lunedì 15 luglio 2019

IL ROMANZO CRISTIANO NON E' UN GENERE. E' UN MODO DI SCRIVERE. di Elisabetta Modena



IL ROMANZO CRISTIANO NON E' UN GENERE. E' UN MODO DI SCRIVERE.
di Elisabetta Modena
 
 
 
 
Intanto spieghiamo il titolo della mia rubrica: leggere la nuova narrativa cristiana.
Partiamo dall’aggettivo nuova: nuova non perché non ci sia mai stata prima d’ora una narrativa cristiana, quanto semmai perché ci piacerebbe che essa riuscisse ad uscire dall’isolamento in cui è stata cacciata dal mercato editoriale e tornare così alla ribalta.
Proviamo a pensare, infatti, perché se entro in una libreria e chiedo “Il quinto evangelio di Mario Pomilio” o “Il cavallo rosso” di Eugenio Corti, tanto per citare libri definiti unanimemente dei capolavori, facilmente non ci sono, mentre se chiedo i libri di Wilbur Smith, di Patricia Cornwell o di Valerio Manfredi (con tutto il rispetto per loro, tanto che li ho pure letti) questi ci sono?
Allora, un primo problema è la diffusione.
Diffondere libri che non ricalcano i soliti cliché (perciò più impegnativi, non sboccati, senza scene di sesso, non violenti…), e che per questo potrebbero avere un mercato di nicchia, è uno spreco di denaro. Meglio puntare sui cavalli di razza delle scuderie editoriali. E badate bene che nemmeno se uno scrive un best-seller, la diffusione gli è garantita: Marco Buticchi ha dichiarato al quinto convegno della rivista “Letture” (25 ottobre 2000) che trattava il fenomeno dei best-seller, che all’inizio i libri se li stampava lui e andava in giro con la moglie a chiedere ai librai se facevano posto anche ai suoi libri. Il tutto funzionò bene, tanto che al terzo libro gli arrivò una proposta del grande editore Mario Spagnol per Longanesi.
Oppure l’editore Mazziarol, della Santi Quaranta (piccola casa editrice trevigiana) che ha riscoperto il valore del passamano per edicole; prendo un brano di un articolo che si trova tra i vari link nel sito della casa editrice:
“L'editore-rappresentante piazza i suoi libri fra edicole e biblioteche, fra sodali e piccole e grandi librerie. La sua rete anomala: 800 punti vendita, fittissimi a Nordest, meno al Nord (Milano, Liguria, Emilia), con propaggini al centro e al Sud. Memore forse di quando inseguiva le persone, per vendere ("e me ne scappava sempre qualcuno"), Mazzariol ha conservato l'umiltà per considerare ogni potenziale cliente una risorsa”.
Credo che sia un esempio da non sottovalutare.
Il fatto che il mercato letterario cattolico non decolli è una spada di Damocle che incombe sia sulle teste di chi scrive, sia su quelle dei volonterosi editori che pur vorrebbero inserirsi nell’agone delle vendite ma non ci riescono. Sembra che il lettore medio si tenga ben lontano dal visitare queste terre letterarie che così rimangono pressoché vergini, come se da certa parte del mondo editoriale non venisse nulla di buono, all’altezza dei tempi odierni.
C’è anche da dire che le piccole case editrici non sono minimamente tutelate, a tutto vantaggio dei colossi dell’editoria che possono permettersi il lusso del lancio pubblicitario, la distribuzione nei mega-store e nelle edicole, la presenza nelle Fiere del Libro, la vendita con sconti sul prezzo di copertina e così via. Col risultato che la gente va a comprare i libri all’ipermercato dove li trova con l’offerta, e le librerie indipendenti fanno sempre più fatica a stare a galla.
Un altro serio problema è la lettura. In Italia siamo pochi a leggere.
Ad esempio fa onore una proposta di legge per inserire l’assegno di lettura nelle scuole, agli studenti meritevoli.
