giovedì 25 luglio 2019

IL BATTISTERO E LA CHIESA DI AGLIATE Capolavoro romanico della Brianza, di Alessio Varisco



IL BATTISTERO E LA CHIESA DI AGLIATE
Capolavoro romanico della Brianza
di Alessio Varisco


Basilica dei Santi Pietro e Paolo ad Agliate
Premessa

Ricorrenza importante per un monzese è certamente la Festa dei Santi Patroni cittadini: San Gerardo de’ Tintori e San Giovanni Battista. Ancora più significativa la Festività dei Santi Pietro e Paolo, poiché unica città a rito romano –e papista- in un universo, tutti i comuni dell’Arcidiocesi di Milano, ambrosiano. Monza romana, nel culto liturgico e nella prassi. Ma anche un cittadino del mondo che abita a Monza, vi è nato e lavora, può pensare ad altro nella ricorrenza più bella per un cattolico. E un modo diverso di celebrare i due santi, pilastri dell’Ortodossia cattolica, è anche di scrivere di San Pietro e Paolo segni visibili nella “prassi di fede” del territorio circonvicino. Avrei potuto scrivere della bella Chiesa di San Pietro e Paolo in Monza, ho preferito iniziare dalla Brianza, dal principio delle nostre origini cristiane cattoliche in terra briantea.
 
 
San Pietro e Paolo in Agliate. Un complesso sacrale brianteo

La nuova provincia della Brianza, di cui Monza ne è capoluogo, è terra in cui non è cosa straordinaria il trovare dei paesi, o dei Borghi, che possano decantare un’antichissima genesi. In taluni casi, poi, si tratta di un’origine romana, per altri perfino precedente; a segno di questi tempi anteriori, molto spesso, permangono rovine di costruzioni antiche, edifici, monumenti civili e templi devozionali.
A circa una decina di chilometri a settentrione di Monza, nell’infossata valle del fiume Lambro, vicino alle grotte di Re Aldino, sorge il paesello di Agliate. Il territorio che andiamo esaminando è il limine fra la cittadina di Carate e Costa Lambro. Il borgo di Agliate può -a ragione- decantare una più che invidiabile origine.
I nomi generici terminanti in «ate » proverebbero l’antichità del sito; difatti tale terminazione -con varianti più o meno grandi- la troviamo a designare quei paeselli sparsi per l’ondulata Brianza, quali Galliano di Erba, Galliate in provincia di Varese, Civate presso Cantù che come Agliate hanno un’origine remota.
Tale fatto potrebbe, da solo, deporre in favore di un’origine comune antica. Secondo alcuni studiosi, poi, il nome di “Agliate” deriverebbe in linea retta da “Alea” ossia territorio donato a soldati romani distaccati nei vari presidi, per meriti che avrebbero acquistati. Questo basterebbe a confutare la tesi di un’origine romana del sito di Agliate.
Altri studiosi azzarderebbero che in Agliate si trovasse un presidio di soldati romani -ipotesi questa tutt’altro che assurda-. Detta tesi è sostenuta dall’illustre archeologo Mommsen che vuol riconoscere nella strada che passa attraverso il paesello e nel relativo ponte sul fiume Lambro, un tratto di una strada romana, un’arteria che congiungeva Milano con Como, la cosiddetta strada “Mediolanum-Aliatum–Comum” con accesso obbligato ad Agliate. Tale tesi apparirebbe poi comprovata dal nome di Costa, il paesello che sovrasta Agliate, originato, sempre secondo lo stesso Mommsen da “Castrum” e perciò fortezza o spazio rinchiuso e guarnito di fortificazioni, adoperato per l’accampamento notturno dei soldati del presidio romano di guardia che invece durante il giorno erano impegnati nella salvaguardia della strada ed del ponte sottostanti il paesello di Costa Lambro.
Nel 1793 venne scoperchiata una lapide che comprovò l’antichità di Agliate: essa era di proprietà di un certo Aruspice –il cui nome è Veraciliano- e porta la seguente epigrafe:

«D. M. T.
VERACILIANUS
ARUSPEX D. M. S,
Q. V. A. CXXXV
S. C. IPSE SERVI
VO. FECIT MI
MARCELLINA».

