
dono tutta la vita del cristiano con le sue vicende, le sue aspirazioni, i suoi
progetti, le sue realizzazioni, viene ad essere raggiunta dal soffio dello
Spirito, che la permea con la luce «che scende dall'Alto», come è attestato da
tante anime elette anche nostri giorni e, direi, oggi stesso da santa Clelia
Barbieri e dal suo fulgido esempio di donna ricca di questa sapienza, pur nella
giovane età.
In tutte queste anime
si ripetono le «grandi cose» operate in Maria dallo Spirito. Ella, che la pietà
tradizionale venera come «Sedes Sapientiae», porti ciascuno di noi a gustare
interiormente le cose celesti.
REGINA COELI
Domenica, 16 Aprile 1989
Carissimi fratelli e sorelle,
1. In
questa riflessione domenicale desidero oggi soffermarmi sul secondo dono dello
Spirito Santo: l'intelletto. Sappiamo bene che la fede è adesione a Dio nel
chiaroscuro del mistero; essa è però anche ricerca nel desiderio di conoscere
più e meglio la verità rivelata. Ora, tale spinta interiore ci viene dallo
Spirito, che con la fede concede appunto questo speciale dono di intelligenza e
quasi di intuizione della verità divina.
La
parola «intelletto» deriva dal latino «intus legere», che significa «leggere
dentro», penetrare, comprendere a fondo. Mediante questo dono lo Spirito Santo,
che «scruta la profondità di Dio» (1Cor 2,10), comunica al credente una
scintilla di una tale capacità penetrativa, aprendogli il cuore alla gioiosa
percezione del disegno amoroso di Dio. Si rinnova allora l'esperienza dei
discepoli di Emmaus, i quali, dopo aver riconosciuto il Risorto nella frazione
del pane, si dicevano l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto,
mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc
24,32).
2.
Questa intelligenza soprannaturale è data non solo al singolo, ma anche alla
comunità: ai Pastori che, come successori degli apostoli, sono eredi della
specifica promessa loro fatta da Cristo (cfr. Gv 14,26; 16,13), e ai
fedeli i quali, grazie all'«unzione» dello Spirito (cfr. 1Gv 2,20 e 27),
posseggono uno speciale «senso della fede» («sensus fidei») che li guida nelle
scelte concrete.
La luce
dello Spirito, infatti, mentre acuisce l'intelligenza delle cose divine, rende
anche più limpido e penetrante lo sguardo sulle cose umane. Grazie ad essa si
vedono meglio i numerosi segni di Dio che sono inscritti nel creato. Si scopre
così la dimensione non puramente terrena degli avvenimenti, di cui è intessuta
la storia umana. E si può giungere perfino a decifrare profeticamente il tempo
presente e quello avvenire: segni dei tempi, segni di Dio!
3.
Carissimi fedeli, rivolgiamoci allo Spirito Santo con le parole della liturgia:
«Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce» («Sequentia
Pentec.»).
Invochiamolo per intercessione di Maria santissima, la Vergine dell'ascolto, che
nella luce dello Spirito seppe scrutare senza stancarsi il senso profondo dei
misteri in lei operati dall'Onnipotente (cfr. Lc 2,19 et 51). La
contemplazione delle meraviglie di Dio sarà anche in noi sorgente di
inesauribile gioia: «L'anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta
in Dio, mio salvatore» (Lc 1,46s).
REGINA COELI
Domenica, 23 Aprile 1989
Carissimi fratelli e sorelle,
1. La
riflessione, già avviata nelle precedenti domeniche, sui doni dello Spirito
Santo ci porta oggi a parlare di un altro dono: quello della scienza, grazie al
quale ci è dato di conoscere il vero valore delle creature nel loro rapporto col
Creatore.