Gli stessi fenomeni editoriali sono appunto “fenomeni”, nel senso Kantiano del termine: apparentemente uno vende due milioni di copie (Susanna Tamaro nel 2004 con Va dove ti porta il cuore e probabilmente molte di queste copie sono anche state lette), però in tanti casi il libro si compra perché è uno status-symbol, salvo poi rimandare la lettura alle calende greche. Così, però, non si crea quel magico contatto tra autore e lettore che dovrebbe fare la fortuna dell’autore, quella sorta di magica alchimia, di cordone ombelicale per cui quando l’autore del cuore pubblica un libro, subito il lettore affezionato si precipita a comprarlo.
Se questo non si crea, appunto, alla successiva uscita di altri libri è possibile che l’autore incassi dei flop clamorosi.
E’ vero che lo stile di vita odierno non contribuisce certo alla lettura: tra orari impazziti di lavoro, incombenze, casa, famiglia, problemi vari, uno quand’è che dovrebbe leggere un libro? Di sera prima di addormentarsi? Eh no, quel momento è sacro, è monopolio della tv (digitale terrestre, tv normale, satellite…).
In pausa sul lavoro? Ma quando mai?!
Nei momenti liberi? Quali?!
Insomma, anche leggere è diventata un’impresa eroica.
Ecco un’interessante analisi di Ferruccio Parrazzoli dal Convegno di Letture “Per la narrativa tra Novecento e nuovo Millennio”, Roma – Milano 29 Ottobre 1997:
«I libri che non hanno memoria sono libri che hanno solo una superficie», avverte Francesca Sanvitale. Secondo La Capria la causa del filo spezzato fra autore e pubblico sarebbe piuttosto da ricercare in un eccesso di produzione che avrebbe impoverito l’immaginazione. Un eccesso di sapere produce il non sapere, inflazione e svalutazione proprio di quella parola che Pontiggia indicava come pietra angolare di ogni narrazione… scrive Giulio Mozzi, «leviamoci dalla testa che lo scrivere sia una funzione... leviamoci dalla testa che lo scrivere sia una missione, leviamoci dalla testa che si possa parlare di qualcosa di diverso dalla verità...». Mi pare che Mozzi abbia enunciato qualcosa di incredibilmente antico e di essenziale: che la verità non può essere dimostrata ma soltanto raccontata. Vedi i Vangeli, aggiungo io.” (n.d.r. Ferruccio Parrazzoli)
Una terza considerazione che ho fatto alla ricerca di possibili testi per una nuova stagione della narrativa cristiana è stata la seguente: ma quali sono gli autori cristiani di oggi?
Provate a pensare a chi vi viene in mente.
Quando ho aperto il mio blog cominciando l’avventura su internet, ho passato alcuni mesi a scorrere i vari blog e siti registrati nei portali cattolici per trovare potenziali autori da leggere. Ebbene, sapete quanti ne ho scovati? Pochissimi.
Rino Cammilleri, Vittorio Messori, Eugenio Corti, Maria Di Lorenzo, Guido Pagliarino, Paolo Gulisano, Mario Pomilio, Luca Doninelli, Luciano Marigo… per citare nomi noti.
Ma c’è un sottobosco di autori cristiani, specialmente italiani, che stenta ad emergere, vuoi perché gli editori faticano a piazzare sul mercato le loro opere, vuoi perché per gli autori è difficile contattare gli editori e creare un rapporto basato sulla fiducia reciproca (e non sul marketing). Spedisci il manoscritto (siccome te lo devi stampare e rilegare da te, puoi farne un numero esiguo di copie) e stai ad aspettare per mesi l’eventuale, sospirata accettazione o il più probabile rifiuto.
In tal senso, però, dovrebbero essere di stimolo esempi come Mary Flannery O’Connor o Michael D. O’Brien che, tradotti, vendono tantissime copie con la loro narrativa a sfondo cristiano.
Allora, nel mio piccolo vorrei fornire alcune considerazioni per approcciare nuovamente il lettore al romanzo d’autore, per farci venire di nuovo voglia di leggere. E magari, di leggere romanzi d’ispirazione cristiana.
E’ incredibile come qui in Italia gli scrittori cattolici siano ghettizzati: Giuseppe Pontiggia con il toccante Nati due volte, Riccardo Bacchelli con Il Mulino del Po’, e tanti altri ancora ignorati, mentre in Francia si sta riscoprendo la narrativa cristiana dopo la scuola dei Bernanos, dei Peguy ed in Gran Bretagna hanno avuto Tolkien, Lewis, Chesterton e Graham Green.