Al di sotto dell’iscrizione è scolpita una sorta di otre, simile nella forma ad una chiocciola; di fianco, sulla sinistra, è il disegno di una patera e di una verga o liuto; sulla destra un coltellaccio, detto “secespite”. secondo lo storico Corbella la lapide fu portata a Giussano, poi a Verano ed infine scomparve nel nulla, forse fugata da qualche antiquario.
Durante i lavori di restauro del campanile, si trovò un pietra votiva dedicata al dio Silvano che, dopo Giove, era la principale divinità dei luoghi boscosi. Sul cippo si poteva leggere la seguente iscrizione:
« SILVANO / V.S.L.M. »
Esiste traccia di diverse parole rese indecifrabili dalla frattura dello stesso cippo. Successivamente ai restauri del secolo scorso questo cippo è stato murato sulla sinistra dell’entrata del Battistero e serve da acquasantiera.
In realtà il vero vanto presso gli storici dell’arte e gli estimatori dell’arte lombarda è il complesso –importantissimo per la molteplicità di resti- della Basilica e del Battistero, in perfetto stile romanico. Quello di Agliate resta un’inconfondibile testimonianza dell’antichità di questo paese che annovera un vero e proprio tesoro.
 
 
Grafici della Chiesa e del Battistero di Agliate
 
La Basilica di Agliate -con l’annesso Battistero- risulta unica per la sua vetustà e per il suo stile nella Brianza. Essa è seconda -nell’Arcidiocesi di Milano- solo a di Sant’Ambrogio in Milano. si capisce quanto sia importante quest’edificio brianzolo per le peculiarità stilistiche, i resti precristiani e la consistenza di un culto diffuso nell’area, tale da far sorgere un simile complesso.
Una delle ragioni dell’esistenza di questo luogo starebbe nell’antichità del paese. Tutto fa supporre che il complesso di Agliate sia sorto proprio sopra le rovine di un tempio pagano al Dio Nettuno. In realtà alcuni storici dicono l’abbia soltanto sostituito; è nondimeno evidente che una grande quantità di materiale fosse proveniente proprio da detto tempio che fu usato per la nuova costruzione cristiana.
All’interno della Basilica si può notare una frammentarietà dello stile. Ciò è dipeso dal fatto che molto probabilmente lo sforzo maggiore fu di adattare il più possibile quel materiale di spoglio, colonne, capitelli od altro, che potessero essere disponibili. Questa tesi della costruzione con materiali preesistenti sarebbe confutata dal fatto che ogni colonna ha una forma sua propria, un diverso diametro ed i capitelli sono tutti disuguali.
Gli storici dicono che sarebbe impossibile attribuire una simile varietà di forme ad un ingegnosità stilistica. Orbene una simile opera denuncia che in sé che una così grande diversità non ha alcunché di simmetrico e di armonico.
L’esatta data di costruzione non è molto facile però da precisare. Lo nota bene il Corbella nel suo libro «Memoria di Agliate»; difatti a nessuno sfugge l’antichità della Basilica per le prove sopra elencate, ma pochi azzardano un’ipotesi di databilità del complesso. O meglio le “bande di oscillazione”, dipese anche dalla preesistenza dei manufatti di decorazione architettonica, non sono sempre univoche, anzi.
Tratteremo la trattazione partendo da una curiosa -ma infondata- supposizione lasciata scritta negli atti della visita pastorale da un tal Protonotario Apostolico Visitatore, datata 1742 con la quale si vuol far della Basilica di Agliate un tempio pagano trasformato, nei primi secoli del Cristianesimo, in una chiesa.
Il Cardinal Federico Borromeo, invece, è molto più misurato nel suo resoconto fatto nel 1619, poiché sostenendone l’antichità non precisa alcuna data. Ecco la traduzione di quanto ha lasciato scritto
«L’architettura di questa Chiesa, la sotterranea cripta (detta scurolo), il tempietto ottagonale (battistero) separato dalla Chiesa, il titolo stesso dei SS. Apostoli Pietro e Paolo ed infine il luogo dove venne edificata la Chiesa nel centro della Pieve, e le vestigia che ci rimangono e le rovine degli stessi edifici ne attestano l’antichità».
Nell’archivio parrocchiale sono solo queste le uniche -piuttosto esigue- testimonianze sul complesso di Agliate.
Se dal lato degli storici e dell’archivio parrocchiale, pochissime sono le prove e le dichiarazioni su quest’edificio sacro, molteplici –invece- rimangono delle probabili e serie supposizioni basate su iscrizioni -o lapidi- trovate nella Basilica o nelle vicinanze.
Un’epigrafe, copiata qui ad Agliate dal bibliotecario Branca dice:

« + AMIZIA M
ATER GARIBA
NI PRESBITERI
VI PC. PAUL I NI IND. III

Iscrizione che potrebbe essere così interpretata:
«Ha qui riposo la madre di Garibano sacerdote».
L’ultima linea dell’epigrafe sarebbe in grado di fornirci la data dell’iscrizione e cioè il 3 anno dopo il consolato di Paolino; si tratterebbe dell’anno 540. detto questo si potrebbe confermare che già nell’anno 540 in Agliate ci fosse una Chiesa con il proprio Cappellano.
Nel Battistero, c’è un’altra lapide che porta la seguente iscrizione:

« Il ANIM. IN XP ω XP ω V
SEXTILIAE CATIAE ET SEXTILIO BASSIANO
QUAE VIXIT ANNIS
XXI MENSES VIII
GERMANIA EVNOE
PATRONA ALUMNAE
PIENTISSIMAE
QUI VIXIT ANNIS
XXV MENSES VI
SEXTILIA VALERIANA
GENERO PIENTISSIMO
Coniuges hic positi
acerbo funere rapti »

Il latinista si aspetterebbe perfezione grammaticale e qui resta deluso: non noi, invece, che vediamo in queste improprietà un elemento distintivo, una peculiarità precipua, della lingua latina del VI e VII secolo, a riconferma dell’antichità della Basilica.
Il Battistero serba altre due lapidi funerarie: sulla prima sono visibili queste parole

«HIC REQUIES
CET IN PACE
ALBNUS LEC».

Dovrebbe trattarsi di una di quelle persone che nei primi tempi della Chiesa avevano l’incarico di leggere i testi sacri, cioè di un lettore. Il nome è sicuramente “Albinus” con la “I” incorporata nella enne e “LEC” è l’abbreviazione e sta al posto di “Lector”.
La seconda fu ritrovata nel 1874 in una tomba che stava all’ingresso del Battistero e porta un’iscrizione divisa in quattro campi da una croce

CAR ----  A
T  ----  E

Si potrebbe interpretare secondo il Corbella almeno in due modi:
« CAR issimi (ae) A (nome)
T itutus E st
oppure
CAR issime (a) A (nome)
T ecum E ro».

Se vogliamo aggiungere un’ipotesi basata sulla storia diremo che non distando molto da Monza, Agliate potrebbe essere uno tra i luoghi che beneficarono della munificenza della Regina Teodolinda che, al dir dello storico Warnefrido, al tempo della costruzione del duomo di Monza sovvenzionò ed incoraggiò la costruzione di altre Chiese nelle vicinanze.
Possiamo con questi elementi definire l’anno esatto della costruzione della Basilica? I Commessi della Consulta Archeologica nel 1874 giudicarono la costruzione della Chiesa anteriore a quella del Battistero attribuendola ad un’epoca non ben distinta ma certamente non posteriore al VII od Viii secolo. Più preciso è invece il Cattaneo presidente nella commissione per gli studi della Basilica di Aqliate che, rispondendo al Dartein, l’attribuisce all’amino 881 : « qli storici milanesi, dice, ci dichiararono eretti il Battistero e la Chiesa di Agliate dall’Arcivescovo di Milano Ansperto. lo non sono certo molto facile a dare ascolto alle varie tradizioni popolari, e molto meno a credere alle presunte antichità di tanti monumenti, ma questa volta mi conviene sottoscriverci, perchè visitati quegli edifici, li trovai precisamente costruiti alla maniera di costruire e di ornare in uso per l’Italia e specialmente per la Lombardia nel secolo IX e vi riscontrai con la massima soddisfazione chiari punti di somiglianza con le scritture sincrone di S. Satiro».