Sappiamo
che l'uomo contemporaneo, proprio in virtù dello sviluppo delle scienze, è
particolarmente esposto alla tentazione di dare un'interpretazione naturalistica
del mondo: davanti alla multiforme ricchezza delle cose, alla loro complessità,
varietà e bellezza, egli corre il rischio di assolutizzarle e quasi divinizzarle
fino a farne lo scopo supremo della stessa sua vita. Ciò avviene soprattutto
quando si tratta delle ricchezze, del piacere, del potere, che appunto si
possono trarre dalle cose materiali. Sono questi i principali idoli, dinanzi ai
quali il mondo troppo spesso si prostra.
2. Per
resistere a tale sottile tentazione e per rimediare alle conseguenze nefaste
alle quali essa può portare, ecco che lo Spirito Santo soccorre l'uomo col dono
della scienza. E' questa che lo aiuta a valutare rettamente le cose nella loro
essenziale dipendenza dal Creatore. Grazie ad essa - come scrive san Tommaso -
l'uomo non stima le creature più di quello che valgono e non pone in esse, ma in
Dio, il fine della propri vita (cfr. «Summa Theologiae», II-II, q. 9, a. 4).
Egli
riesce così a scoprire il senso teologico del creato, vedendo le cose come
manifestazioni vere e reali, anche se limitate, della verità, della bellezza,
dell'amore infinito che è Dio, e di conseguenza si sente spinto a tradurre
questa scoperta in lode, in canto, in preghiera, in ringraziamento. E' ciò che
tante volte e in molteplici modi ci è suggerito dal libro dei Salmi. Chi non
ricorda qualcuna di tali elevazioni? «I cieli narrano la gloria di Dio, e
l'opera delle sua mani annunzia il firmamento» (Sal 19[18],2; cfr. Sal
8,2); «Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell'alto dei cieli... Lodatelo
sole e luna, lodatelo, voi tutte, fulgide stelle» (Sal 148,1.3).
3.
Illuminato dal dono della scienza, l'uomo scopre al tempo stesso l'infinita
distanza che separa le cose dal Creatore, la loro intrinseca limitatezza,
l'insidia che esse possono costituire, allorché, peccando, se ne fa cattivo uso.
E' una scoperta che lo porta ad avvertire con rammarico la sua miseria e lo
spinge a volgersi con maggior slancio e fiducia verso colui che, solo, può
appagare pienamente il bisogno di infinito che lo assilla.
Questa è
stata l'esperienza dei santi; lo è stata anche - possiamo dire - dei cinque
beati, che oggi ho avuto la gioia di elevare agli onori degli altari. Ma in modo
del tutto singolare quest'esperienza è stata vissuta dalla Madonna, la quale con
l'esempio del suo personale itinerario di fede ci insegna a camminare «tra le
vicende del mondo, avendo fissi i cuori là dov'è la vera gioia» («Oratio» XXI
domenicae per annum).
REGINA COELI
Domenica, 7 Maggio 1989
1. Al
rientro dal viaggio pastorale che mi ha portato nel Madagascar, nell'isola di
«La Réunion», nello Zambia e nel Malawi, sento il bisogno di ringraziare
innanzitutto Dio per il servizio apostolico che ho potuto compiere fra quelle
amate popolazioni. Porto nel cuore il ricordo commosso dello slancio generoso
con cui i fedeli di quelle giovani Chiese vivono la loro adesione al Vangelo.
Un grato
pensiero rivolgo anche ai fratelli nell'Episcopato ed ai loro collaboratori
ecclesiastici e laici, che tanto hanno fatto per la buona riuscita della visita.
Ringrazio pure le autorità civili per la cordiale disponibilità con cui mi hanno
accolto e con loro ringrazio anche i membri dei diversi servizi, che si sono
prodigati affinché tutto si svolgesse nel migliore dei modi.
Non mi
soffermo ora sui contenuti della visita, perché intendo ritornare su di essa in
una prossima udienza generale.
2.
Continuando la riflessione sui doni dello Spirito Santo, oggi prendiamo in
considerazione il dono del consiglio. Esso è dato al cristiano per illuminare la
coscienza nelle scelte morali, che la vita di ogni giorno gli impone.