Tutti sono nomi blasonati, che hanno raccolto premi e consensi, che vengono citati – qui da noi – con timore e venerazione. Perché i nostri scrittori non contano?
Perché, soprattutto, noi non li facciamo contare?
La risposta che mi sono data, considerando con senso critico l’attuale panorama letterario, è che noi cattolici subiamo ancora gli strascichi del complesso d’inferiorità in cui ci siamo cacciati confrontandoci con la cultura relativista, nichilista, marxista che ha dominato il secolo Ventesimo.
Specialmente dal secondo dopoguerra in avanti, e poi con la crisi del 1968, la Chiesa (in quanto comunità di cristiani) non ha potuto esimersi dal confrontarsi con la forza pregnante delle ideologie. E per dialogare con gli “avversari” ha usato la loro stessa arma, se così si può dire: la ragione. Non che questo non vada bene, la ragione è lo strumento principe per dialogare con tutti, nel rispetto reciproco. Ce l’ha ricordato anche Papa Benedetto XVI con il noto discorso di Ratisbona. Però, a mio avviso, si è privilegiato di più l’esercizio della ragione a discapito dell’uso della fantasia creativa, che è poi l’anima del capolavoro letterario.
Per spiegare la nostra fede abbiamo prodotto una mole smisurata di saggi, come a dover giustificare con un ragionamento convincente il fatto di credere; mentre i romanzi, che avrebbero veramente potuto aiutare i non credenti (una narrazione avvincente e profonda può essere in grado di “scardinare” l’anima dubbiosa anche più della ragione), li abbiamo letteralmente lasciati nel cassetto di tanti autori validi.
A tutt’oggi anche scrittori che magari hanno già pubblicato qualche volta, faticano a rimanere nel circuito editoriale. E per i neofiti c’è ancora meno spazio, fagocitati tra le agenzie letterarie, per la maggior parte a pagamento, e le case editrici che spesso cestinano i romanzi d’esordio che arrivano loro.
Anche San Paolo ha detto di dare ragione della speranza che è in noi, ma l’arte, la vera arte, stupisce di più con la bellezza che col convincimento.
Ecco, a proposito, una bellissima citazione di Corti:
“A volte mi succede di paragonare i miei scritti agli archi romani, opere tutto considerato particolari, consistenti in due sole colonne che in alto si fondono tra loro: le mie due colonne sono – o almeno io cerco che siano – la verità e la bellezza. Una delle soddisfazioni maggiori, nello scrivere, la provo quando riesco ad afferrare la verità e a renderla compiutamente, con forza. Per presentarla agli altri, però, è indispensabile anche la bellezza: ogni pagina deve incantare, affascinare”.
(Eugenio Corti, in Paola Scaglione, Parole Scolpite. I giorni e l’opera di Eugenio Corti, Ares, Milano, 2002, pag.52).
Se io ripenso alla mia educazione cattolica, cosa ricordo? I genitori, la parrocchia, gli educatori, gli insegnanti, le figure di riferimento… e i libri. La narrativa, come Le confessioni di Sant’Agostino, i romanzi dei grandi scrittori dell’Ottocento, il nostro Manzoni, Dante. I classici, insomma, che offrono la loro risposta alle grandi domande sul significato della vita e dei problemi dell’umanità.
Ma nessun saggio.
Cosa leggeva Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) prima di convertirsi? L’autobiografia di santa Teresa D’Avila! E Sant’Ignazio di Loyola quando, malato, cominciava a mettere in dubbio il suo desiderio di compiere eroiche imprese militari? Le vite dei santi, specialmente La vita di San Francesco d’Assisi.
E così via.
Allora, per tirare le fila di questo mio primo lungo articolo, suggerirei al lettore al quale stiano a cuore questi discorsi di fare una seria, attenta riflessione sulla qualità di quanto ha letto finora, magari facendo a volte anche autocritica. Perché leggere un tascabile leggero, d’evasione, quando potrei benissimo rilassarmi con un romanzo a sfondo apologetico o religioso? Ad esempio con “Il padrone del mondo” di Robert Benson, o così via? Sì, devo solo fare la fatica di cercarlo. Ma si trova, con pazienza, si trova!