 
Sezione della Chiesa di Agliate

La facciata della Basilica è a capanna con il tetto a quattro spioventi e la navata centrale sopraelevata rispetto alle laterali. Sopra le tre porte di entrata c’è una semilunetta in mosaico raffigurante San Pietro, il Cristo legislatore e S. Paolo, disegnato e realizzato dal Prof. Marelli della Scuola B. Angelico.
Il muro della navata a Nord non ha finestre e così lo stesso lato delle tre absidiole. Si notano le finestrelle della cripta nell’abside centrale seminterrate. Numerose sono le robuste e marcate lesene che dal basso salgono fino al tetto. Nella muratura soprattutto della facciata notiamo la caratteristica collocazione dei sassi ad angolo, che vien chiamata a spina di pesce; questo particolare si ripete anche nelle mura del Battistero.
L’interno della Basilica dà l’impressione di una forza calma e di una solidità che sfida i secoli: una doppia fila di colonne, basse e massicce, travature robuste, scoperte secondo la caratteristica dello stile romanico.
La Chiesa ci si presenta quasi divisa in due piani: in basso la nave in una costante penombra, rotta solo dalla luce che entra dalle avare finestre, le quali, dopo una capace svasatura, si restringono a feritoia. Qui è sviluppata l’idea liturgica di finestre simili ai sensi del cristiano, che devono essere chiusi alla vanità del mondo ed aperti ai doni del cielo: per questo le finestre sono strette all’esterno e molto svasate all’interno.
Altro simbolismo liturgico si potrebbe avere nel numero di 33 delle stesse finestre che alluderebbero ai 33 anni del Salvatore.
La parete della navata verso Nord della Chiesa non ha finestre: una simile abitudine stilistica sembra molto antica: infatti nella Basilica dì S. Vincenzo in Prato ci sono delle apertura nella parete Nord ma di grandezza diversa dalle altre, facendo supporre che siano state praticate dopo. Sostenibile qui l’allusione alle frasi bibliche:
«Ab Aquilone pandetur malum - Malum visum est ab Aquilone» (Ger.).
Nella distribuzione delle navate è sviluppata l’idea ternaria, suggerita dall’adorazione del mistero della SS. Trinità. Oltre a tutti i simbolismi classici comuni alle Chiese del periodo romanico, la nostra ci presenta anche questo particolare simbolismo abbastanza raro: ponendosi sulla soglia della porta centrale e guardando attentamente verso l’abside, si può osservare un leggero spostamento della stessa verso sinistra, rispetto all’asse della navata centrale. Secondo il parere di alcuni critici tedeschi si vorrebbe indicare con questo spostamento l’inclinazione del capo di Cristo crocifisso.
L’altare e così l’abside, non sono al livello delle navate e neppure rialzati di poco, come comunemente si trova in Chiese antiche, ma è letteralmente lanciato verso l’alto, quasi in una atmosfera di mistero, mediante un vera gradinata.
L’altare primitivo era in pietra e supposto consacrato dal Cardinal Federico Borromeo nell’anno 1731, quando consacrò la Basilica.
Questo altare fu poi sostituito da un altro di stile barocco, ottimo per il valore dei marmi ma inadatto allo stile della Basilica e vi rimase fino ad alcuni mesi fa quando finalmente lasciò il posto a quello migliore voluto e realizzato dall’attuale Prevosto Prof. don Leonardo Corti.
Parlando della gradinata è necessario ricordare che nel 1741 si chiusero le due bifore che mettono in comunicazione la navata centrale con la cripta perchè la gradinata potesse occupare tutta la larghezza dell’abside. In quell’anno nefasto per la Basilica, si apersero due grandi arcani nei muri dell’abside centrale all’altezza del presbiterio per conferire alla chiesa la forma di croce; si alzò il livello del pavimento apportandovi un buon mezzo metro di terriccio ma interrando così i piedestalli di parecchie colonne; infine si asportò il bel soffitto basilicale, forse anche perchè si era reso pericoloso e si copersero le tre navate con un goffo tetto a due enormi spioventi. Fortunatamente nel 1893 con l’assiduo interesse e buon gusto del Prevosto Cav. Pompeo Corbella e dell’architetto Luca Beltrami la Basilica ritornò, nella misura del possibile, allo stato primitivo. Sulla sommità della scalea presbiterale esisteva, come risulta da un’antico bozzetto, l’inconostasi oppure « pergula » composta da due colonne corinzie in corrispondenza degli spigoli interni della balaustra e da una trave con gli estremi murati nei fianchi dell’abside.
Le colonne però rappresentano la più interessante caratteristica della Basilica sia per la storia che per l’archeologia.
Il capitello della prima colonna di destra per chi entra, è una ara sacrificale e su uno dei suoi lati si può leggere questa iscrizione:

« SUIS OMNIBUS
V.S.L.M.