Un
bisogno molto sentito in questo nostro tempo, turbato da non pochi motivi di
crisi e da una diffusa incertezza circa i veri valori, è quello che va sotto il
nome di «ricostruzione delle coscienze». Si avverte, cioè, la necessità di
neutralizzare certi fattori distruttivi, che facilmente si insinuano nello
spirito umano, quando è agitato dalle passioni, e di introdurvi elementi sani e
positivi.
In
questo impegno di ripresa morale la Chiesa dev'essere ed è in prima linea: di
qui l'invocazione che scaturisce dal cuore dei suoi membri - di tutti noi - per
ottenere innanzitutto il soccorso di una luce dall'Alto. Lo Spirito di Dio viene
incontro a tale supplica mediante il dono del consiglio, col quale arricchisce e
perfeziona la virtù della prudenza e guida l'anima dall'interno, illuminandola
sul da farsi, specialmente quando si tratta di scelte importanti (per esempio,
di dare risposta alla vocazione), o di un cammino da percorrere fra difficoltà e
ostacoli. E in realtà l'esperienza conferma quanto siano «timidi i ragionamenti
dei mortali e incerte le nostre riflessioni», come dice il libro della Sapienza
(9,14).
3. Il
dono del consiglio agisce come un soffio nuovo nella coscienza, suggerendole ciò
che è lecito, ciò che s'addice, ciò che più conviene all'anima (cfr. S.
Bonaventurae, «Collationes de septem donis Spiritus Sancti», VII, 5). La
coscienza diventa allora come l'«occhio sano», di cui parla il Vangelo (Mt
6,22), ed acquista una sorta di nuova pupilla, grazie alla quale le è possibile
vedere meglio che cosa fare in una determinata circostanza, fosse anche la più
intricata e difficile. Aiutato da questo dono, il cristiano penetra nel vero
senso dei valori evangelici, in particolare di quelli espressi nel discorso
della montagna (cfr. Mt 5-7).
Chiediamo quindi il dono del consiglio! Chiediamolo per noi e, in particolare,
per i pastori della Chiesa, tanto spesso chiamati, in forza del loro dovere, a
prendere decisioni ardue e sofferte.
Chiediamolo per intercessione di colei, che nelle litanie viene salutata come «Mater
Boni Consilii», la Madonna del buon consiglio.
REGINA COELI
Domenica, 14 Maggio 1989
1. «Veni,
Sancte Spiritus!».
E'
questa, carissimi fratelli e sorelle, l'invocazione che oggi, solennità di
Pentecoste, sale insistente e fiduciosa da tutta la Chiesa: Vieni, Spirito
Santo, vieni e «dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano, i tuoi santi
doni» («Sequentia in sollemnitate Pentecostes»).
Tra
questi doni dello Spirito ce n'è uno sul quale desidero soffermarmi stamane: il
dono della fortezza. Nel nostro tempo molti esaltano la forza fisica, giungendo
ad approvare anche le manifestazioni estreme della violenza. In realtà, l'uomo
fa ogni giorno l'esperienza della propria debolezza, specialmente nel campo
spirituale e morale, cedendo agli impulsi delle interne passioni e alle
pressioni che su di lui esercita l'ambiente circostante.
2.
Proprio per resistere a queste molteplici spinte è necessaria la virtù della
fortezza, che è una delle quattro virtù cardinali sulle quali poggia tutto
l'edificio della vita morale: la fortezza è la virtù di chi non scende a
compromessi nell'adempimento del proprio dovere.
Questa
virtù trova poco spazio in una società in cui è diffusa la pratica sia del
cedimento e dell'accomodamento sia della sopraffazione e della durezza nei
rapporti economici, sociali e politici. La pavidità e l'aggressività sono due
forme di carenza di fortezza che spesso si riscontrano nel comportamento umano,
col conseguente ripetersi del rattristante spettacolo di chi è debole e vile con
i potenti, spavaldo e prepotente con gli indifesi.