E dovremmo provare a guardare alla pagina scritta attraverso il filtro di due categorie, chiamiamole così, senza avere la pretesa di fare critica letteraria: Realismo ed Autenticità.
Per realismo intendo la capacità di descrivere tout court, di descrivere anche con minuziosa esattezza una storia: particolari, concretezza, oggettività, ecc.
Per autenticità intendo la capacità di infondere vita ai personaggi e alle ambientazioni. E’ questa la caratteristica del capolavoro letterario.
Non è detto che un romanzo realistico (tipo tutti i best-seller famosi delle varie case editrici) siano autentici, cioè veri (di fatti anche il lettore più smaliziato sa che, pure se le scene sono descritte con minuziosa verità, in realtà sempre di letteratura d’evasione si tratta), mentre alcuni romanzi autentici da cui il lettore assorbe “materia viva”, non è detto che siano per forza rispondenti ai canoni del realismo. Possono anche essere di fantascienza, fantasy (Tolkien), e così via.
Paradossalmente ci piacciono i romanzi contemporanei, quelli che vanno in voga, e ci immergiamo con avidità nella lettura perché ci sembrano “veri” rispetto alle descrizioni noiose dei romanzi del passato, senza accorgerci purtroppo che questi best-seller sono veri quanto una pizza surgelata. Scusate il paragone.
Riprendo le parole di un altro scrittore al Convegno di Letture, prima citato, sulla narrativa: il messicano Paco Ignacio Taibo II:
Credo senz’altro che il romanzo non sia un ritratto realista e che ogni città che viene descritta sia inventata, ricostruita. Credo che la finzione riordini la realtà inventandola. Credo che la letteratura sia artificio, simulazione della realtà, invenzione dopotutto. Credo che un buon romanzo parta da un patto diabolico col lettore, dalla convenzione: "Mi crederai finché mi starai leggendo". Credo che la chiave sia la credibilità e non la realtà. Che non si lavori con le fotocopie, ma con l’essenza delle cose .… Credo che il romanzo sia la vita e che la vita sia la letteratura e che tutte e due si muovano in spazi condivisibili e intercambiabili”.
Qui si apre il dibattito tra fantasia e realtà.
Finchè la letteratura ha conservato un legame tra realtà e fantasia, essa ha prodotto opere pregevoli.
Purtroppo una cesura non trascurabile è avvenuta intorno agli anni Ottanta: scrittori come Eco e Calvino, spinti dalle loro convinzioni letterarie, hanno separato la realtà dalla verità (un processo questo, in realtà, già iniziato da tempo e la cui origine non è da ricercarsi certo in Italia) ed hanno usato la fantasia come risorsa per sperimentare, per giocare con la realtà e con i suoi significati. Ma così facendo, hanno decretato la morte del romanzo come fino ad allora lo si era conosciuto.
Non è un caso che tutti i critici siano d’accordo nel dire che dopo il 1980 (anno di pubblicazione per Umberto Eco de “Il nome della rosa”, e l’anno prima per Calvino di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”) la letteratura stia languendo, passando per vie piatte, sperimentali, intellettuali, intimistiche.
Cito dal sito di Antonio Spadaro:
“Eco e Calvino, pur diversi, sono uniti da una sorta di illuminismo scettico e da un'idea di letteratura combinatoria, citazionista, labirintica tra enciclopedia e cruciverba (Ée dunque da una sfiducia radicale per la narrazione!). Si può forse affermare che la "vendetta" del mercato su Eco è avvenuta nel 1994 con il successo della Tamaro (2 milioni di copie vendute) che, pur con toni da saggezza prêt à porter, ha il coraggio di mettere in scena sentimenti elementari, comuni. Con Eco comincia la marcia trionfale della scrittura euforica che accantona le problematiche profonde della letteratura, compresa quella della tensione linguistica, in favore di un'esibizione spavalda e geniale del lato comunicativo della parola applicato ad un congegno di fascinazione fabulatoria accattivante. L'aspetto positivo è il rinato gusto per il racconto. Si apre la stagione del romanzo di successo (e, a volte, anche di consumo).”