Altri segni si notano sulla stessa ara per no indecifrabili a causa del cattivo stato nella quale si trova.
Durante lo sterro per il nuovo pavimento si rinvenne come piedestallo della stessa colonna un’altra ara sacrifìcale dalle quattro facce ben conservate, con cornice in alto ed in basso:
sulla stessa stà questa iscrizione

« IOVI OM CO(onservator)l
VITAKIO PRO SALU
TE DOMINORUM
SUORUM ES VA
AT FAMILIAE SKC
V.S.L.M».

Malauguratamente questa iscrizione è ora invisibile poiché il piedestallo della colonna è stato di nuovo interrato per la sovraelevazione del pavimento.
La quarta colonna sempre di destra è di un importante interesse archeologico: il capitello infatti è un resto di cippo funebre con i cornicioni ben conservati almeno su tre lati. Osservando attentamente notiamo su uno dei lati i segni di una iscrizione che forse fu graffiata; nel 1 860 l’archeologo Biraghi la poteva ancora leggere:
« D. I. SA (crum) SALINIUS MAS...
Della stessa colonna interessantissimo il basamento poiché è la parte superiore di un’ara sulla quale si bruciava l’incenso in onore di qualche divinità: ha gli orli molto prominenti ed un canaletto su tutti e quattro i lati.
Pure le colonne del lato sinistro hanno un’importanza grandissima da un punto di vista archeologico e storico. Già si è accennato alla seconda colonna che è composta da un troncone di pietra miliare risalente all’impero di Giuliano l’Apostata. sono tre le iscrizioni dedicatorie: una, la più chiara ed a caratteri molto grandi, sul lato interno della colonna allude all’imperatore Giuliano; sull’altro lato, invece, sono due e confuse: una nomina ancora l’imperatore Giuliano con una forma dedicatoria differente, mentre l’altra dedica la colonna all’imperatore Massimo ed al figlio Flavio Vittore, C’è poi da entrambe le parti ladesignazione del numero della stessa colonna miliare. Eccone le iscrizioni:

« PRO S.D.N. CLA. IUL. PER.
SEM. AUG.
Il »
« D.N. CL. IULIANO PIO AC FELICI SEMPER AUG. B.R.P.N.
Il
«D.N. MAG. MAXIMI ET FL.
VICTOR
SEMPER AUGUSTI P.B.R.N.
».