3. Forse
mai come oggi la virtù morale della fortezza ha bisogno di essere sostenuta
dall'omonimo dono dello Spirito Santo. Il dono della fortezza è un impulso
soprannaturale, che dà vigore all'anima non solo in momenti drammatici come
quello del martirio, ma anche nelle abituali condizioni di difficoltà: nella
lotta per rimanere coerenti con i propri principi; nella sopportazione di offese
e di attacchi ingiusti; nella perseveranza coraggiosa, pur fra incomprensioni ed
ostilità, sulla strada della verità e dell'onestà.
Quando
sperimentiamo, come Gesù nel Getsemani, «la debolezza della carne» (cfr. Mt
26,41; Mc 14,38), ossia della natura umana sottomessa alle infermità fisiche e
psichiche, dobbiamo invocare dallo Spirito il dono della fortezza per rimanere
fermi e decisi sulla via del bene. Allora potremo ripetere con san Paolo: «Mi
compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle
persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora
che sono forte» (2Cor 12,10).
4. Sono
molti i seguaci di Cristo - pastori e fedeli, sacerdoti, religiosi e laici,
impegnati in ogni campo dell'apostolato e della vita sociale - i quali, in tutti
i tempi e anche nel nostro tempo, hanno conosciuto e conoscono il martirio del
corpo e dell'anima, in intima unione con la «Mater dolorosa» accanto alla Croce.
Tutto essi hanno superato grazie a questo dono dello Spirito!
Chiediamo a Maria, che ora salutiamo come «Regina Coeli», di ottenerci il dono
della fortezza in ogni vicenda della vita e nell'ora della morte.
ANGELUS
Domenica 28 Maggio 1989
1. La riflessione sui doni dello
Spirito Santo ci porta, oggi, a parlare di un altro dono insigne: la pietà. Con
esso, lo Spirito guarisce il nostro cuore da ogni forma di durezza e lo apre
alla tenerezza verso Dio e verso i fratelli.
La tenerezza, come atteggiamento sinceramente filiale
verso Dio, s'esprime nella preghiera. L'esperienza della propria povertà
esistenziale, del vuoto che le cose terrene lasciano nell'anima, suscita
nell'uomo il bisogno di ricorrere a Dio per ottenere grazia, aiuto, perdono. Il
dono della pietà orienta ed alimenta tale esigenza, arricchendola di sentimenti
di profonda fiducia verso Dio, sentito come Padre provvido e buono. In questo
senso scriveva san Paolo: «Dio mandò il suo Figlio... perché ricevessimo
l'adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio ha mandato
nei vostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non
sei più schiavo, ma figlio...» (Gal
4,4-7; cfr. Rm 8,15).
2. La tenerezza, come apertura
autenticamente fraterna verso il prossimo, si manifesta nella mitezza. Col dono
della pietà lo Spirito infonde nel credente una nuova capacità di amore verso i
fratelli, rendendo il suo cuore in qualche modo partecipe della mitezza stessa
del Cuore di Cristo. Il cristiano «pio» negli altri vede sempre altrettanti
figli dello stesso Padre, chiamati a far parte della famiglia di Dio che è la
Chiesa. Egli perciò si sente spinto a trattarli con la premura e l'amabilità
proprie di uno schietto rapporto fraterno.
Il dono della pietà, inoltre,
estingue nel cuore quei focolai di tensione e di divisione che sono l'amarezza,
la collera, l'impazienza, e vi alimenta sentimenti di comprensione, di
tolleranza, di perdono. Tale dono è, dunque, alla radice di quella nuova
comunità umana, che si basa sulla civiltà dell'amore.
3. Invochiamo dallo Spirito Santo
una rinnovata effusione di questo dono, affidando la nostra supplica
all'intercessione di Maria, sublime modello di fervida preghiera e di dolcezza
materna. Ella, che la Chiesa nelle litanie lauretane saluta come «Vas insignae
devotionis», ci insegni ad adorare Dio «in spirito e verità» (Gv 4,23) e
ad aprirci con cuore mite ed accogliente a quanti sono suoi figli e quindi
nostri fratelli. Glielo chiediamo con le parole della «Salve Regina»: «...O
clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria!».