La frattura tra fantasia, usata solo come artificio, come gioco fra i significanti, e tra realtà ha portato al moltiplicarsi dei romanzi d’evasione.
I libri sono diventati preda delle case editrici e degli editors. Si scrivono a tavolino. Si pianificano le trame.
L’ispirazione, che dovrebbe avere a che fare con la vita vera, viene invece messa da parte perché il più delle volte è la vita vera stessa ad essere “automatizzata”, dentro una società che vuole omologare tutto e tutti tramite il demone della globalizzazione.
Mary Flannery O’Connor diceva che la scrittura potente, quella vera destinata ad essere intramontabile e a valicare persino i confini delle nazioni, è un corpo a corpo con l’ispirazione: “lo scrittore deve lottare «come Giacobbe con l’angelo […]. La stesura di un romanzo degno di questo nome è una sorta di duello personale».
«La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa».
A queste cose «bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore»: scrivere narrativa non è questione di “dire cose”, ma di “farle vedere” al lettore.
Prendo dall’articolo di Spadaro: “Il volto violento della grazia”:
«Il mondo dello scrittore di narrativa è colmo di materia», mentre spesso si crede che siano le emozioni tumultuose o le idee grandiose a fare un racconto. Nient’affatto: con i concetti astratti e i presupposti teorici non si fanno storie; le cose che vediamo, ascoltiamo, annusiamo e tocchiamo ci condizionano molto prima che iniziamo a credere in qualcosa che sia astratto e dunque la caratteristica principale, e più evidente, della narrativa «è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. È questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose». E quest’abitudine deve mettere radici profonde in tutta la personalità dell’artista. È la materia e la concretezza della vita che danno realtà al mistero del nostro essere nel mondo”.
Si viene così a delineare il senso cristiano dello scrivere narrativa o, come recita il titolo di quest’articolo, il fatto che il romanzo cristiano non sia un genere letterario (giacchè può appartenere alla categoria del thriller, della fantascienza, del romanzo storico…) ma un modo di scrivere:
«Il fondamento morale della Poesia [n.d.r.: e per esteso anche della narrativa ] è il nominare in maniera accurata le cose di Dio …rendere quanta più giustizia possibile all’universo visibile» perché esso «è un riflesso di quello invisibile».
Sulla rivista apologetica “Il timone” ho trovato un interessante articolo di Roberto Beretta che riporta un’intervista a Luca Doninelli, critico letterario e scrittore cristiano.
“Il buon cristiano si vede dal romanzo? Anche. E dice Doninelli: Lo scaffale della letteratura è fondamentale per un cattolico, perché il cristianesimo è un racconto. Anzi, secondo me uno dei sintomi della crisi della fede in Italia è il fatto che non produce più narrativa. Molta saggistica sì, teologia, sociologia. Ma il cristianesimo non può essere solo un dato intellettuale”.
E Doninelli cita i 10 libri che dovrebbe contenere lo scaffale cristiano di narrativa:
Le Confessioni di Sant’Agostino, La Divina Commedia di Dante, La Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, tutta la drammaturgia di William Shakespeare, gli Inni alla notte di Novalis e La cristianità ovvero l’Europa dello stesso poeta tedesco, il francese Charles Peguy, l’inglese Thomas S. Eliot, i russi, uno su tutti Dostoevskij, Hemingway (così leggendolo si capisce fino a dove conduce il non accettare la proposta di fede cristiana), l’americana cattolica Mary Flannery O’Connor, i nostri Alessandro Manzoni, Clemente Rebora e Giuseppe Ungaretti.
Questa è la lista compilata da Doninelli. Io aggiungerei Tolkien e Lewis, e tutti i grandi romanzieri europei dell’Ottocento.
Concludo col decalogo di Pontiggia, che fa molto riflettere: le dieci regole per scrivere; le prendo dal sito di Letture:
1) Ricòrdati che la parola è il mezzo di comunicazione più antico, il primo dopo il gesto, e comprensibilmente il più logoro. Defraudata, degradata, decrepita, defunta, la parola può però rinascere. Scrivere è trovare il punto di intersezione tra la paura di ripetere e l’avventura di scoprire.