Le due iscrizioni che alludono all’imperatore Giuliano risalgono certamente all’anno 360 circa; quella di Massimo e del Figilo Vittorio al 378-388. Questa colonna è molto simile a quella che si trova a Roma, alla destra del Colosseo.
Pure molto interessante il capitello della penultima colonna di sinistra. Si tratta di un capitello presumibilmente una volta appartenente ad un tempio del dio Nettuno: rappresenta dei delfini che intrecciano le loro code per formare una specie di voluta agli angoli del capitello e che bevono ad un’anfora dalla quale emerge lo scettro di Nettuno. Foglie di acanto con la punta ribattuta verso l’esterno ricoprono per buona parte il capitello.
L’ambone e le balaustre che molto da vicino imitano lo stile antico sono opere recenti eseguite su disegno dell’Ufficio Regionale artistico. In antico esisteva un ambone in pietra che poi venne distrutto per l’imprudenza di un Prevosto.
Sotto l’altare dell’abside di sinistra è conservata la reliquia insigne di 5. Biagio; varie furono le collocazioni dell’urna poiché prima ebbe posto nella piccola nicchia della cripta, in faccia all’altare, poi sotto l’altare maggiore.
Nella navata centrale e nell’abside rimangono i resti di ciò che doveva essere il ricco ciclo pittorico ed anche questo molto rovinato dal tempo, dall’imperizia di qualche restauratore e in modo del tutto particolare, dall’apertura delle due arcate alle quali già si accennò.
Il gruppo più importante l’abbiamo sulla parete sinistra della navata centrale all’altezza delle due ultime arcate: sono dei dipinti antichissimi, sebbene posteriori almeno di un secolo alla costruzione della Basilica. Il ciclo pittorico è diviso in due ordini: il primo rappresentato da affreschi molto grandi che occupano lo spazio tra le finestre ed il secondo nella parte inferiore dove le scene sono in quadri più ridotti, Il dipinto meglio conservato è quello che occupa lo spazio definito dalla parete absidale e dalla finestra. A prima vista sembra raffigurare la creazione di Adamo: infatti sulla destra abbiamo il corpo nudo di un uomo dalle dimensioni un po’ esagerate, ma proprie del genere pittorico di quel periodo, e sulla sinistra invece una figura veneranda, dai gesti ampi e solenni. La difficoltà nasce però dalla presenza di una costruzione dall’aria zzantineggiante, ben visibile alle spalle della figura nuda: come si spiegherebbe la presenza di una simile costruzione nel Paradiso Terrestre al momento della creazione dell’uomo?
Il Corbella, riportando il parere di alcuni studiosi di arte del secolo scorso, pensa si tratti di una scena allegorica dove il Cristo conforta l’umanità rappresentata dalla figura dell’uomo. Negli affreschi della parte inferiore possiamo distinguere la Annunciazione, la visita a S. Elisabetta e la Madonna con il Bambino. Considerando la differenza esistente tra i due ordini si potrebbe pensare ad una rappresentazione simbolica nell’uno e realista irììece nell’altro.
interessante é dai colori vivaci la fascia che racchiude questi dipinti : nella parte superiore si alternano ad elementi simbolici dei tondi con immagini di Santi, mentre nell’inferiore si succedono le rappresentazioni dell’arca di Noè, del pavone, della brocca con l’ulivo, del pesce e della colomba.
La stessa fascia decorativa orna pure il presbitero ma questa volta i motivi sono floreali, come l’alloro, le spighe ed il mirto. La figura meglio conservata nel presbitero è senza alcun dubbio il Cristo benedicente chiuso in un doppio cerchio di diverso colore ed accompagnato dal simbolo dei quattro Evangelisti; i colori sono molto sbiaditi ma colpisce l’impressionante vivacità degli occhi. Alla sommità dell’arco trionfale è dipinta una mano benedicente. Ancora una volta il Corbella si preoccupa di ‘darne una plausibile spiegazione: pensa alla mano di un Vescovo che stia ad indicare la sua giurisdizione, alla destra di Dio onnipotente che minaccia chi indegnamente tenta di avvicinarsi all’Altare, al simbolo della protezione e della benedizione di Cristo.
Ancora nell’abside, a sinistra, all’altezza della balaustra si osserva una pittura dai colori molto sbiaditi, rappresentante la Madonna con il Bambino. Nel dipinto che era stato eseguito quello antico ed ora quasi interamente graffiato, l’espressione, l’arabesco del vestito e la finezza dei lineamenti sembrano da attribuirsi allo stesso pittore che eseguì l’affresco alla Pietà nel battistero. Nel fondo dell’abside rimangono dei resti di altre pitture, come la consegna delle Chiavi a 5. Pietro, la Madonna con il Bambino e S. Giovanni sicuramente databili all’anno 1491, poiché se ne trovò la data scalcinando le pareti.
Le due bifore praticate ai lati della scala che immette al Presbitero, mettono in comunicazione la navata centrale della Basilica con la Cripta, alla quale si scende passando per le absidi laterali. La cripta è la novità architettonica e liturgica generalmente introdotta nelle Chiese preromaniche e romaniche.
Poichè di solito la cripta serviva a celare come prezioso tesoro il Corpo o le insigni reliquie dei Santi, è probabile derivi dalle stesse catacombe. I teorici del simbolismo hanno visto nella cripta l’idea della vita contemplativa ed il ricordo della sepoltura del Salvatore.
La costruzione fatta di numerose colonnette e di volte a cera, è in parte sotterranea; l’altare addossato al muro nord-est è in muratura e con tutta probabilità il Sacerdote doveva celebrarvi i S. Misteri stando rivolto verso il popolo: simile ipotesi è suggerita dalla posizione dello stesso altare, posto tra due delle colonnette che sostengono la volta e staccato dal muro quel tanto che basta perchè una persona possa rimanervi ritta e muovervisi con sufficiente comodità.