ANGELUS
Domenica 11 Giugno 1989
1. Al
rientro dal pellegrinaggio apostolico nei paesi dell'Europa settentrionale, sul
quale ritornerò prossimamente per esporre alcune mie considerazioni, vi chiedo
fin d'ora di ringraziare con me il Signore per quanto mi è stato dato di
compiere in conformità alla missione pastorale che mi è affidata.
Oggi
desidero completare con voi la riflessione sui doni dello Spirito Santo. Tra
questi doni, ultimo nell'ordine di enumerazione, è il dono del timor di Dio.
La Sacra
Scrittura afferma che «principio della sapienza è il timore del Signore» (Sal
111[110],10; Pr 1,7). Ma di quale timore si tratta? Non certo di quella
«paura di Dio» che spinge a rifuggire dal pensare e dal ricordarsi di lui, come
da qualcosa o da qualcuno che turba e inquieta. Fu questo lo stato d'animo che,
secondo la Bibbia, spinse i nostri progenitori, dopo il peccato, a «nascondersi
dal Signore Dio in mezzo agli alberi del giardino» (Gen 3,8); fu questo
anche il sentimento del servo infedele e malvagio della parabola evangelica, che
nascose sotterra il talento ricevuto (cfr. Mt 25,18.26).
Ma
questo del timore-paura non è il vero concetto del timore-dono dello Spirito.
Qui si tratta di cosa molto più nobile e alta: è il sentimento sincero e trepido
che l'uomo prova di fronte alla «tremenda maiestas» di Dio, specialmente quando
riflette sulle proprie infedeltà e sul pericolo di essere «trovato scarso» (Dn
5,27) nell'eterno giudizio, a cui nessuno può sfuggire. Il credente si presenta
e si pone davanti a Dio con lo «spirito contrito» e col «cuore affranto» (cfr.
Sal 51[50],19), ben sapendo di dover attendere alla propria salvezza «con
timore e tremore» (Fil 2,12). Ciò, tuttavia, non significa paura
irrazionale, ma senso di responsabilità e di fedeltà alla sua legge.
2. E'
tutto questo insieme che lo Spirito Santo assume ed eleva col dono del timore di
Dio. Esso non esclude, certo, la trepidazione che scaturisce dalla
consapevolezza delle colpe commesse e dalla prospettiva dei divini castighi, la
addolcisce con la fede nella misericordia divina e con la certezza della
sollecitudine paterna di Dio che vuole l'eterna salvezza di ciascuno. Con questo
dono, tuttavia, lo Spirito Santo infonde nell'anima soprattutto il timore
filiale, che è sentimento radicato nell'amore verso Dio: l'anima si preoccupa
allora di non recare dispiacere a Dio, amato come Padre, di non offenderlo in
nulla, di «rimanere» e di crescere nella carità (cfr. Gv 15,4-7).
3. Da
questo santo e giusto timore, coniugato nell'anima con l'amore di Dio, dipende
tutta la pratica delle virtù cristiane, e specialmente dell'umiltà, della
temperanza, della castità, della mortificazione dei sensi. Ricordiamo
l'esortazione dell'apostolo Paolo ai suoi cristiani: «Carissimi, purifichiamoci
da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a termine la nostra
santificazione, nel timore di Dio» (2Cor 7,1).
E' un
monito per noi tutti che talvolta, con tanta facilità, trasgrediamo la legge di
Dio, ignorando o sfidando i suoi castighi. Invochiamo lo Spirito Santo, perché
effonda largamente il dono del santo timor di Dio negli uomini del nostro tempo.
Invochiamolo per intercessione di colei che, all'annuncio del messaggio celeste,
«rimase turbata» (Lc 1,29) e, pur trepidante per l'inaudita
responsabilità che le veniva affidata, seppe pronunciare il «fiat» della fede,
dell'obbedienza e dell'amore.
Fonte : http://www.vatican.va
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