2) Alle soglie del terzo Millennio le tradizioni si moltiplicano, si attraversano, si dissolvono. L’Europa è diventata Africa, Asia, America, Australia. Non ancora Antartide, ma perché è disabitata. Una volta la tradizione classica dominava l’Occidente, oggi convive con le altre. Non propone più modelli, ma esempi. È finita l’idea di tradizione cara a Hegel e a Sainte-Beuve, a Croce e a Eliot e a Curtius e ai molteplici canoni, dal Medioevo a Steiner e a Bloom. È scomparso un miraggio. Sono rimasti i classici. Il problema non è se siano attuali, loro lo sono a priori (basta, a posteriori, leggerli), il problema è se siamo attuali noi. Leggi Apuleio e il Satyricon. Vedrai che non siamo noi a visitarli, ma loro a visitare noi.
3) Evadere dalla gabbia dei generi letterari. Non alla maniera di Croce, che ne aveva creati altri due, la poesia e la non poesia, né alla maniera della contaminatio latina e del bricolage contemporaneo, che li conservano mescolandoli. Semmai una prosa come intersezione di piani che hanno dimenticato di appartenere a un genere.
4) Non si è mai aspirato tanto al romanzo come nell’epoca in cui si è tanto parlato del suo declino o del suo decesso. Lascialo a chi abbia un progetto che diventi struttura e linguaggio. Lìberati dall’ossessione stupida sia di farlo sia di distruggerlo, non meno rovinosa della prima.
5) La narrativa rischia di essere soffocata dall’ipertrofia della critica, che occupa – come una piovra mostruosa e inevitabile, temibile e utile – qualsiasi spazio. La colpa è della narrativa, che la osserva ipnotizzata e nei casi peggiori, i più frequenti, la segue anziché precederla. Spesso lo fa anche l’avanguardia, il reparto che dovrebbe precedere le truppe.
6) Ricòrdati che quando scrivi non stai risolvendo i mali del mondo e neanche quelli del tuo Paese. Chi vuol essere ricordato per le buone intenzioni sarà, nei casi migliori, ricordato per queste. Goffredo Mameli c’è riuscito. I narratori di solito hanno ambizioni meno altruistiche e i posteri, come diceva Jules Renard, hanno un debole per lo stile.
7) La critica di solito rimprovera a un artista di non essere un altro. Così molti rimproverano alla narrativa di non essere giornalismo o sociologia o politica o esotismo o consolazione o Storia. Il romanzo nell’Ottocento ha creduto in questi equivoci e sappiamo quanto l’equivoco possa essere fecondo, se pensiamo ai matrimoni riusciti. Oggi il romanzo deve scoprire ogni volta la propria identità. Lo si scrive anche per questo.
8) Non dimenticare il lettore. Non il lettore massa da accudire nel suo legittimo bisogno di qualche ora di distrazione, né il lettore snob da accontentare nelle sue piccole voglie da gravidanza isterica. Non si scrive per sé, come ti dice l’esordiente quando ti porge il manoscritto, né si scrive per gli altri, come dicono gli apologeti della letteratura commerciale o i missionari della letteratura sociale. Si scrive per quel sé che coincide idealmente con gli altri.
9) Eversione linguistica e innovazione dissimulata non sono tanto distanti come si suppone. Sembrano opposti ma, visti più da vicino, vogliono la stessa cosa, l’una fingendo di distruggere, l’altra di conservare.
10) Il Novecento ha visto il trionfo e insieme il naufragio della Storia. Tutto diventa Storia, ma questo riguarda il passato. Il narratore non racconta la Storia, il narratore la fa.
                                                     
                                                              
                                                                                   Elisabetta Modena
 
 
 



Fonte : 
Note biografiche sull'Autrice Elisabetta Modena : www.artcurel.it/ARTCUREL/ARTE/LETTERATURA/ElisabettaModenaBio.htm .
Per leggere alcuni scritti di Elisabetta Modena si può consultare la sua Rubrica su ARTCUREL : "Leggere la Nuova Narrativa Cristiana", oppure i Blog : www.elisabettam.splinder.com ; http://biblogit.splinder.com   .  E-mail:  francescotex@interfree.it .  











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