La Chiesa di Agliate vista dal lato Battistero

Parlando della cripta è necessario accennare brevemente alla data approssimativa della sua costruzione e alla complicata questione del suo rifacimento o meno, I migliori archeologi che si sono occupati della questione, come il Cattaneo, il Kingsley ed il Porter credono si debba attribuire tutto, Chiesa e cripta, ad Ansperto da Biassono, arcivescovo di Milano. Dello stesso avviso è pure il Giuliani. Assolutamente da scartare, come priva di fondamento, l’opinione del Dartein, che la vuole far risalire dopo il secolo XI.
Ammessa l’esistenza della cripta sin dalla costruzione della Basilica, rimane sempre un grave dubbio sul suo stato primitivo. Il Rivolta crede ad un rifacimento della volta verso il mille, motivato dal desiderio di alzare maggiormente il livello dell’altare e del coro.
Un altro archeologo, rincarando la dose, vuole la cripta una aggiunta inorganica, non preveduta al tempo della costruzione della Chiesa. Tale illazione pare insostenibile, da un confronto con la Basilica di S Vincenzo in Prato, dove la cripta è parte organica della Chiesa. Esaminando poi il complesso della sopraelevazione del Presbiterio e la cripta non si nota alcuna inorganicità : la sopraelevazione del primo e la cripta sono due cose richieste dallo stile romanico. Non può nemmeno essere avvenuto l’innalzamento della volta della cripta, poiché non esiste nessuna traccia di piedritto sulle colonnine centrali; la strombatura delle finestre, in chiave, è molto intradosso al sottarco della volta. Se la cripta fosse stata più bassa, si dovrebbe trovare sotto le attuali finestre un tratto murato, ma nemmeno di questo esiste traccia. Come conclusione possiamo ritenere che la cripta è contemporanea alla Basilica e originale nella sua attuale forma. Dal punto di vista liturgico, questo particolare della cripta primitiva non è di poca importanza poiché trascina inevitabilmente con sé la sopraelevazione dell’abside.
Di fronte all’altare esiste ancora la nicchia nella quale era conservata l’urna contenente il corpo di S. Biagio.
La Basilica non è l’unico ricordo dell’antico splendore di Agliate: accanto ad essa, abbiamo il Battistero, pure in perfetto stile romanico e ben conservato all’esterno.
Si presenta con la caratteristica forma ottagonale, non considerando come una divisione in due l’accenno ad uno spigolo che si nota solo all’altezza degli archetti, nel lato nord-est. Ha una cornice ad arcate cieche, i bordi delle finestre a feritoia marcati da arcate in mattone; sotto la gronda si nota un ornamento che si potrebbe considerare un tentativo preludente alle logge, perfezionate ed abbondanti nelle Chiese romaniche più recenti. Attorno al suo perimetro di base corre un fossato largo e profondo un metro circa.
La sua forma ottagonale è giustificata, nel simbolismo liturgico, da S. Ambrogio, in un modo piuttosto curioso: la prima creazione del mondo, dice, si è compiuta in sette giorni mentre la nuova rigenerazione dello Spirito si compie in otto. Nell’interno, il Battistero è occupato dalla vasca battesimale di forma ottagonale, definita da tre serie di gradini, pure a forma ottagonale. I gradini sono molto importanti dal punto di vista liturgico, poiché ci rivelano tutta una simbologia cristiana primitiva.
S. Ilario di Siviglia ce ne dà la spiegazione:
« tre gradini discendono per significare le tre cose alle quali un cristiano deve rinunciare con il Battesimo, satana, le sue opere e le sue pompe; tre gradini salgono per indicare il Mistero della SS. Trinità che dal cristiano viene professato dopo il Battesimo ».
Curiosa anche la presenza nel Battistero di un altare addossato al lato nord, nella piccola absidiola. Questo potrebbe suggerire l’idea di un primitivo Battistero-Chiesa antecedente al complesso della Basilica, piccolo se si vuole, ma bastante all’esiguo numero dei primi cristiani del luogo. Si rimane sempre nella pura possibilità, senza poter avere delle prove sufficienti per giungere alla certezza.
L’altare ha una grande importanza liturgica, non per la sua forma, costituito com’è da una lastra di granito, sorretta da una colonna pure di granito a forma cilindrica, ma piuttosto per il luogo insolito dove, nello stesso vennero collocate le reliquie dei Santi. Risale ai primi anni del Cristianesimo, l’uso di celebrare i Divini Misteri sui Corpo di un Martire, o almeno su alcune sue reliquie: simile abitudine si può forse collegare con le parole di San Giovanni:
«Vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono uccisi in testimonianza del Verbo Divino».
Nelle Basiliche spesso l’unico altare sorgeva sulla tomba del martire venerato ed attraverso la finestrella confessionale se ne poteva scorgere l’urna. L’intenzione della Chiesa è abbastanza evidente offrire a Dio il Divin Sacrificio, su un altare consacrato dalla presenza dei resti gloriosi di chi ha testimoniato il proprio amore con la morte. Se l’altare rappresenta Cristo non può essere completo senza le sue membra: Martiri sono le membra certe di Lui, membra gloriose.
L’unione tra l’altare e le reliquie avveniva in vari modi che esprimevano più o meno bene il loro simbolismo. Efficacissimo quello adottato nel nostro Battistero, dove le reliquie di San Pietro e di San Paolo non furono posti né nella tavola dell’altare, né nel la colonna di sostegno, ma nel pavimento dove ora è lo predella: il Sacerdote celebrava appoggiando i piedi sulle reliquie.
Durante i restauri voluti da San Carlo si rinvenne nel luogo già accennato un vaso di marmo finemente lavorato contenente una capsella di argento, cesellata, con il monogramma di Cristo e rivestita all’interno da lamine di argento dorato. Nella forma la capsella è simile a quelle rinvenute in altre Chiese della Brianza. Esaminata in rapporto a quelle di Civate, il Baserqa credette di poterla datare a qualche secolo prima del Mille.
Il Cardinal Schuster ha pensato di giustificare la presenza delle insiqni Reliquie dei Santi Apostoli ad Agliate, in questa maniera: le reliquie furono regalate da San Simpliciano a Sant’Ambrogio. Per pura combinazione da Agliate si chiedevano in quel tempo delle reliquie per l’altare del Battistero.
S. Ambrogio colse l’occasione e inviò quelle appena ricevute da Roma. Furono poi ritrovate durante la demolizione dell’altare del Battistero verso il 1578, al tempo di San Carlo Borromeo.
Sulle pareti del Battistero poi esistono abbondanti resti di pitture rovinate dal tempo, ma in modo particolare dall’imperizia di pittori posteriori, che sovrapposero i loro affreschi sulle pitture già esistenti. Si cercò in seguito di graffiare ciò che era stato aggiunto, ma l’effetto non corrispose alle buone intenzioni, poiché una delle pitture, la Deposizione uscì un po’ malconcia dalle mani del restauratore. E’ molto difficile dare una data sicura a questo affresco : penso si possa trattare di un’opera del 1200 a causa di alcuni particolari come la collocazione dei gruppi, e l’assenza totale di scenografia, ma eseguita da mani non troppo esperte nell’arte pittorica. E’ bella però nella sua semplicità e nella sua fresca espressione.
L’altro affresco che si è tentato di liberare dalle sovrapposizioni è molto interessante poiché rappresenta un orante del quale sono visibili i piedi appuntiti e verticali, la tunica ed il mantello stilizzati. Rimane uno degli unici esempi, se non l’unico, di rappresentazione di orante, oramai di proprietà assoluta delle catacombe.
Sul fianco dell’absidiola sono affrescati i SS. Andrea e Giacomo e sulla parete di destra altre pitture; tra le quali quelle rappresentanti S. Ambrogio, S. Onofrio ed una Madonna con il Bambino ritto sulle ginocchia.
Nella fascia affrescata del poligono di base della piccola cupola è ben visibile una pesca miracolosa.
Nel Battistero sono poi stati raccolti i cipoi funerari del Lettore Albino, quello diviso in quattro campi dalla croce, la lapide dei coniugi morti ancora qiovani ed infine il cippo dedicato al Dio Silvano, immurato come acquasantiera dello stesso Battistero.
 

Prospettiva della Chiesa di Agliate
 
 


BIBLIOGRAFIA
E. ARSLAN : L’Architettura dal 568 al Mille in Storia di Milano. V. (Milano, 1954).
BASERGA: Antiche capeIIe liturgiche in Brianza.
BERETTA: La Basilica e il Battistero di Agliate (Carate, 1929).
CATTANEO: L’architettura in Italia dal secolo IV al Mille circa (Venezia, 1889).
CHIERICI : La Chiesa di S. Satiro a Milano.
CORBELLA: Memorie di Agliate (Milano 1895).
DE DARTEIN: Etudes sur l’architecture lombarde (Paris, 1885).
MONGEPI: Chiesa e Battistero di Agliate (Archivio Storico Lombardo, fasc. I, 1874).
TOESCA: La pittura e a miniatura nella Lombardia dai più antichi monumenti alla metà del Quattrocento (Milano, 1912).




Fonte :   scritti dell'artista prof. Alessio Varisco , Técne Art Studio .
Prof. ALESSIO VARISCO
Designer - Magister Artium
Art Director Técne Art Studio
http://www.alessiovarisco.it

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fonte foto : http://kimota.clarence.com/archive/images/altare.jpg









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